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giovedì 26 marzo 2026

Anni d’oro delle armi in Europa, ma incassano gli Usa - Giorgio Beretta

I Paesi europei si stanno sempre più armando, ma le armi continuano ad acquistarle soprattutto dagli Stati Uniti: i dati sull’import-export armiero dello Stockholm international peace research institute nel quinquennio 2021-2025 con focus sull’Italia.

I Paesi europei si stanno sempre più armando, ma le armi continuano ad acquistarle soprattutto dagli Stati uniti. È questo il dato cruciale che emerge dal rapporto sui trasferimenti internazionali di armamenti pubblicato ieri dallo Stockholm international peace research institute (Sipri). Nel quinquennio dal 2021 al 2025 le importazioni dei Paesi europei sono più che triplicate rispetto al quinquennio precedente.

Raggiungendo così il massimo storico e ricoprendo col 33% il primo posto nelle importazioni mondiali di armamenti davanti ai Paesi dell’Asia e dell’Oceania (31%) e del Medio oriente (26%). «Il forte aumento dei flussi di armi verso gli Stati europei ha spinto i trasferimenti globali di armi ad un aumento di quasi il 10 percento», osserva il Sipri.

Quasi la metà delle armi destinate ai Paesi europei proviene dagli Stati Uniti (48%), seguiti da Germania (7,1%) e Francia (6,2%). «La percezione di una minaccia della Russia, aggravata dalle incertezze sull’impegno degli Stati uniti nella difesa dei propri alleati europei, ha fatto aumentare la domanda di armi tra gli Stati membri europei della Nato», si legge nel rapporto. Le importazioni complessive di armi dei membri europei della Nato sono infatti più che raddoppiate e gli Stati uniti hanno fornito il 58% di queste importazioni. «Non c’è autonomia strategica in un’Europa che finanzia con risorse pubbliche l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi», ha commentato la Rete italiana Pace e Disarmo. «Ciò che viene presentato come emancipazione è, nei fatti, un trasferimento massiccio di denaro pubblico europeo verso il complesso militare-industriale-finanziario, in larga misura con base negli Stati uniti». Va inoltre notato che i maggiori fornitori europei hanno continuato ad esportare la gran parte di armi al di fuori dell’Europa.

Il rapporto del Sipri analizza il volume dei trasferimenti internazionali di grandi sistemi d’arma completi, non il loro valore finanziario. Nel periodo 2021-2025 gli Stati Uniti hanno ricoperto il 42% dei trasferimenti in aumento rispetto al 36% del quinquennio precedente. La quota maggiore delle esportazioni di armi statunitensi è ricoperta dall’Europa (38%), ma il principale destinatario è stata l’Arabia saudita (12%), seguita da Ucraina (9,4%) e Giappone (8,9%). «Gli Stati uniti hanno ulteriormente consolidato il loro predominio come fornitori di armi, anche in un mondo sempre più multipolare», ha commentato Pieter Wezeman, ricercatore senior del Sipri. «Per gli importatori, le armi statunitensi offrono capacità avanzate e un modo per promuovere buoni rapporti con gli Stati uniti, mentre gli Stati uniti considerano le esportazioni di armi uno strumento di politica estera e un modo per rafforzare la propria industria militare, come dimostra ancora una volta la nuova strategia America first arms transfer dell’amministrazione Trump», ha aggiunto.

La Francia è stata il secondo fornitore mondiale di armi, ricoprendo il 9,8% con un aumento di esportazioni del 21%: le quote maggiori sono state destinate a India (24%), Egitto (11%) e Grecia (10%). Le esportazioni di armi della Francia all’interno dell’Europa sono più che quintuplicate, ma quasi l’80% è ancora destinato all’estero, segnala il rapporto.

La Russia è stata l’unico tra i primi dieci fornitori a vedere le proprie esportazioni di armi diminuire toccando il minimo storico del 6,8% a livello globale. La gran parte delle armi russe sono andate a India (48%), Cina (13%) e Bielorussia (13%).
La Germania ha superato la Cina, diventando il quarto maggiore esportatore di armi con il 5,7% di esportazioni mondiali. Quasi un quarto di tutte le esportazioni tedesche è stato destinato all’Ucraina come aiuto e un altro 17% è andato ad altri stati europei.

Ma soprattutto il Sipri riporta che sono raddoppiate le esportazioni di armi dell’Italia che nell’ultimo quinquennio è salita al sesto posto nella graduatoria mondiale davanti a Israele, Regno unito e Corea del Sud. Le destinazioni principali dell’export militare italiano rivelano la natura di precise scelte politiche: il 59% va infatti al Medio oriente – in particolare Qatar (26%) e Kuwait (17%) – mentre solo il 13% rimane in Europa. Non si tratta quindi di esportazioni finalizzate a difendere le democrazie.

«Questo dato – ha commentato la Rete italiana Pace e Disarmo – smonta definitivamente la narrazione che governo per giustificare lo svuotamento della Legge 185/90: quella secondo cui le imprese italiane sarebbero svantaggiate dalla concorrenza europea per via di controlli più severi. I dati Sipri mostrano il contrario: l’industria militare italiana ha più che raddoppiato il proprio export, scalando la classifica mondiale a una velocità superiore a qualsiasi altro Paese europeo. Non c’è alcuno svantaggio competitivo da attribuire ai controlli della Legge 185/90. La scusa è strumentale e i numeri la smentiscono senza appello».

Articolo pubblicato da il manifesto del 9 marzo 2026

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mercoledì 25 marzo 2026

Come le multinazionali ridisegnano il capitalismo - Roberto Romano

Quando aziende come Apple, Microsoft o Amazon decidono di investire in una nuova tecnologia, spostare una produzione o cambiare la propria strategia industriale, gli effetti non riguardano solo i mercati finanziari. Intere filiere produttive si riorganizzano, nuovi standard tecnologici si affermano e milioni di lavoratori in diversi continenti ne risentono direttamente o indirettamente.

Questo potere non dipende soltanto dalla dimensione di singole imprese particolarmente innovative o competitive. È il risultato di una trasformazione più profonda che negli ultimi decenni ha investito l’intero sistema economico. Il capitalismo globale non si è semplicemente internazionalizzato: si è progressivamente concentrato. Innovazione, investimenti e potere finanziario tendono a concentrarsi nelle mani di un numero sempre più ristretto di imprese multinazionali.

Quando si parla di disuguaglianze, il dibattito pubblico tende a concentrarsi soprattutto sulla distribuzione dei redditi: salari che crescono poco, patrimoni che aumentano rapidamente, ricchezza che si accumula ai vertici della società. Ma questa è solo la manifestazione finale di un fenomeno più profondo. La disuguaglianza nasce sempre più spesso nella struttura stessa del sistema produttivo, dove il controllo delle risorse strategiche è concentrato in poche grandi imprese globali e negli attori finanziari che le sostengono. Per comprendere questa trasformazione è utile partire da alcuni dati sulla dinamica recente delle multinazionali.

Profitti e valore finanziario crescono molto più del lavoro

Secondo i dati della EU Industrial R&D Investment Scoreboard, circa duemila grandi multinazionali concentrano la grande maggioranza della ricerca e sviluppo privata mondiale e una quota molto rilevante del valore complessivo delle imprese quotate.

Negli ultimi anni queste imprese hanno registrato una crescita molto sostenuta. Tuttavia, l’espansione non ha riguardato tutte le variabili nello stesso modo. Se si osserva la dinamica delle principali grandezze economiche emerge infatti una divergenza significativa tra la crescita dei profitti e quella dell’occupazione.

Il dato più significativo riguarda proprio l’occupazione. Mentre il valore di mercato delle imprese raddoppia e i profitti crescono rapidamente, il numero dei lavoratori aumenta solo marginalmente. Questo scarto indica una trasformazione profonda nel funzionamento dell’economia contemporanea. La crescita delle grandi imprese è sempre meno legata all’espansione dell’occupazione e sempre più alla capacità di controllare tecnologie, piattaforme digitali, brevetti e posizioni dominanti nei mercati globali. In altre parole, la valorizzazione finanziaria del capitale cresce molto più rapidamente del lavoro.

Un vertice sempre più ristretto

Il fenomeno della concentrazione non riguarda soltanto il rapporto tra multinazionali e resto del sistema produttivo. È molto forte anche all’interno dello stesso gruppo delle grandi imprese globali. Le funzioni strategiche dell’economia – innovazione, investimenti, controllo tecnologico – tendono a concentrarsi in un numero estremamente limitato di imprese.

Questi numeri indicano che il capitalismo globale è sempre più organizzato attorno a un nucleo ristretto di imprese dominanti. Non si tratta semplicemente di aziende più grandi delle altre, ma di attori che controllano le leve decisive dello sviluppo economico: innovazione tecnologica, investimenti e accesso ai mercati finanziari. Allo stesso tempo, il lavoro segue una dinamica diversa. Le multinazionali tendono sempre più a frammentare la produzione lungo catene globali del valore, distribuendo attività produttive e subfornitura in diversi Paesi. Il potere economico si concentra al vertice, mentre il lavoro si disperde lungo filiere sempre più complesse e geograficamente estese.

Questo processo contribuisce anche a spiegare perché, nonostante la crescita di molte imprese globali, i salari e le condizioni di lavoro non migliorino allo stesso ritmo.

Una nuova geografia del capitalismo

La concentrazione delle multinazionali ha anche una dimensione geopolitica. Il peso relativo delle diverse aree economiche nel controllo delle grandi imprese globali è cambiato significativamente negli ultimi anni.

Gli Stati Uniti continuano a dominare la dimensione finanziaria e tecnologica del capitalismo globale. Le principali piattaforme digitali e molti dei più grandi gruppi finanziari del mondo hanno sede negli Stati Uniti, consolidando il primato del paese nei mercati finanziari e nell’innovazione.

L’Europa, invece, appare progressivamente più marginale proprio nei settori strategici. Pur mantenendo un peso rilevante in termini occupazionali, la quota europea di ricerca, investimenti e capitalizzazione di mercato si è ridotta in modo significativo.

La Cina segue una traiettoria diversa. Il paese ha rafforzato rapidamente la propria presenza industriale e tecnologica, aumentando il peso delle proprie imprese nella produzione e negli investimenti globali. Il sistema economico cinese continua a mantenere una struttura proprietaria in cui lo Stato conserva un ruolo importante.

Disuguaglianza e concentrazione del potere economico

Queste trasformazioni aiutano a comprendere perché la disuguaglianza sia diventata una caratteristica persistente delle economie contemporanee. Quando il potere economico si concentra in poche grandi imprese globali, anche la distribuzione del reddito tende a squilibrarsi. I profitti crescono più rapidamente dei salari, la ricchezza finanziaria si accumula ai vertici e l’accesso alle tecnologie e agli investimenti diventa sempre più selettivo. Ma la questione non è soltanto economica. È anche politica.

Le multinazionali non sono più semplicemente imprese che operano all’interno dei mercati. Sono attori capaci di influenzare politiche fiscali, industriali e commerciali degli Stati, di orientare gli investimenti tecnologici e di ridisegnare l’organizzazione delle catene produttive globali. In questo contesto, la concentrazione economica si traduce inevitabilmente anche in concentrazione di potere.

 I giganti della finanza che stanno dietro alle multinazionali

Negli ultimi decenni è cambiata profondamente anche la struttura proprietaria delle grandi imprese. Sempre più spesso gli azionisti principali non sono imprenditori o famiglie industriali, ma grandi fondi di investimento globali. Tra i principali azionisti delle maggiori imprese quotate compaiono quasi sempre gli stessi nomi:

·         BlackRock

·         Vanguard

·         State Street

Questi tre colossi della gestione patrimoniale controllano partecipazioni in centinaia delle principali imprese del mondo.

In molti casi questi fondi risultano tra i principali azionisti contemporaneamente di imprese che competono tra loro: dalle aziende tecnologiche alle multinazionali farmaceutiche fino ai grandi gruppi energetici.

Formalmente la proprietà appare diffusa, perché i fondi gestiscono il risparmio di milioni di investitori. In realtà il potere decisionale tende a concentrarsi proprio nelle mani di questi grandi gestori finanziari, che diventano snodi centrali del capitalismo globale.

Europa: una grande economia con poco potere industriale

Il caso europeo merita un’attenzione particolare. L’Unione Europea resta una delle principali aree economiche del mondo per dimensione del mercato, capacità produttiva e occupazione. Tuttavia, negli ultimi anni il suo peso nelle funzioni strategiche del capitalismo globale si è progressivamente ridotto. I dati mostrano con chiarezza questa dinamica. La quota europea di ricerca e sviluppo delle grandi multinazionali è scesa in pochi anni da oltre un quarto del totale mondiale a poco più del 16 per cento. Un arretramento simile si osserva negli investimenti e, soprattutto, nella capitalizzazione di mercato delle grandi imprese. Mentre negli Stati Uniti si concentrano le principali piattaforme digitali e i grandi gruppi finanziari globali, molte imprese europee restano legate a settori industriali maturi o caratterizzati da margini di crescita più limitati.

Questo non significa che l’Europa sia diventata irrilevante dal punto di vista economico. Al contrario, il continente mantiene ancora una presenza significativa in termini di produzione industriale e occupazione. Il problema è piuttosto la perdita di controllo sulle leve strategiche dell’accumulazione contemporanea: innovazione tecnologica, infrastrutture digitali, piattaforme globali e finanza.

Questa situazione riflette anche una debolezza delle politiche economiche europee. Negli ultimi decenni l’Unione Europea ha privilegiato soprattutto la costruzione del mercato unico e la disciplina fiscale, mentre ha sviluppato con molta più difficoltà strumenti di politica industriale e tecnologica su scala continentale. Il risultato è un sistema economico che rimane competitivo in diversi settori produttivi, ma che fatica a generare nuovi campioni industriali globali nei comparti più dinamici.

In un contesto internazionale sempre più segnato dalla competizione tecnologica e dalla rivalità tra grandi potenze economiche, questa debolezza rischia di diventare un problema strutturale. Senza una strategia industriale e tecnologica più ambiziosa, l’Europa potrebbe trovarsi progressivamente relegata in una posizione intermedia: ancora centrale come mercato e come area produttiva, ma sempre meno influente nelle decisioni che orientano l’economia globale.

Guerra, inflazione e fragilità finanziarie

Il conflitto in Medio Oriente va letto anche sul piano geopolitico. Non sembra un messaggio diretto alla Cina. Gli Stati Uniti stanno già negoziando con Pechino il proprio ruolo nel nuovo equilibrio globale. Piuttosto, la guerra appare rivolta alla propria area di alleanze: serve a consolidare il sostegno occidentale mentre Washington ridefinisce la propria posizione nel confronto strategico con la Cina.

Eppure, qualcosa di più profondo sembra emergere all’orizzonte. Non si tratta soltanto delle vendite allo scoperto, spesso evocate come causa delle turbolenze finanziarie. Il rischio riguarda piuttosto la possibile formazione di nuove fragilità sistemiche, forse persino più gravi di quelle che portarono alla crisi del 2008. Non siamo ai livelli di sopravvalutazione dei mercati azionari di allora. Il rapporto tra prezzo delle azioni e utili delle imprese non ha raggiunto gli stessi picchi. Ma questo non significa che il pericolo non esista. Una parte dell’instabilità, oggi, è semplicemente nascosta. Il punto critico riguarda il mercato americano del private credit. Negli ultimi anni questo settore è cresciuto rapidamente: grandi fondi di investimento concedono prestiti direttamente alle imprese, sostituendo in parte il ruolo delle banche. Il fenomeno ha raggiunto dimensioni di migliaia di miliardi di dollari. Ma proprio perché opera fuori dal sistema bancario tradizionale, il private credit è meno regolato e meno trasparente. Le tensioni stanno iniziando a emergere. Il settore è sotto pressione a causa di una fuga di capitali. BlackRock ha subito circa 1,2 miliardi di dollari di riscatti dal fondo HPS Corporate Lending Fund ed è stata costretta a limitare i prelievi. Pochi giorni prima Blackstone aveva affrontato una forte ondata di riscatti, riuscendo però a soddisfarli. La pressione coinvolge altri grandi operatori del settore, come Apollo Global Management, Ares Management e Blue Owl Capital, quest’ultima recentemente al centro di forti timori tra gli investitori. Anche i mercati azionari stanno reagendo negativamente. Dall’inizio dell’anno Blackstone ha perso il 27,8%, KKR il 28,7%, Apollo il 26,1%, Ares Management il 31,3% e Blue Owl il 33,6%. Segnali che indicano una crescente perdita di fiducia nel modello di finanziamento fondato sul private credit.

Petrolio e gas restano beni indispensabili, ma in linea di principio sostituibili, soprattutto se negli ultimi decenni si fosse sviluppata una politica energetica più razionale e lungimirante. Diverso è il caso della logica profonda del capitalismo, che Karl Marx descriveva con il circuito Denaro–Merce–Denaro1: il denaro viene investito per produrre merci e generare ancora più denaro. È una dinamica che continua a strutturare il funzionamento dell’economia globale.

Conclusione

L’elevato grado di concentrazione del capitalismo multinazionale non rappresenta un fenomeno temporaneo, ma una trasformazione strutturale dell’economia globale. Il controllo dell’innovazione, del capitale e delle decisioni strategiche tende a concentrarsi nelle mani di pochi grandi gruppi industriali e finanziari. In questo contesto la disuguaglianza non è semplicemente un effetto collaterale del mercato, ma il risultato diretto della struttura del sistema economico. Per questo motivo pensare di ridurre le disuguaglianze esclusivamente con politiche redistributive ex post appare sempre più difficile. Senza politiche industriali, fiscali e regolative capaci di intervenire sulla concentrazione del potere economico, il capitalismo globale continuerà a produrre squilibri sociali sempre più profondi.

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martedì 30 dicembre 2025

Democrazia declinante, si fa avanti la Riccocrazia - Guglielmo Ragozzino

 

Una nuova ondata di miliardari ci sovrasta, racconta l’ultimo studio della banca Ubs. La nuova generazione di eredi, insieme ai sopravvissuti, tra 15 anni avrà 5,9 trilioni di dollari. Una ricchezza spropositata in mano a pochi, però. I miliardari in dollari sono 2.900 sul pianeta e soltanto 61 in Italia.

 

1. Donald Trump è un uomo pieno di qualità e oltretutto è un signore molto ricco. Gli viene attribuito un patrimonio (o meglio una ricchezza) di 5,9 miliardi di dollari, in un tempo in cui secondo gli specialisti, 5 dollari al giorno è il minimo vitale per sopravvivere.  Del resto, nel mondo attuale vi sono da un lato persone che non hanno il cinquino di prammatica e assai spesso molto, molto meno; e poi gli altri, nel mondo, che vogliono arricchire, per togliersi dai guai e soprattutto perché il desiderio di avere di più è irrefrenabile; non la preoccupazione per i giorni brutti, le burrasche della vita, ma piuttosto essendo la ricerca di un’affermazione, sono certi che sia calcolabile solo, o soprattutto, in denaro.  

A qualcuno sembrava ragionevole pensare che nello scarto tra quei livelli di ricchezza, cinque miliardi e cinque dollari, un milione di volte maggiore l’una dell’altra, ci fosse qualcosa di esagerato. Ma eravamo noi a sbagliare; “niente di esagerato; siete comunisti, come al solito” ci dicevano.

Credevamo, per tornare sui nostri passi, che il presidente degli Usa – che il re Mida lo protegga – fosse uno tra gli uomini più ricchi al mondo. Invece è così, ma solo in parte. Infatti è ormai semiufficiale (fonte: UBS, grande banca svizzera oltre che gran pettegola; nel caso, il testo svizzero utilizzato ha nome Billionaire Ambition Report) che esista una classifica delle centinaia di persone che nel mondo sono in possesso di una ricchezza di un miliardo di dollari e più. I più doviziosi contribuiscono anche al Triplete (cioè i mille miliardi di dollari): questa parola, come si sa, in italiano non esiste e per convenienza suggeriamo di utilizzare un’altra parola che anch’essa in italiano non esiste, ma che è ben nota a noi tifosi del calcio.

Ubs registra, nel catalogo del 2025, 196 nuovi miliardari in dollari; tutti insieme un totale di 15,8 mille miliardi cioè Triplete.

In più, veniamo a sapere che 91 persone nel periodo considerato son diventate miliardarie per eredità per un totale di 297,8 miliardi. I miliardari-eredi piacciono moltissimo ai loro dante-causa che non pensano proprio alla causa specifica dell’eredità – la propria morte – pensano piuttosto alla continuità dei Valori; alla dinastia e alla ricchezza espressa nel proprio testamento e agli eredi preferiti, affinché quello che hanno non si disperda o passi al fisco; ma le loro colorate storie piacciono anche al pubblico bancario e perfino ai semplici appassionati lettori: si prevede che nel giro di 15 anni, per il famoso e molto atteso anno 2040, gli eredi o gli antichi miliardari eventualmente sopravvissuti, metteranno insieme 5,9 Triplete. C’è dunque molto movimento tra i miliardari che forse ritengono di attraversare – tutti insieme, ognuno per conto proprio – un magnifico rinascimento miliardesco. Era ora, sembra dichiarino alcuni dei più affermati, come Elon Musk o Jeff Bezos.  

Mentre Bezos o Musk, o cito a caso, Donald Trump, sono convinti di essere dei modelli fantastici che tutti devono imitare, perché di essi sarà la nuova traccia del mondo, la nuova religione del fare, o meglio dell’avere, semmai dell’ereditare, per l’intanto, sulle attività prescelte, preferite dai miliardari, nuovi e vecchi, cala un po’ di mistero. 

Perfino Ubs appare reticente: quello che conta è la ricchezza, comunque ottenuta; non con atti dolosi, con misfatti da codice penale, ovviamente. Tutto il resto va bene, è uguale a tutto il resto. Un opificio, un’occhialeria ottocentesca conta come un gioco di borsa benfatto, un fondo d’investimento andato a buon fine. Gli esempi in positivo non mancano, ma sono appunto suggerimenti per i lettori curiosi, quasi note a piè di pagina: compaiono software marketinggeneticsrestaurants, infrastrutture, LNG (gas naturale liquefatto). Sono dunque ben poche le scorciatoie sicure per diventare miliardari o per restare tali una volta che lo si è diventati. La strada maestra però è sempre quella: non perdere la dritta via ch’era smarrita (come diceva quel poetastro). I miliardi di dollari non possono restare lì, fermi, immobili, a perdere tempo. Essi devono agire, investir-si, agire, moltiplicarsi; in Italia, tanto per indicare un paese minore – o una Nazione, per dirla altrimenti – sembra lo abbiano capito: la strada maestra dei miliardari è percorsa da 61 personaggi; tanti, si direbbe, ma pochi se si tiene conto che in totale nel mondo “grande e terribile” sarebbero 2.900 i miliardari in dollari, per un insieme di 16 milioni di miliardi di dollari.

Ci viene ricordato anche un altro aspetto sul quale val la pena di riflettere. Dei novantun eredi, o per meglio dire, successori, dell’ultimo anno, con un fondo complessivo di 297,8 miliardi di dollari, 64 sono maschi e 29 femmine. Due osservazioni si presentano subito: la prima è che le femmine, nell’insieme del nuovo capitalismo dei miliardari, ricevono o ereditano (o godono; come preferite) la loro parte. Possiamo però congetturare che per natura il numero naturale dei discendenti maschi corrisponda, più o meno a quello delle femmine – e questo in ogni angolo del mondo – con tutta evidenza. In ogni angolo del pianeta in cui uomini e donne: piccini e piccine, nelle loro povere, o – nel caso – ricchissime culle, siano benvoluti nello stesso modo, figli e figlie, amati e amate in modi ragionevolmente simili, in Europa, nelle Americhe, in Asia e nel resto del mondo. Questo in teoria, perché in realtà non è così; in mille modi diversi le ragazze sono svantaggiate. Questo avveniva già nei mondi patriarcali antichi, ma si è poi visto, non solo lì; sempre, dovunque… Ogni tanto, come sappiamo, c’è qualche eccezione storica, ma poi la natura e la storia continuano il loro corso. Come si ricorderà, nel secolo scorso, in un paese importante, ormai quasi primo nel mondo, nella Cina di Mao e di Deng, per rispondere ai pericoli di una popolazione troppo numerosa, si dette vita (anche se “dette vita” è un’infame barzelletta) alla politica del Pfu-Politica del figlio unico. Il controllo delle nascite, realizzata con il figlio unico, rese assai frequente nelle famiglie la decisione di sacrificare le future figlie, rivelate in anticipo ormai dalle analisi prenatali scientifiche (scientifiche?) a favore dei preferiti e più opportuni maschi. II risultato fu che in pochi decenni vi fu un eccesso di giovani maschi senza femmine. 

I maschi in sovrannumero sfiorarono i quarantamila. Gli ecclesiastici di molte religioni, in molti paesi, si divertirono, ridendo di nascosto per il risultato. In ogni caso, in complesso, anche dopo di allora, le figlie femmine venivano al mondo, in ambiente straricco – e si può immaginare “acculturato” – e passato il giusto numero di anni, decisi dalla sorte, dalla salute e dalle cure (o dalle svariate divinità correnti) avveniva che anch’esse, in numero ridotto, un po’ falcidiato, mettessero nel cassetto, con la dote, tra i merletti del corredo, i loro sudati miliardi. Nonostante tutto, non poche crebbero e rimasero ricche; riuscirono anch’esse a formare il loro Triplete (che ricorderemo essere un insieme di non meno di mille miliardi di dollari secondo il modello di Ubs) ma con un valore complessivo di un quarto circa dell’analoga ricchezza maschile. 

Un aspetto particolare è il conteggio, o forse diremmo la previsione scientifica, del valore delle ricchezze dei Triplete di qui a 15 anni, nel fatidico 2040. La previsione è che i miliardari in dollari potrebbero mettere insieme 6,9 Triplete. Di questi la parte degli Usa sarebbe di 5.9 Triplete e a quella degli europei, tutti insieme, inglesi compresi, toccherebbe 1,3 Triplete. In altre parole i miliardari europei (in dollari) arriverebbero a mettere insieme milletrecento miliardi di dollari. In altre parole, per ripeterlo ancora, i milletrecentomiliardi di dollari non sarebbero la ricchezza di tutti gli europei. Disoccupati e immigrati, contadini, operai, pensionati, medio ceto, professionisti, dipendenti pubblici, artisti, ecc. ecc., tutti compresi, conti e duchi, vescovi e cardinali: tutti insomma, metterebbero insieme una ricchezza imprecisata che ventisette uffici delle finanze cercherebbero attentamente di precisare. Di fianco, ben separata, pressoché intoccabile, l’altra somma di tutti i miliardari d’Europa, irraggiungibili dagli spioni di Giancarlo Giorgetti e dai loro ventisette simili (abbiamo contato nei ventisette anche Rachel Reeves, cancelliera dello scacchiere inglese). Pochi costoro, con una ricchezza, ciascuno, di almeno mille milioni di dollari, farebbero, gravemente, festa. In tutto, tra uomini e donne, imprenditori ed eredi, un migliaio di umani, ciascuno con una ricchezza di almeno un miliardo. Tutti insieme, ecco il Triplete del Vecchio Continente. A costoro si affiancheranno in numero ben superiore i ricchi americani: tutti insieme: gli autori da un miliardo come Steven Spielberg, le cantanti come Taylor Swift, artisti capaci di mettere insieme la cifra tonda di 2,8 Triplete; non meno di 2.500 presumibili miliardari in dollari; tra di essi anche il Donald, in persona, sopravvissuto magnificamente (per le nostre preghiere) per altri 15 anni, o uno o più dei suoi eredi.

2. Abbiamo utilizzato finora un po’ di numeri della ricerca di Ubs, abbiamo riflettuto sugli studi di Oxfam e ci scusiamo per incertezze ed errori. Crediamo di aver capito però che lo spirito dei ricercatori è molto serio: Attenzione, pericolo! ci dicono, Achtung! Attention please!. “Noi della Banca svizzera facciamo tutto il possibile per avvertirvi – senza magari che neppure i nostri capi banchieri se ne accorgano. Abbiamo per anni descritto, con l’aiuto di Oxfam, il mondo dei ricchi e dei poveri disegnando i grafici relativi, le alternative, i progressi/regressi. Vi siete divertiti e interessati e nient’altro. Nessun fatto nuovo, nessuna iniziativa politica o sociale. Oggi proviamo a dirlo con altre parole, altri numeri. “Il baratro costituito dai miliardari in dollari è vicino; tutto il mondo che conosciamo e che cerchiamo di orientare con le nostre forze, potrebbe caderci dentro”. Il sistema del credito, dei conti bancari – il nostro, ci dicono – non è perfetto, lo sappiamo, ma è migliore di qualunque altro (anche i banchieri svizzeri possono parafrasare Churchill che ironizzava sulla democrazia). Il pericolo ormai è immanente; i miliardari, tutti insieme, si stanno attrezzando per il nuovo mondo. Vogliamo che la democrazia, il sistema di votare i capi, o almeno di votare chi ci rappresenterà nel votare i capi, si riduca solo a questo? Chi ha più soldi vince e tutti gli altri si allineano o fanno l’opposizione, fino alla prossima volta?

In effetti tutti sappiamo di Donald Trump e lo temiamo. Sappiamo anche che è ricco, ricchissimo, miliardario addirittura. Sappiamo anche che ha fatto uso dei suoi soldi per allargare il consenso elettorale, pagando a giornata il lavoro dei suoi propagandisti. Sappiamo che crede di aver fatto tutto da sé; anzi di essersi fatto da sé, nascendo nella famiglia giusta, scegliendo ogni momento della sua vita. Quando, tra un paio d’anni, scadrà da presidente e sarà il suo momento di andarsene, lo farà davvero? O farà delle bizze? I miliardari suoi sostenitori non hanno dubbi su questo; saranno essi a scegliergli il sostituto, senza troppi sforzi. Anche Trump lo sa e sembra d’accordo; ma è proprio così? Non avrà armato di nascosto un’armata di suoi sostenitori, miliardari o gente fallita di ogni estrazione, avventurieri, per assaltare il Campidoglio, per giocare la nuova partita?

3.Dunque, stando al nostro sommario e assai impreciso esame, la partita è questa: Trump contro tutti; tutti con Trump; tutti uniti senza Trump. Delle tre proposte, la terza sembra la peggiore, o meglio la più pericolosa. Le altre due riportate al fatidico anno duemilaquaranta che interessa gli studiosi dell’Ubs avranno un protagonista di novantaquattro anni, essendo Trump nato nel 1946; mentre Trump e il suo sodale Putin e altri ancora contano di vivere molto a lungo, è pensabile che vengano scelti da leader meno longevi, eredi – tanto per usare il linguaggio scientifico ormai entrato nell’uso – o successori appropriati. Nel caso peggiore la partita sarà ancora quella dell’ultimo caso; nel caso migliore, sarà una partita da rigiocare.

Ma veniamo al caso del duemilaquaranta senza il Donald. Avremo al potere i ricchi, che con tutti i loro miliardi, riusciranno a costruire vittorie elettorali, una dopo l’altra, festeggiando sempre la democrazia trionfante? Lo stile ormai è quello delle elezioni americane, esplicito, con sempre vincente il candidato che ha saputo alzare più denaro da diffondere tra i suoi sostenitori. Se poi una volta il più ricco perde – la più ricca nel caso di Hillary Clinton, segretaria di Stato di Barack Obama, la spiegazione per la sconfitta è quella di aver usato male il suo abbondante denaro, al punto di aver raccolto un milione di votanti in più, senza ottenere voti elettorali sufficienti. Hillary, insomma, ha perso perché ha giocato male, non conosceva abbastanza la partita, si fidava troppo del voto e della democrazia. In futuro saranno miliardari ad affrontarsi per ottenere le presidenze dei diversi Stati e staranno attenti. Nessuno perderà tempo a discutere di programmi o di altre pignolerie, di migranti e disoccupati; di uomini, donne, generi. Servirà denaro e altro denaro, promesse e sottogoverno, posti letto e buone vacanze, da acquistare (e da distribuire) lontano da occhi indiscreti e malevoli. L’alternativa alla democrazia nella sua forma semplificata – riccocrazia – sarà la democrazia alla turca o quella dei fascisti – un uomo solo al comando – o la democrazia talebana – le donne tutte a casa. Non disperiamo, però. La democrazia dei 100 partitini ha svolto nel mondo un importante ruolo, per anni e anni, per decenni, prima di essere cotta e mangiata. 

https://sbilanciamoci.info/democrazia-declinante-si-fa-avanti-la-riccocrazia/

lunedì 29 dicembre 2025

Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace, l’ambiente – Sbilanciamoci


Scheda di sintesi del Rapporto

La Legge di Bilancio 2026-2028 proposta dal Governo è sbagliata, lacunosa e senza ambizione: manca una prospettiva che vada oltre la tenuta dei conti pubblici e il rispetto dei vincoli europei, mancano misure e risorse su campi fondamentali, dal lavoro alla transizione ecologica, dai salari alle politiche industriali, alla sanità.
È una Legge che aumenta le spese militari, condona gli evasori fiscali, grazia le grandi ricchezze e i grandi patrimoni, fa elemosine sociali invece di affrontare povertà assoluta e disuguaglianze in aumento.
Il Rapporto 2026 di Sbilanciamoci! indica tutt’altra direzione per il Paese.
Le sue 111 proposte – dettagliate, concrete e immediatamente attuabili – delineano una contromanovra di bilancio da 55,2 miliardi di euro a saldo zero, tracciando il percorso di un’economia diversa, fatta di scelte pubbliche coraggiose sulla base di un modello di sviluppo che rimetta al centro le persone, i territori e il futuro delle giovani generazioni. Con la pace e il disarmo come stelle polari.

 

UNA FISCALITÀ EQUA E PROGRESSIVA
Una seria politica di giustizia e progressività fiscale, per redistribuire reddito e ricchezza e diminuire le diseguaglianze. Le nostre proposte sul fisco alimentano le casse dello Stato con poco più di 27 miliardi di euro.
La proposta più consistente è una tassa dell’1% sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro, più di 115mila persone solo in Italia, che da sola produrrebbe un gettito extra di 18 miliardi di euro. In un’ottica di redistribuzione e di una vera progressività fiscale si propone poi di aumentare, con l’introduzione di tre nuovi scaglioni Irpef, l’aliquota dovuta per i redditi superiori a 5 volte il reddito medio dichiarato,
ovvero l’introduzione di uno scaglione del 45% per i redditi tra 100 e 200mila euro, del 50% tra 200 e 300mila euro, del 55% sopra i 300mila euro. Proponiamo, inoltre, una maggiore tassazione di beni di lusso o dannosi, quali imbarcazioni da diporto oltre i 14 metri o i voli dei jet privati, e la riduzione della franchigia per la tassa di successione a 1 milione di euro con aliquote raddoppiate rispetto alle attuali.
Un altro punto fondamentale è l’introduzione di una vera tassa sulle transazioni finanziarie applicabile a tutte le azioni e a tutti i derivati e, nel caso azionario, a tutte le singole operazioni, con introiti pari a 3,7 miliardi, congiuntamente a un aumento della tassazione flat sulle rendite finanziarie dal 26 al 30%, in attesa dell’assoggettamento di queste rendite alla dichiarazione Irpef. Infine, proponiamo una serie di misure per migliorare il funzionamento dei Comuni, partendo dallo sblocco dei vincoli alle assunzioni
e agli investimenti, al miglioramento della capacità di riscossione e a nuove risorse per l’esame delle pratiche inevase di condono edilizio, il recupero dei beni confiscati alla mafia e il contrasto all’abusivismo.

 

PER LA RICONVERSIONE ECOLOGICA DELLE IMPRESE E LA TUTELA DEL LAVORO, DEI REDDITI E DELLE PENSIONI
Da più di 30 anni manca in Italia una politica industriale capace di creare e assicurare buona occupazione, di orientare la produzione sui settori più innovativi e avanzati, di indirizzare il Paese su un sentiero di crescita sostenibile.
Sbilanciamoci! propone un approccio di politica industriale che punti con decisione alla riconversione ecologica come motore della ripartenza dell’economia italiana, istituendo un’Agenzia nazionale che faccia da regia e sostenga la transizione, ripristinando i fondi per la decarbonizzazione dell’ex Ilva, supportando la transizione nel settore automotive, investendo nel trasporto pubblico locale, vero motore di una mobilità sostenibile, intervenendo strutturalmente sui costi dell’energia elettrica per famiglie e imprese.
Il finanziamento di questi interventi prevede una spesa di poco meno di 9 miliardi di euro. Occorre anche intervenire sulla tutela del lavoro e dei redditi, in un’Italia in cui il lavoro povero e precario è in aumento.
A tal fine, proponiamo l’introduzione di un salario minimo agganciato all’inflazione, l’assunzione di nuovi ispettori del lavoro per contrastare il fenomeno crescente di morti e infortuni sui luoghi di lavoro, il superamento del Jobs Act, la riduzione dell’orario lavorativo e l’introduzione di una misura strutturale di sostegno al reddito: il costo stimato di queste
misure è di poco meno di 5,6 miliardi di euro.
Chiediamo al contempo il superamento della logica della  decontribuzione per le imprese come politica attiva del lavoro, vista la sua inefficacia: nel solo 2026 si potrebbero recuperare 706 milioni di euro. Infine, è necessario intervenire sul fronte previdenziale:
proponiamo un intervento sul minimo pensionistico, il riordino delle pensioni minime e la riduzione dell’età minima per accedere al pensionamento a 62 anni, con costi pari a 1 miliardo di euro.

 

INVESTIRE SULL’ISTRUZIONE, LE POLITICHE GIOVANILI E LA CULTURA
Il processo di smantellamento dell’istruzione pubblica e la sua aziendalizzazione vanno avanti da decenni: negli ultimi dieci anni sono stati chiusi 1.162 plessi scolastici, il 49% delle strutture è antecedente al 1976, il ruolo delle aziende nella definizione dell’offerta formativa degli Istituti Tecnologici Superiori è ulteriormente aumentato con la loro riforma del 2025, l’investimento in educazione è al 3,9% del Pil contro una media OCSE del 4,7%, il 27% dei finanziamenti per l’istruzione terziaria proviene dal settore privato.
Per questo è necessario rilanciare gli investimenti in istruzione e formazione destinandovi oltre 10 miliardi di euro, con interventi su: edilizia scolastica (1,3 miliardi), diritto alla mobilità (2,1 mld) e diritto allo studio (1,35 mld) degli studenti medi e universitari, adeguamento del Fondo di Finanziamento Ordinario (3,3 mld), promozione dell’educazione sessuo-affettiva e del supporto psicologico in scuole e università (360 milioni), incremento di residenze universitarie e sostegno ai fuorisede per le spese di locazione (402 mln), fondi alle mense universitarie (850 mln), abbattimento numero chiuso (700 mln).
È necessario sostenere le politiche giovanili e la partecipazione dei giovani, con interventi da 900 milioni.
Al contempo, occorre arginare l’abuso dei tirocini extracurriculari e sostenere il lavoro cooperativo giovanile, destinandovi 500 milioni di euro e integrando questa misura nei programmi di Garanzia Giovani. Con lo stanziamento di 350 milioni di euro, proponiamo infine interventi, da un lato, per finanziare ricerca e divulgazione del patrimonio culturale del Ministero della Cultura e degli istituti afferenti agli Enti locali e, dall’altro, per un Sistema Culturale Nazionale basato sulla definizione di standard minimi e livelli essenziali delle prestazioni culturali, sul modello del Sistema Sanitario Nazionale.

METTERE AL CENTRO L’AMBIENTE E LO SVILUPPO SOSTENIBILE

Disinvestimento da opere e misure dannose per l’ambiente e l’economia, scelte energetiche sulle rinnovabili per contrastare il cambiamento climatico, tutela di territorio, biodiversità e benessere animale: sono gli assi delle proposte di Sbilanciamoci! sul fronte ambientale e della sostenibilità.
È prioritaria la cancellazione del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, la progressiva eliminazione dei Sussidi Ambientalmente Dannosi legati alle fonti fossili e la creazione di un Fondo per l’eliminazione dei combustibili fossili, liberando risorse pari a 14 miliardi di euro. Per l’efficientamento energetico nell’edilizia chiediamo di potenziare l’Ecobonus per le fasce di reddito medio-basse, con un costo di 100 milioni.
Al contempo, per incentivare la decarbonizzazione di economia e mobilità occorre ripristinare il Fondo per l’acquisto di veicoli elettrici, rimuovere gli oneri parafiscali dalla ricarica dei veicoli elettrici e per le imprese che elettrificano, riformare le accise sui consumi di gas ed elettricità nel settore industriale – aumentando così la competitività delle imprese – e le agevolazioni fiscali a favore delle flotte auto aziendali a zero emissioni: queste misure comportano un investimento di 1,7 miliardi.
Per affrontare il cambiamento climatico è necessario stanziare 1,8 miliardi per il ripristino della natura e l’adattamento climatico. Infine, riteniamo necessario stanziare 562 milioni di euro per intervenire sulla riconversione agroecologica del settore zootecnico e sulla promozione del benessere animale (IVA socialmente giusta su cibo e prestazioni veterinarie, ricerca scientifica senza uso di animali, transizione ecosostenibile nella moda, conversione a metodi di allevamento “Cage-Free”, prevenzione e contrasto del randagismo).

UN WELFARE PUBBLICO, UNIVERSALISTICO E SOLIDALE

La storia recente delle politiche di welfare in Italia è fatta di pesanti tagli ai principali Fondi sociali nazionali e di proliferazione di misure monetarie individuali. A farne le spese sono soprattutto i servizi territoriali.
La strada è quella della monetizzazione e della privatizzazione dell’intervento sociale, con un approccio assistenziale che impoverisce la dimensione universalistica del welfare. Occorre rafforzare i servizi che garantiscono i diritti essenziali: dall’accoglienza dei minori ai percorsi di inclusione, dal sostegno abitativo alle misure contro le discriminazioni. Sul fronte della sanità, la priorità è restituire universalità e qualità al Servizio Sanitario Nazionale.
Gli stanziamenti del Governo non colmano le carenze strutturali: personale insufficiente, crescenti liste d’attesa, espansione del privato accreditato e diseguaglianze territoriali.
Per questo proponiamo di stanziare 10 miliardi di euro per rafforzare la sanità pubblica, destinandoli alla garanzia dei Livelli Essenziali di Assistenza, alla medicina territoriale, alle politiche sanitarie di prevenzione, a un piano strutturale di assunzioni di personale sanitario.
Sul fronte delle migrazioni, la priorità assoluta è salvare vite e garantire il rispetto dei diritti fondamentali. Occorre innanzitutto stanziare 750 milioni per finanziare una missione pubblica di ricerca e soccorso in mare delle persone migranti. È poi necessario superare politiche inefficaci e dannose come il Protocollo Italia–Albania, che per il 2026 ha un costo di 29,7 milioni, aprendo la strada a forme di esternalizzazione dell’accoglienza.
Al contempo, è urgente chiudere i Centri di Permanenza per il Rimpatrio, che assorbono 94,8 milioni, non garantiscono alcun risultato nella gestione dei rimpatri e sono spesso teatro di gravi violazioni.
Le risorse risparmiate vanno reinvestite in un sistema di accoglienza pubblico, diffuso e qualificato. Inoltre, Sbilanciamoci! propone l’istituzione di un Fondo per le reti territoriali contro il razzismo da 50 milioni al fine di creare spazi sicuri e strutture di tutela coordinate dagli Enti locali.
Il sistema penitenziario è in crisi: sovraffollamento, strutture inadeguate, carenze di personale e riduzione delle opportunità trattamentali. Nel 2026 sono previsti circa 3,5 miliardi per l’amministrazione penitenziaria, ma manca una strategia per la depenalizzazione di alcune condotte e per il reinserimento delle persone detenute: di queste lavorano appena il 30% circa, con una quota minima alle dipendenze di imprese esterne, mentre gli sgravi destinati alle aziende diminuiscono.
È necessario stanziare 2 miliardi su misure alternative al carcere, percorsi lavorativi e formativi delle persone detenute, rafforzamento degli organici degli istituti penitenziari.
Per quanto riguarda l’accoglienza dei minori, Sbilanciamoci! propone un incremento pari a 400 milioni di euro del dedicato Fondo per il sistema di accoglienza degli Enti locali. In tema di contrasto al gioco d’azzardo – il cui giro d’affari in Italia è di oltre 150 miliardi l’anno e che riguarda quasi 2 milioni di giovani sotto i 25 anni – chiediamo che siano stanziati 56 milioni di euro per il ripristino del Fondo nazionale per il disturbo da gioco d’azzardo, la ridefinizione dell’Osservatorio nazionale, la trasparenza e tracciabilità dei dati sul fenomeno.
Sul fronte delle politiche sulla disabilità occorre garantire risorse adeguate e strutturali per sostenere politiche di intervento orientate alla piena realizzazione personale e all’autonomia delle persone con disabilità; potenziare gli strumenti di sostegno ai caregiver familiari; assicurare un sistema integrato di servizi di prossimità; rafforzare la governance delle politiche sulla disabilità, rendendo stabile il confronto con le rappresentanze sociali.
Il finanziamento di questi interventi necessita di 2 miliardi di euro. Infine, per contrastare l’emergenza abitativa Sbilanciamoci! propone 400 milioni a sostegno del diritto all’abitare: aumento delle detrazioni per gli inquilini con redditi bassi, eliminazione dell’IMU sugli alloggi di edilizia residenziale pubblica e una cedolare agevolata per chi affitta a famiglie in difficoltà.
Al contempo, l’introduzione della tracciabilità obbligatoria dei contratti di locazione e una riforma delle cedolari secche generano 1,6 miliardi di maggiori entrate, contrastando il fenomeno degli affitti in nero.

 

TAGLIARE LE SPESE MILITARI PER INVESTIRE IN PACE, DIRITTI E COOPERAZIONE
La spesa militare italiana continua a crescere e nel 2026 arriva a 33,9 miliardi di euro, con investimenti in nuovi armamenti che superano i 13 miliardi. Sbilanciamoci! chiede una radicale inversione di rotta, proponendo la riduzione degli effettivi militari a 150mila unità – in linea con quanto previsto dalla “Riforma Di Paola” – con un risparmio di 500 milioni, il taglio di 4 miliardi all’acquisizione di nuovi sistemi d’arma da parte del Ministero della Difesa e di 1,6 miliardi ai programmi militari del Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Inoltre, si propone una drastica riduzione delle missioni militari all’estero con proiezione armata in aree di conflitto (700 milioni di risparmio per le casse statali) e una tassazione del 50% degli extraprofitti delle imprese militari (entrate pari a 750 milioni). Queste misure permetterebbero di liberare risorse ingenti da destinare a una sicurezza orientata alle persone e non alla produzione bellica.
In particolare, una parte dovrebbe essere destinata a sostenere politiche di pace e cooperazione internazionale: servono innanzitutto 700 milioni aggiuntivi per la Cooperazione allo Sviluppo, così da riportare l’Italia sul percorso verso l’obiettivo internazionale dello 0,7% del Pil. Occorrono poi 50 milioni per rafforzare le strutture dell’ONU impegnate nel disarmo umanitario e 300 milioni per avviare una riconversione dell’industria militare verso produzioni civili, utili al Paese e ai territori.
È altrettanto importante restituire spazi e prospettive alle comunità locali, trasformando 20 aree oggi vincolate a uso militare in progetti di sviluppo (200 milioni di investimento). Inoltre, Sbilanciamoci! propone di destinare 100 milioni alla costruzione della difesa civile non armata e nonviolenta e alla stabilizzazione dei Corpi Civili di Pace. Anche il Servizio Civile Universale ha bisogno di un rilancio, rendendolo una vera opportunità per migliaia di giovani: servono 100 milioni aggiuntivi per ampliare i posti disponibili e rafforzare tutoraggio, ospitalità dei fuorisede e riconoscimento delle competenze.

TERRITORI, FILIERE LOCALI E NUOVA ECONOMIA SOSTENIBILE

Anche in questa Legge di Bilancio il Governo trascura l’economia sociale e solidale. Sbilanciamoci! propone innanzitutto la creazione di un Fondo per l’economia sociale con 500 milioni di euro e la moltiplicazione in tutta Italia dell’esperienza dei Poli civici locali (100 milioni di euro).
È inoltre necessario stanziare 300 milioni su Progetti di recupero e riqualificazione ambientale e di messa in sicurezza di siti colpiti dai recenti eventi alluvionali, e che 700 milioni siano investiti sulla realizzazione di Comunità energetiche rinnovabili negli immobili pubblici e di Edilizia Residenziale Pubblica. 300 milioni dovrebbero andare all’implementazione di Piani del cibo che assicurino lo sviluppo rurale e la sovranità alimentare dei territori in una chiave agroecologica. Ulteriori 10 milioni sono da destinarsi alle Case delle sementi, presidi a difesa dell’agrobiodiversità e delle alle reti di piccoli agricoltori.
Altro tassello riguarda il rafforzamento, con un investimento di 50 milioni di euro, dei Biodistretti agroalimentari e dell’Agricoltura sostenuta dalle comunità, un modello di organizzazione territoriale alla pari tra aziende agricole e consumatori attraverso cui si decide insieme cosa produrre e come condividere rischi e benefici.
Occorre infine un sistema di distribuzione coerente con i valori della sostenibilità e delle filiere corte: Sbilanciamoci! propone un investimento di 11 milioni di euro per finanziare un Fondo per il commercio equo e solidale e la Piccola distribuzione organizzata, promuovendo le reti locali di mercato, riuso, artigianato e commercio, e offrendo alle comunità un’alternativa concreta alla grande distribuzione e ai suoi impatti negativi sul piano sociale e ambientale.


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mercoledì 18 giugno 2025

Le verità del potere. E quello che (non) sappiamo - Guglielmo Ragozzino

 

Le morti di Kennedy e di Moro, l’11/9 2001, il 7 ottobre ’23: quattro eventi in cui le narrazioni del Potere sono fotografie sfocate, poco convincenti. Ma noi sappiamo altre cose, possiamo non farci prendere in giro da questo o da quel Potere quando decide di riscrivere il presente.

Tonto è chi crede a tutto quello che s’inventano i Potenti, per far bella figura, o per mostrare la propria forza? Per nascondere l’insuccesso, la ridicola sconfitta? Oppure è tonto quello che nega tutto, non crede, è certo del complotto pieno di misure segrete che si sapranno domani, se si avrà fortuna o il Potere cambierà di mano? Due posizioni limite, che esistono, ma sono carenti entrambe. Solo aiutano a tirare avanti, perché è più facile vivere accontentandosi di ciò che si sa.

Nella politica, soprattutto quella internazionale, capitano occasioni in cui noi, personecomuni, finiamo per credere a ogni cosa ci viene suggerita o propinata. I Potenti hanno spesso inserito un “aiuto” di mezzi e agenti per confondere il pubblico e rendere accettabile (o anche obbligatorio) quel che le persone normali avrebbero altrimenti rifiutato. Il fatto è che per vivere c’è bisogno di un livello minimo di certezze – leggende o miti, trucchi, falsità, imbrogli che siano, perché altrimenti è a rischio la nostra necessità/capacità di credere, un’essenza di vita irrinunciabile. Per quieto vivere, o per tirare avanti, rimandiamo la prova, per poi dimenticare, di fronte a un altro fatto maiuscolo.

Nella seconda metà del ventesimo secolo vi sono due avvenimenti che hanno dato luogo a molta incertezza tra le popolazioni istruite, presenti nel micromondo del benessere occidentale. Altri due seguiranno in questo secolo (e millennio) e li indicheremo per ora con due date: 11 settembre 2001 e 7 ottobre 2023: e saranno avvenimenti mondiali. In tali due casi i Poteri – per non dire il Potere, sia pure con un briciolo di ulteriore cedimento al più conosciuto dei complotti segreti, quello del Verbo unificato dell’altissima finanza, per non dire addirittura dei Savi di Sion ammodernati, si sono dati da fare. In tali casi infatti, due riconoscibilissimi governi, Usa e Israele, hanno forse facilitato gli attacchi terroristici di loro nemici irriducibili, per poi passare “legittimamente” a terribili reazioni che costituivano effettivamente il loro intendimento. Torniamo però ai casi enormi del secolo scorso.

Il primo è stato l’assassinio di JFK – il presidente Usa John Kennedy – il 22 novembre del 1963, a Dallas negli Usa. Il secondo è stato il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, 15 anni dopo, tra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978, l’inizio e la fine degli indimenticabili 55 giorni (come furono chiamati). Davvero indimenticabili? Sembra a volte che ci ricordiamo del nostro passato pochissimo e male. 

1. Nel caso di Kennedy, i risultati della Commissione Warren, preposta alla ricerca della Verità non convinsero che pochi, abituali sostenitori di ogni dichiarazione delle autorità. Si scherzò molto sull’antico fucile, italico e quasi risorgimentale, un Carcano un po’ modificato, capace di sparare colpi a ripetizione e in tempi assai ristretti; e sulla di lui pallottola, capace di cambiare due o tre volte direzione per svolgere – con disciplina e onore – il compito assegnatole: uccidere il presidente e ferire il governatore del Texas. Il risultato nascosto era decisivo: far di tutt’erba un fascio del kennedismo, annessi e connessi, e farne un grande falò, accompagnato da danze rituali di amici e nemici, dem e rep. A ricordo del grande capo, bello, ricco, amato da tutte le donne, amante della Pace e del Progresso. Un po’ troppo, in una volta sola.

2. Più facile, a prima vista, il caso Moro, rapito e poi ucciso da un gruppo di militanti ben noto: le Bierre. Non si perse tempo a discutere se le Bierre fossero o meno l’espressione estremistica di una divisione del mondo, tutto il mondo, che poco dopo fu chiamato “sessantotto”. E neppure di una propaggine della imperante altra divisione del mondo, allora di moda, detta “Guerra fredda”.  La discussione che coinvolse tutti in Italia, si imperniò allora su una questione che vista adesso sembra marginale, la cosiddetta “trattativa”. Trattare per la vita e la libertà di Moro con i suoi rapitori? Il campo si divise subito tra chi era favorevole a trattare e chi contrario. Sbrigativamente erano contro la trattativa con le Bierre (perché si riteneva che così quel gruppo avrebbe ricevuto una sorta di consacrazione) i maggiori partiti, democrazia cristiana e partito comunista, il governo e l’opposizione, spalleggiati da tutti gli apparati – ministeri, giornali, ecc., collegati con essi. A favore della trattativa erano socialisti, sinistra varia, e noi, cani sciolti. Fin qui la trattativa “figurata”. 

Quella vera – ci fu raccontato molto dopo – era un po’ diversa, meno variopinta. Da una parte, per Moro, era lo Stato. Posto però che a trattare da una parte fosse lo Stato, per la salvezza del suo esponente, chi era la controparte?  Figurativamente la controparte dello Stato erano i rapitori, le Bierre. A rigore di logica anche le Bierre non potevano che essere favorevoli alla trattativa. Perché mai altrimenti lo avrebbero tenuto in vita se non per “trattare”? Avrebbero chiesto ovviamente ben di più di ciò che lo Stato fosse disposto a concedere, in prima battuta, ma della trattativa erano a favore.  Vista così, la discussione sulla trattativa cambiò oggetto: nel mondo delle persone normali, coinvolte nella vicenda umana del rapito, nei giornali, che anch’essi auspicavano complessivamente il lieto fine, la trattativa significava la vittoria della vita. 

Ma si sapeva che lo Stato aveva leggi insuperabili e per il povero Moro non c’erano speranze.  Quella partita, cui tutti guardavano, era dunque chiusa prima di cominciare. La partita vera era però forse un’altra ed era discussa solo nelle stanze segrete. Nei riposti “servizi”, nazionali o extra, ci si chiedeva se fosse meglio andare o meno all’assalto di via Montalcini, là dove da settimane era rinchiuso Aldo Moro. Perché qualcuno – forse più di qualcuno – senza dirlo a voce tonante, lo sapeva. Molti sospettavano e tacevano. La trattativa “vera” era dunque su questo: si potevano affrontare i rischi di un’irruzione, con possibile (o probabile) sparatoria o era meglio lasciar fare alla natura? E la “natura” comprendeva anche le normali forze di polizia e di investigazione. 

Questa sembra essere diventato, nei frenetici giorni del maggio 1978, il patteggiamento vero, secondo la ricostruzione di  Ferdinando Imposimato, giudice istruttore in quello e in vari altri casi molto importanti della nostra storia e poi senatore della sinistra politica che nel suo ultimo libro sul caso Moro, “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia”, XIII edizione 2013, dava per certo che attraverso i “servizi”, Cossiga, ministro dell’Interno, poi premiato a capo del governo e presidente della repubblica, era in qualche modo a conoscenza di dove Moro era prigioniero, Via Montalcini, ma fosse contrario a disporre della sua liberazione, convinto dal suo gruppo di consiglieri – fossero il famoso uomo di Kissinger, Steve Pieczenick, oppure gente di Gladio, della P2, dei servizi tedeschi di Stasi e di Raf (Rote Armee Fraktion), dell’alleato americano, o di tutti insieme, riuniti in una conventicola dagli incerti confini – a non peggiorare le cose con una eventuale sparatoria.

Per essere più precisi, il mondo di allora, incombente la guerra fredda, aveva da una parte e dall’altra, grandi progetti, democrazia e comunismo, spesso concorrenti, più spesso ancora decisi a non infastidirsi, a darsi una mano; e Moro che procedeva contro mano, era malvisto di qua e di là; e di qua e di là volevano farlo fuori, per poi, risolta quella bagatella, continuare, nemici come prima, la consueta, schietta e tuttalpiù sleale partecipazione alla guerra fredda. 

3. Nel nostro secolo, subito all’inizio, è avvenuta poi la più straordinaria mistificazione che i libri di storia ricordino. Ci si è raccontato che il 9/11 (l’undici settembre, come diremmo noi), due grandi aerei passeggeri siano andati a sbattere, uno dopo l’altro, a distanza di mezz’ora, contro le torri gemelle, alte 400 metri, del World Trade Center di New York, causando migliaia di morti. Gli aerei erano pilotati da due dilettanti, che insieme a un pugno di colleghi, armati di taglierini, si erano impadroniti dei velivoli, partiti ambedue dall’aeroporto di Boston. Centinaia di milioni di persone, forse miliardi, videro e rividero la scena alla televisione. I cosiddetti complottisti, perlopiù ritenendo trattarsi di un gigantesco plot hollywoodiano, ne scrissero in seguito decine di libri, per negare tutto e spiegare il vero e il falso, il come e perché. Ma non basta. Un terzo aereo di altrettanto grandi dimensioni, anch’esso fu catturato e dirottato da altri nemici dell’Occidente (forniti anch’essi di taglierini), all’aeroporto di Washington (che tra l’altro si chiama Dulles, il nome evocativo del segretario di stato e di suo fratello capo dei servizi). Diretto a Los Angeles, aveva percorso forse cento chilometri prima di cambiare del tutto rotta, tornare indietro e infine percorrere un migliaio di metri a bassissima quota, strisciando quasi sul terreno, per infrangere un’ala del Pentagono, a Washington. 

Un quarto aereo, forse destinato a colpire la Casa Bianca di Washington, dimora del presidente, l’obiettivo preferito da Bin Laden, probabilmente mente e leader dei dirottatori incursori come capo di Al Qaeda e che ci teneva a colpire il Capo nemico, il suo pari grado; aereo forse destinato alla cupola del Congresso, a segno indelebile della sconfitta dei cristiani prepotenti e schiavisti, bersaglio preferito di quelli dell’Isis, non arrivò a bersaglio. 

3+1/2. Il quarto aereo precipitò per la lotta di alcuni passeggeri contro i dirottatori, in una regione pianeggiante, ancora lontana dalla capitale americana, vicino a Shankville in Pennsylvania. La lotta dei passeggeri contro i dirottatori – in parte la si può ascoltare in varie telefonate dall’aereo alle famiglie – è la prova che si poteva tentare almeno di fare qualcosa per evitare lo sconquasso che si stava verificando.

Questa fantastica sequenza è stata discussa e criticata a fondo, davanti agli occhi e alle intelligenze mondiali. Si sono messe in evidenza decine di incongruenze e impossibilità tecniche.  Si è ricostruita la trafila dei futuri dirottatori, ostacolati dagli uffici e dalle scuole di volo Usa che badavano a rendere aspra la vita a possibili terroristi; contemporaneamente si è riferito degli ostacoli, opposti agli ostacoli, da altri uffici – la Cia, l’Fbi e altri ancora, più sofisticati e moderni, tutti sempre in litigio tra loro, tutti sempre tesi al raggiungimento dell’obiettivo comune: una guerra contro l’Afghanistan regno del terrore e contro i pezzi di Al Qaeda, in particolare contro Osama bin Laden, da ritrovare ed uccidere, come compito primario degli Usa. Osama doveva essere punito e anche un’intera guerra armata poteva scatenarsi contro di lui, purché vincente e sicura. Quando anni dopo Osama fu raggiunto in Pakistan e ucciso, il governo americano, riunito per seguire l’assalto finale alla villetta o compound di bin Laden, festeggiò con barbarica allegria e levò i calici senza minimamente vergognarsi. Al dunque si è preferito però fingere che si trattasse di un poco normale episodio di guerra acerrima non dichiarata, perfino guerra di religioni, e svolta in un imprevedibile terreno politico sociale, con tutti i silenzi e i misteri del caso. La guerra contro l’Isis, di solito arabi, oltretutto maomettani, di religione diversa dalla “nostra”, di noi americani: anzi le due guerre, in Iraq e in Afghanistan, con distruzioni, stermini e migliaia di morti, hanno tenuto alto l’equivoco. Una dura vendetta contro l’odiosa, immotivata, improvvisa aggressione delle due Torri e del Pentagono.

Una vendetta, forse esagerata, me che se riferita a un’aggressione del nemico, con l’attacco a Torri Gemelle e perfino al Pentagono, diventava più credibile. Di conseguenza la risposta, dovuta, a quell’attacco, il successo conseguito, attenuava il clamore provocato da tutte le sbadataggini (per dir così) che avevano reso possibile o almeno assai più facile la grandiosa avventura dei tre o quattro dirottamenti. Forse esiste ancora un libro a fumetti (Sid Jacobson e Ernie Colòn, 9/11. Il rapporto illustrato della commissione americana sugli attacchi terroristici dell’11 settembre. Tutto quello che accadde prima, durante e dopo) che offre una visione accettabile della trafila del 9/11. C’è il riassunto di tutto quello che, senza saperlo, le autorità Usa, di ogni ordine e grado, hanno messo in campo, quasi volessero davvero facilitare l’azione dei terroristi. I poteri americani sembrarono frastornati, incapaci di prendere provvedimenti ragionevoli, terrorizzati di sbagliare, mettere a rischio il presidente, lontano dalla capitale e trattenuto, nell’impossibilità di volare. Il mondo reagì con una sorta di manifesto/dichiarazione con scritto a grandi lettere “siamo tutti americani” ma in realtà facendo rapidi conti sul disastro e sui nuovi poteri emergenti e sconosciuti. 

Le dichiarazioni ufficiali, spesso riconosciute false (caso Blair, caso Powell) orientarono il mondo intero a sostenere le due guerre, contro Iraq e contro Afghanistan. Tra gli elementi costitutivi dell’attacco vi erano le armi chimiche proibite a livello internazionale, le famose cariche di antrace. Tony Blair, primo ministro britannico assicurava di aver viste personalmente armi similari. Ci fu poi l’allora segretario di Stato americano, Colin Luther Powell che mostrò, nel suo intervento alle Nazioni Unite, una boccetta contenente un infernale preparato di origine irachena. Anni dopo, nel 2019, poco prima di morire di Covid nel 2021, Powell si scusò con il mondo intero per quel suo inganno probabilmente involontario – ritenne sempre di essersi fatto giocare dai suoi e fu forse la disperazione che lo uccise, più del Covid – ma elaborato dagli Uffici responsabili dei vertici americani. Ai falsi seguì una duplice guerra, una sorta di neoguerra coloniale con mezzi immensi contro due paesi deboli, caratterizzati ormai da elezioni, parlamenti e governi, a imitazione dei modelli occidentali. In conseguenza della loro sconfitta, di un numero enorme di vittime civili e di distruzioni irrecuperabili, i governi esistenti furono ribaltati e i massimi dirigenti giustiziati. Cosa sia avvenuto dopo è, nei fatti, la storia di prima che torna, forse peggiore di sempre.

4. Un altro episodio straordinario del nuovo secolo, del millennio appena iniziato, è l’attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas a Israele che stringeva d’assedio Gaza, rifugio di due milioni di palestinesi. Hamas compì e diresse una sortita contro gli assedianti, simile a Ettore all’assedio di Troia. La sortita ebbe pieno effetto, allora e oggi. Ma poi Troia fu incendiata e distrutta, come la Gaza dei nostri giorni. Ettore ucciso. Allora furono gli dei dell’Olimpo a decidere lo svolgimento dei fatti e poi il seguito, nei secoli, senza che nessun mortale potesse opporsi effettivamente alle scelte dei Potenti dell’Olimpo; più tardi, alcuni dei troiani scampati si costruirono una nuova città sul biondo Tevere e dettero vita a un paio di imperi. 

Oggi Netanyahu comanda, gli israeliani per lo più lo seguono, lo sterminio dei palestinesi continua e continua…

E’ noto che l’imprendibile Troia fu presa con un inganno: ce ne andiamo – dissero – e vi lasciamo un cavallo, in pegno di pace.  Nel caso dei nostri giorni vi fu una sortita dei guerriglieri organizzati di Hamas, forza più vitale e integra dei palestinesi assediati a Gaza. Non ne abbiamo le prove, ma l’Idf, l’esercito israeliano, mise in atto o si servì dell’occasione di una grande Rave messo in funzione nella notte di sabato 7 ottobre, fine di Sukkot, solenne festa ebraica. Del Rave si sapeva e non sapeva. Del resto è così per ogni Rave. I soldati, gli ufficiali, il governo israeliano, Netanyahu stesso, forse facevano finta di non esserne al corrente, in ogni caso indebolirono le difese tanto da ingannare più che Hamas, gli osservatori delle democrazie occidentali, i pressoché miopi osservatori dell’Olimpo. Forse era un tranello per i capi di Hamas che buttarono, allo sterminio della festa e tutt’intorno, le loro migliori squadre. L’attacco sanguinoso ai ragazzi in festa riuscì in pieno; ci rimangono i resoconti desolati delle ragazze soldato del Kibbutz Nahal Oz che nessuno all’Idf e al governo d’Israele volle ascoltare.

Il testo che segue, ripreso dalla rete, è da ricordare

Si chiamano Yael Rotenberg e Maya Desiatnik. Sono soldatesse israeliane. Tredici loro compagne sono state uccise a sangue freddo, da distanza ravvicinata, da membri della unità di élite di Hamas. Altre rapite, o disperse. Adesso Yael (ferita da una bomba a mano) e Maya hanno deciso di parlare con la televisione pubblica Kan. Malgrado la loro giovane età, seguendo ora per ora quanto avveniva dentro Gaza ad un chilometro di distanza dai loro strumenti, avevano intuito che Hamas stava preparando qualcosa di grande e avevano riferito ai superiori, senza ottenere successo. 
Nelle settimane, e ancora di più nei giorni precedenti all’attacco – ha riferito Rotenberg – erano avvenuti “episodi strani”. “Improvvisamente abbiamo visto 200 militari di Hamas. Un mese prima sono cominciate le loro esercitazioni. Ci hanno detto che era normale. Ma poi le esercitazioni hanno assunto il ritmo di una al giorno, anche due al giorno. E questo era eccezionale. Abbiamo anche visto come si addestravano a prendere il controllo di un carro armato”. Una loro compagna – Hadar Cohen, assassinata da Hamas – era molto inquieta: aveva segnalato, secondo Rotenberg, che ufficiali di Hamas facevano sopralluoghi lungo il confine con grandi carte geografiche, che indicavano le località ebraiche più vicine. “Il nostro comandante le fece anche complimenti. Ma poi non abbiamo saputo cosa sia successo col suo rapporto”. 
Intanto come si è scritto, in Israele si celebrava il Sukkot, la Festa dei Tabernacoli, e molti militari di Nahal Oz erano in licenza. 
L’attacco di Hamas è iniziato il sabato mattina con un possente bombardamento che “ha fatto tremare le pareti ed i nostri schermi. Li abbiamo visti arrivare in massa. Incredibile: conoscevano tutti i punti deboli del reticolato di confine”. 
Nelle settimane precedenti Hamas aveva organizzato manifestazioni ‘popolari’ durante le quali aveva lanciato numerosi ordigni che avevano indebolito le strutture. Quando c’è stato l’attacco le altre vedette erano ancora nei loro letti. 
Yael e Maya si sono salvate miracolosamente dal massacro. I soldati che dopo ore le hanno tratte in salvo hanno detto loro di chiudere gli occhi, per non vedere i corpi delle amiche trucidate. Fra i ricordi più agghiaccianti le telefonate di addio delle compagne ai genitori, quando avevano ormai compreso che non sarebbero uscite vive dalla base di Nahal Oz. 

Il testo che precede che abbiamo ripreso quasi integralmente, offre qualche elemento di comprensione sull’intento del governo e dell’esercito israeliano in occasione del 7 ottobre. 

Nahal Oz è una località a mezzo chilometro da Gaza, in cui mezzo secolo fa israeliani e palestinesi convivevano, superando le difficoltà e gli attriti immancabili. Yael e Maya hanno fatto quel che potevano per difendere Israele ed evitare una guerra. Non hanno potuto evitare l’assalto, hanno vissuto la guerra.

Abbiamo riaperto un album di fotografie. Per così dire, certo sono foto non tutte nitide, più spesso non bene a fuoco, senza una mano ferma dietro all’obiettivo. Sono le nostre foto, è nostra la memoria. Potremmo dire che ci dobbiamo accontentare e risolvere così ogni questione, ma sappiamo tutti bene che per fortuna non c’è un’unica cassetta per la raccolta di tutte le foto, da chiunque scattate. Come non c’è un unico obiettivo, di un’unica macchina fotografica. Non lasciamoci intimorire; raccogliamo più foto, più scritti, più idee, più verità che sia possibile per poter dire la nostra sui fatti del mondo, per avere qualche prova, qualche futura memoria, per non lasciarci prendere in giro da questo o da quel Potere quando decide di riscrivere il presente (cambiandolo semmai un po’. E con esso la nostra vita).

E detto tra noi: non perdiamoci di vista.

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