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giovedì 14 luglio 2016

Ho paura torero - Pedro Lemebel

quando prendi un libro in mano speri che meriti di essere letto.
una storia di omosessuali, di generali e mogli di generali, di sarte, di guerriglieri, di Carlos e di Fata.
ambientato a Santiago e in Cile nel 1986, quando Pinochet era al potere ormai da 13 anni, è un romanzo che non ti stanchi di leggere.
è l'unico romanzo di Pedro Lemebel, e ti fa respirare l'aria di quei giorni, quando i guerriglieri del Fronte Patriottico Manuel Rodríguez, il 7 settembre 1986, hanno provato, senza successo, ad ammazzare il tiranno.
ma è anche una storia d'amore, di tenerezza, di solidarietà e di attese, una storia politica, una storia alla quale ti affezioni, e vorrai bene a Fata e Carlos.
vuoiti bene, leggi questo libro - franz






Inizia così:
Come scorrere una garza sul passato, una tenda bruciacchiata che sventola alla finestra aperta di quella casa nella primavera dell’86. Un anno marchiato a fuoco dai copertoni fumanti per le strade di Santiago, schiacciata dal pattugliamento. Una Santiago che si svegliava al suono delle pentole sbattute nei cortei, ai lampi dei black out, per i cavi elettrici scoperti, esposti alle catene, alle scintille. Poi il buio pesto, le luci di un camion blindato, i fermo lì stronzo, gli spari e le corse a perdifiato, come nacchere di metallo che frantumavano le notti di feltro. Quelle notti funeree, trafitte dalle grida, dall’incessante “Cadrà”, e da tanti, tanti comunicati dell’ultimo minuto, sussurrati dall’onda sonora del “Diario de Cooperativa”. 
Poi c’era la casetta macilenta, un angolo di tre piani con una scala vertebrale che portava in soffitta. Da lì si poteva vedere la città in penombra, coronata da un velo torbido di polvere. Era una piccionaia, una ringhiera per stendere le lenzuola, le tovaglie e le mutande inalberate dalle mani marimbe della Fata dell’angolo. Nelle sue mattine di finestre spalancate, cantava “Ho paura torero, ho paura che stasera il tuo sorriso svanisca”. 
Tutto il quartiere sapeva che il nuovo vicino era così, una novellina dell’isolato un po’ troppo fissata con quella costruzione in rovina. Una mammoletta dalle sopracciglia increspate che venne a chiedere se per caso affittavano quel rudere terremotato all’angolo…




Ho paura torero fa ricorso al sarcasmo, alla comicità, al donchisciottismo straccione e picaresco, alla sfrenata e provocatoria alchimia dei colori ­ sete e tele e fiori si accampano a coprire il “corpo del reato” dei
cospiratori nella povera casa della Fata ­ a creare un esplosivo corto circuito, laddove il realismo si accende svaporando verso uno sfondo fantastico e tuttavia laconico, affermativo, verticale. Di fatto, nel racconto di questa vicenda nella quale si intrecciano amore, travestitismo, emulazione da set hollywoodiano, canto e discanto popolare e, non da ultimo, vocazione sovversiva, il lettore non perde nulla in quanto ad allucinata crudezza. Il camp, in altri termini, incontra qui l’attivismo rivoluzionario…

Ho paura torero, un romanzo dal titolo così strano (che verrà svelato nel corso della narrazione), è un libro che mi porterò nel cuore di lettrice. La scrittura di Pedro Lemebel è spesso un connubio riuscitissimo a tratti raffinata e a tratti più forte, senza mai cadere nel volgare. L’assenza di segni di punteggiatura nei dialoghi non rende incomprensibile il testo, anzi, sembra essere un espediente per far leggere al lettore le parole tutte d’un fiato, una di fila all’altra, come tante piccole perle.
La Fata dell’angolo, personaggio spesso triste e discriminato ci insegna che l’affetto e l’amore può andare oltre le differenze e soprattutto le difficoltà. Per renderla felice, Carlos è disposto anche a piccole pazzie, perché in cuor suo sa di volerle bene più di un pochino. Il ritratto che Lemebel fa di Pinochet e della moglie Lucia è tragicomico, la satira pungente di chi – finalmente – può scrivere la sua a proposito del dittatore che ha tenuto in scacco il Cile per troppo tempo…

Iniziamo subito con il dire che Ho paura torero è un libro stupendo. Lo dico nel caso, con la mia recensione, non riesca a farlo capire in modo convincente. 
E' difficile recensire un libro così. E' difficile raccontare con parole che non siano quelle dell'autore, questo Pedro Lemebel che, prima di trovare per puro caso questo libro nascosto da una pila di altri libri in un mercatino dell'usato, nemmeno conoscevo. 
Mai avrei pensato che quelle tre parole in copertina, semplici e, a prima vista, anche abbastanza incomprensibili, potessero significare e trasmettere tanto. 
Ho paura torero, tre parole che possono essere cantate, urlate o sussurrate. Tre parole che significano amore, passione, e anche un po' di erotismo. Ma che significano pure ribellione, sofferenza, paura, rivoluzione…

Pedro Lemebel rappresenta un caso del tutto anomalo nel panorama letterario cileno e latinoamericano di fine Novecento. Personaggio molto noto negli ambienti teatrali della Santiago degli anni ottanta, attivista del movimento gay e portatore fiero dell'estetica en travesti in piena dittatura militare, fondatore del Colectivo de Arte Las Yeguas del Apocalipsis, attore, fotografo, cineasta, Lemebel scopre le sue carte di scrittore dotato di un irresistibile stile trasgressivo negli anni novanta, quando insieme a pochi altri non si rassegna ad accettare passivamente le strettoie di una democrazia davvero molto più formale che reale. In quel contesto culturale e letterario irrigidito, quasi paralizzato dalla mediocrità imperante, la scrittura di Lemebel irrompe come un fermento sorprendentemente vivo fatto di cultura plebea urbana e alta tradizione barocca ispanoamericana che si dava per morto e sepolto dopo decenni di predominio di un realismo più o meno magico, e comunque ormai mummificato. Con gli anni la sua prosa dissacrante e divertente, che sovente si tramuta in antica e umile sacralità, si è dispiegata in innumerevoli pubblicazioni: articoli, testi teatrali, romanzi, cronache di vita urbana, saggi di critica culturale, reportage incentrati su questioni di grande urgenza come la lotta contro l'Aids.
Il/la protagonista del romanzo Ho paura torero in realtà pensa e parla un linguaggio la cui cifra principale è il coraggio, la " valentía ", essendo la sua paura nient'altro che il riconoscimento della pericolosità del nemico. A ragione, perché innamorandosi di un giovane incontrato per caso nelle strade del quartiere comincerà presto a sospettare di essere immerso fino al collo in una congiura clandestina, in realtà destinata, a sua insaputa, a uccidere il dittatore Pinochet. La sua povera casa, "dove volteggiano utopie elettriche nella notte purpurea", che con l'arrivo della bella stagione diventa "un palazzo orientale, con tende di seta crespa appese al soffitto e vecchi manichini rinati angeli dell'apocalisse o centurioni custodi della sua fantasia da femminella tulipano", sarà infatti il luogo scelto dal gruppo di temerari per pianificare i dettagli dell'attentato e immagazzinare grandi quantità di strane casse molto pesanti. Lui/lei, la Fata, continua imperterrita a lavorare e a portare ogni giorno i suoi preziosi e delicati lavori di ricamo alle signore dei quartieri alti, comprese le donne dei generali e la logorroica insopportabile moglie dello stesso Pinochet, mentre Carlos, l'amato, arriva puntualmente ogni notte con i simpatici amici che vogliono far tremare il mondo, ma non si accorge neanche un po' dei tremori della sua anima. La sera in cui le voci sull'attentato a Pinochet sui pendii della cordigliera raggiungono la sbalordita città ancor prima che la radio annunci che il dittatore l'ha scampata per un pelo e che lui stesso proclami di essere stato salvato dalla Madonna ("l'unica cosa carina che ha detto in quindici anni"), la Fata prepara un nuovo incontro con Carlos nel clima di consapevolezza e di crescente paura che invade il paese. Ma non c'è da aver paura, Principe, lo rassicurerà, finalmente ottimista, io ti proteggerò per sempre.
Lo scenario è la Santiago cupa e isolata della dittatura, dove, sotto l'apparente rassegnazione resisteva una corrente continua di miracolosa vitalità, concentrata in quei castigati quartieri popolari che sfidavano senza sosta, un'altra intifada di pietre e lacrimogeni, le postazioni del potere. A differenza dei molti narratori cileni che cercheranno inutilmente di descrivere con poveri tratti realisti questo mondo demograficamente sterminato e socialmente emarginato, la cui centralità peraltro nessuno di loro osa negare, Lemebel ce ne parla da dentro con una proprietà di linguaggio che può essere spiegata appunto con le categorie di una doppia appartenenza, ai quartieri dove abita la lingua e a una lunga tradizione letteraria con radici persistenti anche nei meandri polverosi della metropoli latinoamericana moderna.
Inevitabile un commento sulla traduzione di questo romanzo, il primo di Lemebel tradotto in italiano. Il compito non era facile, certo, la lingua di Lemebel è straordinariamente ricca e mobile, piena di rimandi a diversi livelli di realtà e di interpretazione (da Juana Inés de la Cruz a Severo Sarduy), dolente e tragica e al contempo allegra e festiva. Ma troppo di tutto ciò impallidisce nella versione italiana, colpa di un appiattimento lessicale che finisce per depositare sul testo un velo incolore, una confusione normalizzante dei registri e delle sfumature messi in gioco dall'autore, punto di forza di una scrittura che si muove sempre sul filo di una pungente polivalenza sessuale, sociale, politica. Forse la responsabilità non è in questo caso esclusivamente dei traduttori, ma anche dello stesso autore, una responsabilità che è un merito, Lemebel si sottrae infatti di netto alle tendenze letterarie che forse con un occhio alle traduzioni agevoli continuano a impoverire la lingua, un tempo così ricca e imprevedibile, della tradizione moderna ispanoamericana.

Difficile parlare di questo romanzo particolarissimo, ma una cosa è certa, di storie come Ho Paura Torero non ne leggerete più. O meglio, non leggerete più storie scritte in questo modo.
Per un attimo ho avuto il timore che lo stile ricco e piumato di Lemebel potesse nuocere alla fluidità della narrazione, invece è incredibile come, nonostante il carico di fronzoli, tutto risulti incredibilmente poetico e travolgente. Ed è stata proprio la sua penna tagliente, grottesca e surreale il punto forte dell'intero libro. Una penna che da una parte si diverte a infiocchettare con passione e nostalgia una storia d'amore impossibile e dall'altra ridicolizza con arguzia e ilarità la classe sociale che detiene il potere politico del Paese…

martedì 12 luglio 2016

Manifiesto (Hablo por mi diferencia) - Pedro Lemebel


No soy Pasolini pidiendo explicaciones
No soy Ginsberg expulsado de Cuba
No soy un marica disfrazado de poeta
No necesito disfraz
Aquí está mi cara
Hablo por mi diferencia
Defiendo lo que soy
Y no soy tan raro
Me apesta la injusticia
Y sospecho de esta cueca democrática
Pero no me hable del proletariado
Porque ser pobre y maricón es peor
Hay que ser ácido para soportarlo
Es darle un rodeo a los machitos de la esquina
Es un padre que te odia
Porque al hijo se le dobla la patita
Es tener una madre de manos tajeadas por el cloro
Envejecidas de limpieza
Acunándote de enfermo
Por malas costumbres
Por mala suerte
Como la dictadura
Peor que la dictadura
Porque la dictadura pasa
Y viene la democracia
Y detrasito el socialismo
¿Y entonces?
¿Qué harán con nosotros compañero?
¿Nos amarrarán de las trenzas en fardos
con destino a un sidario cubano?
Nos meterán en algún tren de ninguna parte
Como en el barco del general Ibáñez
Donde aprendimos a nadar
Pero ninguno llegó a la costa
Por eso Valparaíso apagó sus luces rojas
Por eso las casas de caramba
Le brindaron una lágrima negra
A los colizas comidos por las jaibas
Ese año que la Comisión de Derechos Humanos
no recuerda
Por eso compañero le pregunto
¿Existe aún el tren siberiano
de la propaganda reaccionaria?
Ese tren que pasa por sus pupilas
Cuando mi voz se pone demasiado dulce
¿Y usted?
¿Qué hará con ese recuerdo de niños
Pajeándonos y otras cosas
En las vacaciones de Cartagena?
¿El futuro será en blanco y negro?
¿El tiempo en noche y día laboral
sin ambigüedades?
¿No habrá un maricón en alguna esquina
desequilibrando el futuro de su hombre nuevo?
¿Van a dejarnos bordar de pájaros
las banderas de la patria libre?
El fusil se lo dejo a usted
Que tiene la sangre fría
Y no es miedo
El miedo se me fue pasando
De atajar cuchillos
En los sótanos sexuales donde anduve
Y no se sienta agredido
Si le hablo de estas cosas
Y le miro el bulto
No soy hipócrita
¿Acaso las tetas de una mujer
no lo hacen bajar la vista?
¿No cree usted
que solos en la sierra
algo se nos iba a ocurrir?
Aunque después me odie
Por corromper su moral revolucionaria
¿Tiene miedo que se homosexualice la vida?
Y no hablo de meterlo y sacarlo
Y sacarlo y meterlo solamente
Hablo de ternura compañero
Usted no sabe
Cómo cuesta encontrar el amor
En estas condiciones
Usted no sabe
Qué es cargar con esta lepra
La gente guarda las distancias
La gente comprende y dice:
Es marica pero escribe bien
Es marica pero es buen amigo
Súper-buena-onda
Yo no soy buena onda
Yo acepto al mundo
Sin pedirle esa buena onda
Pero igual se ríen
Tengo cicatrices de risas en la espalda
Usted cree que pienso con el poto
Y que al primer parrillazo de la CNI
Lo iba a soltar todo
No sabe que la hombría
Nunca la aprendí en los cuarteles
Mi hombría me la enseñó la noche
Detrás de un poste
Esa hombría de la que usted se jacta
Se la metieron en el regimiento
Un milico asesino
De esos que aún están en el poder
Mi hombría no la recibí del partido
Porque me rechazaron con risitas
Muchas veces
Mi hombría la aprendí participando
En la dura de esos años
Y se rieron de mi voz amariconada
Gritando: Y va a caer, y va a caer
Y aunque usted grita como hombre
No ha conseguido que se vaya
Mi hombría fue la mordaza
No fue ir al estadio
Y agarrarme a combos por el Colo Colo
El fútbol es otra homosexualidad tapada
Como el box, la política y el vino
Mi hombría fue morderme las burlas
Comer rabia para no matar a todo el mundo
Mi hombría es aceptarme diferente
Ser cobarde es mucho más duro
Yo no pongo la otra mejilla
Pongo el culo compañero
Y ésa es mi venganza
Mi hombría espera paciente
Que los machos se hagan viejos
Porque a esta altura del partido
La izquierda tranza su culo lacio
En el parlamento
Mi hombría fue difícil
Por eso a este tren no me subo
Sin saber dónde va
Yo no voy a cambiar por el marxismo
Que me rechazó tantas veces
No necesito cambiar
Soy más subversivo que usted
No voy a cambiar solamente
Porque los pobres y los ricos
A otro perro con ese hueso
Tampoco porque el capitalismo es injusto
En Nueva York los maricas se besan en la calle
Pero esa parte se la dejo a usted
Que tanto le interesa
Que la revolución no se pudra del todo
A usted le doy este mensaje
Y no es por mí
Yo estoy viejo
Y su utopía es para las generaciones futuras
Hay tantos niños que van a nacer
Con una alíta rota
Y yo quiero que vuelen compañero
Que su revolución
Les dé un pedazo de cielo rojo
Para que puedan volar.
NOTA:

Este texto fue leído como intervención en un acto político de la izquierda en septiembre de 1986, en Santiago de Chile.

martedì 3 febbraio 2015

ricordo di Pedro Lemebel

Pedro Lemebel era nato negli anni Cinquanta, come gli piaceva dire.
È stato un grande scrittore, un militante autentico, coraggioso e leale.
È rimasto in Cile durante la dittatura e ha combattuto il regime con la sua presenza, con le sue parole, con le performance sovversive del collettivo artistico “Yeguas del Apocalipsis”.
È un riferimento fondamentale del movimento internazionale di liberazione omosessuale, ha lottato fino all’ultimo giorno contro ingiustizie e ipocrisia. Lemebel ebbe il merito, e il coraggio, di sollevare il tema dell’omosessualità nella sfera pubblica. Il suo primo atto politico lo mise in atto da giovane, quando decise di adottare il cognome di sua madre, Lemebel appunto, al posto di Mardones: si trattò della sua prima scelta in direzione femminile. Ciò che ricorre nei lavori di Pedo Lemebel è il tema della marginalità, unita alla rivendicazione della lotta di classe e all’orgoglio di autodefinirsi pobre y maricón,appropriandosi cioè di quel termine utilizzato fino ad allora in termini negativi. Fino agli anni Novanta, in Cile, l’omosessualità era punita con il carcere. Lemebel fu costretto a lottare non solo contro una società machista come quella cilena, ma anche all’interno del Partito Comunista del suo paese, di cui nonostante tutto era militante, per quanto fuori linea. Se alcuni settori della sinistra erano maggiormente progressisti, il Movimiento de Liberación y Integración Homosexual (Movilh) era visto con un certo sospetto anche dai militanti comunisti. Al tempo stesso, Lemebel sapeva spiazzare e stupire i suoi interlocutori. Pochi giorni prima della sua morte lo andò a trovare il deputato comunista Hugo Gutiérrez, Lemebel lo accolse con con una falce e u martello: allo stesso modo, comprese delle scarpe dai tacchi altissimi, aveva partecipato ad una riunione della sinistra cilena nel 1986. Lemebel aveva svolto un ruolo di primo piano anche nel dibattito sul Pacto de Unión Civil attualmente in discussione alla Camera dei Deputati ed anticamera del progetto di legge che  potrebbe consentire il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La ministra della Cultura Claudia Barattini lo ha salutato dichiarando: “Ci aperto il cammino verso la libertà aiutandoci a comprendere un Cile complesso e diverso. Le sue opere letterarie sono di enorme rilievo, ma la verità è che ci ha aiutato a cambiare il nostro modo di pensare.
Era una persona dolcissima, spiritosa, sottile.
L’abbiamo visto a Santiago, dove è un personaggio leggendario, e la gente lo fermava per strada per stringergli la mano.
Lo ricordiamo al festival di Mantova, con il suo buffo fazzoletto in testa, e in scooter per le vie di Roma.
Ci lascia il suo romanzo straordinario, Ho paura torero, le sue moltissime cronache, poetiche e politiche, e il ricordo indelebile della persona straordinaria che è stato.
A capodanno ha mandato a tutti un messaggio su facebook, ci ha salutato così:
Carissimi amici,
la mia malattia non mi permette di scrivere su altra pagina che non sia questa.
Vi mando queste parole in questo ultimo giorno di questo misero e prospero anno.
L’orologio ruota frenetico verso la mezzanotte.
Per alcuni quest’anno è stato fortunato. Per altri non tanto, come per esempio per la mia amica ministro, Helia Molina, che la destra perfida, golpista, ipocrita e vigliacca ha fatto cacciare. Non meritano di essere cileni, perché quel che Helia ha detto l’abbiamo pensato tutti mille volte.
Bene, l’orologio continua a girare.
Non fa né freddo né caldo, e allargo la mia voce come un abbraccio anticipato per tutti voi.
Sarò sempre con voi; con chi se lo merita, naturalmente.
Ho vissuto in questo paese bellissimo che ho tanto amato con Gladys, con mia madre, con Sergio Parra, con la sinistra dura, che non si è mai piegata.
Poi c’è la gente, gli amici, e i miei desaparecidos, che non vanno lasciati fuori da questa lista.
L’orologio continua a girare verso un futuro florido e caldo.
Non sono riuscito a scrivere tutto quello che avrei voluto scrivere, ma potete immaginare voi, miei lettori, che cosa manca, che sfoghi, che baci, che canzoni non ho potuto cantare.
Il cancro maledetto mi ha rubato la voce (stonata o intonata che fosse).
Un bacio a tutti, e a chi ha diviso con me qualche notte torbida.
Arrivederci, ovunque sia.
Pedro Lemebel


Manifiesto (Hablo por mi diferencia) 
No soy Pasolini pidiendo explicaciones
No soy Ginsberg expulsado de Cuba
No soy un marica disfrazado de poeta
No necesito disfraz
Aquí está mi cara
Hablo por mi diferencia
Defiendo lo que soy
Y no soy tan raro
Me apesta la injusticia
Y sospecho de esta cueca democrática
Pero no me hable del proletariado
Porque ser pobre y maricón es peor
Hay que ser ácido para soportarlo
Es darle un rodeo a los machitos de la esquina
Es un padre que te odia
Porque al hijo se le dobla la patita
Es tener una madre de manos tajeadas por el cloro
Envejecidas de limpieza
Acunándote de enfermo
Por malas costumbres
Por mala suerte
Como la dictadura
Peor que la dictadura
Porque la dictadura pasa
Y viene la democracia
Y detrasito el socialismo
¿Y entonces?
¿Qué harán con nosotros compañero?
¿Nos amarrarán de las trenzas en fardos
con destino a un sidario cubano?
Nos meterán en algún tren de ninguna parte
Como en el barco del general Ibáñez
Donde aprendimos a nadar
Pero ninguno llegó a la costa
Por eso Valparaíso apagó sus luces rojas
Por eso las casas de caramba
Le brindaron una lágrima negra
A los colizas comidos por las jaibas
Ese año que la Comisión de Derechos Humanos
no recuerda
Por eso compañero le pregunto
¿Existe aún el tren siberiano
de la propaganda reaccionaria?
Ese tren que pasa por sus pupilas
Cuando mi voz se pone demasiado dulce
¿Y usted?
¿Qué hará con ese recuerdo de niños
Pajeándonos y otras cosas
En las vacaciones de Cartagena?
¿El futuro será en blanco y negro?
¿El tiempo en noche y día laboral
sin ambigüedades?
¿No habrá un maricón en alguna esquina
desequilibrando el futuro de su hombre nuevo?
¿Van a dejarnos bordar de pájaros
las banderas de la patria libre?
El fusil se lo dejo a usted
Que tiene la sangre fría
Y no es miedo
El miedo se me fue pasando
De atajar cuchillos
En los sótanos sexuales donde anduve
Y no se sienta agredido
Si le hablo de estas cosas
Y le miro el bulto
No soy hipócrita
¿Acaso las tetas de una mujer
no lo hacen bajar la vista?
¿No cree usted
que solos en la sierra
algo se nos iba a ocurrir?
Aunque después me odie
Por corromper su moral revolucionaria
¿Tiene miedo que se homosexualice la vida?
Y no hablo de meterlo y sacarlo
Y sacarlo y meterlo solamente
Hablo de ternura compañero
Usted no sabe
Cómo cuesta encontrar el amor
En estas condiciones
Usted no sabe
Qué es cargar con esta lepra
La gente guarda las distancias
La gente comprende y dice:
Es marica pero escribe bien
Es marica pero es buen amigo
Súper-buena-onda
Yo no soy buena onda
Yo acepto al mundo
Sin pedirle esa buena onda
Pero igual se ríen
Tengo cicatrices de risas en la espalda
Usted cree que pienso con el poto
Y que al primer parrillazo de la CNI
Lo iba a soltar todo
No sabe que la hombría
Nunca la aprendí en los cuarteles
Mi hombría me la enseñó la noche
Detrás de un poste
Esa hombría de la que usted se jacta
Se la metieron en el regimiento
Un milico asesino
De esos que aún están en el poder
Mi hombría no la recibí del partido
Porque me rechazaron con risitas
Muchas veces
Mi hombría la aprendí participando
En la dura de esos años
Y se rieron de mi voz amariconada
Gritando: Y va a caer, y va a caer
Y aunque usted grita como hombre
No ha conseguido que se vaya
Mi hombría fue la mordaza
No fue ir al estadio
Y agarrarme a combos por el Colo Colo
El fútbol es otra homosexualidad tapada
Como el box, la política y el vino
Mi hombría fue morderme las burlas
Comer rabia para no matar a todo el mundo
Mi hombría es aceptarme diferente
Ser cobarde es mucho más duro
Yo no pongo la otra mejilla
Pongo el culo compañero
Y ésa es mi venganza
Mi hombría espera paciente
Que los machos se hagan viejos
Porque a esta altura del partido
La izquierda tranza su culo lacio
En el parlamento
Mi hombría fue difícil
Por eso a este tren no me subo
Sin saber dónde va
Yo no voy a cambiar por el marxismo
Que me rechazó tantas veces
No necesito cambiar
Soy más subversivo que usted
No voy a cambiar solamente
Porque los pobres y los ricos
A otro perro con ese hueso
Tampoco porque el capitalismo es injusto
En Nueva York los maricas se besan en la calle
Pero esa parte se la dejo a usted
Que tanto le interesa
Que la revolución no se pudra del todo
A usted le doy este mensaje
Y no es por mí
Yo estoy viejo
Y su utopía es para las generaciones futuras
Hay tantos niños que van a nacer
Con una alíta rota
Y yo quiero que vuelen compañero
Que su revolución
Les dé un pedazo de cielo rojo
Para que puedan volar.



(post a quattro mani, David Lifodi e io)