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giovedì 6 agosto 2020

Povero Libano

Alberto Negri - Libano, Ground Zero della politica nel Mediterraneo

Attentato, sabotaggio, incidente? Una cosa è certa: se la casa del tuo vicino brucia, prima o poi le fiamme arriveranno nella tua casa. La nostra casa, il Mediterraneo, brucia da un pezzo e non per un presunto incidente ma per una precisa volontà.

Nulla qui esplode per caso anche quando sembra o è davvero un incidente. L’anno era cominciato il 3 gennaio con l’assassinio da parte di Trump del generale iraniano Qassem Soleiman, ucciso a Baghdad dopo una tappa in Libano e Siria. E continua adesso, nell’era del Covid-19, con la deflagrazione di un’intera città, Beirut. Questo è il Ground Zero del Libano, già in ginocchio per la pandemia, in default per la crisi economica, sociale e politica, soffocato dal conflitto in Siria, dai profughi, dalle tensioni con Israele, Paese con cui è ancora tecnicamente in guerra. Attentato, sabotaggio, incidente? Una cosa è certa: se la casa del tuo vicino brucia, prima o poi le fiamme arriveranno nella tua casa.

La nostra casa, il Mediterraneo, brucia da un pezzo e non per un presunto incidente ma per una precisa volontà. L’incendio lo hanno appiccato gli Stati uniti con la guerra dell’Iraq nel 2003, da allora – passando per le primavere arabe e i cambi di regime, voluti o falliti – si è incatenata una guerra all’altra, assistendo all’ascesa e al crollo del Califfato, agli interventi militari di americani, russi, turchi, iraniani, che hanno accompagnato il massacro delle popolazioni civili, la fuga di milioni di profughi, il collasso di intere economie.

Il Libano, fino all’altro ieri, era ancora per molti un lume di speranza: ora deve essere salvato dal baratro. Invece che per la stabilità di questo Paese, sopravvissuto alla guerra civile dal 1975 al ’90, al crollo dei palestinesi (qui ce ne sono 500mila), alle invasioni israeliane, alla guerra del 2006 tra Hezbollah e Tel Aviv, si è lavorato per la sua fine, che ora pare essere arrivata all’improvviso, come per un collasso.

Non è così. Hanno contribuito le forze interne, con le divisioni tra cristiani, sciiti e sunniti, i clan corrotti e predatori di famiglie al potere da decenni, dove la banche erano sempre più ricche in uno stato sempre più indebitato e ora sono evaporate anche loro perché il sistema da un pezzo si è inceppato. E come se questo non bastasse le sanzioni Usa all’Iran e alla Siria hanno affondato ancora di più le economie regionali come quella libanese.

In tutto questo il maggiore alleato americano, Israele, si è annesso ufficialmente parti di questi Paesi, come il Golan siriano e Gerusalemme, sfoderando i piani di annessione della Cisgiordania palestinese. Un esempio imitato dal Sultano atlantico Erdogan a spese di curdi nel Nord della Siria e nella Tripolitania libica: un’annessione ne nasconde spesso un’altra. Ogni giorno Israele bombarda la Siria, il vicino del Libano, dove ha colpito Hezbollah e pasdaran iraniani: c’è da meravigliarsi se sulla linea del cessate il fuoco, dove è di stanza l’Unifil con 1500 soldati italiani, la tensione sia perenne?

In realtà sembra quasi impossibile che il Libano non sia crollato prima, travolto dal tracollo di un sistema basato all’interno su un castello di carte – altro che Svizzera del Medio Oriente – e vampirizzato all’esterno dai suoi vicini di casa come il siriano Assad e l’israeliano Netanyahu. Un Paese tenuto in ostaggio dal braccio di ferro regionale tra Iran e Arabia saudita.

In una versione riduttiva della storia libanese recente l’imputato più citato è il partito e movimento militare Hezbollah, forza di governo e militante degli sciiti sostenuta dall’Iran. Secondo questa versione gli Hezbollah, “stato nello stato”, forza di governo e milizia armata, capace di decidere della pace e della guerra, sono i maggiori responsabili del disastro libanese, dimenticando che si sono fatti stato nel momento in cui il Libano era in macerie e lo stato non c’era più. Vero che sono quattro gli Hezbollah per cui si attendeva per domani il verdetto dell’Aja per l’assassinio del premier Rafic Hariri nel 2005 – rinviato con «tempismo» al 18 agosto. E che sono stati gli Hezbollah a ingaggiare lo scontro con Israele nel 2006 e a tenere in piedi Bashar Assad, liberando tra l’altro i villaggi cristiani del Qalamoun.

Ma il movimento è anche diventato un comodo paravento per quelli che l’accusano di tutti i mali del Paese che loro stessi hanno creato, dalla corruzione dilagante agli affari sporchi. Qualcuno si ricorderà che l’allora premier Saad Hariri nel 2017 fu costretto dal principe saudita Mohammed bin Salman, l’assassino del giornalista Jamal Khashoggi, a dare le dimissioni da Riad e tenuto come un fantoccio in ostaggio durante le purghe reali. A questo principe e alle monarchie del Golfo gli Usa e parte dell’Occidente avrebbero voluto affidare anche il Libano per farne la base delle battaglie contro l’Iran, la Mezzaluna sciita e i Fratelli Musulmani sunniti, con un corollario di interessi economici, bellici ed energetici.

Questo in Libano, come in Siria e in Libia, è il campo di battaglia del Mediterraneo. Questa, probabilmente, è la ragione delle misteriose esplosioni in corso da settimane in Iran. Ma non c’è un vero mistero: è piuttosto chiaro il piano americano e di Israele, con la nostra complicità, di disgregare intere nazioni per presentare poi una mappa del Mediterraneo e del Medio Oriente come un collage di coriandoli di stati ormai soltanto virtuali. È questa la vera deflagrazione che avviene tutti i giorni, il Ground Zero della nostra politica mediterranea.

da qui


Piango la mia Beirut, perennemente violata - Gad Lerner

Povera Beirut, dolce e feroce, città che perennemente si distrugge e rigenera dalle sue stesse macerie, pronta anche a danzare sui morti pur di strappare al lutto la sua energia vitale. Questa volta l’onda d’urto l’ha investita per intero come un’apocalisse, dal porto alla nuova piattaforma commerciale di Biel, dal centro storico al quartiere della movida Gemmayzeh, fin sulla collina elegante di Achrafieh. Non solo ha seminato morti a decine e feriti a migliaia, ma è penetrato in ogni casa, frantumato finestre, divelto i portoni a chilometri di distanza.

Ridotta alla fame dalla bancarotta finanziaria e poi dal Covid, paralizzata dalla protesta popolare contro una classe politica corrotta, con l’energia elettrica che andava e veniva, la capitale del Libano confidava ancora di rimanere fuori dalla guerra che insanguina la vicina Siria, del cui protettorato era riuscita a liberarsi da una quindicina d’anni. Aveva conosciuto la prima lunga guerra civile etno-religiosa del Medio Oriente, dal 1975 al 1990, con più di centomila morti. Numerose stragi nei campi palestinesi, la più tristemente famosa nel 1982 a Sabra e Chatila. Le invasioni e i bombardamenti israeliani, l’ultima nel 2006 dopo che già vi si erano immolati i primi terroristi suicidi di matrice islamica sciita. Poi ancora gli attentati contro politici e intellettuali laici, culminati nell’esplosione davanti all’hotel Saint George in cui perse la vita, il 14 febbraio 2005, il primo ministro filo-saudita Rafiq Hariri insieme ad altre 21 persone.

Mai però si era giunti a tanto. Anzi, fra le nuove generazioni, proprio le carneficine provocate dai signori della guerra cristiani maroniti, musulmani sunniti, drusi, e da ultimo Hezbollah sciiti, avevano diffuso fra i giovani l’impegno a scongiurare uniti il ripetersi di tali atrocità. Beirut si era ricostruita, grazie anche agli investimenti dei petrodollari. La sua vita mondana era rifiorita, come le esperienze artistiche e cinematografiche più significative del Medio Oriente. Aveva sopportato con stoicismo anche l’arrivo di un milione e mezzo di profughi dalla Siria, divenuti un abitante su quattro del Paese. Ora però, come una bomba atomica, la misteriosa esplosione di Beirut trascina di nuovo questa capitale a epicentro della destabilizzazione del Levante mediterraneo.

Il Libano è un Paese-mosaico, incrocio di confessioni religiose e culture che l’avvicinavano all’Europa fin da epoche lontane. Questa è stata la sua forza creativa ma anche l’origine della sua perenne vulnerabilità.

Il terrore senza volto che è penetrato in ogni casa coglie il Paese nel momento della sua massima debolezza. Stava negoziando un prestito col Fondo monetario internazionale trovandosi di fatto senza governo dopo il ritiro dalla scena politica dell’ex premier Saad Hariri, figlio di Rafic. Con gli Hezbollah filo-iraniani indeboliti dall’impegno militare al fianco di Assad in Siria, e proprio per questo divenuti più aggressivi. Le loro roccaforti, nel quartiere meridionale di Beirut, Dahiyeh, e nel sud che confina con Israele, continuano a essere uno Stato nello Stato che Teheran cerca di utilizzare per estendere la sua egemonia fino al bacino mediterraneo.

La televisione degli Hezbollah, Al Mayadeen, ieri sera ovviamente smentiva che le milizie sciite abbiano avuto un ruolo in quello che pare impossibile considerare solo un attentato sfuggito di mano. Altrettanto netta è stata la dichiarazione di estraneità israeliana. Nei giorni scorsi era cresciuta la tensione sia al confine israelo-libanese che sul Golan siriano: un simile evento apocalittico va oltre l’immaginazione degli strateghi della deterrenza reciproca. Ma mette in ginocchio l’intera regione che la viltà degli europei e degli americani aveva abbandonata a se stessa lasciando che in Siria si arrivassero a contare i morti a centinaia di migliaia e i profughi a milioni.

L’onda lunga dell’esplosione di Beirut, udita fino a Cipro, non potrà che attraversare il Mare Nostrum. Ci riguarda da vicino, e non solo perché in Libano opera fruttuosamente dal 2006 il contingente Unifil delle Nazioni Unite a guida italiana. Rende palese che la politica del tenersi alla larga, o di affidarsi a sultani, faraoni, califfi, zar per dominare con la forza le tensioni di nazioni delle quali – volenti o nolenti – condividiamo il destino, è peggio che miope: è autolesionista.

Piango Beirut, mia città natale, precipitata di nuovo nell’incubo da cui sperava di essersi liberata. I suoi abitanti erano ignari ostaggi di un arsenale bellico di cui gli stessi custodi hanno perso il controllo. La fame e la povertà l’avevano già aggredita da mesi, e ora con i palazzi spalancati dall’esplosione, si temono saccheggi e ulteriori violenze. Il Cigno Nero di Nassim Taleb stavolta ha colpito nella città da cui anch’egli, come tanti altri, era emigrato. Le armi di distruzione di massa sono fra noi. Disinneschiamole, finché siamo in tempo.

da qui


domenica 31 maggio 2020

Repubblica: perché è importante capire cos'è successo


Tutti o quasi sanno che La Repubblica ha cambiato padrone (che sarà lo stesso di La Stampa e di Huffington Post). Forse non sarà più politicamente corretto dire padrone, ma è così chiara questa parola.
Perché qualcuno compra un giornale (nel senso della casa editrice) anziché un’impresa di autospurgo?
Ci sono varie ipotesi al riguardo. La prima è che costa poco, la seconda è che fa spettacolo, la terza è che fa guadagnare soldi, non al giornale, ma alle imprese che lo posseggono.
In poche parole è una storia di Potere, quando esiste un padrone (adesso sono scatole cinesi di società, ma alla fine - o all’inizio, o sempre - un padrone c’è, anche se mascherato) e si compra e si vende.
Non è una novità: Enrico Mattei (Eni) e Angelo Rovelli (Sir) compravano  giornali,  anche Bezos, di Amazon, compra un prestigioso giornale che si chiama Washington Post.
C’è chi compra parole, libri e giornali, per leggere storie che hanno scritto altri, e c’è chi acquista case editrici, per farsi scrivere storie; a volte per guadagnarsi onestamente la vita, ma è sempre più raro.
In mezzo sta un macigno che si chiama conflitto d’interesse.
Prendiamo il caso di Repubblica. Se il suo padrone chiede allo Stato una montagna di soldi per un’altra sua impresa, quel giornale dovrà sostenere quell’iniziativa, senza se e senza ma. Essere il padrone conterà ancora qualcosa, no? "Produco automobili e non so cos’è una cinghia di trasmissione?" pensa il padrone.
Cosa fa un giornalista di quel giornale?
Qualcuno - Enrico Deaglio, Pino Corrias e Gad Lerner - se ne va, non sopportando i modi del nuovo padrone; altri vorrebbero andarsene, per scrupolo, ma pensano che tanto li lasceranno scrivere o perché i loro articoli sono lontani dal Potere o perché sono innocui per il Padrone: insomma avranno la libertà di scrivere cose innocue (ma solo quelle, però).
Diceva Alessandro Manzoni - non sapeva ancora del futuro, o forse sì - che il coraggio uno non se lo può dare.
La maggior parte dei giornalisti, che non sono diversi dagli altri italiani, hanno un motto scolpito nel cuore: Franza o Spagna purché se magna.
i lettori, poco informati, si trovano nelle parole di Stendhal: Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi 

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Scrive Enrico Deaglio
Resterà sicuramente negli annali italiani, il 23 aprile 2020. In quel giorno, all’apice dell’epidemia, si è infatti concluso un notevole riassetto dell’informazione italiana. Il gruppo finanziario Exor ha formalizzato la catena di comando che controlla il maggior gruppo giornalistico italiano (RepubblicaEspressoStampa, giornali locali, siti web, radio); cardine dell’operazione il licenziamento del direttore di Repubblica Carlo Verdelli.
Anche per lui, il 23 aprile era un giorno importante. Da quattro mesi infatti il direttore di Repubblica era oggetto di una pesantissima campagna di intimidazione. Messaggi su Twitter, lettere anonime, fotomontaggi che annunciavano la sua morte (e quella di sua figlia) per il 23 aprile 2020. Per la stessa data era da lungo tempo stabilito il consiglio di amministrazione della proprietà del gruppo GEDI per importanti comunicazioni.
Nella giornata fatidica al mattino non succede niente; anzi, per iniziativa di un giornalista del Tg3 parte un tweetstorm di solidarietà con il direttore, che ha molto successo. Alle 14 Verdelli viene convocato dalla proprietà che gli comunica il licenziamento. Il timing di tutta la vicenda la rende davvero la trama di un giallo. In cui gli intimidatori ovviamente conoscevano l’importanza della data e delle intenzioni della società. Questa, peraltro, non si era mai messa in contatto con Verdelli, né per manifestargli solidarietà, né per offrirgli aiuto, né si era dimostrata preoccupata per le minacce che colpivano così pesantemente il giornale. E gli ha comunicato il licenziamento volutamente nella forma più sgradevole.
E dire che la gravità delle minacce era talmente cresciuta da convincere il ministero dell’Interno a fare scortare permanentemente Verdelli considerando possibile che qualcuno gli sparasse; a far sì che il Consiglio d’Europa chiedesse a Roma spiegazioni su come fosse ammissibile che il direttore di un importante quotidiano fosse costretto a girare sotto scorta. A spingere Sergio Mattarella a definire le minacce contro di lui “indegne di una democrazia”.
La polizia sta indagando e tutti sperano che presto scopra chi erano/sono gli autori delle minacce – iniziate da una polemica su un titolo di Repubblica dedicato a Matteo Salvini – e quindi comunichi a Verdelli che il pericolo è passato. Se non dovesse succedere, sarebbe davvero molto grave; comunque, saremmo ancora un gradino sopra l’Arabia Saudita, Malta, Turchia, Russia, Egitto nel campo del trattamento dei giornalisti scomodi.
Dal 23 aprile del 2020 il panorama dell’editoria italiana è comunque cambiato. Tutti i commenti lodano la sveltezza e la determinazione con cui Exor ha condotto l’operazione, addirittura in mezzo al disastro della pandemia, spuntando un prezzo incredibilmente vantaggioso per il compratore. Tutto il gruppo editoriale (compresa la sua storia, il suo capitale umano, il suo “vecchio giornalismo”) è stato valutato 103 milioni di euro; è stato notato che per quella cifra si sarebbe potuto comprare solo uno dei garretti di Cristiano Ronaldo. Poche proteste; d’altronde, come avrebbe detto Bobi Bazlen, “Ciò che non vuole morire deve crepare”.
Per questi motivi, ho comunicato al Venerdì di Repubblica (il miglior news magazine italiano) che, con molto dispiacere, cesso la mia collaborazione. “Qualcosa è successo”, e non vorrei che fosse dimenticato troppo in fretta.
da qui

scrive Pino Cabras
Appena i nuovi padroni raccolti intorno agli Elkann lo hanno nominato direttore del quotidiano "la Repubblica", Maurizio Molinari ha reso vivide e attuali le più spassose pagine che Paolo Villaggio scriveva mezzo secolo fa sul servilismo aziendale. Molinari ha annunciato infatti la premiazione, ogni lunedì, del miglior giornalista della settimana con una "R" stilizzata e 600 euro lordi in busta paga. Slap. Slurp.
Abbiamo un modesto suggerimento per il prossimo lunedì. Il premio vada al buon Francesco Manacorda, il quale vanta la bontà di un'operazione in cui lo Stato italiano si dovrebbe fare garante di un prestito bancario da 6,5 miliardi in favore di una società controllata da una holding che non paga le tasse all'Italia ma al Regno dei Paesi Bassi, la FCA. Che poi la FCA abbia gli stessi padroni della società di diritto olandese che edita "la Repubblica" è solo uno di quei dettagli che si perdono nella bava.

da qui

Bandiere stanche - Cosimo Filigheddu
Leggo soltanto ora sul “Post” l’articolo dove qualche giorno fa Enrico Deaglio spiegava i motivi per i quali ha interrotto la collaborazione con Repubblica. Sono riassumibili nel primo capoverso: “Resterà sicuramente negli annali italiani, il 23 aprile 2020. In quel giorno, all’apice dell’epidemia, si è infatti concluso un notevole riassetto dell’informazione italiana. Il gruppo finanziario Exor ha formalizzato la catena di comando che controlla il maggior gruppo giornalistico italiano (RepubblicaEspressoStampa, giornali locali, siti web, radio); cardine dell’operazione il licenziamento del direttore di Repubblica Carlo Verdelli”.
Sappiamo tutti che Verdelli era, ed è tutt’ora, nel mirino di un neo fascismo vigliacco e violento che ha persino indotto il ministero dell’Interno a mettere il giornalista sotto scorta e ha suscitato preoccupazione in tutta Europa.
Non ci sono stati grandi proteste contro questa operazione made in Fiat: la Fiat di adesso, della finanza, non più la grande Fiat dell’economia industriale, quella di un tempo, più o meno assistita ma comunque grande incubatrice di lavoro italiano.
Direi anzi che la protesta più clamorosa è stata quella di Deaglio. Poi nella categoria dei giornalisti c’è stata una diffusa rassegnazione alla potenza di questo formidabile gruppo editoriale che si è sostituito all’anima del vecchio gruppo “Espresso” di Caracciolo, cioè il primo grande editore puro italiano del dopoguerra che fece a pezzi il sistema dell’editoria giornalistica italiana dove l’industria acquisiva i giornali non per fare impresa ma per utilizzarli come strumento di pressione per altri affari.
Il lungo periodo Sir della Nuova Sardegna ne è un esempio, così come lo è del periodo successivo il passaggio del quotidiano nel 1981 a Caracciolo che ne fece uno dei giornali regionali più grandi e belli del Paese. Condizione che La Nuova si è sempre sforzata di conservare anche in seguito a dispetto del mutare degli assetti editoriali e delle generali difficoltà della carta stampata nel mondo.
Pochi ora protestano con forza in difesa di Verdelli e di ciò che rappresenta: perché il giornalismo è debole, la stampa è in crisi, qualsiasi cosa, o quasi, è buona se garantisce mantenimento dei posti di lavoro e versamenti dei contributi previdenziali a un ente pensionistico e assistenziale che resiste ma rispecchia nelle sue condizioni il generale smarrimento della categoria. Pochi vogliono esporsi con questi nuovi padroni la cui determinazione è dimostrata dalla freddezza con la quale si sono liberati di Verdelli, quasi un avviso: badate che noi non abbiamo paura dei vostri mostri sacri.
Ed è per questo che mi chiedo: anche prima che la nuova Fiat mettesse le mani sull’informazione italiana, oltre a Verdelli quanti ne restavano di questi mostri sacri? Quanto sopravviveva lo spirito di gente come Caracciolo che aveva chiuso le porte della stampa alla cultura industriale dei Rovelli e dei Cefis? Forse dovremmo riflettere su questo: quanto la Fiat della finanza abbia trovato facile presa in una situazione dove ormai la bandiera dell’informazione era agitata liberamente ma sempre più stancamente appunto da Verdelli e pochi altri.
Una situazione che mi ricorda quella descritta dalla storica Giuseppina Fois in un saggio che è parte fondamentale del libro curato da Sandro Ruju “La Nuova Sardegna ai tempi di Rovelli”, pubblicato dalla Edes. La professoressa Fois fa del passaggio del giornale da Arnaldo Satta Branca a Nino Rovelli un’analisi forse unica nel suo disincanto scientifico e nella coraggiosa denuncia di una condizione che la memorialistica sarda ha spesso mitizzato. E scrive tra l’altro: “La vendita della Nuova Sardegna suscitò preoccupazione e scandalo. Da una parte si denunciò subito la fine traumatica di quella che appariva (e in parte era) una lunga esperienza di indipendenza giornalistica. Dall’altra si segnalò invece, con toni polemici, come il giornale della democrazia sassarese, essendosi inaridita da anni la sua vena originaria anticonformista e pluralista, si fosse per così dire quasi autopredisposto a subire l’aggressione esterna da parte del nuovo potere economico”.
La storica cita un articolo pubblicato su un periodico degli anni Sessanta da uno dei più coerenti e acuti intellettuali sardi, Giuseppe Melis Bassu: “Che cos’è questa bandiera che sta scendendo dal pennone? Che indipendenza è mai quella di un giornale se manca una coerenza ideale, un nerbo di idee, un impegno preciso verso la realtà nuova? Diciamolo ancora una volta, anche se è amaro ripeterlo: nessuna bandiera è stata ammainata, perché nessuna bandiera – da tempo ormai – sventolava su quel pennone”.
Cito Giuseppina Fois perché trovo questa considerazione fondamentale in una eventuale riscrittura della storia della mia città libera da vincoli di quieto vivere e di altri condizionamenti che ritengo abbiano sempre oscurato alcuni suoi aspetti. Quindi una suggestione che magari mi porta esageratamente a ritenere quella bandiera perduta degli anni Sessanta sardi un paradigma del giornalismo della famiglia De Benedetti poi incamerato dagli eredi Agnelli. Forse dovremmo chiederci se già da tempo anche quella bandiera fosse un po’ stanca, pur con i lodevoli sussulti che ogni tanto la facevano agitare al vento dell’informazione guardiana severa dell’operato del potere.

da qui

La “libertà di stampa” e i suoi padroni - Volere la luna
Il traumatico cambio di direzione a Repubblica è un evento la cui portata supera l’ambito del giornalismo, ma investe interamente la democrazia in Italia.
Innanzitutto per il modo in cui è avvenuta. La perentoria, immediata affermazione del diritto della proprietà di imporre al giornale non solo la persona di un direttore ma una linea politica rende manifestamente chiara la drammatica restrizione dello spazio di un possibile giornalismo critico. Il giornale trattato come una qualunque azienda di famiglia: ma nella piena consapevolezza che non è una qualunque, perché è evidente che la decisione di investire su Repubblica si deve all’aspettativa di un immediato ritorno in termini di propaganda.
La scelta della data, poi, è addirittura indegna. Oscure minacce annunciavano da settimane che il 23 aprile sarebbe avvenuta l’esecuzione fisica del direttore Carlo Verdelli: il fatto che si sia scelto proprio quel giorno per celebrarne l’esecuzione professionale lascia semplicemente sconcertati, e apre mille inquietanti interrogativi. In ogni caso è chiaro che si voleva che nella data simbolo del 25 aprile l’editoriale del nuovo direttore annunciasse il ribaltamento di linea.
Perché è questo che è avvenuto. Intendiamoci, da molto tempo la sinistra (per esempio quella che si riconosce in Volere la Luna) non pensa che Repubblica sia un giornale di sinistra. Ma se fino a ieri questa mutazione risultava in opposizione con i valori originali della fondazione del giornale, e rappresentava dunque una contraddizione evidente, da oggi quei valori sono stati ufficialmente cestinati. Se qualcuno avesse avuto dubbi, lo legga, quel primo editoriale. Parole vuote e generiche sulla Liberazione, lingua da burocrate aziendale (si annunciano «contenuti competitivi»), un giudizio desolante sulle diseguaglianze (che sarebbero «uno stato d’animo», frutto del «salto tra rivoluzione industriale e rivoluzione digitale»), invocazione finale all’avvento di «una nuova generazione di leader» che interpreti «l’urgenza del fare». Un testo che – per toni e contenuti – appartiene alla cultura di una destra conservatrice di establishment. Un testo che potrebbe benissimo essere un discorso del Berlusconi del 1994.
La scelta di Maurizio Molinari cambia, è evidente, il campo di Repubblica. Il nuovo direttore, uomo fidato di casa Agnelli, è un convinto atlantista, sostenitore della “missione americana” incarnata dal George W. Bush del dopo 11 Settembre. Un ossequioso difensore del blocco di interessi dell’oligarchia nazionale, e in particolare torinese, come apparve in modo perfino imbarazzante all’indomani della manifestazione delle Madamine per il Tav, celebrata dalla Stampa diretta da Molinari con toni da regime totalitario. Memorabile l’editoriale del direttore che vedeva in quella piazza organizzata da pezzi della borghesia torinese, organizzazioni confindustriali e vecchi berlusconiani «un’Italia di donne e uomini, famiglie etero e gay, impiegati e operai, studenti, pensionati ed artigiani che non ama gridare ma fare». Questo il pantheon ideale di quella piazza, e del nuovo, plaudente, direttore di Repubblica: «i simboli di Torino: la gigantografia di Cavour, i cartelli sui piemontesi europei, gli applausi per Pininfarina e Marchionne, il canto finale dell’inno di Mameli e una piazza senza neanche una carta in terra quando la folla se ne va. Con la schiena diritta».
Ecco, la “schiena diritta” è qualcosa che non ci si dovrà aspettare, nella direzione che nasce. Molinari viene promosso a dirigere Repubblica nonostante che a lui si debba il seppellimento della Stampa: presa a 244.000 copie di tiratura e 146.000 vendute e lasciata a 160.000 di tiratura e 89.000 vendute. E nonostante alcune macchie imbarazzanti (per un direttore che dovrebbe essere in grado di denunciare le mende della tutt’altro che impeccabile classe dirigente italiana): come per esempio l’esteso plagio del suo libro Il Califfato del terrore. Perché lo Stato Islamico minaccia l’Occidente.
Ora, è piuttosto evidente che se, nonostante ciò, Molinari ascende alla guida di Repubblica è perché da lui non si attende successo editoriale o originalità di giornalismo: ma obbedienza ai padroni. E questa è una pessima notizia per tutti noi, anche per quelli che da anni hanno smesso di leggere Repubblica.
da qui

Alcuni articoli:
https://www.lordinenuovo.it/2020/05/21/cosi-i-lavoratori-pagheranno-di-nuovo-i-dividendi-della-fiat/
http://www.strisciarossa.it/quei-direttori-del-giornale-unico-di-john-elkann-e-quel-dividendo-straordinario-di-fca/
https://fortebraccionews.wordpress.com/2020/05/22/paradisi-fiscali-vasco-rossi-sfotte-gli-agnelli-la-mia-residenza-in-italia-e-scolpita-nella-pietra/
https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/17886-redazione-contropiano-il-dittatore-dello-stato-libero-di-repubblica.html
https://www.professionereporter.eu/2019/12/elkann-sbarca-a-repubblica-e-stampa-un-proclama-due-mosse-una-ritirata/
https://sbilanciamoci.info/elkann-exor-prendi-i-soldi-e-scappa/?spush=cGtkaWNrQGZhc3RtYWlsLml0 Guglielmo Ragozzino
https://www.internazionale.it/notizie/roberta-carlini/2020/05/19/fca-prestito-italia  Roberta Carlini


L’intera redazione dei Cahiers du Cinéma si è licenziata per protestare contro la nuova proprietà
Édito n°764 – mars 2020
The End - Stéphane Delorme

Le 31 janvier, un conglomérat de producteurs et d’hommes d’affaires a acheté les Cahiers du cinéma. Les lecteurs n’ont peut-être pas pris connaissance des nouveaux actionnaires, dont la liste est publique. Parmi les vingt noms, côté producteurs, Pascal Caucheteux (Audiard, Desplechin), Toufik Ayadi et Christophe Barral (Les Misérables), Marie Lecoq et Frédéric Jouve (les films de Rebecca Zlotowski), Marc du Pontavice (J’ai perdu mon corps), Pascal Breton (la série Marseille). Côté hommes d’affaires : Grégoire Chertok (banque Rothschild), Éric Lenoir (le mobilier urbain Seri), Reginald de Guillebon (Le Film françaisPremière), et la «love money» de Xavier Niel (Free), Marc Simoncini (créateur de Meetic), Stéphane Courbit (Banijay, producteur de contenus audiovisuels), Frédéric Jousset (Beaux-arts), Alain Weill (BFM).
La rédaction dans son ensemble a décidé de quitter les Cahiers du cinéma. Les journalistes salariés prennent la clause de cession, droit de conscience qui protège les journalistes lors d’un changement de propriétaire. Une telle décision est déchirante pour nous, et inédite dans l’histoire de la revue.
C’est d’abord une question de principe. Nous refusons de travailler sous l’égide de producteurs, ce qui pose un risque de conflit d’intérêts immédiat. Le fait même que des producteurs possèdent la revue brouillera la réception des films et créera une suspicion légitime. La nomination prochaine au poste de directrice générale de Julie Lethiphu, actuelle déléguée générale de la SRF (Société des réalisateurs de films), lobby actif et influent, n’a fait qu’aviver nos craintes. Nous ne voulons pas devenir la vitrine du cinéma d’auteur français.
Les actionnaires ont annoncé à leur arrivée la création d’une charte d’indépendance. Or la communication brutale dans la presse (Les Échos et Télérama) l’a immédiatement bafouée. On nous annonce la création d’une revue «chic», «conviviale» et «recentrée sur le cinéma français». Il va sans dire que les Cahiers n’ont jamais été aucun des trois. Les Cahiers se sont toujours moqués du chic et du toc. Ils n’ont jamais été une plateforme de débats pour/contre : la santé des Cahiers, c’est leur virulence, quand on sait dur comme fer qu’elle est au service de la défense d’idées, de passions et de convictions. Les Cahiers ont toujours été ouverts sur le monde. Et l’équipe a été très attentive au cinéma français depuis onze ans mais sans doute ce n’est pas le bon cinéma français que nous avons défendu. Il faut recentrer les excentriques. On nous affaiblit en minimisant les chiffres de vente, alors que, malgré une absence sévère de moyens, les Cahiers se maintiennent dans le contexte de l’effondrement de la presse, terminant même 2019 avec une progression des ventes en kiosque. Dernier message alarmant : les Cahiers sont envisagés comme une marque qui devrait «faire des événements autour de marques». Et les actionnaires de nous intimer sans ambages : «Il leur appartient de marquer leur adhésion ou non à notre projet.» On croirait entendre : «Parce que c’est notre projet !» Eh bien nous le refusons.
Les lecteurs savent aussi que les Cahiers ont affiché leurs prises de position politiques, qu’ils ne séparent pas de leurs prises de position esthétiques : contre le traitement médiatique des gilets jaunes, contre la nomination de Franck Riester, le pass Culture (piloté par Frédéric Jousset, nouvel actionnaire) ou Parcoursup, bref contre la présidence Macron. Voir apparaître les noms de Rothschild, BFM, Niel, Simoncini pose question : pourrait-on rester aussi libres de nos mouvements ? Arrive tout simplement aux Cahiers ce qui arrive à tous les titres de presse, le rachat par des millionnaires proches du pouvoir, souvent venus des télécoms afin de préparer la transition numérique et le flux des contenus. Personne d’autre ne s’intéresse-t-il au sort de la presse ? Richard Schlagman, le précédent propriétaire, venait de l’édition d’art (Phaidon) et garantissait notre indépendance, nous protégeant de toute influence des milieux parisiens.
Les propriétaires n’ont de toute façon pas fait mystère de leur volonté de changer de rédacteur en chef et d’équipe dans le Tout-Paris, qui visiblement se pose moins de questions déontologiques que nous et s’excite à l’idée de prendre la place, ou de revenir. Ce qui explique le manque de soutien dans la presse. Nous verrons – ou plutôt vous verrez, puisque pour nous la page est tournée – si les Cahiers, à la décidément turbulente histoire, vivront une Restauration ou une Révolution, au sens nouveau monde. Le numéro d’avril en tout cas sera notre dernier.
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Libération naviga da solo. Più indipendente e più povero - Anna Maria Merlo
Nuova svolta per Libération, il quotidiano fondato da Jean-Paul Sartre e Serge July nel ’73, passato dall’estrema sinistra a posizioni social-democratiche, dopo aver attraversato un lungo periodo libertario. Altice Média, il gruppo di Patrick Drahi, imprenditore delle telecom (proprietario di Sfr), dal 2014 nel capitale di Libération, abbandona il controllo diretto del quotidiano e lo cede a una fondazione senza scopi di lucro. Il modello della Fondazione è quello di Médiapart, sito di giornalismo di inchieste su Internet, che aveva guardato al Guardian e al suo Scott Trust. Ma Médiapart, a differenza di Libération, è in attivo (anche se non ha pubblicità), e in crescita di abbonamenti.
QUESTO FONDO, scrive il gruppo Altice in una lettera ai dipendenti, «doterà sostanzialmente Libération» per permettere al giornale di far fronte alle perdite e al debito «fino a quando sarà necessario» e di ottenere «il finanziamento futuro e così garantire l’indipendenza a lungo termine» della testata. Libération è in perdita, 8,9 milioni nel 2018, malgrado una sovvenzione pubblica annuale di quasi 6 milioni di euro, mentre ha accumulato un debito intorno ai 45-50 milioni, la diffusione è intorno alle 70mila copie, con abbonamenti web in netto aumento negli ultimi due anni (moltiplicati per 6).
PER LAURENT JOFFRIN, il direttore che adesso entra nel consiglio di amministrazione del fondo assieme a due uomini di Altice (il direttore generale di Altice Média, Arthur Dreyfuss, e il direttore delle fusioni/acqusizioni del gruppo, Laurent Halimi), «moralmente, eticamente, giornalisticamente è un progresso». La vita di Libération è assicurata, almeno per un po’, e sulla carta il quotidiano non dipenderà più da un imprenditore, come era ormai dal 2005, quando in occasione di un’altra crisi era entrato nella proprietà Edmond de Rothschild. Ma la redazione è perplessa. Molti giornalisti sono stati sorpresi dalla notizia della cessione da parte di Altice e della creazione del fondo, che per statuto sarà aperto a finanziamenti di nuovi «mecenati», mentre eventuali utili dovranno venire versati «in opere caritative».
C’è preoccupazione tra i dipendenti di Libération, che dovranno traslocare in nuovi locali. «Se avesse voluto liberarsi del giornale, avrebbe potuto vendere, da due anni abbiamo offerte, Drahi mi ha sempre detto di avere un debole per Libération, abbandonarci non sarebbe buono per la sua immagine», spera Joffrin. La redazione ha chiesto «garanzie giuridiche, finanziarie e sociali, in particolare sulla dotazione e sull’occupazione» e vorrebbe venire associata alla gestione del fondo.
IL GRUPPO ALTICE si libera dell’ultima testata di carta stampata che ancora controllava, dopo aver venduto non molto tempo fa il settimanale L’Express, che con la nuova proprietà ha subito un ridimensionamento della redazione. «Seguiamo la stessa strada», temono a Libération. Altice, nei media, si concentra ormai sulla tv (Bfm, Rmc), ma questo settore sta per essere anch’esso riorganizzato e le redazioni temono che ci sia in programma una diminuzione dell’organico (la riorganizzazione in corso a Sfr – telecom – si concluderà con l’allontanamento di un terzo del personale).
Drahi è un uomo d’affari e ha studiato la manovra per la creazione del fondo di Libération senza perdere denaro. Drahi vende il giornale alla Fondazione, per un valore eguale alla dotazione che avrà questo fondo: in sostanza, otterrà importanti sgravi fiscali (una riduzione delle tasse del 60%), così potrà recuperare parte della somma dell’operazione.
LA CARTA STAMPATA sta attraversando in Francia un periodo difficile, aggravato dalla crisi del coronavirus. Venerdì sono state messe in liquidazione giudiziaria le filiali di provincia di Presstalis, il primo distributore francese di quotidiani e riviste. I quotidiani salvano la distribuzione a Parigi, ma 500 sui 910 dipendenti di Presstalis perderanno il lavoro. Ieri, la Cgt ha indetto uno sciopero. Ma il settore è in declino: nel ’95 c’erano ancora 700 depositi di giornali e riviste in Francia, oggi sono solo più 61. Le edicole sono preoccupate, sono rimaste in circa 22mila e il coronavirus sta dando il colpo di grazia a molte. Le vendite di quotidiani e riviste sono diminuite nel periodo di confinamento e molti lettori non torneranno in edicola perché sono passati al web.
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mercoledì 26 giugno 2019

TROPPI SMEMORATI SUL DOSSIER LIBICO - Gad Lerner





Sono passati dieci anni dacché il parlamento italiano ratificò, a larghissima maggioranza, il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione con la Libia, firmato a Bengasi nell’agosto 2008 da Berlusconi e Gheddafi. Già allora la finalità dichiarata che accomunava le principali forze politiche italiane era il contenimento del flusso migratorio dall’Africa alle nostre coste, attraverso il Canale di Sicilia, le cui rotte di navigazione erano monopolizzate da organizzazioni illegali di scafisti.
Per l’appunto, quando si trattò di ratificare il trattato che destinava fondi al regime libico sotto forma di indennizzi di guerra, finanziamenti per infrastrutture e fornitura di motovedette, il Partito democratico – nonostante si trovasse all’opposizione – per coerenza votò a favore: le grandi linee di quell’accordo erano state delineate, infatti, negli anni precedenti da Romano Prodi.
Solo due parlamentari democratici – sia detto a loro onore: Furio Colombo e Andrea Sarubbi – votarono contro il trattato, in dissenso dal loro gruppo e d’intesa con la pattuglia di sei parlamentari radicali. Né Colombo né Sarubbi furono più ricandidati.
Ho ricordato questo episodio per sottolineare come l’idea, cinica e spregiudicata, di fermare il viaggio dei migranti affidandosi a gendarmi senza scrupoli dall’altra parte del nostro mare, è un’idea che ha molti padri.
Due anni dopo quella disonorevole ratifica, nel 2011, il principale contraente del trattato, Muammar Gheddafi, verrà destituito e ucciso. La sua dittatura era iniziata nel 1969, per un totale di quarantadue anni (più del doppio di quella di Mussolini). Il che non ha impedito di rimpiangerlo a molti esponenti della politica e del giornalismo italiano, evidentemente convinti che per convenienza si possa essere democratici in casa e illiberali con i vicini di casa. Così hanno fatto in fretta a dimenticarsi chi guidava il governo al momento di muovere guerra a Gheddafi, chi lo aveva tradito poco dopo avergli baciato la mano (sul serio, non metaforicamente), e adesso ci ritroviamo circondati di nostalgici del rais.
Da Minniti a Salvini, il dossier libico è rimasto appannaggio del ministero dell’interno, salvo consultazioni riservate con l’Eni. Scarseggia l’informazione sull’attività dei nostri servizi di intelligence che appaltano smistamento e custodia dei migranti ai capitribù, fino al giorno prima trafficanti in proprio.
L’unica lezione della storia che questi politici spregiudicati paiono avere appreso è che non conviene replicare una spedizione militare italiana sul “bel suol d’amore” come quelle susseguitesi dal 1911. Facciamo finta di restare fuori dalla guerra di Libia, ma temo che non ci riusciremo ancora per molto.

giovedì 14 marzo 2019

Una strage silenziosa in un luogo perduto". Corrado Formigli mostra in tv le "immagini sconvolgenti" delle carceri libiche - Umberto De Giovannangeli






Guardate quelle immagini, ascoltate quelle testimonianze. Sono un contributo straordinario alla ricerca della verità. Una verità scomoda, angosciante, che chiama in causa l'Europa, l'Italia, indifferenti se non complici. L'inchiesta di Piazza Pulita sui gironi infernali dei lager libici (in onda nella puntata di stasera), rappresenta un documento di straordinaria efficacia perché per la prima volta escono da quelle carceri precluse a qualsiasi controllo internazionale, immagini che danno conto di una condizione disumana. Immagini e testimonianze di vittime e aguzzini, racconti di persone sopravvissute a quella barbarie e racconti di carcerieri che esibiscono le loro prede e spiegano le modalità di tortura preferite. Viaggio nell'orrore libico. HuffPost ne parla con Corrado Formigli.
Sul piano giornalistico, qual è il tratto peculiare dell'inchiesta di Piazza Pulita?
"Si tratta di una inchiesta esclusiva che abbiamo realizzato con metodi complessi. Oggi entrare in Libia è impensabile ma noi siamo riusciti attraverso le testimonianze di carcerieri e carcerati, a far arrivare quelle immagini qui da noi. Immagini 'catturate' anche attraverso telefonini affidati a persone di nostra fiducia che in quelle carceri sono entrati".
Come definire quelle immagini?
"Sconvolgenti. Immagini che arrivano non dalle carceri ufficiali dove vengono tenuti i migranti. Da quelle carceri arrivano immagini 'accettabili' fatte filtrare dal regime libico. Quelle che mandiamo in onda nella nostra inchiesta sono immagini 'rubate' dentro i centri di detenzione illegali, che testimoniano situazioni e condizioni allucinanti".
Qualche esempio?
"Innanzitutto abbiamo, per la prima volta, la testimonianza di due carcerieri, uno dei quali si trova nella regione di Sabah, il quale spiega come i suoi schiavi, così li chiama, possano liberarsi solo attraverso il pagamento di un riscatto. E se questo riscatto non viene pagato vengono sottoposti a torture atroci. Lui stesso ce ne descrive una tra le sue preferite: utilizzare sul corpo dei suoi schiavi un ferro da stiro rovente. Un altro carceriere ci mostra schiave nigeriane come fossero bestiame al mercato, dandoci una quotazione, vendute come prostitute. Poi abbiamo la testimonianza di un migrante detenuto fuori da un carcere libico privato che spiega come, nell'ultimo anno, 90 persone sono morte in quel carcere per malattie".
Sulla base di questa inchiesta, forte, sconvolgente, come definiresti la Libia oggi?
"Come un luogo perduto, nel quale si sta compiendo una vera e propria strage silenziosa, un Paese nel quale si consuma senza soluzione di continuità una sistematica violazione dei più elementari diritti umani. Il primo pensiero che ho è che quando noi, noi Italia, autorizziamo la Guardia costiera libica a soccorrere migranti in mare, in realtà stiamo decidendo di consegnarli a questo inferno. Ed è semplicemente incredibile, scoraggiante, pensare che venti anni fa abbiamo fatto una guerra nei Balcani in nome dei diritti umani, ritenendo intollerabile ciò che stava avvenendo ai danni della minoranza etnica albanese, mentre oggi immagini ancora più terribili trovano l'Europa indifferente e direi anche complice".
Questa inchiesta, oltre che una pagina di grande giornalismo, rappresenta anche un documento politico. Cosa vorresti chiedere in proposito a chi ha responsabilità politiche e di governo?
"Al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, vorrei chiedere, innanzitutto, se è informato e nel caso non lo fosse di guardare anche questa inchiesta. In secondo luogo, se noi intendiamo continuare a finanziare la Libia con il risultato di continuare ad alimentare questo orrore, queste stragi di innocenti. Ma questa domanda dovrebbe essere rivolta anche all'opposizione. Oggi c'è un nuovo leader del Partito democratico, Nicola Zingaretti: qual è la sua posizione su ciò che sta accadendo in Libia? Ci sarà una continuità con la linea di Minniti o ci sarà uno scarto?".



mercoledì 22 luglio 2015

Desolante silenzio sulla strage dei ragazzi socialisti di Suruc. Con loro muore l’internazionalismo? - Gad Larner


Questo è il bellissimo autoritratto che loro stessi avevano pubblicato su Twitter pochi minuti prima di essere dilaniati da una loro coetanea kamikaze. Trenta giovani socialisti turchi e curdi assassinati ieri a Suruc, a quindici chilometri da Kobane dove progettavano di ricostruire una biblioteca e un centro culturale.
Sono impressionato dalla sottovalutazione di questo crimine sui media europei. E più ancora mi colpisce la mancata percezione, da parte dell’Internazionale socialista (o ciò che ne resta) del tragico significato di quella strage. I giovani socialisti riuniti a Suruc impersonavano la necessità di un impegno contro la discriminazione etnico-religiosa e per la giustizia sociale che non può rassegnarsi ai confini. Possibile ignorare che l’attentato di Suruc mira al cuore dell’ideale internazionalista e ci riguarda tutti da vicino?

giovedì 26 marzo 2015

Gad, quando salterà il fosso? (lettera a Gad Lerner) - Gianni Lixi

Caro Gad mi lasci sgombrare il campo da eventuali incomprensioni. Io la seguo, la seguo su twitter, la seguo a “fischia il vento” che ancora rimane una trasmissione visibile rispetto a tutte le trasmissioni ad alto indice d’ascolto (ma in netto calo) dei suoi colleghi. Mi piace lo sforzo che fa di cercare il dialogo interreligioso. Mi è anche piaciuto l’appoggio (endorsement) che ha dato a Michela Murgia alle scorse elezioni regionali sarde. Non la seguo ed anzi sono spesso in disaccordo quando tratta di cose che riguardano la Palestina.
OK ora veniamo a questo famoso fosso da saltare.
Con autoironia ha candidamente ammesso di aver “cannato” le previsioni elettorali Israeliane. L’euforia di parenti ed amici insieme alle previsioni degli addetti l’avevano indotta a sperare in una vittoria della coalizione Herzog-Livni. Ma perché? Perché sperare in una coalizione che ha nel suo stesso nome, Unione Sionista,  il principio fondativo che regola l’espropriazione di terre e l’espulsione  e, nel caso di Gaza, lo sterminio di un popolo che in quelle terre viveva e vive, attribuendogli l’umiliante stato di profughi? Ilan Pappè,  professore Israeliano, storico che insegna in Uk ad Exeter,  in un recente articolo dove fa un’analisi dei risultati elettorali in Israele, scritto per electronic intifada (qui) ci ricorda che il sionismo è colonialismo e che quindi essere antisionisti non è essere antisemiti ma essere anticolonialisti.
Una coalizione fatta, da una parte dal partito laburista, partito che ha governato per diversi anni e che mai ha impedito il colonialismo sionista e dall’altra da Tzipi Livni. Questa è la ministra che è riuscita ad entrare in UK nel 2011 solo con uno stratagemma. Era infatti personaggio sgradito perché accusata di crimini contro l’umanità a causa della guerra “piombo Fuso”.  Guerra di cui è stata una delle principali artefici e che ha spianato la strada agli altri attacchi su Gaza. Si forse, anzi certamente gli ambienti finanziari europei  e l’amministrazione Obama sono dispiaciuti per la vittoria di Netanyahu. Ma questo ai palestinesi cosa può importare? Casa può importare ai palestinesi sapere che gli europei e gli americani sono dispiaciuti quando per anni avrebbero avuto la possibilità di chiudere i rubinetti a Netanyahu per imporgli condizioni  che mettessero Palestinesi ed Israeliani sullo stesso piano? Perché America ed Europa dovrebbero cambiare atteggiamento se, quando ne hanno avuto la possibilità e molte organizzazioni Internazionali, Palestinesi ed anche Israeliane glielo chiedevano ed anzi glielo imploravano, non lo hanno fatto?
Unione Sionista: poche idee ma confuse. Una garanzia per i Palestinesi. Una coalizione che paradossalmente  edulcorando i rapporti tra Israele ed il resto del mondo, può addirittura essere peggiore di un governo dichiaratamente di destra, meno presentabile nei salotti Europei. E comunque, come dice Bob Herbst, avvocato ebreo americano che si occupa di diritti civili,  in un articolo di 2 giorni fa,  nonostante quello che abbiamo sentito da più di 10 aa a questa parte riguardo alla mancanza di un partner affidabile da parte di Israele per le trattative di pace, appare sempre più chiaro che sono i Palestinesi  a non avere un interlocutore realmente desideroso di arrivare alla pace  (da qui).
“Di fronte al baratro della perdizione e del disonore, Netanyahu agisce da politico responsabile di uno Stato di diritto. Parla di “atto ripugnante”, telefona le sue condoglianze al padre di Mohammad, assicura che “nella società israeliana non c’è spazio per gli assassini, ebrei o arabi”. “
Caro Gad quando si decide a saltare il fosso.  Queste sono le sue parole tratte da un articolo su la Repubblica all’indomani del barbaro assassino di  un ragazzo palestinese, Mohammad Abu Khdeir, 16 anni, del campo profughi di Shuaffat mentre si recava a pregare in una moschea a Gerusalemme est. Cioè Netanyahu, che costringe Mohammad Abu Khdeir a vivere in un campo profughi e che lascia che dei coloni esagitati quotidianamente perpetrino ogni sorta di angheria contro palestinesi che hanno il solo torto di voler vivere nella loro terra, diventa  il “politico responsabile di uno Stato di diritto”. Ma veramente io non capisco come un giornalista che, almeno quando si tratta della politica italiana è ipergarantista e non difende posizioni per appartenza ma, in genere, segue un misto di  logica , giustizia e  moderazione, possa scrivere che Netanyahu ha agito da politico responsabile di uno stato di diritto solo per aver condannato una barbarie. Cos’altro avrebbe potuto fare?
No Gad, lo dico in punta di piedi e con profondo rispetto per i genitori di Mohammad. Il problema per i palestinesi non è neanche il barbaro assassinio del giovane del campo profughi di Shauffat. Il problema sono i contadini della valle del Giordano ai quali è stata tolta la terra e l’acqua per coltivarla. E’ vedere quanto sono rigogliose e floride le terre a loro rubate ed irrigate con acqua del Giordano deviata e sottratta  a loro che si spaccano la schiena  su un terreno arido che non è in grado di dare neanche un raccolto. I proprietari della terra rigogliosa sono giunti l’altro giorno, sono polacchi, russi, ungheresi, bulgari gente che proviene  da tutto il mondo, non parlano ebreo ne palestinese, gli Israeliani hanno dato loro  le terre di quei contadini  e loro  ne sono diventati i padroni.  Ma la cosa più tragica non è neanche questa, la cosa più tragica è sentire il figlio del contadino Palestinese che dice al padre che non c’è la fa più a vivere li. Che se ne vuole andare. Questa è la cosa più tragica perché è il fine che vogliono raggiungere gli Israeliani: costringere i Palestinesi ad andarsene.  La cosa tragica Gad, la cosa veramente tragica è l’abitudine alla sopraffazione. E’ vedere che dopo ore di attesa ad un check point per poter andare nel villaggio vicino a vedere magari un genitore malato sei quasi riconoscente al piccolo ragazzetto israeliano vestito da militare con tuta mimetica e mitra in mano che alla fine ti fa passare. Questo è il vero crimine contro l’umanità. Un crimine lento ed insidioso, pari, se non superiore, al crimine delle bombe a Gaza.
“Israele non ha mai trattato, neanche per un minuto, i palestinesi come se avessero gli stessi loro diritti…la prova  più schiacciante del rifiuto della ricerca di pace da parte di Israele  è, naturalmente, il progetto delle colonie. Sin dagli albori della sua esistenza, non c’è mai stata una cartina di tornasole più affidabile o più precisa per capire le intenzioni di Israele.In parole povere: edificare gli  insediamenti vuol dire consolidare l’occupazione, e coloro che vogliono consolidare l’occupazione non vogliono la pace. Questa è la storia di tutto in poche parole (Gideon Levy)”. Gad, quando si decide a saltare il fosso per raggiungere il suo collega, l’Israeliano Gideon Levy (giornalista che conosce e che spesso cita) .  Quando si decide a saltare il fosso per raggiungere un’altro autore israeliano, Miko Peled, che molto lucidamente, tra le altre cose  dice che si è garantito il ritorno agli ebrei in una regione che loro hanno abitato nei secoli meno di altre popolazioni e molti molti anni fa e non si garantisce invece il ritorno a milioni di persone che l’hanno abitata sino a qualche decina di anni fa! Ed sempre Miko Peled, figlio di un generale Israeliano, che ci ricorda come ai palestinesi di Gaza vengano date solo due possibilità. O morire nei propri letti o morire con il fucile in mano.
Io, lo dico con molta modestia e senza alcuna presunzione, penso di sapere perché non riesce a saltare il fosso.  Lei non riesce a saltare il fosso perché questi argomenti non riesce ad affrontarli  in maniera libera. Non riesce a togliersi la Kippà dal capo. Kippà, tappetino in direzione della Mecca, scalette  che portano in chiesa la domenica, tutte forme associative di appartenenza che parte dell’umanità sceglie per cercare di arrivare ad uno stato di “fratellanza” universale che invece sembra essere ostacolato proprio da queste forme di appartenenza!
Caro Gad stiamo avvicinandoci ad una fase in cui la verità  su chi è l’aggredito e chi è l’aggressore sta diffondendosi sempre più (e purtroppo non sempre lei ha contribuito).  La differenza la farà il popolo giusto ed onesto (ho detto il popolo non gli ebrei o i mussulmani o i cristiani onesti e giusti) che unendosi troverà la maggioranza necessaria per iniziare un percorso politico che porterà ad isolare sempre più la minoranza violenta e confessionale, che mai scomparirà da quelle terre per il semplice fatto che è fisiologica in tutti gli stati democratici. Sono conscio che questo è un percorso difficile, che non sarà indolore e che altro sangue sarà versato, ma non c’è altra alternativa. E molto dipenderà dall’informazione. Quindi da lei. Il processo sarà più rapido quanto più saranno i giornalisti liberi che sapranno contrastare  la propaganda israeliana. Le persone che parlano di 2 stati, o sono persone che non conoscono tutto quello che gli Israeliani hanno combinato in  Palestina (Cisgiordania e Gaza) da un punto di vista geografico, o sono persone che lo conoscono bene (come lei)  ma che non vogliono rinunciare, per senso di appartenenza (nel suo caso) o per difendere privilegi acquisiti (nel caso della stragrande maggioranza), ad uno stato ebraico.
Il “benessere” degli israeliani non è il “benessere” dei palestinesi. Ma lo “stare bene” dei palestinesi, sarà sicuramente lo “stare bene” degli israeliani.

La saluto Gianni Lixi (Associazione Amicizia Sardegna Palestina).

venerdì 30 agosto 2013

coperture

Il finanziamento dell’abolizione dell’Imu 2013 è ancora molto incerto. La nuova service tax che arriverà nel 2014, sostanzialmente la stessa tassa, avrà un funzionamento diverso, ma per trovare le risorse necessarie a cancellare le entrate dell’Imu  di quest’anno il governo Letta si sta ingegnando nel reperimento delle più svariate risorse. Una fonte importante sarà la passione degli italiani per il gioco d’azzardo elettronico, che si è particolarmente diffuso nei bar del nostro paese tramite videopoker o slot machine. Da qui dovrebbe arrivare poco meno di un miliardo di euro, secondo i calcoli dell’agenzia  Agipronews riportati da “La Stampa”. Il più corposo gettito sarà fornito dalla sanatoria con i concessionari delle slot machine condannati dalla Corte dei Conti al pagamento di una multa da 2,5 miliardi di euro. Al momento si parla solo di indiscrezioni, ma il Tesoro stima di incamerare una cifra oscillante tra i 600 e gli 800 milioni di euro tramite il condono…

giovedì 11 luglio 2013

Che figuraccia, Epifani, il tuo atto di “cortesia” per il Pdl – Gad Lerner

Basta guardare il filmato in cui il deputato Pd Ettore Rosato motiva arzigogolando il voto favorevole alla richiesta di fermare i lavori parlamentari venuta dal Pdl, di fatto per protesta contro la volontà della magistratura di fare il suo dovere. Basta guardare alle spalle del povero Rosato. Si nota un Guglielmo Epifani imbarazzato, con qualche tic, che evita di applaudire e si contorce un po’. Secondo me prova vergogna per quel che ha ritenuto di ingoiare in nome della tenuta del governo Letta. Non è solo una figuraccia. E’ un errore politico maiuscolo, di quelli che si ricorderanno. Una lesione della dignità del Parlamento assecondata dal voto favorevole di un partito che ha la maggioranza in aula solo perchè si era presentato davanti agli elettori dichiarando la sua indisponibilità a allearsi con Berlusconi. Ecco, appunto.

martedì 23 aprile 2013

l'ottimismo di Pippo Civati e Gad Larner


Ora attendiamo le decisioni di Napolitano. Il Pd non si occuperà nemmeno dell’arredamento: al massimo, sposterà i soprammobili.

…Davvero questi dirigenti pensano che basti cambiare la fisiognomica dei ministri, sostituendo Monti con Renzi o Letta o Amato o chichessia, perchè la maggioranza col Pdl nata nel novembre 2011 possa dare risultati migliori di quelli già severamente giudicati dagli elettori?
La forzatura con cui si vuole varare il nuovo governo entro la settimana trascina il Pd a compiere un passo esiziale di non ritorno. Una sottomissione intollerabile.

lunedì 8 aprile 2013

prendiamo i soldi ai ricchi


…Don Torta ha scritto ai suoi parrocchiani che queste morti si devono assolutamente interrompere – nel Veneto si contano 65 suicidi legati alla crisi economica – e per fermare questo tributo di vita umane prendere i soldi ai ricchi non è un peccato.
“Che non capiti mai che un mio parrocchiano sia tentato di uccidersi: insieme, io per primo, lo aiuterò a prendersi quanto gli serve per sopravvivere da chi si è arricchito sulla pelle dei poveri”. Don Torta aggiunge: “Oggi l’emergenza vera è il lavoro, sono cose che non stanno né il cielo né in terra queste, bisogna fare una rivoluzione, i politici devono mettere da parte l’orgoglio, trovare un compromesso per due anni e risollevare la nazione”. Nel suo messaggio sul foglio domenicale della parrocchia il parroco veneziano si era rivolto direttamente alla coppia di Civitanova Marche, chiedendogli scusa in modo accorato e toccante. “Ieri», scrive il parroco, «quando ho letto del biglietto dove marito e moglie dicevano “scusateci ma abbiamo una dignità”, mi sono sentito annichilito, meno di niente. Questo è un macigno che dobbiamo tutti portarci sulla coscienza, perché quanto successo, anche se in tono minore, ci sta attorno, quasi sempre vediamo simili situazioni ma non vogliamo guardarle e saperne portare il peso». «Non siete voi, fratelli nostri», dice rivolto alla coppia, «che dovete chiedere scusa a noi: siamo noi che dobbiamo chiedere perdono a voi se siete arrivati a questo punto di disperazione da togliervi il dono più grande che è la vita. È vero, tutti abbiamo problemi e la vita è diventata difficile, ma per molti è faticosamente sopportabile e per alcuni è davvero insopportabile e tutti ne siamo corresponsabili: anche se ci diciamo cristiani di fatto non lo siamo e le nostre preghiere sono intrise del sangue di Caino, che ha rifiutato di essere il custode di suo fratello.”
Le parole di Don Torta non hanno lasciato indifferente il patriarcato di Venezia, che ha espresso condivisione per il messaggio di dolore lanciato dal parroco di Dese. Monsignor Valter Perini, vicario episcopale per l’evangelizzazione, si è espresso in termini altrettanto netti, sposando il pensione del prelato: «Questo è il grido di dolore di un pastore che, come ha detto Papa Francesco, ha l’odore delle pecore». Monsignor Perini, nelle sue dichiarazioni riportata da “Repubblica”,  cita la teologia morale della chiesa: “Quando una persona è ridotta agli stenti può appropriarsi di un bene altrui e procurarsi il cibo necessario per vivere. Ciò che ruba non è furto è l’applicazione del diritto naturale primario. Dio ha destinato i beni della terra universalmente a tutti gli uomini. La strada migliore è quella di trovare chi ti aiuti con forme di legalità, ma la dottrina della chiesa parla chiaro”.

lunedì 18 marzo 2013

Un grazie (sincero) a Beppe Grillo, che non ha motivo di arrabbiarsi - Gad Lerner


Anche noi che abbiamo votato Pd per realizzare un’alternativa al berlusconismo imperante, oggi dobbiamo un grazie sincero a Beppe Grillo. Senza il successo del suo M5S dubito che avremmo Laura Boldrini e Piero Grasso presidenti dei due rami del Parlamento. Con tutto il rispetto, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro non sarebbero stati la stessa cosa. Se il bisogno di rinnovamento della politica è così avvertito, se anche per il governo apriamo gli occhi alla concreta possibilità di coinvolgere personalità “radicali” e esemplari fuori da una logica d’apparato, lo si deve al fiato sul collo esercitato dai 5 Stelle. La mia non è una captatio benevolentiae, le mie critiche a Grillo non le censuro di certo. Ma oggi gli suggerirei di non inquietarsi per il voto che ha diviso i suoi senatori nell’alternativa fra scheda bianca e Grasso: dovrà pur ammettere che una riconferma di Schifani alla seconda carica dello Stato era uno spauracchio da non sottovalutare per i suoi sostenitori…

venerdì 15 marzo 2013

Soldi pubblici, Siena e Sesto San Giovanni: i nodi da sciogliere - Gad Lerner


Ora il gioco si fa sporco, nel Pd, con i dossier velenosi sugli stipendi dei funzionari pagati con soldi pubblici. Quanto allo scandalo Montepaschi, non ha giovato la minaccia di sbranare chi chiedeva conto delle sue evidenti commistioni politiche. Mentre in Lombardia la mai chiarita vicenda Penati è resa ancor meno sopportabile dalle prescrizioni che hanno salvato dal processo gli uomini delle coop rosse, grazie a una legge del governo Monti votata dal Pd.
Sono i nervi scoperti di una sinistra che non ha voluto affrontare per tempo questioni fra loro diverse, ma di cruciale rilevanza. Forse Bersani sperava che la vittoria elettorale, di cui era quasi certo, consentisse di eluderle. E così, proprio ora che la stretta finale dei processi delegittima platealmente la destra ridottasi a guarnigione di un Capo imputato per reati infamanti, anche il Pd si ritrova esposto al dileggio di Grillo che insiste a chiamarlo pidimenoelle.
Proprio perché sappiamo che non c’è paragone possibile fra destra e sinistra sulla questione morale, avvertiamo i danni provocati da tale colpevole inadempienza. Le ragioni che spinsero Bersani a sottrarsi a un discorso di verità sul finanziamento pubblico dei partiti e sul rapporto tra affari e politica, oggi si ripropongono drammaticamente nel confronto con Renzi. Rendono incerto il futuro personale di molti dirigenti e dipendenti. Mettono a repentaglio la stessa sopravvivenza del Pd.
Invano le ruberie del tesoriere della Margherita, Luigi Lusi, avevano notificato l’esistenza di contabilità opache e bilanci paralleli. La decisione di ricandidare dall’alto il vecchio tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, ci ricorda come sussistano necessità di tutela patrimoniale ereditate dal passato; così come stratificazioni di personale, giornali, organismi desueti. Disfarsene, così come ben prima di Grillo avevano già chiesto tanti militanti del Pd, è operazione dolorosa. Tanto più che per tappare i buchi di bilancio del passato remoto, e per mantenere le più snelle strutture odierne, si era preferito contravvenire tacitamente alla volontà popolare espressa in un referendum. Una furbizia resa indifendibile dal voto del 24 febbraio. Mi auguro che non dobbiamo assistere a un’indecente ridda di accuse a colpi di dossier su sprechi e abusi fra dirigenti dello stesso partito, ma è chiaro che il suo apparato è destinato a un ulteriore, drastico ridimensionamento...