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lunedì 8 gennaio 2024

un grande avvenire dietro le spalle

Dopo la morte del settore pubblico - Marco Della Luna

Il settore pubblico è morto, morto di privatizzazione ed espropriazione. Morto sul piano economico-politico e su quello ideale. Rimane la sua vuota armatura. Vuota innanzitutto socialmente e moralmente.

In un mondo che affonda in un debito pubblico e privato inestinguibile sotto il peso di una massa crescente di ricchezza finanziaria costituita perlopiù da promesse di pagamento fuori della realtà, i soggetti privati che si sono presi il potere di creare moneta automaticamente dettano la legge.

Tre gruppi finanziari (Vanguard, Blackrock e State Street) gestiscono 25.000 miliardi l’anno, 1/3 del prodotto lordo globale. Se ne aggiungiamo altri tre dei maggiori, controllano tutte le banche centrali attraverso numerose società intermediarie che però mandano a votare nelle assemblee sempre quei quattro o cinque delegati, perlopiù, in Italia, di un unico studio legale milanese. I gruppi finanziari fanno capo a loro volta a pochissime famiglie, Rothschild e Rockefeller in testa. Praticamente tutto il settore pubblico è ormai caduto in mano a multinazionali finanziarie private, anzi a famiglie dinastiche, le quali, attraverso il finanziamento o definanziamento, e la modulazione del rating, dettano le politiche degli Stati.

Di fatto, il settore pubblico non esiste più, se non come facciata e finzione buona per legittimare gli atti di un potere privato, assumendosi le sue responsabilità.  E quasi tutti gli atti di questa politica risultano, prima o poi, avere come scopo il trasferimento di ricchezza, reddito e peso sociale dalla popolazione generale a cerchie elitarie. Le rimanenti istituzioni pubbliche, persino quelle sanitarie, vengono trasformate in aziende, e si instilla nelle masse il received wisdom che ogni espressione della volontà o consapevolezza della base, che non sia allineata alle loro direttive tecnocratiche e autocratiche, sia estremista o populista o sovranista e comunque irrazionale e immorale. Viene così liquidata la stessa idea della volontà popolare come fondamento della legittimazione del potere politico.

Al contempo, il liberalcapitalismo, nei passati decenni di ‘libertà’, ‘ha costruito una mentalità e un senso della vita diametralmente antirivoluzionari: un’immunizzazione perfetta contro la ribellione, una precondizione perfetta per liquidare, senza ostacoli, ogni forma di reale rappresentanza democratica e persino di stato di diritto. Per mezzo secolo nel secondo dopoguerra, in condizioni controllate, è stato condotto un esperimento di progresso economico e civile con distribuzione popolare del reddito, partecipazione dal basso, miglioramento dei servizi pubblici, libertà di insegnamento e di pubblico dibattito politico e culturale. Da tempo questo esperimento è terminato, ma voi ancora pensate che fossero vostri diritti, e non volete capire che invece era un loro esperimento su di voi.

Oggi anche personaggi in vista come il geopolitologo Dario Fabbri ardiscono dire al grande pubblico che l’Italia è un paese vassallo degli USA, e che pertanto non ha libertà di decisioni strategiche in scelte economiche di fondo, politica estera, impegni militari, etc., perché è Washington che decide. E che questa situazione può finire solo se gli USA collassano internamente oppure vengono sconfitti e sostituiti nel ruolo di potenza egemone. Ma ciò non è esatto: Chi decide, chi ha il potere, non sono gli USA, non è uno Stato, un soggetto pubblico e pubblicamente responsabile, bensì la suddetta cerchia privata e pubblicamente irresponsabile di grandi famiglie bancarie, le quali si servono degli USA come si servono dell’Italia e anzi sembrano orientate a esercitare il loro potere globale servendosi sempre meno degli USA e sempre più dell’ONU (OMS innanzitutto), della NATO, delle banche centrali e di altri plessi che controllano le reti vitali della moneta, dell’informazione, del biopotere, della ricerca tecnologica. Probabilmente stanno realizzando un apparato di poteri in cui sembrerà che non ci sia più un paese padrone dominante sugli altri, e che viga l’eguaglianza e l’indipendenza tra i vari stati, e che questi siano coordinati non da un potere soprastante, tirannico, ma dal libero consenso, dal buon senso, dalla morale, dalla scienza.

Davanti al vuoto di res publica aperto dalla privatizzazione della politica ad opera della tecnocrazia finanziaria, vedremo se e in che forme il corpo sociale saprà rigenerare qualche forma di res publica, la demosìa, ossia una potestas responsabile (accountable) verso il popolo, stante che il potere finanziario non lo è, essendo privato e trincerato dietro la giustificazione dei mercati, e offrendo al popolo, come responsabili, i burattini della politica visibile e “democratica”.

Forse la dimensione pubblica della vita sociale potrà essere rifondata in forma di piccole, amicali comunità di difesa contro i poteri finanziari e gli stati stessi,  l’Onu etc., loro longa manus. E naturalmente contro Bill Gates, GAVI e l’Organizzazione Mondiale dello Sterminio. Forse la dimensione pubblica verrà resuscitata anche in forma di sistemi abbaziali di tipo alto-medievale, dove un nucleo di monaci dava vita e dirigeva una comunità composta anche, anzi in prevalenza, di laici, dediti alle varie arti e mestieri. Oppure, paradossalmente, si espanderà a ruoli superiori quella dimensione pubblica già presente nelle strutture sociali di tipo mafioso tradizionale, che hanno una vocazione sia autonomistica dallo ‘stato’ – quindi una componente di sovranità, congiunta a una forte solidaristica e disciplinare, ma comunque protettiva, verso la propria gente. Se ciò avverrà, impareremo a parlare di essa con più attenzione e meno sicumera.

da qui


I dati della spesa pubblica e quella privata: come si costruiscono le diseguaglianze - Alessandro Volpi

Come si costruiscono le disuguaglianze. La spesa sanitaria pubblica si è ridotta negli ultimi dieci anni di quasi 50 miliardi di euro. Nel frattempo è cresciuta la spesa sanitaria privata che ormai ha ampiamente superato i 40 miliardi di euro annui, di cui 35 provengono direttamente dai cittadini e dalle cittadine e circa 7 dalla sanità integrativa.

Questa mutazione in corso significa che circa 1,5 milioni di famiglie utilizza oltre il 20% della propria capacità di spesa per cure mediche e quasi 500 mila persone sostengono spese mediche che le portano sotto la soglia di povertà. A questi dati bisogna aggiungere una fetta di popolazione, pari al 7%, che ha rinunciato a curarsi.

Difendere la sanità pubblica con una dura lotta all'evasione fiscale, con il pieno rispetto del principio di progressività dell'imposizione e con una tassazione in grado di ottenere un gettito dai grandi patrimoni e dalle rendite finanziarie è la strada per battere queste disuguaglianze. Pensare di affrontare il tema della sanità riducendo il carico fiscale per consentire ai cittadini e alle cittadine di disporre delle risorse da destinare alla sanità integrativa vuol dire, invece, accentuare ancor di più le disuguaglianze, dal momento che i redditi più bassi non riusciranno a dotarsi di polizze capaci di garantire loro le cure necessarie e il minor gettito genererà l'inevitabile smantellamento del sistema sanitario nazionale.

da qui


sabato 21 marzo 2020

Welfare State: una storia di civiltà


In uno Stato che si chiama Italia fino al 1982 esisteva un’imposizione fiscale sui redditi delle persone fisiche (IRPEF) che era, come sancisce la Costituzione (all’art.53), ispirato a criteri di progressività, con 32 aliquote, dal 10% (la minima) al 72% (la massima).
Dal 1982 fino ad oggi c’è stata una riduzione del numero delle aliquote, per arrivare in questi anni a 5 aliquote, dal 23% (la minima) al 43% (la massima).
Traduzione: la progressività costituzionale la stanno facendo evaporare sempre più, anno dopo anno, i redditi medio bassi pagano un po’ meno, i redditi alti pagano molto meno (in percentuale e in euro).
Le giustificazioni teoriche erano queste: se si abbassano le imposte l’economia cresce e se si riducono soprattutto le imposte dei ricchi, magari togliendo anche le imposte patrimoniali (come quelle sull’eredità) l’economia crescerà ancora di più.
Anche chi ha fatto solo le scuole elementari sa che negli anni ’60 e ’70 l’economia andava molto bene (sarà un caso, ma le aliquote per i redditi alti di quegli anni erano molto più alte di quelle degli ultimi 20 anni) e sa anche che negli ultimi 20 anni l’economia ha fatto cilecca, anche tornando indietro (sarà un caso, ma le aliquote per i redditi alti di questi anni sono molto più basse molto più alte di quelle degli anni ’60 e ’70).*

Negli ultimi 40 anni (da Thatcher e Reagan) le politiche economiche dei paesi sviluppati sono state quelle di bastonare i lavoratori, liberalizzare e deregolamentare tutto, svendere i patrimoni pubblici ai privati (pubblico è male, privato è bello), in cambio veniva (e viene) promesso il sole dell’avvenire, non il socialismo, bensì il benessere, tutti sarebbero stati meglio. Intanto tutti hanno capito e visto che in questi 40 anni che quando il settore privato era in crisi il settore pubblico lo salvava (vedi le banche).
Quindi, dal 1982, le entrate fiscali sono diminuite, la spesa pubblica è cresciuta, e il rapporto debito/Pil da “inizio Anni 80 era intorno al 60%, esplode in soli dieci anni fino ad arrivare al 100% nonostante una buona crescita economica del Paese. Nel 1994 il debito pubblico italiano raggiunge il 124% del Pil, mentre a fine 2018, secondo Eurostat era pari al 134,8% del Pil” (dice il Sole 24Ore).

Passo successivo: per anni si racconta che il debito è insostenibile, e anziché far crescere le imposte, che continuano a diminuire, o a non crescere, con interessi sul debito in salita, si decide (tutti insieme, appassionatamente, nessuno escluso) di diminuire la spesa pubblica, e di coprire i buchi derivanti da imposte insufficienti vendendo banche e imprese dell’IRI (che producevano ricchezza collettiva, per l’erario, e per tutti noi), pezzo dopo pezzo, e anche quotandole in Borsa (mutatis mutandis lo stesso è successo in Russia dopo la caduta del muro di Berlino, venivanoo vendute, per pochi rubli, o regalate, le imprese pubbliche, nascono gli oligarchi, e crescono i ricconi, i furbetti e i mafiosi, come da noi).
Contemporaneamente vengono indeboliti i diritti dei lavoratori, addio scala mobile, vengono usate con sempre più frequenza le parole liberalizzazione e deregolamentazione, che fanno rima con precarizzazione, anno dopo anno, si continuano a diminuire, in maniera continua, gli investimenti e le spese per le strutture pubbliche, per gli investimenti pubblici, per gli organismi per il controllo della sicurezza sul lavoro, si pompa la sanità privata indebolendo la sanità pubblica, si fa il numero chiuso per medici e infermieri, per risparmiare sulla formazione (leggi qui), si tagliano gli investimenti per l’università, la ricerca, la scuola pubblica.
Invece crescono inquinamento e spese militari, si sostengono con un po’ di milioni (corruzione e vendita di armi) regimi terribili per i nostri standard europei, ma tanto molte di quelle risorse economiche che ci servono (petrolio e gas) stanno in Africa e nel Vicino Oriente, chi se ne frega.
Ormai è da troppi gli anni che lo Stato diventa più “leggero”.
I tagli alla sanità sono paragonabili a quello che accade a chi non paga ’assicurazione, fino a che va tutto bene se la gode, quando va male e ci sono danni enormi causati da qualche incidente piange miseria, e chiede la carità, la solidarietà, col cappello in mano, dopo aver venduto (a poco prezzo) i gioielli di famiglia.
E la carità arriva, appaiono i benefattori, che sono pieni di soldi, aspettavano di essere interpellati e pregati e ringraziati con tanti inchini.
Se lo Stato (cioè noi) avesse preteso aliquote più alte sui redditi e imposte patrimoniali non avrebbe avuto bisogno di quei soldi.
Come dice Marta Fana (qui) anche noi diciamo: Beato il popolo che non ha bisogno di mecenati.
Dice Nouriel Roubini, economista: Dal punto di vista dell’economia, questa è la peggior crisi della storia. E quindi bisogna avere il coraggio di lanciare misure assolutamente eccezionali. È il momento dell’helicopter money: semplicemente distribuire a tutti i cittadini, indipendentemente dall’età e dalla condizione sociale, una somma di denaro per far fronte almeno in parte alle esigenze immediate e tentare di rilanciare i consumi. (qui)
Gli effetti di questa crisi mondiale saranno gravissimi sull’economia, sul lavoro, sulla vita di chi sopravviverà...