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domenica 14 luglio 2019

Ieri Iraq e Siria, domani Iran: l’America in Medio Oriente sa solo distruggere (e Trump c’entra poco) - Fulvio Scaglione




Nuove sanzioni, per rendere ancora più fragile la già precaria economia iraniana. E una pallida apertura diplomatica in forma di polpetta avvelenata: la pace in cambio di una revisione dell’accordo del 2015 sul nucleare, ma a condizioni così umilianti da risultare inaccettabili per Teheran. Ecco l’ultima mossa degli Usa. Da parte dell’Iran, minacce di ritorsione contro gli interessi degli Usa e dei loro alleati nella regione. Inutili nel gioco lungo, perché l’asse Usa-Arabia Saudita-Israele finirebbe comunque col prevalere, ma temibili nell’immediato.

Questo, però, è il giorno per giorno della crisi tra Usa e Iran, l’elenco dei titoli dei Tg. La sostanza è altrove, ed è terribile. Se appena ci guardiamo dietro le spalle, non possiamo non notare il cambio di paradigma. L’invasione internazionale dell’Afghanistan, nel 2001, e quella anglo-americana dell’Iraq nel 2003, avevano un tratto preciso in comune. Nell’uno come nell’altro caso, l’ambizione era di prendere un Paese e ricostruirlo con robuste iniezioni di cultura politica e tecnologia occidentale. Il famoso “nation building”. Magari con il contorno di un regime più o meno fasullo ma amico.

Sappiamo com’è andata. In Afghanistan, dopo diciotto anni, il potere legittimo si esercita sulla capitale Kabul e i dintorni mentre i talebani sono forti come non mai e trattano da pari a pari con gli americani, che non vedono l’ora di tornarsene a casa. Per questo bel risultato sono morti 110 mila afghani, dei quali più di 30 mila civili, accanto a 3.541 soldati della coalizione occidentale, tra i quali 54 italiani. Scenario simile, nella sostanza, in Iraq. Dopo l’invasione del 2003, gli occupanti inglesi e americani cercarono di amministrare il Paese, con risultati disastrosi. Poi passarono la mano a un governo locale, dominato dagli sciiti, che si comportò anche peggio. Risultato: tra mezzo milione e un milione di iracheni morti, migliaia di soldati caduti, un tale livello di insoddisfazione e instabilità da spingere le regioni sunnite a diventare un feudo dell’Isis.

Ultima considerazione. Linda Bailmes, economista di Harvard, ha calcolato il costo di quelle due guerre per i soli Stati Uniti. La cifra è astronomica: tra 4mila e 6mila miliardi di dollari a fine 2016, con operazioni militari prolungatesi per questi tre anni e destinate a durare ancora chissà quanto. Per farla breve: il famoso “nation building” è diventato impossibile, produce disastri. E infatti, come si diceva, il paradigma è cambiato. Siamo passati al disastro puro, senza alcun tentativo di costruire alcunché. È questa la lezione che ci arriva dalla Libia, dalla Siria e, in potenza, dall’Iran.
Il costo di quelle due guerre per i soli Stati Uniti. La cifra è astronomica: tra 4 mila e 6 mila miliardi di dollari a fine 2016

In Libia è stato abbattuto un regime forse odioso. Ma, soprattutto, è stato distrutto un Paese che nel 2011, al momento dell’attacco francese, inglese e americano, era il più sviluppato dell’Africa del Nord, tanto da essere ricettore di cospicui flussi migratori. Distruzione che, come si è visto, non portava con sé alcun progetto di “building”, né alla vecchia maniera del colonialismo classico (ti faccio la guerra e poi governo io) né alla maniera nuova del colonialismo contemporaneo (ti faccio la guerra e poi governa chi dico io).
Idem come sopra in Siria. Anche lì, l’ingerenza occidentale (che comincia nel 2012, con il ritiro degli ambasciatori e l’invio sul campo di tonnellate di armi) e ancor più quella delle potenze regionali (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, che parte già nel 2011, fin dai primi mesi della rivolta) non avevano alcun progetto per costruire una Siria nuova, a meno che non si consideri tale lo slogan “Assad must go” o lo pseudo-califfato di Al Baghdadi. L’idea era: intanto distruggiamo l’unità territoriale della Siria, poi qualcosa sarà.

Chi ha la sensazione che gli Usa abbiano un “piano per l’Iran”? Il progetto è uno solo: buttar giù quello che c’è e che, per una ragione o per l’altra, non ci piace
Con l’Iran si ragiona in modo analogo. Chi ha la sensazione che gli Usa abbiano un “piano per l’Iran”? Non saranno di certo i pur rispettabili esuli iraniani a prendere, domani, le redini del governo del Paese. Tra l’altro, gli esuli sono già stati usati con esiti terrificanti sia in Afghanistan sia in Iraq, meglio lasciar perdere. Certo, agli Usa piacerebbe insediare a Teheran un regime tipo Shah, con le donne in minigonna e la Savak (acronimo di Organizzazione nazionale per la sicurezza e l’informazione) a riempire le carceri. Ma con chi potrebbero farlo, appoggiandosi a quali forze? In realtà, anche qui, il progetto è uno solo: buttar giù quello che c’è e che, per una ragione o per l’altra, non ci piace.

Come si vede, questo c’entra poco con Donald Trump. L’Afghanistan e l’Iraq erano con George Bush, la Libia e la Siria con Barack Obama. Trump, con l’Iran, fa solo ciò che è nello spirito dei tempi. Neppure la superpotenza americana, oggi, può illudersi di praticare il “nation building” in Medio Oriente.
Mentre il livello dell’azione politica si abbassa (siamo ormai al puro bulldozer), però, s’innalza l’efficacia dell’azione distruttiva. Da un punto di vista pratico, drammaticamente concreto: sempre più morti, sempre più macerie. Ma anche da un punto di vista storico e civile. L’Afghanistan era il regno delle tribù, ed è frazionato in clan e gruppi etnici oggi come lo era nel 2001. L’Iraq era già una cosa diversa. Tripartito, con sciiti, sunniti e curdi a contendersi potere e influenze. E dominato da una dittatura orribile. Ma era anche un Paese che aveva lasciato intravvedere qualche embrionale tendenza a evolvere verso lo Stato nazione: durante la guerra contro l’Iran (1980-1988), gli sciiti iracheni avevano combattuto contro la loro patria spirituale, l’Iran, e per la loro patria legale, l’Iraq appunto.

Stesso discorso, ma più sviluppato per la Libia. Gheddafi era riuscito a compattare le tribù, quelle che ora galoppano nelle vaste praterie dell’anarchia, dentro uno schema comune. Da lui controllato e sfruttato, ovvio, ma anche capace di beneficiare quasi tutti. Un passo oltre con la Siria. Anche qui: dittatura familiare degli Assad e comunitaristica degli alawiti, ma con la lenta formazione di uno spirito nazionale che trascendeva le divisioni etnico-religiose. Tanto che negli anni terribili della guerra cominciata nel 2011, molti milioni di musulmani sunniti sono rimasti fedeli al Presidente alawita e al suo Governo. Se così non fosse stato, in un Paese dove i sunniti sono il 75% della popolazione la rivoluzione sponsorizzata dalle petromonarchie sunnite avrebbe vinto in due settimane.

L’apice si raggiunge con l’Iran che, con Egitto e Turchia, forma il trio degli unici, veri e compiuti Stati nazione del Medio Oriente. È chiaro che continuare ad abbattere le entità più solide avendo come massima ambizione, se tutto va bene, di sostituirle con piccole entità statuali a base etnico-religiosa, condanna la regione all’instabilità e alla guerra permanente. Il “fardello dell’uomo bianco” esaltato da Rudyard Kipling, che a fine Ottocento era descritto come una missione civilizzatrice a vantaggio dei popoli barbari, è diventato questo. Un esercizio di barbarie ai danni di chi vorrebbe civilizzarsi.

giovedì 2 agosto 2018

"Il razzismo è usato per dividere la classe lavoratrice" - Intervista di Lucía Mbomío a Keeanga-Yamahtta Taylor, attivista e scrittrice


(tradotto da  Alba Canelli)

Keeanga Yamahtta Taylor dice che il suo nome se lo inventò suo padre, dal momento che poter chiamare i suoi figli come voleva era l'unico spazio di libertà che avevano i neri negli anni '70 negli Stati Uniti. Più di quattro decenni dopo, beve dallo spirito ribelle di suo padre e lo porta oltre. Accademica, attivista e scrittrice, ha recentemente visitato Madrid per presentare il suo ultimo libro Un destello de libertad. De #BlackLivesMatter a la liberación negra (Ed. Traficantes de Sueños) e parliamo di razzismo, capitalismo, politica, cosa è stato realizzato e di quanto resta da fare. Molto.

Nel suo libro dice che l'80% delle persone uccise dalla polizia tra il 2007 e il 2013 erano afro-americani. Non sembra troppo esagerato dire che le vite nere negli Stati Uniti sono in pericolo ...

Il problema è che non si tratta solo di Philadelphia, ma dell'intero paese. In tutte le categorie che servono a misurare la qualità della vita, i neri sono nella posizione peggiore: in termini di povertà, disoccupazione, sottoccupazione o godimento delle risorse delle istituzioni pubbliche. Ma è anche il fatto che le persone muoiono per mano della polizia e la maggior parte sono afro-americani. Questo è uno dei motivi per cui emerge il movimento Black Lives Matter.

 

In termini politici, ci aspettavamo che Obama avrebbe fatto qualcosa, i neri avevano grandi aspettative per il fatto che fosse un presidente nero, quindi la delusione è stata enorme nel vedere che non era in grado, in molti casi, di svolgere il ruolo di mediatore. Né il razzismo né la brutalità della polizia erano nuovi, né le disuguaglianze strutturali, la verità è che nulla era nuovo, tranne l'aspettativa generata nei confronti dello Stato, non solo da Obama, ma anche dal numero di persone di colore nella sua amministrazione: la più alta concentrazione di professionisti neri nella storia dell'America. Tuttavia, tutto è rimasto lo stesso per i neri.

Trova scomodo criticare la gestione di Obama essendo nera?

No. Forse per alcune persone lo è, ma non per me e penso che nemmeno per i giovani afro-americani legati a Black Lives Matter. Ciò non significa che non sia peggio ora perché Trump è un razzista orribile e disgustoso, ma ciò non può offuscare la memoria di ciò che l'amministrazione Obama rappresentava. Quando Tryvon Martin è stato assassinato dalla polizia, Obama non si pronunciò; quando Troy Davis, un uomo di colore condannato a morte in Georgia, è stato giustiziato nel 2011, studenti neri di Washington DC hanno marciato verso la Corte Suprema e hanno manifestato in città. In quell'occasione nemmeno ci fu risposta da parte sua. La gente sapeva che non poteva fare nulla, ma aveva bisogno che lui dicesse qualcosa e non lo fece. Invece, dopo la morte di Troy Davis, mandò una persona bianca a dire che si trattava di una questione di Stato, non del governo federale. Quindi in tutti quei momenti critici, in cui ha avuto l'opportunità di connettersi con i neri che avevano votato per lui, si è rifiutato di farlo. Obama ha svolto un ruolo importante nel perpetuare le strutture razziste. Quindi non mi sento male per averlo criticato perché se lo merita, lo ha fatto fatalmente con il povero e il nero della classe lavoratrice.

Dai suoi testi si evince che il razzismo ha un genere

Certo, il razzismo contro gli uomini di colore negli Stati Uniti è più grave, ma per le donne nere ha un'altra dimensione. Mentre gli uomini sono stati arrestati in modo sproporzionato, le donne hanno subito le conseguenze di queste incarcerazioni di massa. Molte famiglie afro sono genitori single, è la donna che deve prendersi cura di tutto e la maggior parte di loro, guadagna meno di 15 dollari all'ora e devono affrontare gli sfratti.

Il femminismo deve comprendere che per capire la disuguaglianza che esiste sotto il capitalismo, deve essere consapevole delle condizioni in cui vivono le donne nere al fine di combattere e porre fine a quella situazione. Le donne nere rappresentano il ceto più basso nell'ordine sociale, non solo negli Stati Uniti ma nel mondo.

Cioè, razza e classe vanno di pari passo 

Certo che vanno di pari passo negli Stati Uniti. I neri sono in cima alla classifica della povertà della classe operaia. Svolgono i lavori peggiori, frequentano le peggiori scuole e hanno i peggiori livelli di accesso alle risorse. È importante capire la classe, ma anche vedere come il razzismo è usato per dividere la classe operaia e rendere più difficile, se non impossibile, unirsi a combattere per gli interessi comuni della classe lavoratrice.

Però pensa che anche i ricchi neri possano essere vittime del razzismo?

Certo, in effetti, è così, ma la loro posizione di classe cambia le loro esperienze. Possono essere monitorati in un negozio o essere ignorati da un taxi, che è molto spiacevole, senza dubbio, ma non hanno nulla a che fare con l'essere cacciati di casa da uno sfratto, essere uccisi o essere mandati in prigione per buona parte della loro vita.

Una delle novità tra la popolazione nera, negli ultimi 50 anni, è l'emergere di una divisione di classe. Dal movimento per i diritti civili degli anni '60, è stata creata una classe politica ed elitaria nera, piccola ma significativa. Sono molto pochi ma hanno molta visibilità e influenza tra gli afro-americani. Tuttavia, la realtà è che la maggior parte dei neri non sta bene, il sistema non funziona e le condizioni non sono cambiate molto negli ultimi cinquanta anni.

 

L'idea che ci sia uguaglianza negli Stati Uniti ignora che il razzismo è uno dei pilastri su cui si basava la costruzione del paese, fa parte di ciò che hanno fatto gli Stati Uniti nella nazione più potente del mondo. Pertanto, è molto difficile annullare qualcosa del genere.

Parte della strategia affinché nella classe operaia si diffidi l'un l'altro è creare stereotipi, nemici in mezzo a loro, dire che i latini portano via posti di lavoro, che i neri sono legati all'insicurezza e al crimine o che i musulmani sono terroristi ... In questo modo, continuiamo a confrontarci tra noi, mentre i ricchi sono più ricchi che mai.

Parlando della comunità latina, com'è vivere in un paese in cui ogni giorno ci sono notizie di deportazioni di persone, separazioni familiari, ecc.?

È orribile e penso che tu possa vedere il livello di terrore che esiste nella comunità latina a causa della mancanza di proteste contro ciò che sta accadendo. Vengo da Chicago, anche se vivo a Philadelphia, Chicago ha una delle maggiori concentrazioni di popolazione messicana negli Stati Uniti. Ho avuto un incontro in un istituto con giovani latini, molti dei quali privi di documenti, e mi hanno detto che non c'è nessuno nelle strade perché la gente ha paura che la polizia dell'immigrazione li scopra.

 

Nel 2006, 12 anni fa, quando il governo minacciava di cambiare le leggi sull'immigrazione in senso repressivo, migliaia di immigranti scesero in piazza per protestare, persone con documentazione o senza, ma ciò non sta accadendo ora, perché l'amministrazione Trump è, letteralmente, terrorista.

Questo non solo distrugge le famiglie latine, il governo è a favore della supremazia bianca, il che significa costantemente minacciare le persone nere e di colore che vivono "ai margini". Le persone che credono che questo riguardi solo gli immigrati, che non dovremmo preoccuparci perché non ci riguarda, dovrebbero sapere che la normalizzazione e la legittimazione di queste pratiche rendono possibile che finiscano per essere usate contro chiunque.

Ma c'è anche un altro tipo di notizie, ad esempio, l'elezione di Alexandria Ocasio-Cortez nelle primarie di New York del Partito Democratico, una donna, socialista, afro-latina che propone la creazione di un'assicurazione sanitaria universale, che le università siano libere o abolire la polizia dell'immigrazione, tra le altre cose.

Effettivamente. Nel 2016, quando Hillary Clinton ha risposto "Facciamo l'America, di nuovo grande" -Make America great again - da Trump con un "Gli Stati Uniti sono già grandi", mi sembrava una stupidaggine. Dire questo che mentre il movimento nero e altri di natura sociale stavano vivendo momenti di tensione e le persone si sentivano insicure, non aveva senso.

La vittoria di Ocasio-Cortez mostra che se presenti una proposta radicale alternativa, gli elettori la apprezzeranno. Il suo programma, in linea di principio, sembra essere in qualche modo isolato dal programma del Partito Democratico, quindi dovremo vedere quale sarà la sua relazione con esso e quali sfide saranno presentate. Non ci sono risposte facili, tuttavia, questo risultato chiarisce che se hai un messaggio dirompente e aggressivo puoi vincere.

Le strategie di attivismo della comunità nera sono cambiate: le Pantere Nere davano la colazione, dopo le lezioni scolastiche e mostravano le loro armi, quali sono quelle di Black Lives Matter, al momento?

È una grande domanda. Penso che non sia chiaro. Black Lives Matter è una rete decentralizzata, il movimento funge da ombrello per più di 50 o 60 organizzazioni, da due anni.

È molto positivo che ci chiediamo cosa vogliamo, perché, sebbene desideriamo migliorare la qualità della vita dei neri, non abbiamo chiaro come lo faremo. Dobbiamo analizzare molti aspetti importanti per noi: l'attivismo nei social network, il ruolo dei media, le prossime elezioni che si terranno nel 2020 o, addirittura, le proteste nelle strade. Una delle ultime era di recente a Philadelphia e la polizia ha sparato a un ragazzo nero di 17 anni. Ci sono state manifestazioni per tre o quattro giorni e molti arresti.

Il problema è che non ci sono abbastanza spazi democratici in cui discutere di come dovremmo essere, quali politiche e strategie sociali dovremmo seguire. Questi problemi sono costantemente in programma, ma non li abbiamo ancora discussi in modo pubblico.

Il passo successivo, dopo Black Lives Matter, secondo il titolo del suo ultimo libro, sarebbe la liberazione, quando e come?

È impossibile saperlo. Il titolo nasce perché credo che Black Lives Matter negli Stati Uniti, ha bisogno di aprirsi ad altre questioni e riflettere sulla natura della società americana. La maggior parte dei neri, come ho detto prima, appartiene alla classe lavoratrice o, direttamente, è povera. Bisogna chiedersi perché ed evitare analisi superficiali. Questo ci permette di capire che questo è un problema del sistema: il capitalismo e il razzismo sono intrecciati, quindi forse dovremmo pensare che la soluzione risieda in una società anticapitalista.

Fuori dagli Stati Uniti conosciamo i nomi di molti afroamericani che sono stati assassinati lì, ma cosa sa la comunità nera americana di ciò che accade fuori dai loro confini con i neri?

Credo che questa sia una delle debolezze del movimento, dobbiamo internazionalizzarci, avere una prospettiva globale e stabilire connessioni reali e utili tra gruppi di paesi diversi. Per me, è anche importante assumere responsabilità e conoscenza del posto che occupiamo nel mondo. Il governo degli Stati Uniti è uno dei grandi generatori di violenza sul pianeta e, sinceramente, non so se questa coscienza esiste.

A volte crediamo che essere neri e avere esperienze simili di razzismo sia sufficiente, ma no, dobbiamo conoscere la storia, perché ciò ci permetterà di comprendere le questioni che riguardano i rifugiati, ad esempio, molti dei quali sono africani.

 

Sarebbe importante per gli americani viaggiare, quando viaggi e incontri persone, ti rendi conto che queste persone sono come te, hanno famiglia, lavoro, sogni, persino vestiti come te. Ciò sembra ovvio, è essenziale negli Stati Uniti perché, a volte, crediamo che tutti quelli al di fuori del nostro paese siano completamente diversi. In questo modo è più facile per noi non rispondere quando i nostri governi lanciano bombe e uccidono a migliaia di chilometri dalle nostre case. D'altra parte, quando incontri persone esterne capisci che sono anche persone, ovunque si trovino. Sembra romantico, ma è vero ed è importante ricordarlo.

 

Donald Trump ha definito posti di merda altri paesi ma, in realtà, il posto di merda sono gli Stati Uniti. Le persone non hanno niente, vivono in povertà e sopravvivono con difficoltà e non lo sappiamo. Fa anche parte dell'apprendimento capire e smettere di pensare che gli Stati Uniti sono il posto migliore del mondo, perché non lo è.


da qui


venerdì 24 febbraio 2017

Il problema non è Trump. Siamo noi - John Pilger


Il giorno in cui Trump si insedierà da presidente, migliaia di scrittori negli Stati Uniti esprimeranno la loro indignazione: “Per guarire e andare avanti …” dice l’associazione Writers Resist “desideriamo evitare il discorso politico diretto, e preferiamo invece concentrarci su un futuro stimolante, e su modo in cui, in quanto scrittori,  possiamo essere una forza unificante per far avanzare le democrazia.”
E: “Esortiamo gli organizzatori e gli oratori locali a evitare di usare i nomi dei politici o di adottare un ‘anti’ linguaggio come punto centrale del loro evento di Writers Resist. E’ importante assicurarsi che le organizzazioni no profit, alle quali è proibito fare campagne politiche, si sentiranno sicuri quando parteciperanno e  sosterranno questi eventi.”
Si deve quindi evitare la protesta diretta, perché non è esente da tasse.
Paragonate questa banalità con le dichiarazioni del Congresso degli Scrittori Americani, svoltosi alla Carnegie Hall di New York nel 1935, e di nuovo due anni dopo. Erano eventi elettrizzanti, dove gli scrittori come affrontare gli infausti avvenimenti in Abissinia, Cina e Spagna. I telegrammi inviati da Thomas Mann, C Day Lewis, Upton Sinclair and Albert Einstein venivano letti ad alta voce e riflettevano la paura che i grandi poteri  erano ora dilaganti e che era diventato impossibile discutere di arte e letteratura senza la politica o, addirittura, senza un’azione politica  diretta.
“Uno scrittore,” disse la giornalista Martha Gellhorn durante il secondo congresso, “deve essere un uomo d’azione, adesso…un uomo che ha dato un anno della sua vita agli scioperi dei metalmeccanici, o ai disoccupati, o al problema dei pregiudizi razziali non ha perduto o sprecato il suo tempo. E’ un uomo che è consapevole della sua appartenenza.  Se doveste sopravvivere a un’azione del genere, quello che avrete da dire dopo in proposito sarà la verità,  necessaria  e  reale e che durerà.”
Le sue parole echeggiano in tutto il falso compiacimento e la violenza dell’era di Obama e del silenzio di coloro che sono stati collusi con i suoi inganni.
E’ un fatto incontrovertibile che la minaccia di un potere rapace e rampante fin da prima dell’ascesa di Trump, sia stato accettato dagli scrittori, molti dei quali privilegiati e famosi, e da coloro che sorvegliano i cancelli della critica letteraria, e della cultura, compresa quella popolare. Non è adatta a loro l’impossibilità di scrivere e promuovere la letteratura priva di politica. Non è adatta a loro la responsabilità di far sentire la propria voce, indipendentemente da chi occupi la Casa Bianca.
Oggi il falso simbolismo è tutto. La ‘identità’ è tutto. Nel 2016, Hillary Clinton marchiò milioni di elettori come “una massa di miserabili, razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi, islamafobi – chi più ne ha, più ne metta”. Le sue offese sono state “dispensate” a una dimostrazione di LGBT, come parte della sua cinica campagna per conquistarsi le minoranze maltrattando una maggioranza per lo più bianca e della classe operaia. Questo si  chiama: dividere e comandare (divide et impera, dicevano già gli antichi romani, n.d.t.), oppure politica di identità, in cui la razza e il genere nascondono la classe e permettono di combattere una guerra di classe. Trump lo ha capito.
“Quando la verità è sostituita dal silenzio,” diceva il poeta russo dissidente, Yevtushenko, “il silenzio è una bugia.”
Questo non è un fenomeno americano. Alcuni anni fa, Terry Eagleton, allora professore di letteratura inglese all’Università di Manchester, reputava che “per la prima volta in due secoli, non c’è nessun eminente poeta inglese o drammaturgo o romanziere che metta in discussione le basi del modo di vivere occidentale.”
Nessuno Shelley parla per i poveri, nessun Blake parla per i sogni utopici, nessun Byron maledice la corruzione della classe governante, nessun Thomas Carlyle e John Ruskin rivelano il disastro morale del capitalismo. William Morris, Oscar Wilde, HG Wells, George Bernard Shaw, attualmente non hanno equivalenti.  Harold Pinter è stato l’ultimo che ha fatto sentire la sua voce. Tra le attuali voci insistenti del femminismo da consumisti, echeggia quella di Virginia Woolf che descriveva “le arti del  dominare altre persone…di governare, uccidere, di  acquisire  terra e capitale”.
C’è qualcosa di venale e di profondamente stupido riguardo a scrittori famosi quando di avventurano fuori del mondo viziato e si dedicano a un “problema.” Nella sezione Recensioni, del Guardian del 10 dicembre, c’era una fotografia di un Barack Obama sognante che guardava il cielo, e le parole “Amazing Grace”  (Grazia Straordinaria, è un è un famoso inno cristiano del ‘700) e “Addio al capo”.
La piaggeria scorreva come un ruscello inquinato mormorante, pagina dopo pagina. “Era un personaggio vulnerabile per molti aspetti… Ma la grazia. La grazia onnicomprensiva: nei modi e nella forma,  nella discussione e nell’intelletto, con umorismo e bravura.
E’ un  vivo tributo a ciò che è stato e che può essere di nuovo…Sembra pronto a continuare a lottare e resta un campione formidabile da avere dalla nostra parte…La grazia, i livelli quasi surreali della sua grazia…”
Ho fuso insieme queste citazioni. Ce ne sono altre perfino più agiografiche  e prive di      attenuazione. Il principale difensore di Obama del Guardian, Gary Younge, è stato sempre attento ad attenuare,  a dire che il suo eroe “avrebbe potuto fare di più”: oh, ma c’erano le “soluzioni calme, misurate e consensuali…”
Nessuna di queste citazioni potrebbe, tuttavia, superare lo scrittore Ta-Nehisi Coates, il beneficiario di una borsa di studio per “i geni”, del valore di 625.000 dollari, assegnato da una fondazione liberale. In un saggio interminabile per The Atlantic, intitolato: “My President Was Black” (Il mio presidente era nero), Coates ha portato una nuova connotazione alla parola “prostrazione”. Nel “capitolo” finale, intitolato “Quando te nei sei andato, hai preso tutto me stesso con te, un verso di una canzone del cantautore Marving Young , scrive di aver visto gli Obama “uscire dalla limousine, uscire dalla paura, sorridendo,  sfidando  la disperazione, la storia, la gravità”. L’Ascensione, come minimo..
Uno degli elementi persistenti nella vita politica americana, è un estremismo cultuale che si avvicina al fascismo. A questo è stata data espressione ed è stato rafforzato durante i due mandati di Barack Obama. “Credo nell’eccezionalismo americano con ogni fibra del mio essere,” ha detto Obama che ha esteso il passatempo militare preferito dell’America, e gli squadroni della morte (operazioni speciali”), come nessun altro presidente aveva fatto fin dalla Guerra Fredda.
Secondo un’inchiesta del Consiglio per le relazioni internazionali, nel 2016 soltanto, Obama ha fatto cadere 26.171 bombe, cioè 72 bombe al giorno. Ha bombardato le persone più povere del mondo in Afghanistan, Libia, Yemen, Somalia, Siria, Iraq, Pakistan.
Ogni martedì, ha riferito il New York Times, sceglieva personalmente coloro che sarebbero stati uccisi per lo più  dai missili Hellfire  lanciati dai droni. Sono stati colpiti matrimoni, funerali, pastori, insieme a coloro che cercavano di raccogliere le parti dei corpi che  “decoravano” il cosiddetto “bersaglio terrorista”.
Un importantissimo senatore Repubblicano, Lindsay Graham, ha stimato approvandoli,  che i droni di Obama avessero ucciso 4.700 persone. “Delle volte si uccidono persone innocenti, ed è una cosa che odio,” ha detto Obama, “ma abbiamo fatto fuori dei membri molto importanti di Al Qaida.”
Come il fascismo degli anni ’30, le grosse bugie vengono  espresse  con la precisione di un metronomo: grazie a dei media onnipresenti la cui descrizione ora si adatta a quella dell’accusatore di Norimberga: “prima di ogni importante aggressione, con alcune eccezioni basate  sull’opportunità, hanno iniziato una campagna di stampa basata calcolata per indebolire le loro vittime e per preparare psicologicamente i Tedeschi….Nel sistema di propaganda… la radio e la stampa quotidiana erano le armi più importanti.
Consideriamo la catastrofe in Libia. Nel 2011 Obama disse che il presidente della Libia, Muammar Gaddafi stava pianificando il “genocidio” contro il suo stesso popolo.  “Sapevamo…che se avessimo aspettato un altro giorno, Bengasi, una città grande come Charlotte, avrebbe potuto subire un massacro che si sarebbe riverberato in tutta la regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo.”
Questa fu la nota bugia delle milizie islamiste di fronte alla sconfitta a opera delle forze del governo libico. Divenne la storia dei media; la Nato, guidata da Obama e da Hillary Clinton – lanciò 9.700 attacchi contro la Libia, di cui più di un terzo mirati a obiettivi civili. Si usarono testate a uranio; le città di Misurata e di Sirte vennero bombardate a tappeto. La Croce Rossa individuò fosse comuni, e l’Unicef riferì che “la maggior parte [dei bambini uccisi] avevano meno di 10 anni.”
Durante l’amministrazione Obama gli Stati Uniti hanno esteso le operazioni segrete delle “forze speciali” a 138 paesi, o al 70% della popolazione del mondo. Il primo presidente afro-americano ha dato il via quella che è stata equivalente a un’invasione su vasta scala dell’Africa. Ricordando la “Corsa all’Africa” alla fine del 19° secolo, il Comando Africano degli Stati Uniti (Africom), ha costruito una rete di “supplicanti”  tra regimi africani collaborazionisti, desiderosi di mazzette e di armamenti. La dottrina “da soldato a soldato” dell’Africom include ufficiali statunitensi a ogni livello di comando, dal generale al maresciallo. Mancano soltanto i caschi da esploratore.
E’ come se l’orgogliosa storia di liberazione dell’Africa, da Patrice Lumumba a Nelson Mandela, venisse consegnata all’oblio da un’ élite coloniale nera di un nuovo padrone, la cui “missione storica”, avvertiva Frantz Fanon mezzo secolo fa, è la promozione di “un capitalismo rampante anche se camuffato.”
E’ stato Obama che, nel 2011, annunciò quello che divenne noto come il “perno dell’Asia”, in cui quasi due terzi delle forze navali statunitensi sarebbero state trasferite nell’Asia del Pacifico per “confrontarsi con la Cina”, nelle parole del suo Segretario alla Difesa. Non c’era alcuna minaccia dalla Cina; tutta quella impresa non era necessaria. Era una provocazione estrema per fare contenti il Pentagono e i suoi alti ufficiali dementi.
Nel 2014, l’amministrazione Obama ha supervisionato e pagato un colpo di stato guidato da fascisti in Ucraina, contro il governo eletto democraticamente, minacciando la Russa sul suo confine occidentale attraverso il quale Hitler invase l’Unione Sovietica, con una perdita di 27 milioni di vite umane. E’ stato Obama a che ha piazzato i missili nell’Europa dell’Est, puntati verso la Russia, ed è stato il vincitore del Premio Nobel per la Pace che ha aumentato la spesa per le testate nucleari a un livello più alto di quello di qualsiasi amministrazione fin dalla guerra fredda – avendo promesso, in un discorso emozionante a Praga, di “contribuire a liberare il mondo dalle armi nucleari”.
Obama, l’avvocato costituzionalista, ha perseguito più “talpe”  di qualsiasi altro presidente della storia, anche se la costituzione degli Stati Uniti li protegge. Ha dichiarato Chelsea Manning colpevole prima della fine di un processo che era una farsa. Ha rifiutato di perdonare Manning che ha sofferto anni di trattamento inumano che l’ONU dice equivale alla tortura. Si è dedicato a un caso completamente fasullo contro Julian Assange. Ha promesso di chiudere Guantanamo e non lo ha fatto.
In seguito al disastro delle pubbliche relazioni di George W. Bush, Obama, il tranquillo organizzatore di comunità da Chicago attraverso Harvard, è stato reclutato per ripristinare quella che chiama la “leadership” in tutto il mondo. La decisione del comitato del comitato del Premio Nobel, faceva parte di questo: il tipo di stucchevole razzismo al contrario che ha beatificato l’uomo per nessun altro motivo se non quello che piaceva alle sensibilità liberali e, naturalmente, al potere americano, se non ai bambine che uccide nei paesi poveri e per lo più musulmani.
È questo il richiamo di Obama. Non è diverso da quello di un fischietto per cani: non può essere udito dalla maggior parte delle persone, ma è  irresistibile per gli infatuati e i tonti, in particolare per “i cervelli liberali marinati nella formaldeide della politica dell’identità”, come disse Luciana Bohne. “Quando Obama entra in una stanza”, diceva, esaltato, George Clooney, “si vuole  seguirlo e da qualche parte, da qualsiasi parte.”
William I. Robinson, professore presso l’Università della California, e componente di un gruppo incontaminato di pensatori strategici americani che hanno mantenuto la loro indipendenza durante gli anni dei richiami intellettuali per cani fin dall’11 settembre, la settimana scorsa ha scritto:
“Il presidente Barack Obama… potrebbe aver fatto più di chiunque altro per assicurare la vittoria di [Donald] Trump. Mentre l’elezione di Trump ha innescato una rapida espansione delle correnti fasciste della società civile negli Stati Uniti, un esito di tipo fascista per il sistema politico è lungi dall’essere inevitabile… Ma quella reazione richiede chiarezza su come siamo arrivati ad un precipizio così pericoloso. I semi del fascismo del 21° secolo sono stati piantati, fertilizzati e innaffiati dall’amministrazione Obama e dall’élite liberale politicamente fallita”.
Robinson sottolinea che “sia nel 20° secolo che nelle sue emergenti varianti del 21° secolo, il fascismo è, soprattutto, una risposta alla profonda crisi strutturale del capitalismo, come quella del 1930 e come quella che ha avuto inizio con la crisi finanziaria nel 2008… C’è una linea quasi retta qui da Obama a Trump… il rifiuto delle élite liberali di sfidare la rapacità del capitale transnazionale, e il suo marchio di identità politica sono serviti a nascondere il linguaggio delle classi lavoratrici e popolari… spingendo i lavoratori bianchi dentro una ‘identita’ di nazionalismo bianco e aiutando i neofascisti ad organizzarli”.
Il semenzaio è la Repubblica di Weimar di Obama, un paesaggio di povertà endemica, di polizia militarizzata e di prigioni barbariche: è la conseguenza di un estremismo “di mercato”, che, sotto la sua presidenza, ha indotto il trasferimento di $14 miliardi di dollari di denaro pubblico alle imprese criminali di Wall Street.
Il suo più grande “lascito” è forse la cooptazione e il disorientamento di una vera opposizione. La “rivoluzione” illusoria di Bernie Sanders non fa testo. La propaganda è il suo trionfo.
Le bugie sulla Russia – nelle cui elezioni gli Stati Uniti sono apertamente intervenuti – hanno reso i giornalisti più boriosi del mondo lo zimbello di tutti. Nel paese con la stampa più libera al mondo costituzionalmente, il giornalismo libero ora esiste soltanto nelle sue lodevoli eccezioni.
L’ossessione di Trump è una copertura per molti di coloro che si definiscono “liberali di sinistra”, quasi volessero rivendicare una decenza politica. Essi non sono “di sinistra”, e non sono neppure particolarmente “liberali”. Molte delle aggressioni degli Stati Uniti verso il resto dell’umanità sono arrivate dalle cosiddette amministrazioni democratiche liberali – come quella di Obama. Lo spettro politico americano si estende dal mitico centro ad una destra lunare. La “sinistra” sono i traditori senzatetto che Martha Gellhorn ha descritto come “una rara e totalmente lodevole confraternita”. Escludeva chi confonde la politica con la fissazione per il proprio ombelico.
Mentre “guariscono” e “vanno avanti”, gli attivisti di Writer Resist ed altri anti-Trumpisti rifletteranno su tutto questo? Più precisamente: quando sorgerà un vero e proprio movimento di opposizione? Arrabbiato, eloquente, tutti-per-uno-e-uno-per tutti. Fino a quando la vera politica non tornerà nella vita delle persone, il nemico non è Trump, siamo noi stessi.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Counterpunch
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0


lunedì 16 gennaio 2017

Trump, ora è un dovere tifare per lui - Fulvio Scaglione


Chissà che Presidente degli Usa sarà Donald Trump. A dispetto di quanto sentiamo da settimane, nessuno può dirlo. Magari sarà un disastro, e non sarebbe il primo, alla Casa Bianca. In quel caso prenderemo atto, e lo stesso faranno gli americani. Nel frattempo, i tifosi travestiti da esperti (gli stessi che trovarono geniale l’idea di invadere l’Iraq nel 2003, esclusero la vittoria della Brexit e diedero per scontato il trionfo di Hillary Clinton) dovrebbero spiegare perché, per dire, Rex Tillerson, amministratore delegato e presidente di ExxonMobil e come tale conoscitore dei politici e della politica mondiale, dovrebbe essere un segretario di Stato peggiore della Clinton o di John Kerry. O perché l’ex generale Michael Flynn, due vite nell’esercito (una come soldato in innumerevoli missioni, l’altra come capo della intelligence militare) dovrebbe essere per Trump un consigliere per la Sicurezza nazionale peggiore di quanto lo sia stata Susan Rice per Obama.

Ma appunto: vedremo e capiremo. Per il momento, però, una cosa è certa: la vittoria di Trump ha fatto impazzire il sistema di potere che ha retto gli Usa negli ultimi decenni. Basta osservare quello che succede. L’Fbi è messa sotto accusa dal Dipartimento di Giustizia per essersi mal comportata, nel pieno della campagna elettorale, annunciando di aver ripreso le indagini su Hillary Clinton. La stessa Fbi che viene citata a sostegno della tesi che la Russia ha lavorato in modo decisivo per far vincere Trump. In altre parole: l’agenzia è credibile se dà ragione a Obama, alla Clinton e al Partito democratico; ha torto, anzi va punita, se dubita del comportamento di qualcuno di loro.
Sempre a proposito di Fbi. Qualcuno dei molti che lo citano ha davvero letto il rapporto dell’agenzia sulle interferenze russe, quello intitolato “Grizzly Steppe – Russian Malicious Cyber Activity”? Vale la pena di leggerlo perché è pieno di nulla. Dice che i servizi segreti russi hanno penetrato le mail di un partito politico e mandato un sacco di virus nei computer di uffici governativi, università, think tank e partiti politici. Poi dà buoni consigli su come proteggere il proprio computer. Non una parola su cosa gli hacker del Cremlino avrebbero ottenuto, perché sarebbe troppo imbarazzante ripetere che le primarie del Partito democratico erano truccate a favore della Clinton (come risulta dalle e-mail interne al Partito democratico pubblicate da Wikileaks). Non una parola sull’interesse del Cremlino nel far vincere Trump.
Ed è forse questa la ragione per cui l’Fbi ora è trascinata in tribunale per ordine di Obama. Troppo poco impegnata, l’agenzia, nel compito di diffamare Trump. Perché è questo il vero obiettivo e lo si vede bene dall’altro rapporto, quello intitolato “Assessing Russian Activities and Intentions in Recent Us Elections”, firmato dal National Intelligence Council presieduto da Gregory Treverton, nominato da Obama nel 2014.
Ci sono le solite accuse alla Russia, che usa gli hacker e, non contenta, finanzia siti, radio e Tv che diffondono il suo punto di vista, pensa un pò. Ma il cuore del tutto sta in un piccolo paragrafo posto verso l’inizio, che dice: “Putin ha fatto molte esperienze positive con leader politici occidentali resi dai loro interessi d’affari più disponibili ad accordi con la Russia, come l’ex presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi e l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder” (pag.1). Infatti, com’è noto, e a prescindere da qualunque giudizio politico, con Berlusconi e Schroeder questi due Paesi, Italia e Germania, si sono sganciati dalla Nato, sono entrati in conflitto con gli Usa e sono diventati satelliti della Russia. Chissà che cosa avrebbe scritto, il buon Treverton, se avesse conosciuto Craxi e Andreotti!
A questo punto, puntualissimo, è arrivato il dossier su Trump e le prostitute a San Pietroburgo e Mosca, fatto filtrare ai giornali da vecchi arnesi dei servizi segreti al soldo di esponenti del Partito repubblicano. Perché il punto è proprio questo: la vittoria di Trump rischia di mettere in crisi un sistema di potere che negli Usa è sostenuto da entrambi i partiti. Nel 1999, quando si trattò di bombardare la Serbia, fu il senatore democratico del Delaware ad andare a convincere il Congresso: tale Joseph Biden, per otto anni vice di Barack Obama alla Casa Bianca. E nel 2003, quando si trattò di autorizzare l’uso delle armi contro l’Iraq, 82 parlamentari democratici si unirono a 215 repubblicani per varare l’invasione.
Questo sistema si regge sulla famosa teoria della “esportazione della democrazia”, varata nel 1989, subito dopo il crollo del Muro di Berlino, dal presidente George Bush senior e dal suo segretario di Stato James Baker. Una bandiera in apparenza nobile ma sventolata solo per coprire il disegno degli Usa, teso a impedire la rinascita di Russia e Cina, a bloccare qualunque riavvicinamento tra Russia ed Europa, a ridisegnare il volto dei Balcani e poi del Medio Oriente. Un obiettivo strategico caro ai vertici del Partito democratico come ai neo-con. Dopo Bush senior, infatti, Bill Clinton, George Bush junior e Barack Obama (distrutta la Libia, aggravata la crisi in Siria, destabilizzata l’Ucraina. Ispirato o organizzato il golpe contro Erdogan, forse?) sono stati i fedeli continuatori di quella linea. E lo sarebbe stata anche Hillary Clinton, non a caso neanche tanto velatamente apprezzata dai pezzi grossi del Partito repubblicano, i vari Bush, Romney, McCain, se non le fosse esplosa tra i piedi l’inattesa bomba Trump.
Per questo ora Obama usa i suoi ultimi giorni da Presidente e mette all’opera i funzionari da lui stesso nominati per screditare l’intruso Trump, gettare le basi per un eventuale impeachment e, soprattutto, tentare di rendere impossibile al successore qualunque scarto dalla rotta demo-neo-con tracciata negli ultimi decenni. Vedremo come reagirà Trump a questa campagna che è di una violenza senza precedenti nella storia degli Usa. Ma considerato anche solo il sangue sparso dal premio Nobel per la Pace Obama, diventa inevitabile, e moralmente sano, fare il tifo per il palazzinaro dai capelli tinti, buzzurro amico dei russi. Sperando intanto che sappia pure fare il Presidente.

domenica 1 gennaio 2017

Obama. Il ruggito del coniglio - Fulvio Scaglione


Più si avvicina il momento di lasciare la Casa Bianca, più Barack Obama tira fuori la grinta. È un fenomeno portentoso, perché rappresenta perfettamente la parabola di questo Amleto che ha fatto carriera grazie al bell’aspetto e la bella parola. Obama, infatti, è il Presidente che non ha saputo decidere mai. Che fare in Afghanistan? Boh! Chiudere Guantanamo? Chissà. Essere amici o nemici della Turchia di Erdogan? Parliamone. Bloccare le violenze della polizia sui neri? Ehhhhh…. Frenare il libero commercio delle armi entro i confini degli Usa? Certo, però…

In compenso, quando ha provato a decidere ha generato soprattutto pasticci. Cameron e Sarkozy bombardano la Libia? Massì, pensa Obama, anche noi americani, ma solo un pochino. Ritirarsi o no dall’Iraq? Ecco pronto un bel ritiro che spalanca le porte all’Isis. C’è la guerra civile in Siria? Armiamo subito i ribelli anche se, ops, le armi finiscono poi ai jihadisti. Appoggiamo il colpo di Stato in Ucraina? Come no, peccato che poi scoppi una guerra.
Uno dei più disastrosi indecisi della politica internazionale di tutti i tempi, ora che ha già un piede fuori dalla Casa Bianca, si mostra invece decisissimo. Obama ha passato otto anni a sonnecchiare sul tema Israele-palestinesi e a farsi sbeffeggiare da Benjamin “Bibi” Netanyahu, che è quel che è ma ha più palle di Barack e Michelle messi insieme, e infatti non ha avuto alcun timore ad andare allo stesso Congresso Usa a sparlare del rivale. Adesso, però, Obama ha scoperto che il Governo di Israele va a caccia della terra e ha deciso che basta, è ora di finirla. Così ordina che gli Usa si astengano all’Onu e facciano passare la Risoluzione che condanna gli insediamenti israeliani. Adesso? Sono decenni che la strategia degli insediamenti è l’architrave della politica di Israele, e Obama si sveglia adesso.
Allo stesso modo, sempre col famoso piedino oltre la porta, Obama decide a destra e a manca. Sfrutta una oscura legge del 1953 per bloccare ogni nuova trivellazione petrolifera nell’Artico e in parte dell’Atlantico. Vara nuove sanzioni contro la Russia che, manovrando gli hacker, a suo dire ha fatto perdere a Hillary Clinton e al Partito democratico una presidenza che pareva sicura. Sempre in tema di sanzioni contro la Russia, ha provato a convincere gli europei a rinnovare le loro, senza riuscirci. Per la Siria, ordina di fornire ancora armi e quattrini ai famosi “ribelli moderati”, ben sapendo che poi sarà Al Nusra ad approfittarne.  Insomma, Obama si dà da fare per lasciare in eredità a Donald Trump il maggio numero possibile di casini.
Umanamente, come non capirlo? Gli rode. In più, trasuda disprezzo per Trump. Politicamente, invece, è l’Obama di sempre: pieno di stile ma piccolo e inconcludente. Questa corsa a disseminare di trappole l’avvio presidenziale del successore non è solo piccina ma controproducente. Prendiamo le trivellazioni petrolifere. Gli Usa sono già il primo produttore di gas e di petrolio al mondo e lo sono diventati proprio sotto le presidenze Obama, sfruttando la tecnologia del fracking (o fratturazione idraulica) che molti ecologisti considerano poco meno pericolosa  per l’ambiente delle trivellazioni in mare. È un dispettuccio quel divieto, che in pratica non farà danni a Trump ma gli offrirà il destro per polemizzare contro il predecessore, disposto a sacrificare il benessere degli americani per dar retta agli attivisti. Polemica che Trump ha usato per tutta la campagna elettorale, con i risultati che abbiamo visto.
Peggio ancora per le polemiche e le ritorsioni contro la Russia. Acuire, oggi, la crisi con il Cremlino non farà che riavvicinare Trump a Putin, domani. Dopo quanto è successo in Siria e in Iraq (riconquista di Aleppo e stallo della campagna per liberare Mosul), dopo il gelo calato nei rapporti tra Usa e Turchia e considerando la posizione ostile della nuova Casa Bianca all’accordo sul nucleare con l’Iran, Trump di tutto avrà bisogno tranne che di un confronto diretto con Mosca. E Putin ha già fatto sapere di essere più che disposto a trovare un’intesa.
Per non parlare di Israele. Avendo inghiottito tutto l’inghiottibile (e anche di più) per otto anni senza cavare un ragno dal buco per troppa mollezza, Obama con la sparatina finale all’Onu non otterrà altro risultato che favorire i rapporti tra Netanyahu e Trump. E forse riuscirà pure a disgustare un po’ degli ebrei americani che prima si era tanto sforzato di compiacere e che alle ultime presidenziali hanno votato al 70% e oltre in favore di Hillary Clinton, cioè del candidato democratico.
Michelle, Malia, Sasha… Voi che gli volete bene, ditegli di smettere. O dell’ex grande speranza americana resterà un solo ricordo: quello del Presidente che non sapeva vincere e non sapeva perdere

mercoledì 30 novembre 2016

Edizione straordinaria

intercettato un tweet di Obama (il presidente del vorrei ma non posso) – eccolo in esclusiva:


giovedì 17 novembre 2016

Where have all the democratic voters gone?


Hillary Clinton ha preso più voti popolari di Trump, dicono in molti guardando ai numeri.
è vero, nessuno dice di no.
però ci sono due ma.
un piccolo ma: il sistema elettorale, le regole del gioco sono quelle che sono, e non le si può cambiare con effetto retroattivo;
un grande ma: nel 2008 Obama aveva preso 10 milioni di voti popolari in più dello sfidante repubblicano, nel 2012 aveva preso 5 milioni di voti popolari in più dello sfidante repubblicano, nel 2016 Hillary Clinton ha preso 200mila voti popolari in più di Trump (praticamente un fotofinish, da qui)
la domanda importante è:
Where have all the democratic voters gone? 
The answer is blowing in the wind.

sabato 12 novembre 2016

Ma davvero Donald Trump sarebbe un “working class hero”? - Gennaro Carotenuto


Credo che stia passando un’interpretazione del voto USA fuorviante e pericolosa per la quale Trump si rivelerebbe una sorta di “working class hero”. Vorrei invitare a riflettere su alcune questioni.
Leggo in giro che Berny Sanders, degnissima persona e con una visione politica moderna e perciò considerato un pericoloso sovversivo, sarebbe stato bloccato da losche manovre dell’establishment in favore di Clinton, altrimenti questi avrebbe sicuramente battuto Trump. Non pensate che le praterie aperte al centro da un candidato ben a sinistra di Obama avrebbero reso incomparabile la situazione? E questo famoso establishment è davvero incarnato solo da Hillary Clinton e solo dal partito democratico come sembrano credere gli elettori di Trump e molti critici da sinistra? Ma davvero i colletti blu del Midwest sarebbero arrivati a Trump da sinistra, perché delusi dal “pd”? E davvero Trump sarebbe un campione anti-globalizzazione e anti-establishment? E se qualcuno lo pensa dovremmo blandirlo dandogli ragione?
Credo sia più ragionevole pensare il contrario e abituarsi a ridefinire gli spazi politici in ragione di ciò. Gli stati industriali dei quali si parla, Ohio, Pennsylvania, Michigan, per tacere della Florida, che pure avevano votato per Obama, negli ultimi trent’anni hanno tutti votato due volte per Reagan, almeno una per Bush padre, alcuni anche per il figlio; altro che roccaforti di sinistra come vengono descritti da analisi miopi o forse più interessate ad incolpare qualcuno (la candidata o il partito) che a cercare di capire.
Sono spezzoni della società occidentale, nel Midwest statunitense come nella fascia pedemontana del Nord Italia o nelle Midlands inglesi o nel Sud-est della Francia, identificabili come la parte più debole del blocco sociale che ha beneficiato e assicurato il consenso al modello economico vigente. In gran parte, oramai abbiamo pacchi di dati, gli elettori di Trump sono uomini, baby-boomers o poco meno. Come chi ha votato la Brexit, spesso non hanno studiato, ma se la sono cavata benino o bene per buona parte della loro vita. Con un’espressione azzeccata, hanno preso “il miglior slot della storia”, e si sono creduti élite senza esserlo, potendo permettersi piccoli lussi anche partendo da lavori subalterni perché c’era chi era più subalterno di loro, ma altrove nel mondo; occhio non vede, cuore non duole. Quando la crisi è arrivata da loro, lungi da mettere in dubbio la loro pretesa centralità, sono slittati verso posizioni xenofobe e di suprematismo bianco, liberi di credere alle balle di Trump o Le Pen o Salvini, in un processo ben più vasto e pericoloso, indipendente dall’insipienza dei centro-sinistra come li abbiamo conosciuti nell’ultimo quarto di secolo.
Questa massa di manovra delle destre viene blandita rappresentandola come vittima dei privilegi concessi ai migranti o di una globalizzazione che dal 2008 morde anche loro, dopo che per decenni ne hanno goduto consumando prodotti confezionati da bambini pakistani o da donne chihuahuensi pagate al mese come loro per un giorno. La festa nel Walmart globale è finita e la colpa sarebbe delle donne di Ciudad Juárez o del tipo salvadoregno che pulisce i bagni del loro bar per un salario di fame? Di fronte a tanta bassezza, alla disinformazione e all’ignoranza crassa che si fa stupidità, all’odio sparso a piene mani verso chi ha la sola colpa di avere più fame, solo la fine imminente del predominio del maschio bianco, che con Trump potrebbe aver vinto una delle ultime partite, può mettere in moto un circolo virtuoso che li metta in condizione di non nuocere. Questo in Italia si declina con la più urgente delle battaglie democratiche: il ripristino del suffragio universale da tempo negato con la cittadinanza, ovvero lo Ius soli subito.
Fin dalle ore successive alle elezioni è iniziata intanto una vasta operazione di ripulitura dell’immagine di Trump, ora che questi andrà alla Casa Bianca. Ma checché ne pensi l’Huffington Post – che dopo averlo apostrofato come razzista per mesi ha pubblicamente deciso che non lo chiamerà più così, ipocriti – anche dalla Casa Bianca Trump resterà un bugiardo matricolato, parafascista, xenofobo, sessista, oltre che espressione di una classe dirigente infinitamente ricca e rapace, che lo ha per un po’ osteggiato per venire rapidamente a patti con lui, così come i suoi elettori restano una manica di reazionari, bigotti, fanatici delle armi e membri del Ku Klux Klan o aspiranti tali con i quali personalmente non andrei a cena.
In conclusione il voto statunitense intercetta un cambio sociale più vasto che ci porta sempre più fuori dal Novecento al quale in troppi sembrano continuare a far riferimento per ogni analisi. Un articolo del Guardian sostiene – in maniera un po’ trita – che il Partito Democratico non rappresenti più la classe operaia. È così, ma prendiamone atto. Ancora per un po’ rappresenterà le minoranze, che però si avviano a non essere più tali. Anche il Partito Repubblicano non rappresenta più le classi dirigenti e lo stesso vale in Europa. Il soggetto tipico della politica novecentesca (la classe, il partito) si rideclina ora su linee diverse, nessuna delle quali ha come obbiettivo ultimo il superamento di questo modello sociale. Il riallineamento è per affinità più che per classe e il conflitto capitale/lavoro è solo una delle variabili tra destra e sinistra con quest’ultima che da mezzo secolo ha trovato un nuovo specifico nel farsi interprete della complessità dei diritti laddove la destra insiste a negarli. Se Obama firma accordi sul clima dai quali Trump recederà, io non sto col partito delle ciminiere, anche se questo crea lavoro qui e ora ma anche cancro e cambio climatico. Gli esempi sono infiniti, a partire dalla divisione pro-life/pro-choice.
Si leggono in queste ore sulle due sponde dell’Oceano, da Zucconi in giù, un mare di compiaciute stupidaggini: Trump sarebbe la rivincita dei carnivori sui vegetariani, del divano sullo yoga, del SUV sulla bicicletta. Dilaga ben oltre il Giornale e Libero, il revanscismo contro l’odiato politicamente corretto. Ne godono, riecheggiando una volta di più il disprezzo per il “culturame” scelbiano, con annesso invito ad autofustigarci.
Cosa dovremmo fare, smettere di differenziare la rumenta perché gli elettori di Trump si scocciano? Diventare un po’ razzisti e plaudere al diritto di espellere dal quartiere chi ha una sfumatura di pelle diversa o usa spezie per cucinare? Condividere la speranza che almeno qualche barcone affondi, altrimenti non siamo in sintonia con la gente per bene dell’Idaho o di Gorino? Concedere che la pena di morte quando ci vuole ci vuole e che in fondo tutti i guai sono cominciati con la parità di genere? Stare – come i bravi blue collar del Midwest – con chi pensa che la salute non sia un diritto e che Obamacare sia un peccato? Andare incontro al disastro ambientale per compiacere chi vuol andare in giro con mostri da un litro di benzina al km? Sommarci alla canea sessista che sta massacrando Hillary Clinton – anche dalla presunta sinistra – con particolare accanimento, ben oltre le sue responsabilità? Farci piacere Trump come sanguigna espressione popolare? E perché non Bossi e Gentilini allora?
da qui

giovedì 27 ottobre 2016

Anwar al-Awlaki e gli omicidi ‘smart’ di Obama - Joshua Evangelista

Il futuro Presidente degli USA erediterà squadroni pronti a uccidere persone sospette in tutto il mondo. Anche americane.

Jeremy Scahill non si è mai fatto intimorire dall’effige salvifica del premio Nobel per la pace. Se c’è qualcuno che è riuscito a raccontare la continuità strategica delle campagne militari di Bill Clinton, Bush jr e dell’ex senatore dell’Illinois, quello è sicuramente lui.
In Dirty Wars, the World is a battlefield (2013, incredibilmente mai tradotto in italiano), racconta in 642 pagine le guerre segrete condotte dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre. Il libro è diventato anche un film candidato agli Oscar come miglior documentario (spettacolare e coinvolgente ma decisamente meno accurato).
Inviato di guerra di lungo corso e firma di spicco dell’Intercept, Scahill sceglie il punto di vista delle vittime per dimostrare, numeri alla mano, che i targeted killings di Obama hanno di fatto cementato le politiche della precedente amministrazione, che aveva dichiarato che il mondo intero fosse “un campo di battaglia”.
Bilanciando uno studio dettagliato degli ultimi decenni di politica estera americana con storie raccolte personalmente in Afghanistan, Pakistan, Somalia e Yemen (oltre a interviste con soldati e ufficiali della National Security Agency), Scahill sviscera il concetto di America come iper-potenza attraverso l’incredibile evoluzione del Comando congiunto per le operazioni speciali (JSOC). Quello che, per intenderci, ha ucciso Osama Bin Laden ad Abbottabad.
Proprio in seguito all’uccisione del numero uno di Al Qaeda l’élite del JSOC, fino ad allora sconosciuta ai più, è diventata famosa in tutto il mondo. Di lista in lista, i suoi membri si sono impegnati nell’uccidere “nemici della libertà” in giro per il globo.


 


AMERICANI NEMICI DELL’AMERICA

Tra questi ci sono anche due cittadini americani: Anwar al-Awlaki e il figlio sedicenne Abdulrahman. Nato a Las Cruces, New Mexico, da una coppia di migranti yemeniti, Anwar è diventato target primario del governo. Creando un precedente non di poco conto: per la prima volta un presidente americano ha ordinato l’uccisione di un cittadino statunitense senza passare per una richiesta di estradizione e un regolare processo davanti a una corte.
I droni USA dispiegati in Yemen riescono ad ucciderlo il 30 settembre 2011, in seguito a diversi tentativi fallimentari. Due settimane dopo, è il turno del figlioletto Abdulrahman, colpito misteriosamente a Shabwa, dove si era recato in cerca del padre.


11 Settembre e islam moderato


L’11 settembre 2001 al-Awlaki era imam della moschea Dar al-Hijrah, nella Virginia del Nord. Fu una delle prime autorità musulmane americane a condannare gli attacchi terroristici, diventando ben presto icona progressista, addirittura colui che avrebbe potuto “colmare il divario tra gli Stati Uniti e la comunità mondiale dei musulmani “.
Per capire il grado di autorevolezza che stava raggiungendo proprio nel periodo peggiore per i musulmani americani, basti pensare che fu invitato al Pentagono dal Ministero della Difesa per tenere delle conferenze sul dialogo inter-religioso, finendo sulle copertine dei principali giornali americani.


Radicalizzazione

Con l’esplosione delle “guerre al terrorismo” in Afghanistan e in Iraq, Anwar al-Awlaki diventò sempre più duro e radicale contro la politica di Bush, si trasferì nello Yemen e pubblicò su Internet video-sermoni che inneggiavano il jihad contro l’America.
La domanda alla base delle indagini di Scahill è: “Cosa serve affinché un cittadino statunitense venga inserito nella lista della Cia delle persone da uccidere?”


CONDANNA SENZA PROVE

Per trovare delle risposte è necessario andare oltre la “cartoonizzazione” del personaggio al-Awlaki, “un tizio in giacca mimetica che in qualche modo è diventato un estremista che vuole praticare il jihad armato contro gli Stati Uniti”. Il giornalista americano ha indagato sull’evoluzione sia della sfera privata che di quella pubblica della vita dell’imam, supponendo che essa sia stata “il prodotto della politica estera americana”.
Al-Awlaki non è mai stato accusato di alcun crimine e nessuna prova è stata presentata ufficialmente contro di lui: perché la Casa Bianca ha preferito ucciderlo invece di incriminarlo e, quindi, chiedere al governo dello Yemen la sua estradizione? È sufficiente odiare l’America per essere uccisi? E, in ultima analisi, perché è stato ucciso anche il figlio Abdulrahman? Su quest’ultimo punto Scahill azzarda delle ipotesi: “Per il suo cognome? Per quello che potrebbe diventare un giorno?”


Una storia americana

Nasser, il padre di Anwar, si era trasferito da Sana’a a Lawrence, Kansas, dove aveva conseguito un dottorato di ricerca. Tornato nello Yemen, era diventato Ministro dell’agricoltura sotto Ali Abdullah Saleh.
A Sana’a, Scahill ha incontrato Nasser al-Awlaki prima e dopo l’uccisione del nipote Abdulrahman. Allo stesso tempo, ha intervistato numerosi ufficiali e analisti, come Phil Giraldi e Joshua Foust (che ha lavorato per la Defence Intelligence Agency durante la prima amministrazione Obama), a proposito delle indagini effettuate sull’imam da FBI e CIA dal 2001 in poi.
Ha anche condotto un’attenta esegesi del blog di al-Awlaki e del modo in cui il tono della sua scrittura cambiava di post in post, fino a quando gli Stati Uniti avevano oscurato il sito e lui aveva cancellato ogni traccia digitale che avrebbe potuto condurre gli americani ai suoi nascondigli.


CARCERE E ISOLAMENTO

Nel 2002 Al-Awlaki aveva lasciato gli Stati Uniti (solo due anni prima aveva invitato i musulmani americani a votare Bush perché ideologicamente più vicino al conservatorismo islamico rispetto ad Al Gore) per trasferirsi in Gran Bretagna e infine nelloYemen, dove era stato arrestato dalle autorità locali su ordine di Washington.
Un anno e mezzo rinchiuso senza alcuna accusa, di cui 17 mesi in isolamento. “Una volta rilasciato, al-Awlaki era un uomo cambiato. E quando ha scoperto che il JSOC lo cercava per ucciderlo, la trasformazione era ormai completa”, dice l’autore nel voice-over del documentario.


Le guerre sporche

Il caso al-Awlaki ha cambiato radicalmente l’approccio di Scahill all’indagine che stava conducendo sui target del JSOC, “la più grande storia su cui io abbia mai indagato”. Anwar al-Awlaki e il figlio adolescente nato a Denver diventano due figure centrali per allacciare tra loro le morti intelligenti ordinate da Obama e, più in generale, per avere un’immagine d’insieme delle guerre segrete americane gestite dal Joint Special Operations Command. Un programma altamente strutturato di omicidi non regolamentati che ha portato a operazioni in Afghanistan, Yemen, Somalia, Perù, Filippine, Pakistan, Georgia, Algeria, Indonesia, Thailandia e Giordania.
Il caso Awlaki è centrale per diversi motivi. Prima di tutto, in America è ancora dibattuto il modo in cui media e politici hanno determinato che l’imam fosse un rischio effettivo per la sicurezza nazionale e, senza aver alcuna prova, che fosse uno dei leader dell’AQAP, Al-Qaeda in the Arabian Peninsula.
E se l’uccisione del giovane Abdulrahman ha colpito personalmente Scahill (“Mi ha sventrato”, ha detto in un’intervista rilasciata Huffington Post), l’indagine ha permesso all’autore di raccontare a un pubblico ampio la dittatura dell’alleato Abd Allah Saleh (a cui dedica un intero capitolo) e di come il suo rapporto personale con George W. Bush prima e Barack Obama dopo sia stato determinante per portare a termine per le uccisioni mirate nello Yemen.
Attraverso la storia di Awlaki emerge l’arresto di un personaggio meno noto: il giornalista investigativo Abdulelah Haider Shaye, un’eccellenza dell’informazione yemenita, che aveva raccontato la strage del 17 dicembre 2009, quando missili da crociera BGM-109 Tomahawk erano stati lanciati dagli americani nei pressi del villaggio di al-Majalah, nel sud dello Yemen, uccidendo 41 civili (di cui 14 donne e 21 bambini). Famoso anche per aver intervistato vari leader di Al-Qaeda (così come lo stesso Awlaki), fu accusato di terrorismo e condannato a cinque anni di carcere. Curiosamente, il caso fu seguito personalmente da Barack Obama, che telefonò ad Ali Abdullah Saleh ponendo di fatto il veto per un eventuale rilascio.
Le uccisioni “intelligenti” sono continuate senza intoppi anche dopo la morte di Anwar al-Awlaki, nonostante l’irrobustimento del dibattito nazionale sull’uso dei droni e dei targeted killings. Del resto, spiega Scahill, “oltre confine non esiste più alcuna empatia”.
da qui