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domenica 29 aprile 2018

Migranti, gli hotspot italiani: storia di una prassi illecita - Tiziana Carmelitano



A distanza di oltre un anno dalla nota pronuncia della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul caso Khlaifia, l’Italia non ha ancora adottato, contrariamente a quanto richiesto, una normativa per regolare la permanenza dei migranti nei cosiddetti hotspot.
La sentenza Khlaifia avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta nella tutela dei diritti dei migranti in queste sedi, perché l’illegittimità dei loro trattenimenti veniva accertata, per la prima volta, da un organismo giurisdizionale, per di più a carattere internazionale e con competenza specifica a valutare le violazioni dei diritti umani.
E invece il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa – organo preposto al controllo dell’esecuzione delle sentenze emesse dalla CEDU – richiama l’Italia, chiedendo di fornire informazioni dettagliate, entro la fine di giugno, sul quadro normativo disciplinante l’attività degli hotspot, la durata media del soggiorno delle persone che vi sono collocate prima e dopo la loro identificazione, nonché la prassi relativa alla libertà di movimento dei migranti identificati.
Nella decisione adottata il 15 marzo scorso, proprio in relazione allo stato di esecuzione della sentenza Khlaifia, il Comitato dei Ministri evidenzia, in particolare, la necessità di conoscere le misure adottate o previste dall’Italia per legittimare eventuali limitazioni della libertà personale dei migranti situati negli hotspot.
In assenza di una chiara base giuridica, il loro trattenimento rischia di sfociare in una detenzione illecita che viola il diritto alla libertà personale sancito dall’art. 13 della nostra Costituzione oltre che dall’art. 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. L’attuale normativa italiana, infatti, permette la detenzione amministrativa dei migranti solo all’interno dei CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio).
La richiesta di chiarimenti da parte del Comitato dei Ministri non sorprende affatto. Il vuoto giuridico che caratterizza gli hotspot italiani è, ormai da tempo, denunciato tanto dalle istituzioni quanto dalle Associazionia tutela dei diritti umani.
Mauro Palma, Garante delle persone private della libertà, ha più volte ribadito che gli hotspot sono un “limbo giuridico perché in una situazione di privazione della libertà ci deve essere sempre un’autorità giudiziaria che confermi o meno quella privazione“.
In effetti, “ci troviamo di fronte a delle violazioni dei diritti umani che non si riscontrano in altri contesti” in quanto “i migranti, almeno a Lampedusa, sono reclusi all’interno della struttura senza poter incontrare un avvocato o un giudice che convalidi il loro trattenimento”, ha affermato l’avvocato Gennaro Santoro (CILD) durante la conferenza stampa del 10 aprile, tenutasi alla Camera dei Deputati per presentare il Dossier di CILD, IndieWatch e ASGI sull’hotspot di Lampedusa.
L’intervento del legislatore è quindi indispensabile. La libertà dei migranti non può essere determinata dalle scelte arbitrarie delle autorità di polizia senza il vaglio del giudice e la possibilità di presentare un ricorso in tribunale. È opinione condivisa che serva una normativa per disciplinare l’organizzazione e il funzionamento di queste strutture.
C’è da dire che solo nel centro di Lampedusa i migranti sono totalmente “reclusi”, mentre negli altri 4 hotspot (Trapani, Pozzallo, Messina e Taranto), dopo l’identificazione, sono almeno liberi di entrare e uscire pur con qualche limitazione.
I trattenimenti forzati, inoltre, generano una sorta di effetto domino che porta a violazioni di altri diritti umani e a situazioni lesive della dignità umana. Gli hotspot, introdotti su indirizzo della Commissione Europea nel 2015 senza alcuna base giuridica, sono infatti del tutto inadeguati ad “ospitare” persone per periodi prolungati.
Non bisogna dimenticare che si tratta di strutture concepite come luogo di mero transito dove svolgere, entro 48 ore, le operazioni di identificazione e trasferimento verso altre tipologie di centri a seconda che il migrante abbia fatto richiesta di asilo o sia in via di espulsione.
Le condizioni di vita al loro interno “sono a malapena tollerabili per un paio di giorni e diventano insopportabili se la permanenza prosegue oltre le 48 ore” afferma Mauro Palma, tuttavia “in molti casi sono stati trovati soggetti migranti, già identificati, la cui permanenza si prolungava da oltre due settimane”.
>Il racconto che viene fuori dal Dossier di CILD, IndieWatch e ASGI, sull’hotspot di Lampedusa è agghiacciante, tanto che l’avvocato Laura Crescina (ASGI) parla di “trattamenti disumani e degradanti“.
Non esiste una mensa e il cibo, che gli ospiti devono consumare in stanza o all’aperto, è di scarsissima qualità; i water alla turca e le docce sono senza porte e i materassi sporchi e malmessi; i cameroni con i letti uno affianco all’altro possono ospitare fino a 36 persone senza nessuna separazione tra donne, uomini e bambini.
E ancora:
Non ci sono lenzuola (…). L’acqua calda è assicurata solo per 1 ora al giorno, l’acqua corrente è interrotta dalle 21 alle 7 (…). Nel centro non vi è una lavanderia, un  cortile o un luogo per pregare. Viene fornita una sola bottiglia d’acqua per tuttala giornata. (…). Le condizioni di sicurezza sono praticamente inesistenti, determinando una situazione lesiva dei diritti e della dignità di tutte le persone accolte ma in particolare di quelle più vulnerabili.
Come se tutto ciò non bastasse, i migranti, in particolare quelli di nazionalità tunisina, spesso si trovano nell’impossibilità di formalizzare la proprio domanda di asilo. Questo significa, come spiega Laura Crescina, che “anche ai richiedenti asilo non viene concesso un permesso di soggiorno. Senza permesso di soggiorno queste persone non posso lasciare né l’hotspot né l’isola di Lampedusa”.
Il Viminale, il 13 marzo scorso, ha annunciato la chiusura temporanea dell’hotspot di Lampedusa per “lavori di ristrutturazione”, dopo l’incendio appiccato per protesta dai migranti l’8 marzo. Tuttavia il centro potrebbe essere ancora funzionante. “Anche se sembra assurdo date le condizioni in cui già versava l’hotspot”, dice Gennaro Santoro, “pare che dopo il trasferimento di tutti gli occupanti, siano stati accolti nel centro nuovi migranti a seguito di due sbarchi sull’isola”.
Ottenere informazioni precise per documentare ciò che davvero accade all’interno degli hotspot non è così facile. Nonostante l’abrogazione della Circolare del ministero dell’Interno che vietava l’ingresso degli organi di stampa e delle Associazioni all’interno di queste strutture, grazie soprattutto all’impegno della Campagna LasceteCIEntrare, le richieste di accesso spesso continuano a essere respinte.

mercoledì 8 aprile 2015

Quella notte alla Diaz - alexik

Il ricorso di Arnaldo Cestaro presso la Corte europea dei diritti dell’uomo è arrivato a sentenza. La Corte ha stabilito che il massacro compiuto dalla polizia italiana nella scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001 “deve essere qualificato come tortura”. L’Italia va dunque condannata doppiamente, per le gravi lesioni fisiche e morali inflitte ai manifestanti e per non avere ancora una legge adeguata per punire questo reato.
In occasione della sentenza, riportiamo le testimonianze di quella notte, tratte dal libro di Simona Mammano, Assalto alla Diaz, Stampa Alternativa, 2009, p. 204 (si scarica qui).
Testimonianza di Arnaldo Cestaro, all’epoca 62enne, che riportò la frattura di un braccio, una gamba e dieci costole.
“A un certo punto sento dei trambusti che non sono una cosa normale; c’erano anche i ragazzi fuori che fanno del casino, che può succedere fra giovani, invece sento un affare che è una cosa tremenda, brutta, si apre la porta, vedo una… e dico “Madonna, che siano qua i cosiddetti blackbloc? questa è una cosa…”.
Si apre la porta così, mamma mia, era la nostra polizia, la Polizia di Stato, con delle divise un po’ scure, hanno cominciato… Hanno fatto così con le mani…
Ero vicino alla porta. No, questo no, non si possono fare queste cose… Ho visto – mi sembra – un poliziotto, un signore che era lì davanti agli altri che ha fatto così con le mani, non so perché, magari perché avevo i capelli bianchi… ho visto che hanno cominciato coi manganelli da me uno e dopo gli altri. Ho visto tutta questa cosa.
Sono stato colpito, ma non da quello che aveva alzato le mani, ma da altri poliziotti in seguito; subito lì è stata una cosa miserevole vedere tutte ‘ste cose perché…
[Erano] in divisa, c’era scritto Polizia. Non si vedevano, non posso dire chi erano perché erano tutti quanti con la visiera… Avevano dei manganelli abbastanza lunghi. A me hanno subito dato col manganello e anche bello pesante e io sono arrivato a casa da Genova in questa maniera qua, in carrozzella. Mi hanno rotto un braccio, una gamba, dieci costole. Ad altri hanno aperto la testa come una palla da rugby e pensavo in quel momento lì a mia mamma e a quelle mamme che avevano tutti i ragazzi lì perché… per me… ho una certa età insomma, ma a vedere queste cose fatte a questi ragazzi, a chiamare ‘mamma’ in francese, in tedesco, in italiano, in tutte le lingue, trovarmi davanti all’impatto con la polizia, con la polizia che doveva essere quella che mi doveva sostenere da certe cose perché la polizia fa parte… La Polizia di Stato è la nostra Polizia e suo compito è vigilare…
[Sono stato colpito] anche con gli scarponi, avevano gli scarponi e urlavano “Silenzio!”. Poi sono passati quattro o cinque volte e ho preso anche qualche altro colpo e io chiedevo sempre l’ambulanza… Quando sono ripassati mi hanno dato un altro colpo ancora. Io domandavo solo una cosa: “Portatemi all’ospedale”. È una cosa incredibile.
Non so definire quanti poliziotti fossero perché io le ho prese da uno e poi anche da altri due.
È una cosa che non posso più dimenticare …”


Il video è stato girato il 13 novembre 2008, poco prima della sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Genova.
Testimonianza di Mark Covell, reporter inglese, che riportò una grave emorragia interna, un polmone perforato, il polso spezzato, otto fratture alle costole, dieci denti rotti.
“Una delle cose che mi ricordo è che stavo urlando “Stampa, press, giornalista” e un poliziotto mi ha ‘svolazzato’ il manganello. “Tu non sei un giornalista, sei un black-bloc e noi ammazzeremo il blackbloc,” ha detto questo in inglese.
Ero scioccato e sapevo che a questo punto avevo un po’ di problemi, avrei avuto un po’ di problemi. Mi picchiavano da tutte le parti, ma sono riuscito a rimanere in piedi finché non sono stato caricato da circa quattro poliziotti con gli scudi, poi mi hanno respinto indietro verso il muro della scuola Diaz.
Ero in mezzo alla strada. Il primo attacco, prima che fossi spinto verso il muro, è durato circa due o tre minuti. A quel punto stavo cercando di vedere se riuscivo a correre verso il lato sud della strada, ma non c’era nessun modo per fuggire. Quando sono stato spinto verso il muro, [l’agente, N.d.A.] ha cominciato a darmi manganellate sulle ginocchia e poi sono collassato, sono crollato.
A quel punto ho notato quanti poliziotti c’erano per la strada, sembrava che ce ne fossero circa duecento, e a quel punto temevo per la mia vita. Mi chiedevo se sarei sopravvissuto a tutto questo.
Per circa due o tre minuti sono rimasto sdraiato lì, i poliziotti non mi hanno identificato né mi hanno detto che sarei stato arrestato. Ho visto anche molte persone in divisa che mi correvano davanti […]. Alcuni sono andati nella Diaz-Pascoli e altri hanno formato come una barriera di controllo sul lato sud della strada.
Mi ricordo che un poliziotto si è staccato dalla fila laterale, me lo ricordo particolarmente perché mi ha dato un colpo alla spina dorsale. Al secondo calcio rimasi agganciato al suo piede, buttato per aria e cacciato in strada. Poi tutti gli altri agenti che mi erano intorno  hanno cominciato a fare lo stesso e a quel punto otto costole sul lato sinistro si sono rotte così come una mano.
C’era molto rumore, però una delle cose che mi ricordo in particolare è che i poliziotti ridevano e mi sembrava di essere trattato come un pallone da calcio a cui ognuno, a turno, doveva tirare una pedata. Sono andati avanti così per due, tre, quattro minuti. Mi sembrava di lottare per la mia vita.
Perdevo molto sangue e non riuscivo a respirare.
Poi sono stato afferrato da dietro, qualcuno mi ha preso per il colletto e mi ha trascinato nel punto in cui era iniziato tutto con le manganellate sulle ginocchia. Sentivo un agente urlare qualcosa ai colleghi. Intanto mi ha preso il polso per sentire il ritmo delle pulsazioni e ho avuto l’impressione volesse evitare che fossi aggredito di nuovo. Non riuscivo a vederlo in faccia questo ufficiale e non so per quanto tempo è rimasto lì, presumo che a un certo punto se ne sia andato.
Poi ho visto una camionetta che veniva lungo la strada e dietro di me c’erano molti poliziotti che stavano cercando di buttare giù il cancello della Diaz con un blindato. Il mezzo ha puntato contro il cancello, ma senza risultato la prima volta. Allora ho sentito il motore accelerare e questa volta è riuscito a sfondare dentro il cortile della scuola.
A quel punto una gran massa di poliziotti si è riversata dentro mentre tutto intorno c’era un grosso movimento e la strada si stava svuotando. Con me, lungo il perimetro della Diaz, però, erano rimasti alcuni poliziotti. Erano in borghese. Io stavo male, non mi guardavo attorno.

Ho sentito arrivare qualcuno. Era un altro pubblico ufficiale e quando si è materializzato è iniziato il terzo attacco contro di me. Non mi ricordo quanti colpi ho ricevuto, ma alcuni erano calci in faccia che mi hanno fatto volare via i denti. Poi è arrivato un colpo dietro la testa e sono svenuto”.





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Lo schiaffo di Strasburgo, il rischio della beffa - Enrica Bartesaghi, Lorenzo Guadagnucci

La sentenza della Corte di Strasburgo è uno schiaffo alle istituzioni italiane. Uno schiaffo che colpisce la polizia di Stato e i governi che si sono succeduti in questi anni, colpevoli per le torture del G8 di Genova e – cosa ancora più grave – per la mancata risposta democratica degli anni a  venire.

È uno schiaffo che dovrebbe risvegliare un paese intorpidito e fermare un'involuzione morale e istituzionale che pare inarrestabile. Molti ora invocano la rapida approvazione di “una legge sulla tortura”. Benissimo, ma attenzione: non può essere una legge qualsiasi; dev'essere una buona legge, in linea con gli standard internazionali e adatta al contesto italiano. Non può quindi essere la brutta legge attualmente in discussione in Parlamento.

L'Italia ha bisogno di una legge che indichi la tortura come reato specifico del pubblico ufficiale, che escluda la prescrizione, che preveda un fondo per il sostegno alle vittime del reato. In passato il Comitato europeo di prevenzione della tortura e il presidente della Cassazione – come riportato dalla sentenza di Strasburgo – avevano dato precise indicazioni in tale senso.
Ma il Parlamento italiano ha svuotato il testo di legge iniziale fino ad arrivare ad una formulazione del tutto inadeguata, con la tortura che diventa un reato generico e soggetto a prescrizione. Sarebbe una legge beffa. La sentenza della Corte sul ricorso di Arnaldo Cestaro dev'essere accolta come un forte invito a cambiare il testo di legge e approvarlo in tempi rapidi e certi.
 
La Corte nella sua sentenza rimarca anche gli ostacoli frapposti dalla polizia di Stato all'azione giudiziaria e l'inadeguatezza strutturale dell'ordinamento italiano. Noi non dimentichiamo che dal 2001 in poi chi ideò e realizzò l'operazione Diaz è stato protetto, vezzeggiato, promosso.
 
Le condanne definitive del 2012 sono state un lampo di civiltà in una buia notte della protervia, una lunga notte senza diritto e senza morale. Ora è difficile rimediare, perché il degrado della cultura democratica è stato profondo, dentro le forze di polizia e anche in parlamento.
 
Per risalire la china si può cominciare introducendo – subito – l'obbligo per gli agenti di pubblica sicurezza di indossare un codice di riconoscimento sulle divise (una piccola norma di civiltà) e avviando una discussione vera, onesta, attorno a una nuova, urgente riforma democratica delle forze di polizie.
 
Solo così lo schiaffo che arriva da Strasburgo potrà risultare utile al nostro sventurato Paese. 
 
* Enrica Bartesaghi, Lorenzo Guadagnucci – Comitato Verità e Giustizia per Genova 

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