Uno dei grandi successi del neoliberismo è avere convinto anche chi
vorrebbe e potrebbe resistergli a rifiutare la politica. Cosa è la politica? A
mio parere rappresenta la capacità di creare alleanze per perseguire il bene
comune. Se un potere ha sufficiente forza per imporsi, non ha bisogno di
politica; e in assenza dei concetti di comunità e di bene (qualunque sia il
significato che gli attribuiamo) ci si può imporre solo con la forza.
Per questo la politica è un’arma essenziale, e probabilmente l’unica, per
contrastare il neoliberismo e provare a uscire dalla sua dittatura globale. Ma
la politica richiede in chi la voglia praticare due qualità.
La prima è essere in grado di riconoscere come proprio fine il bene comune e di
definire l’idea stessa di comunità. Non crediate che sia ovvio o semplice, né
che basti inventarsi una definizione qualsiasi. I neoliberisti, per esempio,
non ne parlano mai per non venire vincolati dalla loro stessa retorica:
preferiscono (e purtroppo gli basta) sostenere che le cose accadono e si fanno
perché necessarie o inevitabili e che l’unica legittima o efficace forza
sociale sia la «mano invisibile» del Mercato e della democrazia intesa come
interazione di innumerevoli individui interessati solo a sé stessi (e dunque
facili prede dei media e docili consumatori).
La seconda, importantissima qualità per fare politica è essere capaci di
distinguere i nemici dai potenziali alleati, cioè i gruppi che condividano
alcuni nostri valori e obiettivi ma non tutti. Ciò è particolarmente importante
quando il nemico sia molto più potente di noi. Politica è insomma l’arte di
fare concessioni, compromessi, accomodamenti, dilazioni e anche rinunce; non
tanto a scopi tattici o strategici, ossia per vincere una battaglia o la
guerra: la disposizione a riconoscere degli alleati in chi non la pensi
esattamente come noi (ma non in chi la pensi troppo diversamente) addestra
all’analisi e al giudizio invece che al pregiudizio, positivo o negativo che
sia. È una pratica di umiltà che nasce dalla consapevolezza che non si può
avere tutto e sùbito e da soli, e che chi lo voglia è un solipsista e un
fanatico.
La catastrofe della sinistra deriva da questo solipsismo apolitico. Quando
chi sia di sesso maschile, per il solo fatto di esserlo, viene razzisticamente
etichettato come membro del «patriarcato» e in quanto tale condannato; quando
viene condannato ed etichettato come fascista chi vorrebbe poter discutere il
nichilismo presente nel desiderio di migrazioni incontrollate o di intelligenza
artificiale o di frettolose cancellazioni di istituzioni di lunga durata quale
la famiglia, la religione, lo Stato, le tradizioni: ecco che si viene a creare
un’insanabile frattura. I potenziali alleati divengono nemici, a tutto
vantaggio del neocapitalismo.
Purtroppo sto cominciando a pensare che sia intenzionale: «dividi et
impera» dicevano i romani; la correttezza politica dei «liberal» è negazione
della politica e serve a impedire la formazione di un blocco che avrebbe
qualche possibilità di opporsi all’imperialismo neoliberista.
TIM, la
sudditanza del governo Meloni contro gli interessi del popolo italiano - Francesco Erspamer
Per chi non lo sapesse, una volta la TIM
era la SIP, operatore telefonico controllato dallo Stato. Allora il settore
delle telecomunicazioni era considerato di vitale importanza per la sovranità e
sicurezza nazionale: che è la ragione per cui fu frettolosamente privatizzato
durante il golpe globale americano immediatamente seguito alla crisi e
dissoluzione dell’Unione Sovietica. Principali responsabili (non dimenticatelo
mai) furono i radicali più o meno chic, apripista del neoliberismo liberal e
libertario; anche se ad approfittarne e guadagnarci furono poi i due poli
pseudo-politici altrettanto frettolosamente costituiti a imitazione del modello
statunitense: a fingersi destra, i liberisti berlusconiani (inclusi quelli che
in precedenza si erano detti e magari erano stati conservatori o addirittura
fascisti), a fingersi sinistra, una coalizione di liberisti veltroniani (quelli
che si erano definiti socialisti o addirittura comunisti) e di liberisti
prodiani (quelli che si erano definiti cattolici). Così nel 1994 nacque Telecom
Italia e tre anni dopo l’immarcescibile Prodi la privatizzò (il popolo della
finta sinistra era troppo occupato a fare girotondi con Nanni Moretti per
preoccuparsi di questo o altri dettagli come l’ingresso nell’euro).
Qualche giorno fa l’ultimo passo: il consiglio di amministrazione della TIM
ha autorizzato la vendita della rete fissa (ossia le infrastrutture che a suo
tempo furono costruite dallo Stato e a spese dei contribuenti, come le
autostrade) a un colosso finanziario americano, la KKR, specializzata in
acquisizioni di imprese, spesso gigantesche, con soldi presi a prestito: pura
speculazione finanziaria, che se va bene arricchisce oscenamente gli
speculatori e se va male danneggia lo Stato e la gente ordinaria (nel latinorum
anglofono dei media, nuovi Azzecca-garbugli al servizio dei potenti, si chiama
«leveraged buyout», così non capite cosa significa e vi entusiasmate se Draghi
diventa presidente del consiglio, perché è uno che di soldi ci capisce). Per
saperne di più leggete l’articolo di una rivista non proprio comunista,
«Forbes», raggiungibile con la connessione che ho copiato sotto, nel primo
commento.
Niente di nuovo, peraltro: è il mondo che democraticamente vi siete scelto e
che sostenete quotidianamente acquistando e facendo tutto quello che prescrive
la pubblicità delle banche e delle altre multinazionali, anche se da voi stessi
considerato superfluo, inutile o dannoso.
La ragione per cui ne parlo è che a sostenere questa operazione palesemente
svantaggiosa per l’Italia e, direi, per l’Europa, dunque contraria agli
interessi nazionali, sono Giorgia Meloni e il suo governo, eletti a furor di
popolo per salvare la nazione e i suoi valori. Ora, che Meloni fosse una
neoliberista e non una nazionalista a me è sempre parso evidente: qualcuno si
sarà fatto ingannare dalla sua finta opposizione al governo Draghi (che non
aveva bisogno del suo appoggio e quindi poteva farle giocare la parte
dell’opposizione) ma io non avevo dimenticato la sua partecipazione al IV
governo Berlusconi, quello che sfasciò la pubblica istruzione con il decreto
Gelmini e destabilizzò la Libia a tutto vantaggio di Francia e Stati Uniti. Il
comportamento di Meloni sulla TIM come sull’Ucraina o su Gaza, mi pare dunque
perfettamente coerente.
Invece di deprimermi, ciò mi pare motivo di speranza. A patto di saperne
approfittare. Non so perché Meloni abbia avuto tanto successo: una concomitanza
di fattori, immagino, che si sono aggiunti alla mediocrità dei suoi avversari.
Ma so che ha ritenuto necessario presentarsi come una sovranista, come una
cattolica, come una conservatrice e addirittura come una fascista, non come la
filoamericana e globalista che è (come invece ha fatto, apertamente, la Lega,
oltre ovviamente al Pd di Renzi, Letta, Draghi e Schlein). Come mai? Perché sa
bene, Meloni, che ci sono molti italiani che sono sensibili a quel tipo di
retorica, e alcuni che ci credono davvero.
Dove ripongo la mia speranza, allora? Proprio in questo popolo che confusamente
resiste alla normalizzazione globalista e che si sente sconfitto, escluso,
marginalizzato. Una maggioranza non solo silenziosa come quella che mezzo
secolo fa si lasciò dominare, no, non dai comunisti, piuttosto dai liberali
atlantisti e dai sessantottini; dicevo, una maggioranza (o ampia minoranza),
oggi, non solo silenziosa ma frustrata, rassegnata, depressa: composta di ex
conservatori, ex cattolici, ex comunisti, ex moralisti, ex tradizionalisti, ex
provinciali, ex umanisti, i tanti che ancora danno valore ai valori ma che non
hanno il coraggio di difenderli apertamente, che cominciano a diffidare delle
novità fini a sé stesse ma non sanno come rifiutarle. Se il liberismo trionfante
ancora li deve corteggiare e ingannare forse vuol dire che sono parecchi, a
destra come a sinistra, e che anche se divisi, deboli, passivi, la loro rabbia
repressa fa paura.
Ecco, si tratta di raggiungerli, aggregarli, organizzarci, prepararci: in
modo che quando arriverà la prossima crisi, più catastrofica delle precedenti
(e verrà, state sicuri), si possa reagire con lucidità e determinazione,
approfittando dell’occasione per spazzare via la dittatura mediatica e
finanziaria del neocapitalismo insieme ai suoi burattini.
articoli, video, vignette e musica di Francesco Erspamer, Vittorio Rangeloni, Massimo Mazzucco, Jeffrey Sachs, Giuliano Marrucci, Lucio Caracciolo, Giuseppe Masala, Gianandrea Gaiani, Matteo Saudino, Stefano Orsi, Giacomo Gabellini, Pepe Escobar, Fabrizio Poggi, Leonardo Sinigaglia, Sergei Lavrov, Alberto Capece, Nicolai Lilin, Manlio Dinucci, Riccardo Fiore, Gianfranco Uccheddu, Carlo Tombola (Weapon watch), Rossella Fidanza, Norberto Fragiacomo, Piero Pagliani, Fabio Marcelli, Alberto Bradanini, Alessandro Orsini, Fabio Mini, Pino Coluccia, Raimundo Rucke, Francesco Masala, Creedence Clearwater Revival, Erasmo da Rotterdam
…Durante un’intervista, un generale Ucraino, alla domanda se fosse vero che per un soldato, i tempi di sopravvivenza a Bakhmut fossero solamente di 4 ore, il generale ha risposto che si può arrivare anche a 6.
La potenza di fuoco Russa ha trasformato la città di Bakhmut in un tritacarne di molti disgraziati, non solo mercenari senz’anima, che vengono inviati al fronte in modo forzato, coscritti, questo è il mondo che i nostri politici europei stanno avallando in una guerra senza fine…
Il consumismo della propaganda – Francesco Erspamer
Durante la seconda guerra mondiale gli italiani si sintonizzavano sui canali propagandistici americani e inglesi (Voice of America, Radio Londra); non credo che credessero a tutto ciò che ascoltavano ma lo confrontavano con la propaganda fascista e ne traevano le loro conclusioni.
Oggi continuano ad ascoltare la propaganda americana e inglese: solo che non c’è nient’altro con cui confrontarla visto che giornali, telegiornali e internet ne riprendono passivamente fatti e interpretazioni. Ma agli italiani va benissimo così: non vogliono trarre conclusioni, solo trovarsi dalla parte dei vincitori e così sentirsi anche loro dei vincenti. Infatti stanno rapidamente anglicizzando la loro lingua.
Non credo che si tratti di conformismo, piuttosto di consumismo, ossia della convinzione che la differenza non si debba manifestare sincronicamente, nel presente, dove sarebbe causa di incertezze, dissintonie, conflitti e dunque inappropriata; molto meglio seguire in massa e allo stesso tempo le mode e celebrity sufficientemente pubblicizzate, salvo sostituirle con altre non appena ci sia il rischio che possano stabilizzarsi e magari venire comprese e generare sospetto o fastidio. Tutto sempre all’unisono. Ma il peggio è che questo frenetico susseguirsi e cancellarsi di novità mai verificate sia spacciato per molteplicità, per varietà, per complessità, per emancipazione.
Alfredo Cospito e la guerra in Ucraina – Francesco Masala
“Cospito, Nordio conferma il regime del 41-bis: «Ha istigato dal carcere»” è il titolo di un articolo del Sole24ore del 9 febbaio del 2023.
Se istigare è un ottimo motivo per stare in galera, addirittura al 41 bis, cosa dovrebbe succedere a tutti i governanti che si credono i migliori del mondo (poveri noi)?
Tutti quei governanti che hanno istigato, continuano a istigare e continueranno a farlo, fino a che il direttore del coro lo decide, tutti quei governanti che hanno fornito le armi, sempre più potenti e letali, che sono stati complici, nelle morti di centinaia di migliaia di persone, finora, che teorizzano le loro politiche di morte, e se ne beano, perché non stanno tutti in galera, ma non per sempre, fino a qualche minuto prima dell’eternità?
La risposta soffia nel vento, nelle parole di Jean Rostand: “Se uno uccide un uomo è un assassino; se ne uccide un milione è un conquistatore; se li uccide tutti, è un dio”
Guerre per procura, lezione afghana – Jeffrey Sachs
L’Ucraina dovrebbe imparare da quello che è accaduto a Kabul, ma anche in Vietnam, Cambogia, Laos, Iraq, Siria e Libia. Conflitti decennali e Paesi lasciati in rovina
La guerra è il più grande nemico dello sviluppo economico. Un nuovo conflitto mondiale manderebbe in fumo tutte le nostre speranze economiche e metterebbe a rischio la nostra stessa sopravvivenza sul pianeta. Il Bulletin of the Atomic Scientists, del resto, ha spostato le lancette dell’orologio dell’Apocalisse a soli 90 secondi dalla mezzanotte.
L’Ucraina è stato il Paese che più ha sofferto nel 2022: secondo il Fondo monetario internazionale, la sua economia è crollata del 35%. Il conflitto che affligge il Paese potrebbe terminare in tempi rapidi e lasciare spazio alla ripresa, ma prima l’Ucraina dovrà riconoscere di essere vittima di una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia scoppiata nel 2014.
Dal 2014, infatti, gli Stati Uniti armano e finanziano pesantemente Kiev con l’obiettivo di espandere la Nato e indebolire la Russia. Le guerre per procura americane di solito si protraggono per anni e decenni, lasciandosi dietro macerie nei Paesi teatro della battaglia, come oggi l’Ucraina.
Kiev va incontro a un futuro disastroso, se questa guerra per procura non finirà presto. Per evitare un disastro a lungo termine deve guardare all’esperienza terribile dell’Afghanistan o, più indietro nel tempo, a quella delle guerre per procura portate avanti dagli Usa in Vietnam, Cambogia, Laos, Iraq, Siria e Libia.
Nel 1979 gli Stati Uniti hanno cominciato ad armare i mujaheddin islamisti afghani perché diventassero la spina nel fianco del governo sostenuto dai sovietici. Come ha spiegato in seguito il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, l’obiettivo di Washington era provocare l’intervento militare dell’Unione Sovietica per intrappolare Mosca nel pantano di una guerra costosa. L’Afghanistan era solo un danno collaterale.
È successo che, proprio come speravano gli Usa, l’esercito sovietico è entrato in Afghanistan nel 1979 e ci è rimasto a combattere per tutti gli anni Ottanta. In quegli stessi anni i mujaheddin sostenuti dagli Stati Uniti fondavano al Qaeda prima e i Talebani poi (a inizio anni 90). E così lo sgambetto all’Unione Sovietica si è ritorto contro Washington come un boomerang.
Nel 2001 gli Usa hanno invaso l’Afghanistan per combattere al Qaeda e i Talebani. La guerra è andata avanti per 20 anni fino al ritiro definitivo del 2021, ma tuttora gli americani portano avanti operazioni militari sporadiche nell’area. Oggi l’Afghanistan è un Paese in rovina. In vent’anni gli Stati Uniti hanno sprecato più di 2 trilioni di dollari di spese militari e l’Afghanistan si è impoverito tanto che il suo Pil pro capite è sceso sotto i 400 dollari nel 2021. L’ultimo “regalo” di Washington a Kabul è stato il sequestro delle ultime disponibilità di valuta estera residue, che ha avuto l’effetto di paralizzare il sistema bancario.
In Ucraina la guerra per procura è iniziata nove anni fa, quando l’Amministrazione statunitense ha appoggiato la destituzione del presidente Viktor Yanukovich. Il peccato di Yanukovich agli occhi degli americani era di voler mantenere Kiev neutrale, scelta che metteva i bastoni tra le ruote al progetto di espansione della Nato fino all’Ucraina (e alla Georgia). L’obiettivo degli Stati Uniti era circondare la Russia di Paesi Nato nella regione del Mar Nero: per raggiungerlo, hanno armato e finanziato massicciamente l’Ucraina dal 2014 in poi.
I fautori di questo disegno allora e oggi sono rimasti gli stessi. Basti pensare che nel 2014 la figura di riferimento per l’Ucraina a Washington era la vicesegretaria di Stato, Victoria Nuland, che oggi è sottosegretaria di Stato. A stretto contatto con Nuland lavorava Jake Sullivan, oggi Consigliere per la Sicurezza nazionale ma che nel 2014 svolgeva le stesse mansioni per Joe Biden come membro dello staff del vicepresidente.
Gli Stati Uniti, però, hanno sottovalutato due importanti realtà politiche dell’Ucraina. La prima è che in Ucraina esiste una profonda divisione etnica e politica tra i nazionalisti della parte occidentale del Paese, che odiano la Russia, e la popolazione di etnia russa dell’Ucraina orientale e della Crimea. La seconda è che l’allargamento della Nato all’Ucraina rappresenta una linea rossa per Mosca. La Russia combatterà fino alla fine ed è anche pronta all’escalation pur di impedire agli Stati Uniti di incorporare l’Ucraina nella Nato.
Gli Stati Uniti hanno sempre detto che la Nato è un’alleanza difensiva. Eppure, nel 1999 ha bombardato per 78 giorni la Serbia, alleata della Russia, per separare il Kosovo dopo che gli Usa avevano creato una gigantesca base militare nella regione. In Libia, nel 2011, le forze della Nato hanno rovesciato l’amico dei russi Muammar Gheddafi scatenando un decennio di caos. Di certo la Russia non accetterà mai la presenza della Nato in Ucraina.
A fine 2021 il presidente russo Vladimir Putin aveva fatto tre richieste agli Stati Uniti: che l’Ucraina rimanesse neutrale e fuori dalla Nato; che la Crimea restasse russa e che il Donbass diventasse autonomo conformemente al Protocollo di Minsk II.
Ma il team Biden-Sullivan-Nuland, otto anni dopo aver appoggiato la destituzione di Yanukovich, gli ha dato il benservito e ha rifiutato di aprire un negoziato sull’allargamento della Nato. Finché nel febbraio 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina.
Un mese dopo, a marzo 2022, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva dato l’impressione di comprendere che il suo Paese era finito vittima di una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia. In una dichiarazione pubblica, infatti, aveva detto che l’Ucraina voleva diventare neutrale e avrebbe chiesto ad alcuni Stati di farsi garanti della sua sicurezza. Nello stesso discorso aveva anche riconosciuto che la Crimea e il Donbass avrebbero dovuto beneficiare di un trattamento speciale.
In quella fase a fare da mediatori c’erano la Turchia e Israele, con il primo ministro dell’epoca Naftali Bennett. La Russia e l’Ucraina stavano andando verso un accordo, ma come ha raccontato di recente lo stesso Bennett, gli Stati Uniti “hanno bloccato” il processo di pace.
Da allora la guerra si è intensificata. Gli Stati Uniti e i loro alleati si sono impegnati a inviare in Ucraina carri armati, missili a sempre più lunga gittata e forse anche aerei da combattimento. Il giornalista investigativo americano Seymour Hersh ha scritto che a settembre i Servizi statunitensi avrebbero fatto esplodere i gasdotti Nord Stream, ricostruzione smentita dalla Casa bianca.
Le condizioni di base per la pace sono chiare. L’Ucraina dovrebbe diventare un Paese neutrale, senza entrare nella Nato, la Crimea dovrebbe rimanere sede della flotta navale russa del Mar Nero come accade dal 1783 e sul Donbass si potrebbe trovare una soluzione pratica che vada dalla divisione territoriale all’autonomia o all’istituzione di una linea verde. Così, ed è la cosa più importante, si arriverebbe al cessate il fuoco e al ritiro delle truppe russe dal Paese, mentre la sovranità dell’Ucraina sarebbe garantita dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e da altre nazioni garanti. Un accordo su queste basi si sarebbe potuto raggiungere già a dicembre 2021 o a marzo 2022.
Oltretutto, in questo modo il governo e il popolo ucraini avrebbero potuto dire chiaramente alla Russia e agli Stati Uniti che non intendevano trasformare l’Ucraina nel campo di battaglia di una guerra per procura. E in un Paese così profondamente diviso, gli ucraini di entrambi i lati dello steccato etnico avrebbero trovato il modo di lottare insieme per la pace, invece di continuare a illudersi che una potenza straniera potesse evitargli di scendere necessariamente a compromessi con l’altra fazione.
La guerra in Ucraina mi ha allontanato dai giornali, che ormai non fanno
che amplificare le veline passate loro dal Pentagono tramite CNN o il New York
Times, senza alcuno spazio per dubbi: gott mit uns (lo scrivo minuscolo perché
si tratta del dio mercato) per cui chi si oppone alla crociata è un infedele e
potenziale terrorista o, peggio, una minaccia all'edonismo obbligatorio e al
consumismo compulsivo (di prodotti ma anche di idee, comportamenti, valori) che
costituiscono ormai gli unici scopi esistenziali di milioni di italiani privi
di memoria e di un senso di appartenenza a qualcosa (famiglia, comunità,
Chiesa, Stato, patria, tutte indebolite da radicali e liberal) che trascenda la
loro individualità.
Da tempo purtroppo mi sono accorto che è inutile informarsi: in un regime
neoliberista verificare ed eventualmente contestare i «fatti» spacciati
dall’apparato mediatico è vano; non perché non sia possibile dimostrarne, alla
fine, l’eventuale mendacità, ma perché quando faticosamente ci si riesca, nel frattempo
quei fatti già non contano più nulla per nessuno: il culto della novità e la
pratica dell’innovazione continua, rapidissima e fine a sé stessa, ha come
effetto l’oblio del passato, incluso quello recente, cancellato ancor prima che
diventi passato da nuove pressanti novità che, sia pure per poche ore,
assorbono tutta l’attenzione, peraltro scarsissima grazie a un sistematico
addestramento, anche scolastico, alla superficialità.
La gente vive di «breaking news» (anglicismo e concetto importato dagli
Stati Uniti), ossia di fatti che durano al massimo pochi giorni, poi vengono
rimossi e non ha più alcuna importanza che fossero stati veri o falsi; come
quando il mondo si indignò per le armi di distruzioni di massa del cattivo
Saddam e diede mandato all’invincibile armada dei paesi democratici e
politicamente corretti di distruggerlo; ma quando poi si scoprì che quelle armi
non c’erano, si indignarono in pochissimi: per gli altri gli eventi di qualche
mese prima erano altrettanto remoti e indifferenti delle guerre puniche. Tant’è
che gli Stati Uniti non hanno perso un briciolo della loro credibilità e
possono ripetere il giochetto accusando la Russia di avere armi di distruzione
di massa in Ucraina.
E allora? E allora occorre ricostruire (ci vorranno decenni) le basi
sociali e culturali che rendano di nuovo possibili le discussioni e valutazioni
dei fatti: a cominciare da leggi che proibiscano le concentrazioni editoriali,
che pongano drastici tetti alla pubblicità e dunque alla connivenza di potere
finanziario e potere mediatico, che restituiscano alla scuola una funzione di
educazione del cittadino e non di preparazione della mano d’opera gradita alle
multinazionali per arricchirsi e rafforzare i loro monopoli. Nel frattempo,
accettare che la politica si occupi prevalentemente di fatti (ossia di ciò che
i media definiscono tali) è un errore; bisogna piuttosto analizzare gli ideali,
gli obiettivi, i metodi, e appassionarsi per essi. Pensate che siano facilmente
manipolabili? Molto meno dei fatti. Io per esempio vorrei una società
socialista, in cui i ricchi siano tassati a sangue e le multinazionali ancora
di più; in cui invece che di diritti individuali (incluso quello di drogarsi
con la scusa della libertà d’espressione) si parli di diritti collettivi e anche
di doveri, ossia di valori condivisi; in cui i settori essenziali (sanità,
istruzione, trasporti, difesa, ordine pubblico e in misura significativa
l’informazione) siano gestiti direttamente dallo Stato e non da miliardari
generalmente americani. Mica pretendo che la pensiate come me e so bene che
pochi lo fanno ma mi piacerebbe che l’accordo e il dissenso si fondassero sulle
priorità assegnate ai principii e ai propositi, non sulla pretesa di sapere
cosa sia «oggettivamente» giusto o sbagliato, meglio o peggio, vero o falso.
Il colpo di stato in Bolivia, “soft” come piace ai liberisti, che della
violenza vera si servono solo quando non basta il denaro e nel disinteresse
totale dei media per cui è come se non ci fosse stata (lo sanno bene gli afgani
o gli irakeni o gli abitanti del Centro America, lasciati in balia di gang
brutali perché il bisogno di droga degli americani possa venire soddisfatto pur
mantenendo la finzione politica della guerra contro la droga che tanto piace ai
piccolo borghesi impoveriti che consolano la loro disperazione con un
moralismo da due soldi), dicevo, il colpo di stato in Bolivia e la
soddisfazione del “democratico" New York Times, mi ha fatto tornare in
mente una pagina del romanzo di Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”.
Una scena del terzo capitolo, in cui il Principe di Salina va a caccia con don
Ciccio Tumeo, l’organista del Duomo. Nel paese di Donnafugata si è appena
tenuto il plebiscito per l’annessione della Sicilia al nuovo Regno d’Italia e
il risultato è stato unanime: 512 votanti, 512 sì. Solo che don Ciccio aveva
votato no: “S’inghiottono la mia opinione, la masticano e poi la cacano via
trasformata come vogliono loro. Io ho detto nero e loro mi fanno dire bianco!”
Il Principe allora si rasserena; la manipolazione era stata smaccata ma lui non
era riuscito a spiegarsene il motivo: la netta maggioranza dei votanti si era
davvero espressa a favore dell’Italia, perché dunque cancellare ogni traccia di
dissenso? Ma ora ha capito: lo scopo del broglio era più sottile, era l’indebolimento,
fin dagli inizi, di quel troppo potente strumento offerto al popolo, la
democrazia: “Sei mesi fa si udiva la voce dispotica che diceva: ‘fai come dico
io, o saranno botte’.
Adesso si aveva di già l’impressione che la
minaccia venisse sostituita dalle parole molli dell’usuraio: ‘Ma se hai firmato
tu stesso? Non lo vedi? È tanto chiaro! Devi fare come diciamo noi, perché,
guarda la cambiale! la tua volontà è uguale alla nostra’”.
Ambientato al tempo dell’unificazione, il “Gattopardo” parlava però dell’Italia
in cui Tomasi di Lampedusa scriveva, quella degli anni cinquanta; e parla
anche, come fanno i grandi romanzi, della nostra epoca, dominata dagli usurai
(la finanza) e dai loro portavoce, i giornalisti. Che fanno e sfanno governi e
parlamenti con leggi elettorali truffa, la corruzione (la chiamano lobbismo),
la propaganda e la pubblicità, i sondaggi, il gossip e le calunnie, tutte
"parole molli". Molto di più che nell’immaginaria Donnafugata di
Tomasi di Lampedusa, nell’Italia e nel mondo di oggi a contare è la
rappresentazione virtuale di ciò che, ci dicono, è accaduto da qualche parte
nel pianeta. E siccome lo dicono loro allora è vero, e siccome abbiamo votato o
avremmo potuto farlo, allora siamo d’accordo, la nostra volontà è uguale alla
loro.
No, non lo è. Ma bisogna imparare a combatterli e a batterli sul loro terreno.
Con un’informazione “contro” e con una totale mancanza di scrupoli.