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giovedì 11 giugno 2026

Il quotidiano francese “Le Monde” contro la Torino-Lione

 

Contrariamente a quanto succede alle nostre latitudini, in cui la stampa mainstream è assolutamente complice della propaganda Pro-Tav e completamente acritica verso il progetto della nuova linea Torino-Lione, il quotidiano Le Monde, il più importante e letto in Francia, ha pubblicato un articolo che mostra quali sono i reali impatti del progetto sulla Val Maurienne. A scrivere è Richard Schittly, inviato speciale in Val Maurienne della testata giornalistica.

Vi proponiamo qui una traduzione della redazione.

Maurienne: i milioni di metri cubi di roccia estratti dalla montagna per lo scavo del TAV stanno sconvolgendo la vita nella valle

La vista sulla valle della Maurienne è mozzafiato. Al Pas du Roc, uno sperone roccioso a monte di Saint-Martin-la-Porte (Savoia), un paesino di 720 abitanti, Odile Clément, 64 anni, mostra ai visitatori di passaggio l’estensione dell’area interessata dal mastodontico cantiere della linea ferroviaria Lione-Torino.

La valle si apre più in basso, stretta tra cime innevate di oltre 3.000 metri. Il fiume Arc, la ferrovia e l’autostrada A43 si dividono lo stretto corridoio. A strapiombo, una zona grigia brulica di macchinari da cantiere che scavano la galleria di Saint-Martin, una delle tre gallerie di accesso tecnico al tunnel di base. «Subiamo costantemente il rumore e la polvere», racconta l’ex dipendente di un’impresa edile locale. «Non appena sentiamo un’esplosione, mettiamo via il bucato e chiudiamo tutte le finestre. Un minuto dopo la detonazione, una nuvola copre il giardino».

 

Su circa cinquanta dei 145 chilometri della valle trasversale più lunga delle Alpi, negli ultimi vent’anni i cantieri si sono moltiplicati. Ingresso del tunnel a Saint-Jean-de-Maurienne, discese, pozzi di ricognizione, siti di stoccaggio dei detriti, fabbriche di cemento: ogni angolo della valle viene sfruttato per garantire lo scavo del tunnel tra Saint-Jean-de-Maurienne e la valle di Susa, in Italia.

L’opera, lunga 57,5 chilometri, prevede due canne di circolazione. In totale, contando gli accessi tecnici, sono previsti 164 chilometri di gallerie sotto il massiccio alpino. Un record mondiale. La direzione dei lavori è affidata all’ente pubblico Tunnel euralpin Lyon Turin (TELT), con una messa in servizio prevista per il 2035 e un costo di oltre 11 miliardi di euro.

Dal Pas du Roc, Odile Clément indica un’immensa parete rocciosa grigia sul versante opposto: la cava Calypso. Chiusa nel 2011, l’attività di estrazione del calcare è stata ripresa dalla società Granulats Vicat. Il decreto prefettizio del gennaio 2025 autorizza il produttore di cemento a stoccare «i materiali di scavo provenienti dal cantiere TELT», entro il limite di 100.000 metri cubi di «rifiuti inerti» all’anno.

«Questa cava si riempirà delle rocce estratte dal tunnel. Tutti gli spazi disponibili della valle vengono utilizzati per ammucchiare questi scarti”, afferma Odile Clément, che nel 2017, insieme a un gruppo di residenti, ha creato il collettivo “Contro la riapertura della cava”. In questa valle laboriosa di 40.000 abitanti, i detriti modificano il paesaggio, il che è fonte di particolare preoccupazione. «Fanno polvere appiccicosa, si vedono intere colline formarsi in poche settimane. Gli imprenditori ricoprono i detriti con uno strato di terriccio, ma gli alberi non ci crescono, l’erba ingiallisce d’estate», racconta Guillaume Collombet, 36 anni, regista e fotografo, originario della valle.

Il volume totale dei materiali estratti dalla montagna è stimato in 10 milioni di metri cubi, da stoccare o trattare in 28 siti, secondo la dichiarazione di pubblica utilità del progetto, risalente al 2007 e rinnovabile nel 2028. «La massa di detriti della galleria Lione-Torino equivale a dieci piramidi di Cheope», afferma Max Milliex, 60 anni, falegname diventato whistleblower, a Villargondran, 800 abitanti, vicino all’ingresso principale della galleria.

Nella frazione di Les Resses, un’immensa cava della società Eurovia Vinci si riempie di rocce frantumate, trasportate da una spettacolare rete di nastri trasportatori aerei. Questi chilometri di nastri trasportatori, bianchi e cilindrici, circolano in tutta la valle. «I volumi di detriti sono enormi. Nella regione, bisogna aggiungere i futuri cantieri delle Olimpiadi invernali e i 91 chilometri del collisore di particelle del CERN [Centro europeo per la ricerca nucleare]. Si finirà per saturare la natura», teme Max Milliex. A questi cantieri si aggiungerebbe il progetto dell’«accesso francese» della linea Lione-Torino attraverso il Nord-Isère, che prevede 70 chilometri di gallerie supplementari, sotto i massicci protetti della Chartreuse e di Belledonne.

Minerali problematici

L’entità dei lavori alimenta il timore di danni più gravi. Le rocce estratte vengono analizzate in camere a fluorescenza per individuare i minerali problematici. In Italia, negli strati geologici è stata rilevata la presenza di uranio e amianto. Sul versante francese, è il solfato a costituire un problema, come ha dimostrato il caso del «calcestruzzo marcio». Nel 2004, un tasso eccessivo di solfato negli inerti provenienti dalla Maurienne ha irrimediabilmente compromesso la solidità delle costruzioni. Qual è la percentuale di materiale inquinato nei detriti? La società TELT non ha fornito alcuna risposta in proposito.

L’operatore francese comunica ampiamente sulle sue misure ambientali, attraverso la vegetalizzazione e gli aiuti al territorio, affermando che il 60% dei detriti viene riutilizzato, nel rigoroso rispetto della normativa vigente. «Non abbiamo accesso a nessuno dei dati delle imprese che gestiscono i detriti, l’impatto è ben lungi dall’essere misurato», avverte Carine Gros, 51 anni, vicepresidente di Vivre et agir en Maurienne, un’associazione per la tutela dell’ambiente.

La Camera dell’Agricoltura Savoia Mont-Blanc denuncia il disboscamento e l’artificializzazione di oltre 1.500 ettari a causa dei lavori. «Una perdita irreversibile di terreni agricoli», deplora l’ente consolare, ribadendo, nella sua mozione del 26 febbraio, «la propria opposizione al proseguimento del progetto Lione-Torino così come è attualmente condotto». Secondo i sindacati agricoli, l’attuale tunnel del Mont-Cenis, ristrutturato per 1 miliardo di euro, sarebbe ampiamente sufficiente per il trasporto combinato dei mezzi pesanti. Cosa che smentisce l’operatore TELT, affermando che il tunnel Lione-Torino potrebbe rilanciare il trasporto combinato e liberare le strade alpine dai camion, senza contare le ricadute economiche per la regione. Nel suo rapporto dell’aprile 2026, il Consiglio di orientamento delle infrastrutture (COI), organo consultivo presso il Ministero dei Trasporti, attribuisce «priorità assoluta» alla ristrutturazione della linea ferroviaria esistente tra Digione e Modane, relegando in secondo piano la linea Lione-Torino.

Più a valle, in direzione dell’Italia, la diga di Pont-des-Chèvres si è deformata di 2 centimetri nel 2019, nei pressi della discenderia di La Praz. Una conseguenza dell’estrazione massiccia di roccia? «Migliaia di tonnellate di detriti sovraccaricano il terreno, il che non è irrilevante in un regime tettonico in espansione. Scavare nella montagna, toccare falde acquifere e ghiacciai sotterranei comporta il rischio di alterare le condizioni delle formazioni naturali», sostiene Gilles Ménard, geologo che ha lavorato per quindici anni al CNRS sulle misurazioni geofisiche preliminari ai progetti di gallerie.

«Questo gigantesco cantiere ha ripercussioni enormi sulle nostre vite, è in gioco l’abitabilità della valle», sostiene Philippe Delhomme, 61 anni, professore di scienze della vita e della Terra, perseguito dai promotori del cantiere per aver ripreso la parola “sabotaggio” dello scrittore italiano Erri De Luca, anch’egli perseguito e assolto in Italia. Assolto in primo grado, l’attivista di Vivre et agir en Maurienne è in attesa della sentenza d’appello.

Dal Rocher des Amoureux, sulla strada che parte da Modane e sale verso Aussois, Philippe Delhomme osserva sottostanti l’area della discenderia di Villarodin-Bourget. Le fontane del villaggio di 500 abitanti si sono improvvisamente prosciugate nel 2002, all’inizio dei lavori. Da allora, milioni di metri cubi di acqua naturalmente tiepida fuoriescono ogni giorno dal cantiere. Passano attraverso un bacino di decantazione, per il raffreddamento e la separazione dei minerali, poi vengono scaricati nel fiume. «Nei corridoi della mia scuola media, quest’inverno, c’erano –11 gradi. Non abbiamo soldi per ristrutturare, dovremmo spendere 11 miliardi per un tunnel che svuota la montagna e non ci serve a nulla?”, si chiede Philippe Delhomme. Ad oggi sono stati scavati solo 20 chilometri di tunnel su 120. «Si possono fermare i costi», implora l’insegnante, salutato dal sorvolo di una magnifica upupa.

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mercoledì 20 luglio 2022

Costruire il nemico: Askatasuna, i No Tav, il conflitto sociale - Claudio Novaro

 

1.

In questo “cattivo presente”, con una guerra che imperversa nel cuore dell’Europa, può sembrare residuale continuare a ragionare sulla repressione giudiziaria del conflitto sociale (https://volerelaluna.it/talpe/2019/08/13/repressione-giudiziaria-e-movimenti/). Eppure l’ennesimo procedimento aperto a Torino, questa volta contro gli esponenti del centro sociale Askatasuna, merita una riflessione, perché evidenza esemplarmente un cambio di passo dei dispositivi repressivi

Askatasuna costituisce, al pari di tutti i centri sociali diffusi sul territorio nazionale, una realtà complessa, frequentata da centinaia di persone, impegnata su terreni disparati, sia in senso lato culturali (autoproduzioni musicali, laboratori fotografici e artistici, dibattiti e concerti, palestra popolare ecc.) che, soprattutto, di iniziativa politica legata alle lotte sociali. È collegata all’esperienza di Askatasuna lo Spazio popolare Neruda, una casa occupata in cui vive un centinaio di famiglie, dove si organizzano corsi di italiano per cittadini stranieri, un doposcuola e varie attività ludiche e culturali per i bambini, un mini ambulatorio sanitario, una palestra popolare e così via. Dovrebbe essere evidente a tutti che ridurre la pluralità di esperienze, di progetti, di punti vista ideali, di pratiche politiche diverse a un sodalizio unico e rigidamente centralizzato costituisca una mistificazione grottesca. È invece quello che ha fatto la Polizia, con un indagine che ha prodotto centinaia di annotazioni di servizio, decine di migliaia di ore di intercettazioni ambientali e telefoniche.

Ciò che preoccupa è che la Procura torinese, di fronte all’evidente tentativo di criminalizzare un’esperienza molto più complessa da decifrare di quanto appaia dalle semplificate e ostili ricostruzione della Polizia, ha deciso di condividerle integralmente, richiedendo 16 misure della custodia cautelare in carcere, quattro arresti domiciliari e un divieto di dimora contro altrettanti presunti militanti del centro sociale, contestando il reato di associazione sovversiva, più altri 112 reati vari, che vanno dalla resistenza a pubblico ufficiale all’estorsione e al sequestro di persona. Tutto ciò nell’ambito di un procedimento che vedeva originariamente 91 indagati, da poco ridotti a 22, in sede di conclusione delle indagini preliminari, con lo stralcio degli altri 69.

Un primo stop a tale impianto accusatorio è venuto dal giudice delle indagini preliminari incaricato di vagliare le richieste della Procura, che ha escluso la sussistenza di gravi indizi di reato per i reati più gravi, tra cui quello di associazione sovversiva, il collante che tiene in piedi l’intera operazione, applicando nei confronti degli indagati due misure della custodia cautelare in carcere e due arresti domiciliari, più alcune misure dell’obbligo di presentazione periodica alla polizia giudiziaria. Inaspettatamente peraltro, con un’ordinanza depositata l’11 luglio e notificata ai difensori il giorno successivo, il Tribunale del riesame ha parzialmente accolto l’appello presentato dai pubblici ministeri, ritenendo sussistenti per sei indagati (nei cui confronti vengono applicate le misure della custodia in carcere e degli arresti domiciliari, che restano però sospese in attesa della definitiva pronuncia della Cassazione) i gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato associativo, qualificato in semplice associazione per delinquere e non più in associazione sovversiva.

Il Tribunale non si limita solo a negare il carattere sovversivo dell’associazione ma, forse consapevole dell’inconsistenza del teorema accusatorio, introduce una differenziazione specifica (in contrasto peraltro con le migliaia di pagine riversate in atti dalla Digos e fatte proprie dalla Procura), secondo cui a costituire un’associazione per delinquere non è il centro sociale ma «un gruppo criminale dedito a compiere una serie indeterminata di delitti principalmente in Val di Susa» che si sarebbe formato all’interno di Askatasuna. Una prospettiva interpretativa, questa, che appare in contrasto con le ipotesi investigative degli inquirenti, che cerca di salvare l’insalvabile ma ne condivide il pressapochismo, la scarsa aderenza alla realtà dei fatti e, soprattutto, la scarsa conoscenza delle pratiche, dei linguaggi, perfino delle idee che caratterizzano il variegato mondo dell’antagonismo italiano.

2.

Vista l’enorme mole degli atti e dei documenti prodotti da Procura e Digos, un’autentica alluvione di carta che tenta di compensare sul piano quantitativo la scarsa qualità indiziaria, risulta impossibile proporre anche solo un riassunto dell’impianto complessivo dell’inchiesta. Si può provare a evidenziarne le principali criticità e gli assunti di fondo.

Anzitutto, occorre segnalare come Torino, da sempre laboratorio di pratiche e innovazioni repressive, sia l’unica città italiana a vantare, secondo la Polizia, la presenza contemporanea fino a pochi mesi fa di ben due associazioni sovversive: la prima è quella legata ad Askatasuna, la seconda è quella dell’ex Asilo occupato di via Alessandria (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/03/04/lo-sgombero-dellasilo-occupato-e-le-confessioni-di-una-cittadina-perbene/), sgomberato (e mai più rioccupato) proprio grazie a tale contestazione giuridica, poi fatta a pezzi dal Tribunale del riesame, prima, e dalla Cassazione, poi. L’operazione che la Polizia aveva in mente con Askatasuna era probabilmente la stessa: richiesta di misure cautelari per associazione sovversiva, sgombero del centro sociale e magari anche delle altre strutture ad esso collegate (come lo Spazio popolare Neruda), operazione sicuramente più complessa, visto l’insediamento territoriale di Askatasuna e i suoi legami con la città.

Occorre intendersi. Qui la questione non riguarda gli spazi occupati e dunque la volontà di assecondare le pulsioni legalitarie, sempre presenti in molte forze politiche che seggono in consiglio comunale, che ne richiedono lo sgombero. Se con l’ex Asilo si trattava di radere al suolo una soggettività antagonista impegnata soprattutto sui fronti della lotta ai Cie/Cpr, agli sfratti e alle politiche di gentrificazione del quartiere Aurora, per Askatasuna la posta in gioco è ancora più alta. Anzitutto la conflittualità metropolitana, quella legata alla manifestazioni di piazza, a quelle degli studenti, alle politiche abitative cittadine. In secondo luogo, e sullo sfondo, il bersaglio più grosso: la resistenza in Val di Susa contro il Tav, resistenza che ha visto il centro sociale, per gli stretti contatti con i comitati popolari della Valle, tra i protagonisti storici di tutte le manifestazioni e le proteste. Non è un caso che 106 reati sui 112 contestati originariamente, ora ridotti a 66 su 72, riguardino episodi commessi in Valle nell’ambito della lotta No Tav.

Per raggiungere un traguardo così ambizioso le annotazioni di Polizia raccontano di un centro sociale che decide di costituirsi in associazione criminosa, unicamente votato alla commissione di reati, rigidamente centralizzato, lontana mille miglia dalla fluidità di tutti gli altri centri sociali sparsi per la penisola. La ricostruzione proposta, in cui assumono grande rilievo e centralità le intercettazioni realizzate, è una storia del conflitto sociale a Torino e in Val di Susa vista dal buco della serratura, costruita secondo uno schema cognitivo per cui le vicende umane non sono il frutto di complesse dinamiche sociali ma una sequenza di complotti, di ordini e di relative esecuzioni e il conflitto sociale non è il risultato delle scelte politiche di donne e uomini o di attori sociali collettivi, ma solo un programma delinquenziale, in questo caso sovra determinato da una struttura verticistica.

Centrali sul piano investigativo diventano gli scampoli di poche conversazioni intercettate qua e là a casa o nelle macchine di alcuni esponenti del centro sociale (una addirittura in una carrozza ferroviaria, mentre una esponente del centro sociale insieme a una nota e carismatica militante del movimento No Tav si stava recando a Bologna per un dibattito). Si tratta di conversazioni malamente e approssimativamente lette e decifrate sulla base di un’interpretazione esclusivamente letterale anche quando ci si trova di fronte a battute, risate, frasi scherzose, senza alcuna attenzione allo scambio relazionale che si instaura tra gli interlocutori, agli aspetti di condivisione affettiva, che non possono che influenzare la comprensione dei dialoghi. Al di là delle caricature più o meno folcloristiche contenute nell’annotazione finale della Digos, un monumento alla faziosità di quasi 2.000 pagine: quel che conta è che manca nell’impianto d’accusa la capacità di delineare la sussistenza dei presupposti di un’associazione criminosa.

3.

Gli inquirenti affrontano tale complesso nodo ricostruttivo, con uno scarto di lato, a partire dal minuzioso elenco di reati commessi, soprattutto, come detto, in Val di Susa negli ultimi anni, nell’ambito della resistenza che il movimento No Tav pone in essere da decenni contro la grande opera. Si tratta di episodi in cui compaiono anche soggetti (rubricati sotto il nome di “ala oltranzista” del movimento) che nemmeno la Digos riconduce ad Askatasuna. Il che dimostra già di per sé la debolezza di un’ipotesi associativa a geometria variabile, che vede i consociati unirsi a soggetti esterni per commettere i reati ricompresi nel proprio programma criminoso. Chiunque abbia un po’ di confidenza con le categorie giuridiche contenute nel nostro codice penale sa, infatti, che l’esistenza di un’associazione deve essere dimostrata attraverso la prova di un accordo tra i consociati, di un programma criminoso aperto e permanente e di un’organizzazione specifica, non certo attraverso i cosiddetti reati scopo, cioè i reati che costituirebbero l’esplicazione delle sue capacità operative.

Per tentare di dare concretezza al proprio teorema, Digos e Procura sono costrette a trasformare in «basi e supporti materiali», la sede del centro sociale, in corso Regina Margherita 47, «l’immobile denominato dei Mulini» e il presidio di San Didero, in Val di Susa, lo Spazio popolare Neruda, il centro sociale Murazzi. Il festival dell’Alta felicità o le periodiche iniziative musicali organizzate dal centro sociale divengono, in quest’ottica, «un articolato sistema di finanziamento della vita dell’associazione» sovversiva. La ricchezza sociale e politica di spazi di movimento aperti alla città o costruiti nell’ambito della resistenza No Tav vengono così derubricati a strutture criminali, buone al più a creare profitti economici per garantire le basi materiali del sodalizio. Sul punto sembra parzialmente dissentire il Tribunale che però, per dare concretezza alla sua proposta interpretativa (un’associazione criminale nascosta dentro Askatasuna), trasforma la cassa di resistenza No Tav in uno dei pilastri della «struttura operativa del sodalizio», senza peritarsi di spiegare come il denaro raccolto da un movimento di massa, finisca poi per foraggiare le attività di un micro-gruppo delinquenziale incistato nel corpo sano di un centro sociale.

Quanto, invece, all’accordo e al programma criminosi, per colmare il vuoto sulla loro sussistenza, gli inquirenti e lo stesso Tribunale si sono risolti a utilizzare parole o frasi estrapolate dalle diverse intercettazioni. L’esempio più rilevante sarebbe costituito dalla ricorrenza in più intercettazioni o in documenti riferibili al centro sociale della parola “rivoluzione”, il che si commenta da solo. Parallelamente, per descrivere il carattere sovversivo del sodalizio si fa ricorso, negli atti depositati dalla Procura e acriticamente letti dal Tribunale, a due interviste, peraltro pubbliche, rilasciate nel 2001 e nel 2011 da due dei suoi presunti dirigenti (che contengono espressioni tipiche del dibattito della sinistra non istituzionale dagli anni Sessanta del secolo scorso in poi), oltre, inopinatamente, alla ripubblicazione nella sezione storica del sito di Infoaut (alla voce “Storia di classe”, che racconta la storia dei movimenti e del conflitto sociale nel nostro paese) di un articolo uscito sulla rivista Rosso, dell’autonomia milanese, nel 1976.

Qui l’approssimativa padronanza del lessico delle aree antagoniste del nostro paese si coniuga con la scarsa conoscenza della storia dei movimenti sociali. Sul piano giudiziario, comunque, inferire dal dibattito politico elementi sull’esistenza di un’associazione sovversiva è operazione che rischia di confondere e travolgere i confini che devono sussistere tra teoria e prassi, tra l’idea sovversiva (tutelata, come insegna la giurisprudenza di legittimità, dall’assetto democratico e pluralista del nostro ordinamento) e le condotte di rilevo penale. Questo sembra l’errore di fondo più madornale dell’inchiesta: scambiare la progettualità criminosa della presunta associazione con il suo apparato ideologico significa muoversi in una prospettiva di criminalizzazione di qualsiasi collettivo che si prefigga di mutare lo stato di cose presenti.

Esemplari da questo punto di vista e rivelatrici di una caduta ancor più culturale che giuridica sono le osservazioni contenute nell’atto d’appello della Procura, dove vengono proposte delle argomentazioni che dovrebbero chiarire in concreto come l’associazione in questione abbia un carattere sovversivo. Lo strabiliante sillogismo proposto, a proposito della partecipazione del centro sociale alle lotte valsusine è il seguente. Secondo la giurisprudenza della Cassazione va considerata eversiva qualsiasi condotta orientata al «sovvertimento dell’assetto costituzionale esistente» ovvero che «tenda a rovesciare il sistema democratico previsto dalla Costituzione nella disarticolazione delle strutture dello Stato o, ancora, nella deviazione dai principi fondamentali che lo governano»A giudizio dei pubblici ministeri, tra tali principi rientra il metodo democratico, con la conseguenza che ogni azione violenta che si contrapponga alla decisioni della maggioranza parlamentare o del governo democraticamente eletti va considerata automaticamente sovversiva sul piano giuridico.

Nel nostro caso, in particolare, la realizzazione del treno ad alta velocità, secondo la Procura, «è stata decisa dal Parlamento […] in esecuzione di Trattati Internazionali e di obblighi comunitari», le condotte violente realizzate in val di Susa contrastano con «l’esercizio da parte di chi ne è titolare del metodo democratico», vale a dire con «la prevalenza dell’opinione della maggioranza, che è espressione “nelle forme e nei limiti della Costituzione” della sovranità popolare». Non solo, i reati commessi contro il cantiere del TAV «hanno portato al risultato di ritardare per lungo tempo la realizzazione dell’opera», con conseguenti effetti diretti «sull’esecuzione di legittima decisione del Parlamento». Il paradigma proposto è assolutamente chiaro: qualsiasi forma di protesta nei confronti di legittime decisioni assunte dal Parlamento diviene sovversiva se realizzata anche in forme violente. A dar retta a tale postulato, sarebbero sovversive le proteste degli studenti contro la riforma della scuola superiore o universitaria, o dei lavoratori contro le riforme economiche e così via, se nel corso delle manifestazioni si verificassero degli scontri violenti. Il Tribunale si smarca da tale prospettazione e lo fa, però, con un’affermazione altrettanto incongrua, secondo cui tale assioma non regge non perché in contrasto con un’idea pluralista e conflittuale della democrazia, ma solo perché di fatto i lavori nel cantiere non sono «mai stati sospesi a causa delle azioni violente».

Insomma, aleggia tra le pagine dell’inchiesta un’idea mortificante della conflittualità e della partecipazione politica, che si accompagna a una visione scarsamente consapevole della storia italiana.

4.

Sarebbe bene che quel poco di sinistra che ancora esiste a Torino e nel paese iniziasse a interrogarsi e a preoccuparsi di queste derive giudiziarie, perché non si tratta solo di Askatasuna o della repressione per via giudiziaria delle attività di un centro sociale. Le affermazioni sopra riportate rendono plasticamente conto – meglio di tante dissertazioni scientifiche e di tanti slogan sul passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale – dei rischi di una deriva autoritaria non solo della giustizia ma, visto il ruolo preponderante nell’inchiesta dell’autorità amministrativa, incarnata nella Polizia di Stato, delle istituzioni, con il tentativo di delegittimare ed eliminare dallo scenario collettivo il conflitto e la protesta sociale (https://volerelaluna.it/controcanto/2021/04/07/la-democrazia-autoritaria-che-e-dietro-langolo/).

È di questo che si tratta e allora, tanto per esser chiari, come dice una vecchia canzone, «même si vous vous en foutez, chacun de vous est concerné».

da qui

lunedì 18 aprile 2022

GLI ULTIMI FUOCHI DI UN EX SENATORE

Magari si è trattato di una semplice svista, forse di una banale dimenticanza. Fatto sta che il Tribunale di Torino ha dimenticato in un cassetto un’ordinanza della Corte Costituzionale salvando un imputato (un tempo eccellente) da un processo per diffamazione.

Ma un dubbio rimane...

E se confrontiamo questa piccola vicenda con altri atteggiamenti dello stesso Tribunale nei confronti dei No Tav i dubbi aumentano. Sono soltanto dubbi, s’intende.

Sono passati oltre otto anni dal gennaio 2014. Oggi come allora il treno ad alta velocità Torino-Lione è fermo al palo e la realizzazione della nuova linea ferroviaria è rinviata a tempo indeterminato nonostante gli sforzi e le pressioni dei promotori e della politica di ogni colore. In compenso proseguono la militarizzazione esasperata della Val Susa e la repressione dei No Tav, tanto con azioni di polizia quanto in sede giudiziaria. Il solo fatto nuovo, in verità vecchio ormai di qualche anno, è la sparizione dal coro dei sì Tav di Stefano Esposito, travolto dalla mancata rielezione in Parlamento e da alcune disavventure giudiziarie. Di quella voce non si sente certo la mancanza, ma può essere utile segnalare il seguito di una delle temerarie accuse in cui l’ex senatore si dilettava nei suoi anni ruggenti.
Tra i principali destinatari degli strali di Esposito c’era Livio Pepino, già magistrato, colpevole, agli occhi dell’allora pasdaran del treno superveloce, di continuare a denunciare e documentare, oltre all’inutilità del treno, l’abnorme spirale repressiva contro il movimento No Tav. A seguito di alcune dichiarazioni particolarmente infondate e pesanti Pepino si è rivolto all’autorità giudiziaria sia in sede penale che in sede civile e, quando si è arrivati alla conclusione del giudizio, le dichiarazioni di Esposito sono state ritenute diffamatorie con conseguente condanna al risarcimento dei danni (sentenza 29 gennaio 2016 del Tribunale di Torino confermata, sul punto, dalla Corte d’appello il 29 gennaio 2018).
Restava pendente, fino a ieri, una vicenda che vale la pena raccontare.
Il 13 gennaio 2014 Esposito, intervistato nella trasmissione “La zanzara” di Radio 24, rispondendo alla domanda se sapeva chi, il giorno precedente, aveva messo sulla porta di casa sua delle bottiglie incendiarie, affermava testualmente: «materialmente no, chi sono i mandanti, però, è fin troppo facile. È pieno di librerie e di libri contro la Torino-Lione che giustificano anche le azioni violente. C’è il libro di Livio Pepino, ex capo di Magistratura Democratica […] che basta leggerlo!», aggiungendo di ritenere “cattivi maestri” «gente come Pepino che, invece di prendere le distanze, scrivono dei libri per attaccare Caselli». A fronte di ciò Pepino ha, ovviamente, presentato una querela per diffamazione che ha dato origine a un processo dai passaggi a dir poco anomali.
Come normalmente avviene per i fatti che non hanno come imputati esponenti No Tav (che beneficiano, per questo, di corsie temporali privilegiate) la querela è rimasta a lungo in attesa su qualche scrivania o in qualche armadio della Procura. Quando poi – eravamo ormai a fine 2017 ‒ il processo è arrivato in Tribunale, ci ha pensato Esposito a chiedere, prudentemente, la trasmissione degli atti al Senato essendo le sue dichiarazioni nient’altro che «opinioni espresse nell’esercizio delle sue funzioni di senatore» (sic!), come tali non sindacabili dal giudice ai sensi dell’art. 68 Costituzione. Così il processo è stato sospeso e il Senato ha avallato la richiesta dell’imputato eccellente. Troppo, evidentemente, anche per il Tribunale di Torino che – su richiesta della difesa di Pepino – ha sollevato conflitto di competenza davanti alla Corte costituzionale avendo il Senato «illegittimamente sottratto all’autorità giudiziaria il potere di decidere in ordine al reato contestato a Stefano Esposito». Con ordinanza depositata il 10 luglio 2020 la Corte Costituzionale ha – come ovvio – dichiarato ammissibile il conflitto e restituito gli atti al Tribunale per la comunicazione al Senato, necessaria ai fini del giudizio di merito.
Sembrava a questo punto, che dopo sei anni e mezzo, si potesse finalmente cominciare a discutere delle dichiarazioni di Esposito. E invece no. Curiosamente il Tribunale di Torino si è dimenticato di procedere alle dovute comunicazioni nei termini di legge. Così il processo è finito ancor prima di iniziare: la Corte costituzionale non ha potuto prendere in esame la declaratoria del Senato e il giudice non ha potuto far altro che pronunciare, il 14 settembre 2021, sentenza di assoluzione di Esposito «perché non punibile ai sensi dell’art. 68 Costituzione».
Incredibile ma vero. Per vedere riconosciuto il carattere diffamatorio delle dichiarazioni di Esposito non rimaneva a Pepino che iniziare una nuova causa civile per risarcimento danni. Ed era ciò che, se non altro per una questione di principio, si apprestava a fare quando, inaspettatamente, il prudente Esposito (evidentemente timoroso dell’esito del giudizio civile) ha proposto una transazione sulla base di un modesto risarcimento economico ma, insieme, di una lettera di scuse con totale ammissione del carattere diffamatorio delle proprie dichiarazioni. Questo il testo della lettera: «In relazione alle mie dichiarazioni rilasciate alla trasmissione radiofonica “La Zanzara” in data 13 gennaio 2014, intendo precisarLe quanto segue. In quell’occasione, preso dalla tensione del momento per il ritrovamento di tre bottiglie incendiarie sull’uscio di casa mia, ho espresso concetti oggettivamente diffamatori della Sua persona, dei quali mi scuso: non intendevo e non intendo in alcun modo mettere in collegamento la Sua persona con il ritrovamento di detti ordigni incendiari davanti alla porta del mio alloggio. La diversità di posizioni tra noi su questioni di rilevante valore politico-sociale non deve mai trascendere in gratuite accuse che diffamino la persona. Spero che queste mie, sia pur tardive, scuse vengano da Lei accettate e pongano fine ad un estenuante contenzioso».
Così la vicenda si è chiusa. La conclusione l’ha tratta lo stesso Esposito: le sue accuse erano gratuite e diffamatorie. Non c’è più neppur bisogno che lo dichiari un giudice. Ci sono voluti otto anni ma, a volte, il tempo è galantuomo.


Non abbiamo raccontato questa vicenda per puro compiacimento né per dare nuova visibilità a un ex senatore di cui non sentiamo certo la mancanza né come parlamentare né come intrepido guerriero di un fronte SI TAV senza se e senza ma.
Lo abbiamo fatto perché anche da questa vicenda emergono aspetti che più volte abbiamo denunciato.
Tralasciamo pure i confronti con i tempi della giustizia che quando si tratta di giudicare militanti no Tav apre corsie preferenziali che garantiscono tempi incredibilmente rapidi.
Ma non possiamo dimenticare le denunce nei confronti di personaggi riconducibili al fronte si tav che si sono perse per strada e di cui forse non sapremo mai che fine hanno fatto. Per quanto ci riguarda vale ad esempio per l’esposto-denuncia presentato a novembre 2020 alla Procura di Roma che pare si sia perso nel nulla.
E sull’esito della querela presentata lo scorso novembre nei confronti del direttore di Repubblica che ci accomunava ai terroristi degli anni ‘70 sapremo mai qualcosa?
Sono domande che aspettano risposta.

da qui

lunedì 10 gennaio 2022

L’insostenibile fascino della repressione

 


Le parole sono importanti.


Ecco la definizione di repressione secondo il vocabolario: “attività e azione violenta o intimidatoria attuata dal governo e dai centri di potere contro forze e movimenti rivoluzionari e progressisti, o comunque di opposizione, di protesta e di contestazione” (qui)


 

Nel 1977 Marco Bechis, al rientro in Italia, scampato alle torture (e alla morte) degli assassini argentini, fu accolto da due carabinieri, e al racconto delle scosse elettriche un carabiniere disse: “Laggiù sì che fanno sul serio, mica come da noi…” (p.187, Marco Bechis, La solitudine del sovversivo, (qui la recensione del libro)

 

Nel 2001 a Genova è successo quello che tutti sanno, ma nessun torturatore e picchiatore, e sopratutto nessuno dei loro capi, ha pagato (lo ricorda Enrico Zucca), anzi sono stati promossi, con merito, e quindi tutti i componenti delle forze dell’ordine sanno che comportarsi in quel modo è buono e giusto.

Non è fuori luogo pensare che in tutte le scuole delle forze dell’ordine degli ultimi 20 anni avranno insegnato che tutto ciò che non è vietato è lecito.

 

Intanto i capi d’accusa per cui si deve sprecare la vita in tribunale sono simili in tutto il mondo, in Egitto è molto usato il reato di diffusione di notizie false (leggi qui), a migliaia lo provano sulla propria pelle, per esempio Patrick Zaki e Alaa Abdel Fattah.

 

Da noi si usa molto l’associazione a delinquere e l’eversione (leggi qui), ma anche eversione e associazione a delinquere (qui, per esempio).

 

Per Paolo Persichetti la repressione è per rivelazione di notizie di cui sia vietata la divulgazione (leggi qui), ed è inquietante il modus operandi scandaloso delle forze dell’ordine:

Le chiedo anche come sia possibile entrare in una abitazione per una intera giornata stravolgendo la vita di una persona anziana, di due minori, di cui uno con una grave disabilità, del personale infermieristico e di sostegno che se ne occupa, con il pretesto di prelevare della documentazione molto specifica e limitata, riferita alle attività della Commissione Moro 2, per altro da me fornita subito senza problemi (e direi con estremo stupore visto che me la sono procurata scaricando il materiale dal sito di un ex membro della commissione stessa, https://gerograssi.it/b131-b175/#B131), ed invece portare via tutto ciò che era possibile. Arraffare ogni supporto informatico, persino telefoni cellulari obsoleti e rotti, vecchie pendrive che usavo per il mio lavoro di giornalista, le cartelle sanitarie e scolastiche dei miei figli, l’intero archivio fotografico della mia famiglia e di mia moglie, che è fotografa e da mesi si ritrova privata di parte del suo archivio, sottrarmi i miei strumenti di lavoro, computer, tablet, telefonino, portare via tutto l’archivio dei miei studi universitari, il mio intero archivio storico personale raccolto presso l’archivio centrale dello Stato, l’archivio storico del senato, le biblioteche parlamentari e pubbliche, l’archivio della corte d’appello di Roma, i materiali della direttiva Prodi e Renzi, quelli della prima commissione Moro e della commissione Stragi, una infinità di files scaricati da fonti aperte. Quale può essere la finalità investigativa di un’azione del genere? Una pesca a strascico indiscriminata che mi ha sottratto del mio passato, della mia intimità (cosa può esserci di sospetto nelle foto dei miei figli in sala parto?) e che – a quanto pare – ha il solo fine di menomare la mia attività, di imbavagliare la mia ricerca, di prendere in ostaggio la storia, di sequestrare il passato.

 

Della repressione dei militanti no Tav sappiamo molto (qui l’ultimo caso, quello di Emilio Scalzo, qui e qui Angelo Tartaglia spiega l’assurdità di quel mostro della Tav in Val di Susa, ma solo chi è intellettualmente onesto può capire); sappiamo anche che se il potere militare, politico, giudiziario avesse dedicato solo la metà di quello sforzo repressivo verso le mafie e l’evasione fiscale dei milionari (in euro) e avesse scatenato l’unica guerra giusta, quella contro i paradisi fiscali, l’Italia sarebbe un paese migliore.


qui un interessante intervento di Livio Pepino, su democrazia e repressione

 

Interessante ascoltare qui Federico Petroni e Alfonso Desiderio, di Limes, il ruolo passivo del nostro paese nella straordinaria repressione a stelle e strisce, per ricordarci il compito dell’Italia, quello del servo (ecco perché si chiamano servitù militari).

 

Nella nostra Costituzione nata dalla Resistenza, ma anche in tante altre, si parla di libertà, di parola, di stampa, di opinione, di ricerca, di associazione, quando è stata scritta, dopo la seconda guerra mondiale, erano libertà da tutelare, negli anni, in maniera sempre più veloce, sono diventate libertà da reprimere.

Le libertà che si espandono sono quelle di produrre e vendere armi, sistemi di repressione e sorveglianza.


Gli stati uniti del mondo delle libertà, gli stati uniti del mondo della repressione, gli stati uniti del mondo dell’oppressione e gli stati uniti del mondo del colonialismo e del neo-colonialismo sono facce della stessa medaglia, sporca di sangue (qui si ricordano gli Stati Uniti d'America come il paese più terrorista del mondo).

Ogni paese ha mille strumenti per la repressione, le bombe, l’esercito, il carcere, la polizia, i tribunali, dipende dalla resistenza incontrata o dalle convenienze, dal sistema giudiziario o dalle leggi dei paesi interessati, o anche solo infischiandosene della volontà popolare.

 

Tanti, troppi, sono oggetto di repressione, dai curdi a Julian Assange, dalle donne afghane ai neri degli Usa (e non solo), dagli indigeni dal Canada fino alla Terra del Fuoco ai palestinesi, dai migranti agli stranieri, da Mimmo Lucano (qui un lucido commento di Marco Revelli) e tutti quei milioni che hanno votato, inascoltati, nel 2011 perché dell’acqua non si facesse profitto.

Molte centinaia di milioni (o qualche miliardo?) di persone in tutto il mondo sono umiliate e offese, unitevi, direbbe Karl Marx.