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giovedì 2 luglio 2026

Contro la scuola di classe (a margine della “riforma dei tecnici”) - Giovanna Lo Presti


Sfoglio il giornale: mi colpisce una fotografia. Sono ragazzi e ragazze che reggono uno striscione su cui c’è scritto: “I professionali non sono il ghetto della scuola”. Poi leggo un articolo: «Le punte più avanzate che oggi conducono le lotte nelle scuole sono senz’altro gli istituti professionali e tecnici e le scuole aziendali. Sono infatti i posti in cui si sente più vicino e incombente lo sfruttamento del lavoro in fabbrica. Chi fa le scuole professionali dopo tre anni si ritroverà in mano un diploma con cui potrà fare l’apprendista, l’operaio. E sarà soggetto al potere, all’arbitrio del padrone, che di solito se ne frega del diploma, è il primo a non riconoscerlo e a usare i giovani per i propri profitti, pagandoli di meno, ricattandoli, facendogli fare i lavori più snervanti. […] Si vede subito la funzione reale che ha la scuola: che non è uno strumento di promozione sociale ma uno strumento nelle mani del padrone per controllare, preparare, dividere tutta la forza lavoro che gli serve e per averla pronta ai suoi ordini nella fabbrica”. Sto leggendo il secondo numero di Lotta continua – novembre del 1969 – e, se non fosse per alcuni termini (“fabbrica”, forza lavoro, snervante) avrei difficoltà a datarlo, se dovessi partire dai contenuti.

Andiamo in ordine: “I professionali non sono il ghetto della scuola”. Imperativo categorico, vero allora e vero adesso. Ma in realtà verso i professionali vengono dirottati dopo le scuole medie (secondarie di primo grado, oggi) due categorie di studenti, a volte sovrapponibili: quelli che otto anni di scuola hanno decretato essere poco portati per lo studio e quelli che provengono da famiglie non abbienti e con basso grado di istruzione. Non voglio essere impietosa con chi fa un mestiere davvero difficile: dico soltanto che, poiché la nostra scuola non è diventata quello che dovrebbe essere – un luogo aperto, democratico, critico – è bene anche tener conto, se vogliamo uscire dall’odierno pantano, che molti insegnanti sono stati complici del processo di stagnazione e che la loro unica scusante è che il loro datore di lavoro (lo Stato) non ha mai provveduto a metterli nelle condizioni materiali di lavorare con tranquillità.

Torno all’argomento centrale del mio discorso. Non mi affanno a dimostrare un’evidenza: la scelta della scuola superiore anche oggi è influenzata dalla famiglia di origine ed è dunque una scelta di classe. La piramide costituita dalle scuole superiori vede, ancor oggi, in cima il liceo (il classico, prima di tutti gli altri) e poi digrada giù giù, dai tecnici verso i professionali. Siccome l’espressione “scuola di classe”, nella sua brutalità, non piace né a sinistra né a destra, nell’ultimo trentennio (“il trentennio senza gloria”, per rovesciare una definizione famosa) in modo bipartisan i nostri governanti si sono affannati per ridare smalto all’istruzione tecnica e professionale. Da Berlinguer a Moratti, da Gelmini a Renzi-Giannini e poi sino a Bianchi e Valditara (i ministri dell’istruzione che non abbiamo nominato erano comunque fedeli alla linea) è stato un coro all’unisono per affermare che l’istruzione tecnica e professionale non è di serie B. Parallelamente, e in contraddizione con l’assunto, i ministri si sono mossi per farla passare dalla “serie B” alla “serie C”, negando a questo importante segmento dell’istruzione superiore italiana le risorse per colmare il gap che lo divideva dai licei. Poco è stato dato materialmente e molto è stato elargito in termini di riforme, riformine e riformette, tutte di segno regressivo. Se guardiamo ai risultati, i “non ammessi” (bocciati) nei licei sono il 3,1%, nei tecnici l”8,1% e nei professionali il 9,2% (i dati sono relativi al 2025). Se poi guardiamo alla competenza rispetto alla lingua italiana (una competenza che ha nettamente a che fare con l’esercizio dei diritti di cittadinanza) vediamo che l’ultimo rapporto Invalsi è impietoso: negli istituti professionali «il risultato generale non raggiunge mai la soglia dell’accettabilità, rispetto ai traguardi definiti dalle Indicazioni nazionali. Infatti, l’esito medio si attesta al livello 2 (su 5 livelli ndr) solo in Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, provincia autonoma di Bolzano–lingua italiana, provincia autonoma di Trento, Veneto e Friuli-Venezia Giulia; mediamente tra livello 2 e livello 1 in Emilia-Romagna e in Umbria. In tutte le restanti regioni il risultato generale non va oltre il livello 1». In sintesi: tecnici e professionali possono vantare il massimo di selezione e il minimo di istruzione generale ricevuta. Inoltre, negli ultimi trent’anni, il processo noto come “aziendalizzazione delle scuole” ha avuto come primo corollario l’asservimento delle scuole al mercato del lavoro – quasi il senso dell’imparare fosse, in primo luogo, garantire l’accesso ad un futuro lavoro.

L’ultimo tassello in ordine di tempo per consolidare la scuola di classe lo ha messo a punto il ministro Valditara, coerentemente con la visione di destra che gli è propria. La parte più vitale del mondo della scuola sta protestando da tempo contro la “riforma dei tecnici” e la cosiddetta “filiera del 4+2”, entrambe giustificate dalla volontà di colmare il mismatch (la mancata corrispondenza) tra offerta formativa e possibilità di occupazione nel mondo del lavoro. Non mi occuperò delle numerose incongruenze della “riforma dei tecnici” (si trovano in rete tanti articolati documenti; ne segnalo uno qui), prima tra tutte la balzana idea di diminuire le ore di materie generali e formative e di “coordinare” la scuola alle “esigenze produttive” del territorio; né starò a ribadire che il “4+2”, che sottrae alla formazione superiore addirittura un anno, pone ancor più problemi (dalla frequenza universitaria anticipata, visto che non si è pensato a un anno propedeutico, alla difficoltà di redistribuire il quadro orario previsto per il quinquennio in quattro anni: teniamo conto che tutto ciò coinvolgerà proprio gli studenti più deboli). Qui il mio discorso si chiude in modo circolare: in questo momento ci troviamo su posizioni più arretrate rispetto a ciò che nel 1969 rivendicavano gli studenti. Anche la più che doverosa protesta in atto si perde dietro lo stillicidio di imprecisioni, mancanze, stupidaggini di cui il superiore ministero ha disseminato i decreti legge che regolamentano la cosiddetta “riforma” (sempre decreti legge, come si fosse perseguitati da una maledetta fretta!) .

Credo che sarebbe ora di andare al sodo e di lasciar perdere i particolari: la scuola NON può essere allineata con il mercato del lavoro, soprattutto in un momento di accelerazione tecnologica. Se inizio oggi un corso di studi lo finirò tra cinque anni – e, a meno che non si preveda l’aggiornamento dei programmi just in time, quello che avrò imparato in ambito tecnologico sarà, inevitabilmente, superato nell’arco del corso di studio. Proprio da ciò deriva l’importanza di una salda formazione di base, che consentirà successivi aggiornamenti. Essi dovrebbero toccare alle imprese, proprio quelle stesse imprese che pretendono che la scuola fornisca loro manodopera pronta all’uso, facendo così evitare all’impresa stessa costi vivi per la formazione del personale. E mica sono scemi. Anzi, sono furbi: questa storia del mismatch ha preso piede a forza di ripeterla. Le aziende lamentano carenza di personale; ma in un paese con un tasso di disoccupazione giovanile pericolosamente vicino al 20% forse la carenza di personale dipende da altro. Condizioni di lavoro inaccettabili e salari troppo bassi, per esempio. I nostri soloni dell’economia e dell’impresa spiegano che l’Italia presenta un «quadro preoccupante che evidenzia per giunta un paradosso: in un Paese con meno giovani [La quota di giovani tra i 15 e i 34 anni è scesa dal 25% del 2005 al 20,6% nel 2025 ed è destinata a ridursi ulteriormente fino al 18,6% nel 2070], i livelli di occupazione restano tra i più bassi d’Europa. Nella fascia 15-24 anni lavora solo il 19,7%, contro oltre il 50% in Germania. A questo si aggiunge la fuga di capitale umano. Tra il 2019 e il 2023 circa 190 mila giovani hanno lasciato l’Italia, circa la metà dei quali laureati». La citazione è tratta dal Rapporto di previsione di primavera 2026 di Confindustria. Preoccupato, quindi anche il padronato? Sì, a modo suo: infatti, le cause dell’emorragia di giovani che lasciano l’Italia sono, secondo loro, da ricercarsi negli incentivi alle assunzioni come provvedimento centrale. Non si incide, dicono i padroni sulle «cause strutturali della bassa occupabilità giovanile, come il mismatch tra competenze e domanda di lavoro». Rieccola, la grande bugia!

Sta a noi dire che non è vero, dire che la scuola deve essere libera e formativa per tutti. E ribadirlo sino allo stremo, affinché un nuovo senso comune si affermi e sostituisca, alla penosa bugia del mismatch, la dura verità delle cose: non può esistere una scuola migliore se la nostra società diventa sempre più diseguale. E quindi, basta battersi – e lo dico a chi lavora a scuola – per le minuzie, per un’ora di geografia in meno o in più. Battiamoci per l’unica cosa che merita: una scuola che sia luogo in cui i bambini e i ragazzi crescano liberi, senza perdere la curiosità, desiderosi di imparare, sottratti all’egemonia dei nuovi media, sottratti alla inconcludente frenesia di ritmi sempre più accelerati. Miriamo in alto, insomma. È dal 1969, almeno, che qualcuno ricorda che la scuola non è uno strumento di promozione sociale ma uno strumento nelle mani del padrone per controllare, preparare, dividere tutta la forza lavoro che gli serve e per averla pronta. Chi si sente educatore faccia risuonare dentro di sé quella voce inascoltata e si opponga: l’occasione di oggi è il contrasto alla riforma dei tecnici ma l’obiettivo, che è poi quello che conta, si colloca molto più in alto.

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martedì 25 novembre 2025

Pier Paolo Pasolini: aver ragione anche quando si ha torto - Giovanna Lo Presti

Il grande critico letterario Cesare Garboli diceva di Leopardi che è uno che ha ragione anche quando ha torto. L’aforisma, per quanto semplice, non è agevole da sciogliere e, come tutti gli aforismi ben riusciti, perderebbe il suo fascino se ci mettessimo a spiegarlo. È la stessa regola che vale per il Witz: quale motto di spirito resiste all’analisi senza perdere la sua caratteristica principale, che è quella che nasce da un corto circuito del senso? Negli anni mi sono resa conto che vengo attratta con forza soprattutto da quei pensatori che hanno ragione anche quando hanno torto. In questa categoria rientra a pieno titolo anche Pier Paolo Pasolini, di cui nei giorni scorsi giorni si è ricordato il cinquantenario del feroce assassinio che lo ha strappato alla vita. Sì, Pier Paolo aveva ragione anche quando aveva torto. I perbenisti di ogni colore politico che hanno reso la sua vita difficile si collocano all’estremo opposto: hanno torto anche quando hanno ragione.

Ho dovuto occuparmi di scuola per molti anni. All’inizio pensavo che una scuola, pur difettiva e zoppicante, per i ragazzi fosse meglio che stare in strada; ma a poco a poco, anno dopo anno, di fronte al conformismo dilagante, di fronte alla tiepidezza con cui si trasmetteva il sapere (mi verrebbe da dire il sub-sapere) a bambini e ragazzi che invece avrebbero avuto bisogno di adulti ragionevoli e appassionati e piuttosto di una scuola scompigliata ma viva, questa mia convinzione si incrinò. Iniziavano i terribili anni Novanta, quelli dell’affermazione del pensiero neoliberista, introdotti dal crollo del Muro di Berlino che trascinò, nelle sue macerie, anche ogni progetto comunista e socialista, relegando nella pattumiera della Storia l’opera di un gran numero di persone, primo tra tutti Marx, che avevano teorizzato una società migliore e meno ingiusta di quella loro contemporanea. Fu all’inizio di quel decennio che incontrai le Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini e fu un articolo, uscito sul Corriere della sera, che, in particolare mi colpì.

Si tratta di un articolo famoso ma siccome ho perso il polso della situazione e non so più se le cose che ritengo “famose” lo siano per me e per pochi altri, oppure lo siano per tanti, corro il rischio della ripetitività e ne presento il contenuto. L’articolo si intitola “Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia” e inizia affermando che i casi di criminalità che “apocalitticamente” riempiono le pagine dei giornali non sono “casi” ma “casi estremi” di un modo d’essere criminale “diffuso e profondo”. Pasolini allude al delitto del Circeo. I colpevoli, identificati in due pariolini fascisti hanno fatto tirare a tutti un sospiro di sollievo, dice. A sinistra, perché sono fascisti; a destra poiché di questo delitto borghese ci si può finalmente occupare. I delinquenti proletari e sottoproletari, si sa, sono delinquenti a priori e non suscitano grande attenzione. Pasolini ritiene che “i casi estremi di criminalità derivino da un ambiente criminaloide di massa” e che, ormai, «l’universo popolare romano» sia «un universo “odioso”». I giovani proletari e sottoproletari romani hanno perso i valori del ceto di appartenenza e «appartengono ormai totalmente all’universo piccolo borghese». La sua opinione (che Pasolini deriva da una esperienza diretta e quotidiana) è che tra i modelli di comportamento e l’atteggiamento verso il reale dei giovani dei Parioli e dei sottoproletari delle borgate non ci sia più differenza. L’assimilazione al modello piccolo-borghese dei giovani proletari e sottoproletari li ha trasformati in “masse di criminaloidi”, in un mondo dove il consumismo «ha distrutto cinicamente un mondo “reale”, trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c’è più scelta possibile tra bene e male» ma soltanto l’«impietrimento, la mancanza di ogni pietà».

Ed eccoci alle due “modeste proposte” pasoliniane per abolire la criminalità: 1) abolire immediatamente la scuola media d’obbligo; 2) abolire immediatamente la televisione. Pasolini si rendeva conto già allora della mancanza di valore emancipatorio della scuola: a quella scuola media che illude, soprattutto se chi la frequenta non è destinato a proseguire gli studi, è preferibile «una buona scuola elementare». È una boutade, evidentemente, perché subito dopo Pasolini afferma che meglio sarebbe arrivare alla “quindicesima classe”, ma solo a condizioni diverse, a condizione cioè che la scuola media non fosse più «iniziazione alla qualità di vita piccolo-borghese» e non fosse più il luogo in cui si insegnano cose «inutili, stupide, false, moralistiche». Per finire: «mi angoscia letteralmente che vi venga aggiunta una “educazione sessuale” […] (la scuola media) è meglio abolirla in attesa di tempi migliori; cioè di un altro sviluppo». Alla fine di un ragionamento che può apparire paradossale (e lo è) Pasolini arriva al dunque: questo modello di sviluppo non permette che ci sia una scuola realmente non autoritaria e che miri a costruire una società di eguali. La scuola media “progressista” illude i più deboli, fa loro sperare un avanzamento sociale che poi non ci sarà; toglie alle classi subalterne la loro cultura spontanea per sostituirla con un imparaticcio, con nozioni approssimative che li renderanno dei frustrati.

È passato mezzo secolo da quando Pasolini scriveva l’articolo di cui sto parlando: eppure soltanto adesso, di fronte all’oltranza costituita dalle misure sulla scuola del Ministero dell’Istruzione e del Merito (una definizione degna di un sequel di 1984) ci si rende conto di quanto Pasolini avesse ragione, di come fosse stata fine la sua intuizione proprio in un momento in cui i più erano convinti che si stesse passando dalla scuola di classe alla scuola per tutti. In realtà il passaggio dalla scuola per pochi alla scuola di massa non ha portato a cancellare la natura di classe della scuola italiana; adesso, nell’era di Valditara, lo smascheramento è impudico e totale. Perché la scuola cambi, diceva Pasolini, ci vuole un altro sviluppo – e cioè un altro – e più equo – modello economico e sociale.

Nel frattempo, al consumismo sfrenato che preoccupava Pasolini, si è aggiunta la precarietà esistenziale che tocca tutti (non soltanto i giovani, come ossessivamente ci viene ripetuto). Siamo di fronte al rovesciamento totale del Rapporto Beveridge, che Churchill definì un programma di protezione sociale “dalla culla alla tomba”. Precari da quando si nasce a quando si muore, siamo diventati; immersi in un mondo confuso, privo di pietà e di speranza, di cui Pasolini, con parole forti ma non così inadeguate, metteva in luce il modo d’essere criminale “diffuso e profondo”. «Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia» esce sul Corriere della Sera il 18 ottobre 1975; pochi giorni dopo, il 2 novembre, il corpo massacrato e sfigurato di Pier Paolo veniva trovato all’Idroscalo di Ostia. Un delitto feroce e, per buona parte, ancora oscuro, un caso estremo, frutto di quella società cinica, in cui reale e irreale si confondono in cui non c’è posto per la pietà, che Pasolini aveva saputo descrivere mettendone a fuoco il degrado antropologico.

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domenica 9 novembre 2025

Contro la barbarie ci restano la cultura e l’umanesimo - Giovanna Lo Presti


Sempre più spesso mi viene spontanea e irrefrenabile la voglia di guardare indietro. Saranno gli anni che avanzano, sarà l’insostenibilità di certi aspetti del presente ma mi pare che per tentare di non scivolare in un futuro distopico sia sempre più necessario gettare l’ancora nel passato. Ciò che è stato ha sempre l’efficacia dell’essere stato, avrebbe detto Giovanni Verga, ed ha assunto, avrebbe detto Pirandello, la sua forma, fissata per sempre, analizzabile e, per così dire, istruttiva. E noi da quel che è stato, se avessimo l’umiltà e la pazienza necessarie, potremmo davvero imparare molto e non ripetere il tragico copione che gli umani scrivono e riscrivono senza mai dimenticare di assegnare la parte della co-protagonista a un mostro che ha nome “violenza”: coprotagonista che assicura brividi, sentimenti forti e che, in ultima analisi, genera l’attaccamento alla stessa vita che distrugge.

Il rapporto Oxfam Italia del 2025 ci informa che, secondo i dati dell’Uppsala Conflict Data Program, nel mondo si contano oltre 100 conflitti armati, internazionali o interni ma con implicazioni globali. Il pianeta, quindi, è butterato da guerre; ci sono voluti due anni e il crudele sterminio del popolo palestinese messo in atto da Israele perché le coscienze si smuovessero e i nostri Paesi fossero attraversati da manifestazioni di protesta imponenti. Questo orribile presente per i Palestinesi non è, però, che l’ultima pagina di una storia che, come tutti sappiamo, ha inizio molto tempo fa, con la nascita del sionismo. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale ha inizio la storia di Israele, avamposto dell’Occidente in terra araba; gli insediamenti sionisti avevano avuto inizio ben prima e non certo in modo pacifico.

Mi attengo alla premessa iniziale e faccio un balzo in avanti nel tempo; arrivo al 1969, anno in cui uno dei nostri grandi scrittori, Luciano Bianciardi, scrive un articolo per la rivista Kent – una sorta di succedaneo di Playboy, alla quale lo scrittore collaborò, probabilmente per spirito di contraddizione e per non sentirsi al soldo di una borghesia che aborriva. [Aveva rifiutato le 300mila lire al mese (un mucchio di soldi) che l’allora direttore del Corriere, Indro Montanelli, gli offriva per scrivere sul suo giornale quello che ritenesse opportuno. Luciano dunque rifiutò e, dopo il successo enorme de La vita agra, scelse invece di collaborare con testate molto meno prestigiose, anzi piuttosto dubbie, come Le Ore, ABC, Kent, Playmen]. Nel settembre del 1969 Bianciardi è a Tel Aviv (ricorda ai suoi lettori che il nome della città significa “il colle della primavera”), al seguito di una squadra di “palla al canestro”, come la chiama lui, che fa anche, a modo suo, il cronista sportivo. Bianciardi ha come guida per la visita della città “Ester, una livornese alta un metro e quaranta, con due medaglie al valore”, la quale comincia subito a fare il suo “spiegone” al gruppo di giornalisti italiani in visita a Tel Aviv.

“Ecco gli autocarri che durante la guerra dei sei giorni abbiamo strappato agli egiziani. Ecco i resti, dipinti col minio, degli automezzi andati distrutti durante la guerra del ’48, E ora, gente, eccovi una sorpresa. Questi sono i carri armati che abbiamo strappato agli egiziani durante la guerra dei sei giorni. Vedete quanti sono? Noi siamo contenti che i russi diano carri armati agli egiziani, così ci forniscono i pezzi di ricambio”.
Io comincio ad averne le tasche piene. “Scusi, signora Ester” – chiesi, “se voglio salutare una persona, da queste parti, che cosa debbo dire?” “Lei deve dire scialom”. “E cosa significa?” “Significa pace” “Benissimo, grazie” […]
Ester aveva riattaccato lo spiegone: “Ecco la porta dei Leoni. Di qui durante la guerra dei sei giorni, entrarono a Gerusalemme i nostri paracadutisti. Gli arabi invece fuggirono dalla porta della spazzatura”.
A un certo punto la Ester mi redarguì. “Signor Luciano, perché lei cammina così piano?”
“Ma perché siamo a Gerusalemme”.
“E allora?”
“A Gerusalemme si cammina lemme lemme. E anche a Betlemme. Sempre lemme lemme”.
“Ma lei mi prende in giro!”
“Non è vero. È contenta, cara Ester di vivere qui in Palestina?”
“Vivere dove?”
“In Palestina”
“Cosa è la Palestina?”
“È qui, dove siamo noi”.
“Guardi che noi diciamo Israele”.
“Ma davvero? A scuola mi avevano insegnato in altro modo”.
“Cioè?”
“A dire Palestina. O anche Terra Santa”.
“Ma lei mi prende in giro!” […]
Siamo poi andati in un kibbutz di frontiera, tutto pieno di soldati e soldate (dire soldatesse è sbagliato, altrimenti dovremmo dire pure cognatesse anziché cognate), i quali militari più che altro scavano bunker e coltivano qualche raro pomodoro. La Ester ci fece vedere la piantine appena nate. E il mio amico Arnaldo le chiese: “Scusi, Ester, che grado ha il comandante di questi soldati che coltivano pomodori?”

Questo per dire, con una lunga e arguta citazione, che da troppo tempo le cose in Palestina vanno male. Da troppo tempo la Palestina ha perso pure il nome e si parla ormai di Terra Santa soltanto nei dépliant dei pellegrinaggi.

Traggo, da un passato più vicino al nostro presente, una citazione di Edgard Morin. È del 1997.

Israele ha ritrovato un paese che era diventato straniero per duemila anni e, facendolo suo, ha fatto sì che il Palestinese che lì viveva da secoli diventasse straniero. Israele ha accolto centinaia di migliaia di rifugiati che fuggivano dall’Europa e una parte della diaspora ebraica. Ha provocato l’esilio di centinaia di migliaia di Palestinesi, che da allora sono stati ammassati nei campi profughi o dispersi nel mondo. Chi avrebbe mai pensato, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, che, dopo secoli di umiliazioni e rifiuti, dopo l’affare Dreyfus, il ghetto di Varsavia, Auschwitz, i discendenti e gli eredi di queste terribili esperienze avrebbero sottoposto i palestinesi occupati a umiliazioni e privazioni? Come possiamo comprendere la transizione dall’ebreo perseguitato all’israeliano persecutore?

Se le cose vanno male per un periodo piuttosto lungo, si può dire, con una certa sicurezza, che andranno sempre peggio. E nelle more, tra una fragile tregua e l’altra, se non si organizzano saldi presidi contro il disastro, a qualcuno, più fanatico di altri, potrà venire in mente l’organizzazione della soluzione finale, quella che affermerà in modo definitivo le ragioni di una parte. È già successo, ed ecco che accade di nuovo.

D’altronde, cosa ci si poteva aspettare se la nascita dello Stato ebraico tra il 1947 e il 1948 che viene denominata dagli israeliani “guerra di indipendenza” provocò per i Palestinesi la Nakba – cioè la Catastrofe? Quale risarcimento prevederà la comunità internazionale per i Palestinesi a fronte di una terribile ingiustizia che attraversa gran parte del Novecento per dilagare nel primo quarto del nostro secolo? Non basterà certo la vieta formula “due popoli, due Stati”, impraticata e impraticabile.

Ha ragione Daniel Baremboim, che dal 1999 conduce la West-Eastern Divan Orchestra, in cui suonano musicisti provenienti da tutto il Medio Oriente e che ha fondato, insieme con Edward Said la Barenboim-Said Akademie, che prosegue l’intento della West-Eastern Divan Orchestra di definire un terreno comune in cui israeliani e palestinesi possano riconoscersi reciprocamente e lavorare fianco a fianco. Baremboim sostiene che l’umanesimo sia l’unica (e l’ultima) “resistenza che abbiamo contro le pratiche disumane e le ingiustizie che sfigurano la storia umana”.

Quanto tale affermazione sia dissonante dal cinismo crudele dei nostri tempi è evidente: eppure, sino a che non si riconoscerà l’essere umano anche nel nemico le cose non cambieranno. La regola vale per tutti, tranne che per i tiranni, quelli che fanno ciò che a loro pare decretandone senza appello la giustezza; essi sono colpevoli di vivere in uno stato di eccezione e quindi non meritano la nostra pietà.

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venerdì 5 settembre 2025

Immagini del disastro: fare il deserto e chiamarlo pace - Giovanna Lo Presti

La società dello spettacolo di Guy Debord – un testo complesso e talvolta anodino, scritto nel 1967 – non sarà mai abbastanza citato quando si parla della situazione mondiale odierna. Anche se la riduzione del mondo a spettacolo è passata nel frasario comune, tale processo di consapevolezza non è avvenuto con quella profondità che, forse, avrebbe aiutato la collettività a generare anticorpi. Al momento né gli anticorpi verso la spettacolarizzazione del mondo né la collettività che ne dovrebbe essere portatrice esistono. In questo tragico frangente ci sono soltanto singoli individui perplessi e sgomenti, che sentono l’atroce sfida che il potere lancia all’umanità e percepiscono l’insufficienza delle risposte: troppo poche, per la gravità della situazione, e anche troppo deboli ideologicamente. In ogni caso, meno male che qualche reazione, di fronte alla spudorata violenza del potere, nel mondo c’è: non è detto che l’insufficienza attuale non sia il lievito per una forte reazione futura.

Sono partita dalla fine, e cioè dall’augurarmi che ci sia una speranza attiva e in grado di ravvivare le coscienze della moltitudine. Ora torno nel mondo infero ridotto a spettacolo, in questo caso uno spettacolo che rientra a pieno titolo nel genere horror. Per chi non l’avesse visto, raccomando di recuperare la puntata del programma di Monica Maggioni NewsRooms, dedicato ad alcuni aspetti dell’America della Silicon Valley. Si tratta di un documentario con un crescendo ben studiato. Partiamo da un primo quadro, in cui vengono mostrati signori danarosi che, attraverso metodi scientifici o presunti tali, con l’aiuto di apprendisti stregoni, si danno da fare per abbassare la loro età biologica, alla ricerca di una eterna giovinezza. L’insieme appare piuttosto inquietante e rimanda non tanto alla mitica fonte dell’eterna giovinezza quanto alle efferatezze della contessa Báthory. Ma questo non è niente. Nel servizio che segue la giornalista intervista un costruttore di bunker anti-atomici. Apprendiamo che Zuckerberg sta costruendosi un mega-bunker nella sua villa nell’isola di Kauai; non rinunciano al bunker né Bezos, né Thiel, né Musk. Bisogna sentirlo e vederlo Ron Hubbard, CEO di Atlas Survival Shelters di Montebello, California. Ci presenta la sua impresa per miliardari e, a un certo punto dell’intervista, si avvicina a una specie di piccolo oblò e rivolto alla giornalista le chiede: «Sai cos’è questo? Questo è un buco per lanciare una granata. Lo puoi aprire, lanciare una granata e così fai fuori le persone che stanno davanti al bunker. Oppure puoi sparare» (mima il gesto e fa anche bum-bum-bum, come i bambini quando giocano). Guardiamo sgomenti Ron, grande e grosso e apparentemente bonario, che ora sembra l’attore di un film distopico. O forse siamo noi che siamo piombati in una distopia reale, come conferma la terza parte del programma, in cui arrivano i pronatalisti i quali, letteralmente, sono impegnati a fare figli per evitare «il crollo del nostro mondo, del sistema economico globale e di quello geopolitico». Attenzione, non si tratta soltanto di incrementare le nascite; tutto programmato, una gravidanza, nove mesi di riposo e poi l’impianto di un embrione selezionato geneticamente. Eccoci sprofondati nell’eugenetica. Tutte queste cose orribili vengono raccontate da una giovane coppia, faccia di plastilina e occhialoni dalla pesante montatura nera alla moda. Il padre sostiene che l’istruzione pubblica condiziona i bambini e li fa diventare di estrema sinistra. Meglio l’intelligenza artificiale? Sì, meglio l’AI che affidare i propri figli a “un tizio con il salario minimo”. Insomma, l’intelligenza artificiale non è infallibile ma è sempre meglio degli insegnanti delle scuole pubbliche.

Nel mondo infero italiano ridotto a spettacolo si muovono personaggetti meno inquietanti di quelli che popolano la Silicon Valley. L’ultimo che mi ha davvero colpito e fatto riflettere è Pietro Senaldi, il quale, commentando le parole di Cuzzocrea, che aveva appena confrontato le immagini del disastro di Hiroshima con le macerie di Gaza, replica dicendo che l’imperatore Hirohito, quando ha visto quelle macerie, si è arreso. Punto. Una volta tanto una lezione ci viene da Senaldi: non è una bella lezione, naturalmente. Ma a fronte dei tanti giri di parole e distinguo che hanno caratterizzato la prima fase dei commenti sullo scontro tra Stato di Israele e popolo palestinese, a fronte della cautela che la parte “progressista” nostrana usava per non incorrere nel sospetto di antisemitismo, la brutale franchezza del condirettore di Libero fa quasi tirare un sospiro di sollievo. E spero che tutti ricordino per quanti mesi non si è potuto parlare del massacro degli inermi palestinesi senza prima citare quel che era successo il 7 ottobre.

Ecco cosa hanno fatto per lunghi mesi i benpensanti: tergiversare. Adesso questa incertezza risuona, quasi come un’eco residua, nelle parole di uno dei tanti gazzettieri di regime: bisogna distruggere Hamas, ergo bisogna bisogna distruggere il popolo palestinese nei limiti del possibile, perché la pace, quella “lunga e duratura” che tutti i potenti del mondo ipocritamente invocano, non sia altro che la pax romana: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, la cui versione comune è: “Fecero un deserto e lo chiamarono pace”. Queste parole divenute proverbiali vengono pronunciate da Calcago, capo dei Caledoni, che si rivolge ai molti uomini convenuti in armi in Britannia per contrapporsi ai Romani. Così scrive Tacito, alla fine del I secolo d.C.: lo storico latino, ancorché intenzionato a lodare il valore militare del suocero Agricola, rende onore al capo di coloro che saranno destinati ad essere vinti.

Quando ripenso alle cause della guerra e alla terribile situazione in cui versiamo, nutro la grande speranza che questo giorno, che vi vede concordi, segni per tutta la Britannia l’inizio della libertà. Sì, perché per voi tutti qui accorsi in massa, che non sapete cosa significhi servitù, non c’è altra terra oltre questa e neanche il mare è sicuro, da quando su di noi incombe la flotta romana. Perciò combattere con le armi in pugno, scelta gloriosa dei forti, è sicura difesa anche per i meno coraggiosi. [I Romani] predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto, dicono che è la pace.

Lascio giudicare a chi legge quanto queste parole siano tragicamente adatte alle nostre guerre e, in particolare, a quel massacro che non dovrebbe essere definito guerra ma, appunto, massacro, che è la ripugnante aggressione del Governo israeliano al popolo palestinese, neonati e bambini compresi, poiché «il nemico non è Hamas, né l’ala militare di Hamas», come ha dichiarato qualche tempo fa Moshe Feiglin, ex membro del Parlamento israeliano e presidente del partito Zehut/Identity. «Ogni bambino a Gaza è un nemico. Dobbiamo occupare Gaza e colonizzarla, e non lasceremo lì un solo bambino di Gaza. Non c’è altra vittoria». Che orrore!

Insomma, il mondo retrocede verso la barbarie. Trump, emblema del nostro tempo, merita una trattazione a parte: qua mi limito a chiudere il cammino a ritroso che ho tratteggiato. Non trovo nessuna citazione più confacente a Trump di una famosa frase di Sallustio: impune quae libet facere, id est regem esse. Il presidente americano si crede il re del mondo e, con lui, una pletora di capi e capetti di rango inferiore brandisce la clava della sovranità in spregio a ogni idea di democrazia e non esita ad andare oltre il ridicolo. “Essere re significa fare impunemente ciò che si vuole”: è vero, ma soltanto sino a quando il popolo, che davvero è moltitudine sovrana, non si rivolta. Come l’imperialismo, anche il moto regressivo verso l’assolutismo è una tigre di carta. “No Kings”, urlavano a giugno di quest’anno in America. Ricordiamo: “Non bisogna avere paura di una cosa perché è grande. Ciò che è grande è destinato a essere rovesciato da ciò che è piccolo. Ciò che è piccolo diventerà grande”.

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giovedì 21 novembre 2024

La normalizzazione degli insegnanti: il caso Raimo e non solo - Giovanna Lo Presti

  

Leggo su un’autorevole rivista online che si occupa di scuola e istruzione che Christian Raimo, docente e scrittore, è stato sospeso dall’Ufficio scolastico regionale del Lazio per tre mesi dall’insegnamento. Questa è la durissima sanzione per punirlo del fatto di aver osato, nel corso della Festa nazionale di Alleanza Verdi e Sinistra, criticare l’operato del ministro Valditara (https://volerelaluna.it/societa/2024/10/10/la-scuola-caserma-e-i-docenti-caporali-non-solo-raimo/). Christian Raimo non è un anonimo docente ma un intellettuale conosciuto, che ha immediatamente ricevuto la solidarietà di altri intellettuali e che, nonostante tutto, nonostante il clamore che l’intenzione di sanzionarlo aveva destato, è stato esemplarmente condannato in sede amministrativa.

La gravità del fatto è enorme: si colpisce Raimo per opinioni espresse lontano dal luogo di lavoro, nel corso di un incontro di natura politica. Cosa gli si vuol far pagare, il fatto di sputare nel piatto in cui mangia? Il fatto di dare un giudizio negativo sull’operato di un ministro che, a ben vedere, più che essere paragonato alla “Morte Nera” di Star Wars, come gentilmente ha fatto Raimo, dovrebbe essere paragonato, nei suoi momenti migliori, all’asino di Buridano, sempre indeciso se umiliare gli studenti o comprenderli, digitalizzare la scuola o vietare i cellulari, promuovere l’insegnamento dell’educazione civica o andare a manifestare, lui ministro, contro i magistrati che stanno giudicando il suo sodale Salvini? Raimo, a ben vedere, è stato cortese verso il Ministro del Merito (mi pare che l’Istruzione sia migrata da qualche altra parte): ne ha descritto suggestivamente la natura ma non ha affondato il coltello nelle piaghe che affliggono la scuola italiana e che, nei due anni di ministero Valditara, non sono certo in via di guarigione.

Dobbiamo aggiungere che ciò che è accaduto a Raimo accade, nelle nostre scuole, a molti lavoratori che, non essendo personaggi noti, subiscono come possono il giro di vite disciplinare di cui questo governo sembra andare orgoglioso. Quelle vicende si consumano nell’ombra, molto spesso nella difficoltà di difendersi dall’ingiustizia subita, in un clima in cui il dissenso dalla linea ufficiale, di cui si fa portatore spesso e volentieri il capo d’istituto, è, di per sé colpevole.

Al caso Raimo voglio accostare un fatto recente (l’informazione si trova sul sito di Rainews del 6 novembre e sul Gazzettino): una docente ha pubblicato un post su Facebook lunedì 4 novembre, in occasione della visita a Venezia del presidente Mattarella e del ministro Crosetto. Su Piazza San Marco, quel giorno si esibivano le Frecce tricolori. Pare che su Facebook il commento della professoressa non fosse il solo; parecchi residenti nel centro storico di Venezia si lagnavano per il frastuono provocato dalle prove e dall’esibizione degli aerei. Il commento della docente è stato icastico: “Frecce tricolori di merda“. A ruota segue la dichiarazione della dirigente scolastica del Liceo “Foscarini” professoressa Alessandra Artusi: «Me ne sto occupando da stamane, è un fatto molto grave e insensato […]. Da oggi sto compiendo le verifiche per quanto di mia competenza e non è escluso che possano essere presi provvedimenti disciplinari». Dove stia la gravità e l’insensatezza varrebbe la pena di spiegarlo, ma tant’è. La replica della professoressa “incriminata” non tarda: «E chi ha offeso le forze armate? Ce l’ho con l’inquinamento acustico e atmosferico (gas serra) provocato, nonché con la pericolosità (non solo per le persone fisiche ed edifici, ma anche per animali, specialmente volatili e uccelli migratori) per non parlare dei costi». E aggiunge: «Passo per ‘fomentatrice’ di qualsiasi evento sgradevole accaduto nell’Istituto scolastico, di cui, ovviamente, non ho nessuna responsabilità. […]. Si ipotizza pure che io nelle mie classi non faccia altro che parlare male delle Forze armate (sic!). Ma quando mai? Viviamo in un regime o cosa? Mi pare proprio di sì».

A detta dell’articolo sul Gazzettino che presenta l’episodio, la professoressa rischierebbe sanzioni, sia dal punto di vista penale sia dal punto di vista amministrativo. Il vicepresidente dell’ANP (Associazione nazionale presidi), intervistato a proposito, cita il DPR n. 62/2013 (Regolamento recante codice di comportamento dei dipendenti pubblici), in quanto la dipendente avrebbe infangato (sic!) la reputazione dell’Amministrazione pubblica. Se, nella sua istruttoria, la dirigente scolastica trovasse traccia di reato, allora si potrebbe procedere con l’azione penale e incriminare la docente per vilipendio della Repubblica, delle istituzioni della Repubblica e delle forze armate (art. 250 del codice di procedura penale).

Ma, dico io, per un fatto così grave, pesante, insensato, lesivo della dignità del mondo intero, perché non proporre la fucilazione all’alba nel cortile del Liceo “Foscarini”?

Una democrazia è in chiara sofferenza quando la regola dei “due pesi e due misure” diventa consuetudine sfacciata. Ci avviamo verso un mondo in cui ai potenti è concesso tutto mentre al popolo è negato il dissenso e il diritto di esprimere la propria opinione. Un ministro, a suo parere nelle grinfie della magistratura, ha forse esitato a dire che «per colpa di alcuni giudici comunisti che non applicano le leggi, il Paese insicuro ormai è l’Italia»? E, per lui, il termine “comunista” aveva la stessa connotazione di insulto dell’espressione che la professoressa veneziana ha appioppato alle Frecce (con una qualche ragione – credo – posto che le scie delle Frecce tricolori grondano letteralmente sangue: lo scorso anno, nel corso di una loro esibizione a Caselle, vicino a Torino, è rimasta uccisa una bambina di cinque anni e, nello stesso anno, è morto in un incidente di volo anche un pilota esperto. Le parolacce invece, ammesso che un pavido “di merda” sia tale, le ha sdoganate un buon numero di nostri rappresentanti politici che, quanto a idee e comportamenti offensivi del loro stesso ruolo istituzionale nonché a capacità di “infangare” altre istituzioni dello Stato, non conoscono rivali.

Oggi tutti noi siamo impegnati a difendere la libertà di opinione e di parola: i due casi appena citati ci siano di monito. Alla domanda della professoressa veneziana (“Viviamo in un regime?) la risposta è che no, non viviamo ancora in un regime ma che ci sono in giro un po’ troppe persone che desiderano fortemente questo passaggio. Quindi, è il momento di opporsi con tutte le nostre forze affinché il diritto di esprimere la propria opinione sia di tutti. Poi dovremo darci da fare affinché la libertà di opinione e di parola non siano viti spanate, che girano a vuoto, ma divengano il lievito per agire e costruire una società più giusta.

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venerdì 12 luglio 2024

Controllare e disciplinare. Un apologo - Giovanna Lo Presti

 

Il nostro Paese sta scivolando verso un assetto sempre più autoritario. Ce lo confermano molte cose. Alcune arrivano all’opinione pubblica e destano la condanna di chi ha ancora un po’ di buon senso (un esempio per tutti: gli studenti pisani incastrati a tenaglia e poi manganellati dalla Polizia durante una manifestazione contro il massacro dei palestinesi nel febbraio scorso). Altre, sia perché colpiscono singoli individui sia perché non hanno una immediata dimensione pubblica, sia per la loro apparente poca rilevanza, si consumano ogni giorno nei luoghi di lavoro. L’istanza disciplinare si è fatta in questi anni sempre più forte. Muovere critiche al proprio datore di lavoro o alle condizioni in cui si lavora può mettere a rischio la prosecuzione del rapporto di lavoro, con la scusa che la critica compromette il “rapporto di fiducia” tra lavoratore e datore di lavoro. Va da sé che sto parlando di critiche verificabili e giustificate: nemmeno quelle sono accettabili, ai giorni nostri! Di quanto sia cresciuto l’atteggiamento sanzionatorio nel lavoro pubblico e privato non è semplice dire, per l’oggettiva difficoltà nel reperire i dati totali. Facendo riferimento al lavoro pubblico nel 2021 sono stati in totale 11.203 i provvedimenti disciplinari a carico dei dipendenti pubblici; nel 2019 è pervenuto un elevatissimo numero di comunicazioni che hanno dato avvio a 12.000 procedimenti disciplinari, rispetto ai 10.000 del 2018. Nel 2017, per andare indietro di qualche anno, i procedimenti avviati erano stai 8576; nel 2014, 6935 (le informazioni complete si trovano nel sito ministeriale). La tendenza è, evidentemente, alla crescita degli interventi disciplinari.

Sono passati quindici anni ed è ancora viva nella memoria la vicenda di Riccardo Antonini, il ferroviere che si era offerto come consulente gratuito per una delle famiglie delle vittime del disastro ferroviario di Viareggio del 2009. Venne licenziato «per aver rilasciato dichiarazioni lesive dell’immagine del Gruppo Ferrovie dello Stato», «per le pubbliche e ripetute ingiurie rivolte all’allora amministratore delegato della società» e perché si era «posto dichiaratamente come concreto antagonista della società da cui dipendeva». Il ricorso in Cassazione diede ragione all’azienda. Ma che legge è questa se non la barbara legge del più forte?

Abbiamo voluto ricordare la vicenda di Riccardo Antonini per introdurne un’altra, più ordinaria ma pur sempre ingiusta. Il fatto riguarda un operaio della Pirelli, Diego Bossi, dirigente sindacale impegnato nella difesa dei diritti dei lavoratori (troppo spesso messi dai sindacati “maggiormente rappresentativi” e talvolta accantonati da quegli stessi sindacati di base, in uno dei quali – l’Allca CUB – milita Diego). L’azienda gli ha contestato la presenza ingiustificata «fuori turno all’interno delle aree aziendali senza motivazione o preventiva autorizzazione». Leggendo questa contestazione viene da immaginare qualcuno che, con aria furtiva, si aggiri nottetempo nelle “aree aziendali” chissà per quali loschi motivi. Invece Diego era sì presente in azienda fuori orario di lavoro, ma per un motivo preciso e dichiarato a chi di dovere: un collega, affetto da una grave patologia invalidante, gli aveva chiesto di accompagnarlo, essere presente e assisterlo durante il colloquio con il medico competente. La Direzione era stata avvisata dallo stesso lavoratore della presenza del rappresentante sindacale e nulla ha obiettato il medico competente durante il colloquio. Non è l’entità della sanzione che qui si prende in considerazione ma il fatto che la sanzione abbia il chiaro intento di far pressione, di far sentire il fiato sul collo al rappresentante sindacale. Se non fosse così, l’azione di Diego, che ha accompagnato, fuori dal suo orario di servizio, un collega in difficoltà al colloquio con il medico competente si dovrebbe considerare meritoria.

Viviamo tempi in cui il moto degli eventi è troppo spesso regressivo. Le tante “memorie artificiali” non ci aiutano a imparare dal passato e a ricordare. Perciò, invece, è bene ostinarsi a ricordare e anche a prendersi la licenza di confrontare eventi di peso diverso ma analoghi. In questi giorni si ricorda il centenario della nascita di Danilo Dolci, un uomo che fu molte cose, un utopista poliedrico che negli anni Cinquanta, in un borgo remoto della poverissima Sicilia occidentale, si inventò lo “sciopero al contrario”. Con un centinaio di disoccupati mise mano a una impraticabile trazzera per risistemarla. Per questo fatto venne arrestato e condannato. Lo difese Piero Calamandrei, che pronunciò a sua difesa, nel Tribunale di Palermo una memorabile arringa. Come si possono condannare uomini che, per senso della comunità, fanno un lavoro che servirà a tutti? «Ma come può essere avvenuto questo capovolgimento, non dico del senso giuridico, ma del senso morale e perfino del senso comune?». Questo chiedeva Piero Calamandrei ai giudici e questo ci chiediamo oggi di fronte a un piccolo episodio di ordinaria ingiustizia come quello che ha colpito Diego. Il quale saprà bene come difendersi – e la prima vera difesa è rappresentata dai tanti compagni di lavoro che lo stimano. Gli altri, quelli che sanzionano, quelli che considerano ogni giusta protesta per la dignità nel proprio lavoro qualcosa contro cui intervenire con metodi da legulei o, peggio ancora con la forza, li compatiamo.

«È certo che in questa società compressa da una crosta di accomodante scetticismo sono noiosi in generale gli uomini onesti, gli uomini che prendono le cose sul serio»: sono sempre parole di Calamandrei, la cui attualità è evidente. Da questa situazione c’è una sola via d’uscita: la lotta solidale per costruire una società giusta e umana.

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domenica 30 giugno 2024

La scuola assediata da improbabili filantropi - Giovanna Lo Presti

 

In questo articolo si parla di due fenomeni. Il primo, che corrisponde a un progetto che i detentori del potere economico e politico cercano di mandare a effetto da almeno tre decenni è la privatizzazione di settori fondamentali per una società civile: la scuola e la sanità. Qui mi occuperò, attraverso un esempio emblematico, della scuola. Va da sé che privatizzare vuol dire mettere a profitto quelli che sino ad ora, tra malfunzionamenti, indubbie e discutibili aperture al privato, scarsi investimenti da parte dello Stato, sono sempre stati considerati in Italia servizi essenziali per tutti i cittadini e, in quanto tali, gratuiti. Il secondo fenomeno, che si muove sul piano simbolico, è l’espropriazione, da parte dei soggetti il cui credo ha un solo comandamento, il profitto, del linguaggio dei loro antagonistiIl processo mimetico è netto: per un lettore che legga fuori dal contesto, ciò che afferma una Fondazione bancaria sulla scuola è indistinguibile da ciò che potrei scrivere io, convinta sostenitrice di una scuola di buona qualità e di una società più equa dell’attuale. La confusione che in tal modo si determina è nociva e impedisce a chi ha meno strumenti critici (ai più giovani, ai più distratti, ai più annoiati, a coloro che non conoscono l’argomento) di capirci qualcosa.

Passo all’esempio, che mi è stato segnalato da amici che lavorano in aree cosiddette “a rischio”: mi hanno parlato di un progetto il cui scopo dichiarato è quello di arginare la povertà educativa e di ridurre le diseguaglianze sociali. Nel loro collegio docenti tale progetto, denominato Teach for Italy (“Insegnare per l’Italia”) pare sia stato presentato in modo piuttosto sommario. Aderendo al progetto, la scuola avrebbe avuto a disposizione un certo numero di giovani insegnanti formati da Teach for Italy per contrastare lo svantaggio educativo. Dopo un periodo di osservazione del lavoro in classe, queste “forze nuove”, messe a disposizione della scuola senza alcun onere economico per la stessa, avrebbero dovuto collaborare o sostituire – questo non era chiaro nella presentazione della dirigente – gli insegnanti della classe. Vista la genericità della presentazione, il progetto è stato prudenzialmente respinto dal Collegio. Ormai siamo abituati al fatto che la scuola sia terreno di pascolo per le associazioni del terzo settore; quello che c’è di nuovo in Teach for Italy è che le scuole non debbano sborsare soldi per avere il servizio. Quello che c’è di vecchio e, a mio avvio, deprecabile è che neolaureati “formati” da non si sa bene chi per non si sa bene quale scopo, possano sorreggere e aiutare professionisti (anche i docenti sono professionisti) con anni di esperienza alle spalle.

Il tutto mi è parso strano e così ho cercato di capire che cosa ci sia dietro questa nuova (almeno per me) associazione. Si è aperto un mondo che non esiterei a definire distopico. Cominciamo dall’inizio, con le informazioni che ho preso dal sito di Teach for Italy: la sezione italiana fa parte di un network internazionale Teach For All, presente in oltre 60 Paesi del mondo, fondato da Wendy Kopp, una imprenditrice folgorata dalla necessità di occuparsi delle diseguaglianze educative. In pratica un “impero educativo”. Cito dal sito dell’associazione:

Un* insegnante che diventa un* Fellow di Teach for Italy sviluppa competenze professionali rilevanti per il suo futuro percorso professionale, realizza attività e si impegna concretamente per combattere le disuguaglianze educative in Italia. Consolida le sue competenze di insegnamento e partecipa a implementare progetti di innovazione e contrasto alle disuguaglianze in collaborazione con i nostri partner locali e nazionali. Nei due anni di programma, gli/le insegnanti si impegnano a formarsi su metodologie didattiche innovative che mettono lo studente al centro, insieme a un supporto di coaching e di career mentoring verso alcuni percorsi professionali da parte di professionisti nazionali e internazionali. Al termine del programma diventeranno gli/le Alumni/ae di Teach for Italy, continuando a impegnarsi per divenire agenti del cambiamento volti a realizzare un cambiamento sistemico nell’ecosistema educativo Italiano, per raggiungere una migliore equità educativa.

Come molte associazioni senza scopo di lucro penso che anche Teach for Italy debba però procurarsi del denaro per svolgere la propria azione “filantropica”: trovo anche qui informazioni sufficienti. «I primi sostenitori sono stati Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo e Fondazione Agnelli che lavorano da tempo sulle diseguaglianze educative. Abbiamo avuto un finanziamento iniziale da Fondazione Stellantis, a cui nel tempo si sono aggiunte diverse fondazioni partner sui territori […] Stiamo allargando la platea dei donatori, abbiamo avuto una donazione molto importante da Unicredit che ci sta aiutando a finanziare la crescita e poi tanti individui che credono alla nostra missione» (https://www.vita.it/la-sfida-del-secolo-una-scuola-senza-diseguaglianze/).

Leggo e rifletto: ma chi sono questi filantropi, che vogliono mettere a disposizione della malandata scuola italiana giovani e agguerriti insegnanti, agenti del cambiamento volti a realizzare un cambiamento sistemico nell’ecosistema educativo Italiano (?) e che «mettono al centro gli studenti» (quasi gli insegnanti “normali” mettessero “al centro” del loro lavoro le suppellettili scolastiche)? Se sono, come sono, dirette emanazioni di importanti banche o fondazioni che fanno capo a imprese come Stellantis non farebbero meglio a contribuire all’equità sociale che sta loro tanto a cuore agendo nel loro ambito e cioè, per esempio, se banche, rinunciando ai clamorosi extra-profitti, in modo da offrire mutui a condizioni più vantaggiose e pagando gli interessi dovuti ai piccoli risparmiatori e, se aziende, non licenziando e precarizzando i lavoratori con l’unico intento di massimizzare gli utili? Sarà un ragionamento semplice e con qualche imprecisione dal punto di vista di un economista liberista, ma tant’è. Perciò, visto che la filantropia di soggetti rapaci puzza da lontano, bene fanno le scuole ad essere prudenti e a non accettare ingerenze. Piuttosto semplice capire la direzione di Teach for Italy: per ora vi forniamo gratuitamente personale aggiuntivo, che formiamo noi e poi, a processo avviato, vedremo di sostituire ai metodi obsoleti ed arcaici della “vecchia” scuola i nostri metodi ed anche i nostri contenuti. Quando saremo ben infiltrati nel tessuto della scuola italiana sapremo come fare per estrarre profitto dal vecchio carrozzone della scuola pubblica. In questo siamo esperti.

La nostra scuola statale è vecchia, è malandata ma ha ancora tante zone vitali ed è pronta a rigenerarsi, se chi lavora in questo settore non si arrenderà all’avanzata del “nuovo”. Il quale “nuovo” tanto “nuovo” non è; è dagli anni Novanta (ed anche da prima, per la precisione) che il pensiero neoliberista spinge verso la privatizzazione del settore. Tutta in un colpo non si poteva fare, è chiaro: ma a poco a poco, utilizzando gli ultracorpi di giovani insegnanti formattati direttamente dai detentori del potere economico, sì. Non si tratta di fantascienza, l’invasione degli ultracorpi è già iniziata. Si legga questo passo: «Una scuola di qualità che pone gli studenti al centro dell’esperienza di apprendimento può contribuire a trasformarne il futuro. Valorizzando le capacità di ognuno indipendentemente dal contesto di provenienza, possiamo fornire a tutti gli strumenti per crescere e aprire la strada a una società più giusta e equa». Queste parole non le ho scritte io: le potrete trovate tal quali su Unicredit Foundation.

L’aggressione alla scuola statale come luogo di trasmissione del sapere viene da lontano. È dai tempi dell’importante Accordo interconfederale del 23 luglio 1993, che inaugurava il periodo della cosiddetta “concertazione” tra parti sociali, che si sostiene la necessità di «un raccordo sistematico tra il mondo dell’istruzione e il mondo del lavoro, anche tramite la partecipazione delle parti sociali negli organismi istituzionali dello Stato e delle Regioni dove vengono definiti gli orientamenti ed i programmi e le modalità di valutazione e controllo del sistema formativo». Altro che autonomia scolastica! La scuola, secondo tale dichiarazione d’intenti, è subalterna al mondo produttivo. Quindi le “parti sociali” e cioè le associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori, il governo, gli enti locali, dovrebbero collaborare a definire «gli orientamenti ed i programmi e le modalità di valutazione e controllo del sistema formativo»A ben leggere, non è poca cosa e si integra molto bene con il dannosissimo progetto odierno dell’autonomia differenziata. Ricordiamo, tra i molti obiettivi che nell’Accordo toccano la scuola, la volontà di «portare a termine la riforma della scuola secondaria superiore, nell’ottica della costruzione di un sistema per il 2000, integrato e flessibile tra sistema scolastico nazionale e formazione professionale ed esperienze formative sul lavoro sino a 18 anni di età» e poi di «valorizzare l’autonomia degli istituti scolastici ed universitari e delle sedi qualificate di formazione professionale, per allargare e migliorare l’offerta formativa post-qualifica, post-diploma e post-laurea, con particolare riferimento alla preparazione di quadri specializzati nelle nuove tecnologie».

Morale: molti anni fa due giornalisti del Sole24Ore, Dragoni e Meletti, scrivevano un libro intitolato La paga dei padroni. L’incipit era memorabile: nel 2007 Alessandro Profumo, allora amministratore delegato di Unicredit, aveva guadagnato 25.000 euro al giorno (proprio così: 25.000 euro in un giorno). In seguito le cose non sono cambiate: nel 2023 Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, ha guadagnato 23,4 milioni di euro, pari a 365 volte lo stipendio medio che i 268 mila dipendenti di Stellantis ricevono in un anno. Questi sarebbero gli stessi soggetti che si vogliono muovere verso una società più giusta? Mi pare proprio il caso di dire: «Timeo Danaos et dona ferentes».

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mercoledì 20 marzo 2024

Perché a scuola si ride così poco? - Giovanna Lo Presti

 

È appena passato l’8 marzo e vorrei dedicare qualche riga a un’invenzione linguistica (ne parlo dopo), a un lavoro prettamente (e ingiustamente) femminile, a una proposta per uscire dalle secche di una scuola asfittica, presa tra delirio valutativo, istanze disciplinari, distopia tecnocratica e – attenti! – “educazione all’affettività”!

Pochi giorni fa un mio amico, un insegnante ancora giovane che, dopo aver sperimentato le brume nordiche è riuscito ad ottenere il trasferimento nella sua città natale in Sicilia, mi ha finalmente fatto ridere parlando di scuola. Mi riferiva di fatti realmente accaduti e appena coloriti dalla sua narrazione vivace. Insomma – dice – siamo a febbraio e parecchi dei miei piccoli studenti di scuola media non hanno ancora i libri di testo. La riluttanza verso l’acquisto dei libri di testo è ben conosciuta da tanti insegnanti; maglioncino firmato sì, smartphone alla moda pure ma come sprecare denaro per acquistare l’inutile libro di testo? In questa scelta, che riguarda l’impiego delle risorse economiche della famiglia, hanno voce in capitolo soprattutto i genitori. Supponendo però (bella ingenuità!) che la madre di certa Hillary dodicenne fosse ignara della necessità che la figlia possedesse l’atlante e il libro di geografia, l’amico insegnante, solerte, telefona alla suddetta madre. Il nome “Hillary” è evidente stigma dell’estrazione di classe; se ci trovassimo più su nella scala sociale parleremmo della piccola Camilla o del piccolo Enea, nomi che si trovano adesso in certi strati socio-culturali con una tal frequenza da far pensare a un improvviso amore collettivo verso il grande poeta Virgilio. Ma questo importa poco e andiamo avanti nel racconto.

Appena saputo che la chiamano dalla scuola la madre ha un soprassalto: «Matri…. chi fu? (per quelli del Nord: «Mamma mia, che cosa è successo?»)». «Niente signora, non si preoccupi. La chiamavo soltanto per chiederle come mai a metà febbraio Hillary non ha ancora il libro di geografia etc.». Ma il bello viene adesso: dopo aver ribadito che in famiglia di soldi ne hanno pochi, la madre si rivolge all’insegnante per giustificarsi ed esordisce così: «Ma professoresso…». Professoresso! Meglio di un trattato di sociologia, meglio di quella cosa da salotto che è lo “schwa”! Ecco d’un sol colpo superato il binarismo di genere con un brillante conio linguistico, in cui la realtà delle cose imprime il suo marchio sul linguaggio, in cui – evviva – il femminile domina il maschile, lasciando indelebile impronta. Penso che persino qualche accademico della Crusca potrebbe apprezzare il mirabile “professoresso”, così aderente allo stato delle cose. In fondo, otto insegnanti su dieci alle scuole medie (secondaria di primo grado, pardon – ecco qui la verbosità inutile. La scuola media è sempre quella nata a cavallo del 1962-63, ma adesso l’appelliamo con quattro parole al posto di una. Inutile spreco) sono donne. La mamma di Hillary non conosce questa percentuale preoccupante. Ma di insegnanti maschi ne vede pochi, anche lei è giovane e non ha fatto le scuole alte e allora “professoresso” le viene più spontaneo che non “professore”.

A me questo guizzo linguistico è piaciuto molto e mi ha dato modo di mettere a fuoco un altro importante aspetto: ma perché a scuola non si ride quasi mai o, se si ride, si ride “per settori”? Gli studenti ridono tra di loro (spesso dei loro insegnanti), gli insegnanti ridono degli errori dei loro studenti e dei tic di dirigenti e colleghi ma mai che si rida insieme – a meno che qualcuno non proponga un “esperto” di didattica della risata (non ridete! Non sto inventando). Plumbea, tetragona, irrimediabilmente seria la scuola genera noia. In questi nostri tempi infelici e regressivi qualcuno (per esempio, un ministro) pensa di poter rimediare al crollo verticale di autorevolezza dei docenti con il ritorno alla disciplina, quella seria – che sarebbe come dire che la scuola può riportare le lancette dell’orologio ai primi anni Cinquanta a forza di note, sospensioni e lavori socialmente utili. Qualcun altro vuole invece adeguarsi ai tempi con un uso intensivo dei media digitali, che sono una delle concause del disastro scolastico generalizzato. C’è chi vuole coinvolgere le famiglie, c’è chi le vuole tenere lontano dalla scuola. In comune, queste mezze soluzioni, hanno un dato: l’anacronismo, l’essere lontane dalla comprensione almeno parziale del nodo gordiano che oggi rende educazione ed istruzione ambiti così problematici. Le radici dei molti problemi della scuola stanno nel tessuto sociale, nelle troppe disuguaglianze, nel prevalere di un non-pensiero tanto rapido quanto superficiale; e questo non è che l’inizio di un lungo elenco. Ma, come primi passi verso una soluzione almeno parziale, un po’ di senso dell’umorismo e qualche risata in più non guasterebbe. Purché non si rida gli uni degli altri ma tutti quanti insieme verso le balzane e miracolistiche “ricette” che dovrebbero salvare la scuola.

Il riso, come l’amicizia, è «la colla cordiale per cui l’uno s’attacca all’altro»: spieghiamo questa frase ai nostri studenti, riveliamo loro la fonte e poi passiamo, d’un balzo, da La notizia attorno a Didimo Chierico (fonte della citazione) a quel testo sarcastico e spiritoso che è Il Guerriero, l’Amazzone e lo Spirito della Poesia nel verso immortale del Foscolo di Carlo Emilio GaddaPersino di Foscolo si potrà ridere – il che significa che qualcuno dei nostri studenti avrà accesso agli altissimi versi de I Sepolcri e non li troverà per niente noiosiSe dovessi dire qual è stata la più grave carenza della scuola italiana (intendo parlare dell’istituzione e del personale) dell’ultimo quarto di secolo non avrei dubbi: l’assenza di senso dell’umorismo, che ha generato una scarsissima capacità di mandare collettivamente al diavolo, con una risata, proposte didattiche strambe, inefficaci e regressive.

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mercoledì 1 novembre 2023

Una “nuova” riforma per gli istituti tecnici e professionali? - Giovanna Lo Presti

  

Il disegno di legge che istituisce la “filiera formativa tecnologico-professionale” mi ha fatto sorgere – e con prepotenza – un dubbio: che non sia stato scritto con l’ausilio dell’intelligenza artificiale? Gran parte del testo mi pareva di averlo già letto in precedenza, da altre parti. Persino Giuseppe Fioroni, il più umile dei “riformatori scolatici” nostrani, quello che aveva dichiarato di voler “usare il cacciavite”, aveva immaginato “poli tecnico-professionali”, organismi di natura consortile formati da tre componenti: istituti tecnici e professionali, strutture formative accreditate per il conseguimento di qualifiche (gli attuali percorsi triennali) e istituti tecnici superiori che avrebbero dovuto essere l’evoluzione degli Ifts. Da Berlinguer a Renzi il tentativo di “riformare” tecnici e professionali, rendendoli adeguati alle richieste del mercato del lavoro e riducendo il tempo-scuola, è andato avanti, ancorché a rilento.

Nella “riforma” Valditara ho cercato invano idee nuove, prospettive inconsuete nate da una analisi spregiudicata della realtà scolastica esistente e, purtroppo, ho trovato una ripetizione di luoghi comuni che, da almeno un quarto di secolo, vengono ripetuti da coloro che dovrebbero governare la scuola. I primi sono, per così dire, di ordine generale e si riassumono in due affermazioni categoriche. La prima: gli istituti tecnici e i professionali non sono scuole di serie B (quindi, debbono diventare scuole di serie A). La seconda: c’è un mismatch, una mancata corrispondenza tra formazione e richieste del mondo del lavoro e a questo bisogna porre rimedio se si vuole diminuire il dato preoccupante della disoccupazione giovanile. L’una e l’altra affermazione, in apparenza così sensate, sono invece infondate.

Le attuali “scuole di serie A” (sostanzialmente i licei, come rileva anche l’ultimo rapporto Invalsi) sono tali perché frequentate dai figli delle classi più abbienti e più colte. I dati sono incontestabili e forniti da varie indagini: è la famiglia che orienta verso la scelta della scuola superiore e, in gran parte, contribuisce al successo scolastico dei figli. E lo stato della famiglia di provenienza incide per tutta la durata degli studi: «tra i figli di genitori con la laurea, il 75% ha la probabilità di laurearsi a sua volta. Dato che scende al 48% tra chi ha alle spalle una famiglia dove il titolo di studio massimo è il diploma e al 12% se i genitori hanno la licenza media» (https://www.openpolis.it/in-italia-il-titolo-di-studio-dei-figli-dipende-troppo-spesso-da-quello-dei-genitori/). La scuola, insomma, non è in grado di colmare il divario di partenza. Ma potrebbe farlo se, nelle prime fasi della scolarizzazione, si tenesse davvero conto di quel motto tanto citato quanto disatteso: “dare di più a chi ha di meno”. Ne consegue che, in una società sempre più marcata dalle diseguaglianze come la nostra, professionali e tecnici non potranno diventare “scuole di serie A” magicamente e che le differenze tra le scuole superiori verranno appianate soltanto quando la scelta della scuola verrà determinata dall’inclinazione dello studente e non dalla collocazione sociale della sua famiglia. Da questo traguardo siamo molto distanti.

Passiamo al secondo assioma (e anche qui siamo di fronte alla pedissequa ripetizione di un luogo comune): il mismatch tra formazione scolastica e mondo del lavoro sarebbe all’origine dell’alta percentuale di disoccupazione giovanile in Italia. Si tratta di una bugia grossolana ma che, a forza di essere ripetuta da decenni e da più parti, rischia di assumere il colore della verità. Invece di individuare le cause della disoccupazione giovanile in dati strutturali (la totale e pluridecennale mancanza di politiche del lavoro volte ad arginare la precarizzazione e la diminuzione di posti di lavoro, gli effetti sciagurati connessi all’allungamento della vita lavorativa etc.) si individua nella scuola la vera colpevole. Ma io so che, secondo l’Istat, nel decennio 2012-2021, sono andati via dall’Italia circa 337mila giovani tra i 25 e i 34 anni; di essi oltre 120 mila al momento della partenza erano laureati. Pur tenendo conto dei rimpatri, il saldo è sempre negativo; nel periodo considerato sono espatriati oltre 79mila giovani laureati. Come mai? A causa del mismatch o a causa dell’impossibilità di trovare un’occupazione dignitosa?

So anche che a metà degli anni Ottanta persino i diplomati tecnici con punteggio minimo ricevevano (almeno nelle zone industrializzate) in tempi brevi numerose proposte di colloquio dalle aziende e, in tempi altrettanto brevi, trovavano un posto di lavoro stabile e quasi sempre adeguato alla loro qualifica. Poi arrivarono gli anni Novanta e la parola “flessibilità” prese il sopravvento, le tutele per i lavoratori diminuirono (e con esse le retribuzioni) e si cominciò a parlare con insistenza sempre maggiore di long life learning connesso al lavoro. Chi aveva il potere (industria e Governo, con l’appoggio di intellettuali neoliberisti mainstream) disegnava il profilo di un lavoratore “flessibile” (cioè precario) e pronto ad adeguarsi alle nuove richieste del datore di lavoro. Non ci vuol molto a comprendere che qui non si sta parlando di “posti di lavoro ad alta qualifica”; questi vengono sempre sbandierati, ma già nel 2007 Luciano Gallino (tra i maggiori sociologi italiani) metteva in rilievo come il mercato del lavoro di allora offrisse prevalentemente posti di lavoro a bassa qualifica. Saltabeccare da una mansione all’altra (eufemisticamente detto “flessibilità”) è possibile a condizione che ci si occupi di mansioni esecutive, va da sé. A meno che non si faccia il manager. Per occultare la mancanza di serie politiche economiche e del lavoro – la cui debolezza ha portato a questa situazione – è stato necessario trovare una giustificazione all’inaccettabile tasso di disoccupazione giovanile. La scuola, che non preparerebbe al lavoro futuro, svolge così la funzione di capro espiatorio.

Il terreno per sottrarre alla scuola la sua vera funzione – istruire ed educare – è stato dissodato dalle classi dirigenti europee almeno dall’inizio degli anni Novanta. Ci limitiamo a ricordare l’incipit del Libro bianco di Edith Cresson Insegnare e apprendere. Verso una società conoscitiva (1995): «Le mutazioni in corso hanno incrementato le possibilità di ciascun individuo di accedere all’informazione e al sapere. Tuttavia, al tempo stesso, questi fenomeni comportano una modifica delle competenze necessarie e del sistemi di lavoro che necessitano notevoli adattamenti. Per tutti questa evoluzione ha significato più incertezza. Per alcuni si è venuta a creare una situazione di emarginazione intollerabile. Sempre più la posizione di ciascuno di noi nella società verrà determinata dalle conoscenze che avrà acquisito. La società del futuro sarà quindi una società che saprà investire nell’intelligenza, una società in cui si insegna e si apprende, in cui ciascun individuo potrà costruire la propria qualifica».

Non è necessario essere raffinati ermeneuti per comprendere cosa non va in queste affermazioni. Una “evoluzione” che dà a tutti la possibilità di accedere al sapere e all’informazione, come può generare “incertezza” o addirittura “creare una situazione di emarginazione intollerabile”? Risulta chiaro che, invece, non tutti possono davvero accedere al sapere, considerato in queste righe, secondo una visione neoliberista, non un patrimonio sociale ma un bene di cui l’individuo in quanto tale, sgomitando, si può appropriare. Ed ecco chiaro cosa c’è che non va: ridurre la scuola a una pura propedeutica per il lavoro futuro comporta uno snaturamento radicale dell’istituzione. Ma questo non importa a chi vuole avere manodopera formata e a basso costo; anzi, i padroni del vapore (perché il capitalismo italiano non si distanzia da tale bozzettistico e arcaico modello) plaudono ad ogni tentativo di “riforma” scolastica che vada nella loro direzione.

L’ultimo tentativo di far sì che la metà degli istituti superiori italiani (tecnici e professionali) siano asserviti al mercato del lavoro, porta quindi la firma di Valditara. Non vale la pena di considerare i dettagli, che forse saranno destinati a cambiare. I passaggi più significativi concernono la riduzione del numero di anni di studio: si passa da cinque a quattro. Ma niente paura: il grado di istruzione dei giovani, ci assicurano, non calerà. Ancora una volta il pensiero magico si impone. Quanto ad abbreviare il percorso di studi superiori il disegno di legge non è così coerente: si afferma che, concluso il percorso quadriennale gli studenti potranno «sostenere l’esame di Stato presso l’istituto professionale, statale o paritario, assegnato dall’Ufficio scolastico regionale territorialmente competente, in deroga al previo sostenimento dell’esame preliminare». Si troveranno perciò, dopo quattro anni accanto a loro compagni che hanno frequentato un anno più di loro. Non comprendo perché “professionale” e non “tecnico”, ma non importa. Lasciamo pure perdere la domanda di buon senso: chi li preparerà per l’esame del quinto anno?

Ma una via d’uscita c’è: gli studenti, finito il percorso quadriennale, potranno accedere agli ITS Academy, caldeggiati a suo tempo da Draghi. Il rapporto Indire 2023 fornisce i dati relativi a nove anni di monitoraggio (dal 2013 al 20021) dei corsi post-diploma: su un totale di 36.562 iscritti si sono diplomati in 27.892 e 22.827 hanno trovato un impiego (per oltre il 91% coerente con il percorso di studi), mentre 5.065 risultavano non occupati. La percentuale di occupati è quindi dell’81,8%, quella dei non occupati (19,2%) non si discosta di molto dalla percentuale relativa alla disoccupazione giovanile (22,1% a dicembre 2022). Ci saremmo aspettati la piena occupazione, visto il numero relativamente basso di diplomati ITS! Sorge il sospetto che qualcuno ci stia raccontando una cosa per un’altra o che, ipotizzando percorsi fantasmagorici in cui si intrecciano come in un arabesco ITS Academy, IeFP (percorsi di istruzione e formazione professionale), IFTS (percorsi di istruzione e formazione tecnica), “reti, denominate «campus»”(?) tutti volti a costruire la complicata architettura della “filiera formativa tecnologico-professionale” voglia in realtà distrarci dal leggere il comma 9 dell’articolo 1 del disegno di legge in questione. Arrivare sino al comma 9 è un’impresa, ma leggiamo: «All’attuazione delle disposizioni del presente articolo si provvede nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Siamo di fronte ad una ennesima “riforma” a costo zero”! Ma non disperiamo: lo Stato vuole investire i soldi dei cittadini dove serve. Ce lo chiarisce l’articolo 2, dedicato alla “struttura tecnica per la promozione della filiera formativa tecnologico-professionale”. Anche questo senza oneri per lo Stato? Macché: «Per le finalità di cui al presente articolo, è autorizzata la spesa di 815.228 euro».

Vogliamo ancora mettere in luce un’altra bella pensata: nella futura filiera si prevede «la stipula di contratti di prestazione d’opera per attività di insegnamento con soggetti del mondo del lavoro e delle professioni»: detto più brutalmente, le industrie cercheranno di provvedere, loro sì a costo zero, alla formazione dei potenziali neo-assunti e lo Stato pagherà “esperti” gentilmente “prestati” dalle suddette aziende, affinché svolgano attività di insegnamento. C’è da meravigliarsi se Confindustria plaude a questo disegno sconclusionato, le cui fonti possono rintracciarsi in tutti i progetti di riforma dei tecnici e dei professionali ad esso precedenti?

Il rapporto Indire 2023 ci informa inoltre che «gli ITS Academy oggi propongono un modello organizzativo e didattico basato su tre parole chiave: flessibilità, agilità e autonomia». Si vede che all’Indire quella “coscienza critica” che i nostri studenti dovrebbero sviluppare è ben lungi dall’essere raggiunta. L’ultimo quarto di secolo ha illustrato quali siano i danni della “flessibilità” e della (presunta) auto-organizzazione (agilità) nel mondo del lavoro, dell’“autonomia” nella scuola. Così il cerchio si chiude e, come un rospo, la verità viene sputata fuori: il disegno di legge in questione è regressivo, vuol porre rimedio a un problema che affonda le proprie radici nello sfruttamento e nella dis-valorizzazione del lavoro dipendente, le cui cause non sono certo da cercare nei percorsi scolatici. Questi però sono effettivamente inadeguati, poiché circa la metà dei nostri diplomati esce dalle scuole, soprattutto tecniche e professionali, senza essere in grado di comprendere un articolo di giornale. Un bel problema, che non si risolve sottraendo tempo all’istruzione e incrementando l’addestramento al lavoro futuro.

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