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venerdì 23 maggio 2025

Non siamo tutti romeni ora? - Patrick Lawrence

Una nuova grande esclusiva per l'AntiDiplomatico. Il grande giornalista statunitense Patrick Lawrence affronta il tema delle elezioni in Romania nel suo spazio "Dentro l'Impero".


Un altro pasticcio politico in Romania, un altro caso di corruzione elettorale apparente se non provata. Le elezioni presidenziali della scorsa domenica sono il secondo episodio di questo tipo in sei mesi. Non possiamo sapere, non ancora e forse mai, come sia possibile che un "centrista" – secondo la definizione prevalente del termine – abbia vinto alle urne nonostante fosse in netto svantaggio rispetto al candidato favorito. Ma possiamo ragionevolmente supporre alcune cose e trarre conclusioni quasi definitive.

Inizio subito con il mio giudizio provvisorio sui risultati delle elezioni romene di domenica. Se avete prestato attenzione, molto probabilmente avete assistito a un altro broglio elettorale in un Paese che, dall’era post-Guerra Fredda, ha cercato senza successo di istituzionalizzare un processo democratico. Sembra un altro caso di illecito politico da parte di centristi radicati al potere, e con "centristi" intendo le élite neoliberali europee e quelle di Bucarest, indifferenti alle preferenze degli elettori, come dimostrato lo scorso dicembre quando la Corte Costituzionale ha annullato un’elezione perfettamente valida perché il vincitore non apparteneva alla cerchia al governo e non condivideva le sue ortodosse priorità, prima fra tutte la russofobia.

Esistono prove concrete a sostegno di questa valutazione pessimistica dei risultati di domenica, oltre a un eccesso di indizi circostanziali.

La vittoria dichiarata di Nicusor Dan sparirà dalle prime pagine dei media occidentali – un fait accompli che non richiede ulteriori verifiche. Non cediamo a questa manipolazione del silenzio. I dubbi sulla legittimità del risultato riflettono non solo le difficoltà dei romeni nel trovare una via d’uscita, ma anche la fragilità delle cosiddette "post-democrazie" transatlantiche. In un certo senso, siamo tutti romeni ora.

Dopo il primo turno delle elezioni romene del 4 maggio, l’esito del secondo turno era quasi scontato, come ricorderanno i lettori. George Simion, definito dai media occidentali un pericoloso "ultranazionalista", aveva ottenuto il 41% dei voti contro 10 candidati. Al secondo posto, Nicusor Dan, un centrista filo-occidentale (sempre e ovunque questo termine), sostenitore dell’UE e della guerra in Ucraina, con il 21%.

Il panico nei centri di potere occidentali è stato immediato. Il New York Times del 16 maggio ha pubblicato un articolo intitolato "La Romania sta per affrontare un disastro", in cui Vladimir Bortun, accademico romeno a Oxford, scriveva:

"Il peggio deve ancora venire... Simion sembra destinato a diventare presidente, con il potere di nominare un primo ministro e dirigere la politica estera. Sarebbe una svolta negativa per la Romania".

Il Financial Times del 10 maggio lo ha etichettato come "hooligan di calcio" e populista di destra che "sminuisce la minaccia russa e chiede di fermare gli aiuti a Kiev" – i suoi "peccati mortali".

Non abbiamo già sentito tutto questo?

Il signor Georgescu, squalificato dalla Corte Costituzionale romena a dicembre con pretesti ridicoli, era un "ultranazionalista". Marine Le Pen, esclusa dalle elezioni francesi con argomenti legali fragili, è un’"ultranazionalista". L’AfD in Germania, primo partito nei sondaggi, viene escluso dal governo per lo stesso motivo.

Sono casi di corruzione politica, in cui le élite neoliberali europee combattono guerre contro i propri elettori. Simion, erede politico di Georgescu, critica la NATO e l’UE ma non vi si oppone apertamente. Difende la sovranità romena e relazioni equilibrate con Occidente e Russia, rifiutando il sostegno a Kiev.

Dan, al contrario, è un filo-UE, debole sulla sovranità nazionale e russofobo nel solco neoliberale. Il suo sostegno alla guerra in Ucraina è centrale per la sua identità politica. Rappresenta le élite che i romeni disprezzano per la cattiva gestione economica e le politiche estere anti-popolari.

Nonostante Simion fosse favorito, il risultato ufficiale del secondo turno lo ha visto perdere con il 46% contro il 54% di Dan. Come sospettarne la validità? Basta ricordare le elezioni di dicembre: Georgescu, favorito dopo il primo turno, fu squalificato dalla Corte con la scusa di "campagne social filo-russe". Simion definì la mossa un "colpo di Stato".

Ora, con Simion in vantaggio del 100% al primo turno, com’è possibile una sconfitta del 17%? Simion ha denunciato frodi in Moldova, dove un terzo della popolazione ha doppia cittadinanza romena. Il suo partito ha segnalato un aumento del 70% dei voti dalla diaspora: "1,7 milioni di voti manipolati".

Inizialmente, Simion non ha concesso la vittoria a Dan, ma 10 ore dopo ha accettato "la volontà del popolo". Cosa è successo in quelle ore? Probabilmente pressioni o accordi occulti.

Intanto, Pavel Durov, fondatore di Telegram, ha rivelato che i servizi segreti francesi gli hanno chiesto di "censurare i nazionalisti romeni" prima delle elezioni. Il governo francese ha negato, ma Durov ha citato nomi e circostanze:

"A maggio, Nicolas Lerner, capo dell’intelligence francese, mi ha chiesto di bloccare le voci conservatrici in Romania. Ho rifiutato".

Infine, durante il voto, si è tornati a parlare di "interferenze russe", ma dopo la vittoria di Dan, il silenzio.

Conclusione: il fetore della corruzione in Romania è forte, ma permea anche l’Occidente. Dalla Germania alla Francia, fino alla demonizzazione di Jeremy Corbyn nel Regno Unito: "Non siamo tutti romeni ora?"

 
(Traduzione di Fabrizio Verde)

da qui

giovedì 16 gennaio 2025

Gli interessi degli Stati Uniti e quelli dell’Europa - Piero Bevilacqua

 

Sarebbe lungo l’elenco degli episodi in cui gli Stati Uniti hanno mentito all’opinione pubblica internazionale. Menzogne con cui hanno coperto sabotaggi, movimenti insurrezionali, azioni terroristiche, colpi di Stato, massacri di popolazioni inermi. Basterebbe dare uno sguardo alle ricostruzioni storiche di alcuni grandi giornalisti americani, perché tanti ferventi democratici nostrani, sostenitori delle buone ragioni della Nato, fossero costretti a rivedere le proprie erronee convinzioni. Mi riferisco, ad esempio, a un testo come quello di William Blum, Il libro nero degliStati uniti, Fazi, 2003. A dispetto del titolo da pamphlet sensazionalistico della traduzione italiana (l’originale è Killing Hope: US Military and CIA Interventions since World War II.) si tratta di un imponente volume di 886 pagine, che getta una luce sconvolgente sulla politica estera americana a partire dal dopoguerra. Oppure alla più più recente fatica di Vincent Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Einaudi, 2021. Un testo che svela tutto l’orrore di cui sono state capaci le amministrazioni americane per imporre il proprio dominio planetario, ricacciando nella loro subalternità coloniale tanti paesi del Sud del mondo. Sono pienamente convinto che senza aver letto almeno uno di questi due libri è difficile avere una idea non superficiale della politica estera americana e della reale natura di questo Stato. E certo anche la visione della storia mondiale perde un tassello della sua drammatica verità. Purtroppo i democratici italiani – i pochi che hanno un qualche interesse per le vicende della politica internazionale – si limitano a informarsi sui nostri quotidiani, impegnati a persuadere piuttosto che a informare, o ascoltando la propaganda quotidiana delle nostre TV.

Nel nuovo millennio la pratica della menzogna e dell’inganno da parte degli USA è diventata tuttavia moneta corrente delle relazioni internazionali. Dalla promessa a Gorbaciov di non estendere le basi Nato a Est, al pretesto delle armi di distruzioni di massa per invadere l’Iraq, dal doppio standard utilizzato nel promuovere l’indipendenza del Kossovo e nell’osteggiare le ragioni della Crimea. Nel primo caso uno Stato autonomo, in un’enclave a prevalenza albanese, è stato imposto alla Serbia a suon di bombe, nel secondo è stata condannata una reintegrazione nella Federazione russa di una regione da sempre russa, sulla base di un referendum pacifico in cui a favore si espresse tra il 96 e il 97% della popolazione. Con grande rispetto della Serbia e dell’alleato russo di allora, gli Usa poi piazzarono in Kossovo una grande base militare con 5000 uomini (D. Ganser, Le guerre illegali della NATO, Fazi, 2022)

Ma di recente la china delle falsificazioni è diventata inarrestabile. Si pensi a quante volte il governo Biden ha annunciato come prossima una tregua, che sospendesse la carneficina in corso a Gaza, mentre continuava a opporsi alle risoluzioni dell’ONU, alle condanne della Corte Internazionale di Giustizia, inviando nel frattempo migliaia di tonnellate di bombe a Israele perché continuasse la sua pratica sanguinaria. Ma ci sono stati altri comportamenti meno cruenti, di cui gli USA sono più o meno segreti ispiratori, e tuttavia non meno dirompenti negli effetti sulla credibilità dell’Occidente: il rifiuto del responso delle urne delle elezioni politiche in Georgia, del 26 ottobre 2024, e di quelle presidenziali di dicembre. Cosi come di quelle in Romania, dove si è contestato al vincitore Calin Georgescu – perché considerato filorusso – di partecipare al ballottaggio previsto per l’8 dicembre. È la continuazione di una storia già nota. Sappiamo che Washington punta da tempo all’inserimento della Georgia nella Nato, come dichiarato esplicitamente nel cosiddetto “Memorandum di Bucarest”, emanato a conclusione di un vertice dell’Alleanza nel 2008, che prevedeva anche l’inclusione dell’Ucraina. Ma non dimentichiamo che in quell’anno, dopo un’imponente esercitazione NATO, l’esercito georgiano, addestrato e finanziato dagli Stati Uniti, lanciò un massiccio attacco missilistico e di artiglieria contro il distretto dell’Ossezia del Sud, popolato da filorussi e confinante con la Federazione. Un’aggressione che costrinse Mosca a un intervento armato in difesa della popolazione. Com’é noto (e come credono ancora tanti democratici italiani) la vicenda è stata rubricata come l’”invasione russa della Georgia”, una manifestazione dell’”imperialismo di Putin”: vale a dire un rovesciamento della realtà. E infatti, una commissione dell’Unione Europea, istituita a ridosso degli avvenimenti, accertò che l’aggressione da parte dell’esercito della Georgia era «illegale» e che l’iniziativa di Mosca – intervenuta tra l’altro dopo che erano stati uccisi alcuni peacemaker russi – era «legittima». (G. Monestarolo, Ucraina, Europa, mondo. Guerra e lotta per l’egemonia mondiale, Asterios, 2024). L’opposizione ai risultati elettorali non graditi anche da parte dell’Europa e del resto dell’Occidente continua dunque la pratica del doppio standard della politica estera americana. Ma in questo caso l’eversione è ancora più grave: colpisce un istituto fondamentale della democrazia liberale, l’espressione della volontà popolare. L’ultima forma di resistenza alle oligarchie che in occidente stanno svuotando lo stato di diritto

Da questo rapido quadro c’è da trarre una conclusione in genere poco considerata dagli analisti filoccidentali. Una così aperta violazione del diritto internazionale da parte del più potente Stato del mondo e della più grande e antica democrazia liberale, non solo getta un’ombra di delegittimazione su tutte le democrazie occidentali al suo seguito, ma produce un danno anche più grave. La postura attuale degli USA (destinata ad accentuarsi con l’arrivo di Trump), che li fanno assomigliare al lupo della favola di Esopo, finisce col togliere ogni credibilità alla politica, ai suoi mezzi, alle sue capacità di compromesso, al suo stesso linguaggio. Se le parole dei governi sono una moneta falsa, come si fa a scambiare reciprocamente i beni di ciascuno? Come si fa a mantenere la stessa legittimità delle relazioni fra stati. Dunque, il comportamento degli USA e dell’Europa al seguito della Nato, stanno favorendo la creazione di uno scenario mondiale inquietante, senza che i protagonisti abbiano l’aria di essersene accorti: l’impraticabilità della politica e il crescente ricorso argomentativo alla forza delle armi da parte di tutti i paesi del globo. Ed è facile immaginare che già oggi chi sta subendo il maggior danno di questa grave svalutazione del governo razionale dei conflitti sia il popolo ucraino, perché la Russia, troppo a lungo ingannata, terminerà la guerra solo quando la situazione di vantaggio militare le consentirà le condizioni di sicurezza che la Nato le ha voluto sin qui negare.

Ora in che cosa si può sperare, che cosa possiamo auspicare e soprattutto, pur nelle nostre limitatissime possibilità, che cosa dovremmo rivendicare, proporre? Come individuare un qualche spiraglio di prospettiva per uscire dalla disperazione e soprattutto come mutare in positivo anche il modo di fare politica delle forze di riformismo anticapitalistico del nostro paese? Forze che sono tante, variegate, disperse, ma unite nella denuncia, nella condanna, nell’urlare “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, come scrive Montale. E tuttavia alquanto incapaci di prospettare qualche sentiero di impegno, di rivendicazione mirata, di lavoro costruttivo e soprattutto poco volenterose di farsi carico di ricadute concrete delle proprie analisi e denunce. Io credo che una rivendicazione utile per dare al movimento pacifista una maggiore efficacia politica sia la richiesta di un ripristino di relazioni normali con la Russia. Solo la straordinaria ignoranza (ma spesso anche la malafede) delle cause della guerra in Ucraina ha impedito ai nostri rappresentanti politici, ma anche a intellettuali e studiosi, di scorgere una delle ragioni fondamentali che hanno spinto gli USA a provocarla: staccare la Russia dall’Europa, colpire le condizioni di vantaggio economico del Vecchio Continente, basato sul basso costo delle fonti di energie, sbarrare il corridoio strategico (fatto di strade, ferrovie, gasdotti, oleodotti ecc.) che dall’Asia Centrale, attraverso Ucraina e Bielorussia, arriva sino all’Europa e al Mediterraneo. Una nuova area di economia e di scambi che avrebbe consentito ben presto all’Europa di assumere una centralità strategica assolutamente inedita e assai temuta dagli Americani. Gli USA, dotati di gruppi dirigenti imperiali, programmano le loro strategie con lo sguardo al futuro e su scala planetaria. Il ceto politico europeo, diviso e indebolito dalla perdita di legami con le masse popolari, sguazza nelle piccole bagattelle elettorali, fa minuta ragioneria contabile e si autopunisce con le politiche di austerità. La politica estera la lascia alla Nato, cioè agli USA, immaginati come stato amico e protettore.

Oggi appare evidente (ma fino a un certo punto) perfino a un leader della statura di Scholz, che le sanzioni varate da USA e Nato sono anche in danno degli interessi materiali dell’Europa. Esse non sono altro che barriere doganali, come ha mostrato, tra gli altri, Emiliano Brancaccio (Le condizioni economiche della pace, Mimesis, 2024) destinate a colpire certo la Russia, ma più rovinosamente le nostre economie. Ebbene, i vari movimenti contro la guerra devono a mio avviso puntare a rendere evidenti i danni che la condotta di governi e dei partiti politici filoatlantici infligge alla nostra economia e alle condizioni di vita dei cittadini. Non abbiamo i dati che sarebbero necessari. Ma sappiamo, ad esempio, che già a un anno dall’inizio della guerra le imprese europee lamentavano, solo in danni diretti, ben 100 miliardi di euro di perdite (P. Hollinger, E. Sugiura, O. Telling, European companies suffer €100bn hit from Russia operations, in “Financial Times”, 6 agosto 2023). Non possiedo informazioni più aggiornate di questa ampiezza. Non è difficile tuttavia immaginare che i danni si siano accresciuti nel frattempo con l’estendersi dell’impegno militare. La Germania in recessione ne costituisce una prova eloquente. Ma sul piano sociale per l’Italia le cose appaiono ancor più drammatiche. Un dato su tutti: la condizione di povertà assoluta, aumentata in tutti questi anni, e che con la guerra si è come cronicizzata, passando da 5,6 milioni, del 2021 ai di 5,7 milioni del 2023 confermati nel 2024.

Ora appare evidente che nei prossimi mesi per i paesi dell’Europa, e dell’Italia in particolare, si apre uno scenario di drammatica insostenibilità. La nuova amministrazione USA pretende un contributo alle spese Nato da parte dei vari stati membri del 5% del PIL. Che per il nostro Paese, gravato da un enorme debito, costituirà un esborso semplicemente distruttivo. Anche perché combinato con prospettive economiche manifestamente avverse. L’America first di Trump vuol dire interessi commerciali privilegiati per l’impero e dunque probabili barriere alle merci in arrivo considerate competitive. Per un’economia come la nostra, che in tutti questi anni ha puntato sulle esportazioni, deprimendo salari e consumi, la politica americana metterà in gravissima difficoltà molte nostre imprese e dunque il governo, il nostro ceto politico filoatlantico. Questi ultimi dovranno spiegare in maniera persuasiva la loro ostinazione suicida nel sostenere la guerra, non solo alle masse popolari sempre più impoverite, ma anche alle aziende minacciate nella loro sopravvivenza.

In queste difficoltà difficilmente aggirabili i movimenti per la pace (i cui dirigenti dovrebbero studiare con più serietà le cause della guerra, senza cedere alle favole da rotocalco dei nostri media), devono diventare ancor più credibili proponendo la fine delle sanzioni alla Russia. Un’operazione orchestrata dagli USA per gli stessi interessi che ora perseguirà Trump. Dobbiamo avere il buon senso e il coraggio di rivendicare la ripresa delle nostre relazioni vantaggiose con quel grande Paese, da cui non abbiamo ricevuto nessun danno o minaccia. È una scelta di pace, ma necessaria per un Paese che vuole sottrarsi alle prepotenze dell’amministrazione americana. Una richiesta da accompagnare con la proposta di una conferenza internazionale di pace, destinata a ricreare sicurezza e fiducia nelle relazioni tra stati. Dobbiamo ridare alla politica il protagonismo che è stato compromesso dall’infedeltà imperialistica degli USA, senza la quale sarà impossibile salvare l’umanità dalla catastrofe atomica. L’Italia è la sede del papa, potrebbe costituire il centro di questa grande iniziativa. Un progetto in cui coinvolgere le più diverse forze e culture e che potrebbe aprire un’era di pace drammaticamente necessaria anche per cura della biosfera, la nostra casa comune, che nel frattempo rischia il collasso.

da qui

martedì 10 dicembre 2024

Le elezioni annullate per presunte interferenze, in Romania




Il golpe romeno - Pino Cabras

 

L’ultimo pazzesco chiodo sulla bara della democrazia, conficcato stavolta in Romania. Due riflessioni a caldo –di Francesco Forciniti e Francesco Toscano.

 

Stavo esattamente per commentare l’ultimo pazzesco chiodo sulla bara della democrazia, conficcato stavolta in Romania, ma mi hanno preceduto – con riflessioni su cui non ho da aggiungere nulla – Francesco Forciniti e Francesco Toscano. Faccio mie per intero le loro parole e ricopio qui i loro interventi.

Buona lettura!

 

F. FORCINITI:

– Incredibile (ma a pensarci bene neanche tanto): in Romania la Corte Costituzionale ha annullato il primo turno delle elezioni presidenziali appena celebrate, che avevano fatto registrare la vittoria di Calin Georgescu, noto per le sue posizioni molto critiche verso la Nato e sostenitore della necessità di intavolare un dialogo negoziale per chiudere la crisi dell’Europa con la Russia.

In vista del secondo turno Georgescu era dato dai sondaggi vicino al 70% e si avviava a stravincere, ma ora la Corte Costituzionale ha ordinato la ripetizione del primo turno, tra l’altro senza specificare quando.

Avete capito? Tutto ciò non sta accadendo in Cina, in Nord Corea o nella stessa Russia, ma a poche centinaia di chilometri da casa nostra, nel cuore dell’Europa, in un Paese membro della democratica e liberale UE, evidentemente così libera, liberale e democratica da voler impedire a ogni costo che si possa mettere in discussione la traiettoria già impostata dal pilota automatico atlantista.

E ad oggi non si è registrata una sola dichiarazione di censura o almeno di preoccupazione da parte di un qualsiasi leader politico europeo, nè da un qualsivoglia membro della Commissione europea.

E dunque, in Ucraina gli americani possono organizzare colpi di stato e rovesciare presidenti democraticamente eletti per mettere dei loro fantocci; in Georgia se vince un presidente non gradito si parla genericamente di brogli e si destabilizza il Paese fomentando le rivolte di piazza; in Corea del Sud si instaura la legge marziale per silenziare le opposizioni; in Palestina si legittima un genocidio definendolo “lotta al terrorismo” piuttosto che “legittima difesa”, e in Romania si annullano le elezioni per difendere la democrazia.

Ormai hanno gettato la maschera.

F. TOSCANO:

– Ormai tutti quelli che non vogliono vivere sotto il tallone della Nato sono nel mirino. La Nato è una gigantesca cosca di mafia che intimidisce e colpisce ovunque i politici non allineati. La storia di Georgescu che vince le elezioni in Romania grazie a TikTok è semplicemente surreale. I cittadini romeni vengono trattati come deficienti. Era chiaro che saremmo arrivati a questo punto. Non abbiamo protestato quando fu annullato il risultato del referendum greco sulle politiche di austerità nel 2015; non abbiamo detto nulla quando Mattarella impose la cacciata di Savona da ministro dell’economia in pectore dopo la vittoria elettorale dei “gialloverdi” nel 2018. Ora è colpa di TikTok. Dsp vuole ripristinare rapporti civili fra Russia e Italia, spiegando pacificamente e democraticamente le ragioni che rendono corretta questa linea di indirizzo politico. Ma siamo in dittatura, e il padrone angloamericano ha bisogno in prospettiva di nuova carne fresca da mandare al fronte quando tutti gli ucraini saranno morti. Tutti i media ci oscurano, e se un domani dovessimo riuscire ad emergere solo grazie alla forza del nostro messaggio veicolato con passione dal basso, i servi del regime inventeranno contro di noi calunnie di ogni tipo. I preparativi di alcuni dossieraggi fondati sul nulla li conosciamo fin da ora. Gli ipocriti che non hanno mai visto i soldi che la famiglia Biden prendeva da società ucraine come Burisma abbaieranno come cani rabbiosi contro chi invece non ha mai chiesto né ottenuto sostegno da nessuno. Che fare quindi? Fermarsi? Giammai! Andremo avanti comunque fino alla fine sapendo di combattere contro i mulini a vento. La dignità di un uomo consiste nel combattere battaglie giuste, anche se pericolose e sproporzionate rispetto alla realtà delle forze in campo..Avanti con coraggio!

da qui

venerdì 5 maggio 2017

Le apparenze ingannano - Valeriu Nicolae, Dilema Veche


Sono di nuovo in aereo. Ormai volo almeno due volte a settimana e generalmente uso il tempo del viaggio per lavorare, così non presto troppa attenzione a quello che mi succede intorno. Questa volta, però, davanti a me sono seduti due uomini che mescolano parole romene e romaní, la lingua degli zingari. Sono ladri. Rubano in Svizzera e ogni tanto tornano a casa, con voli low cost, per far vedere quanto sono fichi.
Accanto, invece, ci sono due signorine che – vengo a sapere senza volerlo – fanno le spogliarelliste. Anche loro in Svizzera. Una di loro capisce il romaní e traduce all’altra quello che si dicono i due tipi davanti, che lentamente ma implacabilmente si ubriacano con una bottiglia di whisky rubata in aeroporto.
Io intanto provo a leggere, ma le conversazioni dei miei vicini sono irresistibili. Vengo a sapere i posti migliori per rubare in Svizzera e chi sono i clienti più assidui del nightclub dove lavorano le ragazze.
Vivere di nascosto
Nel 2004, mentre lavoravo a Bruxelles, il canale televisivo romeno Pro Tv mi aveva invitato a parlare di rom che hanno avuto successo. Qualche giorno prima di andare in tv avevo incontrato un ex compagno di studi, che in quel momento era il direttore della filiale locale di una delle più importanti aziende straniere presenti in Romania. Lui si chiama Petre e proviene da una famiglia di rom argintari, quelli che lavorano l’argento. Ero felice di vederlo e gli proposi di venire con me in tv.
“E perché?”, mi aveva chiesto lui. “Come perché? Perché sei rom e perché ce l’hai fatta”, avevo replicato. “Mi dispiace ma non posso. Rischio di perdere il mio impiego. Dove lavoro nessuno sa che sono rom”.
Abbiamo parlato tutta la sera di quanto fosse complicato per Petre fingere che la sua famiglia non esistesse
La sua frase mi aveva parecchio rattristato. Petre mi spiegò che stava nascondendo a tutti le sue origini. Mi aveva invitato a casa sua, pregandomi di non far cadere il discorso sul tema dei rom, perché neanche sua moglie ne sapeva nulla. Conoscevo sua moglie, anche lei era stata mia compagna di studi. Appena entrato in casa, le chiesi subito se sapeva che suo marito era zingaro. Petre rispose una smorfia e lei aveva riso. “Certo che so che è zingaro, ho visto i suoi genitori”.
Abbiamo parlato tutta la sera di quanto fosse complicato per Petre fingere che la sua famiglia non esistesse e per la moglie provare a proteggerlo dalle sue stesse paure. Poi ho accusato entrambi di ipocrisia. Non so se i loro figli siano mai venuti a sapere di essere nati in una famiglia mista. Ma ho dei dubbi.
Battaglie contraddittorie
A metà degli anni novanta ho fatto il manager in un’azienda di Craiova. Il fatto che fossi rom era emerso gradualmente. E la reazione è stata buffa: buona parte dei dipendenti ha continuato a negare la verità. Per giustificare il mio incarnato un po’ troppo scuro sostenevano che avessi origini greche. Ancora oggi una delle persone che mi sono più vicine preferisce che io rimanga in silenzio quando viene fuori il discorso della mia origine etnica.
I problemi esistono anche dall’altra parte della barricata. Parecchi attivisti rom mi rimproverano di non usare abbastanza il mio successo per promuovere un dibattito sui problemi dei rom, che secondo loro sono i più urgenti di tutti. Spesso le battaglie che mi chiedono di sostenere sono in contraddizione tra loro.
Da molto tempo i rom sono rappresentati solo con esempi estremi. E questo non aiuta. I bambini dei quartieri ghetto di Bucarest, con cui passo quasi tutti i fine settimana, per la maggior parte sono nati in famiglie miste. Sono considerati rom ma, se potessero scegliere, vorrebbero non esserlo. Quello che desiderano è solo essere bambini.
Negli ultimi vent’anni mi è capitato spesso di incontrare cittadini romeni che nascondono le loro origini rom. E anche tanti romeni, specialmente in Canada, che si vergognano di dire di essere romeni. La paura non deriva da quello che siamo davvero, ma da come siamo percepiti.
Direttamente dagli anni novanta
Verso la fine del mio viaggio in aereo vengo a sapere che i due tipi seduti davanti a me sono di Caransebeş, la cittadina dove ho passato gran parte della mia infanzia. Non posso fare a meno di dirglielo. Le due ragazze accanto a me rimangono attonite: non credevano che parlassi romeno. Poi scopro che i due ladri non sono rom. La lingua l’hanno imparata in carcere. Sono cresciuti in un orfanotrofio e usano il romaní per non farsi capire dai romeni.
Entrambi rimangono molto colpiti quando scoprono che sono il nipote di Geta. Nel tempo libero zia Geta faceva l’indovina a Balta Sărată e, a quanto pare, era molto più famosa di quanto potessi immaginare. Le signorine sono di Costanza. Io, invece, sono l’unico che rifiuta di bere dalla bottiglia di whisky che passa di mano in mano.
Quando atterriamo mi rendo conto che la gente mi guarda in modo strano. Sono vestito in giacca e cravatta e accanto a me ci sono due ragazze agghindate in modo piuttosto discinto e due omoni ubriachi che parlano ad alta voce e usando parole in romaní. È vero che i due sono abbastanza chiari di carnagione, ma sono certo che per alcuni passeggeri ho tutto l’aspetto di un businessman losco e in odor di criminalità uscito direttamente dai primi anni novanta.
(Traduzione di Mihaela Topala)