Abbiamo tutti una percezione, più o meno nitida, che un “Potere” esista. Un
Potere che influisce sulle nostre esistenze, sul mondo in cui sono organizzate
le nostre società, sui loro valori. Persino su cosa e come dobbiamo pensare o
desiderare. Tuttavia, è un potere che ci sembra senza volto, senza luogo,
inconoscibile e irraggiungibile. Questa impalpabilità ha anche l’effetto di
mortificare qualsiasi volontà di cambiamento. Come posso lottare per cambiare
le cose se non so neppure contro chi lottare? Dare un nome e un volto a chi
comanda diventa così la premessa fondamentale per qualunque tentativo di
concepire una società diversa.
A quest’opera cartografica del potere si è dedicato con certosina
precisione Peter Phillips, sociologo della californiana Sonoma
State University, che illustra i risultati nel suo nuovo libro Titans
of Capital, appena uscito negli Stati Uniti per Seven Stories. Il libro si
concentra sulle prime dieci entità finanziarie del mondo e sui “Titani”
che le dirigono, occupandone i posti nei consigli di amministrazione. Non
sono sei come nella mitologia greca, ma 117. Sono in soprattutto maschi
(65%), bianchi (86%). Più della metà è statunitense (56%), seguono i
francesi (14,5%); altre nazionalità sono tutte sotto il 5%. Sono tutti ricchi,
alcuni ricchissimi, sono soprattutto i nodi di una sterminata rete di
potere e relazioni da cui nulla e nessuno sfugge. Una rete che conta
sul potere di immense quantità di denaro e che si tesse nei consigli direttivi
di aziende, organizzazioni internazionali ed enti governativi, associazioni,
università, musei, enti caritatevoli, teatri ed anche ong.
Oggi non esiste banca o multinazionale che non abbia uno o più di questi
colossi come azionisti. E ciò significa potere
I Titani non hanno un potere assoluto sulle ricchezze che amministrano.
Anche loro devono sottostare al supremo e assoluto comandamento: guadagnare.
Tuttavia, insieme ad alcuni capi di gigantesche aziende, sono quanto di più
simile esista al concetto di élite dominante, le cui opinioni, inclinazioni,
passioni, convinzioni politiche finiscono per influenzare, più o meno direttamente,
la vita di tutti noi. «I Titani hanno nelle loro mani la gran parte del
capitale finanziario globale», ci spiega Phillips. «Governi, militari, agenzie
di intelligence, gruppi politici, media aziendali e altri capitalisti,
inevitabilmente, hanno un occhio di riguardo nei confronti di questi individui
e fanno di tutto per garantirne protezione e supporto». I 117 “padroni del
mondo” dirigono società che amministrano, nel complesso, ricchezze pari a 50
mila miliardi di dollari. La sola Blackrock, la più grande delle
dieci esaminate, muove un patrimonio di 10 mila miliardi di dollari,
una cifra che supera il valore del Pil di Giappone e Germania messi insieme. Le
altre nove sono, in ordine di grandezza, Vanguard, Ubs, Fidelity, State
Street, Morgan Stanley, Jp Morgan, Amundi, Allianz, Capital
group.
Si tratta di gruppi statunitensi (7) ed europei (3), che amministrano ed
investono i soldi di decine di milioni di persone. Trentacinque milioni di
americani hanno per esempio del denaro dentro Blackrock. Risorse che vengono
investite soprattutto comprando azioni in tutto il mondo, in base a una
strategia che si può riassumere così: se compri tutto, alla fine
guadagni. E funziona: dal 2017, il patrimonio dei dieci è quasi
raddoppiato, passando da 26 mila a 49 mila miliardi di dollari. Oggi non
esiste multinazionale che non abbia uno o più di questi dieci colossi della
finanza tra i suoi principali azionisti. Ciò significa altro potere che si
somma a quello emanato dal denaro. In quanto soci, i rappresentanti dei dieci,
occupano posti nei consigli di amministrazione delle imprese partecipate,
contribuendo a definirne scelte e strategie.
Si va dalle compagnie petrolifere Shell e BP,
alle case farmaceutiche Merck, Johnson & Johnson e Roche,
passando per colossi dell’auto come Volkswagen, General
Motors o Mercedes. Da banche come Unicredit,
al colosso dei beni di consumo Procter and Gamble. E poi Ibm, Hewlett
Packard, Du Pont, Dow Chemical… per citare solo
qualche nome di un’interminabile lista. Phillips sottolinea nel libro anche gli
ingenti investimenti nelle industrie di tabacco, alcol, plastica, armi
da fuoco, gioco d’azzardo e prigioni private, “investimenti che generano
impatti negativi sulle popolazioni di tutto il mondo”. Blackrock, Vanguard e
State Street sono, tra l’altro, i primi azionisti dei principali costruttori
di armi statunitensi, da Lockheed Martin a Northrop
Grumann e Raytehon.
Importante la presenza in associazioni, ong, enti culturali, ospedali. E il
World Economic Forum è il loro salotto di casa
Non è difficile capire cosa significhi la presenza nei consigli
d’amministrazione, anche in termini di accesso a informazioni
privilegiate da sfruttare per le scelte di investimento delle case
madri. Inciso: Blackrock, State Street, Vanguard sono pure i primi azionisti
delle più importanti società di rating, Moody’s e Standard
and Poor’s, che assegnano voti di affidabilità creditizia a stati e aziende
(tra cui, neanche a dirlo, quelle di cui i dieci sono soci).
Fin qui il “potere del denaro”. C’è un’altrettanto importante e
strutturata rete di presenze in associazioni, enti culturali, ospedali,
ong, organismi governativi e internazionali. I 117 siedono per esempio nei
board del Fondo monetario internazionale, della Banca dei
regolamenti internazionali (una specie di banca centrale delle banche
centrali) e del consiglio atlantico Nato. Hanno ruoli nella Federal
Reserve e nel suo braccio armato che opera direttamente sui mercati,
la Fed di New York.
Sono presenti nell’associazione delle banche svizzere, nel fondo sovrano
del Kuwait, nel comitato per la regolamentazione dei mercati finanziari, nel
gruppo di esperti Onu per la riduzione delle emissioni. Due
membri dei Titani hanno lavorato anche per la Cia. Il World
Economic Forum di Davos e la Trilateral Commission sono
salotti di casa.
“La disuguaglianza non è mai accidentale”, afferma peter phillips, “ma è
incoraggiata dai Titani con le loro decisioni”
E ancora, tra le ong che ospitano alcuni dei 117 dirigenti nei rispettivi
organi direttivi, ci sono la Croce rossa americana, la Fondazione di re Carlo
terzo, Oxfam America, Save the Children, Clean air task
force e tantissime altre. Tra le università spiccano il Mit di Boston,
la London Business School, l’Università di Chicago, la Fondazione Ecole normale
supérieure di Parigi, la scuola cinese internazionale di Hong Kong. Poi
un’infinità di enti artistici e ospedali tra cui l’Orchestra di Filadelfia,
il Moma di New York, l’ospedale Presbiteriano di New York, il
SUMs di Venezia.
Man mano che le scelte vengono delegate al mercato, i governi mettono in
pratica decisioni assunte altrove
Tra pesi massimi non conviene farsi la guerra, tutti rischiano di farsi
troppo male. Le dieci società analizzate investono molto tra di loro.
Nel 2022 il valore delle partecipazioni incrociate ammontava a 320 miliardi di
dollari. Possiamo vederla come l’equivalente di quando le grandi dinastie
regnanti si imparentavano tra loro. Qui non si maritano rampolli, ma si
investono denari. Sono pratiche che consentono un attento monitoraggio
delle rispettive politiche e una comunanza di interessi reciproci nel
mantenimento dello status quo e nella crescita del mercato. Blackrock, per
esempio, ha investito più di 17 miliardi nella “concorrente” Vanguard e altri 4
miliardi in State Street. A sua volta Vanguard ha una partecipazione in
Blackrock che vale 9,6 miliardi e una in Jp Morgan che ne vale addirittura 37.
State Street ha investito in Vanguard oltre 5 miliardi e 1,6 in Blackrock. Dal
canto suo, Jp Morgan ha messo in Vanguard la bellezza di 70 miliardi e altri 18
li ha piazzati in Blackrock. E questi sono solo gli incroci principali.
Nel libro, Phillips spiega come questa immensa concentrazione di potere
prosperi grazie a un ecosistema che la preserva con cura. «Le istituzioni del
capitalismo globale proteggono la proprietà privata di beni, attività
commerciali e ricchezza personale. I governi occidentali controllano i
meccanismi legali e di polizia che assicurano che la ricchezza rimanga di
proprietà privata e consentano ai ricchi di accumulare patrimoni sempre
più grandi», dice a MillenniuM il sociologo americano.
Ciò contribuisce a esasperare tendenze come l’estrema polarizzazione della
ricchezza. Del resto, ha spiegato l’economista Thomas Piketty,
queste non sono anomalie o difetti del sistema capitalistico, ma sono
esattamente il risultato del modo in cui il sistema funziona. “La disuguaglianza
globale”, scrive Phillips, “non è mai accidentale. Piuttosto, è una
circostanza incoraggiata, mantenuta e controllata dalle élite dei Titani
tramite decisioni di investimento di capitale e organizzazioni politiche
finanziate principalmente dai soldi di cui dispongono”.
Lo studioso ci ricorda poi che “tra le conseguenze dell’estrema
disuguaglianza di ricchezza a livello globale ci sono anche guerre e minacce di
guerra, la repressione dei diritti umani e le devastazioni ambientali”. Questo
ci porta a una “crisi dell’umanità”, che William I. Robinson, sociologo
presso l’Università della California, a Santa Barbara, descrive come “una
minaccia alla sopravvivenza della nostra specie e di tutti gli esseri viventi”.
Se vogliamo provare a contrastare questa deriva, grazie al libro, sappiamo
un po’ meglio a chi dobbiamo rivolgerci. «Penso che, come abitanti di questo
pianeta, abbiamo tutti la responsabilità e il dovere di costruire strutture
democratiche di base che sfidino apertamente la concentrazione della ricchezza
e il controllo delle risorse mondiali da parte di poche persone», ci dice
Phillips.
In passato era forse un po’ più semplice. I leader politici e i capi degli
Stati (almeno di quelli più potenti) impersonavano la capacità e la forza
decisionale. Erano esseri umani e, almeno in una certa misura, condizionabili
con il voto popolare. Esisteva insomma un canale di contatto tra chi comanda e
chi è comandato. Accadeva quando la finanza era subordinata alla politica,
decisioni e azioni non erano mosse esclusivamente dal perseguimento di
profitti.
Poi, man mano che le decisione sono state delegate al “mercato”, la nebbia
si è fatta fitta, le figure sono sbiadite. Ora vediamo governi che
svolgono ruoli puramente notarili, registrano e mettono in pratica cose
decise in un qualche altrove e imposte senza possibilità di rifiuto poiché le
punizioni minacciate sono terrorizzanti. Ricordate cosa accadde in Grecia nell’estate
2015? Nel referendum sulle condizioni poste al Paese da Fondo monetario
internazionale, Banca centrale europea e Unione europea, gradite ai mercati, il
62% della popolazione votò no, “oxi”. Eppure, 48 ore dopo, il governo
accettò quelle stesse condizioni.
Per prosciugare i processi democratici si ricorre a una presunta ma
incontestabile “razionalità”. Una falsificazione, come emerso drammaticamente
nella crisi del 2008. In Grecia, naturalmente, esistevano altri modi per
gestire la crisi che avrebbero attenuato l’umiliazione e la sofferenza della
popolazione. Si sarebbe però dovuto accettare di infliggere qualche perdita in
più ai colossi della finanza internazionale. Ma i Titani non avrebbero gradito.
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