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mercoledì 13 maggio 2026

Aspettare Godot? Breve discorso sul partito che non c’è - Mimmo Porcaro

 

Mutamento e inerzia

Il mondo nato dal secondo dopoguerra non c’è più, non c’è più quell’Occidente che è sorto dalla fine del grande conflitto 1914-1945. Il rapporto con gli Stati Uniti, Trump o non Trump, è ormai per gli alleati più un problema che una soluzione. Lo è per la destra semi-populista, lo sarà per la destra tecnocratica (pardon, la “sinistra”), se mai andrà al governo.

A questo mutamento geopolitico, che è poi mutamento delle condizioni spaziali dell’accumulazione capitalistica su scala mondiale, dovrebbe corrispondere un’analoga trasformazione dei partiti e dei sistemi politici di tutti i paesi. Per capirci: l’89 generò il PD e il maggioritario, nonché – con la globalizzazione – la sinistra altermondialista. La crisi del 2008 generò l’onda populista e poi, insieme al 2011, rafforzò l’idea della Lega “nazionale”. Ma oggi, nonostante il (o forse proprio a causa del) carattere veramente epocale del rivolgimento in atto, sembra che noi, europei e italiani, ci limitiamo a registrare gli eventi come se non ci riguardassero, e a vivere per inerzia. Così, mentre il riarmo della Germania (come alla vigilia del ‘14 e del ’34…) fa saltare l’equilibrio tra la potenza militare francese e la forza economica tedesca, equilibrio che era alla base dell’attuale UE, lo scenario politico superficiale resta identico, o per meglio dire, ne restano sostanzialmente identici i soggetti principali, ossia quei partiti che abbiamo ereditato dall’epoca della globalizzazione e dalla risacca della sua prima vera crisi.

Ma qui siamo già ben oltre quella prima crisi, siamo – tra guerra economica e guerra vera – allo scontro aperto tra l’Occidente e gli altri, e all’interno dell’Occidente stesso. Tutti i partiti dovranno quindi, prima o poi, modificarsi profondamente: perché tutti i partiti degni di questo nome sono da tempo anche espressione di forze internazionali[1]. Probabilmente si creeranno nuove aggregazioni centriste, comprendenti i liberali di sinistra e di destra, votate alla repressione del pacifismo popolare; per reazione si radicalizzeranno alcune forze di destra, magari utilizzando strumentalmente quel pacifismo per imporre soluzioni ancor più autoritarie. Due poli che lotteranno per il titolo di miglior garante degli equilibri attuali, ossia dell’alleanza con qualunque governo Usa, corretta in alcuni casi con aperture alla Russia, ferme restando le preclusioni anticinesi.

E noi?

Tutti i partiti dovranno modificarsi, si diceva. Il nostro invece dovrà proprio nascere, ex novo. Il nostro: ossia quello che dovrà legare indissolubilmente, l’una cosa come condizione dell’altra, pace e alternativa socialista, interesse di classe e interesse nazionale, sovranità e nuove alleanza continentali.

Nascere ex novo: non servirà autonominarsi (ennesimo) partito comunista; non sarà possibile praticare un esodo; non basterà esaltare la pluralità e la differenza dei movimenti; non basterà la generica pressione dall’esterno. Si dovranno invece imparare le strade attuali del superamento del capitalismo, rivolgersi a tutti i lavoratori, ma meglio ancora a tutti gli esseri umani, oggi minacciati in quanto tali dalle guerre, avere da subito un’idea di governo, ma soprattutto l’idea di uno Stato nuovo, e addestrarsi a praticarla. Uno Stato nuovo: perché la forma sempre più autoritaria e sempre meno egemonica del dominio americano non consente ormai né la continuazione della Seconda, né la ripetizione della Prima Repubblica. E perché per contrastare la privatizzazione integrale dell’apparato pubblico a pro dei fondi statunitensi e l’appalto della nostra sicurezza a forze esterne, serve ben altro che una ripetitiva agitazione identitaria.

Il nuovo partito, insomma, deve risponderealla crisi attuale, che non si risolve con semplici aggiustamenti del sistema, compartecipazioni dal basso alla governance, nuovi linguaggi rispettosi delle differenze, e nemmeno con la sola rivendicazione della sovranità, per quanto “democratica”, ma con una alternativa che sia contemporaneamente economico-sociale, istituzionale e geopolitica. Sarà certamente fatto, questo partito, anche da uomini e donne cresciuti in altre epoche politiche, ma anche loro dovranno in qualche modo imparare modi e linguaggi diversi, a volte dissonanti da quelli del passato.

Un partito come istituzione forte

Già, ma che tipo di partito dobbiamo (e possiamo) costruire?

Per capirlo dobbiamo prima di tutto dimenticare i partiti odierni, che sono soltanto comitati elettorali e agenzie di comunicazione. E poi chiederci che cosa debba essere non un partito in generale, ma un partito delle classi subalterne[2]. Perché i dominanti posseggono o controllano già le istituzioni che oggi conferiscono potere, ossia le grandi imprese capitalistiche e lo Stato; e quindi possono accontentarsi di partiti mediatico/elettorali, giacché la loro forza come classe è assicurata da altro. Ma le classi subalterne non possono contare su analoghe istituzioni, e il loro partito deve essere qualcosa di più. Oggi come ieri il loro partito è quell’istituzione (anzi, come meglio vedremo, quell’insieme di istituzioni) che trasforma le classi subalterne in classi dirigenti, o potenzialmente tali, producendo un sapere collettivo, un’abitudine al ragionamento politico, una capacità di gestione alternativa di svariati ambiti sociali e anche istituzionali. Il tutto costituendo al contempo la sede di una vera e propria alleanza tra le diverse frazioni delle classi subalterne e tra queste e tutte le frazioni intermedie che si sapranno conquistare.

Insomma, il nostro dovrebbe essere un partito forte, ossia un’istituzione che non si limita a sommare le esigenze di individui disparati, ma che appunto trasforma gli individui stessi e specifica le loro stesse aspirazioni. Per fare tutto ciò, tale partito dovrebbe svolgere diversissime funzioni: socializzazione politica, mutuo soccorso, mobilitazione sociale, elaborazione di una cultura di base e di una riflessione teorica, definizione collettiva di una strategia, e anche (ma non soltanto, come avviene oggi) comunicazione e rappresentanza istituzionale.

Partito formale, partito reale

Di fatto, però, è impossibile (con l’eccezione che tratteremo fra poco) che una sola istituzione possa addossarsi tutti questi compiti; di fatto la trasformazione delle classi subalterne in classi dirigenti può avvenire più efficacemente ad opera di quello che io definisco partito reale, ossia di un insieme costituito da uno o più partiti formali e poi da sindacati, organi di comunicazione, centri di elaborazione culturale, associazioni civiche, frazioni dell’apparato di Stato ecc… Una pluralità di soggetti che, oltre a consentire una maggiore aderenza alla differenziazione degli ambiti sociali, rende anche più facile o comunque possibile la reciproca sostituzione in caso di default dell’uno o dell’altro, visto che almeno in linea di principio e a seconda delle fasi, ogni soggetto può assumere anche compiti non propri, compresi quelli di direzione strategica de facto: si pensi ad esempio alla funzione svolta dai sindacati in alcune fasi degli anni ’70.

Il partito reale non è un progetto da costruirsi, ma una realtà di fatto: nessuna esperienza d’organizzazione politica delle classi subalterne europee è stata (e potrà essere) costituita solo da partiti formali. Detto questo, che aiuta anche ad evitare qualunque futura “boria di partito”, deve però esser chiaro che un tale insieme di soggetti può essere chiamato partito, ancorché reale, solo se e in quanto è unito da una convergenza strategica di fondo, da un esplicito patto strategico o comunque dalla capacità di fare “blocco” nei momenti di crisi. Altrimenti è solo la fotografia della frammentazione esistente, non è forma della politica ma della sua assenza[3]. Il partito reale del passato è stato invece pienamente politico soprattutto perché al suo interno si muovevano partiti formali degni di questo nome, il che obbligava anche gli altri organismi a dotarsi di una visione generale. Ma anche perché quasi tutti questi partiti formali (grandi o piccoli che fossero) si organizzavano come partiti di massa, fondati su una chiara unità ideologica, aperti a un ampio tesseramento e, su questa base, capaci di formare numerosi quadri di origine popolare e di legittimarne la funzione dirigente in svariati ambiti sociali[4]. In tal modo il partito di massa poteva sia svolgere da solo, fino a un certo punto, tutte le necessarie funzioni, sia delegarle, progressivamente, ad associazioni “ancillari”, sia, infine, essere catalizzatore e tendenzialmente centro di un più eterogeneo partito reale.

Non è qui possibile fare la storia dell’evoluzione (o meglio involuzione) di quel tipo di partito (ossia, in buona sostanza, del Pci e degli altri partiti “operai” europei). Basti dire che la sua esistenza ha coinciso con l’epoca della grande ascesa delle classi subalterne e che la sua fine ha sancito il declino di quelle classi. E aggiungere che il suo stesso successo, ossia la capacità di “portare le masse nello Stato” negli anni del grande compromesso tra operai e capitale, lo ha ironicamente condotto alla sconfitta, trasformandone progressivamente i dirigenti in amministratori, e i militanti in meri agitatori elettorali. Quel successo, insomma, è stato pagato con una fissazione alla politica istituzionale e con una centralità assoluta della questione del governo che hanno avuto non poco peso nella mutazione: attuata, questa, proprio per potere svolgere liberamente la più gratificante e remunerativa tra le funzioni in cui ci si era specializzati, ossia quella della rappresentanza istituzionale locale e centrale. E attuata proprio quanto il patto interclassista era ormai saltato e si trattava quindi sì di governare, ma per conto di una classe sola: e non era più quella “originaria”. A questo quadro sconfortante (che spiega almeno in parte perché invece di perdere con la propria classe, si decise di vincere – o illudersi di farlo – con la classe avversa) va comunque aggiunto (anche per prevenire uggiose polemiche contro il burocratismo, il “partitismo” e via lamentando) che quell’esito trasformista non riguardò soltanto i partiti formali, ma anche moltissimi altri soggetti culturali, associativi ed economici del partito reale (si pensi soltanto alle cooperative…).

Insomma: il partito di massa non c’è più; non è detto che sia scomparso per sempre, ma al momento non è possibile ricostruirlo. I comitati mediatico-elettorali che oggi si chiamano partiti sono il problema e non la soluzione. I pur essenziali movimenti, recenti e futuri, sono naturalmente apartitici e tali devono essere, soprattutto oggi, se vogliono raggiungere dimensioni ragguardevoli. L’associazionismo di terzo settore è orfano della governance. L’attivismo per i diritti civili non riesce a uscire (e come potrebbe?) dal ruolo limitante di gruppo di pressione. La semplice agitazione sovranista sembra troppe volte priva di contenuto. Le svariate forme di comunicazione anti-mainstream non riescono a fare sistema, e comunque non possono sostituire la politica. E allora, che partito dobbiamo e possiamo costruire? E cominciando da cosa?

Uno Stato nuovo e durevole

Prima del cosa e del come dobbiamo di nuovo chiederci il perché. Un partito, infatti, non è semplicemente un modello organizzativo, ma è soprattutto un’idea che diventa organizzazione. E qual è l’idea (il gruppo di idee) a cui dobbiamo fornire adeguata armatura organizzativa? Lo abbiamo già detto, ma dobbiamo ripeterlo, e precisarlo.

È interesse vitale delle classi subalterne, ossia della stragrande maggioranza degli abitanti del nostro Paese (vitale proprio nel senso che “ne va della vita”), che l’Italia non sia trascinata, né direttamente né indirettamente, nelle svariate guerre imperialiste che compongono e comporranno il mosaico del terzo conflitto mondiale. Inoltre, è interesse di queste classi che l’esito della crisi egemonica occidentale veda un’Italia capace di riconquistare la sua piena sovranità: non per “fare da sola”, ma per negoziare su questa base una nuova unità con i paesi europei (o almeno con alcuni di essi), e relazioni più equilibrate col mondo intero a cominciare dai Brics e dai paesi africani. Infine, è interesse delle classi subalterne italiane utilizzare la presente crisi per fare seriamente e in maniera duratura quello che le classi dominanti mondiali stanno facendo in maniera ipocrita e puramente temporanea, ossia riconquistare (anche via espropriazione) un controllo politico democratico delle più importanti strutture economiche, e sostituirlo all’attuale intervento “pubblico” fatto a spese dei deboli e a favore delle grandi concentrazioni private, e fatto dopo aver privatizzato l’apparato stesso dello Stato.

Se vogliamo tutelare questi interessi, il compito che abbiamo di fronte è, nientedimeno, lo stesso additato da Machiavelli nel Principe e nei Discorsi: quello di costruire uno Stato nuovo e capace di durare. Ora, non è possibile affrontare (o meglio iniziare affrontare) tale compito pensando semplicemente di connettere i soggetti politici attuali, di unire tutte le forze potenzialmente disponibili, giacché queste forze non sono al momento in grado di pensare un tale compito del genere.

Vi può essere un consenso generico sulla questione della pace, ma appena compiuto qualche passo al di là di questo si incontrano veti, preconcetti, prudenze che rendono impossibile andare oltre. L’idea di un intreccio tra interesse di classe e interesse nazionale è semplicemente impronunciabile per gran parte della sinistra attuale. L’idea di un qualche rapporto coi Brics è ostacolata dal sacro terrore per le “autocrazie”, da cui discende – quando va bene – una falsa equidistanza che si traduce nell’appoggiare di fatto chi qui ed ora è il più forte. Il solo pensiero di uno Stato che riconquisti la piena autorevolezza e indirizzi con decisione l’economia turba i sonni di tutte le associazioni del “privato sociale” – e a nulla servono le precisazioni sul fatto che, mentre chiude alle grandi forze private, il nuovo Stato non potrà che aprire a Pmi e Terzo settore, e dovrà necessariamente relazionarsi con tutte le forme possibili di autonomia popolare. Infine, per assicurare la durata di questa nuova prospettiva in un’epoca di fortissime turbolenze (e di attacchi diretti da parte di potenze ostili) è necessario prima di tutto che il nuovo Stato sia sostenuto da una grande coalizione popolare, il che implica il farsi carico senza pregiudizi anche della vera e propria crisi da declassamento oggi vissuta dalla cosiddetta piccola borghesia (popolata in realtà da molti proletari “atipici”): cosa difficilissima per culture politiche in cui invece tali pregiudizi abbondano.

Un partito “bund”

Da tutto ciò discende che il partito di cui abbiamo bisogno dovrà fondarsi sulla piena consapevolezza della netta distinzione tra le proprie idee e quelle correnti, e della simultanea assoluta necessità di un dialogo costante con le realtà sociali e politiche che, pur momentaneamente lontane, potrebbero avvicinarsi nell’esperienza della crisi.

Avendo il senso della misura, non possiamo dire che il partito di cui si parla dovrà essere di tipo leninista. Ma certamente esso, almeno per una prima fase, non potrà essere che un partito di quadri, il più possibile disciplinato e coeso, certo delle proprie idee ma presente, direttamente o meno, in tutti gli ambiti in cui ciò sia possibile e utile. Il nuovo partito non sarà quindi né un comitato elettorale né un partito di massa, ma qualcosa di simile a quello che il politologo novecentesco Maurice Duverger definiva come Bund, come “ordine”: ossia come associazione di individui legati da uno scopo forte, e uniti da altrettanto forti sentimenti di amicizia politica[5]. Non è né facile né utile prevedere quali potranno essere gli strumenti che consentiranno a questo bund un legame con la popolazione. Si tratta di un campo sperimentale, in cui possono essere tentate soluzioni vecchie e nuove: circoli territoriali simili a quelli del partito di massa, centri mediatici efficaci, cellule militanti sistematicamente presenti in varie realtà lavorative e sociali, nuclei di “partito sociale”, ossia di aiuto concreto a strati popolari inteso anche come forma di tangibile presenza politica. Quel che invece è possibile dire con certezza è che il nuovo partito, pur prevedendo sia propri media che propri gruppi istituzionali (parlamentari, consiglieri regionali ecc.), non potrà identificarsi né coi primi né coi secondi. I gruppi dirigenti del partito e i suoi nuclei mediatici e istituzionali dovranno essere almeno funzionalmente distinti, per evitare sia la riduzione della politica a comunicazione sia i noti rischi di trasformismo istituzionale. La centrale e comunque inevitabile questione delle elezioni non dovrà mai sostituire o sovrastare il radicamento sociale, anche se quest’ultimo viene certamente rafforzato da una presenza istituzionale “amica”.

Non aspettare Godot

Ma quando e come costruire un partito del genere?

Louis Althusser, proprio riflettendo sulla questione dello Stato nuovo e durevole posta da Machiavelli (questione che per Althusser era evidentemente l’altro nome della rivoluzione comunista), sosteneva che quando si tratti di problemi radicalmente nuovi il pensiero politico può soltanto impostarne i termini, non prescriverne astrattamente la soluzione: soluzione che spetta invece alla capacità di interpretare la congiuntura, la contingenza storica, l’occasione non  inevitabile ma aleatoria in cui opportunità spesso impensate aprono inattese possibilità[6]. È quindi inutile prescrivere i passi precisi, le precise scadenze della costruzione. Ma è certamente condizione immediatamente necessaria la costituzione di uno o più gruppi che quantomeno pongano a sé e ad altri in maniera ragionata, sistematica e continuativa il problema del partito, perché solo in tal modo si potrà costantemente interrogare la realtà in cerca di una risposta, si potrà in qualche modo agire, e non limitarsi a una passiva e vana attesa di un qualche Godot.

Il mai abbastanza rimpianto Enzo Jannacci confessò che uno dei suoi sogni segreti era quello di assistere a una rappresentazione di Aspettando Godot (il dramma di Samuel Beckett i cui due protagonisti, Estragone e Vladimiro, attendono inutilmente il salvifico arrivo dell’uomo del titolo) e di saltare a un certo punto sul palcoscenico gridando più o meno così: “Uhei ragazzi, sono io, sono Godot! Cacchio, potevate dirmelo che mi aspettavate: una telefonatina e arrivavo”. Ecco: il nostro Godot non sarà né quello del dramma, che pur sapendo di essere atteso non arriva mai, né quello di Jannacci, che si manifesta allegramente all’improvviso. Il nostro Godot, ossia l’occasione e anzi le occasioni per costruire ciò che è necessario, lo troveremo soltanto se usciremo a cercarlo, sapendo cosa chiedergli.



[1] Lo nota, tra gli altri, Sigmund Neumann, nel suo Toward a Comparative Study of Political Parties, nel volume collettaneo da lui stesso curato Modern Political Parties. Approaches to Comparative Politics, University of Chicago Press, Chicago 1967, in cui sostiene, fra l’altro, che soprattutto dopo il 1945 ogni partito politico va raffigurato come la punta di un iceberg, che nasconde gran parte dei suoi rapporti di potere (pp. 416 e ss.).

[2] Riporto e aggiorno qui alcune tesi già espresse nel mio Machiavelli 2017. Dal partito connettivo al partito strategico,  https://contropiano.org/documenti/2017/04/07/machiavelli-2017-partito-connettivo-partito-strategico-090665 , e prima ancora in Metamorfosi del partito politico, Punto Rosso, Milano, 2000.

[3] Probabilmente l’unico vero limite del pregevole lavoro che Rodrigo Nunes ha dedicato al problema dell’organizzazione (lavoro in cui lo studioso smonta efficacemente tutte le illusioni “orizzontaliste” e l’idea che solo le rappresentanze istituzionali possono degenerare) sta nel ritenere che di per sé il rapporto tra svariati partiti e movimenti costituisce un’“ecologia” che è già, immediatamente, “ecologia politica”. Laddove l’uso della metafora biologica induce a rimuovere il fatto che la politica di emancipazione è un evento raro, non si dà nella semplice associazione o interazione, ma richiede l’emergere di visioni e capacità specifiche e può essere ravvisata solo da un’analisi storico-concreta. Si veda Rodrigo Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Edizioni Alegre, Roma, 2025.

[4] Per una sintetica ed efficace descrizione delle caratteristiche fondamentali di questo modello di partito si veda Alessio Mannino, Qualche appunto per il  “partito di massa”, Qualche appunto per il “partito di massa” | La Fionda.

[5] Maurice Duverger, I partiti politici, Comunità, Milano, 1970, pp. 173 e ss. Per la precisione in questo ricchissimo libro (essenziale per chiunque voglia affrontare seriamente la questione del partito) Duverger intende il partito di quadri in un senso molto diverso da quello qui proposto, considerandolo partito di notabili, tecnici o finanziatori (pp. 106-7). Quanto al bund, l’autore ne dà una versione quasi monacale. Ma non ci si spaventi: quando qui si parla di disciplina e coesione non si intende adesione fanatica, ma semplicemente serietà e durevolezza dell’impegno, il che, in quest’epoca di mesto individualismo, sarebbe già moltissimo.

[6] Louis Althusser, Machiavelli e noi, Manifestolibri, Roma, 1995, in particolare le pp. 33-43. Ma si veda anche, dello stesso autore, Sul materialismo aleatorio, Unicopli, Milano, 2000.

da qui

giovedì 16 aprile 2020

a Sarajevo



SARAJEVO, VENTICINQUE ANNI DOPO - Alessandro Leogrande
A venticinque anni dall’inizio della guerra in Bosnia e dell’assedio di Sarajevo, creare un terreno di incontro tra le diverse memorie del conflitto è la cosa più difficile che si possa immaginare.
In un tale contesto, il teatro è forse l’unico luogo all’interno del quale è stato fatto un piccolo passo al di là dei reciproci steccati. Il MESS, il più antico festival di teatro dei Balcani, è ormai giunto alla sua 56esima edizione. Nato nel 1960 sotto la vecchia Jugoslavia, non si è arrestato neanche negli anni dell’assedio, tanto che nell’agosto del 1993 fu mandato in scena uno straordinario Aspettando Godot diretto da Susan Sontag.
Oggi continua a definirsi uno spazio “alternativo, progressista, antifascista”. Sulla locandina dell’edizione 2016 la scritta MESS era sovrastata dai capelli rossi dell’allora candidato repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump, pettinati all’indietro.
Basta citare due degli spettacoli visti a inizio ottobre, per capire come il festival sia effettivamente uno dei pochi baluardi della terra di mezzo. Il primo è Patrioti del regista belgradese Andras Urban: un’autocritica feroce delle radici ottocentesche dal nazionalismo serbo che a Belgrado gli ultranazionalisti hanno più volte provato a bloccare. A Sarajevo è andato regolarmente in scena.
Il secondo è La nostra violenza e la vostra violenza del bosniaco Oliver Frljic, l’enfant terrible del teatro balcanico, che mette in relazione la violenza delle guerre e dei terrorismi dei giorni nostri con quella degli anni novanta. “Quando abbiamo cominciato a credere”, si chiede Frljic, “di essere i signori della verità e che il nostro Dio fosse più potente del Dio degli altri?”
La Chiesa cattolica bosniaca ha fatto pressioni sul governo perché lo spettacolo, ritenuto offensivo, non andasse in scena. Temendo disordini, la sera della prima un cordone di polizia cingeva le scale del Teatro nazionale. Alla fine lo spettacolo non è stato bloccato, ma l’indomani il governo cantonale ha annunciato l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul lavoro del MESS. Per il primo ministro del Cantone di Sarajevo Elmedin Konakovic “Sarajevo non si merita un simile circo”.
***
Nel settembre scorso, Elmedin Konakovic ha annunciato che gli alunni di tutte le scuole avrebbero dovuto studiare “l’aggressione contro la Bosnia Herzegovina e i crimini commessi durante la guerra”. Ma, nella Bosnia del XXI secolo, sostanzialmente divisa tra le tre entità croata, musulmana e serba (le prime due raccolte nella Federazione croato-musulmana, la terza costituita dalla Republika Srpska), una frase del genere non è affatto innocua. Il punto su cui va a sbattere ogni tentativo di creare un programma scolastico minimamente condiviso tra le tre entità è proprio l’insegnamento della storia.
Quella che per Konakovic è stata un’aggressione costituita da una serie di crimini contro civili inermi culminata nel genocidio di Srebrenica, per i leader della Republika Srpska come Milorad Dodik è stata invece una “guerra civile”, combattuta da due parti contrapposte, che si sono macchiate delle medesime colpe.
Ogni tentativo di creare una commissione tripartita per varare dei testi che includessero il punto di vista degli altri è sistematicamente saltato nell’ultimo ventennio. Il risultato è che nei dodici distretti in cui è divisa oggi la Bosnia si adottano dodici programmi scolastici differenti.
Ne parlo con il generale Jovan Divjak nel suo ufficio, una stanza tinta di arancione in una palazzina che sorge al di fuori del centro di Sarajevo. Divjak è un eroe di guerra. Di origini serbe, è stato lui a organizzare e guidare la difesa della città assediata. Nel suo studio conserva ancora le foto che lo ritraggono in divisa militare. Sebbene il ciuffo bianco che attraversa la sua fronte sia lo stesso di allora, Divjak oggi è un ottantenne atletico che ha dismesso la divisa e indossa jeans e camicie a quadretti. Guida una piccola associazione che si chiama Education Builds Bih: il suo obiettivo è favorire l’inserimento dei bambini disagiati (“Tutti i bambini. Anche i serbi, anche i rom…”, mi dice) nei percorsi scolastici. In vent’anni di vita l’associazione ha aiutato oltre duemila ragazzi. D’estate, poi, organizza campi estivi che sono tra i pochi reali momenti di condivisione per le nuove generazioni appartenenti ai tre diversi gruppi.
Divjac non nutre molta fiducia nelle dichiarazioni del primo ministro. Gli sembrano riproporre lo stesso modo di vedere le cose dei partiti di maggioranza delle tre rispettive entità: “Tutti e tre vedono solo i crimini degli altri, non i propri. Dichiarazioni come queste non tendono alla riconciliazione e alla tolleranza.” Divjak si dice pessimista perché questo reciproco arroccarsi nel proprio orto non si limita alla guerra degli anni novanta, ma si estende all’intero Novecento.
Lo stesso Gavrilo Princip (che nel 1914 sparò contro l’arciduca Francesco Ferdinando proprio sul lungofiume che taglia in due la città) è visto come un eroe dai serbi di Bosnia, e come un nazionalista esaltato dai croati e dai bosniaci musulmani. “Forse ci vorranno settant’anni per fare qualcosa di simile a quei manuali di storia condivisa che anno fatto in Alto Adige/Sudtirolo. Ma qui la situazione è ancora più complicata: trovare un terreno di incontro tra tre parti è molto più difficile che tra sole due parti.”
Anche Andrea Rizza Goldstein della Fondazione Langer di Bolzano, tra i maggiori conoscitori italiani della città, la pensa come il generale che si occupa di infanzia: “Recentemente con il gruppo Adopt Srebrenica abbiamo provato a documentare delle storie di ordinary heroes, di serbi che durante la guerra avevano aiutato i musulmani, ma pur avendole scovate non siamo riusciti a farcele raccontare dai protagonisti. Troppe pressioni, troppa paura… Non è concesso nessuno spazio alle narrative che escono dalla versione ufficiale.”
La pianta urbana di Sarajevo restituisce pienamente queste ferite. Capita, ad esempio, al termine di uno stradone che lambisce la periferia ancora segnata dalla guerra di ritrovarsi a Sarajevo Est. Non si è passati attraverso alcun check point, eppure tutte le insegne sono improvvisamente in cirillico, la polizia indossa divise diverse, alle finestre spuntano delle bandiere serbe e sulle pareti non c’è un solo graffio delle bombe di ieri. Si è già nella Republika Srpska, che non ha niente a che fare con il Cantone di Sarajevo. Il fossato tra le due entità inizia con la parete invisibile che separa le due Sarajevo, ognuna delle quali è segnata dai propri cippi.
***
Alle spalle dell’aeroporto sorge il Museo del Tunnel. Progettato nell’estate del 1992 da un ingegnere allora trentacinquenne, Nedzad Brankovic, permise negli anni di assedio di rompere l’isolamento della città: migliaia di uomini e donne riuscirono a fuggire grazie a esso, mentre in senso inverso la città riuscì a rifornirsi di viveri. Alto un metro e sessanta e largo non più di uno, il tunnel correva per circa 800 metri sotto la pista dell’aeroporto, per poi sfociare sotto l’unico tratto di montagne intorno alla città non controllato dall’esercito serbo.
Nei pressi del punto d’uscita è sorto un Museo. Dapprima organizzato privatamente dalla famiglia Kolara, nella cui cantina il tunnel sbucava, è poi passato sotto il controllo del Cantone di Sarajevo. Oggi se ne possono percorrere una ventina di metri scarsamente illuminati. Accanto al percorso è possibile visitare tre stanze che ne ricostruiscono la storia e altre tre in cui vengono proiettati dei video dell’epoca. Il Museo ha molti visitatori ogni giorno. Molti sono arabi provenienti dai paesi del golfo, gruppi famigliari con bambini e donne velate, per i quali il Tunnel rappresenta una sorta di memoriale della “resistenza islamica”, come si può leggere dai commenti lasciati sul quaderno delle visite. Del resto, grazie anche agli investimenti sauditi, oggi a Sarajevo ci sono oltre 120 moschee. Prima della guerra erano 80.


L'esperienza del Teatro SARTR e del Kamerni 55: una tenace opposizione culturale alle barbarie dell'assedio di Sarajevo.
di Autonomia Artistica - 17 Febbraio 2019   

All’alba del 1993 Sarajevo era simile ad una città stregata, sembrava che fosse stata soggetta ad una maledizione, vittime e carnefici sembravano vivere sotto una medesima barriera d’isolamento. L’ipocrisia della politica continuava a recitare il proprio copione affannandosi a cercare una soluzione pacifica al conflitto, mentre le truppe ricevevano ordini contrastanti, le organizzazioni internazionali mostravano i propri limiti in una continua alternanza di alleanze, e le verità si confondevano fino a sovrapporsi abbandonando la popolazione alle più variegate interpretazioni. C’era la sensazione di esser lasciati soli, che il mondo intero avesse posto lo sguardo in un’altra direzione, che il tanto desiderato intervento NATO non sarebbe mai arrivato. L’unica cosa che sembrava esser certa era la segregazione in cui viveva la città bosniaca. Non sorprende dunque che nei vari esperimenti artistici sarajevesi la descrizione – attraverso una multidisciplinarità artistica – dell’immaginario popolare fosse centrale. La riproduzione della realtà della guerra attraverso l’arte ebbe uno dei suoi massimi centri nevralgici nella dimensione teatrale, a cui i cittadini si abbandonarono completamente essendo privati di altre forme di intrattenimento che richiedevano la presenza di elettricità.

Fu proprio sotto assedio che, su iniziativa dei due registi Dubravko Bibanović e Gradimir Gojer, l’ingegnere Đorđe Mačkić e l’autore Safet Plakalo, nacque il Teatro SARTR. Dal 17 maggio 1992 fino al termine della guerra ciò che in seguito ai bombardamenti era rimasto della sede ospitò 97 spettacoli, riunendo attori e collaboratori degli altri teatri attivi in quel periodo a Sarajevo e compagnie di numerosi paesi europei come Norvegia, Inghilterra, Italia, Slovenia, Croazia, Svizzera e Macedonia. Tra le performance locali ricordiamo la commedia Ay, Carmela (è, Carmela) diretta da Robert RaponjaSklonište (rifugio) di Dubravko Bibanović e Zid (muro). Con la regia di Dino Mustafić, in quest’ultimo spettacolo il pubblico viveva il dramma di non poter uscire da uno spazio: la sala principale era chiusa ai lati da un legno di dieci metri che veniva spostato durante la performance. Si trattava di una chiara metafora dell’assedio, che costringeva quotidianamente i cittadini alla prigionia e l’isolamento dal resto del mondo, quelle stesse condizioni fisiche e mentali che spinsero intellettuali e artisti a combattere attraverso la cultura.
Distruggere la violenza mediante la sua rappresentazione, ovvero, detto altrimenti, esorcizzare la violenza reale per mezzo della violenza teatrale.
(Antonin Artaud, da Il teatro e il suo doppio, 1938)
Nel frattempo anche il Kamerni 55, nato nel 1955 grazie al regista, teorico e produttore croato Jurislav Korenić, non cessò la sua attività teatrale, ospitando, come riporta FAMA, ben 431 eventi solo nel 1993 tra spettacoli, concerti rock e mostre di pittura. Nonostante il coprifuoco e le numerose bombe che dall’inizio della guerra avevano raggiunto l’edificio già sette volte, il teatro era ritenuto uno dei luoghi più “sicuri” della città, dove i sarajevesi potevano prendere una boccata d’aria artistica e collettiva.

Le performance si svolgevano in condizioni di decoro minimali, tra cui oggetti sottratti nei magazzini abbandonati o materiali reperiti dalla strada, ma soprattutto in totale assenza di elettricità, con l’ausilio di candele spesso procurate dai cittadini stessi. A proposito del festival Estate al teatro Kamerni (1993) Oslobođenje scrisse che i pochi momenti in cui tornava l’elettricità infastidivano addirittura il pubblico, che si era abituato ormai a vedere gli spettacoli in assenza di luci da scena. Nell’anno 1993 due volte alla settimana veniva messo in scena, a volte anche all’aperto, il musical Hair, mentre gli altri giorni si potevano fruire anche performance pre-belliche jugoslave oppure opere classiche come quelle di Shakespeare. Dibattiti politici si susseguivano a esposizioni d’arte concettuale, mostre fotografiche, celebrazioni di feste locali e serate alcoliche in cui si assaggiavano cocktail realizzati con ingredienti assurdi e per lo più scaduti prelevati dagli aiuti umanitari.
Kamerni55 ospitò anche il concerto folk di Joan Baez (1993), l’orchestra di Radio Sarajevo e offrì i suoi spazi al club culturale Napredak (processo), il quale organizzava concerti di musica classica, rock, e lezioni di danza. Insomma, questi centri nevralgici della cultura, come il Teatro Sartr o il Kamerni 55, essendo dei punti di riferimento stagni per i cittadini, davano spazio anche alle attività dei circoli culturali dalla sede più contenuta o che i cecchini avevano reso inagibili a suon di granate. La connessione tra artisti e operatori della cultura andava addirittura oltre la dimensione cittadina per dare forma a una fitta rete internazionale. Pen International, ad esempio, era ed è tuttora un’associazione di scrittori e letterati di carattere mondiale che, nonostante si predichi apolitica, ha svolto diverse lotte in contesti di guerra per la libertà d’espressione. Proprio attraverso questa organizzazione nell’aprile del 1993 la scrittrice e intellettuale statunitense Susan Sontag riuscì a raggiungere Sarajevo per incontrare altri membri Pen. Trascorse nella città solo alcune settimane, ma presto si decise a tornare, questa volta non in veste di testimone passivo ma con l’obiettivo di dirigere uno spettacolo che nascesse, si modellasse e si consumasse nella Sarajevo assediata.
Per varie analogie con la situazione socio-politica della capitale bosniaca la scrittrice pensò al dramma beckettiano Waiting for Godot, che rispecchiava completamente l’attesa da parte dei cittadini di un intervento da parte delle forze politiche occidentali. Come prima cosa contattò il regista teatrale Haris Pašović, che a quel tempo insegnava Arti Performative presso l’Accademia cittadina ancora funzionante e stava lavorando per la creazione di Grad (città), un collage di musica, declamazioni e testi di Constantine CavafyZbigniew Herbert e Sylvia Plath. Haris le propose di dirigere una produzione nell’ambito del Festival Internazionale del Teatro di Sarajevo (MESS), che quell’anno vedeva anche la partecipazione di Peter Shumann. Susan alloggiava all’Holiday Inn, una delle zone più pericolose all’ingresso della città, e quotidianamente si spostava al teatro Kamerni 55 prima per svolgere i provini e poi per incontrare il cast di cinque attori. Le prove avevano una durata variabile, che dipendeva innanzitutto dalla quantità di candele che riuscivano a procurarsi, le quali a loro volta resistevano a seconda del volume della cera. Inoltre la preparazione dello spettacolo si protrasse di alcune settimane perché gli attori parlavano solo serbo-croato e l’intervento dell’interprete richiedeva un passaggio in più.
Quando la performance fu pronta, la notizia della prima di Waiting for Godot fu fatta circolare rigorosamente con il passaparola, poiché, come testimonia anche la giornalista Gordana Knezevic se i dettagli fossero stati pubblicati la sulla testata attiva durante l’assedio Oslobođenje, la notizia avrebbe presto raggiunto l’artiglieria serba. Il luogo ideale a contenere il maggior numero di spettatori sarebbe stato il National Theater, tuttavia si preferì optare per lo Youth Theater a causa della sua posizione strategica. La sede era infatti nidificata e protetta dagli altri edifici, che in caso di bombardamento avrebbero attutito gli spari provenienti dalle colline.
La fascia oraria meno pericolosa per raggiungere il teatro era quella pomeridiana: l’oscurità avrebbe trasformato i cittadini in bestie da macello. Così il 17 agosto del 1993 i cinque attori selezionati da Susan recitarono in un silenzio tombale quasi idillico che fu rotto solo dai saltuari rumori delle granate e dai vivaci applausi al termine dello spettacolo. Le candele non sopperivano completamente l’assenza delle luci da scena, perciò il pubblico fu invitato a fruire la performance tanto vicino agli attori che la prima fila veniva fatta accomodare direttamente sul palco, divenendo un tutt’uno con la rappresentazione. Così come Vladimir e Estragon nel dramma beckettiano attendevano l’arrivo del famigerato Godot, i cittadini di Sarajevo speravano ormai quasi inutilmente che la NATO ponesse fine al conflitto.

Il discorso sull’intervento NATO nella guerra jugoslava restava molto complicato e d’ardua soluzione. Il fronte internazionale era spaccato tra chi predicava un maggiore intervento punitivo e chi invece preferiva delegare la spinosa questione nelle mani dei caschi blu. In entrambi i casi i comportamenti dei protagonisti della politica mondiale rispecchiavano gli interessi particolari delle rispettive nazioni sul futuro dei paesi balcanici. Il riconoscimento internazionale della Bosnia, avvenuto il 6 aprile del 1992, poneva inesorabilmente delle questioni giurisprudenziali da risolvere. L’intervento di Belgrado, ad esempio, era da considerare aggressione straniera su un territorio sovrano o guerra civile? La diversa risposta al quesito avrebbe consentito proiezioni ben differenti per la risoluzione del conflitto. Il 1993 con i suoi 76 colloqui di pace si era rivelato inconcludente, i caschi blu dislocati sul territorio assolvevano un ruolo più d’apparenza che di sostanza, valicando spesso il limite da vittime a carnefici. Il mondo intero sembrava esser impotente davanti alle atrocità serbe.
Dopo aver sostenuto a lungo che la crisi bosniaca non toccava gli interessi strategici degli stati uniti, i politici american scoprirono tra il ’93 e il ’94 che la credibilità stessa del loro paese nel mondo vacillava proprio per la sua impotenza nella crisi dell’ex Jugoslavia.
La sensazione che circolava negli ambienti diplomatici internazionali sembrava fosse quella di una totale estraniazione dal conflitto bosniaco, come se il mondo occidentale non avesse i mezzi per intervenire. Nel 1994 Clinton affermò in merito alla guerra e alla sua possibile risoluzione:
Sono loro che devono decidere di finirla d’uccidersi l’un l’altro.
Il summit delle NATO che si svolse tra il 10 e l’11 gennaio 1994 a Bruxelles ebbe come comunicato finale una nuova sentenza di condanna verso Belgrado e la relativa minaccia di un attacco aereo alleato se le truppe dell’ex Armata Popolare non avessero ritirato l’assedio su Srebrenica e Sarajevo. Il presidente dello Stato maggiore dei serbi bosniaci Manilo Milovanovic non mostrava però una considerevole preoccupazione: l’eventuale bombardamento Nato avrebbe messo in pericolo anche le unità UNPROFOR dislocate in Bosnia, così come nello spettacolo di Susan Sontag l’intervento NATO si rivelò un Godot ritardatario. La strage del mercato di Markele fu un nuovo apice dell’imbarbarimento del conflitto. Il 5 febbraio del 1994 una granata appartenente all’artiglieria dell’ex esercito titino esplose su una folla di gente occupata a compiere la “normale” spesa settimanale, causando la morte di 68 persone e ferendone 197. Come da copione i serbi rigettarono le colpe al mittente, accusando i musulmani di aver inscenato l’attacco per guadagnare le simpatie e l’appoggio internazionale. Il legittimo presidente bosniaco Izetbegovic replicò:
Se un giorno i serbi mi ammazzeranno, diranno che mi sono ucciso.
L’ennesimo affronto di Belgrado alle sanzioni internazionali condusse ad intraprendere una strada senza ritorno: il 28 febbraio 1994 Washington permise a due caccia F-16 della NATO di abbattere nei cieli di Bania Luka quattro Galeb, appartenenti alle forze armate jugoslave. Si trattò del primo reale attacco NATO ai danni dei serbi. Godot era arrivato, e la via per Dalton sembrava più vicina. Godot era giunto e tutti l’aspettavano, vittime e carnefici: chi voleva testarlo e sfidarlo, chi implorava il suo aiuto, ma nella realtà nessuno conosceva la sua vera natura. Godot dunque era giunto, e nessuno sembra si fosse soffermato a chiedersi se potesse essere un mostro.