Non vi sto a raccontare la mediocrità di uno come Ed Sheeran, l’avete letta in tutte le salse. Voglio soltanto sottolineare che quelli che un tempo chiamavamo poteri forti, o lobby di potere, mentre i benpensanti si sbigottivano e avevano sempre buone ragioni per criticare l’estremismo, adesso non si vergognano più. Non agiscono, come sempre hanno fatto, nell’ombra, muovendo le fila, corrompendo e raccontando una realtà falsificata; adesso se ne vantano. Il proprietario degli stadi dei concerti di Ed Sheeran, per esempio, ha vietato l’esibizione del rapper Macklemore perché le sue canzoni ricordano il dramma palestinese, e perché canta un brano sull’uccisione criminale di Hind Rajab da parte dei militari di Idf.
Censura? È qualcosa di più. Adesso le lobby di potere desiderano che si
sappia che comandano loro. Vogliono sia chiaro che i governi non sono altro che
declinazioni e che detengono loro le chiavi economiche, culturali, mediatiche e
politiche.
Da noi in Italia va anche peggio. La destra festeggia la possibilità di carezzare il
suo elettorato reazionario con leggi repressive, con divieti di manifestazione
e altre amenità poco costituzionali; i giornali di destra festeggiando hanno
preso a cuore gli ordini dei padroni, qualunque essi siano, con atteggiamenti e
discorsi da voltagabbana acrobatici. E poi c’è la parte democratica. E qui sono
dolori, perché sulla comunicazione e sull’intrattenimento mediatico
l’autocensura vige sovrana: non conviene dire qualcosa che irrita il
manovratore. Basta guardarsi intorno. In un mondo che cavalca la guerra come
fosse un rodeo, con americani e israeliani che imperversano negli affari, nello
spionaggio, nelle questioni politiche e nel turismo, i silenzi della cultura (o
quel che è) sono imbarazzanti.
Per esempio ho notato che in tutta
l’estate, tra tanti festival che si sono succeduti nei paesi della mia
zona, finanziati anche con soldi pubblici, cioè con i soldi nostri, la parola
Gaza mi sembra non sia mai apparsa. E neanche Palestina o guerra. Strano
davvero. Gli interessi dei criminali stanno portandoci al disastro planetario,
ma nei festival letterari si parla d’altro. Una buona parte riproduce nelle
piazze, anche a spese nostre, gli stessi stucchevoli salottini della tv.
Un’altra parte dice e non dice, ma non tocca gli argomenti essenziali per
capire che cosa stiamo vivendo e che cosa accadrà in futuro. Perché?
Il barbiere, col suo rasoio filosofico,
ha sempre la risposta a portata di lama: il turismo non vuole pensieri.
Quindi nelle zone di turismo non si può nominare Gaza, non si deve far vedere
la bandiera palestinese e neanche parlare di chi cura, di chi salva le vite
come Emergency e di chi porta soccorsi come Global Sumud Flotilla. I turisti
americani, israeliani, o di altre provenienze, potrebbero offendersi e pensare
che nei nostri territori oltre ai Cipressini e al Gladiatore con i suoi campi
elisi c’è di più. Magari c’è vita oltre la plastificazione del marketing.
Amen, conclude il barbiere.
Ma noi, che sempre andiamo controcorrente, di Gaza, di Palestina, di
libertà, di Resistenza, di Global Sumud Flotilla e di diritti civili e sociali
e di poesia abbiamo continuato a parlare anche in estate e sulla pubblica
strada. E continueremo, con la stessa tenacia con la quale difendiamo il bene
comune, il diritto di tutti ad avere voce nei luoghi dell’abitare civile, e ad
avere servizi pubblici efficienti e luoghi veri dove vivere bene e con
coscienza.
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