Il nuovo Indice Globale dei Diritti della CSI fotografa un peggioramento diffuso: scioperi vietati, sindacalisti arrestati, proteste represse e riforme neoliberiste che smantellano tutele e contrattazione. Dalle Americhe all’Europa, il lavoro torna nel mirino di governi autoritari e ultraconservatori.
L’aumento di cinque punti percentuali
delle violazioni alla libertà d’espressione e di riunione, di sei punti dei
casi di aggressione violenta e di tre punti degli attacchi alle libertà civili,
in particolare fermi ed arresti, contro lavoratori, lavoratrici e sindacalisti
è quanto denuncia la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI – ITUC) nel
suo Indice Globale dei Diritti 2026.
Pubblicato per la prima volta nel
2014, il rapporto annuale della CSI analizza la situazione dei diritti
sindacali e del lavoro in 151 nazioni. Tre sono le tendenze emerse nell’analisi
dello scorso anno: la persecuzione di dirigenti sindacali, l’uso di sistemi di
vigilanza per controllare il personale e tracciare le attività sindacali e la
mancata consultazione dei rappresentanti dei lavoratori nei processi di riforma
delle legislazioni sul lavoro.
Europa ed Americhe hanno registrato
la loro peggiore media di punteggio per nazione dalla prima pubblicazione
dell’Indice Globale dei Diritti. Nel caso delle Americhe è passata da 3,68 a
3,72 rispetto allo scorso anno, dove la categoria 5+ indica che i diritti non
sono garantiti a causa della “distruzione dello stato di diritto”, 5 che i
diritti non sono garantiti, 4 che ci sono violazioni sistematiche dei diritti,
3 che tali violazioni sono abituali, 2 che le violazioni sono ripetute e 1 che
sono sporadiche.
Asia Occidentale e Africa
Settentrionale si confermano in cima alla lista nera assoluta delle regioni con
la peggiore media di punteggio per nazione (4,68), seguiti da Asia Orientale
(4,08) e Africa (3,91). In netto deterioramento e prossima alla categoria di
“violazione abituale dei diritti” l’Europa, con un punteggio di 2,80.
I dieci Paesi in cui lavoratori,
lavoratrici e sindacalisti soffrono maggiormente la violazione dei propri
diritti sono Argentina, Bielorussia, Ecuador, Egitto, eSwatini (Swaziland),
Myanmar, Nigeria, Panama, Tunisia e Turchia. Il turbocapitalismo di Javier
Milei e José Raúl Mulino fanno entrare per la prima volta l’Argentina e Panama
nella lista nera. Osservati speciali per l’aumento delle violazioni rispetto
all’anno precedente Filippine, Guinea-Bissau, Israele, Liberia, Moldavia, USA e
Zimbabwe.
Le principali violazioni colpiscono
il diritto di sciopero, che non viene garantito nell’87% delle nazioni
osservate, il diritto alla negoziazione collettiva (80%), alla libertà di
associazione e organizzazione (75%), all’accesso alla giustizia (72%). Per
quanto riguarda la libertà d’espressione e di assemblea, il rapporto evidenzia
chiare violazioni nella metà delle nazioni, un dato che è raddoppiato
nell’ultimo anno, mentre nel 32% di esse sono state segnalate aggressioni e
atti di violenza contro lavoratori organizzati, includendo l’omicidio in almeno
quattro Paesi, tra cui Colombia e Messico. Fermi e arresti di lavoratori,
lavoratrici e sindacalisti vengono denunciati nelle metà (75) delle nazioni
osservate.
In generale, la condotta
antisindacale e repressiva e le inadempienze e violazioni delle leggi che
regolano il lavoro sono cresciute globalmente rispetto all’anno precedente, con
particolare intensità nei Paesi in cui governano forze politiche
ultraconservatrici e autoritarie, che promuovono modelli basati sulla
radicalizzazione delle dottrine di libero mercato, con relativa riduzione dello
Stato, deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro, aumento
dell’esternalizzazione (outsourcing), smantellamento delle tutele e il
progressivo calo di rappresentanza e potere contrattuale delle organizzazioni
dei lavoratori. Tutti fenomeni che favoriscono la precarietà, l’informalità e
lo sfruttamento della manodopera, specialmente quella migrante, ridotta in
condizioni di semischiavitù. Segnalata anche la complicità con la criminalità
organizzata e la politica corrotta.
“C’è un’avanzata preoccupante delle
destre sia in America Latina che nel mondo e ciò implica un inasprimento del
modello neoliberista, con una maggiore privatizzazione dei servizi pubblici ed
esternalizzazione del lavoro, licenziamenti di massa, precarizzazione e
flessibilizzazione dei posti di lavoro, che conducono inevitabilmente a una
limitazione crescente dell’agire sindacale”, spiega a Pagine Esteri, Fernando
Espinales, presidente dello storico sindacato honduregno Stibys.
Nel mirino in questi giorni in
Honduras c’è il servizio elettrico nazionale, che il governo ultraconservatore
del pupillo di Trump, Nasry Asfura, sta cercando di privatizzare dividendo in
tre parti l’azienda pubblica ENEE. Una manovra che segue l’approvazione di una
legge che introduce e regola il “lavoro a tempo parziale”, una riedizione
peggiorata della famigerata legge sull’impiego a ore, abrogata nel 2022 sotto
l’impulso del governo di Xiomara Castro.
“Soprattutto nel settore pubblico
hanno già licenziato migliaia di persone e decapitato i vertici dei principali
sindacati, mentre la promozione di terziarizzazione, appalti e subappalti nel
settore privato ha l’obiettivo di distruggere o indebolire il più possibile
qualsiasi forma di rappresentanza dei lavoratori”, avverte Espinales.
Nelle Americhe, oltre ai già citati
casi di Argentina, Ecuador e Panama, troviamo anche Colombia, Guatemala e
Honduras tra le nazioni in cui i diritti non sono garantiti, mentre Costa Rica,
El Salvador, Perù e Stati Uniti d’America si posizionano solo un gradino più in
basso, tra quelle in cui la violazione dei diritti è sistematica.
In Argentina, che nell’Indice Globale
dei Diritti della CSI crolla dalla categoria 3 alla 5 in soli due anni, la
riforma del lavoro promossa contro venti e maree da Javier Milei ha vulnerato
pesantemente i diritti individuali e collettivi di lavoratori e lavoratrici, ma
anche di pensionati e studenti. Estensione della giornata lavorativa e dei
periodi di prova, facilitazione dei licenziamenti, limitazioni nel pagamento degli
straordinari, dei diritti di fine rapporto e del diritto di sciopero, con la
conseguente diminuzione del potere contrattuale dei sindacati. La protesta
nelle piazze contro le riforme e la crisi economica e sociale è stata più volte
repressa con decine di feriti e centinaia di arresti. “Dal su arrivo alla
presidenza nel 2023, il presidente Milei, di estrema destra, si è messo alla
testa di un programma radicalmente antisindacale, minando i diritti
fondamentali dei lavoratori, le libertà civili e l’attività sindacale”, segnala
il documento.
A Panama le proteste contro la legge
462, imposta dal presidente Mulino e che eleva l’età pensionabile, privatizza
servizi essenziali e trasferisce fondi statali alle banche private, sono state
sistematicamente represse ed è stato dichiarato lo stato d’emergenza in alcune
regioni. Parallelamente sono iniziate una serie di rappresaglie contro il
movimento sindacale e i lavoratori pubblici, specialmente il settore educativo,
che protestavano anche contro il rilancio dell’attività estrattiva e il
protocollo firmato tra Panama e Stati Uniti per favorire una maggiore presenza
militare nordamericana nel Paese. Un’ondata di licenziamenti ha investito il
personale docente.
Più di 5 mila lavoratori delle
piantagioni di banane della brasiliana Chiquita Brands (Cutrale-Safra), in
maggioranza appartenenti all’etnia Ngäbe-Buglé, sono stati licenziati in tronco
per avere partecipato a uno sciopero nella zona di Bocas del Toro. I principali
dirigenti del sindacato bananero Sitraibana sono stati
arrestati. Anche lo storico e combattivo sindacato della costruzione Suntracs
ha subito una persecuzione feroce. I suoi dirigenti sono stati prima accusati
di riciclaggio di denaro e poi colpiti da mandato di cattura, obbligandoli
all’esilio. Al sindacato sono stati bloccati i conti correnti bancari e
limitato l’accesso ai depositi delle quote sindacali e sono fioccate minacce di
scioglimento forzato. Più di 700 tesserati sono stati arrestati o multati e più
di 80 sono ancora in carcere.
“Fin dall’inizio, Mulino ha detto
chiaramente che avrebbe governato per favorire l’impresa privata ed è quello
che sta facendo. I sindacati e le organizzazioni sociali sono invece ostacoli e
nemici da combattere e annientare. Infatti ha represso le proteste e perseguitato
organizzazioni e dirigenti con carcere e licenziamenti”, spiega a Pagine
Esteri, Ismael Marín, dirigente sindacale del settore bevande (Sticp-Fuclat).
È così tanto il potere concesso agli
imprenditori, assicura Marín, che si sentono in diritto di decidere se
rispettare o meno i contratti collettivi e individuali, la legislazione sul
lavoro, le convenzioni che Panama ha firmato a livello internazionale.
“L’unico modo per sopravvivere a
questo miserabile governo, diretto dall’oligarchia con il consenso di
Washington, e alla sua condotta antisindacale, è non abbassando la testa”.
Non diversa la situazione in Ecuador
dove l’ultraliberista Daniel Noboa, membro di una delle famiglie più ricche e
potenti del Paese, ha promosso una riforma del Codice del lavoro che
flessibilizza le condizioni e i contratti, precarizza il mercato, prolunga
l’orario di lavoro, impone nuovi requisiti per la registrazione dei dirigenti e
l’iscrizione delle organizzazioni sindacali, modifica i requisiti per la firma
e i rinnovi contrattuali e attiva meccanismi per una loro “revisione
d’ufficio”.
Il rapporto della CSI segnala inoltre
la promulgazione di una legge che consente la sorveglianza senza mandato,
nonché l’intercettazione delle comunicazioni e la raccolta di dati privati,
tipificando “le minacce” in modo sufficientemente ampio da criminalizzare le
proteste sociali e l’attività sindacale. La nuova legge impone inoltre alle più
di 13 mila organizzazioni sociali, tra cui i sindacati, di divulgare
informazioni personali sui propri membri, pena lo scioglimento.
“Stiamo assistendo a un’erosione
globale dei principi democratici, finanziata dai ricchi e portata avanti da
leader politici autoritari e di estrema destra. Praticamente un colpo di stato
dei multimilionari contro la democrazia. Le rivendicazioni dei lavoratori e
delle lavoratrici, che dovrebbero costituire la base della democrazia, sono
zittite e si constata una maggiore concentrazione di ricchezza e di potere in
mano a un pugno di persone”, sintetizza il rapporto della CSI.
Per l’organizzazione sindacale
internazionale “le libertà e i diritti di cui le persone dipendono per
mantenere standard di vita dignitose e condizioni di lavoro eque, sono sotto
attacco da parte di una piccola minoranza focalizzata sull’accumulo di
ricchezza e potere. Numerosi miliardari in tutto il mondo stanno colludendo con
leader politici, spesso di destra o di estrema destra, per consolidare il
potere e eliminare diritti”.
Nel mirino ci sono i sindacati in
quanto i lavoratori e le lavoratrici che rappresentano sono la base dei sistemi
democratici e ciò che stanno difendendo sono i pilastri fondamentali della
democrazia, della prosperità e della libertà. “Le tattiche variano, ma lo scopo
di chi tira le fila è lo stesso: consolidare il potere e mettere a tacere la
voce dei lavoratori. “In questo senso – conclude la CSI – la solidarietà
diventa l’unico modo che può guidare i lavoratori a superare questo colpo di
stato contro la democrazia per garantire un futuro benefico a tutti e non solo
per pochi potenti”.
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