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lunedì 26 maggio 2025

Le radici del male - Massimo Mazzucco

 

Il colonialismo classico ha sempre funzionato nello stesso modo: una nazione forte invadeva una nazione più debole, ne prendeva il controllo, e restava lì a comandare per sfruttarne le risorse economiche. Ma lasciava in loco tutti i suoi abitanti, i quali diventavano semplicemente nuovi schiavi/sudditi dell’impero.

E’ successo così per l’India, colonizzata dagli inglesi, per il Brasile, colonizzato dai portoghesi, per il resto dell’America Latina, colonizzata dagli spagnoli, o per varie nazioni africane e asiatiche, colonizzate nel tempo da francesi, portoghesi, olandesi, ecc.

Solo in tre casi, nella storia recente, i colonialisti invasori hanno sistematicamente rimosso la popolazione locale, prendendo fisicamente il suo posto. Gli Stati Uniti, l’Australia e Israele.

Negli Stati Uniti, i bianchi hanno sterminato la popolazione locale, rinchiuso nelle riserve i sopravvissuti, e preso fisicamente il loro posto. In Australia, i bianchi hanno sterminato la popolazione locale, rinchiuso nelle riserve i sopravvissuti, e preso fisicamente il loro posto. In Palestina, i sionisti hanno sterminato buona parte della popolazione locale (1948), rinchiuso in campi di concentramento / campi profughi i sopravvissuti, e preso fisicamente il loro posto.

Progressivamente, dal ’48 in poi, i nomi delle città e dei villaggi arabi sono stati cambiati in nomi ebraici, mentre l’intera terra di Palestina veniva ridenominata Israele. Oggi restano ancora due zone da integrare, la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Una volta incorporati questi territori, la terza operazione coloniale integrale della storia moderna sarà completata.

Non si può non notare che all’origine di queste particolari operazioni di sostituzione etnica ci siano sempre gli inglesi. Inglesi erano i conquistatori/colonizzatori dei futuri Stati Uniti, inglesi erano i conquistatori/colonizzatori dell’Australia, e inglesi sono stati, fin dall’inizio, coloro che hanno permesso e favorito in tutti i modi la conquista/colonizzazione della Palestina da parte dei sionisti.

Fu sotto il mandato britannico (1922) che gli inglesi implementarono leggi particolari in Palestina, per permettere agli ebrei di acquisire con estrema facilità territori appartenenti agli arabi. Furono gli inglesi (1929 -1936) a reprimere con ferocia le rivolte arabe in Palestina, in modo da favorire l’espansione territoriale dei sionisti. Furono gli inglesi (Orde Wingate) ad insegnare ai sionisti le tecniche di guerriglia e attacco militare ai villaggi arabi. Furono sempre gli inglesi ad insegnare ai sionisti la tecnica di distruzione sistematica della case del palestinesi fuggiti, per impedire un loro eventuale ritorno. Furono gli inglesi ad introdure il concetto di “punizione collettiva” che ancora oggi (Gaza) viene usato dai sionisti contro i palestinesi. Furono infine gli inglesi a voltare lo sguardo altrove, nel ’48, quando tutte queste tecniche vennero messe in atto in modo sistematico dai sionisti, i quali sterminarono ed evacuarono 700.000 palestinesi dalle loro case e dai loro villaggi (Nakba). Poi, con le operazioni in corso, gli inglesi se ne andarono dalla Palestina, lasciando ai sionisti il controllo militare completo di tutto il territorio.

In tutto e per tutto, la conquista della Palestina da parte dei sionisti fu una complessa operazione coloniale iniziata, favorita e controllata interamente dagli inglesi.

E’ chiaro che dietro a queste tre operazioni di “colonialismo sostitutivo” - Stati Uniti, Australia e Israele – ci debba essere la stessa mentalità comune di dominio e di superiorità dell’uomo bianco sulle razze inferiori. Questa mentalità, profondamente razzista, è stata sintetizzata al meglio da un pensiero di Winston Churchill, espresso dopo la nascita dello stato di Israele: “Io non mi scuso per il fatto che gli ebrei abbiano tolto il controllo della regione ai palestinesi, così come non mi scuso per il fatto che i bianchi abbiano tolto l’America ai pellerossa, o per aver tolto l’Australia ai neri. E’ normale che una razza superiore domini quella inferiore.”

Con un maestro del genere, figuriamoci se mai dovrà sentire il bisogno di scusarsi il suo discepolo più fedele ed esemplare che la storia abbia mai prodotto, Benjamin Netanyahu.

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sabato 25 maggio 2024

David Mc Bride, condannato per aver rivelato crimini di guerra a Kabul

La condanna dell’ex soldato d’élite David McBride ha scatenato un dibattito sulla democrazia e la libertà di stampa in Australia. McBride, che è anche un ex avvocato militare dell’esercito australiano, è stato condannato a 5 anni e 8 mesi di prigione per aver rivelato segreti legati a crimini di guerra commessi dalle truppe australiane in Afghanistan. Non è stato ammesso nessun ricorso in appello contro la sentenza.

McBride era indignato dal comportamento dei comandanti australiani, che riteneva mettessero a rischio la sicurezza dei propri subordinati per evitare critiche pubbliche. Dopo aver tentato di segnalare le irregolarità senza successo, si è rivolto alla stampa consegnando documenti segreti all’emittente pubblica ABC.

McBride si era arruolato nell’esercito britannico, per prestare poi servizio in Germania prima di addestrarsi presso la Royal Military Academy Sandhurst e poi comandare un plotone Blues and Royals in Irlanda del Nord. McBride è stato schierato due volte in Afghanistan, nel 2011 e nel 2013. È stato dimesso dal punto di vista medico per disturbo da stress post-traumatico nel 2017.

Le rivelazioni di McBride hanno portato alla luce crimini di guerra da parte dei soldati australiani in Afghanistan, inclusi sospetti omicidi di civili e prigionieri. Nonostante l’importanza pubblica delle sue azioni, McBride è stato condannato, sollevando preoccupazioni sulla libertà di stampa e il diritto alla denuncia.

Il rapporto Bereton del Ministero della Difesa del dicembre 2020, ha trovato prove di 39 sospetti omicidi di civili e prigionieri afghani da parte di soldati d’élite australiani tra il 2006 e il 2016. Una volta hanno sparato a un bambino di sei anni addormentato, e più volte le armi furono successivamente piazzate su persone disarmate che furono uccise per giustificare le uccisioni.


In Australia, gli investigatori hanno rapidamente identificato McBride come la fonte delle rivelazioni. Inizialmente riuscì a fuggire in Spagna per un anno, ma al suo ritorno fu arrestato. Un punto assolutamente basso nella storia dei media australiani è stata la perquisizione della sede della ABC a Sydney nel 2019. Tuttavia, a differenza delle perquisizioni nella casa di McBride, lì non è stato trovato materiale incriminante.

Nel settembre 2018, McBride è stato arrestato all’aeroporto di Sydney e accusato di furto di proprietà del Commonwealth in violazione dell’articolo 131 del Criminal Code Act 1995; nel marzo 2019 è stato accusato di altri quattro reati: tre di violazione dell’articolo 73A del Defense Act 1903 e un altro di “divulgazione illegale di un documento del Commonwealth contrario all’articolo 70 del Crimes Act 1914. McBride si è dichiarato non colpevole di ciascuna delle accuse durante l’udienza preliminare del 30 maggio 2019.

McBride e i suoi avvocati avevano cercato di far cadere l’accusa chiedendo protezione ai sensi delle leggi australiane sugli informatori e citando due testimoni. Tuttavia, il governo australiano si è mosso per annullare queste testimonianze e impedire che venissero ascoltate per motivi di “sicurezza nazionale”.

La condanna di McBride ha sollevato interrogativi sulla democrazia in Australia e sulla protezione degli informatori. Sebbene il paese abbia sostenuto di proteggere gli informatori, la sentenza di McBride indica il contrario. L’Australia, già sotto i riflettori per il caso Julian Assange, fondatore di Wikileaks, ha visto scendere il suo indice di libertà di stampa nel 2024.

Kieran Pender dello Human Rights Law Centre di Melbourne e Peter Greste dell’Alliance for Journalists’ Freedom di Sydney hanno commentato sul British Guardian la condanna dell’informatore australiano David McBride ponendo una domanda: “Cosa dice sulla nostra democrazia il fatto che la prima persona ad andare in prigione in relazione a crimini di guerra commessi dalle truppe australiane non sia un criminale di guerra ma un informatore?”

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mercoledì 22 marzo 2023

I traditori di Julian Assange - John Pilger

  

Questo articolo “I traditori di Julian Assange” è una versione ridotta del discorso pronunciato da John Pilger a Sydney il 10 marzo in occasione dell’inaugurazione in Australia della scultura di Davide Dormino raffigurante Julian Assange, Chelsea Manning ed Edward Snowden, “Figure del coraggio”.

 

Conosco Julian Assange da quando l’ho intervistato per la prima volta a Londra nel 2010. Mi è subito piaciuto il suo senso dell’umorismo secco e cupo, spesso dispensato con una risata contagiosa. È un fiero outsider: acuto e riflessivo. Siamo diventati amici e sono stato seduto in molte aule di tribunale ad ascoltare i tribuni dello Stato che cercavano di mettere a tacere lui e la sua rivoluzione morale nel giornalismo.

Il mio momento più alto è stato quando un giudice della Royal Courts of Justice si è chinato sul suo banco e mi ha ringhiato: “Lei è solo un australiano peripatetico come Assange”. Il mio nome era su una lista di volontari per la cauzione di Julian e il giudice mi ha individuato come colui che aveva denunciato il suo ruolo nel famoso caso degli espulsi delle isole Chagos. Senza volerlo, mi fece un complimento.

Ho visto Julian a Belmarsh non molto tempo fa. Abbiamo parlato di libri e dell’opprimente idiozia della prigione: gli slogan allegri e sdolcinati sui muri, le punizioni meschine; non gli lasciano ancora usare la palestra. Deve allenarsi da solo in un’area simile a una gabbia dove c’è un cartello che avverte di non lasciare l’erba. Ma non c’è erba. Abbiamo riso; per un breve momento, alcune cose non ci sono sembrate così brutte.

Le risate sono uno scudo, ovviamente. Quando le guardie carcerarie hanno iniziato a far tintinnare le chiavi, come amano fare, indicando che il nostro tempo era scaduto, si è zittito. Quando sono uscito dalla stanza ha tenuto il pugno alto e stretto come fa sempre. È l’incarnazione del coraggio.

Tra lui e la libertà si frappongono coloro che sono l’antitesi di Julian: coloro in cui il coraggio è inaudito, insieme ai principi e all’onore. Non mi riferisco al regime mafioso di Washington, la cui caccia a un uomo buono vuole essere un monito per tutti noi, ma piuttosto a coloro che ancora pretendono di gestire una democrazia giusta in Australia.

Anthony Albanese pronunciava la sua frase preferita, “quando è troppo è troppo”, molto prima di essere eletto primo ministro australiano lo scorso anno. Ha dato a molti di noi una preziosa speranza, compresa la famiglia di Julian. In qualità di primo ministro ha aggiunto parole di circostanza sul fatto che “non condivideva” ciò che Julian aveva fatto. Apparentemente dovevamo comprendere il suo bisogno di coprire la sua posteria appropriata nel caso in cui Washington lo avesse richiamato all’ordine.

Sapevamo che ad Albanese sarebbe servito un eccezionale coraggio politico, se non morale, per alzarsi in piedi nel Parlamento australiano – lo stesso Parlamento che si presenterà davanti a Joe Biden a maggio – e dire:

‘Come primo ministro, è responsabilità del mio governo riportare a casa un cittadino australiano che è chiaramente vittima di una grande e vendicativa ingiustizia: un uomo che è stato perseguitato per il tipo di giornalismo che è un vero e proprio servizio pubblico, un uomo che non ha mentito, o ingannato – come molti dei suoi omologhi nei media, ma ha detto alla gente la verità su come il mondo è gestito’.

Chiedo agli Stati Uniti”, potrebbe dire un coraggioso e morale Primo Ministro Albanese, “di ritirare la richiesta di estradizione: di porre fine alla farsa maligna che ha macchiato le corti di giustizia britanniche, un tempo ammirate, e di consentire il rilascio di Julian Assange senza condizioni alla sua famiglia. Il fatto che Julian rimanga nella sua cella a Belmarsh è un atto di tortura, come lo ha definito il relatore delle Nazioni Unite. È così che si comporta una dittatura”.

Ahimè, il mio sogno a occhi aperti che l’Australia si comporti bene con Julian ha raggiunto i suoi limiti. L’aver stuzzicato la speranza di Albanese è ormai prossimo a un tradimento per il quale la memoria storica non lo dimenticherà, e molti non lo perdoneranno. Che cosa sta aspettando, allora?

Ricordiamo che Julian ha ottenuto asilo politico dal governo ecuadoregno nel 2013 soprattutto perché il suo stesso governo lo aveva abbandonato. Già questo dovrebbe far vergognare i responsabili: il governo laburista di Julia Gillard.

La Gillard era così desiderosa di colludere con gli americani nel chiudere WikiLeaks per la sua verità, che ha voluto che la polizia federale australiana arrestasse Assange e gli togliesse il passaporto per ciò che ha definito la sua pubblicazione “illegale”. L’AFP ha sottolineato di non avere tali poteri: Assange non aveva commesso alcun reato.

È come se si potesse misurare la straordinaria cessione di sovranità dell’Australia dal modo in cui tratta Julian Assange. La pantomima di Gillard che si è prostrata di fronte a entrambe le camere del Congresso degli Stati Uniti è un teatro da far rabbrividire su YouTube. L’Australia, ha ripetuto, è il “grande amico” dell’America. O forse era “piccolo amico”?

Il suo ministro degli Esteri era Bob Carr, un altro politico della macchina laburista che WikiLeaks ha smascherato come informatore americano, uno dei ragazzi utili di Washington in Australia. Nei suoi diari pubblicati, Carr si vantava di conoscere Henry Kissinger; in effetti il Grande Guerrafondaio invitò il ministro degli Esteri ad andare in campeggio nei boschi della California, come si apprende.

I governi australiani hanno ripetutamente affermato che Julian ha ricevuto pieno supporto consolare, come è suo diritto. Quando io e il suo avvocato Gareth Peirce abbiamo incontrato il console generale australiano a Londra, Ken Pascoe, gli ho chiesto: “Cosa sa del caso Assange?”.

Solo quello che ho letto sui giornali”, ha risposto ridendo.

Oggi il premier Albanese sta preparando il Paese a una ridicola guerra con la Cina a guida americana. Miliardi di dollari saranno spesi per una macchina da guerra composta da sottomarini, jet da combattimento e missili in grado di raggiungere la Cina. L’entusiasmo per la guerra degli “esperti” del più antico quotidiano del Paese, il Sydney Morning Herald, e del Melbourne Age è un imbarazzo nazionale, o dovrebbe esserlo. L’Australia è un Paese senza nemici e la Cina è il suo principale partner commerciale.

Questo squilibrato servilismo nei confronti dell’aggressione è descritto in uno straordinario documento chiamato “Accordo sulla strategia delle forze USA-Australia”. In esso si afferma che le truppe americane hanno “il controllo esclusivo sull’accesso [e] sull’uso” di armamenti e materiali che possono essere utilizzati in Australia in una guerra aggressiva.

Questo include quasi certamente le armi nucleari. Il ministro degli Esteri di Albanese, Penny Wong, “rispetta” l’America su questo punto, ma chiaramente non rispetta il diritto degli australiani di sapere.

Questo ossequio c’è sempre stato – non è tipico di una nazione di coloni che non ha ancora fatto pace con le origini e i proprietari indigeni del luogo in cui vivono – ma ora è pericoloso.

La Cina come pericolo giallo si adatta alla storia di razzismo dell’Australia come un guanto.  Tuttavia, c’è un altro nemico di cui non si parla. Siamo noi, il pubblico. È il nostro diritto di sapere. E il nostro diritto di dire no.

Dal 2001, in Australia sono state promulgate circa 82 leggi per togliere i tenui diritti di espressione e di dissenso e per proteggere la paranoia da guerra fredda di uno Stato sempre più segreto, in cui il capo della principale agenzia di intelligence, l’ASIO, tiene lezioni sulle discipline dei “valori australiani”. Ci sono tribunali segreti, prove segrete ed errori giudiziari segreti. Si dice che l’Australia sia una fonte di ispirazione per il padrone del Pacifico.

Bernard Collaery, David McBride e Julian Assange – uomini profondamente morali che hanno detto la verità – sono i nemici e le vittime di questa paranoia. Sono loro, e non i soldati edoardiani che marciavano per il Re, i nostri veri eroi nazionali.

Su Julian Assange, il Primo Ministro ha due facce. Una faccia ci stuzzica con la speranza di un suo intervento con Biden che porterà alla libertà di Julian. L’altra faccia si ingrazia il “POTUS” e permette agli americani di fare ciò che vogliono con il loro vassallo: fissare obiettivi che potrebbero portare alla catastrofe tutti noi.

Albanese appoggerà l’Australia o Washington su Julian Assange? Se è “sincero”, come dicono i sostenitori del Partito Laburista, cosa sta aspettando? Se non riuscirà a garantire il rilascio di Julian, l’Australia cesserà di essere sovrana. Saremo dei piccoli americani. Ufficiale.

Non si tratta della sopravvivenza di una stampa libera. Non esiste più una stampa libera. Ci sono rifugi nel samizdat, come questo sito. La questione principale è la giustizia e il nostro diritto umano più prezioso: essere liberi.


Fonte: MintPress News

Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis

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lunedì 6 gennaio 2020

in Australia, intanto



Australia, bruciano anche le spiagge. Canberra assediata dal fuoco - Marinella Correggia

La discesa agli inferi continua negli Stati australiani del Nuovo Galles del Sud, dichiarato in «emergenza» e di Victoria, per la quale è «stato di disastro», dopo quattro mesi di fuoco. E come in una escalation bellica, le prossime ore saranno ancora più catastrofiche, per via delle temperature elevatissime – fra i 45 e i 50° C e dei forti venti. Nella devastazione ambientale e umana, si ammette una situazione fuori controllo.
ALTRI OTTO MORTI IN 48 ORE, decine di migliaia le persone interessate alle evacuazioni o comunque in fuga. Fra i poteri speciali che derivano dalle dichiarazioni di emergenza e disastro c’è la possibilità di forzare gli abitanti ad andare via. Il premier di Victoria, Daniel Andrews, ha detto in tivù rivolgendosi alle cosiddette 5K o leave zones, le zone rosse: «Dovete partire, non possiamo garantire per la vostra sicurezza». A Mallacoota, cittadina del Gippsland orientale irraggiungibile via strada, le navi della Marina militare stanno portando in salvo una parte dei quattromila fra residenti e turisti, molti dei quali hanno dovuto rifugiarsi sulle spiagge la notte di Capodanno. Per via aerea sono state salvate altre persone in difficoltà, ma le operazioni di soccorso sono ostacolate dal fuoco e dal fumo. Da diverse aree si scappa via terra verso i numerosi centri approntati dalle autorità.
L’ANDAMENTO DELLE FIAMME «ha superato ogni previsione scientifica da parte degli umani e dei computer» ha detto Shane Fitzsimmons, commissario del servizio rurale antincendi (Rfs) dello Stato pi colpito, con 4 milioni di ettari incendiati. «Il fuoco sta facendo quello che vuole del territorio», ha spiegato Andy Gillham del gruppo di controllo degli incidenti a Gippsland; «nei prossimi giorni alcune comunità vedranno le fiamme avvicinarsi praticamente da tutte le direzioni».
E ha continuato: «Non ci sono più posti sicuri in assoluto, ci sono solo posti un po’ più sicuri di altri». Le autorità di Victoria hanno dichiarato che 24 comunità sono tuttora isolate. I team di soccorso cercano di farsi strada per garantirne l’evacuazione prima che il rischio aumenti nel week end. Decine le persone irraggiungibili per la cui incolumità sussistono forti dubbi, per esempio a Gongeerah e Bonang. A Nowa Nowa, dove non c’è elettricità da lunedì, la fonte di informazioni e allerta è una radio condivisa da tutti nell’unico luogo adatto alla ricezione: il parcheggio di un supermercato convertito in accampamento e mensa.
A Genoa sono intrappolati cento abitanti. A rischio soprattutto sulla costa sud orientale i servizi essenziali: «Risparmiate l’acqua il più possibile; l’uso sta superando la capacità degli impianti». Sul lago Conjola, nel Nuovo Galles del Sud, un residente – la cui casa era stata incenerita poco prima – è riuscito a salvare due famiglie di campeggiatori facendo loro posto sulla sua barca, mentre il fuoco correva sulle due sponde.
LE FIAMME BUSSANO alle porte della capitale Canberra: immersa nel fumo degli incendi ha battuto New Delhi come città più inquinata del mondo. L’isola dei Canguri ha già perso 150.000 ettari, oltre a molte abitazioni e residence; «il fuoco è inarrestabile, molto più di quanto prevedessimo», ammette il Country Fire Service (Cfs), mentre i suoi 150 pompieri cercano invano di arginare l’avanzata dei roghi e il servizio di traghetti è impegnato nell’evacuazione. Erano attese per i prossimi giorni le navi da crociera.
CONTINUA IL SILENZIOSO URLO della natura arsa viva. L’intera biodiversità è a rischio. Per gli animali, al fuoco si aggiungono la mancanza di cibo, di acqua e ripari. Un articolo pubblicato dall’Università di Sidney, citando un esperto, il professor Chris Dickman, ha precisato che la stima di 480 milioni di animali probabilmente uccisi in questi quattro mesi di fuoco nel solo Nuovo Galles del Sud si riferisce unicamente a mammiferi, uccelli e rettili ed esclude insetti, pipistrelli, anfibi.
SE MAI SI SUPERERÀ l’emergenza (grazie alle piogge), come mitigare gli impatti degli incendi futuri? Con la prevenzione, la manutenzione dei territori, risorse a sufficienza e più serietà di fronte alla sfida climatica, in un’Australia che dipende molto dal carbone. Ora o mai più. E’ stato contestato dai residenti (ma anche un vigile del fuoco non ha voluto stringergli la mano) il primo ministro Scott Morrison nella sua visita alla località di Cobargo, uno degli epicentri della distruzione, due morti e tante case incenerite. Debole la sua difesa: «Io ascolto chi lavora sul campo ma la stagione dei fuochi si sta prolungando e si presenta più difficile per via della siccità». Ma l’agricoltore Craig Calvert, fra i tanti, ha denunciato ai media «l’incompetenza del governo che ha portato a questi disastrosi mesi di fuoco». Difficile anche ignorare il fatto che l’Australia ha speso, negli anni, molto di più in mezzi militari (e guerre) che nella prevenzione e protezione del territorio.


Incendi in Australia: l’apocalisse e le colpe dei governi conservatori - Pasquale Esposito

L’apocalisse australiana sembra non avere fine. E non odo pentimenti profondi in giro per il mondo tra i tanti che ancora non credo al riscaldamento globale e quelli, ancor di più, che pensano che le cose possano cambiare rotta intervenendo con cautela e moderazione.
I numeri che arrivano dall’Australia sono terribilmente dolorosi, di una devastazione infernale. Un intero ecosistema a partire dal New South Wales che è andato in fumo: quasi 6 milioni di ettari bruciati un’area sei volte più grande degli incendi del 2019 in Amazzonia, sicuramente alcune piante saranno scomparse per sempre, il fumo invade estensioni di territori incalcolabili, si stima che circa 500 milioni di animali siano stati uccisi, ci sono 23 morti, dispersi e molti feriti gravi, abitazioni e strutture ridotte in cenere ed è in corso un’evacuazione di massa dalle città della costa. Le temperature sono le più alte di sempre: ieri a Penrith si sono registrati 48,9° (la più alta temperatura sula Terra ieri) e nella capitale Canberra 43,6°.
Come giustamente ha scritto sul New York Times, lo scrittore Richard Flanagan, l’”Australia si sta suicidando con il clima”, infatti è “dal 1996 i successivi governi conservatori australiani hanno combattuto con successo per sovvertire gli accordi internazionali sui cambiamenti climatici a difesa delle industrie di combustibili fossili del paese. Oggi l’Australia è il maggiore esportatore mondiale di carbone e gas. Recentemente si è classificato al 57 ° posto su 57 paesi per azione sul cambiamento climatico”. Del resto il governo ha continuato per la sua strada negazionista fino a qualche settimana fa e , come scrive l’Economist, “dall’inizio di dicembre alcuni ex vigili del fuoco hanno invitato il governo a organizzare un incontro di emergenza per discutere la minaccia incombente, resa più urgente dal riscaldamento globale. Il primo ministro Scott Morrison, però, aveva altri progetti, e senza comunicarlo alla popolazione ha portato la famiglia in vacanza alle Hawaii. Dopo una pioggia di critiche e la morte di due pompieri in sua assenza, Morrison è tornato poco prima di Natale, ma ha respinto la richiesta di cambiare l’approccio della coalizione liberal-conservatrice per affrontare l’emergenza climatica” [2].
Le dimensioni della catastrofe le danno anche il fatto che alla fine il premier ha deciso dell’invio della più grande nave da guerra australiana per aiutare l’evacuazione dalle città sulla costa vittoriana e di richiamare 3.000 riservisti dell’esercito.
A proposito di navi e militari, Marinella Correggia ci ricorda che è “difficile anche ignorare il fatto che l’Australia ha speso, negli anni, molto di più in mezzi militari (e guerre) che nella prevenzione e protezione del territorio” [3].
Del resto quello di destinare inutili e dannose risorse ad armi e militari è un vizio ignobile di molti stati. Ma la guerra al riscaldamento globale non si fa con gli F35 o le portaerei.
[1] Richard Flanagan, “Australia Is Committing Climate Suicide”, https://www.nytimes.com/2020/01/03/opinion/australia-fires-climate-change.html?action=click&module=Opinion&pgtype=Homepage, 4 gennaio 2020
[2] “Gli incendi in Australia alimentano il dibattito sulla crisi climatica”, https://www.internazionale.it/notizie/2020/01/03/australia-incendi-clima, 3 gennaio 2020
[3] Marinella Correggia, “Australia, bruciano anche le spiagge. Canberra assediata dal fuoco”, https://ilmanifesto.it/australia-bruciano-anche-le-spiagge-canberra-assediata-dal-fuoco/, 4 gennaio 2020


Clima: l’Australia se ne frega del rapporto Ipcc e punta sul carbone

Lo Special Report on Global Warming of 1.5°C dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) appena approvato nel summit di Incheon, tenutosi in Corea del sud, sottolinea che  per limitare il riscaldamento globale entro 1,5° C  è essenziale l’eliminazione graduale  (ma rapida) dell’utilizzo del carbone per produrre energia, ma il vicepremier Michael McCormack, della destra sovranista del National Party –  che con i suoi voti tiene in piedi la fragile maggioranza guidata dal Partito Liberale –  ha detto subito che l’Australia deve «assolutamente» continuare a utilizzare e sfruttare il suo carbone.
L’Australia è uno dei più grandi esportatori di carbone del mondo, ma la Cina ne rimane il più grande consumatore di carbone del mondo. E anche da lì non vengono buone notizie: nonostante le assicurazioni date da Pechino, le immagini satellitari dimostrano che in Cina sono ripresi i lavori per realizzare centinaia di centrali elettriche a carbone. Secondo l’indagine di  CoalSwarm, in Cina si starebbero costruendo centrali a carbone per altri 259 gigawatt, cioè la stessa elettricità prodotta da tutte le centrali a carbone statunitensi, e i tentativi del governo comunista di chiudere molti impianti obsoleti sarebbero falliti. Ma alcuni ricercatori ritengono che la costruzione di queste centrali bbia più a che fare con il potenziamento dell’economia locale in Cina che con l’aumento delle emissioni. Glen Peters, del Centre for International Climate Research  di Oslo, ha detto a BBC News che «In Cina le centrali elettriche a carbone funzionano solo per metà del tempo e si potrebbe obiettare che la nuova capacità non è necessaria. Le nuove costruzioni di centrali elettriche a carbone sono probabilmente basate sul mantenimento dell’economia, in particolare dal punto di vista dei governi provinciali, piuttosto che essere necessarie per la produzione futura di elettricità».
Tornando a McCormack, il vicepremier australiano, ha detto a The Guardian che il suo governo non cambierà politica «solo perché qualcuno potrebbe suggerire che una specie di rapporto è la strada che dobbiamo seguire ed è tutto ciò che dovremmo fare». Liquidato così il rapporto Ipcc, frutto del lavoro di centinaia di scienziati  – compresi quelli australiani indicati dal suo governo – il leader della destra nazionalista  ha aggiunto che «Il carbone ha fornito il 60% dell’elettricità in Australia, 50.000 posti di lavoro ed è stata la principale esportazione del paese».
La ministro australiana dell’ambiente, la liberale Melissa Price, ha detto alla radio ABC che l’Ipcc in realtà avrebbe fatto un’inversione di rotta, chiedendo la fine del carbone entro il 2050 e sottolineando la necessitò di nuove tecnologie come mezzo per risparmiare il carburante inquinante.
In realtà il nuovo rapporto Ipcc  avverte che  per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5° C ed evitare così  una estinzione catastrofica di specie e la distruzione climatica, saranno  necessari «cambiamenti senza precedenti» e che per questo la produzione di energia da carbone dovrebbe terminare del tutto entro il 20500, che è l’esatto contrario di continuare a estrarre carbone come fa l’Australia (e gli Usa) o costruire centrali come fa la Cina.
La lobby del carbone sta spingendo per l’adozione della Carbon capture and storage (Ccs), una tecnologia sperimentale, costosissima e controversa che permetterebbe di stoccare la CO2 prodotta dalla combustione di combustibili fossli sottoterra o sotto il mare. Il rapporto Ipcc è d’accordo sulla necessità di diffondere tecnologie come la Ccs ed altre che catturano la CO2 dall’atmosfera, ma numerosi scienziati ed esperti fanno notare che i progressi tecnologici in questo settore sono troppo lenti per consentire il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni. Inoltre, le energia rinnovabile stanno diventando più economiche rispetto al carbone, un trend che – come dimostrano anche il fallimento delle politiche pro-carbone di Trump – e probabilmente continuerà.
Ma sia gli australiani che l’Amministrazione Usa fanno notare che la Cina produrrebbe circa 993 gigawatt di energia elettrica con il carbone e i nuovi impianti approvati aumenterebbero questa capacità del 25%. E’ anche vero che, a differenza di Canberra e Washington, il governo centrale di Pechino ha cercato di frenare questo boom emettendo più di 100 ordini di chiusura di centrali elettriche. Ma il rapporto di CoalSwarm e le  immagini satellitari suggeriscono che questi sforzi non sono stati del tutto efficaci. La Cina rimane il più grande emettitore di gas serra del mondo, seguito dagli Usa, mentre l’Australia è il 13esimo, ma gli australiani hanno forse il maggior indice di emissioni procapite.
Gli Australian Greens – all’opposizione insieme al Partito Laburista –  dicono che Il Rapporto speciale dell’Ipcc «Delinea una catastrofe climatica di dimensioni e impatto senza precedenti sulla nostra comunità e sulla natura se il riscaldamento globale aumenterà di oltre 1,5 gradi» e fanno notare che secondo gli scienziati «E’ improbabile che tutte le barriere coralline sopravvivano a un riscaldamento globale di 2 gradi, compresa la Grande barriera corallina; a 1,5 gradi l’innalzamento del livello del mare sarebbe di circa 10 cm in meno; A 2 gradi aumenta il rischio di cambiamenti di lunga durata o irreversibili, compresa la perdita di più specie ed ecosistemi. In termini di combustibili fossili, il rapporto rileva che, se si vuole rispettare il limite di 1,5 gradi, l’uso di carbone per produrre elettricità deve essere eliminato entro il 2050».
Jeremy Buckingham, responsabile green energy e risorse dei Verdi australiani  ha sottolineato che «Il rapporto speciale dell’Ipcc è una chiamata alle armi: il prossimo decennio è fondamentale nella lotta per proteggere le persone che amiamo e il nostro pianeta dai cambiamenti climatici pericolosi. Ecco perché la politica dei Verdi è quella di eliminare gradualmente l’estrazione di carbone nel Nuovo Galles del Sud (NSW) nei prossimi 10 anni. La scienza di questo rapporto chiarisce che non possiamo continuare a bruciare carbone e proteggere il clima. Il fallimento da parte del governo federale di avere un politica climatica o una politica energetica credibili».
Per Buckingham, «I prossimi anni faranno definitivamente la storia. Questo governo e il prossimo possono smetterla di giocherellare mentre il clima si scalda oltre il nostro controllo, oppure possono trasformare la nostra comunità, l’economia e il mondo naturale eliminando il carbone e alimentando il nostro mondo con il 100% di energia rinnovabile. Questa trasformazione porterà grandi opportunità per nuovi posti di lavoro e tecnologie innovative: l’Australia può passare dall’essere una miniera ad aprire la strada all’innovazione rinnovabile, esportando la nostra scienza, il nostro know-how e il combustibile solare pulito nel mondo. Il compito di eliminare progressivamente i combustibili fossili è ora urgentemente critico: se il mondo avesse agito dopo l’Earth Summit di Rio del 1992, il compito sarebbe stato più facile, ma Labour e Liberali, prendendo milioni di dollari dai donatori dei combustibili fossili, l’hanno stroncato».
Nel marzo 2019 in Australia si vota per il nuovo Parlamento federale e i Verdi promettono che  faranno della politica climatica ed energetica il tema centrale della loro campagna e Buckingham conclude: «I Verdi sono l’unico partito a occuparsi seriamente dell’emergenza climatica in Australia: quando gli altri partiti  prenderanno provvedimenti per i forti  livelli di riduzione delle emissioni di carbonio o ammetteranno e che non c’è futuro per il carbone o la gassificazione del carbone?»


Incendi in Australia: occhi aperti e…occhi chiusi per sempre - Doriana Goracci

Gli ecologi dell’University of Sydney stimano che 480 milioni di mammiferi, uccelli e rettili siano morti a causa delle fiamme, direttamente o indirettamente, dal mese di settembre 2019 ad oggi gennaio 2020.
Ho visto solo ora due video, uno risale alla fine di novembre, in cui una donna tenta e riesce a salvare un koala dal fuoco e un altro molto recente, 22 dicembre, dove si vedono fuggire i canguri.
Sono immagini drammatiche e l’Australia è lontana.
C’è nel web una bambina di 13anni, che piange mentre le viene detto che potrebbe essere arrestata fuori dalla residenza di Sydney del primo ministro australiano Scott Morrison, che intanto era in vacanza: si chiama Izzy Raj-Seppings, aveva un cartello con sè con su scritto “Sono stanca di guardare il mio futuro bruciare davanti ai miei occhi”
Quel giorno il deputato per i Verdi David Shoebridge è stato arrestato insieme ad altri manifestanti fuori dalla Kirribilli House di Sydney perchè stavano programmando di aspettare lì fino a quando il Primo Ministro Scott Morrison non sarebbe tornato per “affrontare la crisi climatica“.
Perdersi in Australia dà un delizioso senso di sicurezza diceva Bruce Chatwin che in Australia ci andò nel secolo scorso a raccogliere certi canti aborigeni ma sembra che non si trattenne così a lungo e non fu così accurata la sua ricerca.
Claude Levi-Strauss inizia così i suoi Tristi Tropici: “Odio i viaggi e gli esploratori”… Poi più in là: “Viaggi, scrigni magici pieni di promesse fantastiche, non offrirete più intatti i vostri tesori…ciò che per prima cosa ci mostrate, o viaggi, è la nostra sozzura gettata sul volto dell’umanità… Fra qualche secolo, in questo stesso luogo, un altro esploratore altrettanto disperato, piangerà la sparizione di ciò che avrei potuto vedere e che mi è sfuggito. Vittima di una doppia incapacità, tutto quel che vedo mi ferisce, e senza tregua mi rimprovero di non guardare abbastanza“.
Abbiamo anche visto i fuochi d’artificio a Sidney malgrado la richiesta di centinaia di migliaia di persone di fermarli.
Vediamo tutto e non riusciamo a fermare niente.
(*) ripreso da www.agoravox.it

giovedì 13 giugno 2019

A favore della dis-occupazione (in Palestina)


In alcuni paesi, come l’Italia, non nel Far West, esistono alcune regole relative alla proprietà, sancite dalle leggi e dalla giurisprudenza.
Gli edifici abusivi possono essere espropriati in modo automatico dal Comune. Lo ha chiarito il Consiglio di Stato con la sentenza 1064/2015.
I giudici hanno ricordato che, in base all’articolo 31 del Testo unico dell’edilizia (Dpr 380/2001), se il Comune impone il ripristino della situazione preesistente e l’autore dell’abuso non obbedisce, l’acquisizione da parte dell’Amministrazione avviene automaticamente (da qui).
Se queste norme fossero applicate in Palestina tutte le costruzioni edificate nelle colonie all’interno dei Territori Occupati dovrebbero passare allo stato Palestinese, ai palestinesi espropriati, a quei palestinesi a cui va garantito il diritto al ritorno.
Nei palazzi delle Nazioni Unite bisognerebbe scrivere in qualche documento ufficiale che tutti gli interventi infrastrutturali e abitativi coloniali israeliani nei territori occupati (dal nome si capisce che tutti gli interventi dell’occupante sono abusivi) vanno espropriati. Poi i soliti tre o quattro Stati noti, con l’aggiunta di qualche Stato vassallo, voteranno contro e metteranno il veto, ma l’importante è affermare il principio della restituzione e dell’esproprio anche a livello di stati (note 1 e 2).
Chissà se è per questa paura che Israele vuole l’annessione dei Territori Occupati (nota 3).
È esattamente su questo che scrive Jean Rostand (nota 4), che serve da guida per l’interpretazione della realtà.
Stati uniti d’America e Australia e Brasile sono inscalfibili alleati e sostenitori di Israele, tutti autori pratiche di oppressione e genocidi verso le popolazioni indigene, popolazioni che già vivevano in quei continenti, prima dell’arrivo dei civilissimi ladroni di terre, e non solo, conquistatori, dice Rostand. Come gli israeliani.

NOTE
(1) “Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo” (Marge Piercy) è la citazione preferita da questo blog (http://www.labottegadelbarbieri.org/)
(2) I giovani cercano l’impossibile e, generazione dopo generazione, lo conseguono. (proverbio americano)
(4) Se uno uccide un uomo è un assassino; ne uccide un milione, è un conquistatore; li uccide tutti, è un dio – Jean Rostand

lunedì 27 agosto 2018

S T O L E N – il piano genocida australiano 1869-1999 - Gian Luigi Deiana



dunque siamo arrivati in men che non si dica a invocare il modello razzista australiano nella politica dei respingimenti;
è bene ricordare che ciò che chiamiamo australia, come nazione e come stato, è la formazione storicamente più giovane nella girandola delle grandi migrazioni europee, meno di duecento anni, nel continente forse più antico di suoli e di gente;
variamente miscelati e sospettosi gli uni degli altri, inglesi, tedeschi, francesi, italiani e di ogni dove del vecchio mondo, erano uniti da una assoluta certezza: isolare la popolazione aborigena e portarla all’estinzione;
ora, se solo di straforo un ministro italiano si permette di fare cenno all’attuale modello australiano, ne va ricordato il presupposto storico: trattare gli indonesiani o i cingalesi oggi come furono trattati gli aborigeni ieri;
la legge che autorizzava il piano di genocidio della popolazione aborigena, ponendola formalmente in capo allo stato e alla chiesa cristiana, fu approvata nel 1869, centocinquanta anni fa quando nacque mio nonno materno; ma la cosa più spaventosa sta nel fatto che fu abrogata solo nel 1999, meno di venti anni fa;
essa consisteva essenzialmente nella sistematica sottrazione dei bambini alle famiglie di origine e nellla loro reclusione a vita in collegi e poi in campi separati dalla società: 1999, cioè appena ieri;
fu merito di pochi uomini di cultura la denuncia di questa ‘normale’ empietà: tra questi il film di philippe noise e kenneth brannagh ”generazione rubata”, che è accessibile in internet e che invito a vedere e a vivere con tutta la rabbia di cui può essere capace un cuore.


martedì 20 marzo 2018

Sedici Paesi hanno bombardato la Siria - Fulvio Scaglione



Ricorre proprio in questi giorni il settimo anniversario dall’inizio della guerra in Siria, che un vero e “ufficiale” inizio non ebbe mai ma che, per convenzione, si ritiene cominciata in un qualche momento degli scontri che nel Sud del Paese, e in particolare nella città di Dar’a, scoppiarono tra manifestanti ed esercito e videro già impegnate le prime formazioni islamiste armate.
È il momento giusto, allora, per ricordare alcuni dati che di solito vengono trascurati e illuminano la natura dello sconvolgente massacro siriano che, da Ghouta ad Afrin non conosce sosta e ha già falciato quasi mezzo milione di vite.
Una realtà cui troppo poco si pensa è questa: sono ben sedici i Paesi stranieri che hanno condotto bombardamenti e incursioni aeree sul territorio della Siria. Ecco l’elenco, in ordine di volume di fuoco impegnato: Usa, Russia, Francia, Regno Unito, Turchia, Israele, Australia, Canada, Danimarca, Olanda, Belgio, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco.

Già il numero delle nazioni che si sono accanite su questa terra tormentata dovrebbe farci mettere da parte il cumulo di fandonie sull’esportazione della democrazia e la lotta per la libertà. In Siria si combatte quella terza guerra mondiale a pezzetti di cui ha parlato papa Francesco e si replica lo scontro tra due fronti che è esploso un po’ ovunque, dall’Ucraina all’Iran alle attuali tensioni “spionistiche” tra Londra e Mosca. E che viene molto efficacemente rappresentato dalla progressiva militarizzazione della Casa Bianca, dove il controllo del potere reale è passato ai militari (sono ex generali il capo dello staff, il consigliere per la sicurezza nazionale, il presidente degli Stati maggiori riuniti e il ministro della Difesa, ed è un ex militare ed ex industriale dell’aerospazio anche il nuovo segretario di Stato) e ai loro finanziatori, gli esponenti del complesso militar-industriale, un settore che da solo vale più del 10% del Pil americano.
Se poi andiamo nello specifico, e incrociamo le cronache di questi anni con i dati raccolti da Airwars, l’Ong inglese formata da ex militari e giornalisti specializzati in questioni militari, che costantemente analizza le operazioni aeree condotte sulla Siria, scopriamo altre realtà che ci aiutano a giudicare.
Per esempio: nessuna delle 16 nazioni che hanno condotto raid aerei sul territorio della Siria è innocente rispetto alla morte dei civili. Nessuna. Non a caso Ian Overtone, direttore di Action on Armed Violence, organizzazione indipendente che studia gli effetti dei conflitti, dice: “Le incursioni aeree, per quanto precise e mirate siano, quando sono condotte sui centri abitati sono terribili per i civili. Finché gli Stati cercheranno di distruggere gruppi terroristici colpendoli dal cielo, i civili saranno quelli che soffriranno di più”.
Poi, naturalmente, ci sono le proporzioni. All’aviazione russa vengono addebitate circa 11mila vittime civili. Ma agli Usa, delle cui azioni si parla assai meno, almeno altre 7 mila, con un significativo incremento da quando James Mattis, l’ex generale dei marine che è ministro della Difesa con Donald Trump, ha lanciato la “tattica di annientamento”, basata sull’idea di infliggere il maggior numero possibile di perdite al nemico. I velivoli americani hanno sganciato più di 21 mila ordigni sulla sola Raqqa.
Al terzo posto, per impegno aereo sulla Siria, viene la Francia, che fu il primo Paese ad affiancarsi agli Usa nel 2014 ed è stato anche il primo a mandare una portaerei, la “Charles de Gaulle”, nell’area delle operazioni. Il suo ruolo, però, viene ultimamente insidiato dal Regno Unito che, dopo una partenza “lenta”, ha di molto incrementato l’impegno sul fronte siriano, con droni e cacciabombardieri.
Poi ci sono, ovviamente, Israele e Turchia. Le forze aeree dello Stato ebraico hanno condotto più di 100 missioni militari sulla Siria e quel che sta facendo la Turchia è sotto gli occhi del mondo, con l’accerchiamento di Afrin e la decimazione dei combattenti e dei civili curdi. Molto attivi, in proporzione al ruolo, anche Australia e Canada. Quest’ultimo, in particolare, ha condotto quasi 1.500 missioni sui cieli siriani fino a quando, nel febbraio 2016, i suoi jet sono stati ritirati come aveva promesso in campagna elettorale Justin Trudeau, poi diventato primo ministro.
Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Giordania e Marocco sono stati attivi in Siria soprattutto nei primi tempi, poi hanno preferito orientare i loro mezzi verso la guerra nello Yemen. E merita una segnalazione il caso della Danimarca. I suoi sette cacciabombardieri F-16, dispiegati in Medio Oriente su richiesta degli Usa, hanno smesso di operare in Siria nel dicembre 2016 dopo aver condotto 550 missioni. Il ritiro è stato causato dalle forti polemiche scoppiate perché, invece di colpire i miliziani dell’Isis, gli aerei danesi aveva colpito gruppi di miliziani schierati con Bashar al-Assad. Involontariamente, dissero i comandi.
Ci vuole molta fantasia per sostenere che uno schieramento di questo genere ha dovuto spendere quattro anni per liquidare l’Isis. E ancor più fantasia occorre per credere che tutti questi Paesi siano andati in Siria a combattere per il bene dei siriani. L’unica cosa straordinaria, a questo punto, è che esista ancora una cosa che è possibile chiamare Siria. Ma certo non è merito nostro.