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lunedì 17 febbraio 2025

Baruffe romanotte e idraulici informali - Guglielmo Ragozzino

 

La sicurezza e l’accoglienza: due approcci – o visioni – dell’immigrazione dietro una lite all’Esquilino tra un noto giornalista televisivo e un attivista di Spin Time, il centro sociale aiutato dal Tesoriere di Papa Francesco. Dietro l’episodio, da baruffe chiozzotte, un’orizzonte di umanità e diseguaglianze e tanta miopia.

 

Parlerò di me, una volta tanto. Sabato scorso, mattina, lavoravo “a studio”, (come dicono a Roma) e sono sceso a bere un caffè in un vicino bar tenuto da “Bangla” (sempre come dicono a Roma). Nella piazza circostante, detta Pepe, era in corso, a mia insaputa, una riunione di esquilinesi, gli abitanti e le abitanti del quartiere. Erano rappresentate un bel po’ di associazioni locali, nate per migliorare il benessere generale, sotto forma di attività comuni, sociali, sportive, culturali. Una parte delle persone presenti era però di opinione contraria: “all’Esquilino i veri problemi sono quelli della sicurezza, per dirla in una parola sola: furti, aggressioni, spaccio, prostituzione, ogni giorno e soprattutto ogni notte, al buio. Noi abitanti non siamo sicuri e non siamo sicure. Occorrono cancelli e chiavistelli, per proteggere persone deboli e proprietà. E che dire poi del mercatino dei pezzenti di Via principe Amedeo, di fronte al gran mercato alimentare”?

Parlerò di nuovo di me. Mi capita di attraversare il “mercatino del “tutto giù per terra” tre/quattro volte al giorno nel percorso da casa a studio.

Le merci sono sistemate su coperte e asciugamani, pronte a essere fatte sparire, infilate In borsoni, al segnale di pericolo. Il pericolo è costituito da uno di tre o quattro gruppetti di difensori dell’ordine, vigili, poliziotti, carabinieri, tutti armati di pistole e manette. Le forze d’intervento si alternano, con disciplina e modi urbani, lasciando ogni tanto spazio alla quarta forza, la Guardia di finanza, che eventualmente sanziona le vendite senza Iva, di vecchie scarpe, magliette usate o cianfrusaglie varie. L’impressione è che le soldate e i soldati che controllano Via Principe Amedeo lo facciano nella convinzione di evitare guai, abusi, prepotenze, imbrogli con la loro semplice presenza. 

Tornando a Piazza Pepe, sabato mattina, ecco un teatrino romanesco gratuito. Protagonisti un assertore del partito dei cancelli, un famoso e simpatico personaggio televisivo, abitante proprio in piazza Pepe e il portavoce di Spin time un noto palazzo occupato, proprio all’Esquilino. (1) Ne è sorto un diverbio che la grande stampa non ha trascurato: “Cancellate in piazza Pepe / la lite tra Telese e Tarzan finisce a spallate. Poi la pace” (la Repubblica, 3 febbraio 2025). Replica il Corriere, il giorno dopo: “Non ho preso pugni in faccia, ma i pusher in piazza sono un fatto” (Corriere della Sera, 4 febbraio 2024) che poi aggiunge un’altra riga: “Luca Telese dopo la lite con l’antagonista: ‘Lo conosco da anni’”.

In effetti entrambi gli antagonisti rappresentano opzioni diverse: qui sicurezza, là accoglienza. Una piccola sceneggiata romanesca forse utile per far riflettere: ancora una volta si ripropone uno dei problemi forti della nostra epoca. Che fare con i migranti, come insegnare loro a vivere e a trovarsi un lavoro in una grande città, nuova per loro, senza fare chiasso, senza sporcare, senza sdraiarsi sulle panchine; e questo in un quartiere ospitale e disponibile, ma non sempre, non tutti i giorni, non per tutti. Quanto allo spaccio e alla prostituzione, in città, in ogni città, c’erano anche prima e non saranno i cancelli dell’Esquilino a farli sparire.

Le baruffe romanotte non fanno che riproporre bene e in modo esemplare un problema irresolubile che consiste nelle divisioni tra le persone (e anche tra noi democratici) in tema di migrazioni. Si riproduce qui il ben noto principio del NIMB (not in my backyard cioè non nel mio cortile) con cui nei decenni scorsi le comunità si difendevano da autostrade, piste aeree e ferrovie, volute dalle amministrazioni pubbliche. Sì a vie ferrate e autostrade e perfino a migrazioni, necessarie per l’economia; ma, per favore, dev’essere chiaro a tutti, non qui, non sotto le mie finestre. All’Esquilino ci sono sempre badanti ucraine, benvolute, lavoratori edili rumeni, tollerati, trattorie cinesi un tempo assai frequentate, ora trasformatesi in comodi bar, o nei cosiddetti cinesi (bazar plurimerce). A prima vista, guardando da lontano, con un teleobiettivo, sembra che tutto sia più o meno regolare, come al solito, e non emozionante. Guardando invece con una specie di grandangolo (o forse di telescopio) si vedrebbe un mondo assai più ampio, fatto di tanta gente in movimento, affamata, curiosa di tutto, povera, impaurita.

Una prima considerazione, se ci è consentito usare il grandangolo, è che la gente è nel mondo molto aumentata: la ‘ricchezza’ naturale è quella di prima, ma a dividerla siamo in molti di più. Nel 1900 c’erano al mondo, secondo le Nazioni Unite 1,65 miliardi di persone;(2) nel duemila i miliardi di presenze erano diventati sei; nel 2014, otto abbondanti, dunque con un aumento di due miliardi in tre lustri scarsi. Si prevede un rallentamento nella crescita nei prossimi decenni, con popolazione di 10,3 miliardi nel 2080 e poi un possibile calo: 10,2 miliardi a fine secolo. 

Insomma, la popolazione mondiale crescerebbe di quattro miliardi nel corso del secolo corrente (pari a tre quarti del totale). La ‘ricchezza’, intesa come territorio, acqua, aria pulita, insomma la natura è sempre la stessa, ma a partecipare nella divisione siamo molti di più, e mediamente più deboli, poiché saremo con più vecchi da sfamare e più piccolini (sopravvissuti) da svezzare. Gli uni non lavorano più; gli altri non sanno ancora fare. Se questo è l’ordine di grandezza previsto (preordinato, pronosticato, temuto: scegliete voi) dalle Nazioni Unite, il movimento migratorio sarà enorme, è inevitabile. In realtà, dire che la natura è sempre la stessa, è esagerare per ottimismo. Tra costruzioni, strade, ponti, macchinari, impianti di vario genere e per esempio dighe un po’ dappertutto, abbiamo ingoiato un bel po’ di natura. D’altro canto, se le popolazioni aumentano di tre quarti in meno di cento anni, non è difficile capire che i bisogni generali – cibo, strade, cure mediche, abitazioni, città, e poi traffici, viaggi, spostamenti – a parità di altre condizioni, non possono che aumentare. 

La guerra, la fame, la paura, l’oppressione, la povertà, la ricerca di un lavoro decente saranno la conseguenza obbligata a “fare qualcosa”, un qualsiasi tentativo per venirne a capo. Di fatto i guai costringeranno una parte della popolazione di ogni continente, di ogni plaga ad andarsene, abbandonando tutto il passato – memorie, credenze, usi – bagaglio inutile per sopravvivere, anzi pesante e penoso. Per sopravvivere e consentire a sé di tirare avanti, con il carico dei vecchietti e degli infanti di prima, e ai figli di crescere, di fare qualcosa, lavorare, mettere su famiglia, mantenersi. C’è poi dell’altro: c’è chi parte per provare, imparare, capire il vasto mondo, scegliere, mostrare quel che si sa fare.

I numeri sono meravigliosi. “Siamo tutti figli e nipoti di migranti. Abbiamo cominciato a migrare trenta o quarantamila anni fa, quando i nostri bisavoli Homo Sapiens sono usciti per la prima volta dall’Africa, espandendosi lentamente verso il Medio Oriente, l’Asia e l’Europa, in territori poco popolati da altre specie di Homo, che abbiamo respinto o con cui ci siamo mescolati. Sì, veniamo tutti dal Corno d’Africa, la terra da cui oggi cercano di arrivare tanti nostri cugini somali ed eritrei”. Così diceva un po’ di anni fa Piero Basso, un generoso maestro. (3)  

Poche frasi dopo Piero aggiungeva una frase di Seneca: “Nella storia antica molti popoli lasciarono la propria patria e cambiarono dimora. Tra questi troviamo molte colonie greche che oggi sono in Asia…I Tiri oggi abitano l’Africa, i Punici la Spagna e I Greci si insediarono anche in Gallia. Le tempeste e le onde fecero affondare molti inesperti che si dirigevano verso luoghi ignoti. Vari furono i motivi per i quali gli abitanti si allontanarono dalle proprie terre: la rovina della patria mosse alcuni, le guerre civili altri, un’epidemia scacciò altri, la fama di una terra feconda attirò altri ancora”. 

Uomini e donne al lavoro nel 2025 nel mondo sono 3,6 miliardi secondo l’Ilo; erano 2,23 miliardi nel 1991; si è dunque realizzata una crescita di 1,4 miliardi, in poco più di trent’anni, nonostante la caduta delle attività negli anni susseguenti al biennio 2019-20, il biennio del Covid, della Pandemia. Sono calcolati con maggiori difficoltà e quindi assumendo i rischi di qualche imprecisione anche i lavori informali. Per l’Ilo rientra nell’economia informale quasi l’86 percento della forza lavoro in Africa, per scendere al 40 per cento nelle Americhe e al 25 per cento in Europa, laddove sono presenti talvolta sindacati e contratti di lavoro sanciti dalle leggi. Le definizioni dell’Istituto del Lavoro che si susseguono da un anno all’altro sono interessanti ma non troppo rigorose. Informale è “ogni attività economica, escluse le illecite, per lavoratori e unità economiche che per legge in pratica non coperta o coperta insufficientemente da accordi formali come la legislazione nazionale sul lavoro, l’imposta sul reddito e la protezione sociale”.

Non solo in Africa o in altri luoghi remoti, anche in Italia, anche a Roma, anche nel misteriosissimo Esquilino il lavoro informale, se non vogliamo prenderci in giro, è presente e ci consente di sopravvivere: sia ai migranti, sia ai locali. I migranti sono appunto venuti con lo scopo di guadagnare un po’. Se non altro, sanno darsi da fare, per i cosiddetti lavoretti: sono giovani, i più e disponibili, si adattano. Tutti i lavori, paragonabili a quelli alla persona che sono soprattutto compito delle immigrate, sono attività – lavori – che sanno fare senza vergogna. Sanno per esempio riparare un vestito, cucire un orlo, aggiustare un filo elettrico, una presa, incollare, con il famoso silicone, qualsiasi cosa. Sanno verniciare e sverniciare, al contrario dei locali, noi, che non sappiamo spesso come fare per riparare un oggetto d’uso, (un ferro da stiro, tanto per fare un esempio) e sappiamo soltanto comprarne un altro, più complicato ancora. Il lavoro dei nuovi arrivati è per lo più informale e questo significa che lo si paga al vivo, al costo, all’ora, alla mano – ditela come la volete – senza extracosti, per chi lavora e per chi paga. E questo è tutto (o quasi).

NOTE

1.      L’11 maggio 2019 l’elemosiniere della Santa Sede, cardinale Konrad Krajewski si è calato sotto l’edificio occupato di Spin Time per riattivare luce e corrente elettrica sigillate qualche giorno prima dall’Irati

2.      ILO 2025 – “Advancing social justice, promoting decent work”

3.      Focus sulle migrazioni, GUE/NGL Milano, 20 ottobre 2015

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mercoledì 3 luglio 2024

La città dei vivi – Nicola Lagioia

Marco e Manuel ammazzano Luca, in modi orribili.

Nicola Lagioia ricostruisce tutte le vicende che ruotano intorno al fatto, dati causa e pretesto, in una Roma che diventa sfondo e protagonista della storia.

quello che sconvolge nella lettura (e nella scrittura) del romanzo è che non ci sono ruoli definiti per l'eternità, ma vittime e carnefici potremmo essere ciascuno di noi, in una sadica e casuale lotteria della vita e della morte.

Nicola Lagioia inizia a seguire la storia dopo un po' dal momento dei fatti, e però non lascia niente d'intentato per riuscire a ricostruire l'indicibile.

ps: il libro ricorda a tratti A sangue freddo (di Truman Capote).

 

 

 

Il male, dunque, è parte dell’esperienza umana, difficile da spiegare, ma da accettare. Il male travolge tutti come un fiume in piena, non risparmia nessuno, né Lagioia, né Foffo e Prato, né chi legge il romanzo. Nessuno, nemmeno l’autore, sembra in grado di giudicare il male: si può solo comprendere il fatto che dalla parte dei carnefici potremmo esserci anche noi, e che il male è qualcosa di più grande di noi che non possiamo controllare. Ciò che resta è la letteratura che, come dichiara Lagioia in un’intervista, è antidoto che «rimette in campo fragilità e debolezze che nel discorso pubblico non sono più ammesse». Quella della letteratura, alla fine, è la giustizia più alta: quella che ci aiuta ad accettare la nostra debolezza e a comprendere «i complicati principî di rotazione e rivoluzione, la gigantesca macchina che ci fa nascere e ci riduce in polvere»…

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…L’indagine puntigliosa di Lagioia riesce ad essere neutrale pur utilizzando la compassione come strumento conoscitivo. Rifiuta ogni giudizio sulla vittima, che in quanto tale è ingiudicabile (molti giornalisti, al contrario, hanno sottolineato come Varani fosse solito prostituirsi occasionalmente, come se questo potesse renderlo meno innocente). Messi davanti ad un omicidio come questo, viene spontaneo pensare all’ingenuità di Luca, attirato nella casa dei suoi carnefici, e chiedersi: “potrebbe succedere anche a me?”. Lagioia ci invita a invertire la rotta, a riconoscere l’umanità dei carnefici: due ragazzi normali, improvvisamente posseduti, ma non per questo meno colpevoli. La domanda da porsi, quindi, quel “potrebbe succedere anche a me?” andrebbe fatta pensando al raptus omicida di Manuel Foffo e Marco Prato. Ricordiamo che Manuel è stato condannato a trent’anni di carcere, mentre Marco (tragedia nella tragedia) è morto suicida in carcere.

Roma è l’altra grande protagonista del libro: la sua incontestabile bellezza è tutt’uno con la sua incontestabile abiezione. La città eterna è quella che, più di ogni altra, non ha la concezione del passare del tempo. Gli uomini passano, mentre passato, presente e futuro perdono ogni significato. Roma è lerciume, immoralità, grettezza, e allo stesso tempo il suo splendore è indiscutibile. Lagioia la descrive come una malattia, da cui lui stesso si ritiene contagiato. Le pagine sono permeate da un senso di sporcizia, che sfogliando le pagine sembra entrarci sotto le unghie, nelle dita, ci invade.

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venerdì 11 agosto 2023

I can’t breathe. Storia di Bakul e Hossein, soffocati da sfratto e speculazione immobiliare - Stefano Portelli

Violenza della polizia non è solo quando un agente stringe il collo di un afroamericano fino a farlo morire soffocato. È violenza anche quando una pattuglia di celere si presenta in forze alle sei del mattino per sbattere fuori casa una donna lavoratrice migrante e suo fratello invalido. Begum Rabeya Bakul e Shahadad Hossein venerdi 14 luglio mattina sono stati sfrattati dalla loro casa nel quartiere romano del Quadraro.

Hossein è sordomuto, quasi cieco e ha un solo polmone: dorme attaccato a un respiratore e ha bisogno dell’aiuto della sorella per quasi tutto. Già nei giorni precedenti allo sfratto non aveva retto la tensione ed era scappato di casa. Rabeya lo aveva trovato perso in mezzo al parco degli Acquedotti, sotto il sole di luglio. Trasferito in un centro di emergenza a dieci chilometri da quello di Rabeya, anche lui rischia di non riuscire più a respirare, come conseguenza della violenza subita.

Rabeya e Hossein da diversi anni faticavano a tenere testa alle richieste ingiustificate e illegali del maxi proprietario immobiliare a cui la polizia ha restituito l’abitazione, e che ora la userà per sfruttare un’altra famiglia migrante. Rabeya è in Italia da trent’anni e per quattordici ha fatto le pulizie all’ospedale Vannini di Torpignattara; poi è stata licenziata con altri trenta lavoratori, e dopo diversi anni di difficoltà, aggravate dal Covid, stava risollevando la testa grazie a un corso da operatrice sociosanitaria e a due nuovi lavori. Con l’invalidità del fratello, il nucleo ha più di trenta punti per accedere a una casa popolare e avrebbe diritto anche agli alloggi di emergenza, ma il Comune preferisce tenerli vuoti, in attesa di chissà quale calamità naturale. Ma quale disastro è peggiore dell’avidità della grande proprietà immobiliare?

Racconto questo ulteriore episodio della guerra delle istituzioni contro la stessa popolazione che le mantiene non solo a onore della cronaca, ma per sottolineare la necessità di mobilitarci in modo più efficace perché queste cose smettano di succedere. I migliori alleati di sfruttatori e palazzinari sono lo scoraggiamento e l’annebbiamento che portano le persone a dividersi in gruppi rivali o in competizione tra loro, quindi a perdere di vista gli obiettivi comuni e la capacità collettiva di raggiungerli. È indispensabile sconfiggere questi fantasmi e riprendere in mano le redini della trasformazione sociale: sfratti e sgomberi possono essere bloccati, le leggi possono cambiare, se c’è una mobilitazione in grado di imporre queste trasformazioni.

Lo sfratto è avvenuto al Quadraro, storico quartiere dell’antifascismo romano, che oggi fatica a trovare le forze per impedire la violenza del nuovo fascismo ultraliberista. Nonostante si trovi in una delle zone di Roma politicamente più attive, tra Torpignattara, Centocelle e la via Tuscolana, circondato da centri sociali e da sedi di organizzazioni politiche, non piú di un pugno di abitanti solidali sono riusciti a organizzarsi per difendere i loro vicini. Questo non è solo un segno del fatto che le strutture militanti stanno dando poco peso alle continue violenze contro gli inquilini più impoveriti; è anche un sintomo dello sfilacciamento sociale del quartiere, a sua volta prodotto della gentrificazione e delle costanti espulsioni della popolazione locale. All’aumento dei locali, delle iniziative culturali e delle installazioni artistiche corrisponde un crollo della solidarietà tra abitanti, oltre che un aumento dello sfruttamento da parte dei proprietari immobiliari. La gentrificazione non porta “capitale sociale” né aumento della coscienza politica sui territori; al contrario, disperde le collettività e indebolisce l’organizzazione politica. Le attiviste e gli attivisti che hanno provato a opporsi allo sfratto sono state strattonate, spinte e minacciate dagli agenti. Un agente dopo aver eseguito lo sfratto ha schiaffeggiato un attivista che protestava.

La via dove abitavano Rabeya e Hossein è una piccola traversa senza nome su via dei Ciceri, quasi tutta proprietà dei discendenti di una storica famiglia di costruttori romani, i Federici. Qualcuno avrà presente palazzo Federici, dove si ambienta il film Una giornata particolare; l’intero quartiere intorno a piazza Bologna è stato costruito da questa stirpe di costruttori. I due fratelli Roberto e Giovanni Federici, che hanno poco più di quarant’anni, hanno ereditato trentacinque case su via dei Ciceri. Sono tutte poco più che baracche di pessima qualità, piene di umidità e di muffa, affittate a migranti (per lo più filippini) a cui i due palazzinari chiedono cifre fuori misura. Già nel 2020 la Asl aveva certificato a Rabeya che la sua casa era di qualità mediocre; poco prima dello sfratto Rabeya stessa aveva commissionato una perizia a un ingegnere, che aveva calcolato che per una casa di quelle dimensioni e in quello stato non avrebbe dovuto pagare più di seicentocinquanta euro. Per cinque anni Rabeya ne aveva pagati ottocento al mese: migliaia di euro di profitto illecito per la proprietà, responsabile anche dei danni alla salute provocati dall’umidità, sia a lei che al fratello invalido.

Com’è ormai abituale, tuttavia, il tribunale di Roma ha ubbidito servilmente ai due proprietari, ordinando lo sfratto per morosità anziché richiedere ai Federici di rispettare le leggi sugli affitti. Dovrebbero essere i proprietari a rimborsare Rabeya e Hossein per i canoni riscossi illegalmente e per i danni causati alla salute di una persona invalida; ma il razzismo e il classismo delle istituzioni fanno sì che siano invece le vittime dello sfruttamento a essere considerate colpevoli, cioè “morose”. L’indifferenza dei media abitua la popolazione a considerare normali queste situazioni, e a naturalizzare l’idea che ogni tanto delle persone che lavorano come muli siano cacciate di casa.

Dopo i primi due accessi dell’ufficiale giudiziario, Rabeya ha chiesto all’Onu di essere considerata persona vulnerabile, pertanto di intervenire per fermare lo sfratto. Come era già avvenuto in altre occasioni, l’Alto Commissariato per i Diritti Umani ha scritto allo stato italiano chiedendo di sospendere lo sfratto o di fornire un’abitazione adeguata alla famiglia. Un trattato firmato dall’Italia nel 2015, infatti, prevede che le commissioni Onu possano intervenire nei procedimenti giudiziari e amministrativi se sospettano il rischio di danni irreparabili. Ma nessuna delle due richieste è stata rispettata dallo stato italiano: il tribunale ha negato la sospensione dello sfratto e il Comune ha negato una casa popolare al nucleo familiare. Un dipendente del commissariato di polizia a cui era stata fatta notare la violazione ha detto espressamente che “lo stato preferisce pagare la multa all’Onu”. I servizi sociali hanno proposto a Rabeya un centro di emergenza per passare le notti (di giorno deve stare per strada), sostenendo che il fratello sarebbe dovuto rimanere fuori. Solo dopo varie proteste davanti ai vari assessorati, il Comune ha riconosciuto di dover dare un riparo di emergenza anche a Hossein. La Asl aveva chiesto che il nucleo non fosse diviso perché Hossein dipende dalla sorella: neanche questa misura è stata rispettata. Il medico legale, su pressione del proprietario, ha certificato invece che Hossein poteva essere portato via. Con un’ironia crudele, l’ufficiale giudiziario ha messo a verbale il cattivo stato dell’immobile per giustificare la necessità dello sfratto. Ma nessuno ha chiesto il sequestro della casa per violazione delle norme sugli affitti.

Le uniche richieste soddisfatte integralmente dalle istituzioni sono quelle dei Federici, a cui la polizia ha fieramente restituito l’immobile. L’avvocato di Rabeya aveva diffidato il commissariato di Torpignattara dall’eseguire lo sfratto; anche il presidente del V MunicipioMauro Caliste, aveva chiesto al commissario di rinviare l’esecuzione, e al Dipartimento patrimonio di dare una casa di emergenza a Rabeya e Hossein. Nessuna risposta, né dalla prefettura né dall’assessore Tobia Zevi, perché l’unica legge che conta davvero è quella della proprietà. Tutti i funzionari e i politici responsabili di questa violenza, dall’ufficiale giudiziario agli assessori agli assistenti sociali, ripetono il mantra della banalità del male: non posso fare niente, eseguo gli ordini.

E non è vero! È solo per vigliaccheria, se non per compiacenza con gli interessi dei grandi proprietari, che nessuna delle cariche dello stato solleva la questione centrale, cioè l’incostituzionalità di questi sfratti. Se l’Italia non voleva rispettare i trattati sui diritti umani, non c’era bisogno di firmarli. Una volta firmati, però, essi rientrano tra gli obblighi internazionali garantiti dalla Costituzione. Dovrebbe essere semmai la Corte Costituzionale, e non un giudice qualunque del tribunale di Roma, a decidere se prevale il rispetto dei trattati o quello della proprietà. Ma alla Corte Costituzionale possono ricorrere solo altri giudici o cariche dello stato. Nessuno di questi assessori e presidenti lo farà, finché non ci sarà una pressione collettiva perché le istituzioni rispettino almeno le loro stesse leggi, come presupposto per cambiarle. Bloccare gli sfratti a oltranza, come sta succedendo da anni con altre famiglie a Roma (per esempio in via Silvio Latino, dove l’Onu ha chiesto la sospensione ma l’esecuzione viene rimandata ogni mese grazie alla presenza di centinaia di persone ai picchetti, o a via Casale de Merode, i cui abitanti proprio oggi hanno occupato la regione Lazio), significa costringere gli stessi proprietari a fare pressioni sulle istituzioni perché riattivino la concessione delle case popolari. Ma finché a difendere gente come Rabeya e Hossein non ci saranno cento o duecento persone, e non dieci o venti, continueremo ad avere sfratti, violazioni dei diritti umani, soprusi e impunità. Al massimo poi pagheranno le multe, con i soldi degli stessi lavoratori sfrattati. Chissà quanti di loro, già adesso, non riescono più a respirare. 

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sabato 18 marzo 2023

Il corpo nero - Anna Maria Gehnyei

 All’inizio del libro Anna Maria è una bambina, figlia di genitori africani (che sono arrivati dalla Liberia, con l’aereo, non con il barcone).

È una bambina amata, ha una famiglia che la ama e cresce contenta come capita ai bambini fortunati.

Intanto scopre che abita in un posto sbagliato, secondo alcuni, nonostante l’articolo 3 della Costituzione italiana, in troppi le fanno capire che la sua casa è l’Africa, in Italia dovrà sudare per trovare uno spazio.

Anna Maria è nata a Roma, ma non è italiana, secondo le leggi (ingiuste) della penisola, finché non diventerà adulta e passerà un “esame”.

E l’Africa non l’ha mai vista, solo nei racconti dei genitori.

Intanto cresce, va a scuola, ha delle amiche e degli amici, si trova a combattere un razzismo strisciante, ma non solo.

E poi trova una sua strada, diventa una musicista (in arte Karima 2G), e riesce a vedere l’Africa, al paese del padre sembra che l’aspettino da una vita.

Il libro merita di essere letto, vi farà conoscere la storia di Anna Maria, che racconta la sua vita (anche le umilianti e offensive file in questura per il rinnovo del permesso di soggiorno), ma non si piange addosso, trova la forza per occupare il suo posto nel mondo, in un Italia che non sa accogliere.

Intanto potete ascoltare la sua musica qui:

 

Per molto tempo ho trovato insopportabile il fatto di non essere italiana anche in via ufficiale, sentivo di non poetr più andare in giro bollata solo da un codice, in attesa di avere un permesso di soggiorno o la cittadinanza, né italiana né liberiana. Per anni sono stata un numero di pratica, ma quel numero non ero io, anche se finivo per identificarmici. Ricordo le file interminabili davanti all’ufficio Immigrazione. Avevo due anni quando una, se non due volte l’anno dovevo andare in questura a rinnovare il permesso di soggiorno. In braccio alla mamma o al papà, aspettavamo il nostro turno. Ricordo tutte le volte in cui la maestra delle elementari entrava in classe dicendo che << i figli di immigrati non arrivano lontani nella vita. Sono incapaci di studiare in quanto figli di immigrati>>. Il suo buongiorno era: <<L’Italia è degli italiani>> e non <<degli immigrati che si sentono italiani>>. Per alcuni sono troppo nera per parlare egregiamente l’italiano, per altri sono troppo nera per essere istruita. Ciononostante partecipo alla vita politica e sociale di questo Paese. Un luogo, l’Italia, in cui il corpo nero è senza anima, un oggetto da non valorizzare o una pratica dimenticata tra gli scaffali della prefettura. Tra questi corpi sospesi vi sono bambini, ragazzi ormai divenuti adulti, scrittori, atleti e intellettuali, tutte e tutti parte del cambiamento per un futuro migliore. Sono anche loro figli dell’Italia che mira al successo e al progresso.

Anna Maria Gehnyei, nota con il nome di Karima 2g, è cantante, danzatrice, e producer italiana di origine liberiana. La sua carriera artistica inizia come danzatrice ma presto diventa vocalist professionista dalle consolle delle maggiori discoteche italiane. Nel 2014 esordisce come solista e i video dei primi due singoli, Orangutan e Bunga Bunga, provocano reazioni in pubblico e critica dalle riviste musicali passando per il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano e Vogue. Grazie al suo percorso artistico, la John Cabot University le riconosce una borsa di studio internazionale, e nel 2020 si plurilaurea in Communications e Political Science. Nel 2022 debutta con il suo primo spettacolo teatrale If There Is No Sun, di cui è anche autrice. Il corpo nero è il suo primo romanzo.

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lunedì 2 gennaio 2023

Termini e la marcia dei “senzatutto”. Chi fa la città? - Emma Catherine Gainsforth

 

A Roma il rifacimento della galleria che collega via Marsala con via Giovanni Giolitti serve a impedire alle persone di dormire per strada. Il Comune di Roma fa la guerra ai poveri e finanzia la privatizzazione della stazione Termini. Un racconto dal quartiere di San Lorenzo

Ho abitato in via di Porta San Lorenzo per sedici anni. A sinistra le mura della stazione Termini, a destra le mura aureliane. Al numero quattro c’è un piccolo cancello che nessuno trova mai perché non sembra l’entrata di qualcosa, somiglia piuttosto a un anfratto, una piccola grotta, forse uno scantinato. Bisogna alzare lo sguardo per vedere che sopra-dentro le mura aureliane si erge una villa – l’abbiamo sempre definita illustre esempio di abuso edilizio del settecento. L’atmosfera dentro ricorda il film Fantasmi a Roma: il film preferito di mia sorella, che trovò l’appartamento e mi chiese di andarci a vivere con lei. Avevamo venticinque anni, credo. Io le dissi tu sei pazza, ma come ti viene in mente, non c’era un mobile, neanche uno, non c’era il riscaldamento, le finestre non si chiudevano, le mattonelle ballavano quando ci si camminava sopra. Eravamo povere, come avremmo fatto, scordatelo, le dissi. Poi sono trascorsi sedici anni, a un certo punto lei andò via, io rimasi.

Le mie finestre affacciavano sulla strada parallela a quella in cui c’è l’entrata, sul retro, se vogliamo. Il palazzo segna il confine tra due municipi, dunque io affacciavo sul secondo, ma l’ingresso si trova nel primo.

Essendo estrema periferia del primo municipio e limite esterno del quartiere di San Lorenzo, di fatto abitavamo in una terra di nessuno, ignorati sia dal primo municipio che dal secondo. La posta arrivava come nei western, una volta al mese, l’AMA passava ogni tanto ma solo se li chiamavamo. Lungo la strada non ci sono negozi, uffici, vetrine, i lampioni sono tutti diversi tra loro, pare li abbiamo aggiustati con gli scarti, le rimanenze dei magazzini. Gli altri numeri sono misteriosi – cosa c’è in Via di Porta San Lorenzo 1 io non l’ho mai capito. A ogni modo, in questo passaggio-mondo liminale, confuso e un po’ invisibile – la strada è luogo di passaggio e chi passa non vede quello che c’è, e se lo cerca non lo trova – gli altri numeri corrispondono a: la Caritas Diocesana; il centro di ascolto italiani (un guaio ogni volta che bisognava spiegare agli stranieri che il loro centro di ascolto si trova in pieno centro in via delle Zoccolette); un Help Center, sportello di ascolto, orientamento e assistenza sociale. Questo è situato nel «Termini Social Corner», un nome davvero trendy per un’attività che in italiano suona così: «intercettare e orientare le marginalità gravi presenti nel territorio della Stazione Termini e nei suoi dintorni».

In questo luogo marginale le marginalità sono gravi. Quasi tutte. In sedici anni ho osservato la trasformazione, anno dopo anno – freddo dopo freddo. Quando sono arrivata c’era Maria, sedeva sotto le mie finestre e parlava al telefono con Dio. Le suore che abitavano su quella strada le portavano tanta frutta – Maria era obesa e mangiava male. Un giorno il mio compagno che lavorava di notte si affacciò e le disse Maria ti prego io devo dormire, prova ad abbassare la voce! Diventarono amici. Lui la chiamava dalla finestra: Maria! Lei alzava lo sguardo sorridente. Capimmo che nella sua vita c’era stata la camorra, alcuni figli morti e c’era Dio, sempre al telefono.

Poi c’era Leo, che abitava dall’altra parte, in via di Porta San Lorenzo. Era sdentato e sempre sorridente, anziano, piccolino. Era molto curato, sempre in ordine. Mi chiedeva di tanto in tanto di tagliargli i capelli, dietro lui non ci arrivava.

Quando comparve il signore davanti la Caritas che per cinque euro o meno taglia i capelli a chiunque, dissi a Leo, perché non vai da lui? Io da quelli non ci vado, mi rispose. Quelli erano le persone che sostavano sul marciapiede, alcuni in fila, altri semplicemente a osservare. A Leo piaceva stare da solo. Un giorno la mia vicina gli regalò un cappotto bellissimo. Lui se lo provò, gli stava davvero bene. Poi alzò lo sguardo e disse mi piace molto, ma se posso, se posso chiedere, lo preferirei verde, crede sia possibile? La mia vicina scoppiò a ridere, lui si tenne il cappotto e io imparai che non perché non si possiede nulla si perde il diritto al piacere, a scegliere, a preferire, a volere una cosa anziché un’altra. (In verità la prima cosa che imparai è che due sono le cose che non mancano mai e sono cibo e vestiti. Che l’idea che ci facciamo della povertà nelle città è sbagliata. Che quello che manca è tutto il resto).

Per farla breve – dovrei nominare una a una le persone che ho conosciuto e con cui ho stretto amicizia – il disagio mentale è cambiato. La città è cambiata. La sofferenza si è aggravata. Le persone che dormivano per lunghi periodi sotto le mie finestre hanno smesso di chiacchierare. Alcune hanno urlato. Altre hanno lanciato oggetti. Una cosa, tuttavia, non è mai successa: non mi sono mai sentita in pericolo. Neanche quando, tanti anni fa, facevo la cameriera e tornavo a casa a piedi alle quattro di notte. Per sedici anni ho camminato nelle strade da sola anche di notte. Che non vuol dire che non ci siano situazioni pesanti da sopportare e difficili da gestire. Ma questo non ha nulla a che vedere con la sicurezza. Una strada abitata è quasi sempre più sicura di una strada deserta. Perché le persone che non hanno una casa hanno la città e spesso la curano. La abbelliscono – penso alla tenda attorno a cui c’erano piante, tante, fiori, un vero giardino. La accudiscono: spazzano, sistemano, lavano, buttano, smistano, organizzano. (Se c’è una cosa che manca a chi non ha una casa è un posto dove lasciare le cose di giorno, i documenti, soprattutto. La casa diventa un guscio e loro delle tartarughe, immagina doverti portare appresso tutto quello che hai ogni volta che ti sposti).

 

LE GUERRE DELL’ACQUA

La geografia invisibile a chi usa la città solo per spostarsi, non per dormirci, è fatta di angoli-risorse. È un ambiente, è un reticolo di luoghi e di relazioni, non facilmente distinguibili. Per anni, ogni volta che incontravo un fotografo gli raccontavo la mia idea, secondo me geniale, puntualmente ignorata, di reportage – io non potrei mai, le mie capacità fotografiche si limitano a fare in modo che nella foto ci sia anche la testa della persona che sto fotografando. Il reportage dovrebbe consistere in questo: d’estate piazzarsi con uno sgabello davanti la fontanella di piazzale Tiburtino e aspettare. Io la fontanella la frequentavo perché a un certo punto qualcuno nel mio palazzo decise che la nostra acqua non era sicura, così cominciammo ad andare in piccole processioni con i bottiglioni da cinque litri alla fontanella. Dietro alla fontanella c’è un bar che chiamavano semplicemente “dei cinesi”, anche se non ci ho mai visto uomini cinesi, solo donne, sempre sorridenti e gentili.

Le persone che frequentano il bar sono le persone che generalmente non verrebbero accolte in un bar, che probabilmente verrebbero mandate via. Io mi ero affezionata a quel luogo giovanissima, perché mia sorella già abitava a San Lorenzo prima che prendessimo la casa insieme e a vent’anni era l’unico bar che ci potevamo permettere.

Ci andavamo con le nostre amiche, ordinavamo delle bottiglie giganti di Peroni e ci sentivamo come regine – anche noi facevamo l’aperitivo. Alcuni anni più tardi ho scoperto, avendo studiato la questione, che è l’unico bar in tutta San Lorenzo ad avere il sole. Nel senso che gli altri bar hanno il sole, ma per poco tempo. Mi piace pensare che il bar con il sole è delle persone senza-casa, è degli svitati, degli ubriachi e dei cani randagi e delle ragazze povere. Essendo dunque abitato più che frequentato – come una città dovrebbe essere – questo bar occupa molto più spazio di quello che effettivamente occupano i suoi tavolini. Si allarga, si spande sul marciapiede, arriva fino alla fontanella. È un bar-territorio, i suoi confini sono incerti, o mobili. La mattina presto c’è generalmente un secchio che appartiene alla ragazza, anche lei cinese, che gestisce il negozio accanto al bar. Un fotografo che ci si piazzasse lì davanti, preferibilmente d’estate quando la vita all’aperto è ancora più intensa, osserverebbe le persone andare e venire, diversissime, da sole, insieme, organizzate, di passaggio, con bambini, o animali. Osserverebbe una varietà infinita di usi che si fa con l’acqua di questa fontanella e un’infinita varietà di attività. Lavare, asciugare, stendere, pulire, bere, strofinare, riempire.

È qui che è cominciata la guerra. Quando a Roma si è iniziato a chiudere alcune fontanelle d’estate, a San Lorenzo, per chi le fontane che ci sono le conosce, era chiaramente in atto una guerra. Perché alcune, non altre. Perché quelle che si trovano nei pressi delle abitazioni delle persone che non hanno una casa. Noi con i nostri boccioni da cinque litri abbiamo cominciato a usare la fontanella che si trova in Via dei Ramni, all’altezza di Piazza dei Siculi. Era poco più distante, ma l’acqua c’era, tanta. A un isolato, percorrendo Via dei Ramni in senso inverso e svoltando a destra si arriva in viale Pretoriano. La via è simile a via di Porta San Lorenzo, nel senso che non c’è nulla: c’è un prato e ci sono le mura aureliane. Sul prato di svolge una guerra che dura da anni: sul prato le persone ci dormono. Dal prato le persone vengono sgomberate. Sul prato vengono piantati fiori, cespugli – credo con l’aiuto dell’associazione Binario 95 che si trova in via Marsala.

Le persone tornano. Passandoci l’altro giorno ho notato dei sacchi per la spazzatura sistemati con cura accanto agli alberi. (Mi hanno ricordato di quando il mio vicino di casa che è falegname costruì dei contenitori per metterci dei sacchi neri dentro e li sistemò nella nostra via, sempre sporca, sempre piena di cartacce. Passò l’AMA e li portò via, dissero che gli unici cassonetti che ci potevano stare erano i loro. Lui gli disse ma non ci sono. Loro dissero non importa).

Per tornare alla fontanella in via dei Reti si capisce la sua importanza – la parola vitale non è in questo caso fuori luogo – data la sua vicinanza a questo centro abitativo che si stende e si stendeva sull’erba in una strada in cui non c’è niente. Un giorno arrivai con i miei bottiglioni. Era stata manomessa. Ma l’acqua sgorgava. Capii che anche qui era arrivata la guerra. La guerra durò tutta l’estate. Ogni giorno la fontanella era stata riaperta, fatta funzionare, poi richiusa, sigillata, poi riaperta. Con il trascorrere dei giorni la sua ingegneria si era complicata, qualcuno era stato dal ferramenta, la fontanella era una macchina da guerra, era indistruttibile, avevamo vinto, avevamo acqua. Chiuderla sarebbe stato impossibile. Quell’estate si arresero, andarci era una festa – c’era un’aria di complicità, gioiosa, si chiacchierava mentre si stava in fila, ci si lasciava passare avanti, qualcuno a un certo punto insistette a portarmi le bottiglie fino a sotto casa.

 

GEOGRAFIE INVISIBILE

Questa geografia fatta di nulla – non c’è niente – e di vita, intensissima, la conosce chi l’ha vissuta. In fondo a via di Porta San Lorenzo c’è un piazzale in cui parcheggiano le macchine. C’è un cancello che porta alla stazione. Non c’è altro. C’era una volta un giornalaio, era molto simpatico. Ha chiuso. C’è stato per un periodo un signore che aveva un banchetto che vendeva le cose trovate. Ci ho comprato uno specchio e lui mi ha aiutata a portarlo. E anche qui – non essendoci niente – ci dormono delle persone. Regolarmente, una volta ogni sei mesi forse, arrivano. Sono le camionette, al buio, con le luci che fendono l’aria di blu, gli uomini della polizia accompagnati dall’AMA. Ogni volta che accadeva mi disperavo. Perché le persone non evaporano. Perché quello che succede quando sposti un gruppo di persone buttando le loro cose è che queste persone si riversano nelle strade vicine e a quel punto tutte le strade vicine cominciano a comportarsi come un’onda. Nessuno è più felice.

Ogni cosa è per aria. Tutto è sottosopra. Immagina la polizia entrare a casa tua, immagina la polizia che mette le mani nelle tue cose, immagina la polizia fare grandi mucchi con le tue cose al centro della stanza e poi voltarsi verso il collega dell’AMA e dire: vai. Una sera, esasperata, andai a parlare con la polizia.

Era la Celere, sembrava, in assetto antisommossa. Gli dissi vi prego state fermi cosa fate ma dove credete che vadano questo persone. L’agente mi guardò perplesso, allora io gli spiegai: l’unica cosa che otterrete facendo questo è che queste persone si sposteranno, e gli dissi dove sarebbero andate, quali altre strade avrebbero occupato – prima chiaramente di tornare qui. Lui era molto giovane: mi disse signora io queste cose non le so, non lo conosco il territorio, mi mandano da Firenze, io domani mattina neanche sarò a Roma. Voi queste cose infatti non le sapete. Voi non sapete niente.

E così, negli anni, abbiamo partecipato alla guerra. Non c’era altro da fare che partecipare alla guerra. Perché quando io chiamavo la Sala Operativa Sociale per qualcuno non c’era mai nienteNon c’è posto, non c’è nulla, è tutto pieno, mi dicevano. Cristosanto il freddo non è un’emergenza l’inverno arriva ogni anno io imprecavo. Poi un operatore mi diede il suo cellulare, mi disse così facciamo prima. Io lo chiamavo di tanto in tanto, sono io. E ancora, non c’è niente. Negli anni abbiamo dato via più coperte noi (il noi sono io e i miei vicini di casa) della Croce rossa. Di giorno camminando in giro c’era sempre qualcuno che le riconosceva queste coperte – non era tuo quel piumone? Abbiamo cucinato, regalato vestiti, siamo andati da Decathlon a comprare una tenda. (In realtà quella volta finì male perché poi lei si rifiutò di sistemarla dove le avevamo detto e si piazzò al centro del sito archeologico in via di Porta San Lorenzo in bella vista, tutta fiera della sua nuova tenda che le venne confiscata il giorno dopo). Nulla di questo era fatto con spirito caritatevole, per generosità, per non so quale disinteresse. Veniva fatto perché in realtà anche la situazioni in cui abitavamo noi aveva qualcosa di speciale, ovvero di bello e ingiusto allo stesso tempo. Era un abitare-insieme che si espandeva e si occupava della terra di nessuno in cui ci trovavamo. Perché è sempre vero che chi ha meno tende a dare di più, e le persone che non erano sicure di arrivare a fine mese erano le prime a scendere in strada con qualcosa per qualcuno. Perché si fa così. E così la casa-liminale era molto indecisa nei suoi confini, i suoi contorni, era una villa in un deserto che diventava vivo ogni volta che qualcuno si occupava di qualcosa.

L’altra faccia era un abitare faticoso, il dover fare tutto da sé. Nulla è scontato nelle terre di mezzo e così l’acqua era centrale, la spazzatura. La strada: una vicina un giorno arrivò a pagare qualcuno perché la pulisse, generando un dibattito infinito.

Con il passare degli anni le cose sono peggiorate. Ci siamo sentiti sopraffatti. Non c’era più Maria, non c’era più Leo. C’era Costanza, con gli occhi giganti e pieni di lacrime, che non capivamo se era incinta. C’era N., con la sua storia infinita. E a lieto fine. È tornato a casa. Ma è durato per circa due anni. Non si può fare niente: lo conoscevano tutti, i carabinieri, il pronto soccorso, i medici, le ambulanze, lo conosceva tutto il quartiere, si parlava di lui nelle chat, ci si chiedeva come stava. Il suo caso era impossibile e lui era in pericolo. Ha lavorato un quartiere intero a risolverlo. Un giorno il mio operatore di riferimento mi spiegò: lui è un caso difficilissimo perché uno, è psichiatrico, due, ha problemi di dipendenza, tre, è straniero. Esisteva un servizio ma non esiste più. Esisteva una struttura ma non esiste più. È “intersezionale”, pensai senza dirlo. Lui si trova nel punto di incrocio di una sorta di tutto. Non esistono servizi per persone che stanno male come lui. Non esiste una struttura in grado di aiutarlo perché lui ha più problemi e dunque è troppo grave. Per lui non c’è niente. Per gli ultimi c’era qualcosa, ma ora non c’è più nulla.

 

GRANDI STAZIONI. L’AVANGUARDIA DELLA SICUREZZA

Quando mia sorella ha postato su Facebook la notizia che avrebbero murato il sottopasso che collega via Marsala e via Giolitti – definito pericolosissimo perché abitato – un signore ha commentato che lui era dispiaciuto ma che il problema c’era, che lui la mattina passando di lì portando i bambini a scuola li vedeva, che la situazione non era bella. Portando i bambini a scuola. Come mai il problema di chi non ha una casa è il problema di un signore che porta dei bambini a scuola? Come mai il problema di chi non ha una casa è sempre, immancabilmente, il problema di chi una casa ce l’ha?

In quegli stessi giorni è accaduto un altro fatto: una donna con tre figli, di 1, 3 e 5 anni, ha trascorso una notte all’aperto, in via di Porta San Lorenzo, proprio davanti l’Help Center. Ne dava notizia Roma Today in maniera inquietante: la situazione era stata risolta grazie al «cuore d’oro di due poliziotti» il cui intervento ha permesso di trovare una collocazione in un centro di accoglienza. A chiamare la polizia era stato proprio l’Help Center perché lei si rifiutava di uscire dal loro centro, non sapendo dove andare. Dunque lo sportello sociale che ha il compito di «aiutate le persone in difficoltà» – e che lavora, secondo quanto scritto sul loro sito, in collaborazione con la Sala Operativa Sociale, ha avuto bisogno di «segnalare» il caso della donna alla polizia. «Nonostante le chiamate alla sala operativa sociale, alla Caritas e ad altre strutture ecclesiastiche, tutti gli enti sono risultati però senza disponibilità di posti letto, almeno sino alla data di lunedì 26 settembre, con la donna costretta a dormire la notte fra giovedì e venerdì nei pressi della stazione».

Io mi sono chiesta cosa avrebbe pensato l’uomo così preoccupato delle persone che dormono per strada mentre la mattina accompagna i figli a scuola di una mamma costretta a dormire per strada con tre bambini piccolissimi perché il Comune di Roma non riesce a trovare loro una sistemazione.

Nessuno si lamenta (eccetto me, a quanto sembra, ogni volta che mi capita) del fatto che per prendere un treno siamo sottoposti a misure da aeroporto, a tornelli elettronici, file interminabili, zone sbarrate sorvegliate dagli scagnozzi di Grandi Stazioni. Tecnicamente si chiama Protezione Aziendale, si tratta di figure simbolo della nostra modernità, perché sono agenti incaricati dell’ordine pubblico al servizio di una compagnia privata. Nessuno si chiede, a mi sembra, che fine fanno i dati raccolti da Grandi Stazioni ogni volta che passiamo mettendo il biglietto sul codice a barre. (Io me lo sono chiesto una volta che ho deciso di passare urlando anziché usare il biglietto. Da quando ho traslocato in una zona lontana dalla stazione ho perso una quantità di treni perché il trasporto urbano a Roma non è al collasso, è già collassato, anche se non ce lo stiamo dicendo. Quindi arrivando un giorno per puro miracolo in orario e trovando una fila interminabile che non aveva senso di esistere, perché l’unico motivo per cui la fila si crea è che le persone devono passare il codice sul sensore, e come in tutti i casi in cui è implicata questa mirabolante tecnologia il sensore non funziona, ho avuto chiaro che l’unico modo in cui avrei evitato di perdere il mio treno sarebbe stato mettermi a urlare, e ha funzionato. E sul treno mi sono chiesta come mai non lo facciamo sempre, ogni volta in città ci troviamo la via sbarrata da un sensore, che è quasi sempre accompagnato da un uomo enorme vestito di nero che è pagato per controllare che noi quel sensore lo stiamo usando nella maniera giusta).

Ciò a cui dovremmo pensare è la digitalizzazione della sicurezza, non tanto nella logica astratta del controllo, quanto perché si tratta di un futuro in cui la sorveglianza è al servizio del profitto. La digitalizzazione della città significa una serie di transazioni registrate, di dati custoditi su cloud. Negli Stati Uniti, Amazon si finanzia quasi interamente affittando spazio cloud, perlopiù al governo americano, al Pentagono – sui suoi server ci sono i dati biometrici di tutta la popolazione americana. Per rendere l’idea del giro di affari bisogna pensare che il settore della vendite di Amazon è storicamente in perdita, che l’unico settore che rende Amazon la più grande piattaforma al mondo è Amazon Web Services, che vende servizi di cloud computing, spazio che serve a custodire dati che noi generiamo. Bisogna tenere a mente che AWS è nata come piattaforma dedicata alla gestione dell’infrastruttura interna di Amazon. La sua commercializzazione, la sua esternalizzazione, se vogliamo, segue un tracciato preciso. Quello secondo cui le prime cinque compagnie al mondo – esclusa Saudi Aramco, sono Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet (ovvero Google) – creano prodotti che diventano indispensabili. Per usare lo spazio pubblico è indispensabile oggi avere uno smartphone, inventato e commercializzato dalla multinazionale più grande del mondo.

Sono tracce, sono pezzetti di noi, cose che facciamo in pubblico. Il punto non è il controllo, che è una nozione troppo generica. Il punto è: immagina di attraversare la città, immagina che ogni passo che fai produce dati, immagina che questi dati siano custoditi da qualcuno, immagina che questo qualcuno stia facendo profitti dallo spazio che attraversi e dalla strada su cui cammini.

Questa strada non è più un esterno, non è un fuori, questa strada si trova ora dentro qualcosa. Questa strada è pattugliata, è osservata da mille telecamere che appartengono ad agenzie che lavorano per compagnie private che da questa strada ci ricavano un profitto. Quando ci hanno tolto la stazione non è successo nulla – un mio vicino, a dire il vero, ha litigato, voleva accompagnare la compagna piena di borse e la figlia piccola al binario. Non si può. Tornò a casa furioso. Ci siamo abituati a presìdi mostruosi, tornelli, guardie e cani, ma la verità è quei tornelli servono a fermare i poveri. La sicurezza è una facciata, è apparsa con l’alta velocità, con i lounge di Italo, all’epoca in cui il capotreno si trasformava in train manager. La sicurezza segna i confini di tutto ciò che diventa privato.

(La stazione è anche il Moloch che ha un cantiere illegale, a cui si accede da via Porta San Lorenzo, in cui si smistano materiali, anche tossici, a tutte le ore, della notte soprattutto, in barba a qualsiasi regolamento. Trovandosi questo cantiere proprio davanti le nostre finestre abbiamo provato di tutto, esposti, telefonate, siamo andati di persona, una volta abbiamo interrotto i lavori. È arrivata la Digos. Eravamo in piena pandemia. Indossavano delle orribili mascherine con la bandiera italiana. Anche in questo caso, nessuno può fare niente).

 

CHI FA LA CITTÀ

N. è tornato a casa dal fratello. È comparsa una foto di lui, sorrideva, era un foglio appeso al cancello del parco. Sotto c’era scritto che stava bene. C’era scritto «Grazie a tutti i volontari che lo hanno aiutato. Restiamo umani». C’era stata una piccola raccolta fondi per comprargli il biglietto, era girato un iban nelle chat. Hanno aiutato le persone singole, le associazioni, i comitati. Nessuna istituzione cittadina. Nessuna istituzione o servizio che paghiamo con le nostre tasse affinché esistano soluzioni che non dipendano solo dal «buon cuore» di qualcuno.

Non c’è niente. Continua a suonarmi dentro (i tagli, ai servizi, al personale. Un giorno sono andata al pronto soccorso al Policlinico. Mentre aspettavo mi sono guardata intorno. Li conoscevo tutti. Vengono qui quando fa freddo, per dormire, riposare, mangiare, poi tornano in strada). Mi suona dentro la fatica, nel deserto delle istituzioni – i servizi c’erano, non ci sono più. Quello che c’era e che oggi non c’è più non lo sa il signore che porta i bambini a scuola perché lui quei servizi non li ha mai dovuti usare. A me dispiace per quel signore che molto probabilmente prende il suo treno per andare a Milano senza battere ciglio quando passa i tornelli. Mi dispiace che lui non si sia mai dovuto occupar della strada in cui vive, che non si sia mai trovato a dover veramente aiutare qualcuno, fare telefonate (quanti di noi che abitano o hanno abitato a San Lorenzo hanno i numeri dei vari assessori salvati sul telefono), a chiedere come mai non c’è niente. Mi dispiace per lui perché non ha capito, nella semplicità dei sui gesti, nel suo modo di attraversare la città, di spostarsi senza mai sapere dov’è che si trova, cos’è che gli stanno portando via.

Il sottopasso verrà murato. Il signore che crede che la questione della casa si risolva con i muri, anche se l’ha detto gentilmente, non riesce probabilmente a capire il tipo di sconfitta che questo significa per la città intera. Cosa significa per lo spazio tutto, quello pubblico, quello che crediamo sia spazio pubblico.

Nulla esiste così com’è, ogni cosa è fatta, da qualcuno. Quello che mi conforta è sapere che questo accade vicino a San Lorenzo, non in un punto qualsiasi della città, in un punto più feroce. Mi conforta perché in qualche modo il quartiere, come ha sempre fatto, accoglierà anche questo urto, questa piccola onda che sta per arrivare. Ridisegnerà gli spazi, si darà da fare. Contro e nonostante chi crede di governarli questi territori. Contro chi non sa che lo spazio pubblico è garantito solo da chi ci abita, con o senza un tetto. E che sono le persone senza-tetto a occuparsi dello spazio per noi, delle strade, delle fontane, dei prati, delle panchine, quando non ci siamo, quando non vediamo, quando non ci accorgiamo che, se in un punto della città c’è qualcosa anziché il nulla, è perché qualcuno se ne è preso cura.

da qui

mercoledì 8 giugno 2022

Succede a Roma - Nino Lisi

 

Roma, un tempo  detta caput mundi, ancor’oggi conosciuta come “la città eterna” è capitale di uno Paese, il nostro,  che nella sua Costituzione si impegna a <rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana>. Ebbene,incredibile ma vero, proprio a Roma  avviene che una anziana donna  dorma (ad oggi che scrivo)  da 233 giorni al posto di guida di un furgone, per  consentire ai suoi due figli, un maschio e una femmina, ambedue adulti e con non lievi disturbi psichici, di dormire sdraiati  sul pianale del mezzo.

Solo un paio di mesi fa, questa donna si diceva   “proprio contenta”  perché, dopo essere riuscita a riportare nel furgone la figlia che in una crisi del suo male aveva girovagato dormendo in strada per diverse settimane,era riuscita a trovare un posto, sotto un ponte,  da dove <nessuno li cacciava >  e dove c’era anche  un  lampione  che le dava luce di notte.

Ora però  non ce la fa più. Con il  volante che le preme sullo stomaco. non riesce più a dormire e nel furgone con il  caldo si sta anche peggio  di quando  faceva freddo.

Si dirà che casi del genere non ci sono solo a Roma e che i “senza tetto”  ci sono  pressoché in tutte le grandi città. E’ vero. Ma  la particolarità di questo caso, come di molti altri simili che esistono a Roma, è che a ridurre questo piccolo nucleo familiare in  condizioni tanto miserevoli  non è stato un matrimonio finito male, un lutto grave, una malattia disabilitante  né la perdita del lavoro, ma   proprio l’Istituzione più prossima alla popolazione che per questo, prima e più di ogni altra, ha l’obbligo di dare attuazione al dettato dell’art, 3 della  Costituzione, appena citato.

A “buttare per strada” questa come tante altre famiglie è stato infatti  il Comune di Roma che ha sgomberato manu militari – tanto per citare  solo alcuni casi –  la Cartiera di Via Salaria (2016) i “campi nomadi”,  – ribattezzati con scarso senso dell’opportunità – “villaggi della solidarietà”, River (2018), La Monachina (2021) La Barbuta (2021)

L’aspetto paradossale di tali sgomberi è che La Cartiera di Via Salaria non era stata occupata abusivamente ma era un Centro di Accoglienza istituito dal Comune  e i suoi abitanti vi erano stati immessi dallo stesso Comune;  anche i tre “campi”  erano stati istituiti dal Comune  adattando container in “moduli abitativi”, ognuno dei quali, contrassegnato da un numero identificativo, era stato assegnato ad un nucleo familiare con tanto di “determina dirigenziale” dell’apposito Ufficio Comunale.

Si tratta dunque di una paradossale assurdità che segna il punto di arrivo di   una ininterrotta sequenza di assurdi, paradossi ed illegalità che parte da molto lontano.

A Roma i  primi “campi” furono   allestiti    negli anni ottanta dello scorso secolo, come campi di sosta per accogliere piccole immigrazioni  di Rom che fuggivano da condizioni di miseria.

A tali piccole  immigrazioni per fame  seguirono, nel ’91-’92, consistenti  ondate di profughi provenienti dalla Bosnia divenuta  teatro degli scontri etnici serbo-bosniaci e,  a partire dal  ’99, nuove ondate di profughi dalla   guerra del Kossovo.

Molti degli attuali  residenti nei campi sono dunque  profughi di guerra o loro discendenti, ai quali  si sono aggiunti a partire dal 2000 altri profughi dalla miseria che   devastava  paesi come la Romania.

La complessità e la delicatezza dei problemi nuovi posti dalla  consistente presenza di queste minoranze linguistiche non fu colta dalle nostre istituzioni. La maggiore preoccupazione delle Giunte Rutelli  (1993-2001) e Veltroni  (2001 -2006), per non dire delle    gestioni commissariali, fu  quella di spostare i “campi” fuori dal centro della città, possibilmente al di là  del raccordo anulare.

Il culmine dell’incomprensione di questo  fenomeno lo si raggiunse non a caso con il Governo Berlusoni  che nel 2008  dichiarò  l’esistenza di un’ “emergenza nomadi” ed emanò direttive ai Prefetti per fronteggiarla con misure speciali.

In ottemperanza a  tale Dichiarazione, nel 2009 a Roma la Giunta Alemanno adotta il “Piano Nomadi”.

Il Consiglio di Stato però nel 2011  dichiarò inesistente un’ emergenza nomadi ed  illegali   i provvedimenti conseguenti, compresi gli stessi “campi”.

Il Governo ricorse contro la sentenza del Consiglio di Stato, ma  la Corte di Cassazione nel 2013 dette torto al Governo e ragione al Consiglio. Nello stesso  anno  il Tribunale Civile di Roma riconobbe a un cittadino rom di essere stato vittima di  discriminazione su base etnica in occasione del foto segnalamento ed ordinò al Ministero dell’Interno di distruggere tutti i documenti contenenti  i dati sensibili di quel cittaddino, raccolti impropriamente.

Nel 2015, il 30 maggio, il Tribunale Civile di Roma afferma in sentenza  che i campi hanno carattere di “discriminazione su basi etniche” sentenziando che   «il carattere discriminatorio di natura indiretta della complessiva condotta di Roma Capitale […]si concretizza nell’assegnazione degli alloggi del villaggio attrezzato La Barbuta»  ed impone da subito al Comune di Roma di far cessare gli effetti discriminatori.

Ma nulla succede. I “campi”restano e con  il loro progressivo degrado assumono sempre più il carattere di  luoghi di segregazione. Per di più  un nuovo fenomeno  insorge  aggravando la situazione: con la dissoluzione della Jugoslavia i documenti di molti degli abitanti dei  i “campi” non hanno più valore essendosi dissolto lo Stato che li aveva emanati. I loro intestatari restano  senza cittadinanza e divengono , apolidi di fatto. Di ciò e delle conseguenze anche per i loro figli nati nei campi non si cura alcuno.

Appare assodato dunque che ad essere fuori Legge non sono i Rom, anche se a volte sono costretti a rubacchiare per sopravvivere, ma le Istituzioni.

Nal 2012 il Governo Monti prova a mettere riparo a questa incredibile situazione,  approvando la Strategia Nazionale per l’Inclusione Sociale dei Rom Sinti e Caminanti  2012 – 2020 che l’UNAR – Ufficio Nazionale  Antidiscriminazione Razziale del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio – aveva predisposto sulla scorta di direttive della U’nione Europea. Si basa su quattro direttrici: abitare, lavoro, istruzione, salute.

Purtroppo resta  un bel libro di sogni.

Le Istituzioni di prossimità, Comuni e Regioni, che avrebbero dovuto attuarla, vengono totalmente meno al loro compito per mancanza sia  di volontà, a livello politico, sia  di competenza, a livello tecnico-amministrativo. Ai politici fa da freno l’antiziganismo di cui è pervasa l’opinione pubblica, antiziganismo che è una subdola forma di razzismo paragonabile solo all’antisemitismo. Si pensi alle persecuzioni  naziste sfociate negli abomini che gli Ebrei chiamano Shoa (6 milioni di morti) ed i Rom  Porrajmos (500mila morti su di una popolazione di poche centinaia di migiaia di persone).Si pensi che nel Parlamento Italiano, per fare  approvare la Legge sul riconoscimento delle minoranze linguistiche si dovette eliminare dal loro elenco quella dei Rom.

Quanto al livello tecnico-ammiistrativo si consideri quale   cultura e quali professionalità occorrano  per attivare percorsi che portino le migliaia di persone che abitano nei “campi” dalle attuali condizioni di apartheid,  ”in cui sono state segregate per decenni o addirittura   sono nate, al godimento dei diritti di cittadinanza dai quali sono state sinora  escluse. Perché è  questo che si intende quando si parla di inclusione sociale

La mancanza, da una parte,  di volontà politica e, dall’altra,  di cultura e di professionalità ha costituito una miscela devastante che ha portato  al travisamento  della Strategia di Inclusione Sociale: il “superamento dei campi” è stato inteso come obiettivo a sé stante invece che   effetto   dei percorsi di inclusione che,  per aver inserito nella società le minoranze,  avessero resi inutili quei luoghi di segregazione. E poiché la chiusura dei campi in vista   della scadenza elettorale era spendibile  come soluzione di problemi di ordine pubblico e di decoro urbano, il loro svuotamento  è divenuto obiettivo da raggiungersi ad ogni costo.

Per tanto gli sforzi dell’Amministrazione Comunale si sono  concentrati su uno solo dei quattro indirizzi suggeriti dalla Strategia: l’abitare. Ma non nel senso di realizzare un modello abitativo adatto alle circostanze, ma semplicemente come trasferimento dei nuclei familiari che rientrassero nelle apposite graduatorie dai “campi”ai casermoni dell’edilizia pubblica senza alcuna preparazione né dei trasferendi, né dei contesti che li avrebbero  .dovuti accogliere.

Delle  conseguenze  di questa improvvida operazione  si sono occupati ampiamente i media  ed anche diverse Stazioni dei Carabinieri che hanno dovuto raccogliere le denunce delle donne Rom minacciate con i loro bambini e malmenate da coinquilini che  non  gradivano averle come vicine.

Ma le abitazioni di proprietà pubblica disponibili non erano sufficienti ad accogliere tutte le famiglie rom  da  trasferire per  svuotare  i campi ; ed allora si è fatto ricorso ad unastuto stratagemma. Si è  chiesto alle famiglie dei campi in chiusura di sottoscrivere il Patto di Solidarietà, un atto   in cui  esse  si impegnavano a trovarsi un‘abitazione  da fittare ed  il Comune si impegnava  a pagarne i canoni mensili  dei  primi due anni.   Ma chi fitterebbe a Roma un’abitazione ad un Rom e per  giunta privo di busta paga e spesso anche di documenti? E cosa sarebbe avvenuto al terzo anno? Il tranello era  evidente: chi, firmato il Patto, non fosse riuscito a  trovare un appartamento da fittare   sarebbe risultato non più meritevole delle misure di sostegno in quanto inadempiente; così chi,  avendo capito l’inganno, non lo avesse sottoscritto, sarebbe apparso non collaborativo. In ambedue i casi sarebbe apparso che quelle famiglie Rom avrebbero  rifiutato l’alternativa abitativa offerta dal Comune e   gli sgomberi avrebbero avuto una  parvenza di legalità.

E così è stato. Alla Seconda Sezione Civile del Tribunale di Roma presso cui pendeva un ricorso contro lo sgombero  del camo La Barbuta un avvocato del Comune poté affermare che nessuno dei suoi abitanti sarebbe rimasto senza un’alternativa abitativa. Il ricorso non venne accolto e  decine di famiglie  alla data fatidica fissata per la chiusura del campo   sono state  letteralmente messe in strada, come era avvenuto  alcune settimane prima con le famiglie che ancora erano nel campo de La Monachina..

Ad alcune – le più fortunate – del Campo La Barbuta, nel mentre erano già in corso le operazioni di sgombero è stato assegnato provvisoriamente  (cioè per due) un appartamento in condizioni ininmaginabili.Per darne un’idea: 13 persone in co-housing  in tre stanze con un bagno  pressoché inutilizzabile; una mamma anziana con un figlio costretto su di una sedia a rotelle, dopo un’ odissea rimbalzata sulle pagine de il manifesto, è stata immessa in un appartamento   senza riscaldamento ed acqua calda, al 7° piano di uno stabile nel  cui ascensore la carrozzina   non entra. Altri nuclei familiari per strada.

La continuità istituzionale imporrebbe alla Giunta Gualtieri  di porre rimedio  ai disastri compiuti dalla Giunta Raggi, ma sinora non c’è chi se ne occupi,nonostante ripetute e documentabili sollecitazioni all’Assessorato alle Politiche Sociali e all’Assessorato alle Politiche Abitative che amministra i dirupati appartamenti  assegnati per due anni.

Tutto ciò accade a Roma con buona pace della Costituzione più bella del mondo che è anche assai poco attuata.

Di fronte a tutto questo c’è da chiedersi che fa l’UNAR nel suo ruolo di  punto di raccordo e coordinamento della Strategia Nazionale di Inclusione  e se, per evitare che   vicende  del genere continuino ad accadere,  non sarebbe il caso di portarle all’attenzione della Magistratura perché indaghi se nell’ac-caduto non si rilevino responsabilità da perseguire sia a livello politico che al livello   amministrativo.

Intanto l’apartheid dei Rom e dei Sinti, a Roma (e non solo) continua.