‘Io sono la guerra’, aveva quasi
urlato Cisca, originaria della Democratica Repubblica
del Congo. Una storia di esilio senza fine costellata
da innumerevoli esperienze vissute sulla propria carne di donna. Si trova
adesso nel suo paese di origine e i contatti, fatalmente, col tempo si sono
allentati. Potrebbe essere un buon segno perché lei voleva mettersi al servizio
di donne, come lei, ferite dalla guerra.
Una volta cominciate le guerre non
finiscono mai. Lasciano paure, cicatrici, traumi, ferite, memorie di congiunti,
amici e vicini uccisi o minacciati di morte. La fuga, l’esilio e, spesso, il
lungo viaggio alla scoperta di una terra ospitale nell’inutile
tentativo di dimenticare il dramma vissuto nella propria. Le immagini della
casa abbandonata, bruciata e distrutta abiteranno per sempre i loro occhi.
Sono arrivate a Niamey non da molto. Le
vedove e le madri i cui figli hanno perso la vita per le azioni terroriste di ‘Boko Haram’ o altri gruppi affini. Molte di
loro avevano trovato lavoro nel Mali, cercando
un improbabile riparo dalla violenza armata. Anche in quel Paese le cose si
erano messe male e così, per vie traverse hanno raggiunto il Niger. Altre donne le hanno raggiunte per analoghi
motivi. Queste ultime, come le precedenti, sono scappate dal ‘gigante’
demografico e in parte anche economico dell’Africa, la Nigeria. Queste persone non sono che fastidiose
incombenze statistiche per le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie. Vivono
di nascosto in città col numero imprecisato di bambini ignari, per ora, del
destino che li attende. Le guerre, quando incominciate, non finiscono mai.
Dopo la guerra, la violenza armata,
l’esodo, la fuga e la scomparsa del mondo conosciuto comincia l’altra guerra. Quella che si continua a
combattere per ricominciare a vivere una vita decente in
mezzo a gente che troppo spesso non coglie il dramma che gli sfrattati del
futuro si portano dentro.
Alfredo è partito dal Camerun dove aveva
creato un’accademia di calcio. Ora gioca, di nascosto, con la
vita. I ricordi gli scivolano tra le dita. La figlia di cui non ha più notizie
e la famiglia di cui ha perso le tracce. La guerra nella guerra continua per il
cibo, un alloggio, i documenti, la salute e un lavoro che gli permetta di
ridare vigore alle sue illusioni perdute. Prega, partecipa a convegni religiosi
e, da qualche giorno, si è presentato alla Casa della Cultura russa
recentemente apertasi a Niamey.
Vorrebbe cominciare a seguire i corsi gratuiti di lingua perché spera, un
giorno, di essere scelto per una borsa di studio in Russia. Difficile cogliere
dove può condurlo la sorte. Nel frattempo ha seguito corsi di informatica e spera di tanto di fondare un’altra
accademia. In essa si imparerebbe come le spade possano diventano vomeri, le
lance falci e l’arte della guerra sarebbe ripudiata per sempre.
Si consolida l’alleanza tra le giunte militari al
potere in Mali, Niger e Burkina Faso, che decidono di ‘federarsi’ creando un
blocco alternativo alla Comunità economica dei Paesi dell’Africa sub-sahariana
(Cedeao o Ecowas), organismo regionale accusato di essere uno strumento delle
ex potenze coloniali occidentali, in particolare della Francia. Basta ‘Franco
CFA’, cercasi nome alla nuova moneta. Tensioni tra Burkina Faso e Costa
d’Avorio per presunte basi segrete francesi.
L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione
Dopo l’avvio
di una stretta collaborazione militare che ha portato all’espulsione della
maggior parte delle truppe occidentali presenti nel Sahel e all’avvio di una
strategia comune contro l’insorgenza jihadista, i tre paesi ora accelerano
anche sulla cooperazione sul fronte economico, sanitario, dell’istruzione e
delle infrastrutture, sottolinea ‘Pagine Esteri’. «Nei giorni scorsi, i tre
paesi hanno annunciato la creazione della ’Confederazione degli Stati del
Sahel’, evoluzione della precedente ‘Alleanza del Sahel’ formalizzata a
settembre», precisa Marco Santopadre.
Mali, Niger e Burkina Faso a tutta economia
Riuniti a
Niamey, capitale del Niger, i capi dei tre governi nati da diversi e successivi
golpe anti coloniali, hanno formalizzato la creazione di una ‘Banca di
investimento comune’ e di un ‘Fondo di stabilizzazione’, già annunciati a
novembre. Assimi Goita, Ibrahim Traoré (Burkina Faso) e Abdourahamane Tiani
(Niger) hanno poi deciso di creare una «Forza Unificata del Sahel», per
rafforzare la lotta contro i ribelli islamisti. A guidare la neonata
Confederazione sarà il ‘presidente ‘di transizione’ del Mali, colonnello Assimi
Goita, nominato presidente di turno dell’organizzazione con un mandato di un
anno.
Verso l’addio al ‘Franco CFA’
I tre paesi
continuano lavorare sugli aspetti tecnici per arrivare ad abbandonare il
‘Franco CFA’ (nel 1945, CFA era l’acronimo di ‘Colonie Francesi d’Africa’;
successivamente, divenne acronimo di ‘Comunità Finanziaria Africana’), con
l’intenzione di adottare una moneta comune ai tre paesi. Infine, i capi delle
tre giunte militari hanno incaricato i ministri competenti di elaborare
urgentemente tutte le procedure tecnico diplomatiche per l’uscita dei tre Paesi
dei Sahel dalla Cedeao (Comunità economica degli Stati dell’Africa
Occidentale), l’accordo economico stipulato da dodici Stati dell’Africa
occidentale nel 1975, e tuttora in vigore, ma destinato a scadere il prossimo
anno.
Cancellare anche il nome del ‘Franco’
La creazione
della “Confederazione del Sahel” ha ovviamente allarmato l’organismo regionale,
che ha tenuto un vertice straordinario ad Abuja (Nigeria) il 7 luglio. Con la
fuoriuscita di Mali, Niger e Burkina Faso, infatti, la Cedeao perderebbe più
del 12% del Pil e il 16% della popolazione, oltre che tre paesi ricchi di
risorse minerarie e strategici sul piano geopolitico. Mentre i cinque Paesi che
restano della ‘Cedeao’ hanno progettato di adottare una moneta comune a partire
dal 2025; la moneta dovrebbe chiamarsi Eco. L’unione monetaria verrà detta
‘Zona monetaria dell’Africa occidentale’ (ZMAO). E anche questa nascita,
prevista a partire dal 2025.
Rischi e minacce
In caso di
ritiro dei tre della ‘Confederazione del Sahel’, ha detto il presidente della
Cedeao, l’organismo regionale in vita ormai da mezzo secolo, Omar tre paesi del
Sahel potrebbero perdere finanziamenti per più di 500 milioni di dollari. Per
Touray, rischio di disintegrazione della Cedeao che interromperebbe la libertà
di movimento per i suoi 400 milioni di abitanti e peggiorerebbe la sua
sicurezza. Il rischio di una disintegrazione paventato anche dal presidente del
Senegal Bassirou Faye, che sostiene la necessità di liberare l’organismo «dagli
stereotipi che la dipingono come un’organizzazione ‘soggetta alle influenze di
poteri esterni’». Sentori di colonialismo, con Faye che ha anche criticato le
sanzioni imposte dalla Cedeao ai tre paesi ‘ribelli’ dopo i rispettivi colpi di
stato.
Basi segrete francesi in Costa d’Avorio
Intanto la
giunta militare al potere in Burkina Faso ha alzato i toni nei confronti di
Costa d’Avorio e Benin, accusati di essere strumenti dell’ingerenza di Parigi
nella regione. «Non abbiamo nulla contro il popolo ivoriano. Ma abbiamo qualcosa
contro chi governa la Costa d’Avorio. Esiste un centro operativo ad Abidjan per
destabilizzare il nostro Paese» ha dichiarato il leader della giunta militare,
che accusa il Benin di ospitare due installazioni militari francesi segrete, a
suo dire utilizzate per addestrare terroristi contro il Burkina Faso. La Costa
d’Avorio è ancora saldamente nell’orbita politica, economica e militare di
Parigi. Il Benin ha un conflitto aperto anche con il Niger dopo che questo ha
bloccato il trasporto di petrolio da un oleodotto cinese verso il porto di
Cotonou.
Burkina e risorse minerarie
Traoré, il
capo della giunta del Burkina ha annunciato di voler rimanere al potere nei
prossimi cinque anni, partendo da subito con la nazionalizzazione delle risorse
minerarie – soprattutto di oro – e il blocco dei permessi di estrazione finora
concessi a multinazionali straniere. A novembre la giunta militare burkinabé ha
avviato la costruzione di una raffineria d’oro, mentre a gennaio ha inaugurato
il primo impianto per la lavorazione dei residui minerari (principalmente
carbone fino, scorie, concentrati acidi e ceneri), per avere maggior controllo
sul loro trattamento e smettere di esportarli. La fabbrica è di proprietà di
una società privata locale, la Golden Hand, di cui lo stato controlla il 40%.
Le ricchezze sono mie e le sfrutto io, e gli amici
D’ora in poi gli unici attori stranieri che saranno autorizzati a
sfruttare il settore minerario del paese, ha detto Traoré, saranno «i sinceri
partner che accettano di sostenerci nella lotta contro l’insorgenza jihadista,
spesso legata ad Al Qaeda o a Daesh». Un implicito richiamo alle relazioni
commerciali avviate con Mosca in cambio di un sostegno militare che però finora
non ha sortito gli effetti sperati.
L’attuale capo di stato ha decretato il 26
luglio come nuova festa nazionale del Niger. Ciò per
sottolineare la cesura tra un prima e un dopo l’ultimo colpo di stato militare che ha spodestato il
presidente Mohammed Bazoum, a tutt’oggi
detenuto nel palazzo presidenziale.
La festività, artisticamente orientate al
ricupero delle culture tradizionali, durerà sino alla celebrazione della festa
nazionale, il prossimo 3 agosto. Dal 1975 c’è l’usanza, per l’occasione,
di piantare un albero come simbolo e contributo a
rallentare l’avanzata del deserto. Si celebra, in qualche modo, l’Indipendenza
dall’indipendenza per una nuova dipendenza, quella della ‘sovranità nazionale’.
Il Paese è infatti indipendente dal giogo coloniale francese dal 1960, l’anno
delle indipendenze per 14 Paesi dell’Africa subsahariana francese. Si
aggiunsero il Congo Belga, la Somalia italiana e la Nigeria britannica.
L’Etiopia, la Liberia e la Guinea avevano già gustato il frutto, dolce e amaro,
della sovranità.
I militari che hanno preso il potere negli
stati che hanno scelto di formare ‘l’Alleanza del Sahel’, il Mali, il Burkina
Faso e il Niger, hanno affermato di aver risposto alle aspirazioni dei rispettivi popoli, stanchi
dell’insicurezza, la miseria e la pessima conduzione politica. La modalità
scelta dagli autoproclamati capi di stato e secondo il contesto dei Paesi
citati è quella di unire i popoli attorno al valore della ‘sovranità nazionale’,
come collante e nuova religione del momento. Non è dunque casuale che, in
questo spazio saheliano, si punti al ricupero di un passato mitizzato, per così dire ‘imperiale’, per rifondare la
sovranità. È questa la ‘porta’ che vuole chiudere con 60 anni di ‘democrazia
occidentale’ non adatta ai popoli del Sahel e aprire
al passato delle tradizioni in grado di rifondare una ‘democrazia africana del
Sahel’.
Non appare dunque casuale se questo
progetto di ricostruzione politica vuole realizzarsi: la creazione e il
mantenimento ‘aggiornato’ di un nemico. Siano i gruppi armati terroristi, il
neocolonialismo, l’imperialismo, l’insieme degli stati dell’Africa occidentale
che hanno applicato le sanzioni dopo il colpo di stato, le basi militari
straniere sul posto e, in genere, quanti non sono d’accordo con questo progetto
di ingegneria politica. Il nemico è insostituibile e
varierà nel tempo, nello spazio e a seconda delle necessità del momento. I
militari hanno giustificato la presa di potere adducendo come motivi principali
la lotta all’insicurezza, la situzione economica e la pessima e corrotta
gestione del potere politico. La ‘Salvaguardia della Patria’, missione che il
Consiglio Nazionale dei militari si è data, si è gradualmente tradotta
nella riappropriazione dell’identità profonda dei popoli
del Sahel. Il rischio di assumere, tradurre (o tradire) le attese dei popoli è
sempre molto alto quando ci arroga il diritto di rappresentarlo o manipolarlo.
Una porta che si chiude e che si apre al passato per illuminare il presente
come una sfida.
Esso è costituito, come sempre,
dall’ostinatezza della realtà, puntuale e inesorabile nella sua perentorietà.
Dal momento del colpo di stato alla data, le persone uccise (militari e
civili) si contano a centinaia. Si prende atto che in alcune
zone delle ‘Tre Frontiere’ (Mali, Burkina, Niger) lo stato è inesistente e la
legge è dettata piuttosto da gruppi armati che
manipolano la religione per fini di potere. Il numero di profughi e sfollati
non è affatto diminuito. Migliaia di contadini non potranno lavorare la terra e
questo aumenterà il numero delle persone in vulnerabiltà alimentare o in carestia, che già si contano a milioni. Le condizioni
di vita dei cittadini del Paese si sono ulteriormente deteriorate. Per le famiglie
assicurare il cibo, la salute, l’educazione e gli affitti rappresenta una scommessa alla sopravvivenza. Trovare un lavoro
decente è come osare intraprendere il percorso di un combattente. La
criminalità spicciola e quella più organizzata fanno ormai parte del quotidiano
della città.
Di tutto ciò, nella settimana festiva,
probabilmente si dirà poco o nulla. Le danze
tradizionali e gli slogan passeranno in fretta. Diceva il saggio, a ragione,
che l’albero (della sovranità) si riconosce dai suoi frutti.
La parola cospirazione
deriva dal latino cum spirare (respirare
con), e cioè essere animati dal medesimo afflato, per indicare un accordo
profondo, intellettuale e sentimentale, in direzione del conseguimento
dell’obiettivo prefissato. Spesso senza saperlo si concorre, respirando
assieme, alla creazione di una comune frontiera che alcuni si ostinano a
chiamare speranza. La prima cosa che respiriamo assieme in questo spazio, noi
cospiratori e fautori di cospirazioni, è la polvere. La polvere della dignità
si congiunge con quella della giustizia per imparare a resistere come solo i
poveri, fatti di polvere, hanno imparato a fare per sopravvivere
La prima cosa che respiriamo assieme, in questa stagione del Sahel chiamata
dell’HARMATTAN è la polvere. La
respiriamo proprio tutti seppure in misure distinte. C’è chi mette le
mascherine da Covid e chi, più rispettoso della tradizione, copre buona parte
del volto col turbante sullo stile dei ‘tuareg’ che in questo ambito hanno una
grande esperienza. Respirare assieme è proprio ciò che significa,
etimologicamente, una ‘cospirazione’. Lo ricorda il dizionario…’ La parola
cospirazione deriva dal latino cum spirare (respirare con), e
cioè essere animati dal medesimo afflato, per indicare un accordo profondo,
intellettuale e sentimentale, in direzione del conseguimento dell’obiettivo
prefissato’. Il respiro e lo spirito affondano nella stessa radice etimologica.
Che quindi i cospiranti, alla fine, sono quelli che condividono un
medesimo spirito, un uguale, affratellante slancio dell’animo. Talvolta
condividono anche l’ avversione o sovversione del sistema.
Nel Sahel ci sono infatti cospirazioni e cospiratori ma non solo per causa
della polvere che si respira. C’è chi cospira per mestiere e chi per
convenienza, chi si accontenta di un cambiamento di facciata e chi vuole la
rivoluzione. Abbiamo gruppi armati che aspirano ad una trasformazione radicale
dell’assetto sociale e troviamo nella stessa zona i banditi che applicano
all’oggi le razzie di un tempo con l’appoggio di mercanti di armi, droga e
persone umane. Anche i milioni di sfollati, rifugiati e profughi, a
modo loro, vivono assieme la cospirazione più profonda e unica che ci sia,
quella della sofferenza silente e spesso inosservata. I migranti,
gli ‘esodanti’, gli avventurieri dal destino segnato per sempre, a loro volta,
cospirano per un mondo differente a cominciare dalle frontiere. Spesso
senza saperlo si concorre, respirando assieme, alla creazione di una comune
frontiera che alcuni si ostinano a chiamare speranza.
La prima cosa che respiriamo assieme in questo spazio, noi cospiratori e
fautori di cospirazioni, è la polvere. Fine com’è, ci unisce e ci
tradisce proprio come fa la storia umana. Verrebbe allora da suggerire al
pallido vento che unisca le polveri di tutto il mondo! La polvere della
dignità si congiunge con quella della giustizia per imparare a resistere come
solo i poveri, fatti di polvere, hanno imparato a fare per sopravvivere.
Respiro, soffio, alito e vento sono ciò che unisce i cospiratori perché della
stessa polvere di vento sono impastati. Un vento che passa e si dirige dove non
sa, senza frontiere e destinazione, anarchico e imprevedibile, incurante dei
regimi di transizione, di eccezione, civili e militari. Un vento che
solleva la polvere che la politica di questi mesi, dal colpo di stato ad oggi,
cerca con tenacia invano di mettere a tacere. Nel Sahel i veri cospiratori sono
coloro che rincorrono il vento e gli affidano la libertà perduta.
di Francesco Masala, con video, articoli e musica di Farida Bemba Nabourema, Davide Malacaria, Luciano Vasapollo, Giacomo Gabellini, Stefano Orsi, Natale Salvo, Patrizia Sterpetti, Bob Dylan, Raoul Peck, Remocontro, Piero Orteca
Africa, i tempi stanno cambiando – Francesco Masala
L’Unione europea non riconosce gli illegittimi e criminali bombardamenti in Libia da parte dei paesi paria del diritto internazionale, ha detto l’Alto rappresentante per la politica estera, Josep Borrell.
In una nota, Borrell ribadisce che il presidente libico, Muʿammar Gheddafi, “è stato democraticamente eletto e quindi è e resta l’unico legittimo presidente” del Paese.
“L’Ue – prosegue Borrell – chiede la sua liberazione immediata e senza condizioni e ritiene i golpisti responsabili della sua sicurezza e di quella della sua famiglia”. (da qui)
come avrete capito Borrell non ha mai detto quelle parole, se non lo conoscete leggete questo quadretto di Josep Borrell
intanto eccolo qui, in una recente foto oscena:
non è il principe De Curtis, è proprio Josep, volato nell’Africa Nera per sostenere e rappresentare i valori comuni dell’Europa: imperialismo, colonialismo, sfruttamento economico, terrorismo, neo colonialismo, (neo)nazismo, sterminio, suprematismo bianco, genocidio, razzismo, omicidi, minacce, servilismo, bugie, tra gli altri.
intanto il mondo cambia a velocità supersonica e Borrell crede di vivere nel secolo di Cuore di Tenebra, quando regnava quell’assassino seriale, non inferiore a Hitler, che era il genocida Leopoldo II del Belgio.
intervenire in qualche paese rosso creerebbe qualche resistenza e molti problemi.
(In rosso appaiono i Paesi africani che hanno accordi militari con la Russia)
in altri (recenti) tempi quei ribelli al mortifero ordine dei colonialisti avrebbero fatto la fine di Patrice Lumumba, ma i tempi stanno cambiando, la musica e le parole immortali di Bob Dylan lo dicono*
se si vuole vedere il film del grande regista Raoul Peck su Patrice Lumumba, eccolo qui (con sottotitoli in francese):
Niger, una transizione
democratica che pone fine al neocolonialismo - Davide Rossi
Se si può e si vuole, ma in questo caso direi si deve, trarre una lezione
su quanto sta avvenendo in Niger, la lettura de “La Repubblica” a commento del
nuovo governo nigerino è tra le più straordinarie.
I giovani nigerini sono in piazza con cartelli chiarissimi: “Abbasso la
Francia e i suoi alleati”, “Abbasso le basi straniere in Niger”, “Abbasso
l’imperialismo”. Avessimo in Italia, in Svizzera o in Europa giovani che si
battessero patriotticamente contro le base statunitensi e l’imperialismo
atlantico, di cui “La Repubblica” è tra le propagandiste principali, saremmo
felici, ma la maturità politica della maggioranza dei nigerini è condivisa
purtroppo solo da una esigua minoranza di europei, prevalentemente prossima
alle formazioni marxiste, perché a destra son patriottici solo a parole, ma poi
son sempre inginocchiati davanti a Biden e la NATO. Ovviamente c’è anche
qualche cartello che inneggia a Putin e alla Russia, che con la Cina promuove
un mondo multipolare e di pace, ma questo è inevitabile vista la
contrapposizione sempre più accesa tra unipolarismo atlantico e multipolarismo.
Tuttavia “La Repubblica” titola: “assalto all’ambasciata francese al
grido viva Putin”, ecco dunque che giovani africani preparati e
politicamente consapevoli vengono trasformati in sostenitori di quello che “La
Repubblica” reputa il “dittatore”, anche se liberamente eletto in libere
elezioni pluripartitiche.
La seconda parte del titolo è ancora più fenomenale: “Ultimatum dei
paesi africani: reinsediare il presidente entro una settimana o interveniamo”,
ecco, c’è dunque qualcuno che minaccia di trasformare la transizione nigerina
in un nuovo episodio del conflitto mondiale in corso. Tuttavia non sono “i paesi
africani”, ma, guarda un po’, la Francia, la quale controlla la Comunità
economica degli Stati dell’Africa occidentale, attenzione dunque, non è
l’Unione Africana, che raggruppa tutti i 54 capi di stato e di governo del
continente a parlare, per altro quasi tutti in Russia in questi giorni per il
grande incontro di cooperazione e solidarietà Russia – Africa, ma un gruppetto
disperato di dieci paesi, che ogni due mesi caccia chi non è supino al furto
neocoloniale delle materie prime energetiche e alimentari, così Mali, Burkina
Faso, Guinea son stati sospesi, la Mauritania visto l’andazzo generale se n’era
già andata via prima, restano la Costa d’Avorio, in cui i francesi hanno
insediato nel 2010 l’attuale presidente Alassane Ouattara dopo aver cacciato con
un golpe il legittimo presidente Laurent Koudou Gbagbo, la Nigeria
e la Liberia, il Ghana e il Senegal, per altro le nazioni in cui la disastrosa
situazione sociale ed economica, al pari di altri membri di questa piccola e
insignificante organizzazione come Benin, Togo, Gambia, porta molte persone a
decidere di partire verso l’Europa, al fine di soddisfare la richiesta di
manodopera a basso costo del declinante sistema capitalistico occidentale.
Sempre “La Repubblica” spiega che il Niger è un prezioso alleato
dell’Occidente, infatti da oltre mezzo secolo è derubato delle sue ricchezze
dalla Francia, a partire dall’uranio che dà energia alle centrali nucleari che
coprono l’80% del fabbisogno elettrico transalpino.
Ecco allora che a chiarirci i fatti ci pensa il direttore Maurizio
Molinari, il quale titola allarmato: “In Niger è in gioco la sicurezza
europea”, spiegandoci che “È uno dei Paesi più poveri del Pianeta, ma
dispone di almeno il sette per cento delle riserve mondiali di uranio. E la sua
posizione lo rende uno snodo strategico per la lotta contro i gruppi jihadisti
e i trafficanti di uomini che gestiscono le rotte dei migranti”, ecco ora
sarebbe da chiedere, perché la popolazione è povera sebbene il paese sia ricco?
La risposta è semplice, perché gli imperialisti occidentali si son sempre
rubati tutto senza lasciare niente.
Prima di entrare nella dinamica povertà – ricchezza del Niger, vale la pena
ricordare che i migranti vengono dalle nazioni principalmente a sud della zona
sahariana in cui in questi mesi si sono insediati dei governi finalmente volti
a rispondere alle richieste di migliore vita dei loro cittadini: Mali, Burkina
Faso, Ciad, Repubblica Centrafricana, tutte nazioni convintamente schierate con
i russi e i cinesi, in più la lotta contro i terroristi è condotta con forza e
decisione dai nuovi governi di queste nazioni, in collaborazione militare coi
russi, al contrario del passato in cui di fatto le forze occidentali francesi,
ma soprattutto statunitensi, hanno foraggiato, sostenuto e incentivato questi
gruppi violenti ed estremistici per cinico calcolo geopolitico.
Tornando al Niger, con uno straordinario consenso popolare, proprio per
rispondere a una richiesta popolare chiara, ovvero la fine del neocolonialismo,
il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria ha nominato il
generale Abdourahamane Tchiani capo di stato e capo
provvisorio del governo, venendo immediatamente riconosciuto da decine e decine
di nazioni.
È un percorso di piena e riuscita indipendenza e di sovranità nazionale che
pone fine al neocolonialismo e proietta il Niger a pieno titola nella
costruzione di un nuovo ordine mondiale in cui tutte le nazioni del mondo
prendano parte all’organizzazione del futuro dell’umanità, come ribadito a
margine del convegno di San Pietroburgo dal ministro degli esteri sudafricano,
la professoressa Nalendi Pandor alla televisione russa.
Che cosa scrive invece Molinari: “Per Mosca insediarsi con Wagner in Niger
significherebbe dunque infliggere un vero e proprio scacco all’Occidente,
creando una continuità fra Stati satelliti nel bel mezzo dell’Africa”, poi
ricorda la paura tremebonda di Biden e Macron, loro sì vogliono gli stati
satelliti e schaivetti, per questi sviluppi democratici, che loro bollano come
golpisti, infine la chiusa: “il Mediterraneo allargato costituisce uno
spazio strategico unico per via delle molteplici interconnessioni, dalla lotta
al terrorismo ai migranti fino alla sfida con Mosca e Pechino, che legano a
doppio filo Africa ed Europa.” Così, senza mai rinunciare al suo elmetto,
il direttore de “La Repubblica” conferma che è in atto lo scontro unipolarismo
– multipolarismo e chiama alle armi, come lui sempre fa, con il primo.
Il massimo divertimento però “La Repubblica” lo offre con l’articolo: “Aiuti
militari e cartoni animati, così Prigozhin nutre il sentimento anti-francese in
Africa”, come se un cartone animato cambiasse le sorti di una nazione,
nell’articolo, al fine di condannare la transizione nigerina si legge: “Si è
felicitato anche Aleksandr Dugin, il filosofo nazionalista amato
dalle estreme destre nel mondo”, ecco la silloge e l’ammonimento per i
lettori, se stai con il nuovo governo nigerino sei di “estrema destra”, alla
fine però anche l’articolista si deve arrendere, russi e cinesi sono
“cattivoni”, ma gli africani guarda caso li preferiscono agli imperialisti
occidentali e così in ultima riga scrive sconfortata: “La Russia a molti
appare come il meno peggio”.
Niger:
le deliranti opinioni dal Pd alla Lega - Alberto Negri
Dal Pd alla Lega delirano all’unisono:
davanti al golpe in Niger invocano un intervento americano dove l’Italia ha
almeno 350 militari in un contingente europeo di alcune migliaia di soldati.
Tutta colpa della Wagner? Oppure questo è soprattutto il fallimento di anni
della politica francese ed europea nel Sahel? Non studiano, non sanno nulla e
parlano, parlano...
Assalto all’ambasciata francese in Niger dopo
il colpo di Stato, ma eravamo stati avvertiti – Il 26 maggio 2011 il
presidente nigerino Mahamadou Issofou ora deposto, è stato l’unico a dire ai
leader occidentali che l’intervento in Libia avrebbe trasformato il Paese in
un’altra Somalia offrendola al caos e all’islamismo radicale. Aveva
ragione lui e torto Stati Uniti, Nato ed Europa, anche se con responsabilità
diverse.
Il nigeriano preveggente
Mohamed Bazoum, il
presidente del Niger rimosso
il 27 luglio da un golpe militare, in una intervista con Analisi Difesa nel
2014. «Noi valutiamo la guerra
libica una minaccia per il nostro Paese e per la regione che si prolungherà
negli anni a venire… Avevamo messo in guardia l’Occidente dal distruggere lo
Stato libico… L’Unione Africana aveva proposto una soluzione che facesse uscire
di scena Gheddafi preservando lo Stato e l’unità nazionale ma non siamo stati
ascoltati anche se l’Italia ci è sembrata più sensibile a questa proposta». «Nove anni dopo anche Bazoum è stato
travolto dall’ondata di destabilizzazione, in gran parte di matrice islamista,
generata da quella sciagurata guerra con cui Occidente e NATO hanno gettato
l’intero Sahel nel caos minando anche gli interessi dell’Italia e dell’Europa».
Il Sahel ora anti occidentale
«L’errore compiuto nel 2011 e la successiva incapacità occidentale di
sanare i guai combinati e nel stroncare le insurrezioni islamiste –denuncia Gianandrea Gaiani–, ci viene fatto pagare oggi con la
progressiva instaurazione in Africa sub sahariana di governi e giunte militari
che guardano con sospetto e ostilità all’Occidente, orientate a puntare sui
BRICS, in particolare su Russia e Cina, per garantirsi sviluppo e sicurezza».
Uno scenario simile a quello che si registra nel mondo arabo, soprattutto tra
le monarchie del Golfo, con il distacco dagli USA protagonisti del fallito
sostegno alle cosiddette ‘primavere arabe’ contro i regimi arabi sempre
fortemente autoritari ma allora amici dell’Occidente.
Il generale Tchiani e Salifou Mody
Il 28 luglio
il generale Abdourahamane Tchiani,
capo della Guardia Presidenziale, è stato proclamato nuovo leader del Niger.
Contro Bazoum, l’accusa sul fronte sicurezza e della cattiva gestione economica
e sociale: «un mucchio di
morti, sfollati, umiliazioni e frustrazioni senza risultati». E
subito l’appello d’aiuto alle forze straniere presenti in Niger (1.500 militari
francesi, 1.100 statunitensi e oltre 300 italiani).
Ai vertici del comitato golpista, Salifou
Mody, ex capo di stato maggiore della Difesa rimosso dal presidente Bazoum
nell’aprile scorso dopo una visita nel marzo scorso in Mali, retto da una
giunta militare che ha allontanato dal paese le forze francesi, della Ue e
dell’ONU ottenendo aiuti militari dalla Russia (armi, consiglieri militari e
contractors del Gruppo Wagner) per combattere l’insurrezione jihadista.
Burkina Faso, Mali, Niger e la minaccia islamista
Il Niger
condivide col Burkina Faso,
e Mali le difficoltà
nella repressione degli jihadisti legati ad al-Qaeda (Gruppo per il Sostegno dell’Islam e dei Musulmani),
e quelli fedeli allo Stato
Islamico nel Grande Sahara. Il Niger è stato finora il bastione della
presenza militare occidentale nel Sahel a contrasto dei movimenti jihadisti
ricevendo forniture militari italiane, europee, francesi, statunitensi,
egiziane e turche. Ma anni di presenza militare occidentale non hanno sconfitto
il jihadismo e non è un caso che siano state le élite militari a rovesciare i
governi in Mali, Burkina Faso e Niger.
Reazioni internazionali
La Francia ha annunciato la
sospensione degli aiuti allo sviluppo al Niger: 120 milioni di euro lo scorso
anno. L’Unione Europea insegue
con l’immediata sospensione del budget per gli aiuti e la cooperazione nella
sicurezza. L’Unione Africana ha
dato 15 giorni di tempo ai golpisti perché ripristinino l’ordine costituzionale
nel paese. «Qualsiasi intervento militare
esterno, di qualsiasi provenienza, rischierebbe di avere conseguenze disastrose
e incontrollabili per le nostre popolazioni e di seminare il caos nel nostro
Paese», avverte lo Stato maggiore. «Il nostro Paese è ancora afflitto dall’insicurezza imposta dai gruppi
armati terroristici e da altri gruppi di criminalità organizzata e invita tutte
le Forze di difesa e sicurezza a rimanere concentrate sulle loro missioni».
Flop dell’intelligence, ennesima sconfitta francese
L’aspetto
più incredibile del golpe è l’ignavia dei servizi segreti occidentali con
stretti rapporti con i comandi militari che non abbiano previsto né avuto
sentore del ‘pronunciamiento’. Neppure la DGSE e l’intelligence militare francese che a Niamey sono di casa.
Per la Francia la perdita del controllo sul Niger segue l’espulsione dei propri
militari e dei propri interessi da Mali, Burkina Faso e Repubblica Centrafricana (a
vantaggio della Russia). Molto peggio, il Niger fornisce a Parigi a prezzi
contenutissimi circa il 30 per cento dell’uranio utilizzato per alimentare le
centrali nucleari. Uranio che fino al 2014 la Francia ha prelevato
gratuitamente.
La mano di Mosca?
A Niamey,
dallo scorso settembre, è apparso il Movimento62, che si propone di cacciare i francesi e le altre truppe
straniere dal paese. In piazza bandiera russe e cartelli con scritto «abbasso la Francia» -le
scene di ieri e oggi-, riportava Biloslavo sul Giornale. Ma per il momento non
ci sono elementi a sostegno del ruolo di Mosca, sostiene il Washington Post. Solo le dichiarazioni
del capo della Wagner, Prigozhin. «Quello che è successo in Niger è una lotta del popolo contro i
colonizzatori che hanno imposto le loro regole di vita, e li tengono in una
condizione che era nell’Africa di centinaia di anni fa».
La presenza italiana
L’Italia ha
300 militari in Niger ufficialmente impegnati nell’addestramento, oltre a non
specificate attenzioni ai flussi migratori illegali diretti in Libia e poi in
Italia. In tutta la cosiddetta ‘Françafrique’ sottolinea
Gaiani, «l’Italia ha avuto
molte occasioni di affermarsi come partner di riferimento per molte nazioni
africane, ma dovrebbe presentarsi come alternativa alla Francia, e non come
partner subordinato a Parigi o alla Ue». Ma non sarà così, ed ora
è Remocontro che si
azzarda a prevedere.
Perché la risposta dell’Europa e dell’Italia ai cambiamenti in Africa
sarà ancora una volta quella di sanzioni e blocco degli aiuti economici e
militari, il risultato sarà di far crescere la voglia di smarcarsi
dall’occidente di memoria coloniale e lasciare campo libero alla penetrazione
russa, turca e cinese.
Allora -venti anni fa- fu il ‘Nigergate’, lo scandalo dei falsi documenti
su presunti traffici di minerale di uranio, la ‘torta gialla’, tra Niger e Iraq
per la fabbricazione di armi nucleari. Documenti ‘fatti scoprire’ in
Italia e subito girato agli alleati Usa. ‘Patacca’ per l’intelligence, scusa
utile per la politica per la guerra all’Iraq già decisa. Dopo la ‘guerra
umanitaria’ sulla Jugoslavia, la ‘guerra necessaria’ e sempre giusta.
La
‘yellowcake’ dal Niger
A metà del
2002 l’amministrazione Usa reduce dal terribile 11 settembre delle Torri
gemelle dell’anno prima, e a caccia di nemici a cui farla pagare, sosteneva
che Saddam Hussein fosse in possesso di uranio e altro
materiale necessario per la costruzione di una bomba atomica. In quel periodo
il SISMI, il servizio segreto estero italiano (oggi Aise),
era molto impegnato accanto alla Cia nella guerra al terrorismo, tra al
Qaeda e altro. E ‘da quell’ambiente’ (ambiente di spie)
-formula Wikipedia-, «sarebbero stati prodotti o rivelati i
documenti che attestavano tentativi da parte di Saddam Hussein in Iraq di
acquistare polvere di uranio, ‘yellowcake’ dal Niger». Sulla base di
quei documenti e di altri falsi, i governi degli Stati Uniti e
del Regno Unito (Bush jr, e Tony Blayr), accusando
l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa, nel 2003 scatenarono la
seconda guerra occidentale contro l’Iraq che ci concluse con la conquista del
Paese, la cattura e la condanna a morte di Saddam Hussein e il caos ancora
irrisolti in tutta l’area.
Le origini
del falso
Con carte
intestate e timbri dell’ambasciata nigerina a Roma, fu realizzato un falso
protocollo d’intesa fra Niger e Iraq sull’uranio.
Secondo le ricostruzioni di stampa (Financial Times, Sunday Times), il
SISMI fu il primo ad avere l’informazione, ma l’aveva archiviata perché ritenuta
inattendibile. L’informazione era arrivata da un faccendiere italiano, ex
spia, Rocco Martino, che avrebbe poi venduto il documento ai
servizi segreti francesi, ma anche lì ritenuta spazzatura. Nel 2001 Martino
aveva consegnato il suo fascicolo al MI6 a Londra, con
‘qualche interesse politico in più’ sull’argomento. Dopo l’11 settembre 2001,
l’informativa fu passata a Greg Thielmann della CIA.
Informativa
tra Langley e Foggy Bottom
L’informativa
passò da una scrivania all’altra: molti analisti della CIA denunciarono
l’inconsistenza della storia. I servizi statunitensi cercavano prove e
collegamenti tra gli attentati di New York e l’Iraq di Saddam Hussein, per cui
ogni documento in qualche modo legato all’allora rais iracheno era attentamente
studiato, compreso il fascicolo di Martino. Ne nacque un ‘dossier’ che
ipotizzava un accordo fra Iraq e Niger sulla fornitura di 500 tonnellate di
uranio l’anno. Il dossier venne subito contestato, sia per incongruità interne
(prima l’incapacità delle miniere nigerine a produrre più di 300 tonnellate
all’anno), sia per riscontri diretti sul campo.
A George
Tenet, la ‘Torta gialla’ piaceva
Ma George
Tenet, allora direttore della CIA, decise di non ignorare il ‘dossier’ (Tenet,
di origine albanese, era già stato decisivo nell’intervento Nato contro la
Jugoslavia per il Kosovo). Nonostante la diffidenza sul dossier all’interno
della CIA fosse forte, una ‘torta di disinformazione’ finita sulle pagine
del New York Times. E persino una ‘dissenting opinion’ della
‘National Intelligence Estimate’ e una del dipartimento di Stato,
secondo cui «tutta la questione era altamente sospetta»,
perché l’uranio del Niger era controllato direttamente dalla Francia. Nel
momento in cui la CIA frenava, il falso documento di Martino fu pubblicato sul
settimanale Mondadori ‘Panorama’ (di proprietà dell’allora premier
Berlusconi).
La torta
avvelenata e le 16 parole della vergogna
Il 24
settembre 2002, guerra pronta a partire, Tony Blair annuncia
di essere in possesso di un dossier secondo il quale l’Iraq si era dotato di
strumenti per fabbricare armi di distruzione di massa, pur senza citare
l’uranio del Niger. Il 26 settembre è Colin Powell al Senato
Usa a rinforzare la menzogna. Il 28 gennaio 2003 George W. Bush nel discorso ‘State
of the Union’ annuncia che il governo britannico era in possesso di prove
sulla presenza, in Iraq, di uranio utile per armi di distruzione di
massa. «The British government has learned that Saddam Hussein
recently sought significant quantities of uranium from Africa». Sedici
parole per una menzogna storica.
A guerra
ancora in corso le prime inchieste giornalistiche statunitensi e, alla fine del
2003, l’amministrazione ammise che le prove a sostegno della dichiarazione
presidenziale del gennaio «erano inconcludenti e che quelle sedici parole
non avrebbero mai dovuto essere incluse nel discorso presidenziale»,
addebitandone l’errore alla CIA.
Bonini e
D’Avanzo su Repubblica
La vicenda
fu raccontata in Italia nel 2004 e i fatti furono ricostruiti l’anno seguente
da un’inchiesta svolta dai giornalisti Carlo Bonini e Giuseppe
D’Avanzo, del quotidiano La Repubblica (ottobre 2005).
Il 31 ottobre 2005 l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi,
dopo l’incontro con il presidente George W. Bush alla Casa Bianca, affermò che
Bush aveva confermato di non aver ricevuto alcuna informazione dall’Italia.
Tuttavia, il presidente statunitense non si è mai espresso apertamente sulla
vicenda. Inoltre, Berlusconi allora premier, ha sostenuto che l’informazione
sarebbe arrivata dagli inglesi, i quali, però, l’avrebbero ricevuta dagli
italiani.
Operazione
disinformazione
Brani di una
inchiesta. «Silvio Berlusconi e George W. Bush. Dopo l’11 settembre
la Casa Bianca chiese a tutti gli alleati, e in particolare all’Italia, notizie
e prove che evidenziassero la pericolosità sociale di Saddam Hussein».
«ROMA – L’intervento militare
in Iraq è stato giustificato da due rivelazioni: Saddam Hussein ha tentato
di procurarsi uranio grezzo (yellowcake) in Niger per arricchirlo con
centrifughe costruite con tubi di alluminio importati dall’Europa. Alla
costruzione delle due ‘bufale’ collaborano il governo italiano e la sua
intelligence militare».
«La farina di questo sacco è
romana. Il coinvolgimento italiano negli eventi che precedono l’invasione
dell’Iraq ha, sin qui, trovato nella distrazione generale un solitario e
grottesco protagonista in un tale che si chiama Rocco Martino, ‘di
Raffaele e America Ventrici, nato a Tropea (Catanzaro) il 20 settembre
1938’».
«Smascherato dalla stampa
inglese (Financial Times, Sunday Times) nell’estate del 2004, Rocco
Martino vuota il sacco: ‘E’ vero, c’è la mia mano nella disseminazione
di quei documenti (sull’uranio nigerino), ma io sono stato ingannato.
Dietro questa storia ci sono, insieme, americani e italiani. Si è trattato
di un’operazione di disinformazione».
Bonini e D’Avanzo e altra stampa allora impegnata, approfondirono e
svelarono, toccando il tema scottante del rapporto tra disinformazione
truffaldina (Martino) e disinformazione di Stato con avallo politico, mai
risolta. Disinformazione anche italiana oltre che statunitense per una guerra
feroce.
Era
da tempo che non accadeva a Niamey. Senza avvisare il temporale di sabbia ha
colorato il cielo di oscurità rossastra e, per qualche minuto, la capitale è
stata invasa dal buio. Solo la pioggia, caduta abbondante, ha riportato la
normalità. Sono cose che succedono nel Sahel dove, per la gente comune, la
pioggia forte corta con sé insicurezza e timore in città. In campagna, invece,
i contadini che avevano già seminato il miglio, già seccato nel frattempo,
ritrovano la speranza di riseminare le preziose sementi che consentiranno loro di sperare il futuro.
In città si allagano le zona basse e le strade, tassativamente senza canali di
scolo, aspettano il riapparire del sole per tornare agili e funzionali. La
pioggia non fa dimenticare che se lontano si brucia il corano è forse qui vicino
che si paga il prezzo dell’imprevedibile gesto compiuto.
I
semafori che funzionano meglio, nei crocevia, sono quelli che non si accendono.
Ognuno sa come e dove passare e, di fatto, non si formano le code che invece
sono inevitabili quando i semafori sono in buona salute. Si costruiscono le
case dove si può e le scuole per i ricchi sono ben conservate mentre per i poveri
bastano quelle di fango e di paglia che brucia nella stagione secca. I
banchetti di vendita si susseguono senza apparente logica lungo le strade e
così le attività dei piccoli commerci le cui insegne, spesso accompagnate da
disegni o proverbi, compaiono e spariscono la settimana seguente. Non parliamo
del lavoro fisso che, pure qui, a parte l’amministrazione e i politici, è del
tutto infondato. Solo quello informale permette alla stragrande maggioranza
della popolazione di non essere inghiottita dalla miseria.
Se
resistere fa rima con esistere è perché da queste parti, malgrado i reiterati
tentativi di organizzare gli stati come le neocolonie vorrebbero, si fanno
strada i militari, i commercianti e gli occasionali salvatori della Patria. In
realtà, come sempre e dappertutto, si tratta della cattura del potere e allora
le r-esistenze del Sahel sconfinano con l’organizzata anarchia di cui, il socialista
‘utopista’ francese Pierre-Joseph
Proudhon, scrisse a suo tempo … ’ Essere
governati significa essere, in ogni operazione, in ogni transazione, in ogni
movimento, annotati, registrati, contati, valutati, timbrati, quotati,
brevettati, concessi in licenza, autorizzati, postillati, ammoniti, impediti,
riformati, rettificati, corretti … da esseri che non hanno né titolo, né
scienza, né virtù’. Non sarà facile mettere in riga questa imprevedibile
porzione d’Africa!
Nel
frattempo a Niamey risale la temperatura, la circolazione riprende i livelli
normali del venerdì, giorno di preghiera e di elemosina per i poveri che si
avvicinano ai luoghi di culto. Grazie a loro ci si guadagna il paradiso.