La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
sabato 22 marzo 2025
lunedì 17 febbraio 2025
Baruffe romanotte e idraulici informali - Guglielmo Ragozzino
La sicurezza e l’accoglienza: due approcci – o visioni – dell’immigrazione
dietro una lite all’Esquilino tra un noto giornalista televisivo e un attivista
di Spin Time, il centro sociale aiutato dal Tesoriere di Papa Francesco. Dietro
l’episodio, da baruffe chiozzotte, un’orizzonte di umanità e diseguaglianze e
tanta miopia.
Parlerò di
me, una volta tanto. Sabato scorso, mattina, lavoravo “a studio”, (come dicono
a Roma) e sono sceso a bere un caffè in un vicino bar tenuto da “Bangla”
(sempre come dicono a Roma). Nella piazza circostante, detta Pepe, era in
corso, a mia insaputa, una riunione di esquilinesi, gli
abitanti e le abitanti del quartiere. Erano rappresentate un bel po’ di
associazioni locali, nate per migliorare il benessere generale, sotto forma di
attività comuni, sociali, sportive, culturali. Una parte delle persone presenti
era però di opinione contraria: “all’Esquilino i veri problemi sono quelli
della sicurezza, per dirla in una parola sola: furti, aggressioni, spaccio,
prostituzione, ogni giorno e soprattutto ogni notte, al buio. Noi abitanti
non siamo sicuri e non siamo sicure. Occorrono cancelli e chiavistelli, per
proteggere persone deboli e proprietà. E che dire poi del mercatino dei
pezzenti di Via principe Amedeo, di fronte al gran mercato alimentare”?
Parlerò di
nuovo di me. Mi capita di attraversare il “mercatino del “tutto giù per terra”
tre/quattro volte al giorno nel percorso da casa a studio.
Le merci
sono sistemate su coperte e asciugamani, pronte a essere fatte sparire,
infilate In borsoni, al segnale di pericolo. Il pericolo è costituito da
uno di tre o quattro gruppetti di difensori dell’ordine, vigili, poliziotti,
carabinieri, tutti armati di pistole e manette. Le forze d’intervento si
alternano, con disciplina e modi urbani, lasciando ogni tanto spazio alla
quarta forza, la Guardia di finanza, che eventualmente sanziona le vendite
senza Iva, di vecchie scarpe, magliette usate o cianfrusaglie varie.
L’impressione è che le soldate e i soldati che controllano Via Principe Amedeo
lo facciano nella convinzione di evitare guai, abusi, prepotenze, imbrogli con
la loro semplice presenza.
Tornando a
Piazza Pepe, sabato mattina, ecco un teatrino romanesco gratuito. Protagonisti
un assertore del partito dei cancelli, un famoso e simpatico personaggio
televisivo, abitante proprio in piazza Pepe e il portavoce di Spin time un noto palazzo occupato, proprio
all’Esquilino. (1) Ne è sorto un diverbio che la grande stampa non ha
trascurato: “Cancellate in piazza Pepe / la lite tra Telese e Tarzan finisce a
spallate. Poi la pace” (la Repubblica, 3
febbraio 2025). Replica il Corriere, il giorno
dopo: “Non ho preso pugni in faccia, ma i pusher in piazza sono un fatto”
(Corriere della Sera, 4 febbraio 2024) che poi aggiunge
un’altra riga: “Luca Telese dopo la lite con l’antagonista: ‘Lo conosco da
anni’”.
In effetti
entrambi gli antagonisti rappresentano opzioni diverse: qui sicurezza, là
accoglienza. Una piccola sceneggiata romanesca forse utile per far
riflettere: ancora una volta si ripropone uno dei problemi forti della nostra
epoca. Che fare con i migranti, come insegnare loro a vivere e a trovarsi
un lavoro in una grande città, nuova per loro, senza fare chiasso, senza
sporcare, senza sdraiarsi sulle panchine; e questo in un quartiere
ospitale e disponibile, ma non sempre, non tutti i giorni, non per tutti.
Quanto allo spaccio e alla prostituzione, in città, in ogni città, c’erano
anche prima e non saranno i cancelli dell’Esquilino a farli sparire.
Le
baruffe romanotte non fanno che riproporre bene e in modo
esemplare un problema irresolubile che consiste nelle divisioni tra le
persone (e anche tra noi democratici) in tema di migrazioni. Si riproduce
qui il ben noto principio del NIMB (not in my backyard cioè non nel mio cortile) con cui nei
decenni scorsi le comunità si difendevano da autostrade, piste aeree e
ferrovie, volute dalle amministrazioni pubbliche. Sì a vie ferrate e
autostrade e perfino a migrazioni, necessarie per l’economia; ma, per favore,
dev’essere chiaro a tutti, non qui, non sotto le mie finestre.
All’Esquilino ci sono sempre badanti ucraine, benvolute, lavoratori edili
rumeni, tollerati, trattorie cinesi un tempo assai frequentate, ora
trasformatesi in comodi bar, o nei cosiddetti cinesi (bazar
plurimerce). A prima vista, guardando da lontano, con un teleobiettivo, sembra che tutto sia più o
meno regolare, come al solito, e non emozionante. Guardando invece con una
specie di grandangolo (o forse di
telescopio) si vedrebbe un mondo assai più ampio, fatto di tanta gente in
movimento, affamata, curiosa di tutto, povera, impaurita.
Una prima
considerazione, se ci è consentito usare il grandangolo, è che
la gente è nel mondo molto aumentata: la ‘ricchezza’ naturale è quella di
prima, ma a dividerla siamo in molti di più. Nel 1900 c’erano al mondo, secondo
le Nazioni Unite 1,65 miliardi di persone;(2) nel duemila i miliardi di
presenze erano diventati sei; nel 2014, otto abbondanti, dunque con un aumento
di due miliardi in tre lustri scarsi. Si prevede un rallentamento nella crescita nei prossimi decenni, con
popolazione di 10,3 miliardi nel 2080 e poi un possibile calo: 10,2 miliardi a
fine secolo.
Insomma, la
popolazione mondiale crescerebbe di quattro miliardi nel corso del secolo
corrente (pari a tre quarti del totale). La ‘ricchezza’, intesa come
territorio, acqua, aria pulita, insomma la natura è sempre
la stessa, ma a partecipare nella divisione siamo molti di più, e mediamente
più deboli, poiché saremo con più vecchi da sfamare e più piccolini
(sopravvissuti) da svezzare. Gli uni non lavorano più; gli altri non sanno
ancora fare. Se questo è l’ordine di grandezza previsto (preordinato,
pronosticato, temuto: scegliete voi) dalle Nazioni Unite, il movimento
migratorio sarà enorme, è inevitabile. In realtà, dire che la natura è sempre la stessa, è esagerare per
ottimismo. Tra costruzioni, strade, ponti, macchinari, impianti di vario genere
e per esempio dighe un po’ dappertutto, abbiamo ingoiato un bel po’ di natura.
D’altro canto, se le popolazioni aumentano di tre quarti in meno di cento anni,
non è difficile capire che i bisogni generali – cibo, strade, cure mediche,
abitazioni, città, e poi traffici, viaggi, spostamenti – a parità di altre
condizioni, non possono che aumentare.
La guerra,
la fame, la paura, l’oppressione, la povertà, la ricerca di un lavoro decente
saranno la conseguenza obbligata a “fare qualcosa”, un qualsiasi tentativo per
venirne a capo. Di fatto i guai costringeranno una parte della popolazione di
ogni continente, di ogni plaga ad andarsene, abbandonando tutto il passato –
memorie, credenze, usi – bagaglio inutile per sopravvivere, anzi pesante e
penoso. Per sopravvivere e consentire a sé di tirare avanti, con il carico dei
vecchietti e degli infanti di prima, e ai figli di crescere, di fare qualcosa,
lavorare, mettere su famiglia, mantenersi. C’è poi dell’altro: c’è chi parte
per provare, imparare, capire il vasto mondo, scegliere, mostrare quel che si
sa fare.
I numeri
sono meravigliosi. “Siamo tutti figli e nipoti di migranti. Abbiamo cominciato
a migrare trenta o quarantamila anni fa, quando i nostri bisavoli Homo Sapiens
sono usciti per la prima volta dall’Africa, espandendosi lentamente verso il
Medio Oriente, l’Asia e l’Europa, in territori poco popolati da altre
specie di Homo, che abbiamo respinto o con cui ci siamo mescolati. Sì, veniamo
tutti dal Corno d’Africa, la terra da cui oggi cercano di arrivare tanti
nostri cugini somali ed eritrei”. Così diceva un po’ di anni fa Piero Basso, un
generoso maestro. (3)
Poche frasi
dopo Piero aggiungeva una frase di Seneca: “Nella storia antica molti popoli
lasciarono la propria patria e cambiarono dimora. Tra questi troviamo molte
colonie greche che oggi sono in Asia…I Tiri oggi abitano l’Africa, i Punici la
Spagna e I Greci si insediarono anche in Gallia. Le tempeste e le onde fecero
affondare molti inesperti che si dirigevano verso luoghi ignoti. Vari furono i
motivi per i quali gli abitanti si allontanarono dalle proprie terre: la rovina
della patria mosse alcuni, le guerre civili altri, un’epidemia scacciò altri,
la fama di una terra feconda attirò altri ancora”.
Uomini e
donne al lavoro nel 2025 nel mondo sono 3,6 miliardi
secondo l’Ilo; erano 2,23 miliardi nel 1991; si è dunque realizzata una
crescita di 1,4 miliardi, in poco più di trent’anni, nonostante la caduta
delle attività negli anni susseguenti al biennio 2019-20, il biennio del Covid,
della Pandemia. Sono calcolati con maggiori difficoltà e quindi assumendo i
rischi di qualche imprecisione anche i lavori informali.
Per l’Ilo rientra nell’economia informale quasi l’86
percento della forza lavoro in Africa, per scendere al 40 per cento nelle
Americhe e al 25 per cento in Europa, laddove sono presenti talvolta
sindacati e contratti di lavoro sanciti dalle leggi. Le definizioni
dell’Istituto del Lavoro che si susseguono da un anno all’altro sono
interessanti ma non troppo rigorose. Informale è “ogni attività economica,
escluse le illecite, per lavoratori e unità economiche che per legge in pratica
non coperta o coperta insufficientemente da accordi formali come la
legislazione nazionale sul lavoro, l’imposta sul reddito e la protezione
sociale”.
Non solo in
Africa o in altri luoghi remoti, anche in Italia, anche a Roma, anche nel
misteriosissimo Esquilino il lavoro informale, se non vogliamo prenderci in
giro, è presente e ci consente di sopravvivere: sia ai migranti, sia ai locali.
I migranti sono appunto venuti con lo scopo di guadagnare un po’. Se non altro,
sanno darsi da fare, per i cosiddetti lavoretti: sono giovani, i più e
disponibili, si adattano. Tutti i lavori, paragonabili a quelli alla persona che sono soprattutto compito delle
immigrate, sono attività – lavori – che sanno fare senza vergogna. Sanno per
esempio riparare un vestito, cucire un orlo, aggiustare un filo elettrico, una
presa, incollare, con il famoso silicone, qualsiasi cosa. Sanno verniciare e
sverniciare, al contrario dei locali, noi, che non sappiamo spesso come fare
per riparare un oggetto d’uso, (un ferro da stiro, tanto per fare un esempio) e
sappiamo soltanto comprarne un altro, più complicato ancora. Il lavoro dei
nuovi arrivati è per lo più informale e questo significa che lo si paga al
vivo, al costo, all’ora, alla mano – ditela come la volete – senza extracosti,
per chi lavora e per chi paga. E questo è tutto (o quasi).
NOTE
1.
L’11 maggio
2019 l’elemosiniere della Santa Sede, cardinale Konrad Krajewski si è calato
sotto l’edificio occupato di Spin Time per riattivare luce e corrente elettrica
sigillate qualche giorno prima dall’Irati
2.
ILO 2025 –
“Advancing social justice, promoting decent work”
3.
Focus sulle
migrazioni, GUE/NGL Milano, 20 ottobre 2015
mercoledì 3 luglio 2024
La città dei vivi – Nicola Lagioia
Marco e Manuel ammazzano Luca, in modi orribili.
Nicola Lagioia ricostruisce tutte le vicende che ruotano intorno al fatto, dati causa e pretesto, in una Roma che diventa sfondo e protagonista della storia.
quello che sconvolge nella lettura (e nella scrittura) del romanzo è che non ci sono ruoli definiti per l'eternità, ma vittime e carnefici potremmo essere ciascuno di noi, in una sadica e casuale lotteria della vita e della morte.
Nicola Lagioia inizia a seguire la storia dopo un po' dal momento dei fatti, e però non lascia niente d'intentato per riuscire a ricostruire l'indicibile.
ps: il libro ricorda a tratti A sangue freddo (di Truman Capote).
…Il male, dunque, è parte dell’esperienza umana, difficile da spiegare, ma da accettare. Il male travolge tutti come un fiume in piena, non risparmia nessuno, né Lagioia, né Foffo e Prato, né chi legge il romanzo. Nessuno, nemmeno l’autore, sembra in grado di giudicare il male: si può solo comprendere il fatto che dalla parte dei carnefici potremmo esserci anche noi, e che il male è qualcosa di più grande di noi che non possiamo controllare. Ciò che resta è la letteratura che, come dichiara Lagioia in un’intervista, è antidoto che «rimette in campo fragilità e debolezze che nel discorso pubblico non sono più ammesse». Quella della letteratura, alla fine, è la giustizia più alta: quella che ci aiuta ad accettare la nostra debolezza e a comprendere «i complicati principî di rotazione e rivoluzione, la gigantesca macchina che ci fa nascere e ci riduce in polvere»…
…L’indagine
puntigliosa di Lagioia riesce ad essere neutrale pur utilizzando la compassione
come strumento conoscitivo. Rifiuta ogni giudizio sulla vittima, che
in quanto tale è ingiudicabile (molti giornalisti, al contrario, hanno
sottolineato come Varani fosse solito prostituirsi occasionalmente, come se
questo potesse renderlo meno innocente). Messi davanti ad un omicidio come
questo, viene spontaneo pensare all’ingenuità di Luca, attirato nella casa dei
suoi carnefici, e chiedersi: “potrebbe succedere anche a me?”. Lagioia ci
invita a invertire la rotta, a riconoscere l’umanità dei carnefici:
due ragazzi normali, improvvisamente posseduti, ma non per questo meno
colpevoli. La domanda da porsi, quindi, quel “potrebbe succedere anche a me?”
andrebbe fatta pensando al raptus omicida di Manuel Foffo e Marco Prato.
Ricordiamo che Manuel è stato condannato a trent’anni di carcere, mentre Marco
(tragedia nella tragedia) è morto suicida in carcere.
Roma è
l’altra grande protagonista del libro: la sua incontestabile bellezza
è tutt’uno con la sua incontestabile abiezione. La città eterna è quella che,
più di ogni altra, non ha la concezione del passare del tempo. Gli uomini
passano, mentre passato, presente e futuro perdono ogni significato. Roma è
lerciume, immoralità, grettezza, e allo stesso tempo il suo splendore è
indiscutibile. Lagioia la descrive come una malattia, da
cui lui stesso si ritiene contagiato. Le pagine sono permeate da un senso di
sporcizia, che sfogliando le pagine sembra entrarci sotto le unghie, nelle
dita, ci invade.
venerdì 11 agosto 2023
I can’t breathe. Storia di Bakul e Hossein, soffocati da sfratto e speculazione immobiliare - Stefano Portelli
Violenza della polizia non è solo quando un agente stringe il collo di un afroamericano fino a farlo morire soffocato. È violenza anche quando una pattuglia di celere si presenta in forze alle sei del mattino per sbattere fuori casa una donna lavoratrice migrante e suo fratello invalido. Begum Rabeya Bakul e Shahadad Hossein venerdi 14 luglio mattina sono stati sfrattati dalla loro casa nel quartiere romano del Quadraro.
Hossein è sordomuto, quasi cieco e ha un
solo polmone: dorme attaccato a un respiratore e ha bisogno dell’aiuto della
sorella per quasi tutto. Già nei giorni precedenti allo sfratto non aveva retto
la tensione ed era scappato di casa. Rabeya lo aveva trovato
perso in mezzo al parco degli Acquedotti, sotto il sole di luglio.
Trasferito in un centro di emergenza a dieci chilometri da quello di Rabeya,
anche lui rischia di non riuscire più a respirare, come conseguenza della
violenza subita.
Rabeya e Hossein da diversi anni
faticavano a tenere testa alle richieste ingiustificate e illegali del maxi
proprietario immobiliare a cui la polizia ha restituito l’abitazione, e che ora
la userà per sfruttare un’altra famiglia migrante. Rabeya è
in Italia da trent’anni e per quattordici ha fatto le pulizie
all’ospedale Vannini di Torpignattara; poi è stata
licenziata con altri trenta lavoratori, e dopo diversi anni di difficoltà,
aggravate dal Covid, stava risollevando la testa grazie a un corso
da operatrice sociosanitaria e a due nuovi lavori. Con l’invalidità del
fratello, il nucleo ha più di trenta punti per accedere a una casa popolare e
avrebbe diritto anche agli alloggi di emergenza, ma il Comune preferisce
tenerli vuoti, in attesa di chissà quale calamità naturale. Ma quale disastro è
peggiore dell’avidità della grande proprietà immobiliare?
Racconto questo ulteriore episodio della
guerra delle istituzioni contro la stessa popolazione che le mantiene non solo
a onore della cronaca, ma per sottolineare la necessità di mobilitarci in modo
più efficace perché queste cose smettano di succedere. I migliori alleati di
sfruttatori e palazzinari sono lo scoraggiamento e l’annebbiamento che portano
le persone a dividersi in gruppi rivali o in competizione tra loro, quindi a
perdere di vista gli obiettivi comuni e la capacità collettiva di raggiungerli.
È indispensabile sconfiggere questi fantasmi e riprendere in mano le redini
della trasformazione sociale: sfratti e sgomberi possono essere bloccati, le
leggi possono cambiare, se c’è una mobilitazione in grado di imporre queste
trasformazioni.
Lo sfratto è avvenuto al Quadraro,
storico quartiere dell’antifascismo romano, che oggi fatica a trovare le forze
per impedire la violenza del nuovo fascismo ultraliberista. Nonostante si trovi
in una delle zone di Roma politicamente più attive, tra Torpignattara,
Centocelle e la via Tuscolana, circondato da centri
sociali e da sedi di organizzazioni politiche, non piú di un pugno di abitanti
solidali sono riusciti a organizzarsi per difendere i loro vicini. Questo non è
solo un segno del fatto che le strutture militanti stanno dando poco peso alle
continue violenze contro gli inquilini più impoveriti; è anche un sintomo dello
sfilacciamento sociale del quartiere, a sua volta prodotto della
gentrificazione e delle costanti espulsioni della popolazione locale.
All’aumento dei locali, delle iniziative culturali e delle installazioni
artistiche corrisponde un crollo della solidarietà tra abitanti, oltre che un
aumento dello sfruttamento da parte dei proprietari immobiliari. La
gentrificazione non porta “capitale sociale” né aumento della coscienza
politica sui territori; al contrario, disperde le collettività e indebolisce
l’organizzazione politica. Le attiviste e gli attivisti che hanno provato a
opporsi allo sfratto sono state strattonate, spinte e minacciate dagli agenti.
Un agente dopo aver eseguito lo sfratto ha schiaffeggiato un attivista che
protestava.
La via dove abitavano Rabeya e Hossein è
una piccola traversa senza nome su via dei Ciceri, quasi tutta
proprietà dei discendenti di una storica famiglia di costruttori romani,
i Federici. Qualcuno avrà presente palazzo Federici,
dove si ambienta il film Una giornata particolare; l’intero
quartiere intorno a piazza Bologna è stato costruito da questa
stirpe di costruttori. I due fratelli Roberto e Giovanni
Federici, che hanno poco più di quarant’anni, hanno ereditato trentacinque
case su via dei Ciceri. Sono tutte poco più che baracche di pessima
qualità, piene di umidità e di muffa, affittate a migranti (per lo più
filippini) a cui i due palazzinari chiedono cifre fuori misura. Già nel 2020
la Asl aveva certificato a Rabeya che la sua
casa era di qualità mediocre; poco prima dello sfratto Rabeya stessa aveva
commissionato una perizia a un ingegnere, che aveva calcolato che per una casa
di quelle dimensioni e in quello stato non avrebbe dovuto pagare più di
seicentocinquanta euro. Per cinque anni Rabeya ne aveva pagati ottocento al
mese: migliaia di euro di profitto illecito per la proprietà, responsabile
anche dei danni alla salute provocati dall’umidità, sia a lei che al fratello
invalido.
Com’è ormai abituale, tuttavia, il tribunale
di Roma ha ubbidito servilmente ai due proprietari, ordinando lo
sfratto per morosità anziché richiedere ai Federici di
rispettare le leggi sugli affitti. Dovrebbero essere i proprietari a
rimborsare Rabeya e Hossein per i canoni
riscossi illegalmente e per i danni causati alla salute di una persona
invalida; ma il razzismo e il classismo delle istituzioni fanno sì che siano
invece le vittime dello sfruttamento a essere considerate colpevoli, cioè
“morose”. L’indifferenza dei media abitua la popolazione a considerare normali
queste situazioni, e a naturalizzare l’idea che ogni tanto delle persone che
lavorano come muli siano cacciate di casa.
Dopo i primi due accessi dell’ufficiale
giudiziario, Rabeya ha chiesto all’Onu di essere
considerata persona vulnerabile, pertanto di intervenire per fermare lo
sfratto. Come era già avvenuto in altre occasioni, l’Alto Commissariato per
i Diritti Umani ha scritto allo stato italiano chiedendo di sospendere
lo sfratto o di fornire un’abitazione adeguata alla famiglia. Un trattato
firmato dall’Italia nel 2015, infatti, prevede che le commissioni
Onu possano intervenire nei procedimenti giudiziari e amministrativi se
sospettano il rischio di danni irreparabili. Ma nessuna delle due richieste è
stata rispettata dallo stato italiano: il tribunale ha negato la sospensione
dello sfratto e il Comune ha negato una casa popolare al nucleo familiare. Un
dipendente del commissariato di polizia a cui era stata fatta notare la
violazione ha detto espressamente che “lo stato preferisce pagare la multa
all’Onu”. I servizi sociali hanno proposto a Rabeya un centro
di emergenza per passare le notti (di giorno deve stare per strada), sostenendo
che il fratello sarebbe dovuto rimanere fuori. Solo dopo varie proteste davanti
ai vari assessorati, il Comune ha riconosciuto di dover dare un riparo di
emergenza anche a Hossein. La Asl aveva chiesto
che il nucleo non fosse diviso perché Hossein dipende dalla
sorella: neanche questa misura è stata rispettata. Il medico legale, su
pressione del proprietario, ha certificato invece che Hossein poteva essere
portato via. Con un’ironia crudele, l’ufficiale giudiziario ha messo a verbale
il cattivo stato dell’immobile per giustificare la necessità dello sfratto. Ma
nessuno ha chiesto il sequestro della casa per violazione delle norme sugli
affitti.
Le uniche richieste soddisfatte
integralmente dalle istituzioni sono quelle dei Federici, a cui la
polizia ha fieramente restituito l’immobile. L’avvocato di Rabeya aveva
diffidato il commissariato di Torpignattara dall’eseguire lo
sfratto; anche il presidente del V Municipio, Mauro Caliste,
aveva chiesto al commissario di rinviare l’esecuzione, e al Dipartimento
patrimonio di dare una casa di emergenza a Rabeya e Hossein.
Nessuna risposta, né dalla prefettura né dall’assessore Tobia Zevi,
perché l’unica legge che conta davvero è quella della proprietà. Tutti i
funzionari e i politici responsabili di questa violenza, dall’ufficiale
giudiziario agli assessori agli assistenti sociali, ripetono il mantra della
banalità del male: non posso fare niente, eseguo gli ordini.
E non è vero! È solo per vigliaccheria, se non per compiacenza con gli interessi dei grandi proprietari, che nessuna delle cariche dello stato solleva la questione centrale, cioè l’incostituzionalità di questi sfratti. Se l’Italia non voleva rispettare i trattati sui diritti umani, non c’era bisogno di firmarli. Una volta firmati, però, essi rientrano tra gli obblighi internazionali garantiti dalla Costituzione. Dovrebbe essere semmai la Corte Costituzionale, e non un giudice qualunque del tribunale di Roma, a decidere se prevale il rispetto dei trattati o quello della proprietà. Ma alla Corte Costituzionale possono ricorrere solo altri giudici o cariche dello stato. Nessuno di questi assessori e presidenti lo farà, finché non ci sarà una pressione collettiva perché le istituzioni rispettino almeno le loro stesse leggi, come presupposto per cambiarle. Bloccare gli sfratti a oltranza, come sta succedendo da anni con altre famiglie a Roma (per esempio in via Silvio Latino, dove l’Onu ha chiesto la sospensione ma l’esecuzione viene rimandata ogni mese grazie alla presenza di centinaia di persone ai picchetti, o a via Casale de Merode, i cui abitanti proprio oggi hanno occupato la regione Lazio), significa costringere gli stessi proprietari a fare pressioni sulle istituzioni perché riattivino la concessione delle case popolari. Ma finché a difendere gente come Rabeya e Hossein non ci saranno cento o duecento persone, e non dieci o venti, continueremo ad avere sfratti, violazioni dei diritti umani, soprusi e impunità. Al massimo poi pagheranno le multe, con i soldi degli stessi lavoratori sfrattati. Chissà quanti di loro, già adesso, non riescono più a respirare.
da quisabato 18 marzo 2023
Il corpo nero - Anna Maria Gehnyei
All’inizio del libro Anna Maria è una bambina, figlia di genitori africani (che sono arrivati dalla Liberia, con l’aereo, non con il barcone).
È una bambina amata, ha una famiglia che la ama e cresce contenta come capita ai bambini fortunati.
Intanto scopre che abita in un posto sbagliato, secondo alcuni, nonostante l’articolo 3 della Costituzione italiana, in troppi le fanno capire che la sua casa è l’Africa, in Italia dovrà sudare per trovare uno spazio.
Anna Maria è nata a Roma, ma non è italiana, secondo le leggi (ingiuste) della penisola, finché non diventerà adulta e passerà un “esame”.
E l’Africa non l’ha mai vista, solo nei racconti dei genitori.
Intanto cresce, va a scuola, ha delle amiche e degli amici, si trova a combattere un razzismo strisciante, ma non solo.
E poi trova una sua strada, diventa una musicista (in arte Karima 2G), e riesce a vedere l’Africa, al paese del padre sembra che l’aspettino da una vita.
Il libro merita di essere letto, vi farà conoscere la storia di Anna Maria, che racconta la sua vita (anche le umilianti e offensive file in questura per il rinnovo del permesso di soggiorno), ma non si piange addosso, trova la forza per occupare il suo posto nel mondo, in un Italia che non sa accogliere.
Intanto potete ascoltare la sua musica qui:
“Per molto tempo ho trovato insopportabile il fatto di non essere italiana anche in via ufficiale, sentivo di non poetr più andare in giro bollata solo da un codice, in attesa di avere un permesso di soggiorno o la cittadinanza, né italiana né liberiana. Per anni sono stata un numero di pratica, ma quel numero non ero io, anche se finivo per identificarmici. Ricordo le file interminabili davanti all’ufficio Immigrazione. Avevo due anni quando una, se non due volte l’anno dovevo andare in questura a rinnovare il permesso di soggiorno. In braccio alla mamma o al papà, aspettavamo il nostro turno. Ricordo tutte le volte in cui la maestra delle elementari entrava in classe dicendo che << i figli di immigrati non arrivano lontani nella vita. Sono incapaci di studiare in quanto figli di immigrati>>. Il suo buongiorno era: <<L’Italia è degli italiani>> e non <<degli immigrati che si sentono italiani>>. Per alcuni sono troppo nera per parlare egregiamente l’italiano, per altri sono troppo nera per essere istruita. Ciononostante partecipo alla vita politica e sociale di questo Paese. Un luogo, l’Italia, in cui il corpo nero è senza anima, un oggetto da non valorizzare o una pratica dimenticata tra gli scaffali della prefettura. Tra questi corpi sospesi vi sono bambini, ragazzi ormai divenuti adulti, scrittori, atleti e intellettuali, tutte e tutti parte del cambiamento per un futuro migliore. Sono anche loro figli dell’Italia che mira al successo e al progresso.“
Anna Maria Gehnyei, nota con il nome di Karima 2g, è cantante, danzatrice, e producer italiana di origine liberiana. La sua carriera artistica inizia come danzatrice ma presto diventa vocalist professionista dalle consolle delle maggiori discoteche italiane. Nel 2014 esordisce come solista e i video dei primi due singoli, Orangutan e Bunga Bunga, provocano reazioni in pubblico e critica dalle riviste musicali passando per il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano e Vogue. Grazie al suo percorso artistico, la John Cabot University le riconosce una borsa di studio internazionale, e nel 2020 si plurilaurea in Communications e Political Science. Nel 2022 debutta con il suo primo spettacolo teatrale If There Is No Sun, di cui è anche autrice. Il corpo nero è il suo primo romanzo.
lunedì 2 gennaio 2023
Termini e la marcia dei “senzatutto”. Chi fa la città? - Emma Catherine Gainsforth
A Roma il rifacimento della galleria che collega via Marsala con via Giovanni Giolitti serve a impedire alle persone di dormire per strada. Il Comune di Roma fa la guerra ai poveri e finanzia la privatizzazione della stazione Termini. Un racconto dal quartiere di San Lorenzo
Ho abitato in via di Porta San Lorenzo per sedici anni. A sinistra le mura
della stazione Termini, a destra le mura aureliane. Al numero quattro c’è un
piccolo cancello che nessuno trova mai perché non sembra l’entrata di qualcosa,
somiglia piuttosto a un anfratto, una piccola grotta, forse uno scantinato.
Bisogna alzare lo sguardo per vedere che sopra-dentro le mura aureliane si erge
una villa – l’abbiamo sempre definita illustre esempio di abuso edilizio del
settecento. L’atmosfera dentro ricorda il film Fantasmi a Roma: il
film preferito di mia sorella, che trovò l’appartamento e mi chiese di andarci
a vivere con lei. Avevamo venticinque anni, credo. Io le dissi tu sei
pazza, ma come ti viene in mente, non c’era un mobile, neanche uno, non
c’era il riscaldamento, le finestre non si chiudevano, le mattonelle ballavano
quando ci si camminava sopra. Eravamo povere, come avremmo fatto, scordatelo,
le dissi. Poi sono trascorsi sedici anni, a un certo punto lei andò via, io
rimasi.
Le mie finestre affacciavano sulla strada parallela a quella in cui c’è
l’entrata, sul retro, se vogliamo. Il palazzo segna il confine tra due
municipi, dunque io affacciavo sul secondo, ma l’ingresso si trova nel primo.
Essendo estrema periferia del primo municipio e limite esterno del
quartiere di San Lorenzo, di fatto abitavamo in una terra di nessuno, ignorati
sia dal primo municipio che dal secondo. La posta arrivava come nei western,
una volta al mese, l’AMA passava ogni tanto ma solo se li chiamavamo. Lungo la
strada non ci sono negozi, uffici, vetrine, i lampioni sono tutti diversi tra loro,
pare li abbiamo aggiustati con gli scarti, le rimanenze dei magazzini. Gli
altri numeri sono misteriosi – cosa c’è in Via di Porta San Lorenzo 1 io non
l’ho mai capito. A ogni modo, in questo passaggio-mondo liminale, confuso e un
po’ invisibile – la strada è luogo di passaggio e chi passa non vede quello che
c’è, e se lo cerca non lo trova – gli altri numeri corrispondono a: la Caritas
Diocesana; il centro di ascolto italiani (un guaio ogni volta che bisognava
spiegare agli stranieri che il loro centro di ascolto si trova in pieno centro
in via delle Zoccolette); un Help Center, sportello di ascolto, orientamento e
assistenza sociale. Questo è situato nel «Termini Social Corner», un nome
davvero trendy per un’attività che in italiano suona così: «intercettare e
orientare le marginalità gravi presenti nel territorio della Stazione Termini e
nei suoi dintorni».
In questo luogo marginale le marginalità sono gravi. Quasi tutte. In sedici
anni ho osservato la trasformazione, anno dopo anno – freddo dopo freddo.
Quando sono arrivata c’era Maria, sedeva sotto le mie finestre e parlava al
telefono con Dio. Le suore che abitavano su quella strada le portavano tanta
frutta – Maria era obesa e mangiava male. Un giorno il mio compagno che
lavorava di notte si affacciò e le disse Maria ti prego io devo
dormire, prova ad abbassare la voce! Diventarono amici. Lui la
chiamava dalla finestra: Maria! Lei alzava lo sguardo
sorridente. Capimmo che nella sua vita c’era stata la camorra, alcuni figli
morti e c’era Dio, sempre al telefono.
Poi c’era Leo, che abitava dall’altra parte, in via di Porta San Lorenzo.
Era sdentato e sempre sorridente, anziano, piccolino. Era molto curato, sempre
in ordine. Mi chiedeva di tanto in tanto di tagliargli i capelli, dietro lui
non ci arrivava.
Quando comparve il signore davanti la Caritas che per cinque euro o meno
taglia i capelli a chiunque, dissi a Leo, perché non vai da lui? Io da
quelli non ci vado, mi rispose. Quelli erano le persone
che sostavano sul marciapiede, alcuni in fila, altri semplicemente a osservare.
A Leo piaceva stare da solo. Un giorno la mia vicina gli regalò un cappotto
bellissimo. Lui se lo provò, gli stava davvero bene. Poi alzò lo sguardo e
disse mi piace molto, ma se posso, se posso chiedere, lo preferirei
verde, crede sia possibile? La mia vicina scoppiò a ridere, lui si
tenne il cappotto e io imparai che non perché non si possiede nulla si perde il
diritto al piacere, a scegliere, a preferire, a volere una cosa anziché
un’altra. (In verità la prima cosa che imparai è che due sono le cose che non
mancano mai e sono cibo e vestiti. Che l’idea che ci facciamo della povertà
nelle città è sbagliata. Che quello che manca è tutto il resto).
Per farla breve – dovrei nominare una a una le persone che ho conosciuto e
con cui ho stretto amicizia – il disagio mentale è cambiato. La città è
cambiata. La sofferenza si è aggravata. Le persone che dormivano per lunghi
periodi sotto le mie finestre hanno smesso di chiacchierare. Alcune hanno
urlato. Altre hanno lanciato oggetti. Una cosa, tuttavia, non è mai successa:
non mi sono mai sentita in pericolo. Neanche quando, tanti anni fa, facevo la
cameriera e tornavo a casa a piedi alle quattro di notte. Per sedici anni ho
camminato nelle strade da sola anche di notte. Che non vuol dire che non ci
siano situazioni pesanti da sopportare e difficili da gestire. Ma questo non ha
nulla a che vedere con la sicurezza. Una strada abitata è quasi sempre più
sicura di una strada deserta. Perché le persone che non hanno una casa hanno la
città e spesso la curano. La abbelliscono – penso alla tenda attorno a cui
c’erano piante, tante, fiori, un vero giardino. La accudiscono: spazzano,
sistemano, lavano, buttano, smistano, organizzano. (Se c’è una cosa che manca a
chi non ha una casa è un posto dove lasciare le cose di giorno, i documenti,
soprattutto. La casa diventa un guscio e loro delle tartarughe, immagina
doverti portare appresso tutto quello che hai ogni volta che ti sposti).
LE GUERRE
DELL’ACQUA
La geografia invisibile a chi usa la città solo per spostarsi, non per
dormirci, è fatta di angoli-risorse. È un ambiente, è un reticolo di luoghi e
di relazioni, non facilmente distinguibili. Per anni, ogni volta che incontravo
un fotografo gli raccontavo la mia idea, secondo me geniale, puntualmente
ignorata, di reportage – io non potrei mai, le mie capacità fotografiche si
limitano a fare in modo che nella foto ci sia anche la testa della persona che
sto fotografando. Il reportage dovrebbe consistere in questo: d’estate
piazzarsi con uno sgabello davanti la fontanella di piazzale Tiburtino e
aspettare. Io la fontanella la frequentavo perché a un certo punto qualcuno nel
mio palazzo decise che la nostra acqua non era sicura, così cominciammo ad
andare in piccole processioni con i bottiglioni da cinque litri alla
fontanella. Dietro alla fontanella c’è un bar che chiamavano semplicemente “dei
cinesi”, anche se non ci ho mai visto uomini cinesi, solo donne, sempre
sorridenti e gentili.
Le persone che frequentano il bar sono le persone che generalmente non
verrebbero accolte in un bar, che probabilmente verrebbero mandate via. Io mi
ero affezionata a quel luogo giovanissima, perché mia sorella già abitava a San
Lorenzo prima che prendessimo la casa insieme e a vent’anni era l’unico bar che
ci potevamo permettere.
Ci andavamo con le nostre amiche, ordinavamo delle bottiglie giganti di
Peroni e ci sentivamo come regine – anche noi facevamo l’aperitivo.
Alcuni anni più tardi ho scoperto, avendo studiato la questione, che è l’unico
bar in tutta San Lorenzo ad avere il sole. Nel senso che gli altri bar hanno il
sole, ma per poco tempo. Mi piace pensare che il bar con il sole è delle
persone senza-casa, è degli svitati, degli ubriachi e dei cani randagi e delle
ragazze povere. Essendo dunque abitato più che frequentato – come una città
dovrebbe essere – questo bar occupa molto più spazio di quello che
effettivamente occupano i suoi tavolini. Si allarga, si spande sul marciapiede,
arriva fino alla fontanella. È un bar-territorio, i suoi confini sono incerti,
o mobili. La mattina presto c’è generalmente un secchio che appartiene alla
ragazza, anche lei cinese, che gestisce il negozio accanto al bar. Un fotografo
che ci si piazzasse lì davanti, preferibilmente d’estate quando la vita
all’aperto è ancora più intensa, osserverebbe le persone andare e venire,
diversissime, da sole, insieme, organizzate, di passaggio, con bambini, o
animali. Osserverebbe una varietà infinita di usi che si fa con l’acqua di
questa fontanella e un’infinita varietà di attività. Lavare, asciugare,
stendere, pulire, bere, strofinare, riempire.
È qui che è cominciata la guerra. Quando a Roma si è iniziato a chiudere
alcune fontanelle d’estate, a San Lorenzo, per chi le fontane che ci sono le
conosce, era chiaramente in atto una guerra. Perché alcune, non altre. Perché
quelle che si trovano nei pressi delle abitazioni delle persone che non
hanno una casa. Noi con i nostri boccioni da cinque litri abbiamo
cominciato a usare la fontanella che si trova in Via dei Ramni, all’altezza di
Piazza dei Siculi. Era poco più distante, ma l’acqua c’era, tanta. A un
isolato, percorrendo Via dei Ramni in senso inverso e svoltando a destra si
arriva in viale Pretoriano. La via è simile a via di Porta San Lorenzo, nel senso
che non c’è nulla: c’è un prato e ci sono le mura aureliane. Sul
prato di svolge una guerra che dura da anni: sul prato le persone ci dormono.
Dal prato le persone vengono sgomberate. Sul prato vengono piantati fiori,
cespugli – credo con l’aiuto dell’associazione Binario 95 che si trova in via
Marsala.
Le persone tornano. Passandoci l’altro giorno ho notato dei sacchi per la
spazzatura sistemati con cura accanto agli alberi. (Mi hanno ricordato di
quando il mio vicino di casa che è falegname costruì dei contenitori per
metterci dei sacchi neri dentro e li sistemò nella nostra via, sempre sporca,
sempre piena di cartacce. Passò l’AMA e li portò via, dissero che gli unici
cassonetti che ci potevano stare erano i loro. Lui gli disse ma non ci
sono. Loro dissero non importa).
Per tornare alla fontanella in via dei Reti si capisce la sua importanza –
la parola vitale non è in questo caso fuori luogo – data la
sua vicinanza a questo centro abitativo che si stende e si stendeva sull’erba
in una strada in cui non c’è niente. Un giorno arrivai con i miei
bottiglioni. Era stata manomessa. Ma l’acqua sgorgava. Capii che anche
qui era arrivata la guerra. La guerra durò tutta l’estate. Ogni giorno la
fontanella era stata riaperta, fatta funzionare, poi richiusa, sigillata, poi
riaperta. Con il trascorrere dei giorni la sua ingegneria si era complicata,
qualcuno era stato dal ferramenta, la fontanella era una macchina da guerra,
era indistruttibile, avevamo vinto, avevamo acqua. Chiuderla sarebbe stato
impossibile. Quell’estate si arresero, andarci era una festa – c’era un’aria di
complicità, gioiosa, si chiacchierava mentre si stava in fila, ci si lasciava
passare avanti, qualcuno a un certo punto insistette a portarmi le bottiglie
fino a sotto casa.
GEOGRAFIE
INVISIBILE
Questa geografia fatta di nulla – non c’è niente – e di
vita, intensissima, la conosce chi l’ha vissuta. In fondo a via di Porta San
Lorenzo c’è un piazzale in cui parcheggiano le macchine. C’è un cancello che
porta alla stazione. Non c’è altro. C’era una volta un giornalaio, era molto
simpatico. Ha chiuso. C’è stato per un periodo un signore che aveva un
banchetto che vendeva le cose trovate. Ci ho comprato uno specchio e lui mi ha
aiutata a portarlo. E anche qui – non essendoci niente – ci
dormono delle persone. Regolarmente, una volta ogni sei mesi forse, arrivano.
Sono le camionette, al buio, con le luci che fendono l’aria di blu, gli uomini
della polizia accompagnati dall’AMA. Ogni volta che accadeva mi
disperavo. Perché le persone non evaporano. Perché quello che
succede quando sposti un gruppo di persone buttando le loro cose è che queste
persone si riversano nelle strade vicine e a quel punto tutte le strade vicine
cominciano a comportarsi come un’onda. Nessuno è più felice.
Ogni cosa è per aria. Tutto è sottosopra. Immagina la polizia
entrare a casa tua, immagina la polizia che mette le mani nelle tue cose,
immagina la polizia fare grandi mucchi con le tue cose al centro della stanza e
poi voltarsi verso il collega dell’AMA e dire: vai. Una sera, esasperata,
andai a parlare con la polizia.
Era la Celere, sembrava, in assetto antisommossa. Gli dissi vi
prego state fermi cosa fate ma dove credete che vadano questo persone.
L’agente mi guardò perplesso, allora io gli spiegai: l’unica cosa che otterrete
facendo questo è che queste persone si sposteranno, e gli dissi dove sarebbero
andate, quali altre strade avrebbero occupato – prima chiaramente di tornare
qui. Lui era molto giovane: mi disse signora io queste cose non le so,
non lo conosco il territorio, mi mandano da Firenze, io domani mattina neanche
sarò a Roma. Voi queste cose infatti non le sapete. Voi non sapete niente.
E così, negli anni, abbiamo partecipato alla guerra. Non c’era altro da
fare che partecipare alla guerra. Perché quando io chiamavo la Sala Operativa
Sociale per qualcuno non c’era mai niente. Non c’è posto,
non c’è nulla, è tutto pieno, mi dicevano. Cristosanto il freddo
non è un’emergenza l’inverno arriva ogni anno io imprecavo. Poi un
operatore mi diede il suo cellulare, mi disse così facciamo prima. Io lo
chiamavo di tanto in tanto, sono io. E ancora, non c’è
niente. Negli anni abbiamo dato via più coperte noi (il noi sono io e i
miei vicini di casa) della Croce rossa. Di giorno camminando in giro c’era
sempre qualcuno che le riconosceva queste coperte – non era tuo quel
piumone? Abbiamo cucinato, regalato vestiti, siamo andati da Decathlon
a comprare una tenda. (In realtà quella volta finì male perché poi lei si rifiutò
di sistemarla dove le avevamo detto e si piazzò al centro del sito archeologico
in via di Porta San Lorenzo in bella vista, tutta fiera della sua nuova tenda
che le venne confiscata il giorno dopo). Nulla di questo era fatto con spirito
caritatevole, per generosità, per non so quale disinteresse. Veniva fatto
perché in realtà anche la situazioni in cui abitavamo noi aveva qualcosa di
speciale, ovvero di bello e ingiusto allo stesso tempo. Era un abitare-insieme
che si espandeva e si occupava della terra di nessuno in cui
ci trovavamo. Perché è sempre vero che chi ha meno tende a dare di più, e le
persone che non erano sicure di arrivare a fine mese erano le prime a scendere
in strada con qualcosa per qualcuno. Perché si fa così. E così la casa-liminale
era molto indecisa nei suoi confini, i suoi contorni, era una villa in un
deserto che diventava vivo ogni volta che qualcuno si occupava di qualcosa.
L’altra faccia era un abitare faticoso, il dover fare tutto da sé. Nulla è
scontato nelle terre di mezzo e così l’acqua era centrale, la spazzatura. La
strada: una vicina un giorno arrivò a pagare qualcuno perché
la pulisse, generando un dibattito infinito.
Con il passare degli anni le cose sono peggiorate. Ci siamo sentiti
sopraffatti. Non c’era più Maria, non c’era più Leo. C’era Costanza, con gli
occhi giganti e pieni di lacrime, che non capivamo se era incinta. C’era N.,
con la sua storia infinita. E a lieto fine. È tornato a casa. Ma è durato per
circa due anni. Non si può fare niente: lo conoscevano tutti, i
carabinieri, il pronto soccorso, i medici, le ambulanze, lo conosceva tutto il
quartiere, si parlava di lui nelle chat, ci si chiedeva come stava. Il suo caso
era impossibile e lui era in pericolo. Ha lavorato un quartiere intero a
risolverlo. Un giorno il mio operatore di riferimento mi spiegò: lui è
un caso difficilissimo perché uno, è psichiatrico, due, ha problemi di
dipendenza, tre, è straniero. Esisteva un servizio ma non esiste più. Esisteva
una struttura ma non esiste più. È “intersezionale”, pensai senza dirlo.
Lui si trova nel punto di incrocio di una sorta di tutto. Non esistono servizi
per persone che stanno male come lui. Non esiste una struttura in grado di
aiutarlo perché lui ha più problemi e dunque è troppo grave.
Per lui non c’è niente. Per gli ultimi c’era qualcosa,
ma ora non c’è più nulla.
GRANDI
STAZIONI. L’AVANGUARDIA DELLA SICUREZZA
Quando mia sorella ha postato su Facebook la notizia che avrebbero murato
il sottopasso che collega via Marsala e via Giolitti – definito pericolosissimo
perché abitato – un signore ha commentato che lui era dispiaciuto ma che il
problema c’era, che lui la mattina passando di lì portando i bambini a scuola
li vedeva, che la situazione non era bella. Portando i bambini a scuola.
Come mai il problema di chi non ha una casa è il problema di un signore che
porta dei bambini a scuola? Come mai il problema di chi non ha una casa è
sempre, immancabilmente, il problema di chi una casa ce l’ha?
In quegli stessi giorni è accaduto un altro fatto: una donna con tre figli,
di 1, 3 e 5 anni, ha trascorso una notte all’aperto, in via di Porta San
Lorenzo, proprio davanti l’Help Center. Ne dava notizia Roma
Today in maniera inquietante: la situazione era stata risolta grazie al
«cuore d’oro di due poliziotti» il cui intervento ha permesso di trovare una
collocazione in un centro di accoglienza. A chiamare la polizia era stato
proprio l’Help Center perché lei si rifiutava di uscire dal loro centro, non
sapendo dove andare. Dunque lo sportello sociale che ha il compito di «aiutate
le persone in difficoltà» – e che lavora, secondo quanto scritto sul loro sito,
in collaborazione con la Sala Operativa Sociale, ha avuto bisogno di
«segnalare» il caso della donna alla polizia. «Nonostante le chiamate alla sala
operativa sociale, alla Caritas e ad altre strutture ecclesiastiche, tutti gli
enti sono risultati però senza disponibilità di posti letto, almeno sino alla
data di lunedì 26 settembre, con la donna costretta a dormire la notte fra
giovedì e venerdì nei pressi della stazione».
Io mi sono chiesta cosa avrebbe pensato l’uomo così preoccupato delle
persone che dormono per strada mentre la mattina accompagna i figli a scuola di
una mamma costretta a dormire per strada con tre bambini piccolissimi perché il
Comune di Roma non riesce a trovare loro una sistemazione.
Nessuno si lamenta (eccetto me, a quanto sembra, ogni volta che mi capita)
del fatto che per prendere un treno siamo sottoposti a misure da aeroporto, a
tornelli elettronici, file interminabili, zone sbarrate sorvegliate dagli
scagnozzi di Grandi Stazioni. Tecnicamente si chiama Protezione Aziendale, si
tratta di figure simbolo della nostra modernità, perché sono agenti incaricati
dell’ordine pubblico al servizio di una compagnia privata. Nessuno si chiede, a
mi sembra, che fine fanno i dati raccolti da Grandi Stazioni ogni volta che
passiamo mettendo il biglietto sul codice a barre. (Io me lo sono chiesto una
volta che ho deciso di passare urlando anziché usare il biglietto. Da quando ho
traslocato in una zona lontana dalla stazione ho perso una quantità di treni
perché il trasporto urbano a Roma non è al collasso, è già collassato,
anche se non ce lo stiamo dicendo. Quindi arrivando un giorno per puro miracolo
in orario e trovando una fila interminabile che non aveva senso di esistere,
perché l’unico motivo per cui la fila si crea è che le persone devono passare
il codice sul sensore, e come in tutti i casi in cui è implicata questa
mirabolante tecnologia il sensore non funziona, ho avuto chiaro che
l’unico modo in cui avrei evitato di perdere il mio treno sarebbe stato mettermi
a urlare, e ha funzionato. E sul treno mi sono chiesta come mai non lo facciamo
sempre, ogni volta in città ci troviamo la via sbarrata da un sensore, che è
quasi sempre accompagnato da un uomo enorme vestito di nero che è pagato per
controllare che noi quel sensore lo stiamo usando nella maniera giusta).
Ciò a cui dovremmo pensare è la digitalizzazione della sicurezza, non tanto
nella logica astratta del controllo, quanto perché si tratta di un futuro in
cui la sorveglianza è al servizio del profitto. La digitalizzazione della città
significa una serie di transazioni registrate, di dati custoditi su cloud.
Negli Stati Uniti, Amazon si finanzia quasi interamente affittando spazio
cloud, perlopiù al governo americano, al Pentagono – sui suoi server ci sono i
dati biometrici di tutta la popolazione americana. Per rendere l’idea del giro
di affari bisogna pensare che il settore della vendite di Amazon è storicamente
in perdita, che l’unico settore che rende Amazon la più grande piattaforma al
mondo è Amazon Web Services, che vende servizi di cloud computing,
spazio che serve a custodire dati che noi generiamo. Bisogna tenere a mente che
AWS è nata come piattaforma dedicata alla gestione dell’infrastruttura interna di
Amazon. La sua commercializzazione, la sua esternalizzazione, se
vogliamo, segue un tracciato preciso. Quello secondo cui le prime cinque
compagnie al mondo – esclusa Saudi Aramco, sono Apple, Microsoft, Amazon,
Alphabet (ovvero Google) – creano prodotti che diventano indispensabili.
Per usare lo spazio pubblico è indispensabile oggi avere uno smartphone,
inventato e commercializzato dalla multinazionale più grande del mondo.
Sono tracce, sono pezzetti di noi, cose che facciamo in pubblico. Il punto
non è il controllo, che è una nozione troppo generica. Il punto è: immagina di
attraversare la città, immagina che ogni passo che fai produce dati, immagina
che questi dati siano custoditi da qualcuno, immagina che questo qualcuno stia
facendo profitti dallo spazio che attraversi e dalla strada su cui cammini.
Questa strada non è più un esterno, non è un fuori, questa strada si trova
ora dentro qualcosa. Questa strada è pattugliata, è osservata da mille
telecamere che appartengono ad agenzie che lavorano per compagnie private che
da questa strada ci ricavano un profitto. Quando ci hanno tolto la stazione non
è successo nulla – un mio vicino, a dire il vero, ha litigato, voleva
accompagnare la compagna piena di borse e la figlia piccola al binario. Non
si può. Tornò a casa furioso. Ci siamo abituati a presìdi mostruosi,
tornelli, guardie e cani, ma la verità è quei tornelli servono a fermare i
poveri. La sicurezza è una facciata, è apparsa con l’alta velocità, con i lounge di
Italo, all’epoca in cui il capotreno si trasformava in train manager.
La sicurezza segna i confini di tutto ciò che diventa privato.
(La stazione è anche il Moloch che ha un cantiere illegale, a cui si accede
da via Porta San Lorenzo, in cui si smistano materiali, anche tossici, a tutte
le ore, della notte soprattutto, in barba a qualsiasi regolamento. Trovandosi
questo cantiere proprio davanti le nostre finestre abbiamo provato di tutto,
esposti, telefonate, siamo andati di persona, una volta abbiamo interrotto i
lavori. È arrivata la Digos. Eravamo in piena pandemia. Indossavano delle
orribili mascherine con la bandiera italiana. Anche in questo caso, nessuno
può fare niente).
CHI FA LA CITTÀ
N. è tornato a casa dal fratello. È comparsa una foto di lui, sorrideva,
era un foglio appeso al cancello del parco. Sotto c’era scritto che stava bene.
C’era scritto «Grazie a tutti i volontari che lo hanno aiutato. Restiamo
umani». C’era stata una piccola raccolta fondi per comprargli il biglietto, era
girato un iban nelle chat. Hanno aiutato le persone singole, le associazioni, i
comitati. Nessuna istituzione cittadina. Nessuna istituzione o servizio che
paghiamo con le nostre tasse affinché esistano soluzioni che non dipendano solo
dal «buon cuore» di qualcuno.
Non c’è niente. Continua a suonarmi dentro (i tagli, ai servizi, al personale. Un giorno
sono andata al pronto soccorso al Policlinico. Mentre aspettavo mi sono
guardata intorno. Li conoscevo tutti. Vengono qui quando fa freddo,
per dormire, riposare, mangiare, poi tornano in strada). Mi suona dentro la
fatica, nel deserto delle istituzioni – i servizi c’erano, non ci sono più.
Quello che c’era e che oggi non c’è più non lo sa il signore che porta i
bambini a scuola perché lui quei servizi non li ha mai dovuti usare. A me
dispiace per quel signore che molto probabilmente prende il suo treno per
andare a Milano senza battere ciglio quando passa i tornelli. Mi dispiace che
lui non si sia mai dovuto occupar della strada in cui vive, che non si sia mai
trovato a dover veramente aiutare qualcuno, fare telefonate (quanti di noi che
abitano o hanno abitato a San Lorenzo hanno i numeri dei vari assessori salvati
sul telefono), a chiedere come mai non c’è niente. Mi dispiace per
lui perché non ha capito, nella semplicità dei sui gesti, nel suo modo di
attraversare la città, di spostarsi senza mai sapere dov’è che si trova, cos’è
che gli stanno portando via.
Il sottopasso verrà murato. Il signore che crede che la questione della
casa si risolva con i muri, anche se l’ha detto gentilmente, non riesce
probabilmente a capire il tipo di sconfitta che questo significa per la città
intera. Cosa significa per lo spazio tutto, quello pubblico, quello che
crediamo sia spazio pubblico.
Nulla esiste così com’è, ogni cosa è fatta, da qualcuno. Quello che mi
conforta è sapere che questo accade vicino a San Lorenzo, non in un punto
qualsiasi della città, in un punto più feroce. Mi conforta perché in qualche
modo il quartiere, come ha sempre fatto, accoglierà anche questo urto, questa
piccola onda che sta per arrivare. Ridisegnerà gli spazi, si darà da fare.
Contro e nonostante chi crede di governarli questi territori. Contro chi non sa
che lo spazio pubblico è garantito solo da chi ci abita, con o senza un tetto.
E che sono le persone senza-tetto a occuparsi dello spazio per noi, delle
strade, delle fontane, dei prati, delle panchine, quando non ci siamo, quando
non vediamo, quando non ci accorgiamo che, se in un punto della città c’è
qualcosa anziché il nulla, è perché qualcuno se ne è preso cura.
mercoledì 8 giugno 2022
Succede a Roma - Nino Lisi
Roma, un tempo detta caput mundi,
ancor’oggi conosciuta come “la città eterna” è capitale di uno Paese, il
nostro, che nella sua Costituzione si impegna a <rimuovere gli
ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e
l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona
umana>. Ebbene,incredibile ma vero, proprio a Roma avviene che una
anziana donna dorma (ad oggi che scrivo) da 233 giorni al posto di
guida di un furgone, per consentire ai suoi due figli, un maschio e una
femmina, ambedue adulti e con non lievi disturbi psichici, di dormire sdraiati
sul pianale del mezzo.
Solo un paio di mesi fa, questa donna si
diceva “proprio contenta” perché, dopo essere riuscita a
riportare nel furgone la figlia che in una crisi del suo male aveva girovagato
dormendo in strada per diverse settimane,era riuscita a trovare un posto, sotto
un ponte, da dove <nessuno li cacciava > e dove c’era anche
un lampione che le dava luce di notte.
Ora però non ce la fa più. Con il
volante che le preme sullo stomaco. non riesce più a dormire e nel
furgone con il caldo si sta anche peggio di quando faceva
freddo.
Si dirà che casi del genere non ci sono
solo a Roma e che i “senza tetto” ci sono pressoché in tutte le
grandi città. E’ vero. Ma la particolarità di questo caso, come di molti
altri simili che esistono a Roma, è che a ridurre questo piccolo nucleo
familiare in condizioni tanto miserevoli non è stato un matrimonio
finito male, un lutto grave, una malattia disabilitante né la perdita del
lavoro, ma proprio l’Istituzione più prossima alla popolazione che
per questo, prima e più di ogni altra, ha l’obbligo di dare attuazione al
dettato dell’art, 3 della Costituzione, appena citato.
A “buttare per strada” questa come tante
altre famiglie è stato infatti il Comune di Roma che ha sgomberato manu
militari – tanto per citare solo alcuni casi – la Cartiera di Via
Salaria (2016) i “campi nomadi”, – ribattezzati con scarso senso
dell’opportunità – “villaggi della solidarietà”, River (2018), La Monachina
(2021) La Barbuta (2021)
L’aspetto paradossale di tali sgomberi è
che La Cartiera di Via Salaria non era stata occupata abusivamente ma era un
Centro di Accoglienza istituito dal Comune e i suoi abitanti vi erano stati
immessi dallo stesso Comune; anche i tre “campi” erano stati
istituiti dal Comune adattando container in “moduli abitativi”, ognuno
dei quali, contrassegnato da un numero identificativo, era stato assegnato ad
un nucleo familiare con tanto di “determina dirigenziale” dell’apposito Ufficio
Comunale.
Si tratta dunque di una paradossale
assurdità che segna il punto di arrivo di una ininterrotta sequenza
di assurdi, paradossi ed illegalità che parte da molto lontano.
A Roma i primi “campi”
furono allestiti negli anni ottanta dello scorso
secolo, come campi di sosta per accogliere piccole immigrazioni di Rom
che fuggivano da condizioni di miseria.
A tali piccole immigrazioni per fame
seguirono, nel ’91-’92, consistenti ondate di profughi provenienti
dalla Bosnia divenuta teatro degli scontri etnici serbo-bosniaci e,
a partire dal ’99, nuove ondate di profughi dalla
guerra del Kossovo.
Molti degli attuali residenti nei
campi sono dunque profughi di guerra o loro discendenti, ai quali
si sono aggiunti a partire dal 2000 altri profughi dalla miseria che
devastava paesi come la Romania.
La complessità e la delicatezza dei
problemi nuovi posti dalla consistente presenza di queste minoranze
linguistiche non fu colta dalle nostre istituzioni. La maggiore preoccupazione
delle Giunte Rutelli (1993-2001) e Veltroni (2001 -2006), per non
dire delle gestioni commissariali, fu quella di
spostare i “campi” fuori dal centro della città, possibilmente al di là
del raccordo anulare.
Il culmine dell’incomprensione di questo
fenomeno lo si raggiunse non a caso con il Governo Berlusoni che
nel 2008 dichiarò l’esistenza di un’ “emergenza nomadi” ed emanò
direttive ai Prefetti per fronteggiarla con misure speciali.
In ottemperanza a tale Dichiarazione,
nel 2009 a Roma la Giunta Alemanno adotta il “Piano Nomadi”.
Il Consiglio di Stato però nel 2011
dichiarò inesistente un’ emergenza nomadi ed illegali i
provvedimenti conseguenti, compresi gli stessi “campi”.
Il Governo ricorse contro la sentenza del
Consiglio di Stato, ma la Corte di Cassazione nel 2013 dette torto al
Governo e ragione al Consiglio. Nello stesso anno il Tribunale
Civile di Roma riconobbe a un cittadino rom di essere stato vittima di
discriminazione su base etnica in occasione del foto segnalamento ed ordinò al
Ministero dell’Interno di distruggere tutti i documenti contenenti i dati
sensibili di quel cittaddino, raccolti impropriamente.
Nel 2015, il 30 maggio, il Tribunale
Civile di Roma afferma in sentenza che i campi hanno carattere di
“discriminazione su basi etniche” sentenziando che «il carattere
discriminatorio di natura indiretta della complessiva condotta di Roma Capitale
[…]si concretizza nell’assegnazione degli alloggi del villaggio attrezzato La
Barbuta» ed impone da subito al Comune di Roma di far cessare gli effetti
discriminatori.
Ma nulla succede. I “campi”restano e con
il loro progressivo degrado assumono sempre più il carattere di
luoghi di segregazione. Per di più un nuovo fenomeno insorge
aggravando la situazione: con la dissoluzione della Jugoslavia i
documenti di molti degli abitanti dei i “campi” non hanno più valore
essendosi dissolto lo Stato che li aveva emanati. I loro intestatari restano senza
cittadinanza e divengono , apolidi di fatto. Di ciò e delle conseguenze anche
per i loro figli nati nei campi non si cura alcuno.
Appare assodato dunque che ad essere fuori
Legge non sono i Rom, anche se a volte sono costretti a rubacchiare per
sopravvivere, ma le Istituzioni.
Nal 2012 il Governo Monti prova a mettere
riparo a questa incredibile situazione, approvando la Strategia Nazionale
per l’Inclusione Sociale dei Rom Sinti e Caminanti 2012 – 2020 che l’UNAR
– Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale del Dipartimento per le
Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio – aveva predisposto sulla
scorta di direttive della U’nione Europea. Si basa su quattro direttrici:
abitare, lavoro, istruzione, salute.
Purtroppo resta un bel libro di
sogni.
Le Istituzioni di prossimità, Comuni e
Regioni, che avrebbero dovuto attuarla, vengono totalmente meno al loro compito
per mancanza sia di volontà, a livello politico, sia di competenza,
a livello tecnico-amministrativo. Ai politici fa da freno l’antiziganismo di cui
è pervasa l’opinione pubblica, antiziganismo che è una subdola forma di
razzismo paragonabile solo all’antisemitismo. Si pensi alle persecuzioni
naziste sfociate negli abomini che gli Ebrei chiamano Shoa (6 milioni di
morti) ed i Rom Porrajmos (500mila morti su di una popolazione di poche
centinaia di migiaia di persone).Si pensi che nel Parlamento Italiano, per fare
approvare la Legge sul riconoscimento delle minoranze linguistiche si
dovette eliminare dal loro elenco quella dei Rom.
Quanto al livello tecnico-ammiistrativo si
consideri quale cultura e quali professionalità occorrano per
attivare percorsi che portino le migliaia di persone che abitano nei “campi”
dalle attuali condizioni di apartheid, ”in cui sono state segregate per
decenni o addirittura sono nate, al godimento dei diritti di
cittadinanza dai quali sono state sinora escluse. Perché è questo
che si intende quando si parla di inclusione sociale
La mancanza, da una parte, di
volontà politica e, dall’altra, di cultura e di professionalità ha
costituito una miscela devastante che ha portato al travisamento
della Strategia di Inclusione Sociale: il “superamento dei campi” è stato
inteso come obiettivo a sé stante invece che effetto
dei percorsi di inclusione che, per aver inserito nella
società le minoranze, avessero resi inutili quei luoghi di segregazione.
E poiché la chiusura dei campi in vista della scadenza elettorale
era spendibile come soluzione di problemi di ordine pubblico e di decoro
urbano, il loro svuotamento è divenuto obiettivo da raggiungersi ad ogni
costo.
Per tanto gli sforzi dell’Amministrazione
Comunale si sono concentrati su uno solo dei quattro indirizzi suggeriti
dalla Strategia: l’abitare. Ma non nel senso di realizzare un modello abitativo
adatto alle circostanze, ma semplicemente come trasferimento dei nuclei
familiari che rientrassero nelle apposite graduatorie dai “campi”ai casermoni
dell’edilizia pubblica senza alcuna preparazione né dei trasferendi, né dei
contesti che li avrebbero .dovuti accogliere.
Delle conseguenze di questa
improvvida operazione si sono occupati ampiamente i media ed anche
diverse Stazioni dei Carabinieri che hanno dovuto raccogliere le denunce delle
donne Rom minacciate con i loro bambini e malmenate da coinquilini che
non gradivano averle come vicine.
Ma le abitazioni di proprietà pubblica
disponibili non erano sufficienti ad accogliere tutte le famiglie rom da
trasferire per svuotare i campi ; ed allora si è fatto
ricorso ad unastuto stratagemma. Si è chiesto alle famiglie dei campi in
chiusura di sottoscrivere il Patto di Solidarietà, un atto in cui
esse si impegnavano a trovarsi un‘abitazione da fittare ed
il Comune si impegnava a pagarne i canoni mensili dei
primi due anni. Ma chi fitterebbe a Roma un’abitazione ad un
Rom e per giunta privo di busta paga e spesso anche di documenti? E cosa
sarebbe avvenuto al terzo anno? Il tranello era evidente: chi, firmato il
Patto, non fosse riuscito a trovare un appartamento da fittare
sarebbe risultato non più meritevole delle misure di sostegno in
quanto inadempiente; così chi, avendo capito l’inganno, non lo avesse
sottoscritto, sarebbe apparso non collaborativo. In ambedue i casi sarebbe
apparso che quelle famiglie Rom avrebbero rifiutato l’alternativa
abitativa offerta dal Comune e gli sgomberi avrebbero avuto una
parvenza di legalità.
E così è stato. Alla Seconda Sezione
Civile del Tribunale di Roma presso cui pendeva un ricorso contro lo sgombero
del camo La Barbuta un avvocato del Comune poté affermare che nessuno dei
suoi abitanti sarebbe rimasto senza un’alternativa abitativa. Il ricorso non
venne accolto e decine di famiglie alla data fatidica fissata per
la chiusura del campo sono state letteralmente messe in
strada, come era avvenuto alcune settimane prima con le famiglie che
ancora erano nel campo de La Monachina..
Ad alcune – le più fortunate – del Campo
La Barbuta, nel mentre erano già in corso le operazioni di sgombero è stato
assegnato provvisoriamente (cioè per due) un appartamento in condizioni
ininmaginabili.Per darne un’idea: 13 persone in co-housing in tre stanze
con un bagno pressoché inutilizzabile; una mamma anziana con un figlio
costretto su di una sedia a rotelle, dopo un’ odissea rimbalzata sulle pagine
de il manifesto, è stata immessa in un appartamento
senza riscaldamento ed acqua calda, al 7° piano di uno stabile nel
cui ascensore la carrozzina non entra. Altri nuclei familiari
per strada.
La continuità istituzionale imporrebbe
alla Giunta Gualtieri di porre rimedio ai disastri compiuti dalla
Giunta Raggi, ma sinora non c’è chi se ne occupi,nonostante ripetute e
documentabili sollecitazioni all’Assessorato alle Politiche Sociali e
all’Assessorato alle Politiche Abitative che amministra i dirupati appartamenti
assegnati per due anni.
Tutto ciò accade a Roma con buona pace
della Costituzione più bella del mondo che è anche assai poco attuata.
Di fronte a tutto questo c’è da chiedersi
che fa l’UNAR nel suo ruolo di punto di raccordo e coordinamento della
Strategia Nazionale di Inclusione e se, per evitare che vicende
del genere continuino ad accadere, non sarebbe il caso di portarle
all’attenzione della Magistratura perché indaghi se nell’ac-caduto non si
rilevino responsabilità da perseguire sia a livello politico che al livello
amministrativo.
Intanto l’apartheid dei Rom e dei Sinti, a
Roma (e non solo) continua.