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mercoledì 1 gennaio 2025

Dopo la fuga dalla guerra, inizia l’altra battaglia: quella per vivere una vita decente - Mauro Armanino

‘Io sono la guerra’, aveva quasi urlato Cisca, originaria della Democratica Repubblica del Congo. Una storia di esilio senza fine costellata da innumerevoli esperienze vissute sulla propria carne di donna. Si trova adesso nel suo paese di origine e i contatti, fatalmente, col tempo si sono allentati. Potrebbe essere un buon segno perché lei voleva mettersi al servizio di donne, come lei, ferite dalla guerra.

Una volta cominciate le guerre non finiscono mai. Lasciano paure, cicatrici, traumi, ferite, memorie di congiunti, amici e vicini uccisi o minacciati di morte. La fuga, l’esilio e, spesso, il lungo viaggio alla scoperta di una terra ospitale nell’inutile tentativo di dimenticare il dramma vissuto nella propria. Le immagini della casa abbandonata, bruciata e distrutta abiteranno per sempre i loro occhi.

Sono arrivate a Niamey non da molto. Le vedove e le madri i cui figli hanno perso la vita per le azioni terroriste di ‘Boko Haram’ o altri gruppi affini. Molte di loro avevano trovato lavoro nel Mali, cercando un improbabile riparo dalla violenza armata. Anche in quel Paese le cose si erano messe male e così, per vie traverse hanno raggiunto il Niger. Altre donne le hanno raggiunte per analoghi motivi. Queste ultime, come le precedenti, sono scappate dal ‘gigante’ demografico e in parte anche economico dell’Africa, la Nigeria. Queste persone non sono che fastidiose incombenze statistiche per le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie. Vivono di nascosto in città col numero imprecisato di bambini ignari, per ora, del destino che li attende. Le guerre, quando incominciate, non finiscono mai.

Dopo la guerra, la violenza armata, l’esodo, la fuga e la scomparsa del mondo conosciuto comincia l’altra guerra. Quella che si continua a combattere per ricominciare a vivere una vita decente in mezzo a gente che troppo spesso non coglie il dramma che gli sfrattati del futuro si portano dentro.

Alfredo è partito dal Camerun dove aveva creato un’accademia di calcio. Ora gioca, di nascosto, con la vita. I ricordi gli scivolano tra le dita. La figlia di cui non ha più notizie e la famiglia di cui ha perso le tracce. La guerra nella guerra continua per il cibo, un alloggio, i documenti, la salute e un lavoro che gli permetta di ridare vigore alle sue illusioni perdute. Prega, partecipa a convegni religiosi e, da qualche giorno, si è presentato alla Casa della Cultura russa recentemente apertasi a Niamey.

Vorrebbe cominciare a seguire i corsi gratuiti di lingua perché spera, un giorno, di essere scelto per una borsa di studio in Russia. Difficile cogliere dove può condurlo la sorte. Nel frattempo ha seguito corsi di informatica e spera di tanto di fondare un’altra accademia. In essa si imparerebbe come le spade possano diventano vomeri, le lance falci e l’arte della guerra sarebbe ripudiata per sempre.

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venerdì 13 settembre 2024

Nasce la ‘Confederazione del Sahel’ che cancella l’Africa francese

 

Si consolida l’alleanza tra le giunte militari al potere in Mali, Niger e Burkina Faso, che decidono di ‘federarsi’ creando un blocco alternativo alla Comunità economica dei Paesi dell’Africa sub-sahariana (Cedeao o Ecowas), organismo regionale accusato di essere uno strumento delle ex potenze coloniali occidentali, in particolare della Francia. Basta ‘Franco CFA’, cercasi nome alla nuova moneta. Tensioni tra Burkina Faso e Costa d’Avorio per presunte basi segrete francesi.

L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione

Dopo l’avvio di una stretta collaborazione militare che ha portato all’espulsione della maggior parte delle truppe occidentali presenti nel Sahel e all’avvio di una strategia comune contro l’insorgenza jihadista, i tre paesi ora accelerano anche sulla cooperazione sul fronte economico, sanitario, dell’istruzione e delle infrastrutture, sottolinea ‘Pagine Esteri’. «Nei giorni scorsi, i tre paesi hanno annunciato la creazione della ’Confederazione degli Stati del Sahel’, evoluzione della precedente ‘Alleanza del Sahel’ formalizzata a settembre», precisa Marco Santopadre.

Mali, Niger e Burkina Faso a tutta economia

Riuniti a Niamey, capitale del Niger, i capi dei tre governi nati da diversi e successivi golpe anti coloniali, hanno formalizzato la creazione di una ‘Banca di investimento comune’ e di un ‘Fondo di stabilizzazione’, già annunciati a novembre. Assimi Goita, Ibrahim Traoré (Burkina Faso) e Abdourahamane Tiani (Niger) hanno poi deciso di creare una «Forza Unificata del Sahel», per rafforzare la lotta contro i ribelli islamisti. A guidare la neonata Confederazione sarà il ‘presidente ‘di transizione’ del Mali, colonnello Assimi Goita, nominato presidente di turno dell’organizzazione con un mandato di un anno.

Verso l’addio al ‘Franco CFA’

I tre paesi continuano lavorare sugli aspetti tecnici per arrivare ad abbandonare il ‘Franco CFA’ (nel 1945, CFA era l’acronimo di ‘Colonie Francesi d’Africa’; successivamente, divenne acronimo di ‘Comunità Finanziaria Africana’), con l’intenzione di adottare una moneta comune ai tre paesi. Infine, i capi delle tre giunte militari hanno incaricato i ministri competenti di elaborare urgentemente tutte le procedure tecnico diplomatiche per l’uscita dei tre Paesi dei Sahel dalla Cedeao (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale), l’accordo economico stipulato da dodici Stati dell’Africa occidentale nel 1975, e tuttora in vigore, ma destinato a scadere il prossimo anno.

Cancellare anche il nome del ‘Franco’

La creazione della “Confederazione del Sahel” ha ovviamente allarmato l’organismo regionale, che ha tenuto un vertice straordinario ad Abuja (Nigeria) il 7 luglio. Con la fuoriuscita di Mali, Niger e Burkina Faso, infatti, la Cedeao perderebbe più del 12% del Pil e il 16% della popolazione, oltre che tre paesi ricchi di risorse minerarie e strategici sul piano geopolitico. Mentre i cinque Paesi che restano della ‘Cedeao’ hanno progettato di adottare una moneta comune a partire dal 2025; la moneta dovrebbe chiamarsi Eco. L’unione monetaria verrà detta ‘Zona monetaria dell’Africa occidentale’ (ZMAO). E anche questa nascita, prevista a partire dal 2025.

Rischi e minacce

In caso di ritiro dei tre della ‘Confederazione del Sahel’, ha detto il presidente della Cedeao, l’organismo regionale in vita ormai da mezzo secolo, Omar tre paesi del Sahel potrebbero perdere finanziamenti per più di 500 milioni di dollari. Per Touray, rischio di disintegrazione della Cedeao che interromperebbe la libertà di movimento per i suoi 400 milioni di abitanti e peggiorerebbe la sua sicurezza. Il rischio di una disintegrazione paventato anche dal presidente del Senegal Bassirou Faye, che sostiene la necessità di liberare l’organismo «dagli stereotipi che la dipingono come un’organizzazione ‘soggetta alle influenze di poteri esterni’». Sentori di colonialismo, con Faye che ha anche criticato le sanzioni imposte dalla Cedeao ai tre paesi ‘ribelli’ dopo i rispettivi colpi di stato.

Basi segrete francesi in Costa d’Avorio

Intanto la giunta militare al potere in Burkina Faso ha alzato i toni nei confronti di Costa d’Avorio e Benin, accusati di essere strumenti dell’ingerenza di Parigi nella regione. «Non abbiamo nulla contro il popolo ivoriano. Ma abbiamo qualcosa contro chi governa la Costa d’Avorio. Esiste un centro operativo ad Abidjan per destabilizzare il nostro Paese» ha dichiarato il leader della giunta militare, che accusa il Benin di ospitare due installazioni militari francesi segrete, a suo dire utilizzate per addestrare terroristi contro il Burkina Faso. La Costa d’Avorio è ancora saldamente nell’orbita politica, economica e militare di Parigi. Il Benin ha un conflitto aperto anche con il Niger dopo che questo ha bloccato il trasporto di petrolio da un oleodotto cinese verso il porto di Cotonou.

Burkina e risorse minerarie

Traoré, il capo della giunta del Burkina ha annunciato di voler rimanere al potere nei prossimi cinque anni, partendo da subito con la nazionalizzazione delle risorse minerarie – soprattutto di oro – e il blocco dei permessi di estrazione finora concessi a multinazionali straniere. A novembre la giunta militare burkinabé ha avviato la costruzione di una raffineria d’oro, mentre a gennaio ha inaugurato il primo impianto per la lavorazione dei residui minerari (principalmente carbone fino, scorie, concentrati acidi e ceneri), per avere maggior controllo sul loro trattamento e smettere di esportarli. La fabbrica è di proprietà di una società privata locale, la Golden Hand, di cui lo stato controlla il 40%.

Le ricchezze sono mie e le sfrutto io, e gli amici

D’ora in poi gli unici attori stranieri che saranno autorizzati a sfruttare il settore minerario del paese, ha detto Traoré, saranno «i sinceri partner che accettano di sostenerci nella lotta contro l’insorgenza jihadista, spesso legata ad Al Qaeda o a Daesh». Un implicito richiamo alle relazioni commerciali avviate con Mosca in cambio di un sostegno militare che però finora non ha sortito gli effetti sperati.

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sabato 10 agosto 2024

Niger a un anno dal golpe: l’albero (della sovranità) si riconosce dai suoi frutti – Mauro Armanino

 

L’attuale capo di stato ha decretato il 26 luglio come nuova festa nazionale del Niger. Ciò per sottolineare la cesura tra un prima e un dopo l’ultimo colpo di stato militare che ha spodestato il presidente Mohammed Bazoum, a tutt’oggi detenuto nel palazzo presidenziale.

La festività, artisticamente orientate al ricupero delle culture tradizionali, durerà sino alla celebrazione della festa nazionale, il prossimo 3 agosto. Dal 1975 c’è l’usanza, per l’occasione, di piantare un albero come simbolo e contributo a rallentare l’avanzata del deserto. Si celebra, in qualche modo, l’Indipendenza dall’indipendenza per una nuova dipendenza, quella della ‘sovranità nazionale’. Il Paese è infatti indipendente dal giogo coloniale francese dal 1960, l’anno delle indipendenze per 14 Paesi dell’Africa subsahariana francese. Si aggiunsero il Congo Belga, la Somalia italiana e la Nigeria britannica. L’Etiopia, la Liberia e la Guinea avevano già gustato il frutto, dolce e amaro, della sovranità.

I militari che hanno preso il potere negli stati che hanno scelto di formare ‘l’Alleanza del Sahel’, il Mali, il Burkina Faso e il Niger, hanno affermato di aver risposto alle aspirazioni dei rispettivi popoli, stanchi dell’insicurezza, la miseria e la pessima conduzione politica. La modalità scelta dagli autoproclamati capi di stato e secondo il contesto dei Paesi citati è quella di unire i popoli attorno al valore della ‘sovranità nazionale’, come collante e nuova religione del momento. Non è dunque casuale che, in questo spazio saheliano, si punti al ricupero di un passato mitizzato, per così dire ‘imperiale’, per rifondare la sovranità. È questa la ‘porta’ che vuole chiudere con 60 anni di ‘democrazia occidentale’ non adatta ai popoli del Sahel e aprire al passato delle tradizioni in grado di rifondare una ‘democrazia africana del Sahel’.

Non appare dunque casuale se questo progetto di ricostruzione politica vuole realizzarsi: la creazione e il mantenimento ‘aggiornato’ di un nemico. Siano i gruppi armati terroristi, il neocolonialismo, l’imperialismo, l’insieme degli stati dell’Africa occidentale che hanno applicato le sanzioni dopo il colpo di stato, le basi militari straniere sul posto e, in genere, quanti non sono d’accordo con questo progetto di ingegneria politica. Il nemico è insostituibile e varierà nel tempo, nello spazio e a seconda delle necessità del momento. I militari hanno giustificato la presa di potere adducendo come motivi principali la lotta all’insicurezza, la situzione economica e la pessima e corrotta gestione del potere politico. La ‘Salvaguardia della Patria’, missione che il Consiglio Nazionale dei militari si è data, si è gradualmente tradotta nella riappropriazione dell’identità profonda dei popoli del Sahel. Il rischio di assumere, tradurre (o tradire) le attese dei popoli è sempre molto alto quando ci arroga il diritto di rappresentarlo o manipolarlo. Una porta che si chiude e che si apre al passato per illuminare il presente come una sfida.

Esso è costituito, come sempre, dall’ostinatezza della realtà, puntuale e inesorabile nella sua perentorietà. Dal momento del colpo di stato alla data, le persone uccise (militari e civili) si contano a centinaia. Si prende atto che in alcune zone delle ‘Tre Frontiere’ (Mali, Burkina, Niger) lo stato è inesistente e la legge è dettata piuttosto da gruppi armati che manipolano la religione per fini di potere. Il numero di profughi e sfollati non è affatto diminuito. Migliaia di contadini non potranno lavorare la terra e questo aumenterà il numero delle persone in vulnerabiltà alimentare o in carestia, che già si contano a milioni. Le condizioni di vita dei cittadini del Paese si sono ulteriormente deteriorate. Per le famiglie assicurare il cibo, la salute, l’educazione e gli affitti rappresenta una scommessa alla sopravvivenza. Trovare un lavoro decente è come osare intraprendere il percorso di un combattente. La criminalità spicciola e quella più organizzata fanno ormai parte del quotidiano della città.

Di tutto ciò, nella settimana festiva, probabilmente si dirà poco o nulla. Le danze tradizionali e gli slogan passeranno in fretta. Diceva il saggio, a ragione, che l’albero (della sovranità) si riconosce dai suoi frutti.

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domenica 24 dicembre 2023

Cospirazioni e cospiratori - Mauro Armanino

 

La parola cospirazione deriva dal latino cum spirare (respirare con), e cioè essere animati dal medesimo afflato, per indicare un accordo profondo, intellettuale e sentimentale, in direzione del conseguimento dell’obiettivo prefissato. Spesso senza saperlo si concorre, respirando assieme, alla creazione di una comune frontiera che alcuni si ostinano a chiamare speranza. La prima cosa che respiriamo assieme in questo spazio, noi cospiratori e fautori di cospirazioni, è la polvere. La polvere della dignità si congiunge con quella della giustizia per imparare a resistere come solo i poveri, fatti di polvere, hanno imparato a fare per sopravvivere

 

La prima cosa che respiriamo assieme, in questa stagione del Sahel chiamata dell’HARMATTAN è la polvere. La respiriamo proprio tutti seppure in misure distinte. C’è chi mette le mascherine da Covid e chi, più rispettoso della tradizione, copre buona parte del volto col turbante sullo stile dei ‘tuareg’ che in questo ambito hanno una grande esperienza. Respirare assieme è proprio ciò che significa, etimologicamente, una ‘cospirazione’. Lo ricorda il dizionario…’ La parola cospirazione deriva dal latino cum spirare (respirare con), e cioè essere animati dal medesimo afflato, per indicare un accordo profondo, intellettuale e sentimentale, in direzione del conseguimento dell’obiettivo prefissato’. Il respiro e lo spirito affondano nella stessa radice etimologica. Che quindi i cospiranti, alla fine, sono quelli che condividono un medesimo spirito, un uguale, affratellante slancio dell’animo. Talvolta condividono anche l’ avversione o sovversione del sistema.

Nel Sahel ci sono infatti cospirazioni e cospiratori ma non solo per causa della polvere che si respira. C’è chi cospira per mestiere e chi per convenienza, chi si accontenta di un cambiamento di facciata e chi vuole la rivoluzione. Abbiamo gruppi armati che aspirano ad una trasformazione radicale dell’assetto sociale e troviamo nella stessa zona i banditi che applicano all’oggi le razzie di un tempo con l’appoggio di mercanti di armi, droga e persone umane. Anche i milioni di sfollati, rifugiati e profughi, a modo loro, vivono assieme la cospirazione più profonda e unica che ci sia, quella della sofferenza silente e spesso inosservataI migranti, gli ‘esodanti’, gli avventurieri dal destino segnato per sempre, a loro volta, cospirano per un mondo differente a cominciare dalle frontiere. Spesso senza saperlo si concorre, respirando assieme, alla creazione di una comune frontiera che alcuni si ostinano a chiamare speranza.

La prima cosa che respiriamo assieme in questo spazio, noi cospiratori e fautori di cospirazioni, è la polvere. Fine com’è, ci unisce e ci tradisce proprio come fa la storia umana. Verrebbe  allora da suggerire al pallido vento che unisca le polveri di tutto il mondo! La polvere della dignità si congiunge con quella della giustizia per imparare a resistere come solo i poveri, fatti di polvere, hanno imparato a fare per sopravvivere. Respiro, soffio, alito e vento sono ciò che unisce i cospiratori perché della stessa polvere di vento sono impastati. Un vento che passa e si dirige dove non sa, senza frontiere e destinazione, anarchico e imprevedibile, incurante dei regimi di transizione, di eccezione, civili e militari. Un vento che solleva la polvere che la politica di questi mesi, dal colpo di stato ad oggi, cerca con tenacia invano di mettere a tacere. Nel Sahel i veri cospiratori sono coloro che rincorrono il vento e gli affidano la libertà perduta.

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venerdì 18 agosto 2023

Africa, i tempi stanno cambiando

                               

di Francesco Masala, con video, articoli e musica di Farida Bemba Nabourema, Davide Malacaria, Luciano Vasapollo, Giacomo Gabellini, Stefano Orsi, Natale Salvo, Patrizia Sterpetti, Bob Dylan, Raoul Peck, Remocontro, Piero Orteca

Africa, i tempi stanno cambiando – Francesco Masala

L’Unione europea non riconosce gli illegittimi e criminali bombardamenti in Libia da parte dei paesi paria del diritto internazionale, ha detto l’Alto rappresentante per la politica estera, Josep Borrell.

In una nota, Borrell ribadisce che il presidente libico, Muʿammar  Gheddafi, “è stato democraticamente eletto e quindi è e resta l’unico legittimo presidente” del Paese.

“L’Ue – prosegue Borrell – chiede la sua liberazione immediata e senza condizioni e ritiene i golpisti responsabili della sua sicurezza e di quella della sua famiglia”. (da qui)

come avrete capito Borrell non ha mai detto quelle parole, se non lo conoscete leggete questo quadretto di Josep Borrell

 

intanto eccolo qui, in una recente foto oscena:

non è il principe De Curtis, è proprio Josep, volato nell’Africa Nera per sostenere e rappresentare i valori comuni dell’Europa: imperialismo, colonialismo, sfruttamento economico, terrorismo, neo colonialismo, (neo)nazismo, sterminio, suprematismo bianco, genocidio, razzismo, omicidi, minacce, servilismo, bugie, tra gli altri.

intanto il mondo cambia a velocità supersonica e Borrell crede di vivere nel secolo di Cuore di Tenebra, quando regnava quell’assassino seriale, non inferiore a Hitler, che era il genocida Leopoldo II del Belgio.

intervenire in qualche paese rosso creerebbe qualche resistenza e molti problemi.

(In rosso appaiono i Paesi africani che hanno accordi militari con la Russia)

in altri (recenti) tempi quei ribelli al mortifero ordine dei colonialisti avrebbero fatto la fine di Patrice Lumumba, ma i tempi stanno cambiando, la musica e le parole immortali di Bob Dylan lo dicono*


 

se si vuole vedere il film del grande regista Raoul Peck su Patrice Lumumba, eccolo qui (con sottotitoli in francese):

 


https://markx7.blogspot.com/2018/06/lumumba-raoul-peck.html

sempre di Raoul Peck

(se ancora esistono i film politici Peck è nell’Olimpo del cinema politico) cercate Exterminate all the brutes

https://www.labottegadelbarbieri.org/exterminate-all-the-brutes-raoul-peck/

 



continua qui

giovedì 3 agosto 2023

Quando il dito indica l'Ucraina, gli stolti perdono anche l'Africa

 

Niger, una transizione democratica che pone fine al neocolonialismo - Davide Rossi

Se si può e si vuole, ma in questo caso direi si deve, trarre una lezione su quanto sta avvenendo in Niger, la lettura de “La Repubblica” a commento del nuovo governo nigerino è tra le più straordinarie.

I giovani nigerini sono in piazza con cartelli chiarissimi: “Abbasso la Francia e i suoi alleati”, “Abbasso le basi straniere in Niger”, “Abbasso l’imperialismo”. Avessimo in Italia, in Svizzera o in Europa giovani che si battessero patriotticamente contro le base statunitensi e l’imperialismo atlantico, di cui “La Repubblica” è tra le propagandiste principali, saremmo felici, ma la maturità politica della maggioranza dei nigerini è condivisa purtroppo solo da una esigua minoranza di europei, prevalentemente prossima alle formazioni marxiste, perché a destra son patriottici solo a parole, ma poi son sempre inginocchiati davanti a Biden e la NATO. Ovviamente c’è anche qualche cartello che inneggia a Putin e alla Russia, che con la Cina promuove un mondo multipolare e di pace, ma questo è inevitabile vista la contrapposizione sempre più accesa tra unipolarismo atlantico e multipolarismo.

Tuttavia “La Repubblica” titola: “assalto all’ambasciata francese al grido viva Putin”, ecco dunque che giovani africani preparati e politicamente consapevoli vengono trasformati in sostenitori di quello che “La Repubblica” reputa il “dittatore”, anche se liberamente eletto in libere elezioni pluripartitiche.

La seconda parte del titolo è ancora più fenomenale: “Ultimatum dei paesi africani: reinsediare il presidente entro una settimana o interveniamo”, ecco, c’è dunque qualcuno che minaccia di trasformare la transizione nigerina in un nuovo episodio del conflitto mondiale in corso. Tuttavia non sono “i paesi africani”, ma, guarda un po’, la Francia, la quale controlla la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, attenzione dunque, non è l’Unione Africana, che raggruppa tutti i 54 capi di stato e di governo del continente a parlare, per altro quasi tutti in Russia in questi giorni per il grande incontro di cooperazione e solidarietà Russia – Africa, ma un gruppetto disperato di dieci paesi, che ogni due mesi caccia chi non è supino al furto neocoloniale delle materie prime energetiche e alimentari, così Mali, Burkina Faso, Guinea son stati sospesi, la Mauritania visto l’andazzo generale se n’era già andata via prima, restano la Costa d’Avorio, in cui i francesi hanno insediato nel 2010 l’attuale presidente Alassane Ouattara dopo aver cacciato con un golpe il legittimo presidente Laurent Koudou Gbagbo, la Nigeria e la Liberia, il Ghana e il Senegal, per altro le nazioni in cui la disastrosa situazione sociale ed economica, al pari di altri membri di questa piccola e insignificante organizzazione come Benin, Togo, Gambia, porta molte persone a decidere di partire verso l’Europa, al fine di soddisfare la richiesta di manodopera a basso costo del declinante sistema capitalistico occidentale.

Sempre “La Repubblica” spiega che il Niger è un prezioso alleato dell’Occidente, infatti da oltre mezzo secolo è derubato delle sue ricchezze dalla Francia, a partire dall’uranio che dà energia alle centrali nucleari che coprono l’80% del fabbisogno elettrico transalpino.

Ecco allora che a chiarirci i fatti ci pensa il direttore Maurizio Molinari, il quale titola allarmato: “In Niger è in gioco la sicurezza europea”, spiegandoci che “È uno dei Paesi più poveri del Pianeta, ma dispone di almeno il sette per cento delle riserve mondiali di uranio. E la sua posizione lo rende uno snodo strategico per la lotta contro i gruppi jihadisti e i trafficanti di uomini che gestiscono le rotte dei migranti”, ecco ora sarebbe da chiedere, perché la popolazione è povera sebbene il paese sia ricco? La risposta è semplice, perché gli imperialisti occidentali si son sempre rubati tutto senza lasciare niente.

Prima di entrare nella dinamica povertà – ricchezza del Niger, vale la pena ricordare che i migranti vengono dalle nazioni principalmente a sud della zona sahariana in cui in questi mesi si sono insediati dei governi finalmente volti a rispondere alle richieste di migliore vita dei loro cittadini: Mali, Burkina Faso, Ciad, Repubblica Centrafricana, tutte nazioni convintamente schierate con i russi e i cinesi, in più la lotta contro i terroristi è condotta con forza e decisione dai nuovi governi di queste nazioni, in collaborazione militare coi russi, al contrario del passato in cui di fatto le forze occidentali francesi, ma soprattutto statunitensi, hanno foraggiato, sostenuto e incentivato questi gruppi violenti ed estremistici per cinico calcolo geopolitico.

Tornando al Niger, con uno straordinario consenso popolare, proprio per rispondere a una richiesta popolare chiara, ovvero la fine del neocolonialismo, il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria ha nominato il generale Abdourahamane Tchiani capo di stato e capo provvisorio del governo, venendo immediatamente riconosciuto da decine e decine di nazioni.

È un percorso di piena e riuscita indipendenza e di sovranità nazionale che pone fine al neocolonialismo e proietta il Niger a pieno titola nella costruzione di un nuovo ordine mondiale in cui tutte le nazioni del mondo prendano parte all’organizzazione del futuro dell’umanità, come ribadito a margine del convegno di San Pietroburgo dal ministro degli esteri sudafricano, la professoressa Nalendi Pandor alla televisione russa.

Che cosa scrive invece Molinari: “Per Mosca insediarsi con Wagner in Niger significherebbe dunque infliggere un vero e proprio scacco all’Occidente, creando una continuità fra Stati satelliti nel bel mezzo dell’Africa”, poi ricorda la paura tremebonda di Biden e Macron, loro sì vogliono gli stati satelliti e schaivetti, per questi sviluppi democratici, che loro bollano come golpisti, infine la chiusa: “il Mediterraneo allargato costituisce uno spazio strategico unico per via delle molteplici interconnessioni, dalla lotta al terrorismo ai migranti fino alla sfida con Mosca e Pechino, che legano a doppio filo Africa ed Europa.” Così, senza mai rinunciare al suo elmetto, il direttore de “La Repubblica” conferma che è in atto lo scontro unipolarismo – multipolarismo e chiama alle armi, come lui sempre fa, con il primo.

Il massimo divertimento però “La Repubblica” lo offre con l’articolo: “Aiuti militari e cartoni animati, così Prigozhin nutre il sentimento anti-francese in Africa”, come se un cartone animato cambiasse le sorti di una nazione, nell’articolo, al fine di condannare la transizione nigerina si legge: “Si è felicitato anche Aleksandr Dugin, il filosofo nazionalista amato dalle estreme destre nel mondo”, ecco la silloge e l’ammonimento per i lettori, se stai con il nuovo governo nigerino sei di “estrema destra”, alla fine però anche l’articolista si deve arrendere, russi e cinesi sono “cattivoni”, ma gli africani guarda caso li preferiscono agli imperialisti occidentali e così in ultima riga scrive sconfortata: “La Russia a molti appare come il meno peggio”.

da qui

 

 

Niger: le deliranti opinioni dal Pd alla Lega - Alberto Negri

Dal Pd alla Lega delirano all’unisono: davanti al golpe in Niger invocano un intervento americano dove l’Italia ha almeno 350 militari in un contingente europeo di alcune migliaia di soldati. Tutta colpa della Wagner? Oppure questo è soprattutto il fallimento di anni della politica francese ed europea nel Sahel? Non studiano, non sanno nulla e parlano, parlano...

da qui

 









Il Sahel che esplode e il tragico errore Nato con la Libia di Gheddafi - Ennio Remondino

 

Assalto all’ambasciata francese in Niger dopo il colpo di Stato, ma eravamo stati avvertiti – Il 26 maggio 2011 il presidente nigerino Mahamadou Issofou ora deposto, è stato l’unico a dire ai leader occidentali che l’intervento in Libia avrebbe trasformato il Paese in un’altra Somalia offrendola al caos e  all’islamismo radicale. Aveva ragione lui e torto Stati Uniti, Nato ed Europa, anche se con responsabilità diverse.


Il nigeriano preveggente

Mohamed Bazoum, il presidente del Niger rimosso il 27 luglio da un golpe militare, in una intervista con Analisi Difesa nel 2014. «Noi valutiamo la guerra libica una minaccia per il nostro Paese e per la regione che si prolungherà negli anni a venire… Avevamo messo in guardia l’Occidente dal distruggere lo Stato libico… L’Unione Africana aveva proposto una soluzione che facesse uscire di scena Gheddafi preservando lo Stato e l’unità nazionale ma non siamo stati ascoltati anche se l’Italia ci è sembrata più sensibile a questa proposta».
«Nove anni dopo anche Bazoum è stato travolto dall’ondata di destabilizzazione, in gran parte di matrice islamista, generata da quella sciagurata guerra con cui Occidente e NATO hanno gettato l’intero Sahel nel caos minando anche gli interessi dell’Italia e dell’Europa».

Il Sahel ora anti occidentale

«L’errore compiuto nel 2011 e la successiva incapacità occidentale di sanare i guai combinati e nel stroncare le insurrezioni islamiste –denuncia Gianandrea Gaiani, ci viene fatto pagare oggi con la progressiva instaurazione in Africa sub sahariana di governi e giunte militari che guardano con sospetto e ostilità all’Occidente, orientate a puntare sui BRICS, in particolare su Russia e Cina, per garantirsi sviluppo e sicurezza».
Uno scenario simile a quello che si registra nel mondo arabo, soprattutto tra le monarchie del Golfo, con il distacco dagli USA protagonisti del fallito sostegno alle cosiddette ‘primavere arabe’ contro i regimi arabi sempre fortemente autoritari ma allora amici dell’Occidente.

Il generale Tchiani e Salifou Mody

Il 28 luglio il generale Abdourahamane Tchiani, capo della Guardia Presidenziale, è stato proclamato nuovo leader del Niger. Contro Bazoum, l’accusa sul fronte sicurezza e della cattiva gestione economica e sociale: «un mucchio di morti, sfollati, umiliazioni e frustrazioni senza risultati». E subito l’appello d’aiuto alle forze straniere presenti in Niger (1.500 militari francesi, 1.100 statunitensi e oltre 300 italiani).
Ai vertici del comitato golpista, Salifou Mody, ex capo di stato maggiore della Difesa rimosso dal presidente Bazoum nell’aprile scorso dopo una visita nel marzo scorso in Mali, retto da una giunta militare che ha allontanato dal paese le forze francesi, della Ue e dell’ONU ottenendo aiuti militari dalla Russia (armi, consiglieri militari e contractors del Gruppo Wagner) per combattere l’insurrezione jihadista.

Burkina Faso, Mali, Niger e la minaccia islamista

Il Niger condivide col Burkina Faso, e Mali le difficoltà nella repressione degli jihadisti legati ad al-Qaeda (Gruppo per il Sostegno dell’Islam e dei Musulmani), e quelli fedeli allo Stato Islamico nel Grande Sahara. Il Niger è stato finora il bastione della presenza militare occidentale nel Sahel a contrasto dei movimenti jihadisti ricevendo forniture militari italiane, europee, francesi, statunitensi, egiziane e turche. Ma anni di presenza militare occidentale non hanno sconfitto il jihadismo e non è un caso che siano state le élite militari a rovesciare i governi in Mali, Burkina Faso e Niger.

Reazioni internazionali

La Francia ha annunciato la sospensione degli aiuti allo sviluppo al Niger: 120 milioni di euro lo scorso anno. L’Unione Europea insegue con l’immediata sospensione del budget per gli aiuti e la cooperazione nella sicurezza. L’Unione Africana ha dato 15 giorni di tempo ai golpisti perché ripristinino l’ordine costituzionale nel paese.
«Qualsiasi intervento militare esterno, di qualsiasi provenienza, rischierebbe di avere conseguenze disastrose e incontrollabili per le nostre popolazioni e di seminare il caos nel nostro Paese», avverte lo Stato maggiore. «Il nostro Paese è ancora afflitto dall’insicurezza imposta dai gruppi armati terroristici e da altri gruppi di criminalità organizzata e invita tutte le Forze di difesa e sicurezza a rimanere concentrate sulle loro missioni».

Flop dell’intelligence, ennesima sconfitta francese

L’aspetto più incredibile del golpe è l’ignavia dei servizi segreti occidentali con stretti rapporti con i comandi militari che non abbiano previsto né avuto sentore del ‘pronunciamiento’. Neppure la DGSE e l’intelligence militare francese che a Niamey sono di casa.
Per la Francia la perdita del controllo sul Niger segue l’espulsione dei propri militari e dei propri interessi da MaliBurkina Faso e Repubblica Centrafricana (a vantaggio della Russia). Molto peggio, il Niger fornisce a Parigi a prezzi contenutissimi circa il 30 per cento dell’uranio utilizzato per alimentare le centrali nucleari. Uranio che fino al 2014 la Francia ha prelevato gratuitamente.

La mano di Mosca?

A Niamey, dallo scorso settembre, è apparso il Movimento62, che si propone di cacciare i francesi e le altre truppe straniere dal paese. In piazza bandiera russe e cartelli con scritto «abbasso la Francia» -le scene di ieri e oggi-, riportava Biloslavo sul Giornale. Ma per il momento non ci sono elementi a sostegno del ruolo di Mosca, sostiene il Washington Post. Solo le dichiarazioni del capo della Wagner, Prigozhin. «Quello che è successo in Niger è una lotta del popolo contro i colonizzatori che hanno imposto le loro regole di vita, e li tengono in una condizione che era nell’Africa di centinaia di anni fa».

La presenza italiana

L’Italia ha 300 militari in Niger ufficialmente impegnati nell’addestramento, oltre a non specificate attenzioni ai flussi migratori illegali diretti in Libia e poi in Italia. In tutta la cosiddetta ‘Françafrique’ sottolinea Gaiani, «l’Italia ha avuto molte occasioni di affermarsi come partner di riferimento per molte nazioni africane, ma dovrebbe presentarsi come alternativa alla Francia, e non come partner subordinato a Parigi o alla Ue». Ma non sarà così, ed ora è Remocontro che si azzarda a prevedere.

Perché la risposta dell’Europa e dell’Italia ai cambiamenti in Africa sarà ancora una volta quella di sanzioni e blocco degli aiuti economici e militari, il risultato sarà di far crescere la voglia di smarcarsi dall’occidente di memoria coloniale e lasciare campo libero alla penetrazione russa, turca e cinese.

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martedì 1 agosto 2023

Smemoranda: Niger, uranio ‘torta gialla’, SISMI e guerra bugiarda a Saddam - Ennio Remondino

  

Allora -venti anni fa- fu il ‘Nigergate’, lo scandalo dei falsi documenti su presunti traffici di minerale di uranio, la ‘torta gialla’, tra Niger e Iraq per la fabbricazione di armi nucleari. Documenti ‘fatti scoprire’ in Italia  e subito girato agli alleati Usa. ‘Patacca’ per l’intelligence, scusa utile per la politica per la guerra all’Iraq già decisa. Dopo la ‘guerra umanitaria’ sulla Jugoslavia, la ‘guerra necessaria’ e sempre giusta.

La ‘yellowcake’ dal Niger

A metà del 2002 l’amministrazione Usa  reduce dal terribile 11 settembre delle Torri gemelle dell’anno prima, e a caccia di nemici a cui farla pagare, sosteneva che Saddam Hussein fosse in possesso di uranio e altro materiale necessario per la costruzione di una bomba atomica. In quel periodo il SISMI, il servizio segreto estero italiano (oggi Aise), era molto impegnato accanto alla Cia nella guerra al terrorismo, tra al Qaeda e altro. E ‘da quell’ambiente’ (ambiente di spie) -formula Wikipedia-, «sarebbero stati prodotti o rivelati i documenti che attestavano tentativi da parte di Saddam Hussein in Iraq di acquistare polvere di uranio, ‘yellowcake’ dal Niger». Sulla base di quei documenti e di altri falsi, i governi degli Stati Uniti e del Regno Unito (Bush jr, e Tony Blayr), accusando l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa, nel 2003 scatenarono la seconda guerra occidentale contro l’Iraq che ci concluse con la conquista del Paese, la cattura e la condanna a morte di Saddam Hussein e il caos ancora irrisolti in tutta l’area.

Le origini del falso

Con carte intestate e timbri dell’ambasciata nigerina a Roma, fu realizzato un falso protocollo d’intesa fra Niger e Iraq sull’uranio. Secondo le ricostruzioni di stampa (Financial Times, Sunday Times), il SISMI fu il primo ad avere l’informazione, ma l’aveva archiviata perché ritenuta inattendibile. L’informazione era arrivata da un faccendiere italiano, ex spia, Rocco Martino, che avrebbe poi venduto il documento ai servizi segreti francesi, ma anche lì ritenuta spazzatura. Nel 2001 Martino aveva consegnato il suo fascicolo al MI6 a Londra, con ‘qualche interesse politico in più’ sull’argomento. Dopo l’11 settembre 2001, l’informativa fu passata a Greg Thielmann della CIA.

Informativa tra Langley e Foggy Bottom

L’informativa passò da una scrivania all’altra: molti analisti della CIA denunciarono l’inconsistenza della storia. I servizi statunitensi cercavano prove e collegamenti tra gli attentati di New York e l’Iraq di Saddam Hussein, per cui ogni documento in qualche modo legato all’allora rais iracheno era attentamente studiato, compreso il fascicolo di Martino. Ne nacque un ‘dossier’ che ipotizzava un accordo fra Iraq e Niger sulla fornitura di 500 tonnellate di uranio l’anno. Il dossier venne subito contestato, sia per incongruità interne (prima l’incapacità delle miniere nigerine a produrre più di 300 tonnellate all’anno), sia per riscontri diretti sul campo.

A George Tenet, la ‘Torta gialla’ piaceva

Ma George Tenet, allora direttore della CIA, decise di non ignorare il ‘dossier’ (Tenet, di origine albanese, era già stato decisivo nell’intervento Nato contro la Jugoslavia per il Kosovo). Nonostante la diffidenza sul dossier all’interno della CIA fosse forte, una ‘torta di disinformazione’ finita sulle pagine del New York Times. E persino una ‘dissenting opinion’ della ‘National Intelligence Estimate’ e una del dipartimento di Stato, secondo cui «tutta la questione era altamente sospetta», perché l’uranio del Niger era controllato direttamente dalla Francia. Nel momento in cui la CIA frenava, il falso documento di Martino fu pubblicato sul settimanale Mondadori ‘Panorama’ (di proprietà dell’allora premier Berlusconi).

La torta avvelenata e le 16 parole della vergogna

Il 24 settembre 2002, guerra pronta a partire, Tony Blair annuncia di essere in possesso di un dossier secondo il quale l’Iraq si era dotato di strumenti per fabbricare armi di distruzione di massa, pur senza citare l’uranio del Niger. Il 26 settembre è Colin Powell al Senato Usa a rinforzare la menzogna. Il 28 gennaio 2003 George W. Bush nel discorso ‘State of the Union’ annuncia che il governo britannico era in possesso di prove sulla presenza, in Iraq, di uranio utile per armi di distruzione di massa. «The British government has learned that Saddam Hussein recently sought significant quantities of uranium from Africa». Sedici parole per una menzogna storica.

A guerra ancora in corso le prime inchieste giornalistiche statunitensi e, alla fine del 2003, l’amministrazione ammise che le prove a sostegno della dichiarazione presidenziale del gennaio «erano inconcludenti e che quelle sedici parole non avrebbero mai dovuto essere incluse nel discorso presidenziale», addebitandone l’errore alla CIA.

Bonini e D’Avanzo su Repubblica

La vicenda fu raccontata in Italia nel 2004 e i fatti furono ricostruiti l’anno seguente da un’inchiesta svolta dai giornalisti Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, del quotidiano La Repubblica (ottobre 2005). Il 31 ottobre 2005 l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dopo l’incontro con il presidente George W. Bush alla Casa Bianca, affermò che Bush aveva confermato di non aver ricevuto alcuna informazione dall’Italia. Tuttavia, il presidente statunitense non si è mai espresso apertamente sulla vicenda. Inoltre, Berlusconi allora premier, ha sostenuto che l’informazione sarebbe arrivata dagli inglesi, i quali, però, l’avrebbero ricevuta dagli italiani.

Operazione disinformazione

Brani di una inchiesta. «Silvio Berlusconi e George W. Bush. Dopo l’11 settembre la Casa Bianca chiese a tutti gli alleati, e in particolare all’Italia, notizie e prove che evidenziassero la pericolosità sociale di Saddam Hussein».

  • «ROMA – L’intervento militare in Iraq è stato giustificato da due rivelazioni: Saddam Hussein ha tentato di procurarsi uranio grezzo (yellowcake) in Niger per arricchirlo con centrifughe costruite con tubi di alluminio importati dall’Europa. Alla costruzione delle due ‘bufale’ collaborano il governo italiano e la sua intelligence militare».
  • «La farina di questo sacco è romana. Il coinvolgimento italiano negli eventi che precedono l’invasione dell’Iraq ha, sin qui, trovato nella distrazione generale un solitario e grottesco protagonista in un tale che si chiama Rocco Martino, ‘di Raffaele e America Ventrici, nato a Tropea (Catanzaro) il 20 settembre 1938’».
  • «Smascherato dalla stampa inglese (Financial Times, Sunday Times) nell’estate del 2004, Rocco Martino vuota il sacco: ‘E’ vero, c’è la mia mano nella disseminazione di quei documenti (sull’uranio nigerino), ma io sono stato ingannato. Dietro questa storia ci sono, insieme, americani e italiani. Si è trattato di un’operazione di disinformazione».

Bonini e D’Avanzo e altra stampa allora impegnata, approfondirono e svelarono, toccando il tema scottante del rapporto tra disinformazione truffaldina (Martino) e disinformazione di Stato con avallo politico, mai risolta. Disinformazione anche italiana oltre che statunitense per una guerra feroce.

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sabato 22 luglio 2023

Elogio delle resistenze, improvvisate, del Sahel - Mauro Armanino

 

Era da tempo che non accadeva a Niamey. Senza avvisare il temporale di sabbia ha colorato il cielo di oscurità rossastra e, per qualche minuto, la capitale è stata invasa dal buio. Solo la pioggia, caduta abbondante, ha riportato la normalità. Sono cose che succedono nel Sahel dove, per la gente comune, la pioggia forte corta con sé insicurezza e timore in città. In campagna, invece, i contadini che avevano già seminato il miglio, già seccato nel frattempo, ritrovano la speranza di riseminare le preziose sementi  che consentiranno loro di sperare il futuro. In città si allagano le zona basse e le strade, tassativamente senza canali di scolo, aspettano il riapparire del sole per tornare agili e funzionali. La pioggia non fa dimenticare che se lontano si brucia il corano è forse qui vicino che si paga il prezzo dell’imprevedibile gesto compiuto.

I semafori che funzionano meglio, nei crocevia, sono quelli che non si accendono. Ognuno sa come e dove passare e, di fatto, non si formano le code che invece sono inevitabili quando i semafori sono in buona salute. Si costruiscono le case dove si può e le scuole per i ricchi sono ben conservate mentre per i poveri bastano quelle di fango e di paglia che brucia nella stagione secca. I banchetti di vendita si susseguono senza apparente logica lungo le strade e così le attività dei piccoli commerci le cui insegne, spesso accompagnate da disegni o proverbi, compaiono e spariscono la settimana seguente. Non parliamo del lavoro fisso che, pure qui, a parte l’amministrazione e i politici, è del tutto infondato. Solo quello informale permette alla stragrande maggioranza della popolazione di non essere inghiottita dalla miseria.

Se resistere fa rima con esistere è perché da queste parti, malgrado i reiterati tentativi di organizzare gli stati come le neocolonie vorrebbero, si fanno strada i militari, i commercianti e gli occasionali salvatori della Patria. In realtà, come sempre e dappertutto, si tratta della cattura del potere e allora le r-esistenze del Sahel sconfinano con l’organizzata anarchia di cui, il socialista ‘utopista’ francese  Pierre-Joseph Proudhon, scrisse a suo tempo … ’ Essere governati significa essere, in ogni operazione, in ogni transazione, in ogni movimento, annotati, registrati, contati, valutati, timbrati, quotati, brevettati, concessi in licenza, autorizzati, postillati, ammoniti, impediti, riformati, rettificati, corretti … da esseri che non hanno né titolo, né scienza, né virtù’. Non sarà facile mettere in riga questa imprevedibile porzione d’Africa!

Nel frattempo a Niamey risale la temperatura, la circolazione riprende i livelli normali del venerdì, giorno di preghiera e di elemosina per i poveri che si avvicinano ai luoghi di culto. Grazie a loro ci si guadagna il paradiso.

 

                                                                                         Niamey, 21 luglio 2023