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giovedì 19 ottobre 2017

racconta Fabio Geda

Trovo finalmente il tempo di raccontare una cosa successa in Sardegna qualche settimana fa. Mi è testimone Aldo Addis che essendo libraio è al di sopra di ogni sospetto (chiunque faccia il libraio è al di sopra di ogni sospetto).
Sto andando a Cagliari, al Festival Tuttestorie della Letteratura per ragazzi. Mi imbarco a Torino per Fiumicino. A Fiumicino raggiungo il gate B4, dove parte l'aereo per Cagliari. Arriva l'ora dell'imbarco. In tasca ho ancora la carta d'identità mostrata a Caselle e il biglietto è salvato nel wallet dell'iPhone per cui, come niente fosse, acchiappo la borsa e in un attimo sono sull'aereo. Mentre decolliamo mi chiedo: Dove ho messo le cuffiette dell'iPhone? Mi rispondo: Nella tasca del giubbotto. Mi chiedo: Dove ho messo il giubbotto?
In quell'istante lo so. Ho fatto la cazzata. Ho lasciato il giubbotto sulla sedia, al gate B4. In tasca, oltre alle cuffiette, il portafoglio con patente, bancomat, contanti. Appena arriviamo in quota, appena posso slacciare la cintura di sicurezza, vado dalla hostess. Senta, dico, sono un idiota, ho lasciato giubbotto e portafoglio al gate da cui siamo appena partiti. Può per favore avvisare qualcuno in aeroporto che lo prenda e lo conservi? Tra cinque giorni ripasso da Fiumicino e lo recupero. Risposta: No, non è possibile. Io: Perché non è possibile? Lei: Perché non fa parte delle procedure. Deve rivolgersi al lost and found di Cagliari quando atterriamo.
Basito dal fatto che non si possa avvisare qualcuno del personale di terra che prenda in consegna il mio giubbotto e il mio portafoglio penso che per fortuna in quarantacinque minuti sarò a Cagliari. A Cagliari, atterrato, vado al lost and found, spiego la situazione e loro mi dicono che devo chiamare il lost and found di Fiumicino. Mi danno il numero. Salve, mi chiamo così e così ed è successo questo e questo, potete mandare qualcuno a recuperare giubbotto e portafoglio al gate B4? Risposta: No, non è possibile. Io: Perché non è possibile? Loro: Perché non fa parte delle procedure. Io: E quali sono le procedure? Loro: Qualcuno deve avvisare la sicurezza che c'è un oggetto abbandonato. Io: Occhei, potete avvisare voi la sicurezza che il giubbotto è abbandonato su una sedia al gate B4 o posso io telefonare alla sicurezza per dire che il mio giubbotto è abbandonato su una sedia al gate B4? Loro: No, non è possibile. Io: Perché non è possibile? Loro: Perché chi avvisa la sicurezza che c'è un oggetto abbandonato dev'essere presente sul luogo e permettere alla sicurezza di registrare le sue generalità.
Scusi. E quindi? Loro: Quindi lei non può fare altro che continuare a telefonarci per sapere se qualcuno ha consegnato alla sicurezza il suo giubbotto.
Immaginatevi la scena. Io sono a Cagliari. Giubbotto e portafoglio sono su una sedia a Fiumicino. Gli addetti alla sicurezza e al lost and found si trovano a meno di cinque minuti a piedi e non è tecnicamente previsto che uno di loro vada a prenderlo.
Chiamo ogni ora fino alle undici di sera: nessuno ha consegnato il mio giubbotto. Chiamo la mattina dopo dalle otto fino a dopo pranzo: nessuno ha consegnato il mio giubbotto. Quindi lo dò per perso. Blocco il bancomat eccetera. Uff.
Quattro giorni dopo sono con Aldo e con Lìberos in una scuola media di Valledoria. Incontro non semplice che porto a casa con discreto successo. Alla fine sono circondato da ragazzini che vogliono ancora dirmi una roba, chiedermi una roba, farmi vedere una roba, e d'un tratto, in quel marasma totale, alzo gli occhi e davanti a me c'è una donna che immagino nordafricana. In una mano ha il mio giubbotto. Nell'altra il mio portafoglio. Mi dice: Ti ho cercato. Questi sono tuoi.
Io non credo ai miei occhi. Non capisco. Cosa ci fanno il mio giubbotto e il mio portafoglio abbandonati a Fiumicino, a Valledoria, tra le mani di una donna nordafricana? Balbetto: Grazie. Ma. Com'è che li hai tu? Chi sei? Lei con un accento marcato ripete: Ti ho cercato su Facebook. Te li ho portati. Io prendo il giubbotto, prendo il portafoglio, lo apro. Lei dice: C'è ancora tutto. (E intanto attorno ragazzini che mi tirano la camicia, uno che mi chiede se esiste il libro di Stranger Things, un'altro che mi chiede se gli firmo il diario). Sono stordito. Mi sporgo e abbraccio la donna. Lei ricambia. Dico: Ma grazie. Ma spiegami. Lei parla di un volo da Fiumicino, stesso pomeriggio, stesso gate. Mi ha cercato su Facebook. (Intorno i ragazzini che ridono e parlano e chiedono).
Vorrei fare altre cinquanta domande, ma sono troppo confuso, così senza pensarci semplicemente apro il portafoglio, prendo gli ottanta euro che avevo e faccio per darglieli. Lei rifiuta, dice: No, solo venti. Se posso chiederteli. Ché per portarteli sono venuta da lontano. Insisto che li prenda tutti e ottanta. Lei ripete no, bastano venti. Io prendo i venti, ci nascondo dentro una banconota da dieci e glieli dò. Lei sorride. Ci abbracciamo di nuovo. Alle sue spalle, in quel momento, noto un uomo, nordafricano anche lui. La sta aspettando. Vociare dei ragazzini. La donna mi saluta e un secondo dopo non ci sono più.
Ora, carissimi addetti di Fiumicino, voi e le vostre procedure. Voi che eravate a cinque minuti a piedi dal mio giubbotto, ma no, non possiamo, non è previsto. Una donna giunta da lontano ha attraversato la Sardegna per venire a portarmi ciò che voi potevate prendere in consegna facendo una pausa caffè.
E tu, tu che mi hai cercato su Facebook. Tu, che non mi hai neppure detto come ti chiami. Se leggi questa storia, mi scrivi per favore? Vorrei ancora dirti grazie.
https://www.facebook.com/fabiogiuseppegeda/posts/10154991615961918

martedì 15 settembre 2015

Se la vita che salvi è la tua – Fabio Geda

leggi la trama e sembra una follia, ma se leggi il libro tutto si tiene ed è plausibile.
Fabio Geda è bravo a scrivere anche il tipo di storie non strettamente biografiche ("tratte da una storia vera", come scrivono all'inizio dei film e dei libri, come se la storia valesse di più).
per lunghi tratti Andrea sembra essere come Andreas (coincidenza del nome?), il santo bevitore di Joseph Roth.
Andrea è uno che non sembra bravo a parlare e a decidere, ma al momento giusto sceglie di fare le cose giuste, finalmente, anziché solo di scegliere di non scegliere.
un gran bel libro che ti conquista piano piano - franz








…Molto belli ed efficaci i dialoghi in questo romanzo ricco di suggestioni, che ci mostrano uno scrittore ormai maturo, capace di affrontare temi scottanti come la mescolanza delle etnie, la superiorità morale di chi aiuta gratuitamente senza nulla in cambio. I personaggi positivi del romanzo sono tutti stranieri: è cinese la famiglia che lo aiuta a lasciare definitivamente l’Italia, è afroamericano Walter, l’addetto del Met con cui si lega, sono orientali i Patterson, sono messicani i suoi compagni di lavoro clandestino trovato a New York, come messicani saranno gli sfortunati compagni dell’ultimo viaggio attraverso il deserto, verso la salvezza e la libertà, questa volta conquistata ad altissimo prezzo…

…Io non lo so se all’autore gliel’hanno mai detto che questo libro ti entra un po’ nella testa. Forse, se abbatti le barriere, anche nel cuore. Per me non posso dire che sia stato così. O forse sì. Forse Andrea mi ha fatto a volte incazzare proprio per quanto l’ho amato. O forse non sono riuscita a innamorarmene perché ero troppo arrabbiata con lui. O ancora la colpa è solo mia, che ho messo un muro tra me e la sua storia. Forse solo per non rimanerne troppo coinvolta, per non rischiare di essere ferita (ve lo ricordate, vero, che questa è le recensione meno comprensibile della storia di tutte le recensioni? Mi state ancora perdonando?).
Detto questo, il punto di indiscutibile forza di questo libro, a mio parere, è l’incredibile carrellata di personaggi che lo abitano oltre alla capacità dell’autore di far letteralmente viaggiare il lettore con il protagonista. Andrea va a New York e voi avete la fortuna di andarci con lui. Poi torna in Italia, nella casa dove abita la sua vita. C’è ancora, la casa, ma non c’è più la sua vita. Un’altra partenza allora, l’ultima forse, in un viaggio disperato nel tentativo di raggiungere il luogo dove Andrea ha scoperto di voler vivere la sua vita e smettere, una volta per tutte, di essere in fuga. In tutti questi viaggi sarete lì accanto a lui…

…Abile è stato il Geda di questo romanzo poiché ha fatto vedere come oggi si possano verificare nel giro di poco tempo circostanze tali da portare all’annullamento di una persona pur dignitosa, rispettabile, come possa accadere che essa si trovi in situazioni completamente diverse da ogni aspettativa, da ogni previsione. Niente di tutto quello che accade ad Andrea era stato da lui previsto, altre erano state le sue aspirazioni. E’ questo soprattutto il suo dramma, quello di un’anima delusa e privata pure della possibilità di soffermarsi a pensare, a riflettere, a capire quanto sta succedendo poiché incalzata dalle disgrazie. Deve solo assistere alla sua sconfitta, deve solo subirla. Travolta è dagli eventi senza che abbia la possibilità di rifarsi di quanto sta perdendo né di evitare di giungere alla fine, alla rovina. In ogni attimo, in ogni aspetto, in ogni senso lo scrittore ha colto questo processo inesorabile insieme ai pensieri di Andrea circa quanto di diverso avrebbe voluto. Non c’è bruttura che non sia attraversata, anche se per un istante, dal ricordo dei propositi che Andrea aveva nutrito. Un ricordo che diventerà sempre più debole, che scomparirà.
Nel rendere un simile, doloroso percorso, nel mostrarlo come inevitabile, nell’aderire ad esso fino a farne la voce unica del romanzo sta il merito maggiore del Geda. Un esempio può essere considerato il suo di cosa significhi essere scrittore oggi, in un tempo che a tanti e con tanta facilità fa pensare di esserlo.

Se la vita che salvi è la tua nasce a New York nel giugno del 2008. Ero andato a trovare un’amica che viveva lì da alcuni anni. Una sera – come spesso accade agli italiani all’estero – mi viene una voglia imprescindibile di pizza e decido di andare al Savoia, una pizzeria che avevo notato in Smith Street, a Carroll Gardens, il sobborgo di Brooklyn dove abitava la mia amica. La pizza è così buona – ricordo una pizza alla Norma, ricotta salata e melanzane, da urlo – che ci torno più volte e finisco con il fare amicizia con il cameriere, un ventenne napoletano che a un certo punto, una sera, tra un limoncello e l’altro mi confida di essere un irregolare. Sono un clandestino, dice. Era andato via perché Napoli – vista la sua storia personale, la famiglia, il quartiere in cui era nato – non avrebbe mai offerto nulla se non disoccupazione o criminalità. S’accende una sigaretta, spruzza del disinfettante sul tavolo, passa lo straccio, e spiega con parole semplici che preferisce fare il cameriere lì a New York, senza permesso di soggiorno, sottostare alla precarietà di quella condizione, piuttosto che farsi trascinare dalla corrente ostile di un destino che non aveva scelto.
Ora! Se la vita che salvi è la tua non ha nulla a che vedere con un cameriere napoletano. Andrea Luna è un professore precario di educazione artistica, frustrato dai continui cambi di scuola, dal fatto di non essere mai messo nelle condizioni di fare bene il proprio lavoro, un lavoro che peraltro ama, con un matrimonio in crisi (lui e Agnese non riescono ad avere figli), che decide di concedersi una breve vacanza a New York, e che per tutta una serie di motivi finisce per trovarsi in una condizione non dissimile da quella del cameriere napoletano.
Ciò che fa detonare la vicenda è un quadro: Il ritorno del figliol prodigo, uno dei capolavori di Rembrandt, che in realtà si trova all’Hermitage di San Pietroburgo ma che nella finzione della mia storia è in prestito al Met di New York per una mostra sul Secolo d’Oro. Andrea resta folgorato da quel quadro straordinario, il padre e i figli immersi in una luce serale, e comincia a oscillare tra i due fratelli: il minore, accolto dal vecchio padre con un abbraccio dolcissimo, e il maggiore, pietrificato dalla rabbia e dalla gelosia. Chi è lui? Quale dei due? Sa che vorrebbe essere accolto così, come colui che ha scartato di lato e ha abbandonato il sentiero, guarito da un abbraccio simile, ma è consapevole di non essersi mai fuggito, di essere, invece – come il figlio maggiore, come tutta una generazione di trenta-quarantenni cui i genitori hanno detto: studiate, state calmi, siate docili e sarete più ricchi e felici di noi – di essere sempre rimasto a casa. E allora capisce che a volte, per ritrovarsi, bisogna prima perdersi. Ed è quello che fa.
La storia si dipana tra il nord Italia, New York e il Messico. Diversi personaggi secondari – Walter, un afroamericano che lavora al Met come addetto alla sicurezza; Ary, artista di Red Hook esperta di diorami, con i figli gemelli di tredici anni Benjamin e Allison; Lagrima, un fuoriuscito dalla Mara Salvatrucha – accompagnano Andrea alla ricerca di sé. Di un posto da chiamare casa. Di un futuro su cui scommettere.
Fabio Geda
da qui

venerdì 1 maggio 2015

il nemico vien dal mare

Ci dicono tutti i giorni che è una guerra, basta fare attenzione al linguaggio, invasione, morti, esercito, bombardare, confini, e così via.
Se si parte da una guerra vera, la prima guerra mondiale, anche lì il linguaggio era simile (in tutte le guerre lo è): il Nemico, i Confini, la Sopravvivenza, Mors tua vita mea.
Pensiamo al concetto principe di ogni guerra, il Nemico.
Il Nemico è maiuscolo, impersonale.
Cito due casi della prima guerra mondiale nei quali il Nemico diventa nemico, e poi solo uno come te, con un’altra divisa, poi può diventare un amico.
Una pagina di “Un anno sull’altipiano” (qui)
Un film, “Joyeux Noel” (qui)
Qualche lettera (qui)


Lo stesso accade con l’immigrazione, gli sbarchi, i profughi, i clandestini, i sans papier, masse anonime e minacciose.
L’antidoto è dare un nome e una storia a queste persone.

Cinema e letteratura ci aiutano, eccone alcuni esempi.

“Io sto con la sposa” (qui)

la storia di Samia, in “Non dirmi che hai paura”, di Giuseppe Catozzella  (qui)

Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari – Fabio Geda
(un libro nel quale la realtà supera la fantasia.
non puoi non soffrire insieme a Enaiatollah, leggendo il libro.
poi è finita bene, ma quanti altri migliaia non racconteranno mai la loro storia?
per ricordare l’inferno quotidiano)

14 chilometri – Gerardo Olivares, un film che è passato in silenzio nei cinema qualche anno fa (qui il trailer)
(14 chilometri. Tanti ne misura lo Stretto di Gibilterra. 14 chilometri per lasciarsi l’Africa alle spalle e mettere i piedi in Europa, terra dei balocchi dove nessuno piange miseria, che i soldi stanno anche sotto i sassi. Buba ne è convinto, tanto da vendere tutto ciò che ha e partire col fratello Mukela per il più disperato dei viaggi della speranza. Vi si unirà anche Violeta, in fuga da un matrimonio che non vuole. Dal Mali all’Algeria, da qui alla Spagna, su camioncini stracarichi e piedi sfasciati, strade di fortuna e barconi come bare sul mare. Con loro – a distanza di pudore – Gerardo Olivares, che filma con 14 Kilometros l’odissea senz’epica dei dannati del pianeta, esuli “da una terra che li odia per un’altra che non li vuole” (I. Fossati). Uno sguardo al servizio dei personaggi, di cui condivide la fatica ma non la disperazione, sfiorando la pietà che non cede alla commiserazione. Genuino, forse persino brado, teso tra l’estasi immobile dei paesaggi e la calma di una natura che avvolge ma non soccorre. Fermo nell’inchiodare la crudeltà del potere sulla croce dei poveri. Morale nel restituire al digitale una forte ragion d’essere, l’occhio sottratto ai pochi per essere rivolto a tutti. Invisibili in primis.  da qui )

Come un uomo sulla terra – Andrea Segre  (qui il film completo)


il cinema ci fa vedere, ci racconta storie, che la tv, i documentari, i giornali faticano a mettere nelle prime pagine, o anche nelle altre, allora ben vengano film che sono, tra l’altro, buon cinema, come questi.

domenica 18 gennaio 2015

L’esatta sequenza dei gesti – Fabio Geda

una storia ai margini, una casa famiglia, dei ragazzini e degli educatori, il mondo è più complicato di quello delle pubblicità televisive, con educatori che sono catchers in the rye, come dice Holden Caulfield:
"mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare." 
Marta, Corrado, Elisa e Ascanio vi aspettano - franz







La forza di Geda sta nell'evitare ogni sorta di patetismo, e trasformare quello che poteva essere una a rassegna di anime sofferenti in una narrazione robusta e di grande impatto emotivo. Corrado non è un povero ragazzo da amare incondizionatamente per il suo passato difficile: Corrado è innanzitutto uno "stronzo". E l'amore dei genitori dei ragazzi non è assoluto o salvifico: per quanto sincero, rimane insufficiente ed egoista. Di una madre alcolista che ci prova e non ci riesce, riflette Marta, lei non sa cosa farsene — lo stesso per un padre che cerca soltanto di ricostruirsi una vita senza di lei. Ed è tale franchezza a rendere il libro quel gioiellino tagliente che ci resta fra le mani…



mercoledì 10 settembre 2014

La bellezza nonostante – Fabio Geda

il titolo dice tutto, lo capisci dopo.
e, come dice De Andrè, dal letame nascono i fior.
un maestro va a insegnare, in un carcere minorile, fra gli ultimi degli ultimi, spaventato, all'inizio.
poi impara tutti i giorni a conoscere quei figli degli uomini e a insegnare loro e imparare da loro, e si sente di fare un lavoro utile. 
e grazie a Fabio Geda che racconta storie così - franz








…A metà fra racconto, romanzo breve, saggio, monologo teatrale, La bellezza nonostante rivolta il lenzuolo della coscienza senza giudizi né tentazioni di redenzione. I suoi tipi umani, le storie di vita all'apparenza marginali, insegnano però che bello e brutto, speranza e disperazione, forza e debolezza, sono categorie essenzialmente mutevoli, provvisorie, inafferrabili.
La bellezza si annida da qualche parte nel penitenziario della Montagnola e il maestro si assume il compito di scovarla. Nel suo monologo è la formazione della coscienza sociale di un educatorenon ancora arreso alla serializzazione neutrale di una professione. Un ruolo da confermare anno per anno perché il terreno è friabile, sia dal lato individuale sia da quello istituzionale: le classi sono un mosaico che si sfalda e si ricompone senza sosta, e la ricompensa è da ricercare nelle briciole dei piccoli gesti che parlano di un lavoro svolto soprattutto, e nonostante tutto, con amore. A questi ragazzi, che sono oggi soprattutto stranieri, il maestro offre la chiave per ottenere una chanche oltre la siepe: la lingua italiana.
Il progetto ha anche uno sviluppo più ampio, visivo e multimediale. Il libro è corredato da una serie difotografie realizzate dagli studenti dello Ied di Torino, e dall'audio-documentario Per voce sola, girato da Matteo Bellizzi e scaricabile dal sito di Inaudita digitando un codice che si trova nel volume. Un racconto corale fatto di tanti frammenti di vita che si stagliano, come dice l'autore, sul "rumore bianco" del carcere.

Geda ci racconta, con una partecipazione quasi autobiografica (si scopre invece nella nota al testo che il libro è frutto delle esperienze di due maestri conosciuti dall’autore al Salone del libro di Torino), la storia di un universitario in crisi che decide quasi per gioco di iscriversi al concorso per diventare maestro. Siamo nella Padova del 1982, del rapimento di Dozier da parte delle Brigate Rosse e del lento, problematico riflusso nel privato, e il nostro protagonista, superato l’esame di Stato, sceglie per comodità di lavorare nel comprensorio didattico più vicino a casa. Al giovane insegnante viene però proposto di svolgere il primo incarico alla Montagnola, il carcere minorile di Padova. Dapprima assai titubante, il maestro è infine convinto dall’entusiasmo del collega Gianni, che con poche parole gli esprime l’importanza che la scuola assume nel carcere minorile: “Semplicemente, in carcere la scuola è tutto”. Così comincia l’avventura quotidiana di un uomo che sviluppa una passione speciale per il suo lavoro, e ritrae la realtà del carcere minorile in una specie di fotografia in movimento lunga trent’anni. Dai primi anni Ottanta, in cui era popolato soprattutto da immigrati del Sud Italia, al giorno d’oggi, in cui, svuotato di ragazzi italiani (che, dopo la riforma del codice di procedura del 1989, vengono seguiti soprattutto dalle comunità), vi si trovano praticamente soltanto extracomunitari, il carcere minorile è in effetti cambiato parecchio. E anche la professione del maestro carcerario si è evoluta: il protagonista stesso racconta ad esempio di essersi battuto per l’introduzione in carcere dei primi computer, che consentivano ai ragazzi di scrivere con il correttore automatico ed evitare dunque l’imbarazzo per gli errori di ortografia. 
È soprattutto nella consapevolezza di svolgere una “didattica istantanea” (“Devi cogliere l’attimo. Oggi ci sono – domani? Oggi è arrivato un rinnovo della pena, domani, forse, una scarcerazione”) che va colto il senso della difficile professione del maestro carcerario, una professione le cui fatiche sono però ripagate fino all’ultimo dal rapporto speciale che si crea con i ragazzi. E l’amore del maestro per il proprio lavoro si nota soprattutto quando il protagonista racconta che ogni anno bisogna compilare un modulo e fare domanda formale per essere assegnati alla Montagnola: una scelta consapevole, una vera missione…

Il libro di Geda è attualissimo nell'affrontare una questione tanto forte. E' competente, visto l'impegno dell'autore nel sociale e la conoscenza diretta che ha dell'argomento. E' un prezioso documento a favore dell'istruzione in carcere, in periodi di tagli al sociale e alla tentazione, sempre presente, di dimenticarci che oltre le mura del recinto esiste una umanità scomoda, ma alla quale siamo debitori, noi civiltà avanzata, di almeno una seconda occasione…
da qui

lunedì 25 agosto 2014

Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani - Fabio Geda

seguire le avventure e i viaggi di Emil, un ragazzino di 13 anni romeno-italiano, è davvero un'impresa, non sta mai fermo.
e però è un bel viaggiare, faticoso ed emozionante, saltando frontiere e guardie, con continui colpi di scena.
una bellissima opera prima, prima di " Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari", non privatevene - franz




Un ragazzino rumeno di tredici anni immigrato clandestinamente in Italia abita a casa di un ambiguo architetto assieme a un'amica. Tex Willer è il suo eroe. Quando un giorno l'architetto tenta di abusare di lui, il ragazzino lo colpisce con un pugno e scappa. Decide allora di mettersi sulle tracce del nonno, che gira l'Europa con una compagnia di artisti di strada e che gli scrive con regolarità, ogni ultima domenica del mese, lettere scritte in una lingua molto particolare. Il ragazzo inizia così un viaggio che, in compagnia di una schiera sempre più grande di nuovi amici, lo porterà prima a Berlino, poi in Francia e infine a Madrid, alla vigilia della strage alla stazione ferroviaria del marzo 2004. Romanzo d'avventura e formazione al tempo stesso, divertente e profondo.

Fabio Geda, l’autore di questo libro, di mestiere fa l’educatore e questa è la sua opera prima. Un esordio non da poco, giustamente candidato al Premio Strega. Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani racconta una storia di viaggio e di formazione, con la freschezza e l’ingenuità di un tredicenne catapultato in un mondo troppo complesso e tentacolare, un mondo che sarebbe più facile da vivere se fosse solo un grande fumetto di indiani e cowboy.
Emil ha tredici anni e la vita non è stata un granchè clemente con lui, da quando è arrivato in Italia da clandestino su un camion di riso parboiled. Ora suo padre è in prigione da qualche parte in Romania e sono successe molte cose e molte difficili da capire, come le attenzioni dell’Architetto, esteta in un mondo di plastica dove esistono “23 sfumature di bianco”. Emil si è trovato da solo alla stazione di Porta Nuova a studiare una mappa dei treni ramificata come le corna di un cervo nella Foresta Nera, e pochi giorni dopo nella Foresta Nera con un tossico e una ragazza dolce con il volto bucato dai piercing. Ha dormito in un centro sociale di Berlino e cercato la Faccia Verde, poi ha mangiato foie gras e zuppa di verdure a Carcassone e viaggiato insieme ad un costruttore di mongolfiere con sette figli. La sua storia non lascia al lettore il tempo di alzare gli occhi dalle pagine. Emil ha l’intensità e la disperazione degli adolescenti – “sei il ragazzino con l’aria più disperata che io abbia mai visto” – gli dice la ragazza dei piercing quando lo incontra alla stazione, pestato da un gruppo di zingari. E’ disperato e bisognoso d’affetto ma al tempo stesso maturo e pieno di passione per la vita, una vita che va conquistata ogni giorno. Non stupitevi se vi scappa una lacrima, anche se siete di quelli che non piangono mai: è una storia così, si piange e si ride, senza mai provare pena o pietà – per semplice, naturale empatia.

…Eh si, proprio Tex Willer, la pistola più veloce del West, vive nell’immaginario di un ragazzino rumeno che ha imparato l’italiano attraverso i fumetti del suo nuovo eroe, conosciuto il giorno stesso del suo difficoltoso ingresso nel Bel Paese. Emil ha 13 anni, ma ne ha viste già molte per l’età che ha: orfano di madre, è entrato clandestinamente in Italia due anni or sono insieme al papà, su un camion carico di riso parboiled. Si è subito ambientato, ma la sua vita a Torino è stata fino a questo momento assai difficoltosa, nonostante la buona integrazione, la scuola e un alloggio trovato grazie alla relazione del padre con Assunta, una prosperosa donna delle pulizie. Pochi mesi dopo, in effetti, il papà è stato rimpatriato in seguito ad una rissa, ed Emil e Assunta hanno trovato rifugio presso l’abitazione di un malinconico architetto che manifesta una morbosa attrazione nei confronti del ragazzo. Ma l’ambiguo interesse dell’architetto, e l’impossibilità del padre di tornare in breve tempo, perché recluso in un carcere rumeno, fanno prendere ad Emil una decisione rischiosa ma risoluta: andare in cerca di nonno Viorel, artista di strada itinerante che il giovane conosce solo attraverso le lettere che gli arrivano da ogni parte d’Europa. Ultimo domicilio conosciuto: Berlino. Qui comincia il viaggio di Emil, e in sostanza anche questa piacevolissima e non banale opera prima di Fabio Geda, che immagina un ragazzino vivace e pieno di vita, in circostanze inusuali per l’età, districarsi assai bene attraverso le tante situazioni non semplici che si troverà ad affrontare, e che con il tocco magico dell’infanzia che va a incontrare l’adolescenza, saprà riconvertire  in energia attiva, contagiando positivamente gran parte dei personaggi che incontrerà sulla sua via…

Traspare da molte pagine un gusto del narrare che si esprime anzitutto nella voracità con cui i personaggi ghermiscono i casi che la vita riserva loro. Costruito su un impianto narrativo compatto (a cui dà spessore l’utilizzo asimmetrico della seconda voce narrante, quella dell’architetto), il romanzo trova nella sincerità di intenti pressoché assoluta la forza non solo di rappresentare ma anche di interpretare un frammento sia pure minuscolo della contemporaneità che ci appartiene. Sotto un diverso ma non opposto angolo visuale, ed oltre l’invidiabile freschezza dell’entusiasmo proprio dell’opera prima, la storia che Geda offre ai suoi lettori costituisce un atto di rinnovata fede nella scrittura, particolarmente significativa se confrontata alla narrativa spesso esangue che ha caratterizzato gli ultimi tempi, nonché ad alcune recenti teorizzazioni nichilistiche circa una presunta inutilità della letteratura.

mercoledì 9 aprile 2014

Non dirmi che hai paura – Giuseppe Catozzella

qualche anno fa avevo letto " Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari", di Fabio Geda, un libro nel quale la realtà supera la fantasia, e scrivevo che non puoi non soffrire insieme a Enaiatollah, leggendo il libro e che poi è finita bene, ma quanti altri migliaia non racconteranno mai la loro storia?
Giuseppe Catozzella, per nostra fortuna, strappa Samia all'oblio, e ci racconta la storia di Samia, che è morta cercando di raggiungere l'Italia, affogata a pochi metri dalla salvezza, a Dorando Pietri era andata meglio.
una vita d'inferno, e non solo gli ultimi mesi, correndo per evitare gli ostacoli, con una forza di volontà senza pari, con una famiglia bellissima.
dopo la gara di Pechino disse “Mi sarebbe piaciuto essere applaudita per aver vinto, e non perché avevo bisogno di incoraggiamento. Farò del mio meglio per non essere ultima, la prossima volta” .
un libro da non perdere, anche se non sarà una passeggiata - franz





Inizia così:
La mattina che io e Alì siamo diventati fratelli faceva un caldo da morire e stavamo riparati sotto l’ombra stretta di un’acacia.
Era venerdì, il giorno della festa.
La corsa era stata lunga e stancante, eravamo tutti e due sudati fradici: da Bondere, dove abitavamo, siamo arrivati dritti fino allo stadio Cons, senza fermarci mai. Sette chilometri, passando per tutte le stradine interne che Alì conosceva come le sue tasche, sotto un sole talmente cocente da sciogliere le pietre.
Sedici anni in due avevamo, otto a testa, nati a tre giorni di distanza l’uno dall’altra. Non potevamo che essere fratelli, aveva ragione Alì, anche se eravamo figli di due famiglie che non si sarebbero neanche dovute rivolgere la parola e invece vivevano nella stessa casa, due famiglie che avevano sempre condiviso tutto…

è arrivato questo libro pieno di grazia. Catozzella è stato bravissimo a ricostruire e a raccontarci la storia di Samia, estasiante e drammatica, leggera come un sogno e pesante come l’orrore. Mai retorica, mai prevedibilmente scontata questa narrazione in prima persona che si nutre solo di verità, visto che a raccontare all’autore la vita familiare di Samia a Mogadiscio è stata l’amatissima sorella Hodan che, dopo aver superato il temibilissimo Viaggio prima di lei, ora vive a Helsinki. Così, si crede ad ogni parola, ad ogni virgola di questa storia, e ci si dimentica totalmente dello scrittore. Ma è lui il primo a desiderarlo, a non voler mostrare virtuosismi narrativi per dar modo a Samia di correre libera su ogni riga.
Un libro che andrebbe letto nelle scuole, andrebbe fatto leggere ai nostri figli e nipoti come se fosse un bagaglio importante per affrontare la vita. E se figli o nipoti non leggono o non hanno voglia di farlo, andrebbe letto loro, pagina dopo pagina, a voce alta, come fosse una favola senza lieto fine ma con molto da insegnare…

Scrivere è qualcosa che ha a che fare non tanto con il romantico «succhiare il midollo della vita» di waldeniana memoria, quanto con l’estrarlo, l’analizzarlo e il comprenderlo. Ecco cosa fa Catozzella. Con scrittura attenta e partecipe dipinge un affresco storico e umano che non lascia indifferenti, che provoca rabbia, umiliazione e una continua evanescente speranza nel lettore che, con lo scorrere delle pagine, s’immerge in un’esistenza che avrebbe dovuto e potuto essere diversa. Un’esistenza che avrebbe dovuto essere diversa per lo stesso motivo che ha fatto esclamare a Vittorio Arrigoni: restiamo umani; che ha fatto dire a George Carlin nel suo famoso monologo sulla salute del pianeta: come possiamo pensare di prenderci cura della Terra se non sappiamo prenderci cura di noi stessi? Un’esistenza che avrebbe potuto essere diversa, quella di Samia, se uomini e donne (tutti e tutte) fossero liberi di muoversi senza impedimenti attraverso i confini dell’unica nazione che condividiamo: la Terra; se fosse loro concesso di scegliere il luogo da chiamare casa, il posto in cui realizzare il proprio progetto di vita.  

…Fin da giovanissima, dopo la morte del padre, dovette occuparsi dei suoi cinque fratelli, dal momento che sua madre fu obbligata a trovarsi un lavoro. Samia iniziò ad appassionarsi all’atletica e alla corsa proprio in quel periodo, ma purtroppo viveva in un paese che non offriva aiuto e sostegno ai giovani atleti. I luoghi dove allenarsi erano infatti distrutti dalla guerra. Così iniziò a correre per  la strada. Ma questo fatto non era ben visto dalla società in cui viveva. In un intervista alla BBC dichiarò: “Tradizionalmente i somali considerano “rovinate” le ragazze che praticano sport, musica, che indossano abiti trasparenti o pantaloncini. Quindi sono stata messa sotto pressione”.
Era il maggio 2008 quando si riesce ad aggiudicare un posto nella squadra di atletica somala alle Olimpiadi cinesi.
“Non mi importa se vinco. Ma sono felice di rappresentare il mio paese in questo grande evento” dichiarò.
Terminate le Olimpiadi tornò a casa. Nessuno sembrava essersi accorto di lei. I media somali non toccarono nemmeno la notizia. Magari fosse passata così inosservata: il gruppo islamista Shabaab la minacciò nuovamente, come già aveva fatto in passato. La fecero vergognare di essere un’ atleta e lei tornò a “nascondersi”…
da qui



domenica 8 gennaio 2012

I libri che mi sono piaciuti di più nel 2011


ho creato una piccola lista di libri, in ordine casuale, tra quelli che ho letto nel 2011, che spaziano dal bellissimo all'eccezionale. Fatene buon uso - franz



il potere e la consolazione della parola in una storia in cui i personaggi principali sono Franz Kafka, una bambina e la sua bambola.
qualcuna passerà il tempo a chiedersi se è un libro per ragazzi, io so che è un gran bel libro e una storia bellissima.
basta un'ora e, grazie a quell'ora dedicata a leggere questo libro, le altre 23 ore della giornata vi ringrazieranno.


uno scrittore grandissimo, di quelli che leggi piano piano, la scrittura ti avvolge e ti incanta, e i personaggi li conosci e non li dimentichi.
leggerò gli altri libri di Percival, è sicuro, uno della razza di Cormac Mc Carthy, per convincere i dubbiosi.
uno di quei libri che resterà, cercatelo, è più bello di come immaginate.


me l'hanno regalato l'altro giorno e l'ho letto quasi subito.
se lo inizi a leggere non hai scampo, arriverai alla fine.
difficile credere quanta crudeltà e follia ci stiano in così poche pagine.
e dolorosamente Alain non crede che sia possibile quello che gli succede, non riesce proprio a pensare sia possibile.
regalatevi questa lettura, non ve ne pentirete.


un libro che non ti aspetti, 128 morti che lasciano il loro ultimo messaggio, e ti accorgi che uno di questi potresti essere tu, e magari ti fermi un po' a pensare, abbiamo una vita intera per prepararci a morire e arriva sempre come un'interrogazione a sorpresa, non l'aspettavamo proprio per quel giorno.
il libro è davvero da non perdere.


un libro che mi è piaciuto per due motivi sopratutto, una come Loxandra l'abbiamo avuta come zia, o ci piacerebbe averla avuta, e poi l'amore per Istanbul.
chi ha visto Istambul e pensa che sia uno dei più bei posti del mondo, se una classifica del genere avesse senso, sarà stregato.
è ambientato nei 40-50 anni a cavallo del 1900 e la Storia è dentro le pagine del libro.
dispiace arrivare alla fine, ma così succede.


un libro nel quale la realtà supera la fantasia.
non puoi non soffrire insieme a Enaiatollah, leggendo il libro.
poi è finita bene, ma quanti altri migliaia non racconteranno mai la loro storia?
per ricordare l'inferno quotidiano.
merita.


Un gran bel libro, scritto durante guerra, negli anni '40, pubblicato in Italia dopo mezzo secolo.
Un racconto di ragazzini e adulti, guerra ed eroismi, maestri e allievi, nazisti e partigiani, buoni e cattivi.
E li chiamano libri per ragazzi.
Appassionante, provaci, non te ne penti.

Danilo Kis - Dolori precoci 

Danilo Kis riesce a scrivere racconti perfetti (per non parlare del resto), capolavori.
per il vostro bene, non privatevene.

Austerlitz - Winfrid Georg Sebald 

ho iniziato a leggerlo qualche mese fa, ma non riuscivo ad entrare nella storia, ho lasciato perdere.
ho riprovato da poco, e superata la prima parte, che ti porta in giro, ma non sai dove, è venuto il bello.
bisogna fidarsi.
la storia è una ricerca delle origini, delle radici, quelle vere.
e scopri tutto dalle parole di Jacques Austerlitz, e "vedi" Praga, Terezin, Parigi.
un libro emozionante e coinvolgente.
vogliatevi bene, leggetelo, anche se vi farà soffrire.

Morte di un supereroe – Anthony McCarten 

inizia un po' lento, ma una volta che sei entrato nella storia sei in trappola.
e Donald e Adrian non te li dimentichi, poco ma sicuro.
da non perdere.

Il libro dei teschi - Robert Silverberg 
Inizia come una gita di quattro ragazzi e finisce in dramma,  in un crescendo di un grande scrittore.
Passa per essere un libro di fantascienza ed è la riprova che le classificazioni sono inutili e fuorvianti. È solo un gran bel romanzo, che tiene ben svegli fino all’ultima pagina.
Non ve ne pentirete, promesso.