domenica 19 aprile 2026

A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero...

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.

A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.

Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.

Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.

Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.

Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.

A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.

Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.

Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.

Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.

Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.

Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.

Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.

Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.

https://www.vocedellasera.com/storia/guerre-oppio/

sabato 18 aprile 2026

Scusate, ma è troppo facile difendere il Papa e poi fare quel che dice Trump - Francesco Cancellato

Non basta definire inaccettabile quel che ha detto il presidente Usa del Papa. Occorre ascoltare quelle parole, prenderne atto e prendere davvero le distanze con “signori della guerra” come Trump e Netanyahu.

Quel che ha detto Trump di Papa Leone sarà pure inaccettabile, ok. Ma ora, per cortesia, ascoltiamo davvero quel che sta dicendo il Papa sulle guerre in atto.

Ad esempio, ascoltiamo bene quel che il Pontefice ha detto ieri a Bamenda, in Camerun, in un territorio devastato da una delle tante guerre civili africane, finanziate molto spesso da grandi potenze non africane, e da cui scappano le persone che noi poi lasciamo morire sui barconi, o che rispediamo a morire nelle prigioni libiche.

Ha detto, il Papa, che “Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni”, e che questi “signori della guerra (…) fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare”:

Ogni riferimento agli Stati Uniti d’America non è casuale, viste le recentissime scelte di Trump in materia di budget – 1500 miliardi per la difesa, niente per tutto il resto. Ma perché no anche per l’Italia, che ha promesso a Trump, nel giro di qualche anno, che il budget per la difesa arriverà a superare quelle per l’istruzione – 5% contro 3% del PIL – arrivando a lambire la spesa sanitaria (6,3% del PIL).

Perché no, non bastano un paio di atti simbolici di presa di distanze contro un paio di quella “manciata di tiranni” come Trump e Netanyahu – a proposito: il Papa li ha chiamati proprio così, “tiranni” – per marcare una svolta.

Occorre essere consequenziali fino in fondo, per una volta. Se davvero quel che ha detto Trump sul Papa è inaccettabile, allora cominciamo davvero a rimettere i soldi su suola e sanità, a ricostruire istituzioni di pace e cooperazione anziché distruggerle, e a chiamare pure noi i tiranni col loro nome.

Altrimenti, scusate, ma di inaccettabile c’è solo la nostra ipocrisia.

da qui

Quanti israeliani servono per uccidere 300 libanesi in 10 minuti? - Amira Hass

Quanti israeliani servono per uccidere più di 300 libanesi e ferirne più di 1.000 in 10 minuti e con un centinaio di raid aerei? Gli esperti militari saprebbero sicuramente rispondere a questa domanda, basandosi sul numero di aerei da combattimento e droni decollati per la loro missione l’8 aprile, il primo giorno del cessate il fuoco con l’Iran.

Saprebbero calcolare il numero di piloti, navigatori, personale di terra e addetti all’intelligence direttamente coinvolti nella pianificazione e nell’esecuzione. Tra questi figuravano il capo di stato maggiore e lo stato maggiore generale, nonché il primo ministro e il ministro della difesa che avevano approvato il piano.

Una persona non esperta potrebbe suggerire di ampliare l’elenco. Dovrebbe includere:

I genitori devoti che hanno cresciuto i loro figli nell’amore per la patria e nella disponibilità a contribuire allo Stato fino all’ultima goccia di sangue di palestinesi, libanesi e iraniani.

Gli insegnanti che insegnavano loro a non fare domande quando si trovavano all’interno di un carro armato o nella cabina di pilotaggio.

I docenti universitari che si vantano del fatto che gli studenti scelgano di studiare con loro tra un bombardamento e l’altro di interi quartieri residenziali, giustificandosi con l’affermazione che lì vive un comandante di alto o basso rango delle Guardie Rivoluzionarie, di Hamas, di Hezbollah , della Jihad Islamica o di un altro gruppo, e che quindi è considerato eliminabile.

I giornalisti che esprimono le loro riserve sul primo ministro e sul ministro della difesa, finché quegli stessi leader non ordinano bombardamenti, uccisioni e distruzioni. In quel momento, le loro parole diventano verità sacre e indiscutibili.

Come si fa a calcolare quanti israeliani sono coinvolti nella morte di Ola al-Attar, una donna di poco più di trent’anni, uccisa nella clinica dentistica dove lavorava come segretaria nel sobborgo meridionale di Beirut di al-Ouzai? Il 4 agosto 2020, suo marito Hamad è morto nell’esplosione al porto di Beirut , come riportato da Daraj e L’Orient-Le Jour, entrambi noti per le loro critiche a Hezbollah – se mai a qualcuno importasse abbastanza da chiederlo.

Oltre al suo lavoro, Ola al-Attar era attiva nel comitato dei familiari delle vittime dell’esplosione, chiedendo giustizia . La coppia aveva due figlie, Fatima di 8 anni e Zahra di 13, ora rimaste senza madre.

La perdita delle ragazze verrà giustificata dagli avvocati della procura militare e dalla procura generale, che di norma forniscono la loro approvazione di principio a bombardamenti di questo tipo. A tempo debito, un rapporto dettagliato spiegherà probabilmente perché l’uccisione di una madre di due figli è proporzionata secondo il diritto internazionale e necessaria per la sicurezza di Israele.

L’elenco dei responsabili dovrebbe includere anche insegnanti e docenti di geografia e di studi sul Medio Oriente? Hanno forse omesso di insegnare che al-Ouzai era un quartiere densamente popolato e povero, e la sua continuità umana, geologica, architettonica, economica e culturale? Oppure l’hanno insegnato, ma non sono riusciti a trasmettere ai nostri aspiranti piloti e geni dell’intelligence la consapevolezza che gli arabi, non meno degli ebrei, sono profondamente legati ai luoghi in cui vivono e che la distruzione lascia cicatrici che si tramandano di generazione in generazione?

Nel XIX secolo Al-Ouzai era conosciuta come una zona prevalentemente cristiana, come testimoniano le sue chiese abbandonate. Circa 60 anni fa, era una zona ricreativa per i ricchi di Beirut, che vi si recavano per andare in barca, nuotare e prendere il sole. In seguito si trasformò in una baraccopoli, plasmata dalle migrazioni forzate di libanesi e palestinesi durante la guerra civile del 1975 e dagli attacchi siriani e israeliani. Prende il nome dall’Imam Abd al-Rahman al-Awza’i dell’VIII secolo, che vi è sepolto. Un tempo si chiamava Hantous, per via delle rocce nere che costeggiano il suo litorale.

In un post di un blog del dicembre 2025, un abitante del quartiere lamentava la scomparsa della sua popolazione cristiana. Un altro quartiere di Beirut, più a nord, Barbour, è rimasto eterogeneo. Hezbollah non gode di grande sostegno in quella zona, come riportato dal Guardian il giorno dopo che l’operazione israeliana, opportunamente denominata “Oscurità Eterna”, aveva riversato fuoco e metallo anche su di esso. Le scuole del quartiere avevano aperto le porte alle famiglie in fuga dal Libano meridionale sotto i bombardamenti israeliani. Poco dopo, poiché l’esercito e l’intelligence israeliani sostenVANO che alcuni dei fuggitivi ERANO membri di Hezbollah, anche questo quartiere è diventato un obiettivo legittimo e proporzionato per la tecnologia di sterminio israeliana.

Il quartiere porta questo nome dagli anni ’70, in onore di un ginecologo che vi abitava. Si trova tra due chiese, con due cinema al centro. Un corrispondente di Daraj descrive alcuni dei suoi eroi, così come ha descritto i suoi residenti: Abu Darwish, un rifugiato palestinese di Acri, che ha aperto un negozio di alimentari con i suoi figli di fronte a uno dei cinema; Jamil e Abdo, gemelli cristiani di Gerusalemme, che hanno aperto anche loro un negozio, mentre il loro fratello è diventato il parrucchiere delle donne del quartiere; e i fratelli di un villaggio del Libano meridionale che possedevano il negozio di fiori locale.

Viene menzionata anche Madame Therese, un’insegnante di liceo che una volta invitò il corrispondente al matrimonio di suo fratello in una delle due chiese del quartiere, al Mousseitbe. A ovest di quest’ultima viveva la coppia formata da Khatoun Salma e Mohammed Karshat. Subito dopo il bombardamento, le loro foto iniziarono a circolare, con la gente che chiedeva se qualcuno li avesse visti. I loro corpi furono ritrovati quella stessa notte sotto le macerie. Salma era una poetessa. “Non è stata la ferita a farmi male, ma il sangue che non le somigliava affatto”, disse un partecipante al funerale dopo la sua morte.

Tutti coloro che sono insensibili al dolore delle persone che uccidiamo dovrebbero essere considerati complici diretti o solo indiretti?

Traduzione a cura di Grazia Parolari

da qui

venerdì 17 aprile 2026

Trump e Netanyahu sono i nuovi nazifascisti

 

Oltre l’atlantismo: ristabilire rapporti di amicizia con Russia e mondo arabo - Enrico Grazzini

L’Europa deve sganciarsi da USA e Nato, fare la pace con la Russia e diventare prospera e indipendente

Licenziamo Mark Rutte, il capo della Nato, che vuole trascinare tutti gli europei nelle folli e sanguinarie guerre che Israele e l’America di Donald Trump stanno facendo in Iran e in Medio Oriente; licenziamo anche Ursula von der Leyen, il capo dell’Unione Europea, che sta predicando il riarmo e lo scontro con la Russia come unica via di uscita dalla crisi europea. Licenziamo pure Giorgia Meloni, la Presidente del Consiglio italiana, che non vuole accorgersi che Israele e gli Stati Uniti d’America, e non la Russia di Vladimir Putin, rappresentano i pericoli di gran lunga maggiori per la pace del pianeta. Occorre che gli europei prendano finalmente atto che la Nato, come alleanza difensiva militare contro la Russia, è finita e che la Nato, da strumento di difesa dell’Europa, è diventata un problema per la sicurezza europea.

In una recente intervista, il presidente americano Donald Trump, interrogato sulla possibilità di riconsiderare l’adesione degli Stati Uniti alla NATO dopo che gli europei non hanno appoggiato la guerra che ha scatenato con Israele in Iran, ha risposto: “Oh sì, direi che è assolutamente necessario. Non mi sono mai lasciato convincere dalla NATO. Ho sempre saputo che era una tigre di carta, e anche il presidente russo Vladimir Putin lo sa!”. In un’altra intervista a Reuters, Trump ha ribadito la sua posizione: “(Gli europei) non sono stati amici quando avevamo bisogno di loro. Non abbiamo mai chiesto loro molto… è una strada a senso unico”.

Nella fase post-Nato che si è aperta, i governi europei e l’Unione Europea dovrebbero rivoluzionare completamente la loro politica estera e di alleanze: dovrebbero quindi riconsiderare innanzitutto il loro rapporto con gli USA e con la Russia, con Israele, i Paesi arabi e l’Iran. Dovrebbero comprendere che gli Stati Uniti e la Cina sono e saranno rivali strategici dell’Europa, mentre la Russia, se l’Europa avesse coraggio e intelligenza strategica – che purtroppo allo stato attuale non ha –, potrebbe diventare il partner migliore per l’Europa. Da sola l’Europa non risalirà mai dal suo declino; ma, in prospettiva, con la Russia come partner economico e commerciale, potrebbe diventare prospera e indipendente. Purtroppo l’Europa procede ancora, con una pervicacia degna di miglior causa, in una direzione opposta al suo interesse.

Trump in rotta di collisione con l’Europa

È chiaro che l’amministrazione Trump è in rotta di collisione con l’Europa. Trump, il suprematista bianco, ha attaccato gli europei perché non hanno sostenuto la sua guerra a sorpresa contro l’Iran, una guerra che ha voluto iniziare innanzitutto per fare piacere al suo amico suprematista ebraico Benjamin Netanyahu: una guerra che sta perdendo e che sta gravemente danneggiando l’Europa, strozzandola sul piano energetico ed economico. Ormai gli interessi dell’Europa e quelli degli USA sono completamente disallineati: Trump stesso ha distrutto il sistema imperiale di alleanze costruito dall’America dopo la Seconda Guerra Mondiale. Trump vuole perfino conquistare la Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca, membro dell’UE e della Nato; il governo danese ha già minato le strade e le piste aeree del Paese artico per respingere un eventuale attacco americano. Trump ripudia l’Unione Europea nata, secondo lui, “per fregare l’America”, e vuole stringere accordi sull’Ucraina direttamente con la Russia di Putin; la UE, al contrario, vorrebbe sostenere il conflitto ucraino “fino alla vittoria” (??). Trump appoggia Israele nella sua guerra infinita contro i Paesi arabi e sostiene l’imperialismo sionista che vorrebbe espellere tutti i palestinesi dalle terre che l’ONU ha loro assegnato e in cui vivono da secoli per realizzare la biblica “Grande Israele”. Gli europei invece, almeno formalmente, puntano alla soluzione “due popoli, due Stati”.

In questo contesto la Nato è già finita: gli europei non possono più delegare la loro difesa all’America. Del resto è estremamente improbabile che, se la Russia o qualsiasi altro Paese attaccasse un Paese europeo, l’America di Trump verrebbe in soccorso.

Le guerre illegali della Nato: l’Europa in cerca della sua autonomia

Trump vuole distanziarsi o uscire dalla Nato; ma allora dovremmo prendere la palla al balzo! Se le amministrazioni americane non vogliono più “difenderci”, bisogna impedire che, grazie alla Nato, continuino a determinare la politica estera europea e a procurarci guai a non finire. La Nato diretta dagli americani ha finora perseguito una strategia fallimentare, illegale e gravemente dannosa per gli interessi europei.

A causa dell’articolo 5 della Nato – che obbliga alla difesa comune nel caso che un membro venga attaccato – invocato dopo l’attacco alle Torri Gemelle da George W. Bush junior, i nostri soldati sono (malauguratamente) andati in guerra in Afghanistan per combattere (e morire) contro il terrorismo. Tuttavia oggi l’Afghanistan è in mano ai talebani e il terrorismo si è diffuso in Africa e ha raggiunto pure l’Europa. Nel 1999 gli europei, seguendo le direttive Nato, hanno bombardato illegalmente la Serbia, separando inoltre la regione del Kosovo e riconoscendola come Stato; poi sono intervenuti militarmente, oltre che in Afghanistan, in Iraq, e poi ancora in Libia e in Siria, e infine hanno armato fino ai denti l’Ucraina. Le guerre della Nato hanno colpito soprattutto la popolazione civile, con decine di migliaia di morti innocenti; hanno provocato ondate di immigrazione selvaggia e la diffusione del terrorismo. Le guerre della Nato sono state tutte, o quasi, perdute e fallimentari, e non hanno portato vantaggi all’Europa ma l’hanno colpita. In questo contesto la Nato cambia completamente natura: serve ad affermare l’egemonia politica americana sul vecchio continente e come canale per la vendita delle armi statunitensi; oppure, peggio ancora, serve a dividere ancora di più l’Europa dalla Russia o a fare dei Paesi europei possibili bersagli per eventuali attacchi russi. Il problema consiste nel fatto che gli europei hanno finora combattuto al servizio degli americani contro il loro stesso interesse. L’esempio più recente è l’Ucraina.

La fine della neutralità militare è stata la rovina dell’Ucraina

La Nato ha scatenato la guerra in Ucraina aprendo le sue porte a Kiev e illudendo gli ucraini che sarebbero potuti entrare nell’Alleanza Atlantica: ma gli americani sapevano benissimo che Putin non avrebbe mai potuto accettare basi Nato alle sue frontiere. Infatti, in pochi secondi, i missili sparati dall’Ucraina arriverebbero a Mosca quasi senza difesa. Gli americani hanno perfino organizzato un colpo di Stato antirusso nel 2014, durante le manifestazioni di Euromaidan a Kiev, perché i governi ucraini aprissero le porte del loro Paese alle basi Nato. E così hanno colpevolmente e consapevolmente provocato l’illegale invasione russa.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, eletto nell’aprile 2019, si è illuso del sostegno americano e, abolendo la neutralità militare del suo Paese, ha trascinato alla rovina il suo popolo. Oggi l’Ucraina è distrutta, ha perso circa il 50% della popolazione e milioni di cittadini sono emigrati all’estero e difficilmente ritorneranno. Il Paese è da ricostruire in tutte le infrastrutture essenziali ed è sovraindebitato. Decine di migliaia di soldati ucraini sono morti, ma i russi, seppure con forti perdite, stanno vincendo la guerra. Comunque finirà questo conflitto, il Paese sarà sommerso dai debiti per la ricostruzione e dovrà lavorare sotto il comando dei creditori. Zelensky voleva la Nato nel suo Paese, ma il risultato delle sue politiche avventuriste è tragico. L’Ucraina non sarebbe stata aggredita dalla Russia se avesse mantenuto la neutralità militare che l’ha caratterizzata per oltre trent’anni, dal 1991, dalla sua indipendenza. La Russia infatti non ha mai attaccato la Finlandia e la Svezia, Paesi vicini neutrali. Purtroppo Zelensky, dimostrandosi un politico ucraino più vicino agli americani che agli interessi del suo popolo, ha insistito perché il suo Paese fosse accettato nell’Alleanza Atlantica – un’organizzazione militare d’attacco, come la storia ha ripetutamente dimostrato, nata proprio per contrastare la Russia –, e quindi ha inevitabilmente scatenato l’illegale invasione russa. Putin non poteva accettare che la Nato arrivasse ai suoi confini e inglobasse l’Ucraina, un Paese ex URSS, dove la Russia è nata, dove esistono numerose e folte minoranze russe e russofone, e dove ha sul Mar Nero la sua più importante base navale per l’accesso al Mediterraneo.

La guerra per procura in Ucraina, con l’accondiscendenza dell’Europa

Gli europei (che pure avevano già condannato l’invasione dell’Iraq, e che oggi condannano la guerra in Iran) hanno stupidamente seguito la Nato nell’avventura ucraina, armandola fino ai denti e alimentando una folle e inutile guerra contro la prima potenza atomica mondiale; una guerra che Kiev non avrebbe potuto e non potrà mai vincere. Gli ucraini sono stati sacrificati dagli americani ma anche dagli europei per combattere una guerra per procura. Una guerra che cinicamente gli europei vogliono continuare a sostenere con il sangue degli ucraini, anche se l’Ucraina non potrà mai vincere il conflitto con una potenza industriale molto più forte, e che dispone, tra l’altro, di quasi 5000 bombe atomiche. Sacrificando gli ucraini per i suoi interessi, l’Europa ha perso la sua coscienza morale.

L’Europa, seguendo la politica americana, ha finanziato Kiev per 200 miliardi e i contribuenti europei ne sborseranno altri 90 nei prossimi due anni: ma la guerra ha ormai rovinato l’Ucraina e ha trascinato tutto il continente europeo, Germania compresa, verso una grave recessione. L’America ha invece tratto vantaggio dal conflitto che ha alimentato. L’Europa è cornuta e mazziata.

USA e Cina sono rivali strategici dell’Europa, la Russia no!

Ora Trump vorrebbe colpirla nuovamente trascinandola nella guerra in Iran. L’Iran ha scoperto, grazie a Trump, di avere una nuova arma formidabile per contrastare l’aggressore americano e sconvolgere l’economia mondiale: la chiusura dello Stretto marino di Hormuz, dove via nave passa il 20% dei rifornimenti energetici e un terzo dei fertilizzanti. Mentre scriviamo (primi giorni di aprile 2026), l’avventura di Trump in Iran sta bloccando l’economia mondiale e sta alimentando l’inflazione in tutta Europa. Gas e petrolio scarseggiano, i prezzi aumentano rapidamente e molte aziende rischiano il fallimento, mentre gli speculatori brindano a champagne. I Paesi europei dovrebbero cominciare a comprare il petrolio russo per non rimanere strozzati dalle dilettantesche iniziative guerresche del loro “alleato” americano in Iran.

La Russia non ha alcun interesse ad aggredire l’Europa

Il crollo della Nato trumpiana dovrebbe suggerire agli europei di attuare un cambiamento radicale nella loro politica estera. I Paesi europei non hanno alcun interesse a scontrarsi con la Russia, così come la Russia non ha alcun interesse a scontrarsi con l’Europa. Solo una falsa ma martellante propaganda europea, condotta in prima persona dal capo della Nato Rutte e dalla capa dell’UE Ursula von der Leyen, continua a volerci fare credere che la Russia di Putin voglia conquistare tutta l’Europa e aggredire Londra, Parigi, Roma e Madrid. La Russia non ha alcun interesse territoriale sull’Europa ma ha invece molto interesse a fare affari con l’Europa. Solo la cecità masochistica dei governi europei fa sì che gli europei cerchino di continuare lo scontro con la Russia mentre Trump si sta mettendo d’accordo con Putin per spartirsi l’Ucraina e altre risorse.

La Russia potrebbe diventare un partner indispensabile per l’Europa

Cerchiamo di allargare lo sguardo. La Russia di Putin è per l’Europa più affidabile dell’America di Trump, non perché sia più democratica o più “buona”, ma perché ha tutto l’interesse a commerciare pacificamente con i Paesi europei – come ha fatto senza problemi dalla caduta dell’URSS –, anche per sganciarsi dall’opprimente “fratellanza” con la Cina. La Russia non ha intenzione di attaccare l’Europa e la Nato, mentre Trump intende attaccare la Groenlandia. Inoltre la Russia ha un’economia assolutamente complementare a quella europea: è un fortissimo esportatore di energia e di materie prime, mentre è relativamente arretrata sul piano tecnologico e industriale.

In prospettiva, sul piano strategico, è lampante che gli USA e la Cina, le prime potenze mondiali, sono fortemente interessate a subordinare economicamente e tecnologicamente l’Europa, e hanno la forza di farlo. La Russia invece no. Per questi motivi Mosca potrebbe, in prospettiva, diventare un partner di fondamentale importanza per l’Europa, sia sul piano energetico e commerciale sia su quello geopolitico. In una prospettiva strategica, nello scacchiere mondiale, l’Europa non può e non potrà avere altri grandi partner se non la Russia.

La conseguenza è che è nell’interesse strategico dei governi europei, a meno che non siano ciechi e non vogliano suicidarsi – come purtroppo sembra che vogliano attualmente –, concludere quanto prima una pace dignitosa con i russi: una pace che garantisca la neutralità militare dell’Ucraina, che ne assicuri l’indipendenza dalla Russia e dalla Nato, e che preveda anche qualche forma di associazione di Kiev all’Unione Europea (senza però concedere a Kiev il diritto di voto prima di una decina d’anni, e prima che abbia dimostrato di essere uno Stato pacifico, uno Stato di diritto senza pretese revansciste).

La Casa Comune Europea dall’Atlantico agli Urali

Se avesse un minimo di senso strategico – che purtroppo oggi non ha minimamente – l’Europa dovrebbe finalmente decidersi, senza la Nato e senza gli americani, non solo a trattare la pace in Ucraina con la Russia, ma ad avviare anche negoziati per un disarmo bilanciato, sia per quel che riguarda le armi convenzionali sia per quelle atomiche. In effetti Francia e Gran Bretagna, le due potenze atomiche continentali, non hanno mai voluto trattare direttamente con la Russia sul loro arsenale atomico.

In prospettiva conviene all’Europa riprendere con forza il progetto di costruire la Casa Comune Europea dall’Atlantico agli Urali, proposto inizialmente dal presidente francese Charles de Gaulle negli anni ’60 e ripreso da Michail Gorbaciov. Se non vogliono essere spazzati via alle prossime elezioni, occorre che i governi europei e la UE abbandonino la politica di riarmo contro Mosca e propongano finalmente un cammino di deconflittualità, di pace e di cooperazione con la Russia. Occorre perseguire la realizzazione di una zona di libero scambio tra l’Europa e la Russia. Questo è l’unico progetto geoeconomico e geopolitico che può salvare l’Europa dal declino economico e dal disastro geopolitico.

È ormai chiaro che gli interessi delle nazioni europee non saranno mai convergenti con quelli americani o cinesi: America e Cina sono e saranno competitor dell’Europa, non suoi amici. L’unica possibilità per l’Europa di ricominciare a prosperare è fare la pace con la Russia, anche con il despota Putin, e promuovere una cooperazione economica e di sicurezza stretta con Mosca. La partnership euroasiatica è proprio ciò che le amministrazioni americane hanno sempre temuto fin dalla caduta dell’URSS, e ciò che le ha spinte a espandersi nell’Est Europa e a intervenire in Ucraina. Solo con la Russia l’Europa potrebbe finalmente diventare prospera e sicura.

Sanzionare il governo Netanyahu e riconoscere lo Stato palestinese

Detto questo, è oggi indispensabile che l’Europa riesca a distinguere i suoi interessi non solo da quelli americani, ma anche e soprattutto da quelli dei governi israeliani. Occorre sanzionare Israele come abbiamo sanzionato la Russia, e punirla per la sua politica guerrafondaia e criminale che danneggia enormemente gli interessi di tutti gli ebrei del mondo e dello Stato stesso di Israele. Sembra che il governo Netanyahu voglia fare la guerra a tutto il mondo islamico senza prevedere alcuna forma di compromesso e di diplomazia, e questo solo per mantenere il potere personale del premier, l’occupazione illegale delle terre palestinesi e l’egemonia e il dominio di tutta l’area mediorientale. Occorre dunque interrompere i rapporti politici e militari con il governo Netanyahu e procedere invece con coraggio e determinazione a costruire due Stati per i due popoli. La nuova Europa post-Nato dovrebbe realizzare in Medio Oriente una politica di pace sia con gli Stati arabi sia con l’Iran, anche in collaborazione con la Cina, che già nel marzo 2023 aveva fatto cessare le ostilità tra l’Iran e l’Arabia Saudita. Solo così l’Europa potrà garantirsi i rifornimenti energetici. Se invece i governi europei continueranno, come hanno fatto finora, a seguire la Nato, Washington e Tel Aviv e a giocare alla guerra con la Russia, o verranno cacciati dai loro cittadini alle prossime elezioni o riusciranno a mandare in rovina i loro Paesi.

da qui

giovedì 16 aprile 2026

La nuova mappa coloniale del mondo - Iain Chambers

 

«La punizione dell’Iran o di Gaza non riguarda le libertà delle persone. È la negazione dei diritti altrui e comporta anche la riduzione del nostro diritto di dissentire», denuncia Iain Chambers, antropologo inglese, docente all’Università Federico II di Napoli.

Dopo Gaza l’Iran

«Mentre scrivo, Israele e gli Stati Uniti stanno bombardando intensamente l’Iran, nel tentativo di distruggere le infrastrutture e spezzarne la volontà. Gaza è il modello, ma l’Iran è vastissimo in confronto. Mentre l’Europa si sta perdendo nelle steppe ucraine, più a sud, sulle alte pianure dell’Iran, la narrazione potrebbe anche prendere pieghe inaspettate».

La mappa e le sorprese possibili

«La mappa si dispiega verso est dal Mediterraneo: Palestina, Mesopotamia, Persia, Afghanistan…Tratta da mappe e nomi antichi, questa potrebbe essere un invito a viaggiare con Bruce Chatwin nell’esotismo dell’Oriente, seguendo il suo eroe Robert Byron sulla strada per Oxiana. Potrebbe anche seguire il percorso fervente del cristianesimo vittoriano, desideroso di ristabilire legami vitali con la bussola morale della Terra Santa, o il romanticismo moribondo della cavalleria europea, alla ricerca dello spirito delle Crociate». Apparenza neutrale del mondo accademico, chiamato anche Orientalismo. Vaga eredità culturale che oggi in Occidente passa per comprensione politica, l’ammonimento del Manifesto.

«Se le dichiarazioni dell’amministrazione Trump potrebbero essere semplicemente liquidate come le farneticazioni di un egemone ormai in declino, ciò che esce dalla bocca di Starmer, Macron, Merz e Meloni condivide la stessa banale semantica».

Iain Chambers testualmente

In sostanza, il mondo dell’Asia occidentale e centrale è inferiore. La loro religione è fonte di dogmi fanatici (anche se un viaggio nel sud degli Stati Uniti, o l’ascolto di Pamela White-Cain, la consigliera spirituale di Trump, dovrebbero immediatamente correggere tale presupposto). Se la cultura orientale può essere considerata attraente nel suo esotismo, essa è sostanzialmente superata dalla nostra magia tecnologica. L’Occidente ha vinto, ed è così che ci si aspetta che la narrazione continui.

Oriente, una costruzione immaginaria

Quindi, l’Oriente è una costruzione, una proiezione immaginaria che riproduce la nostra supremazia. Non si tratta solo di una proposta culturale. È fondamentalmente una proposta politica. Oggi, con l’attacco israelo-americano all’Iran e la resistenza che sta incontrando, alcuni commentatori attenti hanno iniziato a parlare della fine dell’era Sykes-Picot. Si riferiscono all’accordo segreto stipulato nel 1916 tra britannici e francesi per dividere i territori dell’Impero Ottomano in Asia occidentale, che portò alla creazione degli stati artificiali di Iraq, Siria, Libano e Giordania. Mentre il territorio della Palestina storica, posto sotto mandato britannico, era destinato, trent’anni dopo, ad essere consegnato a un gruppo di migranti europei – colonizzatori ebrei – come risarcimento per l’Olocausto.

In questa logica coloniale, gli ‘indigeni’ non furono mai consultati. Oggi, proprio come nelle precedenti pratiche coloniali, la Knesset ha appena deciso che la resistenza indigena può essere punita legalmente con l’impiccagione.

Le mappe-prigione e l’Iran persiano

I confini tracciati sulle mappe a Londra e a Parigi sono diventati realtà sul campo, destinati a rispecchiare le premesse politiche e culturali dell’Occidente. I disordini locali, il rifiuto e la rivolta sono stati in seguito considerati semplicemente come atti di insubordinazione nei confronti di un ordine superiore. I diritti degli altri sono stati messi a tacere, e corpi anonimi disumanizzati e spesso eliminati. L’Iran non è mai entrato pienamente in quell’equazione. Non aveva mai fatto parte dell’Impero ottomano, non era arabo e seguiva una forma distinta di islam. È stato comunque inserito in quella logica rozza.

L’Iran democratico

Nel 1953, il suo governo democratico fu rovesciato dall’MI6 e dalla Cia per soddisfare gli interessi petroliferi anglo-americani e fu insediato un regime autoritario filo-occidentale. Oggi vive sotto un altro regime autoritario che insiste sulla propria autonomia dall’Occidente. Ed è proprio questo il punto. Il problema non è l’autoritarismo. I governi occidentali non si tirano indietro di fronte a tali assetti politici. Si pensi al sollievo provato a Washington e a Londra dopo la repressione delle rivolte popolari della ‘Primavera araba’, per non parlare del sostegno di lunga data alle monarchie micidiali dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo.

Colonialismo e repressione

Mentre il mondo coloniale di ieri e oggi si ripiega su se stesso, con i migranti contemporanei come precursori, un clima politico sempre più teso in patria ricorre alla repressione. Anziché fare i conti con la storia e le responsabilità politiche di ciò che ha portato alle oscenità del presente, si cerca una soluzione rapida in slogan triti e in manifestazioni pubbliche di stupidità nazionalista. Questa pericolosa accelerazione si riduce all’identificazione retorica e all’eliminazione dei nemici: palestinesi, Iran, Russia, Islam e migranti. Ciò è accompagnato da una crescente sorveglianza e punizione del dissenso pubblico in patria.

Netanyahu genocida

Osare criticare la politica genocida di uno stato suprematista nel Mediterraneo orientale, che ha esaurito il proprio credito morale, può portare a un procedimento penale in casa. Non è l’unico caso di bancarotta. Questo fa parte di una riduzione generalizzata della sfera pubblica a una semplice approvazione dello status quo. Questa non è democrazia.

Le diverse democrazie per Gaza, Iran o Ucraina

Cercare di piantare la bandiera della democrazia altrove, ad esempio in Iran (ma allora che dire dello stato di apartheid di Israele?), si ritorce contro, rivelando la sua crescente assenza nel mondo censurato dell’Occidente. Perché pone la questione della democrazia anche, e in modo più eloquente, per noi. La narrativa che sostiene il genocidio a Gaza, l’appoggio senza discussione all’Ucraina e l’attuale bombardamento a tappeto di Teheran è essenzialmente antidemocratica. Restringe la discussione alle distinzioni tra loro e noi. La punizione dell’Iran, o di Gaza e della Cisgiordania, o della Russia, non riguarda i diritti e le libertà delle persone.

Una geografia coloniale

È fondamentalmente l’imposizione di una mappa coloniale – e qui sionismo e imperialismo occidentale si incastrano perfettamente – sul mondo non occidentale. E se questo significa la negazione dei diritti altrui, sta diventando sempre più chiaro che comporta anche l’arretramento e la riduzione dei nostri diritti di parlare, contestare e dissentire da ciò che apparentemente viene fatto in nostro nome. In questo senso più profondo, la richiesta di pace, proprio come quella dei diritti palestinesi o il rifiuto di avallare l’omicidio di massa degli iraniani, è una richiesta di democrazia.

da qui

Se Senese parla... - Roberto Saviano

 

mercoledì 15 aprile 2026

Chi sono veramente gli statunitensi - Franco Fracassi

 

Non solo armi: come la speculazione finanziaria sta riscrivendo il futuro di Leonardo - Federico Giusti

 

A pochi giorni dalla rimozione di Cingolani dal vertice di Leonardo abbiamo letto innumerevoli interpretazioni su questa sofferta decisione assunta dal Governo, sofferta perchè è ragionevole pensare, alla luce di tante dichiarazioni pubbliche, che il ministro della Difesa l'abbia in parte subita.

Dalla guerra in Ucraina in poi ogni azienda di armi ha visto crescere a dismisura il valore delle azioni, i dividendi tra gli azionisti sono considerevoli, tutte le principali aziende europee produttrici di sistemi d'arma portano a casa risultati importanti per quanto concerne l'aumento dei profitti, del fatturato e delle vendite.

La guerra genera guerra ma anche speculazione finanziaria, se nel periodo pandemico erano le case farmaceutiche ad accrescere i fatturati oggi sono invece le grandi e piccole aziende di armi che si portano dietro filiere complicate nelle quali ritroviamo anche app e piccole aziende. Anche gli occupati crescono ma non in misura tale da ipotizzare la sostituzione della manifattura civile con quella militare.

La defenestrazione di Cingolani non può essere spiegata con motivazioni ufficiali, dichiarazioni scritte (non ve ne sono) o interviste a esponenti del Governo (abbottonati a dir poco) 

Una delle spiegazioni plausibili potrebbe essere legata allo Scudo spaziale, il Michelangelo Dome, che rappresenta una minaccia per analoghi prodotti israeliani e statunitensi e per quello  scudo tedesco, in fieri, con  vari paesi eccezion fatta per Italia e Francia.

Nel 2018 la filiera di produzione della Leonardo era di 21,4 miliardi di euro e di questi solo 8,7 erano ascrivibili alla azienda Leonardo vera e propria, il resto invece veniva dall'indotto e dalla filiera.  Leonardo sta a capo di un sistema assai complesso formato da migliaia di imprese  con quasi 100 mila dipendenti a cui aggiungere  il progetto Leap (Leonardo empowering advanced partnership) che vede coinvolte importanti banche ad esempio Unicredit, Banca Intesa fino alla Cassa Depositi e Prestiti.

E' quindi ipotizzabile che Cingolani abbia pestato i piedi a Israele e agli Usa con lo scudo italiano, la cui realizzazione è prevista nel 2030, un Governo, quello italiano, arrendevole verso Usa ed Israele potrebbe aver subito delle pressioni, poi abbiamo letto anche altre ipotesi, ad esempio la critica alla indipendenza dell'ex Ad rispetto al Governo.

Resta il fatto che la supremazia non si gioca più attraverso la potenza  militare convenzionale, l'esercito tradizionale con tutte le armi novecentesche,  i rapporti di forza si giocano sulla  capacità di unire sistemi tradizionali con processi tecnologici innovativi, IA con gestione dei dati, spazio e cyberspazio in un’unica filiera di guerra. Non può esserci innovazione bellica senza Il digitale o la IA, senza coordinare sistemi complessi,  in questo genere di guerra preventiva, ritenuta strategica da ogni analista, Leonardo gioca un ruolo importante.

Nel non libello del Ministro Crosetto si parla di proteggere dati e infrastrutture critiche, di interconnettere tra loro i vari domini– terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico , ebbene la idea di sicurezza integrata è stata assunta come prioritaria dalla Difesa italiana insieme a un gruppo di imprenditori e managers tra i quali spiccava  Cingolani.

Qualunque sia la ragione della sua defenestrazione, gestire Leonardo significa assicurare elevati dividendi agli azionisti, partecipare attivamente alla costruzione del complesso industrial militare europeo, giocare un ruolo di avanguardia ma anche saper indirizzare le scelte industriali verso le tecnologie duali, la competizione tecnologica globale, l’Intelligenza    artificiale    (Ai)    fino alla quantistica, al digitale nelle sue molteplici accezioni.

Quanti sostituiranno Cingolani e la sua squadra dovranno operare delle scelte, magari ridimensionare alcuni progetti a vantaggio di altri,  in ogni caso non potranno esimersi dal portare avanti buona parte dei progetti intrapresi, se non lo facessero si metterebbero contro parte della finanza e dei poteri forti.

La posta in gioco è elevata, riguarda la speculazione finanziaria che molto dipende dal successo delle imprese di armi, dalla capacità di innovazione del complesso industrial militare, i prossimi mesi ci diranno intanto se la Ue sarà in grado di emanciparsi dalla dipendenza dagli Usa e forse questa è la stessa domanda a cui rispondere quando si parla di Leonardo e delle sue future strategie. Il polo imperialista europeo ha bisogno di imprese all'avanguardia anche quando le stesse entrano in competizione con i disegni Usa. Vedremo nelle prossime settimane quali interessi prevarranno.

da qui

martedì 14 aprile 2026

Lula scuote il Sud globale: “È ora di reagire”

 

La grazia a Nicole Minetti per me è un segnale chiarissimo sui privilegi di chi ha potere e agganci - Luca Fazzi

La miseria morale è una condizione in cui un individuo o un’istituzione mostra, in modo intenzionale o meno, una grave mancanza di valori etici fondamentali, come il senso di giustizia e il rispetto per il prossimo. Più in concreto si ha una condizione di miseria morale quando: si agisce considerando solo il bene di alcuni e non di altri, si perde la capacità di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, manca il senso di responsabilità rispetto alle conseguenze delle proprie azioni.

In Italia, il livello di miseria morale ha raggiunto livelli talmente alti che probabilmente si è creata una condizione di assuefazione diffusa e molte decisioni sono prese ormai senza alcuna valutazione degli effetti che possono apportare sul piano della fiducia nei confronti delle istituzioni.

Temo che la grazia concessa a Nicole Minetti per ‘straordinari motivi umanitari’, scoperta da una trasmissione tv, non aiuti purtroppo a ridurre la sensazione che il paese sia finito in un buco nero in cui non c’è più alcuna remora, né accortezza nel compiere azioni che dispiegano conseguenze devastanti sul piano della tenuta dei valori che tengono insieme una società.

Minetti, ex igienista dentale di Berlusconi, dopo rapidissima carriera politica tra le file dell’allora Popolo delle Libertà, si è distinta per comportamenti gravemente deplorevoli ed è stata giudicata in via definitiva colpevole di reato di favoreggiamento della prostituzione con condanna di due anni e dieci mesi e ha patteggiato una condanna di peculato per uso illecito di fondi pubblici.

La grazia è una libera decisione del Presidente della Repubblica prevista dall’articolo 87 della Costituzione e non si può contestare. Essa va intesa come un atto di clemenza eccezionale concesso in casi rari e straordinari, quando applicare rigidamente la norma porterebbe a un risultato ingiusto o disumano.

Se nulla si può obiettare al presidente che ha assunto una decisione nel legittimo esercizio delle sue prerogative costituzionali, si può ed è doveroso dire però qualcosa sull’opportunità di ‘premiare’ qualcuno e non qualcun altro. Il motivo per cui Minetti è stata graziata è la necessità inderogabile di un’assistenza oltreoceano di un minore con gravi compromissioni di salute di cui la condannata è fondamentale figura di riferimento.

Si tratta di una condizione veramente eccezionale? Oppure anche molti altri condannati potrebbero beneficiare di una decisione assunta nel rispetto del principio di equità e non discriminazione che anche sottende i dettami della nostra Costituzione?

Un paio di anni fa un conoscente di gioventù, tossicodipendente cronico, era stato messo in carcere per una sommatoria di condanne relative a piccoli reati. La madre che aveva all’epoca più di 80 anni era gravemente malata e il figlio pur con tutte le sue vicissitudini la accudiva. L’anziana donna rimasta da sola dopo l’incarcerazione del figlio era stata ricoverata in ospedale per uno stato di gravissima denutrizione ed era deceduta poco dopo.

Le carceri italiane sono piene di poveri cristi imprigionati per reati minori che hanno figli da accudire, genitori anziani o famigliari malati. In molti casi i carcerati sono gli unici portatori di reddito di famiglie deprivate e sono costretti a vivere in condizioni vergognose per una società civile in carceri fatiscenti dove ogni tre giorni qualcuno si suicida.

Quando il vecchio Mattarella decide di graziare una persona che ha contribuito a creare una delle situazioni più penose della politica italiana degli ultimi cento anni, favorendo la conoscenza di giovani donne disponibili a offrire il loro corpo a un satiro in cambio di favori materiali, bisogna ricordare che le decisioni non sono mai neutre e hanno tutte un valore simbolico.

Ogni decisione, e tanto più quelle di impatto mediatico, comunica messaggi, esprime valori (o disvalori) e può diventare un esempio o un segnale per una comunità. Trovo che la decisione di ‘premiare’ Minetti, sia essa coscientemente valutata o dettata da sincero sentimento di pietà umana, sia un segnale chiarissimo da questo punto di vista, che comunica all’opinione pubblica in modo inequivocabile che chi ha potere, denaro e affiliazioni ha più possibilità di accedere a privilegi rispetto a chi non ne ha.

Quando i giovani non hanno più fiducia nelle istituzioni, fanno le valigie e se ne vanno dall’Italia, bisognerebbe sempre chiedersi il perché questo accade. Molti cercano un futuro migliore senza dovere pagare il pegno di essere amici degli amici, o senza dovere essere sfruttati da un mercato del lavoro sempre più ingiusto e opprimente. Altri lo fanno anche perché si vergognano del paese in cui sono nati e cresciuti, e sono terribilmente dispiaciuti di essere finiti in una condizione di miseria morale dilagante.

da qui

lunedì 13 aprile 2026

Balle di guerra - Antonio Cipriani


Che cosa ci dicono queste settimane di guerra in Iran?

  • Che le previsioni di vittoria facile facile, con tanto di insurrezione popolare, soffiate nell’orecchio instabile e cinico di Trump dal criminale feroce alla guida di Israele, erano sbagliate. Cioè, sbagliate per i desideri folli del presidente Usa, troppo affascinato dall’uccisione del leader religioso e militare dell’Iran e dal possibile Nobel per la Pace, per ascoltare i suoi più consapevoli consiglieri. Ma utili al perfido Netanyahu che ha come unico scopo la guerra per la guerra, lo sterminio per lo sterminio.
  • Che l’immagine degli Stati Uniti nel mondo è crollata ai minimi storici. Ora appaiono a tutti (a noi da tanto tempo…) inaffidabili, guidati da un sociopatico che per di più viene manipolato da uno psicopatico.
  • Che la Nato è impantanata nel mare di follie legate alla pax trumpiana (si fa per dire), rappresentata da un Rutte, adulatore del paparino. Probabilmente in futuro non servirà più a niente, se non riorganizzandosi per difendere gli interessi europei dalla crudele follia israelo-americana.
  • Che l’Europa è la vittima sacrificale degli esperimenti di guerra mondiale permanente.
  • Che il povero Papa Francesco ci aveva visto lungo. Inascoltato.

Che sul piano internazionale l’Italia delle mezze figure fa ridere i polli, non sapendo più che cosa dire agli italiani per giustificare il ruolo di tappetino della storia dove Israele e Usa possono pulirsi i piedi.

  • Che adesso servirà un nuovo decreto fascistoide per impedire qualunque articolazione pubblica di pensiero con un’altezza diversa dal tappetino.
  • Che la nostra informazione, a dire il vero, è adeguata al tappetino. Infatti le cose che è meglio celare finiscono sotto, come polvere della storia spinta da scope mediatiche obbedienti.
  • Che la comunicazione iraniana sta asfaltando ogni tipo di retorica bellica americana, prendendo per i fondelli con cartoni animati assai efficaci Trump borioso e sotto l’incomprensibile influsso del suo amico criminale israeliano.
  • Che l’efficace ricchissimo e perfido progetto di “hasbara” israeliana continua a plagiare politici e istituzioni, raccontando balle cotonate ad uso di boccaloni. Balle che sono servite a fare guerre, ad ammazzare centinaia di migliaia di persone, a massacrare senza ritegno i palestinesi in Cisgiordania, a devastare indegnamente Gaza, ad attaccare senza scrupoli paesi sovrani, a bombardare Beirut. Balle incredibilmente efficaci, che servono a condizionare le scelte dei governi, a mettere a tacere coscienze, a garantire impunità di fronte a crimini efferati.
  • Che probabilmente siamo oltre il concetto di balle e di “hasbara”, ma che il sistema Epstein che governa il mondo, fatto di pedofilia e disprezzo per l’umanità, cela una rete di ricatti talmente efficaci da convincere i potenti a darsi una regolata e ad accettare come perle di saggezza giudiziaria e politica le balle. Altrimenti come spiegare questa follia?
  • Che al governo di destra di Israele va bene così. Il fine è la guerra.

Che, però, le persone normali, quelle che continuano a pensare che al mondo si possa vivere senza le armi in pugno a decidere quello che è giusto o no, cominciano a scendere in piazza. A farsi sentire. E non basteranno repressione, Ice, o fascisteria manganellante a spegnere le voci che si stanno alzando.

da qui

No agli specialisti in indignazione

Quando ancora esisteva una prospettiva comunista, Lenin definì l’estremismo (parolaio o nei fatti) “malattia infantile del comunismo”. Oggi, in tempi così mutati, quella di molti agguerriti commentatori dei fatti tragici e tremendi che stanno accadendo a Gaza o in Iran o in altre parti del mondo – a me pare una “malattia senile”. E non del comunismo, che – l’ho detto e lo ripeto – è finito “nel buio”,  ma di noi che sopravviviamo  incazzati nel decrepito Occidente mostruosamente guerrafondaio.

Questa malattia si manifesta come “indignazione specializzata”. Vengono denunciate sistematicamente e in modi enfatici le malefatte (di Meloni, di Netanyahu, ecc.), il silenzio e la “indignazione selettiva” delle “istituzioni, Presidente della Repubblica compreso”,  l’impotenza degli ““eroici” oppositori del melonismo”, ma una sorta di cecità  cala sulla impotenza di queste denunce.
E allora chiedo:  cosa serve continuare a gridare al lupo, al lupo, mentre il lupo o i lupi  impazzano indisturbati? Come si fa a continuare imperterriti ad esaltare e a  riproporre quasi fossero mosse politiche decisive le spontanee ma comunque politicamente miopi manifestazioni in piazza: per Gaza  o  “No Kings”? O riproporre l’azione simbolica della Flotilla?
E’ evidente che non fermano né i genocidi né le guerre. E’ evidente che non smuovono gli indifferenti (reali o supposti). E allora? E allora c’è bisogno di non consolarsi con l’indignazione o  improvvisando false soluzioni. Ci proponi l’inerzia, la disperazione? No, di ragionare sulla realtà per capire come cambiarla.  «Non ridere, non lugere neque detestari sed intelligere».

La dichiarazione di Meloni sul divieto di celebrare una messa a Gerusalemme è senza dubbio l’apoteosi dell’ipocrisia e del fascismo suprematista e razzista del governo italiano.

Israele è responsabile di settantamila morti ammazzati, la striscia di Gaza rasa al suolo, due milioni di persone tutt’ora tenute in prigionia senza elettricità, combustibili, cibo e acqua, ospedali sistematicamente distrutti, migliaia di medici e infermieri deliberatamente ammazzati, una strage di giornalisti che non ha alcun precedente storico. Oggi Israele è impegnato in una violentissima pulizia etnica in pieno svolgimento in Cisgiordania e in un’aggressione militare a Iran e Libano che ci ha fatto precipitare in una crisi politico-economica gravissima e totalmente fuori controllo, che potrebbe portare a esiti ancor più devastanti per il mondo intero e in particolare per le attività economiche e per la sicurezza del nostro paese.

Tutto questo è stato passato totalmente sotto silenzio dalle nostre istituzioni, Presidente della Repubblica compreso, al punto che si pensava che tutti avessero perso la lingua.. e invece, per una messa cattolica mancata, ecco che tutti ritrovano la favella e si dicono indignati e offesi dall’attacco alla “libertà religiosa”, proprio come se la distruzione di un numero sterminato di vite umane fosse una bazzecola a fronte del divieto di celebrare un rito di un’ora.

Questa indignazione selettiva non è solo un distillato di ipocrisia che legittima di fatto tutti i crimini israeliani passati e recenti, ma è la prova che al nostro governo non gliene può fregare di meno. Non solo delle decine di migliaia di vite umane già brutalmente spezzate e di decine di milioni di persone che sono quotidianamente vittime di attacchi terroristici per far tornare interi Stati all’età della pietra e consentire il completamento di un genocidio, ma anche della sorte del nostro paese che pagherà la crisi energetica indotta dai crimini israeliani con un prezzo altissimo: prezzo che come sempre inciderà in modo più violento su coloro che già sono in grande difficoltà.

Questo governo, eletto da milioni di rimbambiti che si illudevano così di restituire sovranità all’Italia, si è ormai rivelato per quello che è: il liquidatore fallimentare del nostro paese, che manda a catafascio l’economia per poi apprestarsi a svendere tutto ciò che avevamo costruito in secoli di dura fatica e lotta, incluso ogni minimo residuo di dignità, puntando a trasformare il nostro paese in parco giochi e divertimenti al servizio di ricchi annoiati e assassini.

Tutto questo non verrà fermato semplicemente votando qualcun altro: anche in questo frangente gli “eroici” oppositori del melonismo hanno dimostrato la loro, di ipocrisia, continuando a rifiutarsi di impegnarsi esplicitamente per l’interruzione dei rapporti diplomatici e un embargo economico completo, preferendo parlare genericamente, come Schlein, di “sanzioni”.
Questa apoteosi bipartisan dell’ipocrisia ci ricorda una verità spaventosa: non usciremo da questa terribile crisi mondiale se non attivandoci in prima persona, con anima e corpo, come abbiamo fatto mesi fa quando milioni di persone nelle piazze italiane hanno pacificamente bloccato il paese dimostrando che il popolo unito e attivo detiene un potere superiore a quello delle armi e degli eserciti. È questa l’unica via, con buona pace di chi ama delegare per continuare a pensare esclusivamente ai fatti suoi, e la prossima ripartenza della Flotilla per Gaza sarà un banco di prova per l’umanità intera che non possiamo permetterci nè di ignorare nè di fallire.

da qui

domenica 12 aprile 2026

Iran, cent’anni di aggressione – Alberto Capece

 

Se qualcuno pensa che davvero l’aggressione armata contro l’Iran sia una novità, bè sta sbagliando di grosso perché essa è cominciata davvero molto tempo fa e precisamente dal 1914. Fu in quell’anno che Winston Churchill decise di acquisire il 51% di una società fondata da tale William Knox D’Arcy, che si era assicurato una concessione sessantennale per i diritti esclusivi di produzione petrolifera in Persia grazie a Mozaffar al-Din Shah Qajar, che regnò come Scià dal 1896 al 1907. L’acquisizione di questa società, denominata Anglo-Persian Oil Company e successivamente Anglo-Iranian Oil, venne concepita ufficialmente per garantire l’approvvigionamento di carburante della Royal Navy. Poco dopo nel 1916 arrivarono anche gli americani con la Sinclair Oil Company legata ai Rockfeller. Chi ha un po’ di anni sulle spalle ricorderà il simbolo di questa compagnia, il dinosauro che campeggiava in molte autofficine e questo ha un senso perché furono proprio i Rockfeller, pagando a destra e a manca, a far prevalere la tesi di un’ origine esclusivamente biologica degli idrocarburi, perché in questo modo si dava l’idea di una risorsa limitata che contribuiva ad alzare i prezzi. Scusate l’inciso. Il fatto è che queste società realizzavano enormi profitti, versando all’Iran meno del 10 per cento del valore delle estrazioni, il che in un certo senso può essere visto come aggressione, non militare, ma economica. E questo ha a che vedere anche con la nostra storia: nel 1924 scoppiò infatti lo scandalo Sinclair, che riguardava tangenti che sarebbero state pagate a politici italiani per concedere ai Rockfeller un diritto cinquantennale sullo sfruttamento di idrocarburi presenti in Emilia e in Sicilia, senza pagare una lira di tasse allo stato italiano. Una nota tesi storica fa risalire il delitto Matteotti proprio alla denuncia che il parlamentare socialista intendeva fare alla Camera indicando i percettori delle tangenti, tra cui il fratello di Mussolini, Arnaldo, e la stessa casa reale.

Vabbè torniamo a noi, dopo trent’anni di sfruttamento intensivo dell’Iran, nel 1941, la Gran Bretagna, coadiuvata dall’Unione Sovietica, invase l’Iran con il comodo pretesto di aver bisogno del petrolio per finanziare la guerra contro la Germania. Ma anche dopo la fine del conflitto, l’occupazione di fatto continuò, fino a quando, nel 1951, il primo ministro iraniano democraticamente eletto, Muhammad Mossadeq, nazionalizzò la produzione petrolifera, scatenando una grave crisi fra gli azionisti imperiali da una parte all’altra dell’Atlantico. Così il MI6, ma soprattutto la Cia che disponeva di maggiori risorse, scatenarono un colpo di stato che rovesciò Mossadeq e instaurò un regime dittatoriale con a capo lo Scià: secondo Amnesty International fu un periodo caratterizzato dal “più alto numero di condanne a morte al mondo, dall’assenza di tribunali civili funzionanti e da una storia di torture inimmaginabili”. Questo dominio incontrastato durò 26 anni in cui di fatto l’Iran non fu altro che una colonia statunitense. E quando ci fu la rivoluzione di Khomeini, Washington pensò bene di fare la guerra al nuovo regime, scatenandogli contro l’Iraq, promettendo a Saddam una parte della produzione petrolifera iraniana se fosse riuscito a sconfiggere gli iraniani. A Bagdad arrivarono miliardi di dollari (di allora, 1980), tecnologia, armi e informazioni di intelligence per garantire all’Iraq il mantenimento delle proprie capacità militari e la possibilità di arrivare all’obiettivo. Furono usati anche i gas, ma l’Iran riuscì a resistere e dopo 8 anni di guerra un Iraq completamente rovinato finanziariamente, fu costretto alla ritirata. Saddam si lamentò con Bush padre della situazione e incolpò pure i Paesi limitrofi produttori di petrolio, tra cui il Kuwait, facendo capire che avrebbe voluto impadronirsi di quest’ultimo come risarcimento. Washington non si oppose esplicitamente, anzi in qualche modo incoraggiò Saddam a buttarsi nella trappola: il leader iracheno non serviva più a niente agli Usa, che invece volevano acquisire una posizione di incontrastato dominio in Medio Oriente,6 e così colsero l’occasione per disfarsi del loro complice, con due guerre consecutive. Il resto è cronaca, anzi storia.

Naturalmente Israele, nel suo ruolo di tutore degli interessi occidentali nell’Asia occidentale, ha svolto un ruolo decisivo in tali vicende ed anzi la creazione stessa di questo Stato è stata pensata in funzione di tale scopo. Già nel 1915 Alfred Milner, uno dei protagonisti della lotta contro i Boeri in Sudafrica, nonché amico dei Rothschild, era convinto che “l’intero futuro dell’Impero britannico come impero marittimo, dipendeva dalla trasformazione della Palestina in uno stato cuscinetto abitato.” E già si sapeva chi lo avrebbe abitato, visto che i palestinesi non erano ritenuti degni dell’onore di essere abitanti. Del resto l'Asia è un’ossessione per gli anglosassoni da quando un bizzarro personaggio che risponde al nome di Halford Mackinder, diffuse nell’impero britannico e in America, l’idea che la talassocrazia anglosassone non avrebbe potuto dominare il mondo se non avesse anche controllato il centro dell’Asia, l’Heartland. Si tratta di un’idea allo stesso tempo banale e assurda perché la padronanza costiera non basta, questo è evidente, ma allo stesso tempo far dipendere tutto da un’area interna ha ben poco senso. E le risorse per farlo possono ben presto esaurire le risorse necessarie per mantenere il controllo altrove. È appunto quello a cui stiamo assistendo.

da qui

Non vedono la tempesta arrivare - Giovanni Tonlorenzi

 

Nel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.

Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.

Sia chiaro, nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi quarant’anni.
Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un disastro.

Il referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.

Così, mentre nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.

Sigonella, ovvero i confini della sovranità consentita

Si accavallano in maniera tale che persino il ministro della Difesa Crosetto, membro autorevole di un governo iper-atlantista e in piena sintonia con l’amministrazione Trump, si è trovato costretto a rendere pubblica una nota misurata ma in sostanza inequivocabile: rispetto dei trattati, incrollabile alleanza con gli USA, ma indisponibilità all’utilizzo delle basi militari come quella di Sigonella, per gli aerei militari statunitensi impegnati in operazioni di guerra contro l’Iran¹.

Il governo ha presentato il gesto come puramente procedurale. L’opposizione ha risposto con un “serve di più”, prontamente sopito, anche perché sapendo da che pulpito arrivava l’invito, la cosa diventava addirittura grottesca.

Ciò che è rimasto di questo episodio è la solita, sostanziale convergenza tra governo e cosiddetta opposizione sulle grandi questioni della geopolitica, che ha chiarito una volta di più il perimetro del pensiero politico e della sovranità consentita.
Una convergenza che non è tattica né contingente, ma strutturale. Ed è precisamente lì, in quella convergenza di fatto e che molte volte si è esplicitata, che si misura la distanza minima tra chi governa e chi si dichiara opposizione.

Il riferimento a Sigonella ha evocato naturalmente l’altro caso, quello del 1985, quando Bettino Craxi riaffermò con nettezza la sovranità italiana di fronte all’amministrazione di Ronald Reagan. Un accostamento che, al di là del nome della base, non ha in comune con la situazione attuale assolutamente nulla, anzi dimostra la plastica evidenza dell’abisso che separa l’attuale classe politica italiana da quella di quegli anni, qualunque cosa se ne voglia pensare. Allora, con mille difetti, c’era una classe dirigente capace di porre un limite al potente alleato, oggi ci si affretta a chiarire che quel limite è solo procedurale, mancava la consultazione preventiva.

Ma il caso Sigonella è importante perché, come un filo d’Arianna, ci guida nella comprensione di quanto la guerra e la crisi energetica stiano già entrando in casa nostra e quanto, invece, il dibattito nell’opposizione sia, appunto, lunare.

La coalizione Epstein e la guerra che non va come previsto

Alla data del 24 febbraio 2022, l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, se ne è aggiunta un’altra che è destinata anch’essa a lasciare il segno, ed è il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.

L’obiettivo dichiarato della ormai nota coalizione Epstein era la neutralizzazione dell’inesistente programma nucleare militare iraniano, la decapitazione della sua leadership e il conseguente cambio di regime.

Ma le cose non sono andate come previsto².

Nonostante settimane di bombardamenti intensivi, la capacità militare iraniana non risulta neutralizzata, e le infrastrutture strategiche, in particolare le basi missilistiche, per lo più sotterranee e disperse sul vasto territorio della Repubblica islamica, continuano a garantire operatività e resilienza al paese.

Teheran mantiene una pressione costante attraverso attacchi missilistici e con droni sulle strutture energetiche dei paesi del Golfo Persico e su Israele, aumentando progressivamente il livello tecnologico delle proprie offensive.

La leadership politica e militare iraniana, di cui fu predisposta una cospicua decentralizzazione, ha continuato a funzionare nonostante i raid sui centri di governo, e la governance della Repubblica islamica prosegue secondo il proprio quadro costituzionale².

La situazione in cui si è impantanata la coalizione Epstein si sta incancrenendo al punto che tra molti analisti comincia a circolare l’ipotesi che Israele, in caso di sconfitta, potrebbe mettere in atto la cosiddetta “Opzione Sansone” e cioè il ricorso alle armi nucleari³.

Una prospettiva che non appartiene alla fantascienza geopolitica, ma al calcolo strategico di chi si potrebbe trovare presto con le spalle al muro.

Sul fronte della superiorità aerea, poi, la realtà operativa è ben più complicata di quanto la narrazione ufficiale voglia dare ad intendere.
Diversi episodi, velivoli abbattuti, emergenze in volo, difficoltà nelle missioni di recupero dei piloti, indicano un contesto sempre più ostile per gli Stati Uniti e per il piccolo ma potente e aggressivo alleato⁴.

Come osserva con consueta lucidità Simplicius the Thinker – nome de plume di uno dei più seguiti analisti geopolitici e militari a livello globale – la riduzione delle capacità di attacco a distanza obbliga statunitensi e israeliani a missioni sempre più rischiose, con un’esposizione crescente e un tasso di perdite in aumento.

In questa prospettiva, le ripetute minacce di intervento terrestre, non solo a parole, ma accompagnate dall’invio nell’area di consistenti reparti militari – rischiano di trascinare l’intero quadrante, ed oltre, verso esiti ancora più gravi e distruttivi.

Nel frattempo, tre generali sono stati rimossi dai vertici del Pentagono nel pieno della conduzione del conflitto, segnale questo inequivocabile di forti divergenze tra le alte sfere militari e la Casa Bianca sulla gestione dell’operazione Epic Fury⁵.

Che la situazione presenti chiari elementi di caos, e dunque di enorme pericolosità, lo dimostra anche la linea comunicativa di Trump, sempre più aggressiva e sempre più contraddittoria, con elementi di imbarazzante grossolanità. Il presidente ha dichiarato pubblicamente che Mohammed bin Salman deve “baciargli il culo”, una frase che, al di là del registro, misura plasticamente il livello raggiunto da questa amministrazione⁶.

Di fronte a tutto questo, l’opposizione italiana tace, o commenta a margine, con vuote frasi di circostanza, spesso con la stessa superficialità con cui commenterebbe un risultato elettorale locale. Non una proposta, tantomeno una visione, non un pensiero che sia all’altezza della posta in gioco.

Kallas e gli altri: il pensiero unico europeo di fronte alla guerra

Quattro anni fa, con l’inizio l’operazione speciale militare della Federazione Russa in Ucraina, finalizzata a porre uno stop all’espansione della NATO verso est, si è messo in moto un processo destinato a cambiare, probabilmente in maniera definitiva, le linee storiche che sembravano fatali dalla fine della Guerra Fredda. Eppure l’attuale leadership europea, totalmente agita da volontà d’oltreoceano, non ha nemmeno tentato di difendere gli interessi dei popoli europei.

Si è chiusa in una ostinata propaganda spesso imbarazzante, incapace di elaborare un punto di vista autonomo ancorato alla realtà dei fatti, e rifugiandosi nella ripetizione di un unico mantra: lotta senza quartiere contro il pericolo russo in procinto di espansionismo su grande scala.

A sottolineare e rendere ancora più evidente questo asservimento, un asservimento che è addirittura metapolitico, che precede e condiziona qualsiasi scelta politica concreta – sono intervenute la macelleria genocida perpetrata ai danni del popolo palestinese dallo Stato di Israele con il sostegno dell’amministrazione del democratico Joe Biden, la guerra dei dodici giorni contro l’Iran del giugno 2025, e la vicenda venezuelana di inizio 2026.

Con la guerra scatenata contro la Repubblica islamica, la nullità dell’establishment europeo si è confermata definitivamente lampante. Al di là del non riuscire a svolgere alcun ruolo di mediazione reale, la leadership europea è addirittura arrivata a invitare, sostanzialmente, l’Iran a non difendersi⁷. Il culmine lo ha raggiunto Kaja Kallas, che nel suo quotidiano delirio anti russo non ha trovato di meglio da dichiarare che “la Russia sta aiutando l’Iran con informazioni di intelligence per uccidere americani, e ora fornisce anche droni perché possa attaccare i paesi vicini e le basi militari statunitensi”⁸.

Una dichiarazione che dice tutto sulla qualità del pensiero strategico europeo, ossessionato dalla Russia al punto da perdere di vista qualsiasi lettura autonoma della realtà.

E la classe dirigente italiana che fa? Assente, silente, e l’opposizione discute di federatori mentre il continente brucia.

Lo Stretto di Hormuz e il crollo dell’ordine unipolare

La situazione attuale racconta in modo incontrovertibile che l’unipolarismo occidentale a guida statunitense è sempre meno tollerato. La posizione iraniana, rigida nel non aprire ad alcun compromesso finché non saranno raggiunti gli obiettivi strategici di lungo periodo, a cominciare dalla propria sicurezza nell’area mediorientale, fa evidentemente il paio con le posizioni portate avanti dalla Federazione Russa fin dal 2007. Posizioni queste che non sono più liquidabili con la propaganda, come l’establishment occidentale ha tentato di fare per quasi vent’anni.

Oggi emerge che la vera forza iraniana non è solo militare, ma soprattutto geografica, economica e monetaria.

Lo Stretto di Hormuz — principale nodo marittimo per il commercio energetico globale — è diventato il teatro dello smottamento del vecchio ordine geopolitico ed economico. Da quello stretto transita circa il 20% del petrolio mondiale, il 22% del gas naturale liquefatto globale, e una quota rilevante di fertilizzanti, prodotti chimici ed elio⁹. La sua inagibilità produrrebbe una crisi di approvvigionamento energetico su scala planetaria di proporzioni del tutto inedite, con prezzi del petrolio che potrebbero raggiungere i duecento dollari al barile in brevissimo tempo. Questo significa pesanti rincari per riscaldamento, trasporti, produzione industriale, filiere alimentari, significa la vita quotidiana di decine di milioni di italiani ed europei.

Come segnala efficacemente Pepe Escobar, c’è una dimensione ulteriore evidente ma le cui conseguenze non sono ancora del tutto analizzate: la strategia iraniana, imponendo pagamenti in yuan per il transito delle merci attraverso Hormuz, incide sulla centralità del dollaro come valuta di riferimento globale, il che determina che al conflitto militare si aggiunge sempre più sensibilmente un conflitto sistemico¹⁰.

Con il sostegno di Russia e Cina, il conflitto regionale si colloca irrimediabilmente in uno scontro di dimensione globale, con tutte le conseguenze del caso.

Anche l’attuale formato dei BRICS ne risentirà in modo sostanziale, visto che alla prova dei fatti si rivela ben poco strategicamente coeso e quindi inadeguato come attore in una situazione così complicata. Ma al suo posto si va delineando un asse più ristretto ma decisamente più coerente, fondato sull’integrazione tra Russia, Iran e Cina.

Questo triangolo strategico unisce risorse energetiche, capacità industriali e controllo dei principali corridoi logistici eurasiatici, configurandosi come il nucleo operativo di un possibile ordine multipolare. E l’Iran non è un attore periferico, in quanto controlla uno dei principali snodi energetici del pianeta e rappresenta il crocevia geografico tra Asia e Medio Oriente, collegamento essenziale tra i sistemi economici e infrastrutturali russo e cinese¹⁰.

Qualcuno nell’opposizione italiana ha ritenuto opportuno aprire un dibattito su tutto questo? Ha proposto una posizione, una lettura, una prospettiva che non fosse quella dell’atlantismo come riflesso condizionato? La risposta, come sappiamo, è no. E questo elemento non è solo una lacuna, suona quasi come condanna politica.

Anche Kagan lo ammette. L’opposizione italiana no. Trent’anni di Washington Consensus non si cancellano con le primarie

Il livello di consapevolezza della situazione internazionale da parte della classe dirigente italiana sembra essere impermeabile a tutto.

In nessuno dei poli della geografia politica italiana si riesce a scorgere uno straccio di volontà di uscire da quel perimetro che è storicamente consentito dai signori ai vassalli.

Impermeabile anche alle domande di cambiamento provenienti dalle persone in carne e ossa, sempre più strette in una crisi che diventerà ingestibile. Il voto No al referendum contiene molto probabilmente anche, e soprattutto, questo elemento. Là fuori qualcosa forse si sta muovendo, qualcosa di profondo, ancora embrionale e difficilmente descrivibile, ma la politica ufficiale non se ne accorge o, peggio, finge di non accorgersene.

Il vecchio mondo sta crollando rapidamente e lo riconosce persino Robert Kagan, un neoconservatore, intellettuale organico dell’interventismo americano, sostenitore storico della NATO e di Israele, tutt’altro che un pensatore critico dell’ordine liberale.
Su The Atlantic ha scritto che la guerra con l’Iran ha esposto e aggravato le divisioni tra gli Stati Uniti e i propri alleati, ha rafforzato le potenze che lui chiama – e qui si intende la sua natura – revisioniste cioè Russia e Cina, ed ha accelerato il caos politico ed economico globale, lasciando gli USA in una posizione di isolamento che non si vedeva dagli anni Trenta del XX secolo¹¹.

Il fatto che sia Kagan a scriverlo non è un dettaglio, ma la misura di quanto la realtà abbia superato anche i suoi più convinti e aggressivi architetti.

Negli States persino falchi neoconservatori si interrogano se Israele possa ancora considerarsi un alleato affidabile, cercando forse di mettersi al riparo da quella che potrebbe svilupparsi come una sconfitta epocale.

Ma qui, coloro che dovrebbero convocare, chissà, una sorta di Stati Generali non sanno nemmeno suonare nell’orchestra del Titanic che sta colando a picco, e perché si rendono conto che affrontare certi temi, seriamente, significherebbe la dissoluzione istantanea di troppe carriere politiche fini a sé stesse.

Il Partito Democratico, come quasi tutto ciò che popola la geografia politica italiana, ha formato la propria identità, il proprio ceto dirigente, la propria rete di relazioni dentro il Washington Consensus, il Fiscal Compact, la privatizzazione forsennata dei servizi pubblici, la conseguente continua cessione di sovranità alla burocrazia irresponsabile dell’Unione Europea e al postulato atlantista. Tuttavia, per onestà bisogna ammettere che non è solo il PD il problema, ma è la stragrande maggioranza del mondo politico, culturale, intellettuale e dell’informazione nella sua quasi totalità, per un motivo o per l’altro, che ha portato il cervello all’ammasso.

Eppure il PD rimane l’equivoco che fa da tappo a quella grande mobilitazione che sarebbe necessaria e che prima o poi avverrà autonomamente.

E per dirlo con chiarezza, non siamo davanti soltanto a scelte sbagliate, fautrici di politiche sempre più impopolari, ma ad un problema strutturale. Come quando si sente dire, ad esempio, che Renzi fu un incidente di percorso per il Partito Democratico, senza capire che Renzi era il figlio legittimo del PD e sua discendenza naturale. Non è nemmeno questione di mancanza o di cattiva volontà, è questione di quello che si è diventati, e di cosa si è scelto di essere nel corso di trent’anni.

Chi non avrà il coraggio di uscire da quel perimetro sarà spazzato via, con tutta probabilità, dall’impetuosità degli eventi.

No Kings: il marchio americano che i progressisti hanno comprato, senza leggere l’etichetta

La cartina di tornasole più recente di questa cecità strutturale è stata la manifestazione “No Kings” del 29 marzo. In Italia come in Europa se ne è fatto un uso entusiastico e del tutto acritico, esattamente l’uso che ci si aspetterebbe da chi non sa leggere i movimenti sociali che non ha prodotto e non capisce quelli prodotti altrove.

Perché No Kings è, nella sostanza, uno strumento dei Democratici americani, il cui obiettivo non è altro che lo status quo ante, quello dei Biden, di Kamala Harris, delle famiglie Clinton e Obama, delle politiche neocon già viste all’opera.

Un movimento che pone come ideale il repubblicanesimo americano del XVIII secolo,senza fare menzione del fatto che da quel momento quei padri fondatori costruirono una nazione sul genocidio dei nativi, sullo schiavismo, su un calvinismo che ha fatto dell’arricchimento individuale uno dei perni dello sviluppo, dando progressivamente vita al mito del destino manifesto.

No Kings è contro le politiche di Trump che mettono a repentaglio quell’America che c’era prima, appunto quella di Biden, primo sostenitore concreto del genocidio palestinese.

Quell’America non è poi così diversa da quella di Trump. E chi in Europa ha sfilato sotto quel marchio senza porsi una sola di queste domande ha dimostrato esattamente il livello di analisi politica di cui è capace.

Il meccanismo è stato quello di un franchising acritico, si è preso un marchio, lo si è un po’ adattato, senza chiedersi nulla sul contesto locale, sugli obiettivi reali, sulle forze che lo animano, sugli interessi, grandi, che lo finanziano.

Contro chi si stava manifestando, la piazza esattamente? Per quale alternativa? Con quale orizzonte? Scrive tale Tom Joad in un articolo su Substack: “così la piazza protesta dentro le coordinate del mondo che contesta, con gli strumenti di quel mondo, nel linguaggio di quel mondo, e il risultato più ottimistico è una versione leggermente più umana del medesimo ordine, ciò che la retorica progressista chiama ‘un mondo più giusto’, intendendo esattamente lo stesso mondo governato dalle medesime strutture con un personale politico più gradevole e una distribuzione della ricchezza lievemente meno oscena”¹².

È, in fondo, la stessa logica che governa tutta l’opposizione italiana, rimanere dentro le coordinate del sistema che certo non si vuole cambiare ma sperare che sia meno violento ed aggressivo, sperando che cambino gli attori senza che cambi la commedia.

Quando arriverà lo shock, non ci salveremo con le primarie

Come annota con amara lucidità Ugo Boghetta su La Fionda¹³, analizzando i dati del referendum, risulta chiaro che il campo largo non può affermare di essere in ripresa; i voti referendari non sono sommabili a posizioni unioniste, riarmiste e liberiste. Forse cambieranno gli attori senza che cambi la commedia ma rimangono milioni di cittadini orfani di proposte convincenti, milioni di persone che hanno votato No senza che nessuno sia capace di dare un orientamento a quella domanda di cambiamento in qualcosa di politicamente credibile, sia per politiche che per interpreti.

Esisterebbe, teoricamente, la possibilità di costruire qualcosa di diverso, una posizione antiliberista che combini l’attuazione piena della Costituzione con lo sgancio progressivo dell’Italia dagli organismi internazionali che ne comprimono la sovranità, cogliendo le opportunità che la contingenza storica offre per avvicinarsi a obiettivi concreti di neutralità e indipendenza reale.

Potrebbe non essere solo utopia, ma la è la condizione necessaria per perseguire un interesse nazionale popolare e rilanciare qualcosa che assomigli alla democrazia.

Ma richiede coraggio intellettuale e politico che oggi, nell’opposizione italiana, non si vede all’orizzonte.

Purtroppo, la storia insegna che le grandi inversioni di rotta nelle opinioni pubbliche non avvengono per sola persuasione, ma assai spesso per uno shock. Non ce lo auguriamo, ovviamente anche perché non si sa mai che piega possono prendere quelle inversioni di rotta. Ma sarebbe disonesto ignorarlo e sarebbe sbagliato non tenere conto che, quando quello shock arriverà, chi avrà scelto di trastullarsi con federatori, primarie e altre cosette, non avrà nessuna credibilità per essere ascoltato.

Note

  1. https://www.lastampa.it/politica/2026/03/31/news/italia_nega_base_sigonella_usa_crosetto-15566208/
  2. Crooke, A., Iran’s Audacious Strategic Moves, Unz Review, 27 marzo 2026, https://www.unz.com/acrooke/irans-audacious-strategic-moves-declared-missile-dominance-over-the-occupied-territories-a-warning-of-nuclear-deterrence/
  3. https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/22/why-the-world-should-worry-about-israels-nuclear-doctrinehttps://jacobin.com/2026/03/israel-iran-war-nuclear-weapons
  4. Simplicius, https://simplicius76.substack.com/p/disaster-operation-stone-age-begins
  5. https://edition.cnn.com/2026/04/02/politics/hegseth-removes-randy-george-army-chief-of-staff
  6. https://thewire.in/world/trump-claims-saudi-crown-prince-kissing-my-ass
  7. https://www.theguardian.com/world/2026/mar/24/ursula-von-der-leyen-iran-us-hormuz-crisis-australiahttps://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/eus-costa-urges-iranian-president-to-ensure-freedom-of-navigation-in-strait-of-hormuz/
  8. https://ejpress.org/kallas-russia-is-providing-intelligence-support-to-iran-in-the-middle-east-war-to-kill-americans/
  9. https://www.iea.org/about/oil-security-and-emergency-response/strait-of-hormuz
  10. Escobar, P., https://www.unz.com/pescobar/the-china-pakistan-gcc-riddle/
  11. Kagan, R., https://www.theatlantic.com/international/2026/03/trump-us-power-iran/686567/
  12. Joad, T., https://revolvepl.substack.com/p/la-piazza-incorporata
  13. Boghetta, U., https://www.lafionda.org/2026/04/04/post-referendum-quo-vadis/

https://www.lafionda.org/2026/04/07/non-vedono-la-tempesta-arrivare/