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mercoledì 11 ottobre 2023

Draghi e l’Unione Europea, affondati dalla guerra - Claudio Conti, Guido Salerno Aletta

 


O Mario Draghi ha perso i suoi superpoteri oppure non li aveva mai avuti, ma l’avevano disegnato così…

A leggere la tremenda tranvata riservatagli da Milano Finanza non c’è atto, svolta, “successo”, “invenzione” di SuperMario che non abbia prodotto disastri. E da un punto di vista esclusivamente capitalistico, sia ben chiaro.

A scrivere è ancora una volta Guido Salerno Aletta, che citiamo spesso perché non è un “analista da centro studi”, ma l’ex vicesegretario generale di Palazzo Chigi e tante altre cose; ossia persona che ha visto (e cogestito) incontri e scontri internazionali, trattative, misurando interessi nazionali e/o aziendali differenti o addirittura contrapposti. Un “uomo del fare”, insomma, sul versante istituzionale.

La critica esplicita a Mario Draghi, dopo la sua recente sortita sull’Economist di cui abbiamo già parlato, è insomma la traduzione quasi “divulgativa” di una insofferenza ormai generale verso un certo tipo di governance che ha prodotto la situazione attuale.

È anche, in modo indiretto, un ripudio della stagione neoliberista, della svalutazione del ruolo dello Stato a totale vantaggio delle imprese (e delle multinazionali, in specie finanziarie), del “mercantilismo” che ha dominato per quasi 40 anni in Europa e che ha sagomato – squilibrandoli oltre ogni limite – i rapporti di forza tra i vari paesi.

Di fatto, dunque, una demolizione del mito “positivo” della stessa Unione Europea, che di quella stagione è stata l’infrastruttura semi-statuale.

Più che una critica di Draghi, insomma, il certificato di morte per un ciclo giunto vicino al termine ormai quasi quattro anni fa (con la pandemia a fare da obbligatorio richiamo in vita della “centralità degli Stati e dell’interesse pubblico”), ma definitivamente seppellito con l’inizio della guerra in Ucraina e la prevalenza “istituzionale” assoluta degli interessi statunitensi su quelli “europei”.

Stati Uniti e Ue, infatti, non si somigliano affatto, al contrario di quanto dipinge la “narrazione” ultratrentennale che ancora una volta Draghi ripropone, nel classico schema per cui ad ogni “crisi” dell’Unione si può rispondere con una maggiore sviluppo-accentramento dei poteri e delle “sovranità”.

E non si somigliano per ragioni storiche, istituzionali, linguistiche. Gli “stati” d’oltreoceano hanno competenze limitate, fin dalla fondazione sono subordinati alla Federazione (per capirlo in modo “popolare” basta guardarsi un film in cui i poliziotti locali debbono confrontarsi con l’arrivo dei “federali”).

Sono insomma “regioni”, senza alcuna proiezione “nazionalistica”, se non nel tifo sportivo o nelle chiacchiere da bar.

In Europa è un’altra storia. I rapporti tra interessi consolidati – produttivi, di classe, finanziari, ecc – mantengono una loro dimensione “nazional-statuale” anche quando mascherata da anni di omaggi alla “costruzione europea”.

Non è un segreto per nessuno, ad esempio, che certe “regole” sono state adottate soltanto quando disegnate in modo da proteggere e corrispondere ai prevalenti interessi di Germania e Francia. Anche a costo – o allo scopo – di invalidare gli interessi di altri paesi membri.

Ma la rottura dell’equilibrio chiamato “globalizzazione” e l’irrompere della guerra hanno messo in moto forze prima dormienti o imbavagliate a forza. E dunque…

Sono appaiate, ancora una volta, Germania e Francia. Se la guerra in Ucraina ha abbattuto il potenziale strategico della prima, i colpi di Stato nelle ex-colonie francesi stanno demolendo quello della seconda: il gas russo a basso costo ha mandato avanti l’economia tedesca come l’uranio nigerino ha trainato quella francese.

Ma è assai improbabile che, in queste condizioni di comune difficoltà, Berlino e Parigi deleghino a Bruxelles anche un briciolo di potere in più: in un’epoca in cui la guerra si è riaffacciata violenta sul suolo europeo, l’idea kantiana della pace universale raggiungibile mediante sempre più strette reti di accordi tra Stati torna utopica.

L’Unione serve loro come sede di negoziazione, per combinare i rispettivi obiettivi: ora, per ottenere quante più deroghe possibili per gli aiuti alle imprese da una parte, in cambio di concessioni sempre più generose e a lungo termine a favore dell’energia nucleare dall’altra.

Un’intesa la troveranno anche stavolta, Francia e Germania: hanno entrambe bisogno di autonomia, di nuove strategie, di spazio. Non hanno alcun interesse a portarsi dietro il baraccone burocratico di Bruxelles, né le sue millanta defatiganti trattative: ognun per sé.

Le alternative, per riprendere il vecchio cammino interrotto dell’integrazione/centralizzazione nelle istituzioni di Bruxelles, sono al momento quasi fantascientifiche:

a) fine immediata della guerra, riapertura-ricostruzione dei gasdotti con Mosca, ripresa del controllo francese-europeo sul Sahel e le sue risorse, sganciamento forte dall’egemonia finanziario-militare Usa, intensificazione dei rapporti con la Cina, ecc.

b) vittoria rapida dell’Ucraina e dissoluzione della Russia.

Tante condizioni, insomma, ognuna delle quali è potenzialmente fonte di conflitti ancora più allargati.

SuperMario, insomma, è stato dipinto come un genio, ma era solo l’uomo giusto al posto giusto di una certa fase, il “volto pubblico” di interessi più “riservati” (fin dall’operazione di svendita del patrimonio pubblico italiano imbastita sul Britannia).

Anche basta, insomma…

* * * *

Draghi sbaglia: Francia e Germania faranno a meno della Ue

di Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Forse che sì, forse che no. Nel suo recente intervento pubblicato sull’Economist online, Mario Draghi ha constatato che le nuove sfide che l’Europa si trova ad affrontare, per via degli ingenti investimenti che sono necessari in tempi brevi nei settori della difesa, della transizione energetica e della digitalizzazione, trovano un duplice limite.

Per un verso, l’Europa non dispone di una strategia federale per finanziarli; per l’altro, le politiche nazionali non possono essere attivate in quanto le norme europee in materia di bilancio e di aiuti di Stato limitano la capacità dei Paesi di agire in modo indipendente.

Ma, invece di concludere che è finalmente arrivato il momento di rimuovere questi vincoli, dimostratisi non solo assolutamente inutili ma soprattutto distorsivi e patogeni in quanto hanno colpevolizzato gli Stati focalizzando l’attenzione sui loro bilanci mentre hanno lasciato sbracare i conti internazionali, commerciali e finanziari, Draghi si è lasciato andare alla consueta narrazione: servono nuove regole e più sovranità condivisa.

 

Potenziare l’Ue

L’Unione europea deve avere maggiori poteri: il richiamo alla recente legislazione federale statunitense, al Chips Act e all’Inflation Reduction Act, sarebbe la prova provata della necessità di procedere a interventi massicci, di respiro continentale: i singoli Stati americani, così come quelli europei, non hanno né le dimensioni, né le capacità di affrontare queste sfide.

Invertendo il rapporto tra strumenti e fini, si ripropone il paradigma secondo cui in Europa le crisi sarebbero benefiche in quanto possono essere superate solo attraverso un ampliamento dei poteri della Unione europea: ex malo bonum.

Gli esempi non mancherebbero: nello scorso decennio, la crisi finanziaria che a partire dal 2010 ne ha colpito i Paesi periferici, Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, avrebbe avuto come positive conseguenze il pieno controllo sui bilanci pubblici da parte di Bruxelles attraverso il Fiscal Compact che imponeva il pareggio strutturale e la riduzione al ritmo di 1/20 l’anno del debito eccedente il rapporto del 60% tra debito e pil; l’accentramento presso la Bce dei poteri di vigilanza precauzionale sulle banche di rilevanza sistemica; il rafforzamento dei poteri di coordinamento dell’Eba in materie che venivano prima concordate a livello internazionale direttamente tra le Banche centrali nazionali, a Basilea, presso la Bri.

Peccato che una così dura politica fiscale e bancaria, adottata senza distinzioni di sorta in tutto il Continente, abbia avuto conseguenze catastrofiche: non solo l’abbattimento della crescita, ma la tendenza alla deflazione dei prezzi, un pericolo tremendo per le imprese e i debitori, contro cui dalla presidenza del Board della Bce lo stesso Draghi ha dovuto lottare strenuamente e senza molto successo, pur portando i tassi dei rifinanziamenti bancari a zero e addirittura fissandoli a un livello negativo per le detenzioni eccedenti la riserva obbligatoria, erogando prestiti a lungo termine senza limiti predeterminati al sistema bancario (Ltro) e attivando per la prima volta un Qe in euro senza concedersi soste.

I tassi nominali negativi sui titoli pubblici che ne sono conseguiti hanno devastato i conti di investitori e banche.

 

Il ruolo dell’Europa

L’abbattimento della domanda aggregata in Europa ha comportato la necessità di rivolgersi ai mercati esteri: è da allora che la Germania ha puntato sulla Cina, divenuta il suo primo partner commerciale e industriale.

E a chi altri avrebbero dovuto vendere le imprese italiane, se non all’estero, dopo la spaventosa recessione determinata dalla ennesima batosta fiscale decisa dal governo Monti nel 2012, che insieme tagliava strutturalmente la domanda di importazioni e il costo del lavoro?

Un intero Continente, quello europeo, era stato minato per anni dagli squilibri dei conti bancari e finanziari verso l’estero, da quelli dell’Irlanda a quelli della Grecia, a quelli della Spagna, fino all’Italia che ha invece subìto le conseguenze del ritiro immotivato e spaventoso del credito internazionale, motivato dalla necessità di coprire le perdite determinate dai default di altri.

Dopo il biennio di emergenza sanitaria, che è servito a riquotare gli Stati, per attribuire loro un ruolo pastorale e addirittura oblativo verso il popolo, la narrazione corrente individua modelli di crescita sostenibili per il Pianeta deificato, proclamando la necessità della transizione energetica verso fonti rinnovabili e la sostituzione anche del lavoro intellettuale dell’uomo con quello delle macchine informatiche: il post-umanesimo e il trans-umanesimo finalmente convergono.

Ma, pur avendo fatto dell’Europa la terra promessa del sottoproletariato globale, con salari sempre più miseri e le imprese che non hanno alcun motivo per investire, si scopre che neppure gli Stati possono sostenere questo processo: arriverà dunque, salvifica, l’Europa.

 

L’asse Francia-Germania

Ma un sistema di spese derivate non è attuabile quando la leva della finanza si è azzerata, vanificando gli strumenti di compensazione dei vantaggi tra centro e periferia che erano stati elaborati in passato, come i sinking fund: il debito statunitense ha tassi di interesse pressoché appaiati a quelli italiani, mentre i titoli emessi dalla Unione europea servono solo a tenere in piedi l’Esm.

Assai più banalmente, si dovrebbe riconoscere che l’impianto europeo è nato ed è cresciuto finora solo per il convergente interesse di Francia e Germania a determinare un assetto di potere a loro più conveniente: da Maastricht all’espansione a nord-est per incorporare i Paesi ex-comunisti fino alle solitarie passeggiate di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel che a Deauville disegnavano i destini del Continente per cercare di riparare i pasticci dell’euro.

Sono appaiate, ancora una volta, Germania e Francia. Se la guerra in Ucraina ha abbattuto il potenziale strategico della prima, i colpi di Stato nelle ex-colonie francesi stanno demolendo quello della seconda: il gas russo a basso costo ha mandato avanti l’economia tedesca come l’uranio nigerino ha trainato quella francese.

Ma è assai improbabile che, in queste condizioni di comune difficoltà, Berlino e Parigi deleghino a Bruxelles anche un briciolo di potere in più: in un’epoca in cui la guerra si è riaffacciata violenta sul suolo europeo, l’idea kantiana della pace universale raggiungibile mediante sempre più strette reti di accordi tra Stati torna utopica.

L’Unione serve loro come sede di negoziazione, per combinare i rispettivi obiettivi: ora, per ottenere quante più deroghe possibili per gli aiuti alle imprese da una parte, in cambio di concessioni sempre più generose e a lungo termine a favore dell’energia nucleare dall’altra.

Un’intesa la troveranno anche stavolta, Francia e Germania: hanno entrambe bisogno di autonomia, di nuove strategie, di spazio. Non hanno alcun interesse a portarsi dietro il baraccone burocratico di Bruxelles, né le sue millanta defatiganti trattative: ognun per sé.

da qui

martedì 28 febbraio 2023

PACE: parola di quattro lettere nei cruciverba

articoli, video, musica, immagini di Carlos Latuff, Chris Hedges, Vittorio Rangeloni, Laura Ruggeri, Giuseppe Masala, Stefano Orsi, Olivier Turquet, Michele Santoro, Manlio Dinucci, Peter Beaumont, Martina, Alessandro Di Battista, Fabio Mini, Alessandro Marescotti, Chat GPT, Enrico Tomaselli, Rosso Malpelo, Alessio Galluppi, Fabrizio Poggi, Weaponwatch, Gian Andrea Gaiani, Gian Andrea Gaiani, Alessandro Orsini, No Muos, Andrea Zhok, Lucio Caracciolo, Caitlin Johnstone, Jacques Baud, Fan Wei, Liu Zuanzun, Pasquale Pugliese, Claudio Conti, Guido Salerno Aletta, Robert Kuttner, Alessandro Ghebreigziabiher, MIR Italia, Loretta Napoleoni, Enrico Vigna, Barry McGuire





Discorso di Chris Hedges alla manifestazione “Rabbia contro la macchina della guerra” a Washington DC


L’idolatria è il peccato originale da cui derivano tutti gli altri. La tentazione di diventare Dio che ci arriva dagli idoli, che esigono il sacrificio altrui nella folle ricerca di ricchezza, fama o potere. Ma l’idolo finisce sempre per richiedere il sacrificio di sé, lasciandoci morire sugli altari intrisi di sangue che abbiamo eretto per gli altri.

Poiché gli imperi non possono essere soppressi, si suicidano ai piedi degli idoli da cui sono dominati.

Siamo qui oggi per denunciare i sommi, non eletti, e irresponsabili sacerdoti dell’Impero, che incanalano i corpi di milioni di vittime, insieme a trilioni della nostra ricchezza nazionale, nelle viscere della nostra versione di Moloch, l’idolo cananeo.

La classe politica, i media, l’industria dell’intrattenimento, i finanzieri e persino le istituzioni religiose perseguono come lupi il sangue dei musulmani, dei russi o dei cinesi, o di chiunque l’idolo abbia demonizzato come indegno di vivere. Non c’erano obiettivi razionali nelle guerre in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia e Somalia. Non ce ne sono in Ucraina. La guerra permanente e l’industria del massacro sono la loro stessa giustificazione. Lockheed Martin, Raytheon, General Dynamics, Boeing e Northrop Grumman guadagnano miliardi di dollari in profitti. Le ingenti spese richieste dal Pentagono sono sacrosante. Opinionisti, diplomatici e tecnocrati guerrafondai, che si compiacciono di declinare qualsiasi responsabilità per la serie di disastri militari che orchestrano, sono una cricca proteiforme, si spostano abilmente a seconda delle correnti politiche, passando dal Partito Repubblicano al Partito Democratico e viceversa, presentandosi di volta in volta come implacabili combattenti, oppure neoconservatori, o interventisti liberali. Julien Benda ha definito questi cortigiani del potere “i barbari dell’intellighenzia che si sono fatti da soli”.

Questi fanatici della guerra non vedranno mai i cadaveri delle loro vittime. Io li ho visti, compresi i bambini. Ogni corpo senza vita che ho visto come reporter in Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Palestina, Iraq, Sudan, Yemen, Bosnia o Kosovo, mese dopo mese, anno dopo anno, ha rivelato la loro bancarotta morale, la disonestà intellettuale, la malata sete di sangue e le loro fantasie deliranti. Sono marionette del Pentagono, uno Stato nello Stato, e dei produttori di armi che finanziano lautamente i loro think tank. Ecco l’elenco: Project for the New American CenturyForeign Policy InitiativeAmerican Enterprise InstituteCenter for a New American SecurityInstitute for the Study of WarAtlantic Council e Brookings Institute. Come un ceppo mutante di un batterio resistente agli antibiotici, non possono essere sconfitti. Non importa quanto si sbaglino, quanto siano assurde le loro teorie di dominio globale, quante volte mentano o denigrino altre culture e società come incivili, o quante ne condannino a morte. Sono puntelli inamovibili, parassiti vomitati negli ultimi giorni di tutti gli imperi, pronti a venderci la prossima giusta guerra contro chiunque abbiano deciso sia il nuovo Hitler. La mappa cambia. Il gioco resta lo stesso.

Pietà per i nostri profeti, che vagano in questo paesaggio desolato gridando nell’oscurità. Pietà per Julian Assange, sottoposto a un’esecuzione al rallentatore in una prigione di massima sicurezza a Londra. Ha commesso il peccato mortale per l’Impero: ha denunciato i suoi crimini, i suoi meccanismi di morte, la sua depravazione morale.

Una società che proibisce la capacità di dire la verità estingue la capacità di vivere nella giustizia. Alcuni che sono qui oggi possono pensare di essere dei radicali, addirittura dei rivoluzionari. Ma ciò che stiamo chiedendo allo spettro politico è, in realtà, conservatore: il ripristino dello Stato di Diritto. È semplice e basilare. In una repubblica degna di questo nome, non dovrebbe essere una richiesta incendiaria. Ma vivere nella verità in un sistema dispotico, quello che il filosofo politico Sheldon Wolin ha definito “totalitarismo al contrario”, diventa sovversivo.

Illegittimi sono gli architetti dell’imperialismo, i signori della guerra, i rami legislativo, giudiziario ed esecutivo del governo controllati dalle multinazionali e dai loro ossequiosi portavoce nei media e nel mondo accademico. Pronunciate questa semplice verità e sarete banditi, come è toccato a molti di noi, messi ai margini. Dimostrate questa verità, come ha fatto Julian Assange, e sarete crocifissi.

“Ora è sparita anche la Rosa rossa. Dov’è sepolta non si sa. Siccome disse ai poveri la verità, i ricchi l’hanno spedita nell’aldilà” scrisse Bertolt Brecht della socialista Rosa Luxemburg, quando venne assassinata.

Abbiamo subito un colpo di stato da parte del sistema corporativo, per cui i poveri e le donne e gli uomini che lavorano, la metà dei quali non ha 400 dollari per coprire una spesa di emergenza, sono ridotti a una cronica instabilità. La disoccupazione e l’insicurezza alimentare sono endemiche. Le nostre comunità e città sono in uno stato desolante. La guerra, la speculazione finanziaria, la sorveglianza costante e la militarizzazione poliziesca che funziona come un esercito interno di occupazione sono le uniche vere preoccupazioni dello Stato. Persino l’ habeas corpus non esiste più. Noi, come cittadini, siamo merce usa e getta per i sistemi aziendali di potere. E le guerre infinite che combattiamo all’estero hanno generato le guerre che combattiamo in patria, come ben sanno gli studenti ai quali insegno nel sistema carcerario del New Jersey. Tutti gli imperi muoiono nello stesso atto di autoimmolazione. La tirannia che l’impero ateniese imponeva agli altri, nota Tucidide nella sua storia della guerra del Peloponneso, alla fine la imponeva anche a se stesso.

Opporsi, tendere la mano e aiutare i deboli, gli oppressi e i sofferenti, salvare il pianeta dall’ecocidio, denunciare i crimini interni e internazionali della classe dominante, chiedere giustizia, vivere nella verità, distruggere gli idoli, significa portare il marchio di Caino.

Dobbiamo far sentire la nostra collera a coloro che detengono il potere, mediante azioni costanti di disobbedienza civile nonviolenta e di sabotaggio a livello sociale e politico. Il potere organizzato dal basso è l’unico che può salvarci. La politica gioca sulla paura. È nostro dovere far sì che chi è al potere abbia molta, molta paura.

L’oligarchia al potere ci tiene chiusi nella sua morsa mortale. Non può essere riformata. Oscura e falsifica la verità. È alla ricerca maniacale di accrescere la sua oscena ricchezza e il suo potere incontrollato. Ci costringe a inginocchiarci davanti ai suoi falsi dei. E quindi, per citare la Regina di Cuori, metaforicamente, ovviamente, dico: “Via le teste!”.

Chris Hedges, giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è autore di numerosi libri antimilitaristi e attivista.

Traduzione dall’inglese di Daniela Bezzi
Revisione di Anna Polo

da qui

 

 

Promuovere la ricostruzione dell’Ucraina per alimentare la guerra – Laura Ruggeri

L’operazione militare russa in Ucraina era appena iniziata e i principali attori della coalizione che sostiene l’Ucraina, così come le istituzioni finanziarie e i think tank transatlantici, stavano già discutendo della ricostruzione del Paese. Inevitabilmente la spacciavano come un’opportunità storica per il Paese: come una fenice che risorge dalle ceneri, l’Ucraina sarebbe diventata un faro di libertà, democrazia e legalità, un testimonial del Build Back Better, un successo della transizione verde e digitale; il Paese avrebbe bruciato in corsa diverse fasi di sviluppo e la sua crescita economica avrebbe replicato il boom della Germania del dopoguerra.

Non sorprende che gli esempi più recenti, e molto meno edificanti, di “ricostruzione” guidata dall’Occidente in Iraq, Libia e Afghanistan non vengano mai menzionati. La velocità con cui sono state sfornate narrazioni fantasiose di ripresa e ricostruzione non dovrebbe sorprendere nessuno: erano state concepite anni prima nell’ambito di diversi “piani di riforma” per l’Ucraina. Si potrebbe dire che sono parte della strategia di questa guerra per procura contro la Russia e chi le ha prodotte lavora direttamente o indirettamente per governi e lobby coinvolti sia nella distruzione dell’Ucraina che nell’ucrainizzazione dell’Europa, un processo finalizzato a controllare, militarizzare e saccheggiare il Vecchio Continente.

Non c’è dubbio che l’Ucraina dovrà essere ricostruita una volta che la guerra sarà finita, ma “distruzione” e “ricostruzione” significano cose diverse per persone diverse in contesti diversi.  Ad esempio, c’è un forte disaccordo su cosa si intenda per “distruzione”, su quando sia iniziata la “distruzione” dell’Ucraina e di chi sia colpa. Il campo semantico, come la storia, è un territorio fortemente conteso. Chi ha seguito le vicende ucraine senza pregiudizi ideologici, e con un minimo di onestà intellettuale, sa che al momento della dissoluzione dell’URSS, l’Ucraina era una potenza economica, la terza potenza industriale dell’Unione Sovietica dopo Russia e Bielorussia, oltre che il suo granaio. Questa repubblica sovietica possedeva industrie aerospaziali, automobilistiche e di macchine utensili, i suoi settori minerario, metallurgico e agricolo erano ben sviluppati, come i suoi impianti nucleari e petrolchimici, le sue infrastrutture turistiche e commerciali. Ospitava inoltre il più grande cantiere navale dell’URSS.


Un continuum di distruzione

A partire dal 1991, anno della sua indipendenza, il PIL dell’Ucraina è rimasto indietro rispetto al livello raggiunto in epoca sovietica, la capacità industriale si è notevolmente ridotta e la popolazione è diminuita di circa 14,5 milioni di persone in 30 anni a causa dell’emigrazione e del più basso tasso di natalità in Europa. Non solo, l’Ucraina è anche diventata il terzo debitore del FMI e il Paese più povero d’Europa. Questi record negativi non possono essere imputati solo alla corruzione sistemica e spaventosa dell’Ucraina: le reti di corruzione che hanno spremuto l’Ucraina sono transnazionali. L’Ucraina è stata vittima di due rivoluzioni colorate finanziate dagli Stati Uniti che hanno portato a un cambio di regime e ad una guerra civile che l’hanno separata a forza dal suo principale partner economico, la Russia.

La sua storia è stata cancellata e riscritta, le ricette neoliberali hanno distrutto il suo tessuto economico e sociale instaurando una forma di governo neocoloniale.

L’Ucraina è entrata a far parte del nefasto Partenariato Orientale 1  dell’UE nel 2009 e, fin dalla sua indipendenza,  è stata invasa da ONG, consulenti economici e politici occidentali. Lo stato di soggezione del Paese ostaggio degli interessi anglo-americani si è cementato dopo che l’ultimo governo ucraino che si era opposto alle dure condizioni del FMI è stato rovesciato dal colpo di stato sponsorizzato dagli Stati Uniti nel 2014. Il 10 dicembre 2013, il presidente ucraino Viktor Yanukovich aveva dichiarato che le condizioni poste dal FMI per l’approvazione del prestito erano inaccettabili: “Ho avuto una conversazione con il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden, mi ha detto che la questione del prestito del FMI è stata quasi risolta, ma gli ho ripetuto che se le condizioni fossero rimaste tali non avremmo avuto bisogno di tali prestiti”. Yanukovich ha quindi interrotto i negoziati con il FMI e si è rivolto alla Russia per ottenere assistenza finanziaria. Era la cosa più sensata da fare, ma gli è costata cara. Non è possibile rompere impunemente le catene del FMI: questo fondo a guida americana concede prestiti a paesi con l’acqua alla gola in cambio della solita shock therapy fatta di austerità, deregolamentazione e privatizzazione, e prepara in questo modo il terreno per gli avvoltoi della finanza internazionale, quasi sempre angloamericani.   Se si permette a coloro che hanno distrutto un Paese di essere coinvolti nella sua ricostruzione, essa sarà inevitabilmente solo un punto sul continuum di conquista, occupazione e saccheggio, anche se viene imbellettato. La distruzione produce quella tabula rasa su cui l’occupante può scrivere le proprie regole: “Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove hanno fatto il deserto, lo chiamano pace”. Tacito conosceva bene sia la realtà che la propaganda dell’imperialismo romano.

Ci si può solo chiedere se coloro che parlano di “ricostruzione”, “ripresa”, “riforma”, “ordine fondato sulle regole”, “reset” o qualsiasi altra espressione di moda al momento, siano consapevoli di questa realtà brutale o credano veramente alla propria propaganda. In ogni caso, promettono un’utopia futura per la quale vale la pena uccidere e morire.

Il capitalismo occidentale ha creato la propria escatologia secolare, sostituendo la promessa della vita eterna dopo la morte con la speranza di un mondo migliore in futuro, suscitando aspettative che vengono costantemente deluse. Incapace di risolvere le sue crescenti contraddizioni nel presente, il capitalismo rimanda la soluzione al futuro.

L’utopia promessa, incorporata nella narrazione ambientalista-tecnocratica, è un tentativo di distogliere l’attenzione dalle tendenze distruttive insite nel capitalismo stesso, che ancora una volta ha fatto ricorso alla guerra e all’espansione dei budget militari per tirarsi fuori dalle sue crisi sistemiche. Le guerre, con i loro cicli di distruzione e ricostruzione, forniscono sia uno stimolo economico nel quadro della stagnazione attuale che uno sbocco per la sovraaccumulazione del capitale. ll centro di gravità economica si è spostato in Asia, un mercato quello asiatico in cui gli Stati Uniti devono affrontare la forte concorrenza della Cina, e mentre l’egemonia statunitense si indebolisce, le élite occidentali si trovano di fronte alla scelta di sostenere il vecchio egemone oppure cercare un accordo con le potenze emergenti, un’opzione che non solo ridurrebbe la loro influenza e i loro profitti scandalosi, ma accelererebbe anche il declino degli Stati Uniti.

Poiché il potere militare e l’influenza USA sull’economia globale sono da tempo intrecciati e la perdita dell’uno comporterebbe la perdita dell’altra, gli Stati Uniti hanno stretto la presa sui loro vassalli, hanno raddoppiato le loro ambizioni egemoniche e preferiscono indulgere in grandiose e pericolose fantasie piuttosto che accettare la nuova realtà multipolare. Le loro fantasticherie non possono garantire una crescita reale, ma aiutano a manipolare il sentimento del mercato, ed è per questo che l’Impero sta investendo una parte considerevole delle sue risorse per colonizzare le menti e blindare le sue narrazioni con metodi polizieschi. Il compito di coloro che progettano contemporaneamente la distruzione e la ricostruzione è quello di ridurre la dissonanza cognitiva tra lo stato di miseria attuale e i proclami di un futuro radioso…

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Il ritorno dei blocchi e la teoria Rumsfeld – Giuseppe Masala

È tuttavia mio dovere prospettarvi determinate realtà dell’attuale situazione in Europa. Da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente,” Winston Churchill (5 marzo del 1946)

Ad ormai un anno di distanza dall’inizio del conflitto tra Ucraina (e Nato) da un lato e Russia dall’altro si stanno susseguendo gli appuntamenti simbolici dal grande impatto mediatico ma anche dalla enorme portata politica.

Ad aver iniziato la serie di “appuntamenti” è stato Joe Biden arrivato a Kiev direttamente dall’America per dimostrare anche fisicamente l’appoggio statunitense a Kiev e al suo leader Zalensky.  In questa visita il presidente americano, per il vero, non ha fatto alcun annuncio importante, se non dimostrare fisicamente al mondo il sostegno degli USA all’Ucraina che si vorrebbe far credere incrollabile. Ovviamente il tutto condito dall’ennesima firma di Old Joe su un atto che autorizza la fornitura di ulteriore assistenza militare e finanziaria all’Ucraina. Non è chiaro peraltro, se questo – come tutti gli altri aiuti arrivati da Washington – siano sotto l’egida della Lend-Lease Act americana appositamente re-introdotta dal parlamento USA allo scoppio della guerra o se siano vere e proprie donazioni. Molto probabilmente si tratta di sostegno sotto l’egida di questa legge, conseguentemente qualcuno un giorno sarà chiamato a pagare; e qualcosa mi dice che non sarà l’Ucraina a farlo ma i paesi europei ormai sempre più ridotti nel ruolo di pagatori di ultima istanza.

Il giorno dopo la visita di Biden a Kiev – tre giorni fa – è stato lo stesso Putin a dare il via agli eventi simbolici con un discorso di fronte al parlamento riunito in seduta comune. Un discorso per certi versi di portata storica che a tratti è stato una vera e propria requisitoria contro l’Occidente Collettivo, accusato di doppiezza a partire dagli accordi di Minsk che si sono dimostrati (per stessa ammissione della Merkel e di Hollande) un semplice escamotage per guadagnare tempo e poter così consentire alla Nato di rinforzare l’apparato militare ucraino e renderlo abbastanza robusto da riuscire a combattere la Russia magari fino a logorarla in maniera sostanziale.

Ma il nocciolo del discorso di Putin è certamente legato al tema della sicurezza strategica della Russia e più in generale al concetto di indivisibilità della sicurezza che – essendo il mondo unico – o è garantita a tutti o non è garantita a nessuno. Putin ha ricordato che sono stati gli USA ad uscire dal trattato che bandiva i missili a  medio raggio dall’Europa. Un trattato questo fondamentale per garantire la Pace in Europa. Inoltre Putin ricorda che fu la Russia – nel Dicembre del 2021 – a porre il tema della sua sicurezza alla luce del fatto che la Nato sempre più avanzava verso i confini del paese euroasiatico. Questione questa che portò a colloqui ai massimi livelli tra Mosca e Washington ma che si conclusero con un nulla di fatto.

Alla luce di tutto questo lo Zar dunque annuncia la sospensione del trattato New START sui missili e le testate nucleari strategiche che garantisce di fatto la non proliferazione nucleare. Una sospensione che rende impossibili le ispezioni americane nei siti nucleari russi e che è comprensibile visto che gli USA ormai sono a tutti gli effetti una potenza belligerante contro la Russia e risulterebbe certamente paradossale che mentre invia armi all’Ucraina possa ispezionare le armi strategiche russe compresi i Sarmat, il sistema Avanguard e i missili ipersonici Zhircon e Kinzhal.

Il problema è che la mossa russa rischia di aprire il vaso di pandora della proliferazione nucleare in tutto il mondo. Se i russi decidessero di aumentare i vettori per le loro testate, perché non dovrebbero fare altrettanto francesi, inglesi, americani, israeliani, cinesi, indiani e pakistani? E di conseguenza, perché giapponesi, iraniani, sauditi non possano decidere di dotarsi anche essi dell’arma atomica visto che – magari – i loro avversari storici aumenteranno le loro testate e i loro missili? Un passaggio questo delicatissimo…

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