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giovedì 5 marzo 2026

L’Europa seppellisce il diritto d’asilo. E Meloni brinda sul confine esternalizzato

 

Via libera ai “Paesi sicuri”, ai “Paesi terzi sicuri” e al modello Albania: l’UE diventa la scorciatoia legale per deportare, respingere, rinchiudere

C’è un sincronismo che sa di regia politica, non di coincidenza: ieri il Parlamento europeo ha approvato la prima lista europea di Paesi d’origine “sicuri” e ha riscritto i criteri del cosiddetto “Paese terzo sicuro”; oggi il governo Meloni porta in Consiglio dei ministri il ddl immigrazione che punta a trasformare quella cornice europea in un dispositivo italiano di interdizione marittima, deportazione e detenzione fuori confine.

È la vittoria del “modello Albania”. È l’Europa che smette di essere — anche solo formalmente — il luogo dove si frenano gli eccessi dei governi nazionali. E diventa, al contrario, la via traversa con cui travolgere le ultime resistenze: quelle della magistratura, della Costituzione, dei diritti fondamentali, della semplice idea che il diritto d’asilo non sia un optional.

La lista dei “Paesi sicuri”: la scorciatoia per negare l’asilo

La nuova lista europea include Stati come Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. È un passaggio politico gigantesco: non perché quei Paesi siano improvvisamente diventati paradisi dei diritti, ma perché l’etichetta di “sicuro” serve a una sola cosa. Rendere più facile respingere. Rendere più rapida l’inammissibilità. Rendere più veloce il rimpatrio.

Non è un aggiornamento tecnico: è un cambio di paradigma. Si passa dall’esame della persona all’esame del passaporto. E quando il passaporto è quello “sbagliato”, la tua storia diventa irrilevante.

“Paesi terzi sicuri”: la deportazione come politica pubblica

La novità più brutale è la revisione del concetto di “Paese terzo sicuro”. Tradotto: deportare i richiedenti asilo sulla base di accordi con Stati terzi, anche accordi individuali, e farli aspettare altrove mentre l’Europa si lava le mani.

Il cuore della norma è l’esternalizzazione: l’Unione spalanca la porta alla costruzione di centri in Paesi terzi per l’esame delle domande. Hub fuori dall’UE. Recinti legali. Zone grigie dove la responsabilità si disperde e i diritti evaporano.

Albania oggi. Ruanda domani. Qualsiasi luogo dopodomani, purché abbastanza lontano da non disturbare lo sguardo europeo.

Il “modello Albania” non era un incidente: era un prototipo

Per mesi l’opposizione italiana ha deriso l’esperimento albanese come propaganda. E invece era un prototipo: un’anticipazione. Un test politico su una corrente gelida che stava già attraversando l’Europa.

Ora quella corrente è diventata egemonia. E non è nemmeno solo l’egemonia delle destre. Perché a far passare la linea più dura non sono stati soltanto i partiti della destra radicale: c’è stato anche “qualche socialdemocratico”, abbastanza per dare alla svolta una patina di rispettabilità istituzionale.

Questo è il punto più inquietante: l’estrema destra non vince soltanto quando prende voti. Vince quando gli altri si adeguano.

Il ddl immigrazione di Meloni: il pacchetto coerente del respingimento

Il ddl immigrazione atteso oggi è la traduzione nazionale del nuovo clima europeo. E secondo le anticipazioni potrebbe includere blocco navale, ritorno del sistema Albania e una stretta sui ricongiungimenti familiari. Un pacchetto coerente, pensato come una catena di montaggio del controllo: prima si dichiara l’“eccezionale pressione migratoria”, poi si interdicono le acque territoriali, poi si intercetta, poi si impacchetta, poi si deporta, poi si rinchiude fuori dall’Europa, poi si respinge o si parcheggia. E soprattutto l’obiettivo resta uno solo: che in Europa non mettano piede, che non vedano le coste, che non esistano.

La formula “eccezionale pressione migratoria” è la chiave autoritaria del disegno. Perché la pressione “eccezionale” non la decide un tribunale, non la misura un organismo indipendente: la decide il governo. E quando è il governo a decidere l’eccezione, l’eccezione diventa normalità.

La bugia centrale: “sicuro” non significa sicuro

Dentro questa architettura c’è una bugia madre: che esistano Paesi “sicuri” per definizione. Che basti un timbro europeo per cancellare persecuzioni, torture, repressioni, discriminazioni, violenze di Stato, carceri arbitrarie.

E non è un caso che proprio Bangladesh ed Egitto — Paesi da cui provenivano persone già trascinate nel circuito Albania e poi rientrate per intervento della magistratura — rientrino ora nella lista “sicura”. È un regolamento dei conti politico con chi ha provato a fermare l’operazione. È un modo per dire: la prossima volta non ci saranno ostacoli.

L’Europa non è più la barricata. È il bulldozer.

Per vent’anni una parte del centrosinistra ha coltivato un riflesso: “l’Europa impedirà il peggio”. Quel tempo è finito. Quell’Europa è stata travolta.

Oggi l’UE non frena: accelera. Non impone decenza: costruisce procedure. Non tutela: normalizza la disumanità.

E mentre i governi nazionali avanzano col passo dell’oca, Bruxelles fornisce la base giuridica per farlo con il timbro della legalità. Questa è la vera mutazione: non più violazioni episodiche, ma un sistema.

La posta in gioco: non è l’immigrazione. È lo Stato di diritto.

Chi pensa che sia “solo” una battaglia sui migranti non ha capito niente. Qui si sta riscrivendo il rapporto tra diritto e potere. Tra persona e confine. Tra Costituzione e propaganda.

Il diritto d’asilo non è un favore. È un pilastro. È la linea che separa una democrazia — imperfetta, ipocrita, contraddittoria — da un regime che decide chi è umano e chi è merce di scambio.

E la verità è semplice, brutale, incontestabile: se l’Europa può deportare i richiedenti asilo, può farlo con chiunque diventi scomodo. Oggi sono loro. Domani sarà qualcun altro. È sempre così che funziona.

Che fare: basta indignazione, serve conflitto politico

Non basterà appellarsi ai “guardiani”: la Corte, il Quirinale, Strasburgo, i tecnicismi. Questa ondata non è un incidente giuridico: è una scelta politica. E come tale va combattuta.

Se l’egemonia della destra si è imposta, non si smonta con comunicati prudenti o con l’ennesimo “siamo preoccupati”. Si smonta con un fronte sociale e politico che dica chiaramente che questo non è governo dei confini: è demolizione dei diritti.

Perché è esattamente questo che sta accadendo: l’Europa affonda il diritto d’asilo. E Meloni, finalmente, ha trovato il continente perfetto per farlo sembrare inevitabile.

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venerdì 27 febbraio 2026

La nave Humanity 1 bloccata per 60 giorni, mentre aumentano i morti in mare

 

Mentre centinaia di persone risultano ancora disperse nel Mediterraneo centrale, il 13 febbraio le autorità italiane hanno fermato per 60 giorni la nave di soccorso Humanity 1 a Trapani e imposto una multa di 10.000 euro, secondo quanto riferito oggi dall’organizzazione tedesca di ricerca e soccorso SOS Humanity. Secondo l’equipaggio, in precedenza avevano soccorso 33 persone in pericolo in mare e avvistato due cadaveri in acqua. Le autorità accusano l’equipaggio di non aver comunicato con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico. L’ordine di fermo è arrivato poco dopo che il governo italiano ha presentato un disegno di legge che consentirebbe un “blocco navale”, una nuova misura contro le navi di soccorso delle ONG.

“Il nostro equipaggio ha informato tutti i centri di coordinamento dei soccorsi competenti in conformità con il diritto marittimo internazionale”, ha sottolineato Viviana di Bartolo, coordinatrice delle operazioni di ricerca e soccorso di Humanity 1. “Abbiamo deliberatamente deciso di non comunicare con gli attori libici, poiché non possono essere considerati autorità di ricerca e soccorso legittime: sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone in cerca di protezione”.

Secondo SOS Humanity, questa è la terza detenzione di una nave di soccorso dell’alleanza “Justice Fleet” in tre mesi. L’alleanza di ONG critica il sostegno europeo agli attori libici in mare, che accusa di violenza contro le persone in cerca di protezione e contro gli equipaggi di soccorso. Nell’agosto 2025, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha aperto il fuoco contro una nave di soccorso non governativa.

“Questo ribalta pericolosamente la realtà. Mentre noi salviamo vite umane e veniamo puniti per questo, la cosiddetta Guardia Costiera libica viene sostenuta, le stesse forze che abusano e uccidono le persone in fuga”, ha affermato Marie Michel, esperta di politiche presso SOS Humanity. “Chiediamo il rilascio immediato della nostra nave di soccorso Humanity 1”.

Secondo SOS Humanity, si tratta del secondo fermo della sua nave in tre mesi. In precedenza era stata fermata anche la nave di soccorso Sea-Watch 5. A due delle più grandi navi di soccorso delle ONG nel Mediterraneo viene quindi impedito di effettuare ulteriori salvataggi, ha aggiunto l’organizzazione.

Nel frattempo, il governo italiano sta intensificando ulteriormente l’ostruzione delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Con una nuova bozza di legge, il governo Meloni sta pianificando un “blocco navale” per le navi delle ONG:  queste potrebbero ricevere la proibizione di entrare nelle acque territoriali italiane per un periodo fino a sei mesise le autorità italiane valutano un “rischio per la sicurezza”.

“Il nuovo fermo della nostra nave di soccorso Humanity 1 avviene nel contesto di un’ulteriore escalation dell’intralcio alle operazioni di ricerca e soccorso drammaticamente urgenti nel Mediterraneo”, afferma Marie Michel. “Con questo disegno di legge, che prevede un ‘blocco navale’, il governo italiano sta compiendo un passo drammatico nella sua politica contro le operazioni civili di ricerca e soccorso. Ciò aggrava ulteriormente la catastrofe umanitaria in mare e viola palesemente il diritto internazionale”.

Dati dell’OIM mostrano che dall’inizio dell’anno ad oggi almeno 484 persone migranti sono state dichiarate morte o disperse in seguito a diversi naufragi nel Mediterraneo centrale causati da condizioni meteorologiche estreme, mentre si ritiene che centinaia di altri decessi non siano stati registrati.

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mercoledì 25 febbraio 2026

La "fuga dei bianchi" dagli istituti di periferia: dove nasce la segregazione scolastica - Andrea Ceredani

Gli esperti definiscono il fenomeno "white flight", fotografando così la tendenza delle famiglie italiane a iscrivere i figli nei quartieri centrali delle grandi città, lontani dalle periferie ad alto tasso di presenza straniera. «Così nascono sempre più classi ghetto e il tessuto sociale si strappa»

Nella Circoscrizione 5 di Torino, circa il 30% dei giovani in età scolastica ha cittadinanza straniera ma, entrando nelle scuole del quartiere, pare che gli studenti non italiani siano molti di più: in certe classi rappresentano la quasi totalità degli iscritti. Quel quartiere, Vallette, ha iniziato solo negli ultimi decenni a essere abitato da cittadini di moltissime nazionalità diverse. «Anche la scuola, di conseguenza, oggi è popolata da un mix di studenti stranieri – spiega ad Avvenire Marco Battaglia, educatore presso l’associazione Vides delle suore salesiane torinesi –. Molte famiglie italiane, di fronte a questo scenario, preferiscono iscrivere i propri figli in altri istituti. Perciò, ci troviamo di fronte a sezioni quasi del tutto straniere». L’esodo degli studenti italiani dalle scuole ad alto tasso di iscritti stranieri, in realtà, è una tendenza diffusa in tutte le maggiori città d’Italia da anni e, per questo, gli addetti al settore le hanno già affibbiato una definizione: “white flight”. Letteralmente, la “fuga dei bianchi”. Un fenomeno che determina, di fatto, la segregazione scolastica di molti alunni senza cittadinanza italiana. «I numeri lo spiegano bene – commenta Battaglia –. Le scuole che sono più accoglienti con gli stranieri, negli scorsi anni, hanno avuto molte meno iscrizioni. Quelle che sembrano più rigide hanno numeri più alti».

I più colpiti dal “white flight” sono i grandi centri urbani, dove si concentra la maggior parte degli studenti stranieri: Milano in testa (83.230 nell’anno scolastico 2023/24), seguita da Roma (68.079), Torino (41.461) e Brescia (33.558). Ma i numeri, secondo gli esperti, «vanno maneggiati con cura» perché «la concentrazione di alunni di seconda o terza generazione in pochi istituti non rappresenta di per sé un problema per l’apprendimento – spiega Marta Berti, responsabile del progetto SCooP, che opera contro la segregazione scolastica nel Municipio 6 di Milano –. Quella a cui assistiamo è piuttosto una fuga dalla povertà e dalle periferie verso il centro: chi ha la possibilità sceglie di spostarsi, mentre chi non ha i mezzi economici resta». Un circolo vizioso che ha conseguenze educative negative sul percorso di tutti gli studenti. In scuole dove convivono alunni di lingua, provenienza ed estrazione socioeconomica diverse – spiega Berti – «tutti i ragazzi si arricchiscono di competenze nuove». Concepire gli istituti a prevalenza straniera come scuole di “serie B”, al contrario, mina «il diritto di tutti a ottenere lo stesso livello di qualità educativa». Il rischio principale, secondo Marco Battaglia, è «lo sfilacciamento del tessuto sociale». In altre parole, che studenti italiani e stranieri non si conoscano e non si incontrino mai: «È una perdita per tutti – commenta – anche perché, nella mia esperienza, le medie migliori le hanno gli alunni stranieri».

Il meccanismo del “white flight” ha conseguenze evidenti a Milano, dove molte classi di periferia rasentano la quota del 100% di alunni con cittadinanza straniera, perché ritenute poco attrattive dalle famiglie italiane. Per disinnescare «il circolo vizioso che isola gli studenti stranieri», il progetto Mixité, guidato dalla cooperativa sociale Diapason, ha introdotto servizi pomeridiani aggiuntivi in quattro istituti milanesi a rischio di segregazione: «Ci lavoriamo da due anni – spiega Elisabetta Cargnelutti, project manager di Diapason – e i risultati sono positivi. Molte famiglie italiane hanno deciso di iscrivere i loro figli in scuole marginalizzate perché, di fatto, restano aperte tutti i pomeriggi». Laboratori di scienze, giochi e doposcuola: tutto contribuisce «ad attirare i genitori italiani verso scuole che sono attente alle loro necessità». L’obiettivo? «Al lungo termine – conclude Cargnelutti – vogliamo mutare una convinzione: quella secondo cui una scuola a maggioranza di studenti italiani svolga il programma in modo più completo e veloce. È solo una questione di pregiudizio».

Le scuole che hanno ridotto il tasso di segregazione scolastica, in effetti, sono anche quelle in cui genitori italiani e stranieri collaborano agli stessi progetti. È il caso del doposcuola dell’istituto Daniele Manin di Roma, di cui fa parte la scuola Di Donato, definita nel 2005 la più multietnica d’Italia, con iscritti da oltre 80 nazionalità diverse. Al termine delle lezioni, ogni giorno alle 16.30, nelle aule della Di Donato iniziano corsi di ogni genere: studio, basket, canto, pattinaggio. A organizzarli sono i volontari dell’Associazione genitori, ma anche docenti ed educatori. Il risultato? Secondo la mamma affidataria Francesca Valenza, che partecipa da anni, è un successo: «Le famiglie italiane qua possono trovare un’offerta formativa unica che li attrae e li spinge a intessere relazioni e legami affettivi con genitori di ogni provenienza. Insomma, superano il pregiudizio».

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lunedì 16 febbraio 2026

L’idea di Meloni: i migranti fuori dalla razza umana

 

Perquisizioni all’ospedale di Ravenna: che soffi il vento dal Minnesota? - Vito Totire

Storicamente la “medicina” è stata molto spesso ridotta ad un ruolo ancillare del potere economico e politico. Ovviamente ci sono state significative eccezioni e notevoli fenomeni di resistenza: fino ai medici incarcerati, nel 500 e nel 600, «per aver dichiarato peste il morbo corrente». La diagnosi di peste ostacolava commerci e profitti e dunque occorreva negare la natura del morbo incarcerando il medico che aveva osato porre la diagnosi; queste incarcerazioni favorirono le epidemie più catastrofiche…

C’erano state avvisaglie di quanto accaduto a Ravenna, e anche numerose. La più recente: una assessora della giunta comunale di Ferrara ha attaccato alcuni medici dell’ospedale di Cona per le loro dichiarazioni di incompatibilità sanitaria. In verità il medico che fa una dichiarazione di incompatibilità risponde a un suo basilare dovere deontologico: tutelare la speranza di vita e di salute della persona.

Chiedere ai medici una valutazione di compatibilità alla detenzione in un CPR è come se un sequestratore di persona domandasse a un medico il via libera a imprigionare la sua vittima. Può un medico dare il suo nulla osta e garantire che la «detenzione amministrativa» cioè la privazione della libertà e la detenzione in un lager (questo sono oggi i CPR) sia “sopportabile” da parte di una persona che ha commesso il supposto reato di immigrazione clandestina ?

I CPR hanno dimostrato un grandissimo potere morbigeno sia fisico che psicologico che ha avuto come effetto un altissimo numero di suicidi, un numero elevatissimo di condotte cosiddette autolesioniste (cosiddette in quanto si tratta di autolesionismo indotto dalle condizioni di disperazione in cu vivono gli internati).

Il tentativo “neocoloniale” del governo Meloni di portare lo strazio dei CPR in Albania risponde solo alla logica ipocrita dell' “occhio non vede cuore non duole”. In verità nonostante i tentativi di occultamento in Italia ci sono occhi che vedono e cuori che dolgono per il trattamento bestiale che gli internati nei CPR subiscono.

La storia parte da lontano: quando esistevano i CIE/CP (e noi eravamo contrari) sollevammo comunque il problema della vigilanza da parte delle Ausl, in analogia a quella che dovrebbe essere svolta nelle carceri. Appunto: dovrebbe visto che per esempio la Ausl Romagna si ostina a non rispondere alla nostra istanza di accesso ai rapporti semetrali delle carceri di Ravenna, Forlì e Rimini.

Tornando ai CIE-CP allora la Regione Emilia-Romagna RESPINSE QUELLA NOSTRA SOLLECITAZIONE sostenendo che il Cpt-Cie non è un carcere. Poi i “decisori politici” hanno maneggiato norme e princìpi costituzionali fino a definire (dopo una serie di eventi luttuosi) procedure per l’ammissibilità della detenzione nel CPR. Significativamente queste procedure non sono state elaborate dal ministero della Salute ma dal ministero degli Interni ; che un problema di tutela sanitaria venga gestito dal ministro “di polizia” ricorda i tempi in cui i manicomi, in Spagna, erano appunto sotto la suddetta gestione. Problema dunque non di salute ma di “ordine pubblico”; forse nel tentativo di prevenire qualcuno degli eventi più clamorosi. Si è insistito sulla prassi della valutazione di idoneità utile, in caso di alcuni eventi infausti, per lavarsene le mani.

Ma la Federazione nazionale degli ordini dei medici ha parlato chiaro: il potere politico non può chiedere ai medici «prestazioni professionali» che violano gli elementari doveri deontologici.

La magistratura ha il diritto (o meglio il compito) di indagare su abusi e condotte illegittime. E veniamo a caso di Ravenna. Al momento l’argomento “forte” dei soliti bene informati riguarderebbe un cittadino senegalese che prima sarebbe stato dichiarato «incompatibile» e poi avrebbe commesso molestie sessuali. Quale sia la fonte di questa “notizia” non è dato sapere e quindi non intendiamo commentarla; anche se non è detto che la “cura” per chi ha fatto molestie (provate o ipotizzate?) debba essere il CPR. Impossibile peraltro che tutti i certificati “non idonei” rilasciati a Ravenna siano stati per molestatori.

Riteniamo che la magistratura avrebbe potuto e dovuto usare un approccio meno plateale: la condotta medica può essere monitorata con ben altri strumenti che non le perquisizioni in ospedale e a domicilio. Se sono stati commessi “errori” questi vengono benissimo a galla con mezzi non invasivi, visto che le cartelle cliniche non si possono né manipolare né distruggere. Non c’era bisogno di mostrare i muscoli ma se una parte del ceto politico chiede ai medici di fare i carcerieri il discorso cambia.

Seguiremo con la massima attenzione la vicenda di Ravenna perché l’entrata a gamba tesa nell’ospedale pone dubbi sulla tenuta dell’assetto democratico nel nostro Paese.

 

Casi di “morbo k” a Ravenna? E anche a Ferrara? O in tutta Italia? - Vito Totire

Per facilitare le indagini e la loro chiusura veloce, “confesso”: io sono complice della SIMM, cioè la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. E posso documentarlo.

Intanto per i medici di Ravenna sotto inchiesta, a mio parere nessun addebito, piuttosto UN ENCOMIO.

E’ evidente che un certo ceto politico abbia sempre tentato di asservire i cittadini ma anche la magistratura e la classe medica.

Al momento noi vogliamo aprire una nostra inchiesta su quello che è accaduto a Ravenna. Come abbiamo già detto c’era stata un evento sentinella a Ferrara: critiche ai medici dell’ospedale di Cona per aver redatto, secondo l’accusa, certificati «ideologici». Che le divergenze ideologiche tra accusati e accusatori siano enormi non abbiamo dubbi; che una delle parti in causa usi strumenti repressivi, peraltro così rozzi, non ci sta bene.

Stiamo cercando di comprendere la dinamica che ha portato alle perquisizioni di Ravenna. Qualcuno forse avrà pensato all’episodio di Roma nel 1943 quando alcuni coraggiosi medici inserirono nella nosografia ufficiale il MORBO DI K ; una malattia inesistente ma supposta contagiosa e pericolosa che tenne lontani i nazisti da un reparto ospedaliero dell’isola Tiberina (dove erano ricoverati anche ebrei). Chiunque conosca quella storia deve rendere omaggio ai medici Giovanni Borromeo e Adriano Ossicini che inventando il morbo di K riuscirono a salvare un centinaio di ebrei dalla furia genocida dei nazisti. Noi che abbiamo sempre salutato quell’evento con entusiasmo ed ammirazione ci siamo trovati negli ultimi anni ad essere accusati di sentimenti antiebraici … spesso dai nipotini politici di fascisti, negazionisti e collaborazionisti!

Sarà successo che a qualcuno sia sorto il dubbio della riproposizione a Ravenna di una strategia analoga a quella di Roma del 1943? Come abbiamo già detto i magistrati hanno il diritto/dovere di indagare. Devono però accantonare il dubbio di trovarsi di fronte a casi del Morbo di K. Se hanno dubbi possono acquisire la documentazione o anche sentire i medici ma come «persone informate sui fatti» e non come indagati. In corso d’opera poi potremo confrontarci pubblicamente su cosa significhi «salute psicofisica» e su cosa occorra garantire per evitare una riduzione della speranza di salute e di vita delle persone, migranti o stanziali che siano.

Non abbiamo dubbi che la condotta dei medici di Ravenna sia stata deontologicamente corretta e che meritino encomi piuttosto che vicissitudini giudiziarie in qualità di indagati. Prevenire malattie, disagio, suicidi e autolesionismi è dovere del medico e a questo obiettivo tutti, per quanto possibile, devono collaborare senza ostruzionismi.

Infine una sottolineatura. Un organo di stampa ha sussurrato: si cercano contatti con la SIMM, la società di medicina delle migrazioni. Personalmente, per facilitare le indagini, mi dichiaro complice della SIMM. Non c’è bisogno di ricerche o interrogatori: come soci della SIMM sui diritti umani e della salute abbiamo un’idea diversa a quella del governo in carica e, in particolare, di certi suoi ministri. Lo confessiamo.

Auspichiamo che si chiuda velocemente questa “inchiesta” magari anche porgendo le scuse ai medici indagati.

 

Ravenna: il governo vuole arrestare anche Ippocrate? - Vito Totire

Cosa chiede il governo in carica ai medici: credere, obbedire e…internare.

Abbiamo già riscontrato che qualche organo di informazione è andato a “ravanare” attorno ai documenti elaborati dalla SIMM, una meritoria associazione medica che da molti decenni si occupa di salute dei migranti e della quale anche io faccio parte.

Le indicazioni della SIMM sono utili per chi ha a cuore il diritto alla vita e alla salute degli “ultimi”. Ma alcuni astuti gendarmi e alcuni giornalisti “con l’elmetto” vanno alla ricerca forse di occulte indicazioni sovversive; nei loro sforzi di interpretazione e di esegesi del testo rischieranno però scompensi ed ernie cerebrali da sforzo.

La situazione è chiara. Simm (e una vasta serie di soggetti e associazioni di volontariato) hanno un semplice e dichiarato obiettivo: contribuire a garantire a tutte le persone viventi sul pianeta la stessa speranza di salute e di vita.

Altri sono invece i fini del governo in carica e di qualche settore della magistratura. PIANTEDOSI E MELONI RINCHIUDEREBBERO IN UN LAGER ALBANESE ANCHE IPPOCRATE.

Dal 1968 in poi non siamo stati apologeti acritici di Ippocrate ma un conto è la critica su alcuni aspetti della medicina “ippocratica” un conto è criminalizzare il nocciolo positivo della deontologia medica.

IL GOVERNO IN CARICA VUOLE MILITARIZZARE LA SANITA’ PUBBLICA COME STA CERCANDO DI MILITARIZZARE TUTTI I COMPARTI DELLA SOCIETA’ dalla scuola ai settori “produttivi” come conferma la denuncia nei confronti di operai metalmeccanici per una recente manifestazione a Bologna.

In ogni caso la questione dei CPR parte da lontano ed evidenzia anche crepe recenti; la posizione del cosiddetto centrosinistra sui CPR è meno “cruenta” ma nel migliore dei casi “pilatesca”.

§  All’epoca dei CPT/CIE la regione Emilia-Romagna ha sostenuto non potersi estendere le visite (almeno) semestrali ai CPT perché “non sono carceri”. Analoga la posizione, sia pure più sofferta, del Comune di Bologna; dunque un luogo nel quale si viene trattenuti contro la propria volontà non sarebbe un carcere…

§  Certe linee-guida per la gestione sanitaria dei CPR sono state emanate dalla signora ministra LUCIANA LA MORGESE che fa parte dell’area politica del cosiddetto “campo largo”: cme si suol dire “stiamo freschi”…NESSUNO DEI FINI GIURISTI ITALIANI HA CONTESTO L’ASSURDO DI UNA LINEA GUIDA PER LE VALUTAZIONI MEDICHE EMANATE DAL MINISTERO DEGLI INTERNI… facendo tornare alla memoria la Spagna franchista in cui i manicomi erano appunto sotto la giurisdizione del miinistero degli Interni anziché della Salute.

§  Il sindaco di Milano sul CPR in città ha sempre assunto una posizione di consenso (un sì tecnico…che vuole dire?)

§  Nessuno dei sindaci dei territori che “ospitano” CPR ha mai risposto alla nostra proposta di includere questi lager nelle visite semestrali delle USL (e diversi sindaci appartengono al cosiddetto centrosinistra)

§  Se parliamo poi di altre istituzioni totali: da giugno attendiamo il rapporto semestrale sulle carceri romagnole e dal 18.6.2025 la AUSL ROMAGNA…NON RISPONDE; per non parlare di quella di Parma che impone la “tassa sul buon samaritano” ai medici che entrano come volontari a visitare una persona privata delle libertà; e per ora la Regione Emilia-Romagna su questa incresciosa “tassa” tace e…acconsente

§  Inquietante anche la posizione possibilista assunta dall’attuale presidente della Regione E-R su eventuali cpr in Emilia; ha preso le distanze dalla posizione più negativa del sindaco di Bologna che comunque non va enfatizzata in quanto è diverso dire «non qui» dal dire – come è giusto – «no da nessuna parte»; anche la destra ferrarese pare non “gradisca” un CPR e in fondo l’operazione neocolonialista della signora Meloni in Albania un po’ si ispira alla politica “occhio non vede cuore non duole”…

In sostanza la lotta per la demolizione delle istituzioni totali – che ebbe una punta di eccellenza con la abolizione dei manicomi – è ancora lunga e in salita molto ripida a causa delle politiche di militarizzazione, clausura e repressione nei confronti di chi si oppone allo stato di cose presenti.

Gli effetti delle politiche carcerarie sono la violazione dei diritti umani, i “suicidi”, gli omicidi, l’autolesionismo, una perdita drammatica della speranza di vita e di salute.

Sulla vicenda di Ravenna :

§  Prendiamo atto della mobilitazione indetta per il 16 febbraio 2026 (alle ore 16) presso l’ospedale e aderiamo

§  Che ai medici “indagati” vengano porte scuse pubbliche; non abbiamo contestato a priori l’indagine contestiamo vivacemente il “metodo”

§  Che l’indagine venga comunque velocemente chiusa con un non luogo a procedere

§  Esprimiamo ancora una volta ai medici indagati : sostegno morale e materiale, supporto legale e medico-legale ovviamente pro-bono

§  La medicina al servizio della persona non ha niente a che fare con i diktat del governo ispirati alla prassi del “credere, obbedire e…internare”

(*) Vito Totire è medico del lavoro/psichiatra, portavoce del Centro Francesco Lorusso di Bologna e della Rete Nazionale Lavoro Sicuro.

 

«LA CURA NON E’ UN REATO»

APPELLO-DENUNCIA URGENTE A SUPPORTO DEI MEDICI INDAGATI A RAVENNA

si può firmare qui: https://c.org/xPRPSG7CxP

La gravità estrema dei fatti relativi alla perquisizione presso il Reparto di Infettivologia di Ravenna “a caccia” de* medic* che avevano certificato la inidoneità di alcune persone destinate al CPR, ora indagati, ci impone con urgenza una presa di posizione collettiva.

QUI il nostro post sui fatti

Abbiamo pensato di raccogliere la solidarietà di chiunque abbia a cuore il tema della detenzione amministrativa con un appello-denuncia, in difesa dell’autonomia medica e del diritto alla salute in questo campo, rivolto:
– ai Presidenti degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri,
– alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO),
– al Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale,
– alle società scientifiche e alle associazioni di soccorso e cura delle persone migranti
– all’opinione pubblica

Firma anche tu in solidarietà de* medic* indagati e per gli altri che come loro rivendicano la libertà di valutare in scienza e coscienza se inviare qualcuno in uno dei centri di detenzione amministrativa, pacificamente psicopatogeni, in ragione di innumerevoli evidenze oggettive e dello stesso parere dell’OMS.

https://c.org/xPRPSG7CxP

Testo ripreso dalla newsletter di «Mai più Lager No ai Cpr»

da qui

venerdì 13 febbraio 2026

“Blocco navale? No, fumo negli occhi”. Il giurista sul ddl del governo: “Inutile e contrario alla Convenzione ONU”

 

Il disegno di legge che ha ricevuto l’ok del governo in Consiglio dei ministri contiene anche norme per impedire l’ingresso di navi nelle acque territoriali italiane. “E’ inutile e per lo più illegittimo secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare”, spiega senza incertezze Giuseppe Cataldi, ordinario di Diritto internazionale all’Università L’Orientale di Napoli e presidente dell’Associazione internazionale del diritto del mare. Ma andiamo con ordine. Ecco cosa dice il testo sul tavolo del Cdm: “Nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’Interno”. Dove sta la novità? Fin qui non ce ne sono. Anzi, “l’articolo 19 della Convenzione Onu sul diritto del mare, che è legge dello Stato perché l’Italia l’ha ratificata, elenca già tassativamente i casi in cui il passaggio di una nave può essere considerato “non inoffensivo” e dunque lo Stato può ostacolarlo”, spiega il giurista. “Ma lo Stato non può aggiungere arbitrariamente nuove eccezioni, specialmente se violano l’obbligo di soccorso e la tutela dei diritti fondamentali”.

In base alla Convenzione (art. 17) a nessuna nave può essere impedito il passaggio nelle acque territoriali finché è “inoffensivo“, compresa la sosta quando comporta, ad esempio, l’assistenza a persone in pericolo. L’articolo 19 dice che “il passaggio è inoffensivo fintanto che non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero”. Il passaggio è invece pregiudizievole quando, nel mare territoriale, la nave è impegnata in attività come l’uso della forza, spionaggio, propaganda, esercitazioni militari, traffici illegali di persone o merci, pesca o ricerca non autorizzate, inquinamento grave o interferenze con comunicazioni e impianti. Ma torniamo al ddl del governo, che di minacce gravi ne prevede quattro: “il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale”; “la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini”; “le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale”; “gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza”. Casi in cui il governo può disporre l’interdizione per un massimo di “trenta giorni, prorogabile di ulteriori trenta giorni, fino a un massimo di sei mesi“.

Secondo Cataldi, a parte il rischio terrorismo già perfettamente contemplato dalla Convenzione, il resto sarebbe illegittimo secondo la norma ONU. Che, tra l’altro, va applicata secondo proporzionalità e necessità: “Senza stabilire una discriminazione di diritto o di fatto tra le navi straniere”. Quanto alle minacce ipotizzate dal governo, per le “emergenze sanitarie” Cataldi osserva che bisognerebbe adottare identici provvedimenti per aeroporti e confini terrestri, “altrimenti è discriminazione”. Per gli “eventi internazionali di alto livello” parla di “ipotesi ridicola, assolutamente incompatibile con la Convenzione”. Infine, nel caso della “pressione migratoria eccezionale”, Cataldi ritiene “impossibile negare il passaggio inoffensivo” soprattutto se si tratta di navi che hanno soccorso naufraghi in un’operazione SAR (search and rescue) e chiedono il noto porto sicuro (place of safety). “Queste hanno sempre il diritto di entrare in acque internazionali“, spiega, chiarendo che tale ingresso non equivale a decidere autonomamente dello sbarco. Di più: “Non si può determinare a priori che per un mese tutte le navi delle Ong siano pericolose: la minaccia deve essere specifica e provata per la singola imbarcazione, e la presenza di persone salvate in mare non costituisce di per sé una minaccia”.

A proposito di Ong, il ddl del governo aggiunge che “i migranti eventualmente a bordo di imbarcazioni sottoposte all’interdizione possono essere condotti anche in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza con i quali l’Italia ha stipulato appositi accordi o intese”. Ipotesi che però non avrebbe nulla a che fare col passaggio in acque internazionali regolato dalla Convenzione Onu. Nel coordinare un’operazione di soccorso, l’Italia potrebbe decidere di assegnare – illegittimamente secondo Cataldi, che cita le convenzioni internazionali in materia – un porto lontano, anche in un altro Paese. Nondimeno, “l’imbarcazione ha sempre il diritto di entrare nelle acque territoriali in base al diritto internazionale. E in caso di emergenza anche di entrare in porto, come ribadito in diverse sentenze, come quella del caso di Carola Rakete”. Ancora: “L’obbligo di soccorso prevale sulle norme interne relative all’immigrazione: i naufraghi non possono essere considerati migranti illegali nel momento in cui la nave comunica l’emergenza e richiede un “place of safety””, ricorda Cataldi. Peraltro, aggiunge, “sono tutte cose già viste e superate ai tempi in cui a tentare soluzioni identiche fu Matteo Salvini col decreto Sicurezza bis (decreto-legge n. 53/2019), sempre in virtù della pressione migratoria”. Il decreto fu poi modificato dal governo Conte II che ricondusse la norma ai soli casi conformi alla norme internazionali. Che, è bene ricordarlo, secondo l’articolo 117 della Costituzione rappresentano un limite invalicabile per la legislazione nazionale.

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venerdì 6 febbraio 2026

Detenere per governare: nei CPR d’Italia si parla già la lingua di Trump - Franz Baraggino

 

Strutture chiuse, opache, normalizzate: i Centri di Permanenza per il Rimpatrio italiani raccontati dal rapporto “CPR d’Italia: istituzioni totali”, non sono un’anomalia nazionale, ma un tassello di un paradigma globale. Lo stesso che ha legittimato le politiche di detenzione e deportazione di Donald Trump, di cui l’ICE rappresenta solo la manifestazione più recente e visibile, e che in Europa prende forma nei nuovi regolamenti del Patto su migrazione e asilo, che estende hotspot e zone di frontiera, introduce deroghe procedurali e limiti alle garanzie, trasformando i confini in spazi di sospensione dei diritti. Luoghi dove l’eccezione diventa regola e il controllo sostituisce la tutela delle persone che da soggetto di diritti sono ridotte a “corpi da contenere”. Come nei Cpr italiani, dove la privazione amministrativa della libertà non è più misura residuale, ma strumento ordinario di governo delle migrazioni e forse non solo di quelle.

Il nuovo rapporto di monitoraggio pubblicato il 21 gennaio è stato realizzato dalle organizzazioni aderenti al Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), a partire dalle visite ispettive in dieci centri nazionali condotte da delegazioni multidisciplinari al seguito di parlamentari e consiglieri regionali. Schede di rilevazione uniformi hanno documentato i Cpr di BariBrindisiCaltanissettaGradiscaMacomerMilanoPalazzo San GervasioRomaTorino e Trapani. Senza dimenticare i casi in cui l’accesso è stato ostacolato o impedito agli accompagnatori medici, legali e agli interpreti. Gianfranco Schiavone, tra i curatori, non usa mezzi termini per definire queste strutture come una ferita aperta nello stato di diritto. Il lavoro di indagine, condotto con un approccio metodologico rigoroso e linee guida chiare che, spiega, “ha permesso di avere un quadro mai così dettagliato sulla situazione all’interno dei centri”, svela una realtà che il potere politico “non vuole che si conosca”, dal degrado dei moduli fatiscenti alle condizioni inaccettabili ormai divenute la norma. Gli elementi raccolti permettono al rapporto di affermare che i Cpr presentano tutte le caratteristiche di una “istituzione totale non riformabile“, intesa come luogo che ha la capacità di assorbire completamente la vita di persone che non sono trattenute perché hanno commesso un reato (è bene ricordarlo), isolandole dal resto della società. Da qui le “fortissime analogie con l’istituzione manicomiale”, commenta Schiavone. Come già per i manicomi, anche l’esistenza dei Cpr è presentata come “necessaria”, ma la realtà dei fatti smentisce sistematicamente questa narrazione: producono solo sofferenza e non raggiungono gli obiettivi dichiarati.

Tanto che si può parlare di paradosso: il sistema costa milioni, ma se la finalità dichiarata è il rimpatrio, nel 2024 solo il 10,4% delle persone colpite da un provvedimento di allontanamento è stato effettivamente rimpatriato tramite i Cpr. Eppure tra il 2018 e il 2024 l’Italia ha speso oltre 110 milioni di euro per questo apparato, includendo costi esorbitanti per il personale delle forze dell’ordine nei centri più remoti, come Macomer, dove questi costi superano quelli della gestione stessa della struttura. Inefficienza che, per Schiavone, non è un incidente ma un elemento strutturale, perché stando ai risultati “i Cpr non sono affatto orientati all’allontanamento delle persone”. Anzi, “l’inutilità è insita all’interno del sistema di violenza”. E allora qual è il senso? Riprendendo le parole di Fabrizio Coresi, esperto di migrazione per ActionAid che pure ha collaborato al nuovo rapporto, “la detenzione in sé: assimilare le persone a criminali così che l’opinione pubblica si senta legittimata a considerarli invasori, concorrenti nella crisi economica. E questo disciplina i cittadini perché ci distrae da altre questioni”. Insomma, più che a rimpatriare loro, questi centri servono a controllare noi”. Ma il noi non deve sapere troppo. Oltre i muri e il filo spinato, la vita è ridotta all’essenziale biologico, spesso in celle prive di arredi, con letti in cemento. Quello dei detenuti è un “tempo vuoto” sul quale non hanno alcun controllo, nemmeno se si tratta della salute.

Ci sono poi le testimonianze, letteralmente urla nel silenzio. Ayman, rimpatriato d’urgenza dopo aver denunciato le condizioni del centro con un video, racconta di teste spaccate dagli agenti perché si chiedeva assistenza medica. Hafed descrive il centro come una Guantanamo dove da animale domestico lo hanno trasformato in un lupo. E poi Hassan, lasciato con le gambe fratturate senza cure, o Wissem Ben Abdelatif, morto dopo essere stato legato per cento ore in un “reparto psichiatrico”. Prima di morire, implorava: “Ho bisogno di un avvocato datemi un avvocato”. Casi isolati? La violenza si manifesta nell’assenza di informativa legale che aliena e viola le norme Ue: a Caltanissetta, dove “al momento dell’accesso al CPR non viene fornito alcun tipo di informativa”, le affermazioni dei gestori sulla consegna di documenti sono state “smentite dai trattenuti”, mentre a Trapani la mancata consegna è stata giustificata con il “rischio che i fogli di carta possano essere bruciati”. È costante che i trattenuti “lamentino di non sapere perché si trovano lì“, e “molti hanno dichiarato di essere stati “invitati a firmare qualcosa che non hanno compreso” durante informative orali svolte troppo in fretta”. Quanto alla difesa legale, in centri come Gradisca d’Isonzo e Palazzo San Gervasio, i trattenuti hanno riferito di “ricevere un foglio già compilato per la nomina” dell’avvocato. E così per il diritto alla comunicazione, descritto come una “concessione regolata dall’organizzazione interna” anziché un diritto effettivo, mentre il telefono personale viene ritirato all’ingresso. E’ scritto nel rapporto: “Un trattenuto riportava disperato di non poter vedere sua figlia di cinque anni che non riesce a capire dove si trovi il padre”. A Gradisca d’Isonzo il rapporto segnala che, nella fase iniziale del trattenimento, l’accesso alla comunicazione può essere precluso fino alla convalida del trattenimento.

C’è infine l’uso massiccio di psicofarmaci per anestetizzare e spegnere il disagio che nasce dalle condizioni che annientano le persone. In molti centri, la somministrazione di ansiolitici e antipsicotici avviene anche senza controllo psichiatrico, come emerso dai monitoraggi tecnici. Un quadro che, denuncia il TAI, si aggrava con l’evoluzione normativa europea, dove il nuovo Patto trasforma le diverse forme di confinamento in infrastruttura ordinaria delle politiche migratorie. Una zona grigia di sospensione dei diritti in un modello di gestione privatizzato che affida la vita di migliaia di persone a pochi gestori privati in regime di oligopolio. Schiavone avverte come la stessa resistenza prefettizia all’accesso dei collaboratori tecnici nei Cpr nasca dalla “paura che si possa veramente vedere all’interno e avere appunto dati scientifici inequivocabili sui quali fondare dei ragionamenti da contrapporre a vuoti slogan”. Forse perché è ormai chiaro ai più, e guai se non lo fosse dopo venticinque anni di “sperimentazione“, che lo stato di diritto non può che fermarsi sull’uscio di questi luoghi, intrinsecamente non riformabili. “Questo rapporto spiega le ragioni per cui il miglioramento non è possibile, ma è possibile soltanto una un cambiamento profondo, così come è avvenuto con con l’Istituto Manicomiale”, conclude Schiavone. E allora “senza contraddizione alcuna con l’intenzione di migliorarli, l’unica possibilità reale è la loro chiusura”. A questo servono analisi e rapporti come questo, a evitare che si normalizzi l’orrore nell’attesa che vengano aboliti.

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mercoledì 24 dicembre 2025

Fare la guerra ai migranti fa male a tutti - Guido Viale

 

È inutile girarci attorno. L’affermazione delle destre sovraniste autoritarie e razziste è ovunque riconducibile al rigetto dell’immigrazione: al rifiuto del profugo, del migrante, dello straniero povero (quello ricco è sempre bene accetto). Non alla dissoluzione delle sinistre, quanto a una percezione diffusa che con la crisi climatica – anche per chi la nega, pur sapendo che c’è – su questa Terra non ci sia più posto per tutti e che il posto che si ha vada difeso comunque (di migliorarlo non parla più nessuno). Per questo l’allarme per “l’inverno demografico” nei paesi sviluppati è razzismo: si vorrebbe evitare, senza peraltro riuscirci, che il deficit di nascite venga colmato da nuovi arrivati di altro colore, di altre religioni, di altre culture; a costo di diventare una popolazione decrepita, non solo senza soldi per le pensioni e senza braccia per i lavori pesanti, ma anche senza aspettative, senza creatività, senza gioia, senza speranza.

La ricetta delle destre è semplice: respingiamoli tutti, in tutti i modi; rimandiamoli da dove sono venuti. Che queste soluzioni non funzionino non importa; vuol dire che bisogna rafforzarle, che ce ne vogliono di più… Così si trasforma una moltitudine in cerca di un lavoro, un salario e un tetto in una torma di sbandati che alimentano quel senso di insicurezza di cui si nutrono le destre. D’altronde le fu-sinistre non hanno idee diverse: copiano le destre cercando di non darlo a vedere; o di precederle, come ha fatto Minniti. Ma è una competizione persa in partenza e priva di prospettive, se non il sacrificio di tutto ciò che è connesso a una vera alternativa anche nel campo dei redditi, del welfare, dei diritti, del benessere di tutti. Il problema delle migrazioni non è uno “specchietto per le allodole”, ma una tragedia planetaria – soprattutto per coloro che sono costretti a migrare – legata ad altri due processi: la moltiplicazione delle guerre e la crisi climatica e ambientale che ne è spesso all’origine.

In pochi decenni inondazioni, siccità, desertificazione, uragani, incendi e soprattutto l’innalzamento dei mari (i ghiacci persi non si ricostituiranno per migliaia e migliaia di anni) cacceranno dal loro habitat centinaia di milioni di esseri umani (ma diversi studiosi parlano di miliardi entro la fine del secolo). Europa e Stati Uniti non ne saranno indenni, ma il grosso dei flussi avrà origine in paesi lontani e investiranno innanzitutto quelli più vicini o che si troveranno lungo le rotte di quegli esodi. Ma poi?

Le pressioni verso paesi più “ricchi”, meno popolati e più vecchi aumenteranno in modo esponenziale. Certo, i loro governi si adopereranno per fermarle, come già fanno ora. Ma a che prezzo? Moltiplicando in mare, nei deserti, nelle prigioni dei paesi di transito, o direttamente, lo sterminio di quelle genti in cammino. Con le armi di cui si stanno dotando in misura spropositata: aerei, razzi, cannoni, bombe, droni, ma soprattutto apparati di sorveglianza e di comando da remoto dei “sistemi d’arma”. L’Ucraina è stato un laboratorio per la guerra dei droni; Gaza per la distruzione sistematica di un territorio e di un popolo. Ma quel compito verrà affidato sempre più spesso ai governi dei paesi di transito, resi per questo sempre più instabili ed esposti a bande e milizie capaci di tenere in scacco anche gli Stati che pretendono di controllarli. Poi ci sarà da “fare i conti” anche con i milioni di immigrati, recenti e no, già presenti in Europa e negli Stati Uniti che in quel contesto si riconosceranno sempre meno nel paese che abitano e sempre più nelle popolazioni perseguitate dei loro paesi di origine. Che cosa ciò comporterà in termini di “guerra interna” ce lo mostra la caccia al migrante scatenata da Trump…

Neanche per i “nativi” di Europa e Stati Uniti, però, la vita sarà facile: oggi si discetta su dilemmi come motore termico o auto elettrica, come se la vita potesse continuare a scorrere (per coloro a cui “scorre”) come sempre anche in condizioni di belligeranza permanente sia contro “l’invasore” che all’interno. Ma le restrizioni saranno enormi e in continua crescita. Ovviamente non per tutti; solo per i più. E la cappa del potere sarà sempre più opprimente.

La ricerca di un’alternativa a questa prospettiva dovrebbe impegnare tutti coloro che vedono nel rapporto con i migranti la faglia di uno scontro di civiltà, il passaggio stretto di un cambiamento radicale degli assetti sociali, la possibilità di una convivenza e una cooperazione tra diversi al posto della competizione e delle gerarchie tra diseguali. Le rivendicazioni basilari delle classi oppresse “autoctone” potranno affermarsi solo coinvolgendo, su un piede di parità, anche tutti i vecchi e nuovi arrivati. È con loro che si potrà portare a buon fine interventi, lavori e opere per prevenire o rimediare ai disastri della crisi climatica e delle guerre: sia qui che nei loro paesi di provenienza, grazie ai contatti che essi mantengono con le loro comunità di origine. È per raggiungere l’Europa, e non per restare impigliati ai suoi confini, in Italia o in Grecia, che in tanti affrontano i pericoli e i lutti di quei viaggi; ed è su questa loro “fame di Europa”, e non sul mercato unico, sull’euro, su un esercito condiviso o sulla guerra – che essi detestano come può fare solo chi vi è sfuggito – che si può ricostituire l’unità del continente. Il tema è centrale: rifondare l’Europa insieme ai profughi e ai migranti.

https://volerelaluna.it/controcanto/2025/12/17/fare-la-guerra-ai-migranti-fa-male-a-tutti/

domenica 21 dicembre 2025

Rebranding del genocidio - Chris Hedges


In primo luogo, Israele aveva il diritto di difendersi. Poi è diventata una guerra, anche se, secondo i dati dell'intelligence militare israeliana, l'83% delle vittime erano civili. I 2,3 milioni di palestinesi di Gaza, che vivono sotto un blocco aereo, terrestre e marittimo israeliano, non hanno esercito, aviazione, unità meccanizzate, carri armati, marina, missili, artiglieria pesante, flotte di droni killer, sistemi di tracciamento sofisticati per mappare tutti i movimenti, né un alleato come gli Stati Uniti, che hanno  fornito a Israele almeno 21,7 miliardi di dollari in aiuti militari dal 7 ottobre 2023.

Ora è un "cessate il fuoco". Solo che, come al solito, Israele ha rispettato solo la prima delle 20 clausole. Ha liberato  circa 2.000 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane – 1.700 dei quali detenuti dopo il 7 ottobre –  e circa 300 corpi di palestinesi, in cambio della restituzione dei 20 prigionieri israeliani rimasti.

Israele ha violato ogni altra condizione. Ha gettato l'accordo – mediato dall'amministrazione Trump senza la partecipazione palestinese – nel fuoco insieme a tutti gli altri accordi e patti di pace riguardanti i palestinesi. La violazione estesa e palese da parte di Israele degli accordi internazionali e del diritto internazionale – Israele e i suoi alleati si rifiutano di rispettare tre serie di ordinanze giuridicamente  vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e due pareri consultivi della CIG, nonché la  Convenzione sul Genocidio e il diritto internazionale umanitario – presagisce un mondo in cui la legge è ciò che i paesi militarmente più avanzati affermano che sia. 

Il finto piano di pace – il "Piano globale del presidente Donald J. Trump per porre fine al conflitto di Gaza" – in un clamoroso tradimento del popolo palestinese, è stato approvato dalla maggior parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a novembre, con l'astensione di Cina e  Russia. Gli stati membri si sono lavati le mani di Gaza e hanno voltato le spalle al genocidio.

L'adozione della risoluzione 2803 (2025), come scrive lo studioso del Medio Oriente Norman Finkelstein, "è stata allo stesso tempo una rivelazione di insolvenza morale e una dichiarazione di guerra contro Gaza. Dichiarando nullo il diritto internazionale, il Consiglio di Sicurezza si è autoproclamato nullo. Nei confronti di Gaza, il Consiglio si è trasformato in una cospirazione criminale".

La fase successiva dovrebbe vedere Hamas consegnare le armi e Israele ritirarsi da Gaza. Ma questi due passaggi non si realizzeranno mai. Hamas – insieme ad  altre fazioni palestinesi –  respinge  la risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Affermano che disarmeranno solo quando l'occupazione finirà e verrà creato uno Stato palestinese. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha promesso che se Hamas non disarmerà, lo farà "nel modo più duro".

Il "Board of Peace", guidato  da Trump, apparentemente governerà Gaza insieme a mercenari armati  della Forza Internazionale di Stabilizzazione, alleata di Israele, sebbene nessun paese sembri ansioso di impegnare le proprie truppe.

Trump promette una  Riviera di Gaza che funzionerà come una "zona economica speciale" – un territorio che opererà al di fuori delle leggi statali e sarà governato interamente da investitori privati, come la  città-stato  in Honduras sostenuta da Peter Thiel. Questo obiettivo sarà raggiunto attraverso il trasferimento "volontario" dei palestinesi – con l'offerta di token digitali in cambio  a coloro che saranno abbastanza fortunati da possedere terreni . Trump dichiara che gli Stati Uniti "prenderanno il controllo della Striscia di Gaza" e "la possederanno". È un ritorno al governo dei viceré – anche se a quanto pare non dell'odioso Tony Blair. I palestinesi, in uno dei punti più ridicoli del piano, saranno "deradicalizzati" dai loro nuovi padroni coloniali.

Ma queste fantasie non si realizzeranno mai. Israele sa cosa vuole fare a Gaza e sa che nessuna nazione intercederà. I palestinesi lotteranno per sopravvivere in condizioni primitive e disumanizzanti. Saranno traditi, come è già accaduto tante volte in passato.

Secondo l'Ufficio Stampa del Governo di Gaza e il Ministero della Salute palestinese, Israele ha commesso 738 violazioni dell'accordo di cessate il fuoco tra il 10 ottobre e il 12 dicembre, inclusi 358 bombardamenti terrestri e aerei, l'uccisione di almeno 383 palestinesi e il ferimento di altri 1.002.   Si tratta di una media di sei palestinesi uccisi al giorno a Gaza, in calo rispetto alla media di 250 al giorno prima del "cessate il fuoco". Israele ha dichiarato di aver ucciso  sabato un alto comandante di Hamas, Raed Saad, in un attacco missilistico contro un'auto sulla strada costiera di Gaza. A quanto pare, anche altre tre persone sono rimaste uccise nell'attacco.

Il genocidio  non è finito. Certo, il ritmo è rallentato. Ma l'intento rimane immutato. Si tratta di uccisioni al rallentatore. Il numero giornaliero di morti e feriti – con un numero crescente di persone che si ammalano e muoiono per il freddo e la pioggia – non si aggira sulle centinaia, ma sulle decine.

A dicembre, a Gaza sono stati autorizzati in media 140 camion di aiuti umanitari  al giorno, invece dei 600 promessi, per mantenere i palestinesi sull'orlo della carestia e garantire una malnutrizione diffusa. A ottobre, secondo l'UNICEF, a circa 9.300 bambini di Gaza sotto i cinque anni è stata diagnosticata una malnutrizione acuta grave. Israele ha aperto il valico di frontiera con l'Egitto a Rafah, ma solo per i palestinesi che lasciano Gaza. Non è aperto a coloro che desiderano tornare a Gaza, come previsto dall'accordo. Israele ha conquistato circa il 58% di Gaza e sta spostando costantemente la sua linea di demarcazione, nota come "linea gialla", per espandere la sua occupazione. I palestinesi  che attraversano questa linea arbitraria, che si sposta costantemente ed è scarsamente segnalata quando viene segnalata, vengono uccisi a colpi d'arma da fuoco o fatti saltare in aria , anche se  sono bambini.

I palestinesi vengono stipati in un campo di concentramento sempre più piccolo, fetido e sovraffollato, finché non potranno essere deportati. Il 92% degli edifici residenziali di Gaza è stato danneggiato o distrutto e circa l'81% di tutte le strutture è danneggiato, secondo le stime delle Nazioni Unite. La Striscia,  lunga solo  40 chilometri e larga 11,5, è stata ridotta a 61 milioni di tonnellate di macerie,  inclusi  nove milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi tra cui amianto, rifiuti industriali e metalli pesanti, oltre a ordigni inesplosi e circa  10.000 cadaveri in decomposizione. Non c'è quasi acqua pulita, elettricità o trattamento delle acque reflue. Israele  blocca  le spedizioni di materiali da costruzione, tra cui cemento e acciaio, materiali per ripari, infrastrutture idriche e carburante, quindi nulla può essere ricostruito.

L'82% degli ebrei israeliani sostiene la pulizia etnica dell'intera popolazione di Gaza e il 47% sostiene l'uccisione di tutti i civili nelle città conquistate dall'esercito israeliano. Il 59% sostiene che lo stesso venga fatto ai cittadini palestinesi di Israele. Il 79% degli ebrei israeliani afferma di non essere "così turbato" o "per niente turbato" dalle notizie di carestia  e sofferenza tra la popolazione di Gaza,  secondo  un sondaggio condotto a luglio. Le parole "Cancellare Gaza" sono apparse più di 18.000 volte nei post di Facebook in lingua ebraica solo nel 2024,  secondo  un nuovo rapporto sull'incitamento all'odio e l'incitamento contro i palestinesi.

La più recente forma di celebrazione del genocidio in Israele, dove i social media e i canali di informazione ridono abitualmente delle sofferenze dei palestinesi, è l'apposizione di cappi d'oro sui risvolti dei membri del partito politico di estrema destra Otzma Yehudit, la versione israeliana del Ku Klux Klan, tra cui uno indossato dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir.

Stanno spingendo un disegno di legge alla Knesset che mira a rendere obbligatoria la pena di morte per i palestinesi che "causano intenzionalmente o indifferentemente la morte di un cittadino israeliano", se si dice che siano motivati ??da "razzismo o ostilità verso un pubblico" e con lo scopo di danneggiare lo Stato israeliano o "la rinascita del popolo ebraico nella sua terra",  spiega l'organizzazione israeliana per i diritti umani Adalah .

Più di 100 palestinesi sono stati  uccisi  nelle carceri israeliane dal 7 ottobre. Se il nuovo disegno di legge diventerà legge – ha superato la prima lettura – si unirà all'ondata di oltre 30 leggi anti-palestinesi promulgate  dal 7 ottobre.

Il messaggio che il genocidio invia al resto del mondo, più di un miliardo del quale vive con meno di un dollaro al giorno, è inequivocabile: abbiamo tutto e se provate a portarcelo via, vi uccideremo.

Questo è il nuovo ordine mondiale. Sarà come Gaza. Campi di concentramento. Fame. Distruzione di infrastrutture e società civile. Uccisioni di massa. Sorveglianza su larga scala. Esecuzioni. Torture, tra cui percosse, elettrocuzioni, waterboarding, stupri, umiliazioni pubbliche, privazione del cibo e negazione delle cure mediche, abitualmente usate sui palestinesi nelle carceri israeliane. Epidemie. Malattie. Fosse comuni dove i cadaveri vengono scavati con i bulldozer in fosse anonime e dove i corpi, come a Gaza, vengono dissotterrati e fatti a pezzi da branchi di cani selvatici famelici.

Non siamo destinati alla Shangri-La venduta a un pubblico credulone da accademici fatui come Stephen Pinker. Siamo destinati all'estinzione. Non solo all'estinzione individuale – che la nostra società consumistica tenta furiosamente di nascondere spacciando la  fantasia dell'eterna giovinezza  – ma all'estinzione totale con l'aumento delle temperature che renderà il globo inabitabile. Se pensate che la specie umana risponderà razionalmente all'ecocidio, siete tristemente fuori contatto con la natura umana. Dovete studiare Gaza. E la storia.

Se vivete nel Nord del mondo, potrete osservare l'orrore, ma lentamente questo orrore, con il peggioramento del clima, tornerà a casa, trasformando la maggior parte di noi in palestinesi. Data la nostra complicità nel genocidio, è ciò che ci meritiamo.

Gli imperi, quando si sentono minacciati, ricorrono sempre allo strumento del genocidio. Chiedetelo alle vittime dei conquistadores spagnoli. Chiedetelo ai nativi americani. Chiedetelo agli Herero e ai Nama. Chiedetelo agli armeni. Chiedetelo ai sopravvissuti di Hiroshima o Nagasaki. Chiedetelo agli indiani sopravvissuti alla carestia del Bengala o ai Kikuyu che si ribellarono ai colonizzatori britannici in Kenya. Toccherà anche ai rifugiati climatici.

Questa non è la fine dell'incubo. È l'inizio.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

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