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giovedì 25 gennaio 2024

L'ultimo saluto. A Gigi - Mario Guerrini

 

L'ultimo saluto. A Gigi. Gigi Riva. Sul Colle di Bonaria. Dove sono nato. E dove spero di chiudere gli occhi per l'ultima volta. Anche io. A pochi metri dalla ultima mia casa. Accanto a quella imponente Basilica. Che tanto amo. E che ammiro dalla finestra. Tutti i giorni. È l'ultimo saluto di una città. Di una Regione. A quel mito incredibile di calciatore che è stato Gigi. Con un filo che ci accomuna. Perché io sono figlio di un calciatore rossoblù. Mancino come lui. Ma terzino. Di altra epoca. Con lo stesso destino. Venuto da Livorno. E rimasto per sempre, sino all'ultimo respiro, nella mia Cagliari. Come Gigi. Dalla lombarda Leggiuno. E per questo eroe del pallone c'è appunto un posto particolare nel mio cuore. Perché la mia carriera professionale di radio e telecronista è stata illuminata anche dalla sua grandezza. E dalla nostra reciproca considerazione personale. Perché io ero il cantore sardo delle suegesta. Spero non dimenticato. Ho vissuto con la mia voce le sue glorie e i suoi dolori. Che sono parte indimenticabile della mia esistenza. Oggi Gigi avrà anche il mio saluto. L'ultimo. A quel bravo ragazzo del nord. Che ha voluto vivere al sud. Nell'Isola di Sardegna. E trovare quaggiù il riposo eterno. Come Ilio. Il mio Papà. E come me. Quando sarà. Senza fretta. Perché la vita è bella.

da qui

mercoledì 8 novembre 2017

Quando credi di essere penultimo - Daniela Pia

L’altra sera, domenica 5 novembre, ho acceso la TV e  mi si è presentato, inatteso, il volto di un giornalista locale Antonello Lai, che dalle antenne di TCS, mandava in onda un servizio sul quartiere popolare di Is Mirrionis fatto di interviste ai rivenditori di estemporanee bancarelle; cresciute come funghi nella piazza Is Maglias della città di Cagliari.
Di fronte si intravedeva la piazza Medaglia Miracolosa restituita al quartiere, di fresco restaurata, con le fioriere che attendono solo di competere in bellezza con le Jacarande di maggio, luminosa; luogo nel quale respirare tutti assieme adulti, bambini e anziani.
Un grido di diffondeva dalle labbra dei signori e dalle signore intervistati i quali la rivendicavano nuovamente per loro e per il commercio -che ora praticano di fronte a venti metri soltanto-. Ponevano delle condizioni i bancarellari, scatenando in modo plateale una guerriglia con i “Negri” ai quali attribuiscono una discreta fetta del loro malessere.
Premetto che amo molto questo quartiere popolare. Gli ho dedicato poesie piene di sorrisi, ne apprezzo la sincerità e la capacità kitch di arrangiarsi che si è fatta arte.
Non ne ignoro le debolezze, le contraddizioni, l’illegalità passata e presente e le difficoltà di una convivenza civile.
Ne conosco la storia, fucina di un riscatto sociale che è partito dalla dalla scuola negli anni ’70. 
Lo tengo vicino al mio sentire, luogo in cui sparsero i loro geni i fenici, lasciandoci in eredità la meraviglia della più grande necropoli del Mediterraneo -Tuvixeddu- come “memento” del fatto che giungiamo in questa vita senza avere nulla di materiale, ci accapigliamo durante per avere qualcosa, ce ne andiamo senza poterci portare appresso niente.
Eppure…eppure ieri sera ho sentito una fitta nel costato a sentire le voci di tanti “penultimi”, i bancarellisti,  prendersela con i ” NEGRI” gli ultimi.
Lo spaccio a Is Mirrionis lo attribuivano alla presenza dei “Negri”, la loro difficile condizione economica alla presenza dei “Negri” .
Quello “spreco” di piazza Medaglia Miracolosa, medaglia che dovrebbero appuntarsi al petto come dono a tutto il quartiere, alla sua riqualificazione, alla bellezza di cui farsi custodi, lo hanno fatto diventare motivo di lagnanza con l’amministrazione comunale. Tutto era brutto, tutto era cattivo, ma i più cattivi di tutti erano i “Negri”.
Un magone mi ha preso.
Ho pensato che la scuola, tutte le scuole che operano nel quartiere, hanno un compito immane, una responsabilità grave, che debbono pretendere di condividere con tutte le agenzie educative presenti nel territorio. È urgente promuovere e diffondere una cultura del rispetto degli esseri umani.
La sofferenza, l’abbandono, la dimenticanza, creano dolore ed emarginazione e non fanno differenza fra il colore della pelle o la provenienza geografica.
Questo farsi “Capponi di Renzo”  beccandosi a sangue fra penultimi e ultimi, agevola solo i Primi senza che vi sia consapevolezza in tal senso.
Eppure dovremo saperlo bene noi sardi, che qualcosa di africano nei geni ce lo portiamo dentro da secoli. Nel caso lo avessimo dimenticato ce lo ricorda anche  una bellissima poesia del premio Nobel per la letteratura, Grazia Deledda quando dice che :

“Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi,
romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi.

Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono
sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.

Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo,
lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto.

Siamo il regno ininterrotto del lentisco,
delle onde che ruscellano i graniti antichi,
della rosa canina,
del vento, dell’immensità del mare.

Siamo una terra antica di lunghi silenzi,
di orizzonti ampi e puri, di piante fosche,
di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.

Noi siamo sardi.”

Per essere consapevoli di ciò che siamo e che siamo stati c’è però bisogno di sostenere l’istruzione. Bisogna andare a scuola con la voglia di sapere, di conoscere chi siamo oggi è perché, oltre la nostra bancarella di rape e bandierine usate con impressi i quattro mori scoloriti. È necessario andarci per recuperare il senso di appartenenza all’unico genere cui ha senso appartenere, quello umano
o rischiamo di continuare a raccontarci all’etere come caporali anziché uomini
E la gara di questa misera “audience”  la vinceranno sempre i Primi.

sabato 24 giugno 2017

Cagliari è malata di “servitù turistica”: chi arriva è più importante di chi ci vive - Giorgio Todde

“Cagliari, che vuole diventare città modernissima, ha distrutto e distrugge l’antico ed è al presente qualcosa di ibrido, di scomposto…”.Raffa Garzia (1917)

A Cagliari abbiamo annientato le cose più belle. Senza nessuna cognizione del valore che distruggevamo. Accade spesso con le cose e le persone amate.                                                                       E ora alla città mancano tanti “pezzi”, ma rimane la meraviglia del sito naturale, anche se alterato da azioni sciagurate.
Credevamo, sino a pochi decenni fa, di essere invisibili. Sbagliavamo. E qualcuno sentiva la città – l’intera isola, si può dire – come inadeguata al mondo che c’appariva al cinema, in tivvù o passando il mare.
Poi ci siamo accorti che qualcuno ci guardava. Allora agitazione, apprensione, panico.
Beh, quest’ansia ha causato molti guai.
Ci siamo concessi l’attestato di vivere in relazione con il mondo solo quando la nostra esistenza è stata riconosciuta da altri. Siamo arrivati ad essere ossessionati dalla visibilità. Ma ne è derivata una preoccupazione da inadeguatezza che si è manifestata in tanti modi.
E questa angoscia, tra altre conseguenze, ci ha condotto in pochi anni alla malattia da servitù turistica per la quale la città non è importante per chi la abita ma assume un valore solo se c’arriva qualcuno. Anche se sbarca involontariamente, come capita ai croceristi dirottati qui perché l’Africa fa paura.
Nei nostri giornali e nella solitudine dei cosiddetti social il rovinoso turismo croceristico di mezza giornata – descritto come dannoso in molta letteratura – viene raccontato con toni epici. Ci hanno visto, ci hanno visto! Arrivano! Gridano giornali ed eremiti della tastiera. Panico. Attraccano, attraccano!
Ed esiste perfino qualcuno che, per la cosiddetta visibilità, moltiplicherebbe i moli, farebbe saltare con la dinamite i fondali per accogliere altre navi e altri croceristi sgomenti che spesso chiedono in che città si trovano.
Tra le conseguenze di questo stato d’ansia c’è anche un indimenticabile consigliere comunale che ha perfino proposto di far trovare ai turisti un uomo e un asinello come infopoint. Altri non volevano gli asinelli e hanno proposto gruppi folk oppure mamuthones. Tale è la gratitudine nei confronti di chi ci guarda anche solo per qualche oretta.
Per questa nuova e antica malattia prevale un’idea meschina di città che deve essere in ordine e imbellettata perché arrivano gli ospiti “illustri”, mica perché la abitiamo noi. Contegno, decoro, non facciamoci riconoscere, una messa in scena di Miseria e nobiltà. E il decoro, si sa, è l’inizio di una china molto scivolosa.
Insomma, vince l’idea infantile e sottomessa che noi siamo qui per essere guardati da qualcuno.
Beh, ci deve essere accaduta qualcosa da bambini, magari la mamma non ci guardava e il desiderio di essere visti ci ha trasformato in narcisi al contrario, disposti a specchiarsi non in sé ma in altri. Si vede che la madre città, la madre isola ci trascuravano.
Ed esiste anche un sintomo opposto della stessa malattia. Qualcuno che va a vedere i poveri croceristi quando sbarcano e si sparpagliano nelle vie. Qualcuno che si emoziona, li fotografa perfino. Insomma, i turisti guardano la città e noi guardiamo i turisti, studiamo trepidanti le reazioni, aspettiamo pagelle.
Ma l’essere monocellulare che è il turista, quello immaginato nelle BIT – borsa italiana per il turismo – si comporta come i presentatori che ovunque vadano declamano “sono contento di essere in questa bellissima città”. Allora gli indigeni festanti applaudono.
Aspettavamo uno sguardo, un segno di considerazione. E ora che altri “certificano” la bellezza della città abbiamo preso pure una certa baldanza.
Così siamo passati dall’idea pericolosa di inadeguatezza all’idea, ancora più pericolosa, di essere unici, centrali, capitale del mare nel quale pensavamo di essere naufragati sino a qualche decina di anni fa.
Il passaggio da una considerazione di sé come carenti e arretrati a uno smisurato orgoglio è una condizione sociale bipolare pericolosa.
Però adesso cosa mostriamo se la bellezza l’abbiamo mezzo cancellata?
La spiaggia luminosa del Poetto trasformata in un campo grigio. Tuvixeddu invisibile, da un lato inaccessibile, dall’altro nascosta da una palazzata orrenda. L’anfiteatro romano danneggiato più in quattro legislature che in due millenni. Ci accingiamo a distruggere il bastione della Santa Croce scavandoci un parcheggio. Il centro storico governato dall’urbanistica dei bar e dalla filosofia della birretta. Il Bastione di Saint Remy trasformato in box doccia perché hanno sollevato il pavimento e montato un parapetto di vetro sennò i turisti precipitano mentre si fanno l’ultimo selfie.
Certo, paesaggi deformati e comportamenti scimmiottati intossicano sino alla cancellazione di ogni identità perché si finisce con l’assumere l’identità dell’altro – essere umano o paesaggio – elevato a modello.
Però lo spirito della città resiste all’orgoglio, figlio pericoloso del complesso di inadeguatezza. E trova i suoi rimedi. La nostalgia, sentimento nobile, la conservazione rispettosa dei luoghi e un loro uso coerente con il passato, custodiscono e rendono forte l’identità che sennò si discioglie in una dozzinale brodaglia. E quando attraccano basterà essere quello che siamo, evitando di trasformarci nei nativi davanti al capitano Cook.

domenica 18 giugno 2017

MARTEDI 20 GIUGNO MANIFESTAZIONE CONTRO IL G7 TRASPORTI



Non è uno scherzo:  la regione Sardegna  che ‘vanta’ il primato di inefficienza nei trasporti avrà 'l'onore' di ospitare a Cagliari il 21 e 22 giugno i ministri G7 dei trasporti e i loro accompagnatori! Il governo italiano, mentre rinvia ancora  “il piano nazionale contro la povertà”,  spenderà per  gli aspetti logistici-protocollari” e per “aspetti di sicurezza”circa 50 milioni di euro! Quanto sperpero di denaro pubblico!  Quanti nuovi posti di lavoro andati in fumo!  Intanto le maggiori compagnie aeree italiane,  Alitalia e Meridiana,  diventano un buon bocconcino per Arabia Saudita e Qatar.
Ricordiamoci che i G7 non sono un organismo democratico.  Sono i paesi più ricchi e potenti che, spinti esclusivamente da interessi economici e geopolitici, pretendono di decidere per noi e per tutto il mondo su tutti gli aspetti della nostra vita,  attuale e futura,  imponendoci poi le loro scelte.
Parte della città sarà sotto occupazione,i suoi abitanti saranno sottoposti a controlli rigidi,dovranno passare attraverso dei chek point per uscire ed entrare dalle loro case! con notevole dispiegamento di forze armate e di polizia, con cecchini sui tetti e reparti speciali fatti arrivare chissà da dove.
Tutti a proteggere (ma da chi?) i famosi "grandi della terra". Non c'è nessuno che pensa a proteggere noi abitanti da queste  incursioni invadenti e invasive e da quanto decideranno su di noi e sul futuro della terra?
Per  noi Sardi rimarrà qualche briciola o mancia in alberghi o bar,o in qualche negozio di souvenir!
In Sardegna però decideranno le sorti del mondo su ’trasporti e sviluppo sostenibile’ ma “l’unica sostenibilità veramente valutata sarà quella economico-finanziaria” del  libero trasporto di merci prodotte a buon mercato grazie a regimi di dumping sociale. A quando la libera circolazione delle persone?  Aumenterà però il traffico di petroliere da Sarroch alle Bocche di Bonifacio, di navi che trasportano le bombe prodotte a Domusnovas fino in Yemen e non solo, di navi e aerei militari che trasportano strumenti di guerra e distruzione.
Dicono  ‘nel settore dei trasporti e delle infrastrutture,  i temi sociali sono legati all’accessibilità, equità e coesione sociale’! Una beffa crudele per noi sardi che non abbiamo reale e dignitosa continuità territoriale con il resto d’Italia e nemmeno con le isole minori. A La Maddalena, mentre si chiudono reparti ospedalieri indispensabili per la sopravvivenza degli abitanti,si tagliano le corse dei traghetti che collegano l’isola. Tutto (per loro) deve essere funzionale ad un rientro economico, anche la vita dei malati, delle partorienti e la nascita dei bambini.
Ma di che trasporto avveniristico e sostenibile parliamo? Restiamo con i piedi per terra: in Sardegna non c’è una rete di collegamento ferroviario, se si esclude in parte la linea Cagliari-Sassari. Per il resto non vengono neanche garantite le corse quotidiane per i pendolari. I trasporti ferrati interni sono totalmente inesistenti. Le strade principali di comunicazione, 130, 131, 554,etc. sono diventate pericolosissime e sono un cantiere perenne. I paesi dell’interno, dove  mancano quasi tutti i servizi indispensabili, sono collegati malissimo con gli altri centri;  viene così negato ai suoi abitanti l’accesso a servizi fondamentali, come scuole, ospedali, farmacia, uffici, etc.. Si realizza in questo modo l’esclusione sociale soprattutto delle figure più deboli, come invalidi, bambini, malati  e anziani e, mancando anche il lavoro, si determina  lo spopolamento di tali ‘esotici’ piccoli centri.
E quanto le politiche dei trasporti decise dai “grandi” influiranno sul clima? Potrebbero creare nuovi disastri ambientali che costringeranno centinaia di migliaia di persone ad emigrare.
Si risponderà ancora ai loro bisogni con politiche di deportazione e di respingimento?
Che ruolo avranno in tutto questo i nostri governanti locali? Spereranno anche loro nelle briciole?
I gravi problemi del mondo non si risolvono con dei proclami e delle parole d’ordine (green economy e sostenibilità) o degli specchietti e perline per gli indigeni!
 Non crediamo più in questi venditori di fumo!                   Cagliari Social Forum
          Manifestiamo la nostra opposizione martedì 20 a Cagliari
            in piazza Garibaldi  alle ore 18.30. Seguirà corteo                                                             
                                                                                                   Fuori il G7 dalla Sardegna                                    

                                                                                                   Fuori i G7, G8, G20, etc…dal mondo

mercoledì 7 settembre 2016

Ascoltando Karim Franceschi, partigiano a Kobane, aspettando la terza guerra mondiale


Nel 2015 Marina Cafè Noir aveva dedicato un incontro al Kurdistan e all’esperienza del Confederalismo Democratico nel Rojava, con Ezel Alcu, coordinato da  Tiziana Dal Pra, con la presenza di Zerocalcare, che ha visto, e scritto della sua esperienza della guerra nel Rojava.
Quest’anno c’e stato un incontro dal titolo Col Rojava e il Kurdistan nel cuore”, Karim Franceschi è stato intervistato da Marco Mathieu.
Il pubblico è stato attento e partecipe al racconto di Karim Franceschi.
In un’ora ha parlato di tanti argomenti, citando Davide Grosso, apparso qualche giorno fa sulla stampa, e solidarizzando con lui.
Ha spiegato come i curdi hanno fatto a resistere e a riconquistare Kobane. Semplicemente i curdi hanno degli ideali, hanno un sogno, invece i mercenari dell’Isis hanno un bello stipendio, sostenuti da Arabia Saudita e dagli emiri del Qatar (nostri alleati)
E in più i curdi hanno le donne, che combattono alla pari degli uomini, magari anche di più.
Quelli dell’Isis (e i loro finanziatori) temono il femminismo, l’uguaglianza, l’emancipazione, la democrazia, il socialismo, tutti concetti che si applicano nel Rojava.
Qui un’interpretazione dei motivi del massacro siriano.
Qui un articolo/intervista a Karim Franceschi su un quotidiano online di Cagliari.
Cito qualcosa che mi ha colpito del racconto di Karim:
al ritorno a casa ha ricevuto complimenti anche da persone di destra
l’importanza delle donne curde nella lotta contro l’Isis
la lotta dei curdi contro l’Isis è una lotta degli ideali di libertà, quella che conosciamo bene, contro gli invasori (ha a più riprese citato i partigiani italiani)
il pensiero agli amici e compagni di guerra che non ci sono più.

Provo a fare qualche parallelo:
La Spagna fra il 1936 e il 1936 fu terreno di “foreign fighters”* (qui), negli ultimi anni la Siria ha molti “foreign fighters” nel suo territorio.
Il 15 marzo del 1939 Hitler invade la Cecoslovacchia, a fine agosto Erdogan entra in Siria con i carrarmati a caccia di curdi.
Hitler ce l’aveva con gli ebrei (e la democrazia), Erdogan con i curdi (e la democrazia).
Hitler e Erdogan hanno molte altre cose in comune, l’odio per la stampa libera, le liste di proscrizione per chi non è d’accordo con loro, l’amore per le armi e la guerra, il disprezzo della democrazia, la straordinaria bravura nell'imporre ricatti.
Le grandi democrazie occidentali tacciono, e sono complici, con una straordinaria bravura nel subire ricatti.


ascoltando Karim Franceschi:






* I “foreign fighters” sono apparsi nella stampa e nel linguaggio ministeriale-burocratico con una accezione del tutto negativa, per quelli che andavano a combattere, da tutto il mondo con l’Isis, il male assoluto. Quando si è capito che dall’Europa e dagli Usa partivano volontari per combattere contro l’Isis, l’accezione negativa non è scomparsa.
Non bisogna andare lì, lasciamoli fare, vincerà il “migliore”.
Eppure abbiamo avuto un famoso “foreign fighter” italiano, di nome Giuseppe Garibaldi, come pure era un “foreign fighter” Ernesto Che Guevara.

Il problema non sono i "foreign fighters", nel mondo globalizzato (il migliore dei mondi possibili, ci dicono ogni minuto), è che bisogna vedere per cosa combattono.

mercoledì 27 aprile 2016