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lunedì 5 aprile 2021

Il potere straordinario e immeritato delle agenzie di rating private - Jayati Ghosh


Il 10 marzo l’agenzia di rating Moody’s ha messo l’Etiopia sotto osservazione per un possibile declassamento. Il problema non è la repressione nella regione del Tigrai. Il fatto è che il governo etiope, che beneficia della sospensione del servizio del debito (Dssi), si è impegnato a trattare con dei creditori privati all’interno del quadro comune del G20 sul trattamento del debito. E questo, secondo Moody’s, genera il rischio che quei creditori registrino perdite. A quanto pare il paese, per questo motivo, dev’essere punito. La Dssi mira a sostenere i paesi poveri durante la pandemia, mentre il quadro comune del G20 è stato concepito per aiutare gli stati a ristrutturare il loro debito. Ma ora la minaccia di declassamento del rating getta un’ombra sul futuro di questi paesi.

La vicenda evidenzia un problema della finanza internazionale: il potere straordinario e immeritato esercitato da poche agenzie di rating private. Tre di loro – Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch Ratings – controllano più del 94 per cento delle valutazioni di riferimento del credito. E hanno rilevanti partecipazioni incrociate. Queste aziende determinano l’andamento del mercato, influenzano la distribuzione dei portafogli finanziari, la valutazione del debito e il costo del capitale. Con una mossa che ha rafforzato la loro autorità, la Security and exchange commission (Sec, l’autorità di vigilanza della borsa statunitense) le ha riconosciute come organizzazioni ufficiali di rating statistico. E molti investitori istituzionali devono piegarsi alle loro decisioni.

Le perplessità sulle agenzie di rating furono espresse per la prima volta ai tempi dello scandalo Enron, nel 2001. La Enron, un’azienda che si occupava di servizi energetici, fu accusata di usare trucchi contabili e complessi strumenti finanziari per ingannare investitori, creditori e autorità di controllo a proposito del suo valore. Le tre principali agenzie di rating rilasciarono delle valutazioni positive della Enron pochi giorni prima del collasso dell’azienda. Sono state accusate anche di aver reso possibile la bolla dei mutui subprime negli Stati Uniti, il cui scoppio ha scatenato la crisi del 2008. È noto inoltre che hanno fatto alcune valutazioni sulla base di posizioni ideologiche.

Eppure, come fa notare in un recente rapporto Yuefen Li, l’esperta delle Nazioni Unite sul debito estero e i diritti umani, le agenzie di rating non devono rendere conto a nessuno dei loro errori. Le loro valutazioni sono legalmente descritte come “opinioni”, quindi protette dalle leggi sulla libertà d’espressione, e i loro metodi non sono pubblici. In poche parole, non si fanno carico della responsabilità che dovrebbero avere per l’enorme potere che esercitano. Inoltre, fa notare Li, i conflitti d’interesse abbondano. Le agenzie di rating sono aziende private, finanziate per lo più dalle istituzioni che in teoria dovrebbero giudicare. E poiché fanno parte dei mercati che valutano, il loro interesse privato modella inevitabilmente i loro processi decisionali. Le agenzie di rating sono state, per esempio, coinvolte nella creazione di prodotti finanziari la cui valutazione spettava proprio a loro.

Le autorità di controllo cercano di limitare i conflitti d’interesse nella finanza, eppure non hanno alcun problema con il fatto che le agenzie di rating si autoregolamentino. Questa assenza di controlli riflette in parte la grande capacità di fare pressioni di Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch Ratings. E sta generando gravi rischi, che la pandemia ha accentuato. Come sottolinea Li, per esempio, il rating tende a seguire il ciclo economico, cioè a essere più severo durante le crisi: questo rende le condizioni del mercato finanziario inospitali per i paesi in via di sviluppo, che vedono declassate le proprie prospettive economiche. Ora, con l’ultima mossa di Moody’s, questi paesi avranno paura ad avviare le trattative sulla ristrutturazione del debito con i creditori privati.

 

Se i governi del G20 vogliono migliorare le posizioni debitorie dei paesi in via di sviluppo durante la crisi del covid-19, dovrebbero cominciare chiedendo la sospensione temporanea delle classificazioni del credito. A medio termine, le autorità di regolamentazione devono garantire che le agenzie di rating svolgano il loro ruolo di stabilizzazione del mercato. Ed è fondamentale affrontare i conflitti d’interesse.

Ma regolamentare le agenzie di rating private potrebbe non bastare. La Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo sostiene da tempo che il mondo ha bisogno di un’agenzia di rating pubblica e indipendente, che faccia valutazioni obiettive su stati e aziende. Servirebbe anche per valutare gli strumenti usati per finanziare gli investimenti pubblici, dei quali ci sarà grande richiesta nei prossimi anni.

Un’agenzia globale avrebbe senso, perché i rating, soprattutto quelli riferiti al debito sovrano, sono internazionali per vocazione. E fornirebbe un contrappeso necessario ad agenzie private che non devono rendere conto a nessuno.

 

(Traduzione di Federico Ferrone)

 

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lunedì 21 dicembre 2020

Attenzione all’apartheid sanitario - Jayati Ghosh

La casa farmaceutica statunitense Pfizer e il laboratorio tedesco Biontech hanno annunciato che, secondo i primi test clinici, il loro vaccino contro il covid-19 ha dimostrato un’efficacia superiore al 90 per cento. Il 16 novembre l’azienda di biotecnologie statunitense Moderna ha annunciato che il suo vaccino sperimentale si è rivelato efficace al 94 per cento. In tutto il mondo la notizia ha suscitato la speranza che la vita possa presto tornare alla normalità. Questa speranza però potrebbe durare poco. L’annuncio ha anche spinto i governi a sgomitare per rivendicare il loro accesso al vaccino, realizzando una fosca previsione: i paesi ricchi monopolizzeranno le prime dosi di qualsiasi vaccino efficace.

Il Covax, il programma globale per la distribuzione del vaccino guidato dall’Organizzazione mondiale della sanità, dalla Cepi (una coalizione per la prevenzione delle epidemie con sede in Norvegia, finanziata dalla fondazione Bill e Melinda Gates e da alcuni governi) e dall’alleanza Gavi (alla quale aderiscono alcuni paesi in via di sviluppo), è stato creato per scongiurare questa possibilità. Il Covax dovrebbe garantire che tutti i paesi abbiano accesso alle dosi. È nato anche per evitare che i paesi ricchi si accaparrino il vaccino. Finora al progetto hanno aderito più di 180 paesi, che rappresentano quasi due terzi della popolazione mondiale. Tra questi ci sono 94 stati ad alto reddito, ciascuno dei quali ha preso degli impegni vincolanti. Avranno tutti accesso ai vaccini nella lista del Covax e ognuno pagherà le proprie dosi. I 92 paesi a basso reddito invece le riceveranno gratuitamente.

Il piano Covax prevede di distribuire il vaccino in due fasi. Nella prima tutti i paesi partecipanti dovrebbero ricevere le dosi in proporzione alla propria popolazione, con un numero di vaccini sufficiente a immunizzare il 3 per cento delle persone più a rischio, in particolare il personale medico e assistenziale. In seguito sarebbero distribuite nuove dosi destinate ad anziani e persone affette da altre malattie, fino a quando il 20 per cento della popolazione di ciascun paese sarà immunizzato. Nella seconda fase i vaccini sarebbero distribuiti a paesi specifici in base alla velocità con cui si diffonde il virus, alla diffusione di altri patogeni (come il morbillo), e alla vulnerabilità al rischio di sovraccarico degli ospedali. Date le limitazioni esistenti – il vaccino della Biontech e della Pfizer, per esempio, dev’essere somministrato due volte a distanza di tre settimane, e al massimo solo 1,35 miliardi di dosi potranno essere prodotte entro la fine del 2021 – è difficile immaginare un sistema più equo.

Rischio monopolio
Tuttavia ci sono alcuni ostacoli. Primo fra tutti il fatto che gli Stati Uniti, a differenza della Cina, che l’ha fatto a ottobre, non hanno ancora aderito al Covax. Naturalmente nessuno si è stupito del rifiuto di Donald Trump, ma ci sono buoni motivi per sperare che il prossimo presidente Joe Biden sarà più disponibile. Nel frattempo la Cina ha lavorato in maniera aggressiva e indipendente allo sviluppo di un suo vaccino: almeno quattro potenziali candidati sono ora alla sperimentazione di fase tre.

C’è un altro problema: i paesi che aderiscono al Covax sono anche in competizione tra loro per assicurarsi accordi bilaterali con le case farmaceutiche. Il Regno Unito ha prenotato quaranta milioni di dosi del vaccino Biontech-Pfizer; l’Unione europea ha concluso un accordo per un massimo di trecento milioni di dosi; gli Stati Uniti, con una popolazione di 328 milioni di abitanti, hanno ordinato cento milioni di dosi e hanno il diritto di acquistarne altri cinquecento milioni, un obiettivo così alto da far pensare a un tentativo di monopolizzare il mercato. Anche il Brasile – che aderisce al Covax – è in trattative con la Pfizer. E lo stesso vale per molti altri paesi.

Pochi giorni dopo il suo annuncio, la Pfizer ha venduto più dell’80 per cento delle dosi che riuscirà a produrre entro la fine del prossimo anno a governi di stati dove vive il 14 per cento della popolazione globale. In pratica, se questo sarà il primo vaccino efficace ad arrivare sul mercato, la maggioranza della popolazione mondiale non potrà averlo.

Ci sono altri vaccini candidati: attualmente più di duecento, di cui circa cinquanta in fase di sperimentazione clinica. I governi dei paesi ricchi hanno già concluso accordi per un accesso prioritario ai vaccini sviluppati, tra gli altri, dalla Moderna, dalla Johnson & Johnson, dalla AstraZeneca. Ovviamente i paesi poveri non hanno questa possibilità.

Una pandemia può essere superata solo quando viene sconfitta ovunque. Adottare un sistema “paese per paese” è irrazionale. Eppure è esattamente quello che sta succedendo. Se non cambiamo rotta, l’apartheid sanitario globale si radicherà sempre di più, portando le disuguaglianze a nuove vette. E la pandemia sarà ancora tra noi. Avremo semplicemente aggiunto nuovi problemi a quelli che non siamo stati in grado di risolvere.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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mercoledì 14 ottobre 2020

La classifica manipolata della Banca mondiale - Jayati Ghosh

 

L’indice Doing business della Banca mondiale, una classifica che elenca i paesi dov’è più facile fare l’imprenditore, ha destato sospetti fin dalla sua istituzione nel 2003, ma gli economisti hanno cominciato a criticarlo solo di recente. Anche se la Banca mondiale ha ammesso i suoi difetti, l’indice ha già danneggiato molto i paesi in via di sviluppo, e dovrebbe essere eliminato. La Banca mondiale è stata costretta a sospendere la pubblicazione del Doing business a causa di “irregolarità”. L’ultimo scandalo riguarda una falsificazione dei numeri: a quanto pare i dati di quattro paesi (Azerbaigian, Cina, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) sono stati alterati almeno per gli anni 2017 e 2019, facendo apparire la situazione più rosea della realtà. La Banca ha avviato una verifica indipendente e si è impegnata a correggere gli errori.

Questa è però una questione minore rispetto a tutte le altre preoccupazioni che l’indice solleva. Nel 2018 Paul Romer, all’epoca economista capo presso la Banca mondiale, ne ha evidenziate alcune. Secondo Romer, nei quattro anni precedenti alla sua analisi la maggior parte dei cambiamenti nella classifica dei paesi era stata influenzata dall’orientamento politico dei governi. In particolare, Romer ha detto che i dati per il Cile sembravano manipolati per dimostrare che nel paese le condizioni per le aziende peggioravano con un governo di sinistra. La posizione in classifica del Cile ha fluttuato tra il 25° e il 57° posto tra il 2006 e il 2017: quando era presidente la socialista Michelle Bachelet la posizione peggiorava, con il conservatore Sebastián Piñera migliorava. Romer si è scusato, ha insinuato che la Banca aveva manipolato la classifica per motivi politici, ma in seguito è stato costretto a ritrattare l’accusa e si è dimesso dal suo incarico. Justin Sandefur e Divyanshi Wadhwa del Center for global development hanno scoperto che il peggioramento della posizione del Cile durante le presidenze di Bachelet era unicamente il risultato di aggiustamenti metodologici. Le leggi e le politiche del Cile non erano cambiate.

L’indice sulla “facilità di fare impresa” è accolto ogni anno con grande attenzione dai mezzi d’informazione. Perfino i ricercatori universitari hanno usato i dati come indicatori del sostegno di un governo agli investimenti privati. Di conseguenza i governi fanno a gara per migliorare la posizione in classifica del loro paese, nella speranza di attirare più investimenti stranieri e aumentare la loro credibilità sul fronte interno. I politici hanno fatto ricorso a volte a misure disperate (ed efficaci) per beffare il sistema. Tra i casi più famosi c’è quello del governo indiano, che ha modificato alcune leggi per migliorare il punteggio del paese, riuscendo a scalare la classifica dal 142° posto del 2015 al 63° del 2020. Paradossalmente, la posizione dell’India è migliorata anche se il suo tasso d’investimenti (inteso come quota del pil) è sceso ininterrottamente, passando dal 40 per cento del 2010 al 30 per cento del 2019.

Com’è possibile che il Doing business si sia sbagliato così tanto? È vero che possono esserci conflitti d’interesse, ma il problema principale dell’indice è proprio il modo in cui è stato concepito. Dovrebbe analizzare un paese nel suo complesso, invece si occupa solo delle leggi dei governi (con l’eccezione dell’indicatore fiscale, che conta le tasse come una quota del profitto lordo).

Restano fuori alcune norme che hanno un impatto sulle imprese, come quelle finanziarie, ambientali e sulla proprietà intellettuale. Cosa ancora più importante, l’indice non considera le condizioni e le politiche macroeconomiche, l’occupazione, la criminalità, la corruzione, la stabilità politica, i consumi, le disuguaglianze e la povertà. Oltretutto si concentra interamente sulla “facilità” di fare impresa e sui costi che le leggi comportano per le aziende e non prende in considerazione i benefici di queste norme o il fatto che possano determinare un ambiente nel complesso migliore per le aziende. Allo stesso modo, considera le tasse solo un costo e non una fonte di entrate che possono essere usate per creare benefici economici come infrastrutture o manodopera qualificata.

Nel complesso quindi l’indice Doing business non vede di buon occhio le regolamentazioni: meno regole ha un paese, migliore è la sua posizione in classifica. Come hanno osservato Isabel Ortiz e Leo Baunach, l’indice di fatto “indebolisce il progresso sociale e promuove la disuguaglianza” perché “incoraggia i paesi a prendere parte ‘all’esperienza della deregolamentazione’, che comprende riduzioni nelle forme di protezione per l’impiego, contributi previdenziali più bassi (definiti ‘tasse sul lavoro’) e una più bassa tassazione per le aziende”. Ortiz e Baunach hanno ragione quando sostengono che è ora di smetterla di pubblicarlo. E la Banca mondiale dovrebbe scusarsi con il mondo in via di sviluppo per tutti i danni che questo strumento ha provocato.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)


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