Il muro si pone come un simbolo vivente di apartheid, di segregazione razziale, un confine invalicabile e spietato che determina un noi e un loro. Un simbolo, come la caduta del Muro di Berlino, che ha rappresento un momento epocale della storia, l’archetipo di un possibile mondo nuovo, migliore di quello che l’umanità si lasciava alle spalle. Ma oggi Israele rischia di tracciare una via senza ritorno per quello stesso Occidente che il 9 novembre 1989 auspicava che quelle picconate fossero preludio di libertà, pace, benessere.
Le barriere
erette attorno a Gaza, in Cisgiordania, a difesa della colonie illegali, non
sono i muri cui siamo avvezzi, quelli che separano gli stati; essi ne neutralizzano a priori la
nascita, privano della speranza chi è stato privato della propria
terra, dividono, frammentano, polverizzano legami familiari e comunitari.
Il concetto di confine segna con le barriere erette da Israele un salto
terribile di qualità: è il muro stesso a stabilire spietatamente dove termina
un territorio, non prende atto di ciò che è già oggetto di convenzioni
internazionali tra stati.
Il muro non
si pone come semplice strumento di divisione: diviene esso stesso generatore di
distanza, separatore, confinando chi ne è circondato a una pena mai deliberata
da nessun organo giurisdizionale. Ed è proprio questo l’ulteriore paradosso dei
muri di Israele: la barriera non ha la finalità di proteggere chi è
dentro, bensì di segregarlo, di punirlo. La salvaguardia è per chi è fuori,
il cui obiettivo è creare un carcere a cielo aperto dal quale
diviene impossibile uscire o, e questa è la tragedia nella tragedia, nel quale
è ormai impossibile vivere.
L’esigenza
di sicurezza di una parte diventa condanna, senza alcun processo, dell’altra.
Zygmunt Bauman così sosteneva nel 2002: “Uno degli effetti forse più importanti
di tale nuova situazione è l’endemica porosità e fragilità di tutti i confini e
l’intrinseca futilità, o quantomeno la natura irreparabilmente provvisoria e
l’insanabile revocabilità, di qualsiasi definizione di confine. Tutti i confini
sono labili, fragili e porosi” (1).
Purtroppo, ciò pare non valere per i palestinesi.
I muri
eretti da Israele rappresentano il discrimine fra una vita dignitosa e un
destino di morte; mai come nella nostra epoca “postmoderna” un apparato
statale, territoriale, si impone in maniera violenta e realizza barriere
infra-stato e non più tra stati; il muro, così come i check point,
concepiti nel laboratorio Palestina definiscono la configurazione spaziale del
mondo contemporaneo, quasi prefigurando i fenomeni di distanziamento sociale e
le zone rosse cui oggi si tende per risolvere, così almeno si afferma, i
problemi peraltro non da sottovalutare della sicurezza.
Quando si
stabilisce l’infrastruttura di cemento e metallo come simbolo di affermazione
di un suprematismo e se ne accettano le conseguenze, il modello si afferma nel
nostro immaginario e lo riplasma rendendolo la sola chiave possibile per una
convivenza sicura. Cosa e chi resti al di là di quel confine, non ha
più importanza: il noi si afferma come paradigma e ne stabilisce le condizioni
non negoziabili.
Come afferma
Ernesto Sferrazza Papa ne Le pietre e il potere il muro
produce «una doppia gerarchia: endogena, ossia interna alla massa che si
accalca sui confini, fra chi può oltrepassare un muro, in che modo, a quali
condizioni etc.; esogena, ossia fra la massa migrante – ciò che è al di là del
muro – e la cittadinanza – ciò che è al di qua del muro. Intesi come filtri, i
muri appaiono come un potente e complesso dispositivo biopolitico, l’elemento
materiale che articolando insieme la sovranità statale e la necessità di
governare i flussi, mostra la complessità dei rapporti di potere a livello
globale. Il muro, da questo punto di vista, è un autentico laboratorio
biopolitico, un punto di vista privilegiato dal quale analizzare i rapporti di
potere e la loro traduzione spaziale» (2).
Ancora una
volta, Gaza e la Cisgiordania rappresentano un laboratorio a cielo aperto cui
l’Occidente anela per la risoluzione dei problemi o, meglio, accentuandone le
contraddizioni, ad apparente vantaggio di chi sta dalla parte giusta.
I confini,
prosegue Sferrazza Papa, «separano, uniscono, mettono in comunicazione,
permettono il riconoscimento, assicurano la diversità. Sono l’oggetto per
eccellenza della filosofia, dell’antropologia, della psicologia, della
politica, di tutto ciò insomma che assume l’esistenza umana come oggetto d’interesse.
Non deve dunque in alcun modo stupire il fatto che il controllo dei confini sia
da sempre la posta in gioco del potere. Abbiamo detto che la nostra vita è un
continuo attraversamento di confini: se ciò è vero, allora chi controlla i
confini governa le vite degli altri, perché amministra e regola le modalità di
questo attraversamento. Riconoscere non solo l’attualità del tema del confine,
ma il suo ruolo performativo nella costituzione della realtà, il suo valore
metafisico e politico allo stesso tempo, è forse il primo passo per impedire
che i confini, da strumento indispensabile per la coesistenza umana, si
trasformino in Schlachtbänke, nuovi “banchi da macello” sui quali,
proseguendo la formula hegeliana, “la storia sacrifica i popoli”»(3).
Sin dall’antichità
i muri sono l’oggetto di una dialettica spaziale le cui implicazioni vanno
svolte per comprenderne meglio le logiche: essi tengono fuori ma, allo stesso
tempo, costringono dentro, e non è affatto semplice capire in quale momento una
fortezza si trasformi in prigione, come ha rilevato Massimo Cacciari: “tutti i
tentativi volti a ‘fortificare’ il luogo, lungi dal rassicurarlo, colpiranno a
morte ogni abitare, poiché un luogo che si definisce per esclusione dell’altro,
che non vuole che l’altro lo tocchi, che pretende il suo confine immune
dall’altro, si trasforma inevitabilmente in prigione per chi vi risiede”(4).
Il muro,
principio immunologico di difesa dello spazio vitale attraverso la limitazione
del contatto con l’esterno, immunitas antitetica alla communitas:
trasuda disumanità per chi è recluso e circondato dalle barriere e non
garantisce sicurezza a chi dovrebbe esserne protetto.
Il simbolo tragico della segregazione in nome della sicurezza porta dunque in
sé i prodromi del suo stesso fallimento, basandosi sul mantenimento di un clima
di emergenza, incertezza e conflitto permanente interno ed esterno.
In sostanza,
Israele conseguirà probabilmente il suo maligno intento di impedire la nascita
di uno stato di Palestina ma non godrà mai, per la sua storia e la sua stessa
natura, di un clima di distensione e di pace. E l’Occidente rischia di
dirigersi nella medesima direzione, cavalcando le paure con i rigurgiti
xenofobi dei Vannacci di turno, verso la sua israelizzazione.
1. Z.
Bauman, La società sotto assedio (2002), trad. it. S. Minucci,
Laterza, Roma-Bari 2008, p. XX
2. E. Sferrazza Papa, Le pietre e il potere. Una critica filosofica di
muri. Mimesis edizioni, Milano – Udine, 2020
3. G.F.W. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia (1837),
trad. it. G. Calogero e C. Fatta, La Nuova Italia, Firenze 1961, p. 57
4. M. Cacciari, Nomi di luogo: confine, in “Aut-aut”, 299-300, 2000, p. 76.
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