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venerdì 24 novembre 2023

Femminicidi. Il confronto con la storia – Giuseppe Aragno

 

Dietro quelli che chiamiamo femminicidi c’è qualcosa di più complesso e profondo di quanto si vede a prima vista. Non è facile ragionare a caldo di cose così terribili senza essere, sia pure inconsapevolmente, di parte, ma mi sono interrogato più volte su ciò che accade e – forse per deformazione professionale – ho cercato nella vicenda storica, nel suo percorso complesso, una possibile spiegazione.

In questi giorni circola per le sale cinematografiche un autentico capolavoro, firmato non a caso da una donna: C’è ancora domani, di Paola Cortellesi. È un film che ci riporta agli anni felici del neorealismo e ci offre il quadro di una società in cui il dominio dell’uomo sulla donna è totale, indiscusso e solo marginalmente contrastato. Quella società risente fortemente però – anche se forse non lo sa – di un’onda lunga, nata dall’antifascismo, dalla tragedia della guerra mondiale e dalla fertile esperienza della guerra di liberazione. Un’onda che porta con sé un radicale bisogno di libertà e cambiamento.
La scena finale, quella in cui le donne giungono per la prima volta ai seggi elettorali è di una stupenda intensità. Sono donne che sentono la necessità di scrollarsi di dosso il peso dell’uomo eterno padrone e si preparano a lottare. Si presentano sul palcoscenico della storia mentre la Repubblica nasce e nei seggi, come a chiarire le intenzioni degli uomini, i presidenti le invitano a togliere il rossetto per non invalidare la scheda. È un modo per marcare ancora una superiorità inesistente alla quale gli uomini, tutti gli uomini e di tutte le classi sociali non solo non vogliono, ma spesso non sanno rinunciare.
Seguiranno anni terribili, ma le donne non arretreranno. Il fascismo sconfitto non è più al potere, ma molte delle sue idee vivono nella nostra società. La Costituzione non è ancora entrata nelle fabbriche, nelle scuole e nelle famiglie. Li la lotta è sorda e si combatte per lo più nella vita privata, nel chiuso delle abitazioni. Alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso un’intera generazione insorge contro una società che non ha mai fatto i conti col fascismo e con la sua presenza nella vita del Paese. Sono anni di cambiamenti profondi; le “compagna” e i “compagni”, uniti nelle piazze in tante battaglie politiche, non trovano mai l’unità sule sul grande tema della condizione della donna. A conti fatti, però, il cambiamento più profondo e radicale, quello che più di tutti si afferma ed è in grado di durare, riguarda proprio la condizione della donna.
Il nuovo diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto, la parità scolastica, producono la sola “rivoluzione” che esce vittoriosa da quegli anni. Nell’anno accademico 1989-90, per la prima volta nella nostra storia, le donne iscritte all’università superano gli uomini. Per quanto riguarda il lavoro, le donne sono ancora penalizzate e sfruttate più degli uomini, ma rispetto alle loro madri e alle loro nonne la loro condizione è infinitamente migliore.
È un’affermazione destinata a durare, ma è anche il risultato di lotte che non hanno mai coinvolto tutto il Paese. Una parte consistente degli uomini l’ha subita e non è preparata a viverla. Non si tratta di una difesa d’ufficio. Non è nella mia natura. È piuttosto un tentativo di capire ciò che sta accadendo. Con l’affermazione del “berlusconismo” e lo sfarinamento delle sinistre, il livello di civiltà del Paese ha preso ad arretrare, ma le radici profonde della rivoluzione femminile hanno tenuto; l’arretramento ha coinvolto così solo marginalmente i progressi e la vita concreta delle donne e il problema è diventato esplosivo.
Una parte tutt’altro che minoritaria della popolazione maschile si è illusa di recuperare le posizioni perdute e di tornare a un modello patriarcale superato dai tempi, ha trovato una incerta e a volte involontaria complicità in quella minoranza di donne ricondotte alla condizione di “angeli della casa”, ma si è trovato di fronte il rifiuto, l’opposizione e in ultima analisi la resistenza della stragrande maggioranza delle nostre donne, delle nostre amiche sorelle e madri. Sono stati questi uomini, immaturi, forse coccolati in famiglia, spesso abituati a spuntarla con la forza nel gruppo dei maschi frequentati, a reagire nei modi sempre più violenti e disperati che si ripetono sempre più frequentemente sotto i nostri occhi e sfociano in comportamenti criminali.
Questi uomini, non sanno confrontarsi alla pari con donne libere e vivono in una società ipocrita, che nella sua stragrande maggioranza è ancora molto vicina alla società fascista. Non a caso tempo fa una pubblicità imprudente e rivelatrice, faceva cenno all’uomo che “non deve chiedere”.
Molti, moltissimi uomini pensano che gli tocchi di avere senza chiedere, ma sono costretti a fare i conti con donne mature, libere, colte, capaci di valutare. Donne che hanno mille ragioni per non cedere. Per molti di questi uomini questa situazione diventa un trauma. Rivendicano diritti che non hanno, ricevono rifiuti categorici e finiscono con l’aver paura di una donna capace di giudicarli, di valutarne l’insufficienza, i limiti e la pochezza. I più tendono a chiudersi in una realtà virtuale, in un mondo che non esiste. Altri, per fortuna una minoranza, cercano nella sopraffazione la via di uscita dalla frustrazione, si nutrono di rabbia e quando non sono capaci di controllare i loro istinti peggiori, si abbandonano a una furia distruttrice che li trasforma in carnefici.
Meritano certamente esecrazione e condanna, ma se non vogliamo che si moltiplichino, dobbiamo lottare per l’affermazione di valori alternativi e trovare modo di aiutarli. In famiglia, dov’è possibile, e nelle istituzioni che hanno il delicato compito della formazione. Ai vertici delle Istituzioni, dove purtroppo l’arretratezza ha fatto purtroppo i danni maggiori.

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giovedì 2 novembre 2023

Le vite dei palestinesi contano

articoli, video, poesie di Massimo Mazzucco, Gerald Kaufman, Gideon Levy, Robert Inlakesh, Sharmine Narwani, Mahmud Darwish, Noam Livne, Francesco Masala, Gideon Levy, Corey Gil-Shuster, Claribel Alegría, Moreno Biagioni, Jonathan Pollak, Libby Lenkinski, Giuseppe Aragno, Chris Hedges, Valeria Parrella, Giacomo Gabellini, Andrea Zhok, Alberto Negri, Gilbert Achcar, Enrico Semprini



Pax americana – Francesco Masala

Dice Putin che “la Pax americana è una cosa del passato”.
 
La Brown University, non a Pechino o Mosca, ma negli Usa (https://watson.brown.edu/costsofwar/), tra le altre cose, ci informa che dopo l’11 settembre 2001 sono morte nelle guerre almeno 4,5 milioni di persone (esclusi i morti in Ucraina), con 38 milioni di rifugiati di guerra (escluse Ucraina e Palestina), e che gli Usa sono intervenuti militarmente in 85 paesi (non sapevamo quanti paesi confinassero con gli Usa!).
 
Intanto abbiamo paura a chiamare quello che avviene a Gaza e in Cisgiordania genocidio, pulizia etnica, massacro, puoi sentir dire dalla stampa che muoiono tanti palestinesi, ma non che migliaia di bambini, donne e uomini vengono bombardati e uccisi senza pietà dagli israeliani, muoiono, semplicemente, il caso, il destino, si trovavano nel posto sbagliato il giorno sbagliato.
 
Il governo israeliano vuole battere il record di 13mila ebrei massacrati durante la rivolta del Ghetto di Varsavia, ci riusciranno se si impegnano, ce la stanno mettendo tutta.
 
Il pubblico delle cancellerie non si costerna, non s’indigna, non s’impegna, non vota per il cessate il fuoco all’ONU, hanno già troppo da fare a distruggere le condizioni di vita dei loro cittadini/sudditi, non possono impegnarsi anche a pensare al bene degli altri.
 
Quei 38 milioni di rifugiati di guerra (più ucraini e palestinesi), dice la canzone, verranno ancora alle nostre porte e grideranno ancora più forte, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti, per quanto noi ci crediamo assolti siamo per sempre coinvolti.
 
La prossima partita sarà Occidente contro Resto del Mondo.
 



Sterminare tutte le “bestie” – Chris Hedges

Tutti i progetti coloniali, incluso Israele, raggiungono un punto in cui abbracciano il massacro e il Genocidio su larga scala per sradicare una popolazione nativa che rifiuta di capitolare.

Durante l’assedio di Sarajevo, quando ero corrispondente per il New York Times, non abbiamo mai sperimentato il livello di bombardamenti a tappeto e il blocco quasi totale di cibo, acqua, carburante e medicine che Israele ha imposto a Gaza. Non abbiamo mai visto centinaia di morti e feriti al giorno. Non abbiamo mai neanche immaginato la complicità della comunità internazionale nella campagna di Genocidio serba. Non abbiamo mai assistito all’intervento di Washington per bloccare le risoluzioni del cessate il fuoco e a massicce spedizioni di armi dagli Stati Uniti e da altri Paesi occidentali per sostenere l’assedio. Non abbiamo mai visto i resoconti della stampa provenienti da Sarajevo venire regolarmente screditati e respinti dalla comunità internazionale, nonostante 25 giornalisti fossero stati uccisi durante la guerra dalle forze assedianti serbe. Non abbiamo mai sentito che i governi occidentali giustificassero l’assedio come diritto dei serbi a difendersi, anche se le forze di pace delle Nazioni Unite inviate in Bosnia erano in gran parte un gesto dimostrativo, inefficace nel fermare il massacro finché non furono costretti a rispondere in seguito al massacro di 8.000 uomini e ragazzi bosniaci a Srebrenica.

Non intendo minimizzare l’orrore dell’assedio di Sarajevo, che mi fa venire gli incubi quasi trent’anni dopo. Ma ciò di cui siamo stati testimoni: da tre a quattrocento bombe al giorno, da quattro a cinque morti al giorno e due dozzine di feriti al giorno, è una piccola frazione della morte e della distruzione di Gaza. L’assedio israeliano di Gaza somiglia più all’assalto della Wehrmacht a Stalingrado, dove fu distrutto oltre il 90% degli edifici della città, che a Sarajevo.

Venerdì la Striscia di Gaza ha avuto tutte le sue comunicazioni interrotte. Senza internet. Nessun servizio telefonico. Niente elettricità. L’obiettivo di Israele è l’assassinio di decine, probabilmente centinaia di migliaia di palestinesi e la Pulizia Etnica di coloro che sopravvivono nei campi profughi in Egitto. È un tentativo da parte di Israele di cancellare non solo un popolo, ma l’idea di Palestina. È una replica delle massicce campagne di massacro razzializzato da parte di altri progetti coloniali di coloni che credevano che la violenza indiscriminata e totale potesse far svanire le aspirazioni di un popolo oppresso, di cui avevano rubato la terra. E come altri autori di Genocidio, Israele intende tenerlo nascosto.

La campagna di bombardamenti di Israele, una delle più pesanti del 21° secolo, ha ucciso più di 7.300 palestinesi, quasi la metà dei quali bambini, insieme a 26 giornalisti, operatori sanitari, insegnanti e personale delle Nazioni Unite. Circa 1,4 milioni di palestinesi a Gaza sono sfollati e circa 600.000 sono senzatetto. Moschee, 120 strutture sanitarie, ambulanze, scuole, condomini, supermercati, impianti di trattamento dell’acqua e delle acque reflue e centrali elettriche sono stati ridotti in macerie. Ospedali e cliniche, privi di carburante, medicine ed elettricità, sono stati bombardati o stanno chiudendo. L’acqua potabile sta finendo. Gaza, alla fine della campagna di terra bruciata israeliana, sarà inabitabile, una tattica che i nazisti impiegavano regolarmente quando affrontavano la Resistenza armata, anche nel ghetto di Varsavia e poi nella stessa Varsavia. Quando Israele avrà finito, Gaza, o almeno Gaza come la conoscevamo, non esisterà più.

Non solo le tattiche sono le stesse, ma lo è anche la retorica. I palestinesi vengono definiti animali, bestie e nazisti. Non hanno il diritto di esistere. I loro figli non hanno il diritto di vivere. Devono essere cancellati dalla terra.

Lo sterminio di coloro a cui rubiamo la terra, di cui saccheggiamo le risorse e di cui sfruttiamo il lavoro è codificato nel nostro DNA. Chiedetelo ai nativi americani. Chiedetelo agli indiani. Chiedetelo ai congolesi. Chiedetelo ai Kikuyu in Kenya. Chiedetelo agli Herero della Namibia, 80.000 che, come i palestinesi di Gaza, furono uccisi a colpi di arma da fuoco e portati nei campi di concentramento nel deserto dove morirono di fame e malattie. Chiedetelo agli iracheni. Chiedetelo agli afghani. Chiedetelo ai siriani. Chiedetelo ai curdi. Chiedetelo ai libici. Chiedetelo alle popolazioni indigene di tutto il mondo. Sanno chi siamo.

Il volto distorto e coloniale di Israele è il nostro. Fingiamo il contrario. Ci attribuiamo virtù e qualità civilizzatrici che sono, come in Israele, deboli giustificazioni per privare un popolo occupato e assediato dei suoi diritti, impossessarsi della sua terra e ricorrendo alla prigionia prolungata, alla tortura, all’umiliazione, alla povertà forzata e all’omicidio per tenerlo sottomesso.

Il nostro passato, compreso il nostro recente passato in Medio Oriente, è costruito sull’idea di sottomettere o cancellare le razze “inferiori” della terra. Diamo a queste razze “inferiori” nomi che incarnano il male. ISIS. Al Qaeda. Hezbollah. Hamas. Usiamo insulti razzisti per disumanizzarli. “Haji” “Sporchi Arabi” “Cammellieri” “Ali Baba” “Spalaletame” E poi, poiché incarnano il male, poiché sono meno che umani, ci sentiamo autorizzati, come ha detto Nissim Vaturi, membro del Parlamento israeliano per il Partito al governo Likud, per cancellare “la Striscia di Gaza dalla faccia della terra”.

Naftali Bennett, ex Primo Ministro di Israele, in un’intervista su Sky News il 12 ottobre ha dichiarato: “Stiamo combattendo i nazisti”, in altre parole, il male assoluto.

Per non essere da meno, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha descritto Hamas in una conferenza stampa con il Cancelliere tedesco, Olaf Scholz, come “i nuovi nazisti”.

Pensate a un popolo, imprigionato per sedici anni nel più grande campo di concentramento del mondo, privo di cibo, acqua, carburante e medicine, privo di esercito, aeronautica, marina, unità meccanizzate, artiglieria, comando e controllo e batterie di missili, viene massacrato e affamato da uno degli eserciti più avanzati del pianeta, e sono loro i nazisti?

C’è un’analogia storica. Ma non è una situazione che Bennett, Netanyahu o qualsiasi altro leader israeliano vogliono riconoscere.

Quando coloro che sono occupati rifiutano di sottomettersi, quando continuano a resistere, abbandoniamo ogni finzione della nostra missione “civilizzatrice” e scateniamo, come a Gaza, un’orda di massacri e distruzione. Ci ubriachiamo di violenza. Questa violenza ci rende pazzi. Uccidiamo con ferocia sfrenata. Diventiamo le bestie di cui accusiamo gli oppressi di essere. Smascheriamo la menzogna della nostra decantata superiorità morale. Esponiamo la verità fondamentale sulla civiltà occidentale: siamo gli assassini più spietati ed efficienti del pianeta. Solo per questo dominiamo i “dannati della terra”. Non ha nulla a che vedere con la democrazia o la libertà. Sono diritti che non intendiamo assolutamente concedere agli oppressi.

“L’onore, la giustizia, la compassione e la libertà sono idee che non hanno convertiti”, ci ricorda Joseph Conrad, che ha scritto “Cuore di Tenebra”. “Ci sono solo persone, senza sapere, senza capire, senza sentimenti, che si ubriacano di parole, le ripetono, le gridano, immaginando di crederci senza credere ad altro che al profitto, al vantaggio personale e alla propria soddisfazione”.

Il Genocidio è al centro dell’imperialismo occidentale. Non è un fenomeno esclusivo di Israele. Non è una caratteristica esclusiva dei nazisti. È l’elemento costitutivo della dominazione occidentale. Gli interventisti umanitari che insistono sul fatto che dovremmo bombardare e occupare altre nazioni perché incarnano la bontà, sebbene promuovano l’intervento militare solo quando è percepito come nel nostro interesse nazionale, sono utili idioti della macchina da guerra e degli imperialisti globali. Vivono in un mondo illusorio dove i fiumi di sangue che generiamo rendono il mondo un posto migliore e più felice. Sono le faccine sorridenti del Genocidio. Potete guardarle sui vostri schermi. Potete ascoltarli declamare la loro pseudo-moralità alla Casa Bianca e al Congresso. Sono sempre in errore. E non se ne vanno mai.

Forse ci lasciamo ingannare dalle nostre stesse bugie, ma la maggior parte del mondo vede noi, e Israele, chiaramente. Comprendono le nostre inclinazioni genocide, la nostra totale ipocrisia e autocompiacimento. Vedono che i palestinesi, in gran parte senza alleati, senza potere, costretti a vivere in squallidi campi profughi o nella diaspora, espropriati della loro Patria ed eternamente perseguitati, soffrono il tipo di destino un tempo riservato agli ebrei. Questa forse è la tragica ironia finale. Coloro che una volta avevano bisogno di protezione dal Genocidio, ora lo commettono.

(Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org)

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Ci stiamo abituando – Massimo Mazzucco

Lentamente, ci stiamo abituando. Bomba dopo bomba, cadavere dopo cadavere, giorno dopo giorno, lentamente stiamo accettando l’idea che Israele possa portare avanti impunemente il suo sporco lavoro di pulizia etnica in Palestina. E lo stanno facendo sotto gli occhi di tutti, in modo plateale, alternando ogni bombardamento vigliacco dal cielo ad un grido scandalizzato di “avete visto cosa ci hanno fatto il 7 di ottobre!”

Nei nostri salotti televisivi, sistematicamente, i pochi che si battono ancora per conservare un senso di giustizia vengono sopraffatti dai servi di regime che urlano – anche loro fintamente – allo scandalo del 7 ottobre.

Nessuno riesce a vedere al di là di quella data. Esattamente come è successo per l’Ucraina, dove tutto era sembrato iniziare dal nulla il 24 febbraio 2022, oggi in Palestina tutto sembra essere iniziato il 7 di ottobre. Prima non c’era nulla. Prima c’erano due popoli che convivevano pacificamente l’uno accanto all’altro, felici e sereni, e di colpo uno di loro si è svegliato e ha deciso di fare un massacro.

Ormai la storia dei bambini bruciati vivi e decapitati, delle donne stuprate ed uccise ha preso il sopravvento sulla realtà storica. E non appena una Carmen Lasorella prova a dire (Rete 4, poche sere fa) che non esistono conferme oggettive di queste atrocità, viene subito zittita da un Molinari (direttore di Repubblica) che la redarguisce come una scolaretta, e le impone pubblicamente di scusarsi. Lo stesso Molinari, naturalmente, che si dimentica di dissociarsi quando un ex-ambasciatore di Israele dichiara pubblicamente che “bisogna radere al suolo Gaza con tutti i suoi abitanti”.

Il doppio standard morale dell’occidente è qualcosa di disgustoso. E noi, impotenti, osserviamo tutto questo senza poter fare nulla. Osserviamo i nostri governanti che, vigliaccamente, si astengono dal votare una risoluzione che chiede la sospensione dei bombardamenti, attaccandosi a ridicoli cavilli verbali.

Una volta ancora, la prepotenza sta vincendo sul senso di umanità, l’ingordigia sta prevalendo sulla pietà, l’arroganza sta avendo il sopravvento su qualunque criterio di giustizia.

E tutto questo, non dimentichiamolo, viene fatto in nome della “difesa della democrazia”.

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Discorso al parlamento inglese di Gerald Kaufman, nel 2009

Sono stato educato come un ebreo ortodosso e un sionista. Su uno scaffale della nostra cucina c’era una scatola di latta per il Fondo Nazionale Ebraico, in cui mettevamo le monete per aiutare i pionieri a costruire una presenza ebraica in Palestina. Sono andato per la prima volta in Israele nel 1961 e ci sono stato più volte di quante ne possa contare. Avevo la famiglia in Israele e ho amici in Israele. Uno di loro ha combattuto nelle guerre del 1956, 1967 e 1973 ed è stato ferito in due di esse. Il fermacravatta che indosso è ricavato da una decorazione della campagna elettorale che gli è stata assegnata, e che mi ha regalato. Ho conosciuto la maggior parte dei primi ministri di Israele, a cominciare dal primo ministro fondatore David Ben-Gurion. Golda Meir era mia amica, così come Yigal Allon, vice primo ministro, che, come generale, vinse il Negev per Israele nella guerra d’indipendenza del 1948.

I miei genitori arrivarono in Gran Bretagna come profughi dalla Polonia. La maggior parte delle loro famiglie furono successivamente uccise dai nazisti durante l’Olocausto. Mia nonna era a letto malata quando i nazisti arrivarono nella sua città natale, Staszow. Un soldato tedesco le sparò uccidendola nel suo letto. Mia nonna non è morta per fornire copertura ai soldati israeliani che uccidevano le nonne palestinesi a Gaza. L’attuale governo israeliano sfrutta spietatamente e cinicamente il continuo senso di colpa tra i gentili per il massacro degli ebrei nell’Olocausto come giustificazione per l’uccisione dei palestinesi. L’implicazione è che le vite degli ebrei sono preziose, ma le vite dei palestinesi non contano. Qualche giorno fa, su Sky News, alla portavoce dell’esercito israeliano, il maggiore Leibovich, è stato chiesto dell’uccisione israeliana di 800 palestinesi – il totale è ora di 1.000. Ha risposto immediatamente che 500 di loro erano militanti.

Il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni afferma che il suo governo non avrà alcun rapporto con Hamas, perché sono terroristi. Il padre di Tzipi Livnis era Eitan Livni, direttore delle operazioni del terrorista Irgun Zvai Leumi, che organizzò l’esplosione dell’hotel King David a Gerusalemme, in cui furono uccise 91 vittime, tra cui quattro ebrei. Israele è nato dal terrorismo ebraico. I terroristi ebrei impiccarono due sergenti britannici e catturarono i loro cadaveri. L’Irgun, insieme alla banda terrorista Stern, massacrò 254 palestinesi nel 1948 nel villaggio di Deir Yassin. Oggi, l’attuale governo israeliano indica che sarebbe disposto, in circostanze per lui accettabili, a negoziare con il Presidente palestinese Abu Mazen di Fatah. E’ troppo tardi per questo. Avrebbero potuto negoziare con il precedente leader di Fatah, Yasser Arafat, che era un mio amico. Invece, lo hanno assediato in un bunker a Ramallah, dove sono andato a trovarlo. A causa dei fallimenti di Fatah dopo la morte di Arafat, Hamas ha vinto le elezioni palestinesi nel 2006. Hamas è un’organizzazione profondamente cattiva, ma è stata eletta democraticamente, ed è l’unico gioco in città. Il boicottaggio di Hamas, anche da parte del nostro governo, è stato un errore colpevole, da cui sono derivate conseguenze terribili. Il grande ministro degli Esteri israeliano Abba Eban, con il quale ho fatto campagna per la pace su molte piattaforme, ha detto: “Si fa la pace parlando con i nemici”.

Per quanti palestinesi gli israeliani uccidano a Gaza, non possono risolvere questo problema esistenziale con mezzi militari. Quando e comunque i combattimenti finiranno, ci saranno ancora 1,5 milioni di palestinesi a Gaza e altri 2,5 milioni in Cisgiordania. Sono trattati come sporcizia dagli israeliani, con centinaia di blocchi stradali e con gli orribili abitanti degli insediamenti ebraici illegali che li molestano. Verrà il tempo, non molto lontano, in cui saranno più numerosi della popolazione ebraica in Israele. E’ tempo che il nostro governo chiarisca al governo israeliano che la sua condotta e le sue politiche sono inaccettabili e imponga un divieto totale delle armi a Israele. E’ tempo di pace, ma di pace vera, non della soluzione per conquista che è il vero obiettivo degli israeliani, ma che è impossibile per loro raggiungere. Non sono semplicemente criminali di guerra; Sono sciocchi.


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martedì 20 aprile 2021

CINQUE IN CONDOTTA. COME CAMBIARE LA VITA DI UN RAGAZZO - Giuseppe (detto Geppino) Aragno


Dopo ore di discussione “muro contro muro”, si era fermi al punto di partenza e nessuno avrebbe potuto dire su quale posizione si sarebbe formata una maggioranza nel turbolento Consiglio di classe. Tuttavia, era a loro, a quei docenti, che toccava decidere, ai componenti del disorientato “organo di democrazia dal basso”, come lo definiva con impareggiabile ipocrisia Enzina Delino, la dirigente scolastica che aveva dipinto sul viso il disprezzo per gli organi collegiali della scuola.

L’atmosfera s’era fatta così elettrica, che in un sussulto di orgoglio “matematica e scienze”, al secolo Maria Teresa Scacco, con la voce ferma dei momenti di passione, s’era rivolta alla preside,  guardandola negli occhi e più o meno volontariamente, con tono allusivo e brutale, le aveva detto quello che pensava:

– Siamo qui da ore e diventa sempre più evidente: l’andamento dei lavori del Consiglio incarna alla perfezione il frutto malato d’un matrimonio incestuoso. Lei lo sa bene, preside. Un nanerottolo deforme…

Chi la conosceva sapeva che, raddrizzati gli occhiali tondi, scivolati di sghimbescio sul bel naso francese, avrebbe proseguito, spiegando che responsabile dell’oscena nascita era il “miserabile connubio tra una destra sempre più codina e fascioleghista e la sinistra centrista e neoliberista di Veltroni e Dalema, i dioscuri del dopo Berlino”.

Tempo per proseguire però non ne ebbe. Il cenno al mostriciattolo tarato aveva fatalmente toccato la Delino che, tozza e sgraziata, dall’alto dei suoi incredibili tacchi a spillo, sfiorava sì e no il metro e quaranta. Per sopramisura, Pia Vassallo, la castigata docente di religione, che odiava di un odio viscerale la Scacco, rinforzò il vento della burrasca con un gelido “cafona comunista”, zufolato ad arte per sembrare un soffio e forte invece quanto ci voleva per giungere chiaro alle orecchie di tutti.

In quanto alla Delino, sciolte le briglie alla bile, scosse la criniera dei capelli ricci neri e cotonati, fulminò la Scacco con uno sguardo luciferino e replicò in un falsetto isterico e minaccioso:

– Ci risparmi i suoi inconcludenti comizi, signora Sacco e badi bene: non chiuderemo il verbale senza una conclusione legale e definitiva! Basta con le impuntature ideologiche. Se non troverete un accordo entro stasera, aggiorno il Consiglio a domattina. E se il tempo domani non dovesse bastarvi, stia certa, qualcuno darà spiegazioni a un ispettore!

Scacco ebbe un fremito. Per un attimo il labbro inferiore prese a tremarle, tuttavia, benché pallida come un cencio, ricacciò il pianto in gola e fu lapidaria:

– Magari un ispettore vicino al sindacato di cui lei è dirigente. Uno che sia contemporaneamente parte e controparte!

Per Delino quelle parole furono un violento ceffone, tuttavia non replicò. In un clima di estrema tensione, la discussione ripartì, ma il piccolo consesso, fino a quel momento diviso in “moderati”, “reazionari” e “progressisti”, aveva ormai inconsciamente trovato l’accordo su alcuni punti decisivi che non erano all’ordine del giorno: evitare uno scontro con la dirigente, “sbrigare la pratica” e tornarsene a casa.

La scelta di disertare era pragmatica: il coraggio di pochi, non poteva trasformare in combattenti i vili e gli opportunisti. Scacco capì e si adeguò. Scontri in passato ce n’erano stati, ma l’aveva spuntata sempre la dirigente e ognuno, infine, s’era fatto la convinzione che la partita era persa in partenza. D’altra parte, era inutile negarlo: la tozza e deforme durezza della Delino covava nel petto spropositato una prepotenza rara, maligna, esperta e cavillosa, sostenuta da una struttura psicologica parafascista e da un’attitudine al comando di tipo militaresco.

Abile nel dividere il corpo docente, solleticando le meschine ambizioni dei servi sciocchi, minacciosa e persino spietata con i pavidi, che ai primi segnali di guerra si tiravano indietro, Enzina Delino isolava chi dava battaglia e grazie alle recenti, dissennate riforme aziendaliste, che ne avevano sensibilmente aumentato il potere di dirigente, possedeva gli strumenti per colpire.

Finché avevano dovuto fare i conti con quanto sopravviveva dell’onda lunga del sessantotto.

Con la pressante, autentica domanda di cambiamento che attraversava trasversalmente la società, la donna aveva tenuto a freno il suo bonapartismo e la sua intolleranza per le regole della democrazia e nelle rare occasioni in cui aveva provato a imporsi era stata umiliata. Appresa la lezione, decisa a non lasciarsi travolgere dal vento della contestazione, Delino si era allora trincerata dietro l’obbligo di eseguire gli ordini che venivano dall’alto; quando le era sembrato conveniente, li aveva anche criticati per fingere un inesistente dissenso, ma s’era guardata bene dal farsi coinvolgere nello scontro. Di fatto, senza darlo a vedere, aveva sostenuto così ogni scelta ministeriale, anche la più scellerata.

Quando aveva sentito il vento cambiare, aveva preso a sfogare la frustrazione accumulata negli anni in cui era stata costretta a nascondere la sua vera natura e s’era messa a infierire sui più deboli, esercitando una tirannia tanto più rabbiosa in basso, sul popolo dei supplenti e sul personale non docente, quanto più era stata mortificata da chi in alto contava.

Pur sembrando del tutto priva delle necessarie qualità, il suo capolavoro, in quegli anni bui, l’aveva realizzato su un terreno per così dire “diplomatico”. Volpina, lucida e se necessario servile, aveva coltivato con umile e instancabile tenacia ogni utile amicizia; era stata indifferentemente bianca, rossa o nera, come le suggerivano calcoli, opportunità, occasioni, interlocutori e bisogni. Non c’erano uffici, funzionari e politicanti, che non le avevano aperto la porta e non si erano convinti della sua indiscutibile affidabilità. Da lei, chi chiedeva aveva. E in cambio di nulla.

Naturalmente l’aspetto esteriore di preside disponibile, accomodante, pratica, efficiente e – ciò che più conta – fedele e riservata, era una costruzione artificiosa. Ben altro era la donna nel profondo dell’animo buio, in cui nutriva un disprezzo bieco, viscerale e implacabile per “i feroci giacobini”, i “matti sognatori” e i “capi imbelli che lasciavano il campo agli uni e agli altri”.

Com’era noto solo a una ristretta cerchia di “amici fidati”, “giacobini” e “sognatori” per la Delino erano, senza distinzione di colore politico, coloro che avevano a cuore la coerenza ideale e l’interesse collettivo. Soffocato l’odio, tuttavia, se un “giacobino” le tornava utile, provava a conquistarlo con gli aperti segnali d’ammirazione, i lampi sapienti di consenso degli occhi cinerini e i civettuoli ondeggiamenti della chioma riccioluta, troppo voluminosa per il suo tronco corto, per i fianchi grossi e le gambe tozze. Enzina Delino era brutta davvero, ma quando un potente aveva voluto provare il gusto dell’orrore, non aveva fatto storie.

Ricca di famiglia, non aveva voluto negarsi i piaceri della carne e aveva acquistato un marito, come si compra qualcosa al mercato, scegliendolo di suo gusto tra la genìa dei servi calcolatori in vendita per quattrini. Sesso e basta, nessun fremito d’amore; l’istintiva repulsione per una passione che sfiorasse l’anima, l’avrebbe resa certamente frigida, sicché nulla le era mancato nella vita, meno di quei sentimenti che, con autentico disprezzo, definiva “amori sentimentali e fantasticherie da romanzi d’appendice”.

Quando la crisi della “prima repubblica” aveva rimescolato le carte al tavolo del potere, non si era fatta sfuggire l’occasione: s’era lanciata al volo sul carro dei nuovi padroni e questi l’avevano ripagata. Entrata a pieno titolo nel sottobosco fangoso del potere che si rinnovava, libera infine di essere così com’era, la Delino aveva conosciuto l’impagabile soddisfazione della vendetta: sotto gli indecenti tacchi a spillo delle sue scarpe di pelle leopardata, erano stati schiacciati in maniera feroce tutti quelli che, non avendo colto il profondo cambiamento, s’erano messi di traverso sulla sua strada. Mortificare “i feroci giacobini” e “i folli sognatori”, ai quali s’era dovuta inchinare ai tempi del trionfo della scuola di massa, era diventato uno degli obiettivi programmatici della sua vita di dirigente.

Certo, il potere che aveva acquistato era piccolo, poco più che il pallido riflesso d’un satellite lontano anni luce dalle stelle vere e la malvagità che poteva esercitare aveva orizzonti ristretti, ma Enzina era appagata; non aveva sperato di avere altro, se non il piacere della ritorsione. Chi legge con chiarezza i segreti della “fortuna” – e lei era capace di farlo – sa che quando l’ambizione ha senso della misura e tiene in giusto conto il rapporto reale tra qualità personali e valore quantitativo dell’investimento, il rendimento è molto produttivo e il successo non solo ripaga le attese, ma promette di allargare l’orizzonte. Enzina Delino valeva poco o niente, ma lo sapeva bene e questa consapevolezza era stata spesso decisiva al momento delle scelte cruciali.

Se, per tornare alla riunione dell’“organo di democrazia di base”, qualcuno quella sera s’era messo in testa di decidere ciò credeva giusto, bene, avrebbe dovuto vedersela con la rabbia feroce della Delino, che, per suo conto, non aveva dubbi: era giunto il momento di mettere in chiaro una volta e per sempre cosa volesse dire “gerarchia”.

E’ legge di natura: il silenzio pauroso dei deboli diventa schiamazzo prepotente, se a sostenerlo ci sono le armi di un alleato forte. Lucia Viso – una vita di sconfitte nella “maggioranza silenziosa” – nemica giurata dei “decreti delegati” e di ogni espressione di democrazia nella gestione del sistema formativo, aveva sentito subito che quella sarebbe stata finalmente la sua giornata. Sconfiggere l’antico avversario in quella maledetta scuola di periferia sarebbe stato come girare la boa e sentire la campana dell’ultimo giro con largo anticipo sui concorrenti. Per Viso era chiaro: si era giunti alla fine di una egemonia culturale che per anni l’aveva umiliata. Basta richiami alla condizione sociale, basta obiettivi minimi ridotti praticamente al nulla, basta pedagogismi, buonismi e pietismi. Basta tutto. Basta soprattutto logoranti duelli con teppisti, scansafatiche e scostumati eternamente protetti dalla sinistra. Stavolta seppe urlare. Era la prima volta che lo faceva e ne provò un godimento fisico:

– Quell’impunito di Riverso va fermato e non m’importa nulla delle chiacchiere sulla sua situazione di partenza, sulla famiglia che c’è e non c’è. Non m’importa nemmeno se ha mantenuto l’impegno di migliorare nel secondo quadrimestre. E non venite a dirmi che in terra di camorra…

In un silenzio opprimente anche un alito di vento fa sobbalzare e quelle poche parole scatenarono la bufera:

– Noi non abbiamo puntato sull’autorità. La scommessa nostra è quella dell’autorevolezza.

Era stato Mario Tecce, il professore d’italiano, a replicare. La discussione era nata proprio dalla sua strenua difesa di Riverso ed era impensabile che stesse zitto; per chi lo conosceva, tuttavia, il tono della voce rivelò una stanchezza mortale e una lontananza improvvisa e innaturale. I capelli bianchi un po’ disordinati, gli occhi profondi e azzurri diventati una lama dietro le lenti dalla montatura dorata, il viso affilato, benché quadrato, le labbra nervose e serrate, tutto rivelavano che qualcosa in lui non andava.

Scacco, che lo conosceva bene, lo guardò con angoscia e sentì che nel petto gli bruciavano con la stessa intensità una passione non ancora disposta a piegarsi e una fatica così dolorosa, da impedirgli di reggere la prova. Capì e un tremendo senso di colpa sembrò schiacciarla. Nello scontro durato tutto intero un anno tra il suo vecchio collega, compagno di tante battaglie e la diabolica Delino, l’aveva lasciato troppo solo e la solitudine aveva fatto bene il suo lavoro. Se un mezzo di contrasto avesse consentito una radiografia dell’anima, il filo che di norma tiene insieme la vita e la volontà di vivere sarebbe apparso irrimediabilmente vicino alla rottura.

Anche Viso percepì che il suo storico avversario era prossimo alla resa e lo incalzò. Nella vittoria, nessuno è più feroce di un debole di fronte al forte ch’è caduto.

– Tu e quelli come te ci avete imposto per anni l’idea deformata d’una scuola perennemente “sessantottina” in cui, oltre ogni lecita misura, pesavano più di tutto il rapporto tra risultati e contesto. Tu, come un invasato giacobino che parla in nome del popolo che in realtà non ama, hai posto in prima linea la disponibilità al dialogo, una presenza diventata assidua e in qualche modo attiva…

– Che io sappia, però, non c’è traccia di un tuo dissenso, replicò Tecce con flebile ironia, ma non poté proseguire. Delino anticipò Viso, ma era come cantassero in coro:

– Il mondo per fortuna cambia, ed è tempo che cambiamo anche noi, ora che la riforma ce ne offre finalmente l’occasione. Il punto centrale della discussione, prof. Tecce, non gira più intorno alle sue chiacchiere. Il punto non è il “segnale fortissimo, rappresentato da una presa di distanza dagli esponenti del sistema”, su cui lei insiste da ore, o la sua certezza, mai però dimostrata dai fatti, che il suo amato studente non “spaccia” più. Il punto è che quel diavolo di Riverso continua ad accusarci apertamente di non capire nulla di lui e di quelli come lui. Stiamo parlando di un delinquente, di uno che è venuto a sfidarmi: “’o saccio, ve faccio schifo, però pure voi facite schifo a me!”. L’ha detto, non s’è scusato e non ha mai modificato la sua posizione.

Ancora una volta Sacco fu tagliente:

– Mi pare che abbia detto la verità. E qui sappiamo bene che certe cose non le dice a tutti noi. Se si sente accettato, queste cose non le dice e vi ricordo che mesi fa tutti ci eravamo trovati d’accordo sul fatto che una bocciatura avrebbe provocato un abbandono.

Di conserva, con quanta forza gli restava, il professore d’italiano si rivolse direttamente a Viso:

– Per onor di firma: non gli abbiamo dato quello di cui ha veramente bisogno. Né a lui, né a tanti come lui. Sono scelte che passano sopra la nostra e la loro testa, questo lo so. Pagano gli ultimi. Scelte politiche, se per politica s’intende fondi tagliati, accorpamenti, classi pollaio e favori al privato. E lo dico io, prima che qualcuno me lo ricordi: questa non è la sede per discutere di certe cose.

Delino replicò a muso duro:

– Non consento a nessuno, a lei meno che a tutti, professore, di valutare il lavoro di questa scuola e dei suoi colleghi. Meglio farebbe a badare a se stesso!

Luca Grosso, l’ex maresciallo dei carabinieri, passato per l’Isef e acquisito Dio sa come nei ranghi della scuola, intuì che era giunto infine il suo momento e non si fece pregare. Per un anno s’era vantato di discutere coi giovani. Ora gettava la maschera e sbottava:

– Questo Riverso è solo un piccolo pendaglio da forca. Nient’altro. Un futuro avanzo di galera.
Incoraggiata dal carabiniere, la religiosissima Pia Vassallo trovò finalmente modo di essere se stessa, senza nascondersi dietro il paravento d’una gesuitica bontà e nella furia lasciò che la camicetta molto accollata sul seno prosperoso si sbottonasse.

– Cazzo, finalmente qualcuno che lo dice: è un gaglioffo indecente e senza Dio.

Imbarazzata dagli sguardi insistenti del carabiniere, si abbottonò la camicetta tra isterici rossori, ma si sentì subito a suo agio perché uno dopo l’altro giunsero il sostegno dalle colleghe di musica e arte, che intervennero sulle “qualità artistiche” dello “studente indiavolato”:

– E’ vero, nella recita di fine anno ha dato un buon contributo per la scenografia e le musiche, ma solo il padreterno sa quello che c’è voluto per tenerlo a bada!

In una speranza disperata, il professore d’italiano tentò una difesa estrema:

– Se ritorniamo sulle promozioni già approvate, non ci vorrà molto a verificare che tanti sono messi peggio di Riverso…

Un errore imperdonabile. La speranza di salvarne uno produsse infatti la rovina di altri. Prima delle verifiche, l’ex appuntato chiese e ottenne che si adottassero preventivamente criteri di valutazione nuovi:

– Sul giudizio finale peseranno parolacce, rispostacce e anche i comportamenti provocatori di due o tre puttanelle che, lo sappiamo tutti, finiranno sul marciapiede.

Nessuno eccepì, nemmeno Tecce, che sembrava ormai assente. Fu così che, con Riverso, persero l’anno due ragazzi e due ragazze che prima della verifica erano stati promossi. Tutti naturalmente con un definitivo e liberatorio cinque in condotta.

A settembre il professore d’italiano non prese servizio. Una commissione medica l’aveva assegnato ad altre mansioni per un gravissimo esaurimento nervoso e s’era trincerato nella biblioteca d’una scuola elementare. In quanto a Riverso, come sarebbe andata se non fosse stato bocciato nessuno saprà mai. Di certo c’è che alla ripresa non s’era presentato. Per tutta l’estate aveva scorrazzato sul motorino e s’era rimesso a fare il “pusher” per la camorra. A fine settembre, qualcuno gli aveva “insegnato per sempre l’educazione” e una mattina, ai primi di ottobre l’avevano trovato poco lontano dalla scuola. Un solo colpo, tirato alla nuca. A bruciapelo.


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lunedì 14 settembre 2020

IL PROFESSORE – Giuseppe Aragno


– A che serve pensarci? E’ andata così. Inutile fare i filosofi e tirar fuori le verità universali, esclamò Francesco, avvilito. Queste cose le fanno gli storici che vendono parole al miglior offerente. Raccontano guerre e battaglie, ricordano generali, date e campi di battaglia, ma cancellano i soldati, le popolazioni colpite, le donne, gli uomini e il dolore. E’ così che la storia diventa la scienza dell’inganno. Mi ricordo di uno che una sera alla tele parlava dell’Asiento…

– L’Asiento? E cos’è?, chiese Lucia, incuriosita.

– E’ una parola affascinante, lo so, ma ha un significato terribile. Si parlava di grandi Stati, quelli che chiamano “fari della civiltà”, e tu capivi che c’era stata guerra tra loro per il possesso di questa cosa che pare una musica: l’Asiento. Presto però venne fuori che si trattava del monopolio degli schiavi, un affare miliardario, che ognuno voleva tutto per sé: sovrani, imprenditori, proprietari terrieri, militari. La grande assente era la sofferenza degli sventurati venduti a milioni a questo o a quel padrone.

– Bestie e mercato, Francè, osservò Lucia.

E su queste parole il discorso s’inceppò. Pareva che d’un tratto Francesco avesse indossato la sua vecchia tuta blu, logora e stinta, che gli intristiva inspiegabilmente il viso tutto occhi neri sotto una nuvola di capelli bianchi.

– Bestie e mercato, ripeté Lucia, oppressa dal silenzio. Nessuno ce la racconta mai così questa infamia che chiamano storia.

Francesco, però, continuava a stare zitto. Giocherellava nervoso con la forchetta, davanti al bicchiere di vino rosso, gli occhi rivolti al televisore acceso sul dibattito dell’ultima ora. C’era un’intervista all’immancabile neoliberista travestito da studioso e il conduttore lo presentò con l’etichetta scientifica con cui da tempo si vestivano a festa i teorici dello sfruttamento: un giuslavorista.
– Lo scienziato del cazzo! urlò all’improvviso Francesco, terremotando il tavolo con un terribile pugno. Giuslavorista! E che pensi, tu, che ci siamo tutti rincoglioniti? Te la cavi perché le tue carognate vai a dirle là, dove nessuno ti dice chi sei! Ma io ti conosco e lo so quanto vali!

Lucia sobbalzò.

– Ma che c’è? Un bicchiere solo e il vino ti va già alla testa? E chi sarà mai questo qui, che per poco non sfasci il tavolo! Ma ti pare questo il modo, scusa? M’hai spaventata! Non sarà stato lui che t’ha mandato a casa!

La moglie, sbiancata a vederlo così esasperato, lo fissava, scuotendo la testa. Si vedeva ch’era stata bella da giovane e aveva ancora una luce vivissima negli occhi inquieti, che sembravano specchio del mare. Anche le mani, che nell’evidente agitazione s’erano unite come in preghiera, avevano l’eleganza naturale di due danzatrici levate sulle punte alla ricerca del cielo. Da quanto tempo la durezza d’una vita di stenti impediva a Francesco di stringerle come un tempo, quelle mani, con la forza della passione e l’infinita dolcezza che l’aveva incantata in quel gigante che metteva paura solo a guardarlo? A questa domanda Lucia non avrebbe saputo rispondere, ma non ce l’aveva con lui. Non poteva. Gli avevano fatto così tanto male, che s’era chiuso in se stesso e non lasciava spazi per la tenerezza. Aveva paura di farlo, Lucia lo sentiva. Paura di cedere di schianto, di cominciare a piangere e non riuscire più a smettere. E le tornavano in mente il padre cupo e taciturno, negli anni della sua infanzia e la madre che ripeteva ogni tanto una frase di cui solo ora riusciva a cogliere il significato profondo e il dolore che nascondeva:

– Se a un uomo togli il lavoro, figlia mia, prima perde la sicurezza in se stesso, poi si vergogna come fosse un ladro.

Di questa Waterloo dei sentimenti non parlano mai gli esperti nelle loro inutili interviste. Eppure è così che va: dopo la rabbia per l’ingiustizia, le rinunce cancellano i sogni. I libri e i giornali sono pieni di pagine sul prodotto interno lordo, sui titoli, le oscillazioni della Borsa, le importazioni, le esportazioni, ma di questa Caporetto della vita, della miseria che mette in crisi l’intimità delle coppie, delle innumerevoli famiglie travolte dalle “reazioni” del mercato, di tutto questo non si cura nessuno.
– Privilegiati, ripeteva intanto, ossessivo, l’esperto, con una sicumera provocatoria che gli veniva probabilmente dalla triplice veste di avvocato, studioso e senatore. Privilegiati, continuava; lui, proprio lui che, saltabeccando di qua e di là e fiutando il vento, aveva messo assieme una pensione da parlamentare, una da ordinario di diritto del lavoro nelle università ridotte alla bancarotta e i cospicui introiti dello studio legale ereditato dal padre. Francesco lo ascoltava e sul viso largo e onesto si vedeva la nausea.

– Privilegiati e super tutelati, sì. Ma che pretende la Fiom? E’ ora di finirla, occorre mettere sullo stesso piano padri e i figli.

Ce l’aveva coi metalmeccanici e si capiva bene, nonostante le cortine fumogene, che la sacra furia egualitaria aveva lo sguardo tutto volto in basso.

– Bisogna riconoscerlo, insisteva, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità ed è tempo di piantarla con la difesa di interessi corporativi. Tutelare tutti significa riconoscere che occorre ridurre i salari per sostenere chi non lavora, consentire libertà di licenziamento e mano libera all’iniziativa degli imprenditori.

Francesco sbottò, quasi fossero uno di fronte all’altro e, a onor del vero, fu molto più preciso e concreto del presunto esperto.

– Il professore dovrebbe saperlo. Quando a decidere erano i padroni del vapore, c’era la Costituzione, ma si licenziava chi dava fastidio. Nei primi anni della Repubblica ci sono stati sessantacinque morti ammazzati in piazza. In Francia solo tre, senatore. Uno, due e tre! E una legge da noi, nel 1974, ha riconosciuto che più di quindicimila lavoratori e lavoratrici avevano subito persecuzioni politiche. Peggio che durante il fascismo! E c’è voluto lo Statuto dei lavoratori per fermare questa maledizione. Ora non c’è più e avete ricominciato.

L’esperto, però, che non poteva ascoltarlo, continuava imperterrito:

– Occorre un sindacato realista. La libertà di licenziamento è necessaria a un Paese civile.
– E in cambio? – chiedeva con aria garbata il conduttore, senza nulla obiettare – in cambio che propone ai lavoratori?

– In cambio gli imprenditori si impegneranno a formarli e a ricollocarli.

Da queste ricette miracolose il giuslavorista aveva ricavato premi, notorietà e quattrini. Stava a sinistra, ma a destra l’avrebbero accolto coi tappeti rossi. Francesco fremeva. Aveva sputato l’anima alla catena di montaggio e poi l’avevano mandato a casa. Troppo presto per la pensione e troppo tardi per riciclarsi nella giungla che l’esperto chiamava “mercato del lavoro”. Per questo suo dramma, però, come per tutti gli altri problemi dei lavoratori, il giuslavorista diceva di avere già pronte le soluzioni. Le aveva presentate al Parlamento come progetto di legge. Una riforma organica, sosteneva, ma a Francesco, che se ne intendeva, pareva solo un imbroglio ben congegnato. Secondo l’operaio non ci voleva molto a capire com’era andata: i padroni avevano dettato, lo studioso aveva rinnovato l’impianto ch’era vecchio come Noè e alla fine aveva messo la sua illustre firma. A Francesco toccava solo pagare, come da anni, del resto. I lavoratori pagavano anche la scorta armata che proteggeva l’esperto.

L’operaio s’era calmato. Il volto pallido e pensoso della moglie lo aveva ipnotizzato e non gli accadeva da anni. La donna – chissà perché Francesco se ne accorgeva così tardi – aveva perso la sua battaglia con la trama sottile delle rughe, ma il volto, ancora così dolce e le labbra sensuali, gli facevano venire in mente gli anni della giovinezza. Per non darla vinta a una tentazione che temeva disperata, indicò col dito l’esperto e sussurrò:

– E’ lui che dovevi sposare, Lucia. Lui, non un disgraziato come me. Chissà che vita che faresti… Te lo ricordi, quando ti veniva appresso?

– Ma chi mi veniva appresso, Francé? – replicò la moglie irritata e stupita. A te questo licenziamento ti sta facendo veramente male. Di chi parli? E poi, se siamo a questo e ci tieni a saperlo, te lo dico. Io non avrei dovuto sposare nessuno. Il matrimonio è la tomba dell’amore e seppellisce soprattutto le donne…

Voglia di litigare Francesco non ne aveva. Più guardava la donna, più sentiva un gran desiderio di abbracciarla e più si rendeva conto di quanto feroce fosse stata la vita. Troppi stenti, troppa fatica, pensò, e non si fermò sulle parole della moglie che gli avevano fatto più male di uno schiaffone dato a tradimento.

– Davvero non te lo ricordi? Guardalo. Era con noi alla Fiom. Paolo, si chiamava. Come fai a non ricordare? Un dirigente giovanissimo, che s’accendeva come un cerino e ripeteva sempre la stessa canzone…

– Un sindacato di lotta, contro i moderati e contro i padroni…, sussurrò, come folgorata, Lucia, mentre si avvicinava incredula al televisore. Guardò l’esperto per un lungo minuto, scosse la testa, poi si girò verso il marito:

– Paolo, sì. Ora me lo ricordo anch’io. Come hai fatto a riconoscerlo?

– Non è cambiato molto. E poi, come non ricordare? L’autunno caldo, piazza Fontana, gli anni di piombo, le strade come campi di battaglia. E lui con noi. Astratto, come oggi, ambiguo, ma con noi. Sta a sentire, ascoltalo: col sindacato o contro il sindacato. Dei lavoratori non parla mai. Oggi dice mercato come ieri diceva lavoro, ma di chi fatica, di chi stenta ogni giorno in fabbrica e si logora, spremuto come un limone, non capisce nulla. Se ne andò dal sindacato per passare al Partito, mi ricordo. Quattro anni, in Parlamento, stipendio comunista, soldi quanti ne vuoi e se la prende coi privilegiati…

Come in trance, Lucia ascoltava il marito e la storia incredibile del giuslavorista che si fa dieci anni di Camera del Lavoro alla Cgil, rappresenta i metalmeccanici, ma non è metalmeccanico e quando parla per loro non sa di che parla.

– In Parlamento, proseguì Francesco, finì naturalmente alla Commissione Lavoro e tornò ad occuparsi di lavoratori. Lo sai com’è andata, no? Quanti ne abbiamo avuti di compagni così! Tutti allo stesso modo: più salivano su, più si accorgevano di poter contare, più facevano le amicizie giuste e più cambiavano pelle. Questo qui non s’è lasciato mai sfuggire un’occasione.

– Che ha fatto nella vita?

– In Parlamento ha sfruttato leggi e leggine e ha trasformato in lavoro la sua collaborazione col sindacato. Una dichiarazione della Cgil ed ecco che sulle spalle dei lavoratori sono finiti i costi di contributi che nessuno ha mai versato. Poi è passato all’università. Sai come accade, no? Porti la borsa all’uomo giusto nel momento giusto e ti fanno professore.

– Lo senti? interruppe Lucia. Ce l’ha coi fannulloni. Ce l’ha con me e con te che siamo rimasti metalmeccanici

– Certo – sorrise Francesco – lei, signora, non faccia l’innocente, lo sa bene che ha contribuito ad affondare il Paese

Lucia non rispose, ma aveva negli occhi la luce dei vent’anni.

– Però non è felice, esclamò d’un tratto. Guardalo, sembra livido. Uno così, non è in pace con se stesso. Non mi ricordo più di come sia andata tra noi…

– Tra me e te?

– Ma che dici, Francè? Tra me e lui.

– Cercava una compagna… disponibile.

– Una puttana, dici?

– Pensava che tu ti vendessi.

– E’ così. Misuriamo gli altri da noi stessi.

– Sì, più siamo marci, più riteniamo che sia marcio il mondo…

Paolo, l’esperto, era tornato intanto su una tesi che gli stava più di tutte a cuore e ripeteva come un vecchio disco incantato:

– Se si consentisse agli imprenditori di licenziare, si potrebbero tutelare meglio gli interessi dei lavoratori. Il sindacato è su posizioni di assurda conservazione. Sono i limiti culturali della sinistra.

Lucia fece appena in tempo a commentare:

– Non dico una bella cosa, lo so, ma per forza ci vuole la scorta

Francesco la guardava come non capitava da tempo.

– Non gli basterà, la scorta. Faremo la rivoluzione

– Come avessimo vent’anni, Francè sussurrò Lucia con un tremito nella voce, mentre la luce s’abbassava e la televisione d’improvviso taceva con uno zig zag luminoso e un impercettibile fruscio.

– Sì, proprio così, come avessimo ancora vent’anni

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