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venerdì 1 dicembre 2023

Dice un proverbio africano: quando due vicini litigano, prima è passato un inglese

 


articoli e video di Francesco Dall’Aglio, Ariel Umpièrrez, John Mearsheimer, Fulvio Scaglione, Ennio Remondino, Fabio Ruzzarin, Fabio Mini, Ugo Mattei, Giacomo Gabellini, Stefano Orsi, Fabrizio Poggi, Marco Travaglio, Ezequiel Bistoletti, Alberto Capece, Alessandro Orsini, Sara Reginella, Sergei Lavrov, Gaetano Colonna, Laura Ruggeri, Tatiana Santi, Giuliano Marrucci


La ritirata di Russia – Marco Travaglio

Martedì Repubblica ha intervistato in pompa magna Anna Netrebko, “regina della lirica, soprano russa senza confronti, voce da brivido, vigore espressivo, piglio da diva, milioni di follower e carisma ammaliante”, “scoperta dal geniale direttore Valery Gergiev, vicino a Putin”. A dieci giorni dalla prima della Scala che la vedrà mattatrice nel Don Carlo di Verdi, si è concessa in “esclusiva” a Rep “a patto di non citare quei temi” (la guerra in Ucraina). E Rep ha subito accettato: “Bello prendersi una vacanza dai fuochi e affrontare il ritratto del suo personaggio verdiano”. Non bello: bellissimo. Abbiamo atteso 24 ore prima di scriverne per dare modo ai Riotta, Mieli, Polito, Cappellini, Severgnini, Folli, Grasso, Sarzanini, Guerzoni, Iacoboni e gli altri atlantisti nostrani di infilare Rep in una nuova lista di putiniani servi della cyberpropaganda russa. Invece tutti zitti e Mosca.

Sembra passato un secolo, non 18 mesi, da quando la “regina della lirica” dovette ritirarsi dalla Scala perché Sala e il teatro avevano cacciato il “geniale direttore” Gergiev per putinismo molesto. Altri teatri cancellavano i balletti di Tchaikovsky e altri musicisti protoputiniani. La Fiera del libro per ragazzi di Bologna bandiva editori e autori russi. Il Festival della fotografia di Reggio Emilia rimandava indietro il russo Gronsky, così putiniano che appena rientrò a Mosca sfilò in un corteo contro la guerra di Putin e fu arrestato dalla polizia di Putin. Gli atleti russi, olimpici e pure paralimpici, erano banditi dalle gare o costretti a parteciparvi senza bandiere. La Bicocca, dopo approfondite ricerche, scoprì che era russo anche tal Dostoevskij, sedicente scrittore che, con Tolstoj, Cechov, Puskin, Gogol’ e altri putribondi figuri, minacciava di diffondere la propaganda putiniana e sospese il seminario di Paolo Nori sulle sue opere. Mezzo mondo cancellò i film russi e i corsi di russo. Le fiere feline squalificarono i gatti russi per evitare miagolii putinisti. Il concorso Albero dell’Anno espulse la quercia di Turgenev (pure lui proditoriamente russo). Banditi anche gli intellettuali e artisti ucraini che avevano osato nascere o esibirsi in Donbass o in Crimea. La delegazione russa fu estromessa dalle celebrazioni per la liberazione di Auschwitz, notoriamente liberato non dall’Armata Rossa, ma dagli ucraini e dagli americani (come ne La vita è bella di Benigni). Il tutto fra le standing ovation della stampa atlantista. La stessa che ora copia Orsini, relega l’eroico Zelensky nei trafiletti, invoca un compromesso Mosca-Kiev prima che si noti la disfatta Nato e stende tappeti rossi alla regina putiniana della lirica, che si esibirà non a caso dinanzi a La Russa. Di questo passo c’è pure il rischio che riabilitino quel Dostoevskij.

da qui

Il mito che Putin fosse intenzionato a conquistare l’Ucraina e a creare una Grande Russia – John Mearsheimer

Un numero crescente di prove convincenti dimostra che la Russia e l’Ucraina sono state coinvolte in seri negoziati per porre fine alla guerra in Ucraina subito dopo il suo inizio, il 24 febbraio 2022 (vedi sotto). Questi colloqui sono stati facilitati dal Presidente turco Recep Erdogan e dall’ex Primo Ministro israeliano Naftali Bennett e sono stati caratterizzati da discussioni dettagliate e sincere sui termini di un possibile accordo.

A detta di tutti, questi negoziati, che si sono svolti nel marzo-aprile 2022, stavano facendo progressi reali quando la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno detto al Presidente ucraino Zelensky di abbandonarli, cosa che egli ha fatto.

La cronaca di questi eventi si è concentrata su quanto sia stato sciocco e irresponsabile da parte del Presidente Joe Biden e del Primo Ministro Boris Johnson porre fine a questi negoziati, considerando tutte le morti e le distruzioni che l’Ucraina ha subito da allora – in una guerra che Kyiv probabilmente perderà.

Tuttavia, un aspetto particolarmente importante di questa storia, riguardante le cause della guerra in Ucraina, ha ricevuto poca attenzione. La convinzione convenzionale ben radicata in Occidente è che il Presidente Putin abbia invaso l’Ucraina per conquistare il Paese e renderlo parte di una Grande Russia. Poi, si sarebbe spostato a conquistare altri Paesi dell’Europa orientale. La controargomentazione, che gode di scarso sostegno in Occidente, è che Putin sia stato motivato all’invasione soprattutto dalla minaccia che l’Ucraina entrasse nella NATO e diventasse un baluardo occidentale al confine con la Russia. Per lui e per altre élite russe, l’Ucraina nella NATO era una minaccia esistenziale.

I negoziati del marzo-aprile 2022 chiariscono che la convinzione convenzionale sulle cause della guerra è sbagliata e la controargomentazione è giusta, per due ragioni principali. In primo luogo, i negoziati si sono concentrati direttamente sulla soddisfazione della richiesta della Russia di non far entrare l’Ucraina nella NATO e di diventare invece uno Stato neutrale. Tutti coloro che hanno partecipato ai negoziati hanno capito che il rapporto dell’Ucraina con la NATO era la preoccupazione principale della Russia. In secondo luogo, se Putin fosse stato intenzionato a conquistare tutta l’Ucraina, non avrebbe accettato questi colloqui, poiché la loro stessa essenza contraddiceva qualsiasi possibilità di conquista dell’intera Ucraina da parte della Russia.

Si potrebbe sostenere che Putin abbia partecipato a questi negoziati e abbia parlato molto di neutralità per mascherare le sue ambizioni più grandi. Non ci sono prove, tuttavia, a sostegno di questa linea di argomentazione, senza contare che: 1) la piccola forza d’invasione russa non era in grado di conquistare e occupare tutta l’Ucraina; e 2) non avrebbe avuto senso ritardare un’offensiva più ampia, perché avrebbe dato all’Ucraina il tempo di costruire le proprie difese.

In breve, Putin ha lanciato un attacco limitato in Ucraina allo scopo di costringere Zelensky ad abbandonare la politica di allineamento di Kiev con l’Occidente e a far entrare l’Ucraina nella NATO. Se la Gran Bretagna e l’Occidente non fossero intervenuti per ostacolare i negoziati, ci sono buone ragioni per pensare che Putin avrebbe raggiunto questo obiettivo limitato e avrebbe accettato di porre fine alla guerra.

Vale anche la pena ricordare che la Russia ha annesso gli oblast ucraini di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia solo nel settembre 2022, ben dopo la fine dei negoziati. Se fosse stato raggiunto un accordo, l’Ucraina controllerebbe quasi certamente una quota molto maggiore del suo territorio originario rispetto a quella attuale.

È sempre più chiaro che, nel caso dell’Ucraina, il livello di stupidità e disonestà delle élite occidentali e dei media mainstream occidentali è sbalorditivo.

da qui

 

 

LA GUERRA, DI COLPO, NON CI PIACE PIU’ – Fulvio Scaglione

L’infilata è stata notevole. Prima Time Magazine, con un reportage spietato da Kiev, protagonista un presidente Zelens’kyj che, nelle confidenze dei suoi stessi collaboratori, sembra aver perso il senso della realtà. Poi The Guardian, impegnato a raccontare la disillusione e il pessimismo degli ucraini mentre la guerra si prolunga.  Quindi il Wall Street Journal, che invita a rimettere i piedi per terra quanto a sconfitta della Russia. Per chiudere Gazeta Wiborcza, il più importante quotidiano polacco, che titola “Mosca trionfa, l’Occidente esita”, e parla di “vergognoso fallimento” (nostro) nella guerra in Ucraina. Questo ammosciamento generale mi fa poca impressione: è assolutamente speculare al ridicolo entusiasmo che su queste stesse testate dilagava un anno fa, quando Zelens’kyj e i suoi parlavano addirittura di marcia su Mosca. Ho scritto sempre che questa guerra non avrà vincitori ma solo sconfitti e resto del mio parere. Anche per quanto riguarda la Russia che, al di là delle pesanti conseguenze militari, politiche ed economiche, spostandosi verso l’Asia rinnega la sua anima più vera e profonda.

Resto del mio parere anche su un altro fatto, che cercai di sottolineare più di un anno fa, quando nella nostra povera provincia informativa impazzava la caccia al putiniano. Scrissi per Lettera da Mosca che i veri putiniani “cioè quelli che fanno gli interessi di Vladimir Putin e della classe dirigente russa che abita il Cremlino, sono proprio i sostenitori della guerra senza se e senza ma, della guerra da condurre fino allo sfinimento delle forze armate russe e/o al tracollo economico della Russia e a quello sociale del popolo russo, considerato colpevole quanto i suoi leader”. E anche qui non era difficile azzeccare il pronostico.

Tutto quello spirito combattivo, tutta quell’ansia di “fargliela vedere”, infatti, si basava su previsioni minate alla base da  due errori fondamentali, da due sottovalutazioni fatali. Il primo errore: sottostimare la Russia in generale e il Cremlino in particolare. Non sembra ma erano e sono molti quelli convinti che avesse ragione il povero (perché è morto giovane e perché non era molto acuto) John McCain quando diceva che la Russia non è altro che una pompa di benzina travestita da Stato. Piace vincere facile. E invece eccola lì la tua pompa di benzina, che resiste a migliaia di sanzioni, riconverte l’apparato industriale in un’economia di guerra e tira avanti più che bene. E poi, altra previsione sbagliata: tutti a immaginare rivolte di piazza e complotti anti-Putin. Nulla di tutto questo, Prigozhin parzialmente a parte. A colpi di servizi segreti, intimidazioni e leggi repressive il Cremlino ha tenuto il controllo del Paese. Cosa che peraltro non sarebbe riuscita (e anche questa banalità la scrivo da molti anni) se dietro Putin non ci fosse anche il consenso di una parte più o meno importante della popolazione.

L’altro errore fondamentale è stato sottovalutare la situazione internazionale. Ovvero, non rendersi conto che c’era tutta una serie di Paesi che della politica occidentale a trazione Usa ne aveva piene le tasche. D’altra parte, come poteva essere diversamente dopo l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, la Libia  ecc. ecc.? Dopo l’ascesa della Cina e dell’India, dopo gli infiniti pasticci americani in America Latina? Come potrebbe essere diversamente se il pensiero del responsabile della politica estera (e quindi della diplomazia) dell’Unione europea, Josep Borrell, è che l’Europa è un giardino e tutto il resto una giungla? Questo ha fatto si che, al momento dello scontro anche economico con l’Occidente, la Russia trovasse un sacco di sponde. L’Iran, la Cina, certo. Ma anche Paesi da sempre alleati dell’Occidente: per esempio l’Arabia Saudita, che nell’Opec+ collabora con la Russia per tenere discretamente alti i prezzi del petrolio, tanto che il famoso “tetto” dei 60 dollari a barile, decretato dal presuntuosissimo G7, è andato subito a farsi benedire. Come testimonia il Financial Times, il petrolio russo è andato venduto a non meno di 75-80 dollari a barile per tutto l’anno. Quelle sponde hanno aiutato la Russia a resistere alle sanzioni e a chiudere il 2023 con un attivo di 75 miliardi di dollari nella bilancia commerciale.

Il risultato di questa incredibile approssimazione politica è quello che abbiamo sotto gli occhi e che i giornali fin qui citati (nessuno sospettabile di putinismo, vero?) stanno cominciando a descrivere. E dunque avevo ragione. I putiniani veri erano quelli che incitavano alla guerra, senza rendersi conto del pasticcio in cui andavamo a infilarci. Un pasticcio, peraltro, che il radar delle opinioni publiche ha intercettato da tempo. Davvero nessuno nota  che quasi tutti i Governi europei che erano in carica nella prima fase della guerra sono stati mandati a casa come in Slovacchia (dove ora è premier quel Robert Fico che è considerato filorusso) o in Finlandia o in Italia o nel Regno Unito, o feriti a morte come in Polonia (lì avevano fiutato l’aria e avevano cominciato a litigare con l’Ucraina ma il Pis di Jaroslaw Kacsinski non riuscirà a formare una coalizione) o in Olanda, dove il partito più votato e quello del razzista Geert Wilders, di solito definito filorusso.  Altrove l’hanno sfangata con esiti paradossali come in Spagna dove il premier Sanchez, pur di restare in carica, si è acconciato all’amnistia per i separatisti catalani. E l’autonomismo catalano, per molti qui da noi e in Europa, a suo tempo era un prodotto degli hacker russi!

Sapete quali sono stati i due massimi putiniani? Angela Merkel e Francois Hollande. Hanno confessato, anche con un certo orgoglio, di aver lavorato, dopo il Maidan del 2014 e la ribellione del Donbass, non per realizzare gli Accordi di Minsk o comunque trovare una via per la pace ma per rafforzare militarmente l’Ucraina. Non sarebbe stato meglio invece cercare una soluzione negoziata? Oggi davvero pensiamo che, rinunciando a priori a quella prospettiva, Merkel e Hollande abbiano fatto un favore all’Ucraina e all’Europa?

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La guerra di cui tutti sono stanchi: mancano uomini, soldi, armi e soluzioni – Ennio Remondino

Con la crisi mediorientale che nessuno sa come potrà andare a finire, e la Cina che resta affacciata su Taiwan, la guerra impantanata d’Ucraina, voragine senza fine, diventa eccessiva anche per superpotenza. «Gli Usa potrebbero scaricare sull’Ue il peso della fornitura di armi», l’allarme di Francesco Palmas su Avvenire. In realtà, è da tempo che il comando Usa-Nato prova a scaricare in casa Ue più oneri possibili. Mentre sull’altro fronte, i russi aumentano i fondi, ma sembrano incapaci di fermare l’inerzia, sostiene chi capisce di cose militari.

Combattere non attrae più

In Ucraina, i due belligeranti non hanno mai comunicato né le perdite subite, né lo stato degli arsenali, rendendo azzardata ogni previsione sulla guerra. «Sappiamo però che combattere non attrae più», avverte Palmas. Perfino il comandante supremo ucraino, rimbrottato da Zelensky, si è detto pessimista sulle capacità del Paese: «Potremmo ritrovarci senza effettivi», ha confidato all’Economist. E l’asettica ANSA scrive che 16 mila soldati ucraini hanno disertato, abbandonando la zona di conflitto del Donbass, molti dei quali con le armi. Le città ucraine, piene di mutilati e di invalidi, vedono molti uffici di arruolamento vuoti. E oggi, l’età media di chi combatte al fronte è di 43 anni, «un handicap per qualsiasi esercito moderno».

Fine del consenso generalizzato

E c’è anche di peggio. Time descrive una presidenza isolata, ‘hybris’, troppo orgogliosa, con un Zelensky cieco di fronte ai segnali allarmanti che arrivano dalle battaglie. «L’Ucraina non ha bisogno di F-16, ma di un comando e controllo efficiente, perché è questo il motore e il cervello delle forze armate. Quasi in crisi e scosso dalle purghe di molti quadri, il vertice militare manca purtroppo di ufficiali di stato maggiore. Non ha mai imparato a coordinare azioni di grande respiro, uniche in grado di rompere il fronte», spiega l’analista di cose militari. «È il motivo principale che spiega il fallimento della controffensiva estiva, come ammesso dagli stessi comandanti ucraini». I 400chilometri quadrati riconquistati e i 17 chilometri di avanzata hanno deluso tutti, a partire dai finanziatori occidentali.

Gli assaltatori di ieri frenano

Joseph Borrell, politica estera Ue, citato da Metadefense, ha messo le mani avanti, dicendo che Bruxelles non potrà sostituire Washington nel caso in cui il prossimo nuovo inquilino della Casa Bianca voltasse le spalle a Kiev. «La paralisi amministrativa che pende sulle dinamiche d’oltreatlantico rischia di spegnere le illusioni ucraine, azzerate soprattutto se si realizzasse la vittoria trumpiana», avverte Francesco Palmas. Resta sempre più sola ‘Ursula von der Nato’. A promettere senza soldi. Mentre Le Figaro ipotizza un inverno durissimo, foriero di sconfitte per Kiev. E sulla stampa europea, anche la più militarizzata di ieri, cominciano ad affiorare dubbi su una disfatta ucraina, rilanciati pure dal premier rumeno.

Cancellerie e comandi militari a rivedere vecchie priorità. I nuovi fronti del Vicino Oriente e dalle tempeste che si profilano in Asia, anche se il G7 –ormai pressoché inutile-, ripete il sostegno a Kiev e parte della Commissione si inventa una impossibile ammissione Ue di corsa.

Le pressioni su Zelensky

«La verità è che i nostri leader stanno premendo ufficiosamente su Zelensky perché accetti colloqui con la Russia, pur non avendo precisato i termini della persuasione: pensano forse a un trattato di pace? O a un armistizio in stile coreano? O a un semplice cessate il fuoco? E i russi sarebbero d’accordo a intavolare trattative?».

Guai anche russi

L’Armata Rossa sta facendo l’impossibile: aumenta l’età dei reclutabili; l’industria che sforna missili e blindati e ha la sponda degli arsenali iraniani e nordcoreani. E l’anno prossimo il 6% del Pil nazionale sarà dirottato sulle armi. Servirà davvero? «La Russia è zeppa di problemi. Si trova nella stessa impasse tattica ucraina, nell’incapacità di una manovra dinamica in attacco e nella predominanza della difesa. Insomma non ha nulla capace di spezzare l’inerzia. Mosca ha un’aviazione intatta, ma priva di occhi e di intelligence strategica (acquisire e colpire gli obiettivi in tempo reale)».

Finale prossimo venturo?

Per il generale ucraino Zalujny solo l’arrivo di armi dirompenti (game-changers) potrebbe scompaginare il quadro. Ma i pochi F-16 che stanno per arrivare non consentiranno nessuna svolta. «A Kiev servirebbero piuttosto uomini, difese aeree, mezzi antimina, sistemi da guerra elettronica, armi anticarro e centinaia di aerei». Avvertimento del presidente ceco Petr Pavel il 9 novembre. «Il tempo ora è a favore della Russia, che ha una base più forte per mobilitare le risorse umane», ha detto Pavel. «Potrebbe esserci un momento per l’inizio dei negoziati l’anno prossimo», ha aggiunto Pavel senza specificare i dettagli.

Poco dopo la sua elezione nel gennaio 2023, Pavel aveva dichiarato che l’Ucraina avrebbe avuto solo una possibilità per lanciare una controffensiva di successo, affermando che in caso di fallimento, difficile/impossibile ottenere finanziamenti per un’altra.

Conflitto a spegnersi

Salvo sorprese, il conflitto scemerà forse d’intensità, non solo per le avversità climatiche, ma anche per l’impotenza dei belligeranti, la conclusione su Avvenire.

«La guerra si farà semicalda, con scontri sporadici al fronte, bombardamenti a lungo raggio e un fronte che correrà lungo la nuova cortina di ferro Est-Ovest, a riprova che la pace è un miraggio ancora lontano».

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EU NUCHI D’EUROPA – Laura Ruggeri

Alla fine di ottobre, la presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola ha chiesto a un giornalista se l’UE avrebbe aperto formalmente i colloqui di adesione dell’Ucraina e della Moldavia dopo aver concesso a questi Paesi lo status di candidati nel 2022. “Se un Paese guarda all’Europa, allora l’Europa dovrebbe spalancare le porte. L’allargamento è sempre stato lo strumento geopolitico più potente dell’Unione Europea”. Sebbene Metsola abbia semplicemente riformulato le dichiarazioni del capo della Commissione europea Ursula Von der Leyen e del presidente del Consiglio europeo Charles Michel, le parole che ha usato ben riflettono le basi ideologiche dell’espansionismo dell’UE. Metsola confonde l’Europa con l’Unione Europea, ma non si tratta di un semplice lapsus: Bruxelles da tempo ritiene che l’UE coincida con l’Europa e che i Paesi che si trovano al di fuori dei confini dell’Unione non siano veramente europei, altrimenti come potrebbero mai “guardare all’Europa”?

Diventare europei significa diventare “civilizzati”, poiché al di fuori del “giardino d’Europa” si vive in una “giungla”, almeno secondo il responsabile degli affari esteri dell’UE Josep Borrell. L’UE, che si propone come incarnazione di valori superiori, ha il dovere morale di aprire le sue porte e ammettere quei Paesi sfortunati che attualmente sono esclusi da questo giardino di delizie, e così facendo, salvarli da un imprecisato pericolo. In pratica una variazione sul tema coloniale del salvatore bianco. Poi Metsola offre l’argomento decisivo a sostegno dell’allargamento: beh, ovviamente è uno strumento geopolitico per rafforzare l’UE. L’idea che l’allargamento renda più forte il blocco, come sostengono i suoi sostenitori, o, al contrario, acceleri la sua implosione, divide le opinioni da due decenni. Metsola opportunisticamente glissa sul fatto che senza unanimità i colloqui sull’adesione non possono nemmeno essere avviati, ma si sa che per gli eurocrati  i fatti contano meno della narrazione. Le metafore utilizzate da Metsola (la porta) e da Borrell (giardino/giungla) rafforzano la dicotomia spaziale dentro/fuori che riflette culturalmente l’opposizione tra valori positivi e negativi, civiltà e barbarie. Senza una sfera esterna “caotica”, reale o immaginaria, la struttura interna non apparirebbe ordinata, anzi non apparirebbe affatto: figura e sfondo si mescolerebbero in un continuum. Supporre l’esistenza di una giungla pericolosa abitata da barbari è essenziale per mantenere l’illusione di ordine e civiltà all’interno. Il problema è che ad ogni round di allargamento l’entropia del sistema aumenta.

La storia dimostra che quando si tenta un’espansione imperiale senza le condizioni necessarie – un esercito sufficientemente forte e un’economia in grado di sostenerlo, una leadership efficace, un’ideologia che stimoli il desiderio di impero e legami istituzionali robusti tra il centro e la periferia – il fallimento e la sconfitta sono inevitabili. Ma non chiedete ai nostri eunuchi di parlare di imperi, soprattutto di quello di cui servono gli interessi. Credono alla loro stessa propaganda e si impegnano a “proteggere, promuovere e proiettare i valori europei, difendere la democrazia e i diritti umani nell’interesse del bene comune e pubblico. Promuovere la stabilità e la prosperità nel mondo, proteggendo un ordine mondiale basato su regole, è un prerequisito fondamentale per la difesa dei valori dell’Unione“. Quando si tratta di dichiarazioni dell’UE la parodia non è necessaria, l’originale ottiene lo stesso effetto comico.

Se un’ulteriore espansione sia positiva o negativa per l’UE è l’equivalente moderno dell’antica discussione bizantina sul sesso degli angeli e, sebbene non sia possibile raggiungere un accordo, il processo si è in gran parte arenato dopo l’ingresso della più grande ondata di nuovi membri nel 2004 e della Croazia nel 2013. Allora perché negli ultimi due anni è balzato in cima all’agenda di così tanti eurocrati? Principalmente perché i sostenitori dell’espansione speravano di poter far leva sull’unità dimostrata dall’UE a fronte del conflitto in Ucraina per far passare un progetto imperialista per procura partorito dal pensiero magico di Washington. La pietra angolare di questo progetto era la piena conquista dell’Ucraina, il cui esercito addestrato dalla NATO avrebbe dovuto infliggere un colpo decisivo alla Russia. Come sappiamo, le cose non sono andate esattamente secondo i piani e quell’unità di intenti sembra ora precaria quanto il futuro dell’Ucraina. All’Ucraina è stato promesso per anni lo status di candidato all’UE e finalmente lo ha ottenuto in cambio di un bagno di sangue. Ovviamente, non ha i requisiti per l’adesione e la prospettiva di restare per anni in una sala d’attesa affollata con altri candidati non è  propriamente allettante.

Bruxelles deve prima trovare e poi offrire una carota più succosa in un momento in cui i sondaggi di opinione mostrano stanchezza verso l’Ucraina. Dopo essersi schierata in difesa dell’“ordine basato sulle regole” degli Stati Uniti, l’UE ha un sacco pieno di pagherò (promesse che non può mantenere), un’economia indebolita, e il giardino delle delizie terrene di Borrell assomiglia sempre più al pannello scuro del famoso trittico di Hieronymus Bosch. Si potrebbe pensare che discutere dell’allargamento dell’UE mentre l’Unione si trova ad affrontare crisi importanti che la stanno mettendo alla prova fino al punto di rottura sia l’epitome della follia. In realtà, alcuni commentatori hanno già paragonato la leadership dell’UE a Nerone che strimpellava durante l’incendio di Roma. Ma a quanto pare Nerone fece anche qualcos’altro, incolpò i cristiani. Offrire un nemico interno o un nemico esterno è una tattica collaudata per schiacciare il dissenso e consolidare il potere.

Ed è esattamente quello che ha provato a fare il ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock in una recente conferenza a Berlino dedicata all’allargamento dell’UE. Ha detto a 17 ministri degli Esteri dell’UE e dei Paesi candidati, tra cui l’ucraino Dmytro Kuleba, che l’UE deve espandersi per evitare di rendere tutti vulnerabili. “La Mosca di Putin continuerà a cercare di dividere da noi non solo l’Ucraina, ma anche la Moldavia, la Georgia e i Balcani occidentali. Se questi Paesi possono essere destabilizzati in modo permanente dalla Russia, allora questo rende vulnerabili anche noi. Non possiamo più permetterci zone d’ombra in Europa”. Che fine hanno fatto le promesse di crescita economica, investimenti e accesso a un ricco mercato unico? Poiché nel 2023 suonano tutte piuttosto vuote, Baerbock invoca l’uomo nero. È finita la pretesa che l’UE e la NATO perseguano strategie diverse. Con la porta della NATO chiusa all’Ucraina e con Washington che ha spostato la sua attenzione sul Medio Oriente e sull’Asia-Pacifico, l’onere di sostenere l’Ucraina “per difendere l’Europa” è stato scaricato sull’UE. Se dipingere la Russia come una minaccia è stato a lungo utilizzato dagli Stati Uniti per mantenere in vita la NATO, negli anni più recenti è stato sfruttato per uniformare la politica estera e la difesa degli Stati membri dell’UE. Washington ha promosso e facilitato un consolidamento verticale del potere nell’UE al fine di esternalizzare a Bruxelles alcune delle funzioni di controllo e polizia che consentono l’accumulo di capitale a livello globale e sostengono la sua egemonia…

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lunedì 29 maggio 2023

Se anche il bolscevico Kissinger parla di invasione provocata…



articoli, video e disegni di Jeffrey Sachs, Eisenhower Media Network, Hauke Ritz, Diego Ruzzarin, Francesco Masala, Rete Italiana Pace e Disarmo, Fondazione Finanza Etica, Laura Ruggeri, Stefano Orsi, Giacomo Gabellini, Giuseppe Masala, Andrea Lucidi, Marco Travaglio, Fabrizio Poggi, Clara Statello, Luciano Canfora, Marinella Correggia, Ginevra Bompiani, Davide Malacaria, Alessandro Di Battista, Fabio Mini, Giovanni Iozzoli, Enrico Tomaselli, Vittorio Rangeloni, Sara Reginella, Marco Fraquelli, Alberto Fazolo, Nicolai Lilin, John Mearsheimer, Giuliano Marrucci, Pepe Escobar, Alistair Crooke, Franco Fracassi, Antonio Di Siena, Roger Waters, Carlos Latuff, Valentina Morotti, Richard D. Wolff


Hanno la faccia come il culo – Francesco Masala

La morente civiltà occidentale ha delle regole ferree, con la Nato va a combattere per paesi che non ne fanno parte, contro la Russia e a favore dell’Ucraina, per riconquistare territori che volevano andare con la Russia, visto che in grande maggioranza sono russi, parlano russo e sono bombardati dai soldati ucraini.

Con la stessa faccia la Nato proverà, se ci riesce, a combattere contro la Cina, che, senza bombardare nessuno, vuole riprendere il controllo di Taiwan, che tutti riconoscono come una provincia della Cina.

Cioè, centinaia di migliaia di soldati sono morti e milioni di ucraini hanno dovuto espatriare e perdere tutto per una questione di bi-principio (direbbe Orwell).

I pazzi Stranamore che governano il mondo stanno tutti negli Usa, nel resto dell’Occidente vi sono solo squallidi servi, che vogliono la totale distruzione dell’Ucraina, solo per avere le briciole di una impossibile ricostruzione.

Nessuno di loro parla di pace, vogliono la distruzione totale dell’Ucraina, con la bava alla bocca per avere un sub-sub-subappalto.

Gli assassini della Nato, esperti di guerre illegali, si troveranno davanti, fra non molto, un’associazione militare (questa sì difensiva) per proteggere i Brics e tutti i paesi fuori dal giardino dalle follie dell’Occidente in preda a un Alzhaimer violento, senza controllo.

Da Capua a Roma, dopo la sconfitta degli schiavi ribelli di Spartaco, tutti gli schiavi sopravvissuti furono crocefissi, per non aver voluto tradire Spartaco (vedi o rivedi Spartacus, di Stanley Kubrick*).

Questa punizione sarebbe adatta per tutte le classi dirigenti europee (e dell’Occidente) degli ultimi trent’anni, con decine di migliaia di croci da Kiev a Lisbona, nel Corridoio 5, molto amato dai sostenitori della TAV, e sarebbe anche rispettoso delle famigerate, secondo alcuni, radici cristiane dell’Europa?

Basterebbe, di questi tempi, a proposito di riconversione energetica, che tutti quelle migliaia di dirigenti europei e occidentali vengano stipati in qualche pozzo per la raccolta indifferenziata, di sicuro non sono riciclabili.

*pare che Kirk Douglas, il protagonista del film, pose come condizione alla sua partecipazione che alla sceneggiatura ci fosse Dalton Trumbo, vittima del maccartismo (araba fenice che rinasce per fare le liste nere dei giornalisti che non glorificano la guerra in Ucraina).




“La guerra in Ucraina è stata provocata dagli Stati Uniti” – Jeffrey Sachs

Riconoscendo che la questione dell’allargamento della NATO è al centro di questa guerra, capiamo perché gli armamenti statunitensi non porranno fine a questa guerra. Solo gli sforzi diplomatici possono farlo.

 

di Jeffrey D. Sachs* per Common Dreams

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

 

George Orwell scrisse in “1984” che “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato.” I governi lavorano incessantemente per distorcere la percezione pubblica del passato. Per quanto riguarda la guerra d’Ucraina, l’amministrazione Biden ha ripetutamente e falsamente affermato che la guerra d’Ucraina è iniziata con un attacco non provocato della Russia all’Ucraina il 24 febbraio 2022. In realtà, la guerra è stata provocata dagli Stati Uniti in modi che i principali diplomatici statunitensi avevano previsto per decenni nel periodo precedente la guerra, il che significa che la guerra avrebbe potuto essere evitata e che ora dovrebbe essere fermata attraverso i negoziati.

Riconoscere che la guerra è stata provocata ci aiuta a capire come fermarla. Non giustifica l’invasione della Russia. Un approccio di gran lunga migliore per la Russia sarebbe stato quello di intensificare la diplomazia con l’Europa e con il mondo non occidentale per spiegare e opporsi al militarismo e all’unilateralismo degli Stati Uniti. In effetti, l’incessante spinta statunitense ad espandere la NATO è ampiamente osteggiata in tutto il mondo, quindi la diplomazia russa, piuttosto che la guerra, sarebbe stata probabilmente efficace.

Il team di Biden usa senza tregua la parola “non provocata”, di recente nell’importante discorso di Biden per il primo anniversario della guerra, in una recente dichiarazione della NATO e nell’ultima dichiarazione del G7. I media mainstream favorevoli a Biden si limitano a ripetere le parole della Casa Bianca. Il New York Times è il principale colpevole: ha descritto l’invasione come “non provocata” non meno di 26 volte, in cinque editoriali, 14 colonne di opinione di scrittori del NYT e 7 op-editoriali ospiti!

In realtà le provocazioni statunitensi sono state principalmente due. La prima è stata l’intenzione degli Stati Uniti di espandere la NATO all’Ucraina e alla Georgia per poter circondare la Russia nella regione del Mar Nero con una cintura della NATO (Ucraina, Romania, Bulgaria, Turchia e Georgia, in ordine antiorario). Il secondo è stato il ruolo degli Stati Uniti nell’installazione di un regime russofobico in Ucraina con il rovesciamento violento del presidente filorusso Viktor Yanukovych nel febbraio 2014. La guerra in Ucraina è iniziata con il rovesciamento di Yanukovych nove anni fa, non nel febbraio 2022 come vorrebbero farci credere il governo statunitense, la NATO e i leader del G7.

La chiave per la pace in Ucraina è rappresentata da negoziati basati sulla neutralità dell’Ucraina e sul non allargamento della NATO.

Biden e la sua squadra di politica estera si rifiutano di discutere queste radici della guerra. Riconoscerle minerebbe l’amministrazione in tre modi. In primo luogo, rivelerebbe il fatto che la guerra avrebbe potuto essere evitata, o fermata in anticipo, risparmiando all’Ucraina l’attuale devastazione e agli Stati Uniti oltre 100 miliardi di dollari di spese finora sostenute. In secondo luogo, rivelerebbe il ruolo personale del Presidente Biden nella guerra, come partecipante al rovesciamento di Yanukovych e, prima ancora, come convinto sostenitore del complesso militar-industriale e precursore dell’allargamento della NATO. In terzo luogo, spingerebbe Biden al tavolo dei negoziati, minando la continua spinta dell’amministrazione all’espansione della NATO.

Gli archivi mostrano in modo inconfutabile che i governi statunitense e tedesco promisero ripetutamente al presidente sovietico Mikhail Gorbaciov che la NATO non si sarebbe mossa “di un solo centimetro verso est” quando l’Unione Sovietica avesse sciolto l’alleanza militare del Patto di Varsavia. Ciononostante, la pianificazione statunitense per l’espansione della NATO è iniziata all’inizio degli anni ’90, ben prima che Vladimir Putin diventasse presidente della Russia. Nel 1997, l’esperto di sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski ha delineato la tempistica dell’espansione della NATO con notevole precisione.

I diplomatici statunitensi e i leader ucraini sapevano bene che l’allargamento della NATO avrebbe potuto portare alla guerra. Il grande statista statunitense George Kennan definì l’allargamento della NATO un “errore fatale”, scrivendo sul New York Times che “ci si può aspettare che una tale decisione infiammi le tendenze nazionalistiche, anti-occidentali e militaristiche dell’opinione pubblica russa; che abbia un effetto negativo sullo sviluppo della democrazia russa; che ripristini l’atmosfera della guerra fredda nelle relazioni tra Est e Ovest e che spinga la politica estera russa in direzioni decisamente non gradite”.

Il Segretario alla Difesa del Presidente Bill Clinton, William Perry, considerò di dimettersi per protestare contro l’allargamento della NATO. Ricordando questo momento cruciale a metà degli anni ’90, Perry ha detto quanto segue nel 2016: “La nostra prima azione che ci ha davvero portato in una cattiva direzione è stata quando la NATO ha iniziato ad espandersi, coinvolgendo le nazioni dell’Europa orientale, alcune delle quali confinanti con la Russia. A quel tempo, stavamo lavorando a stretto contatto con la Russia, che cominciava ad abituarsi all’idea che la NATO potesse essere un’amica piuttosto che un nemico… ma era molto a disagio all’idea di avere la NATO proprio sul suo confine e ci ha fatto un forte appello a non andare avanti”.

Nel 2008, l’allora ambasciatore americano in Russia, e ora direttore della CIA, William Burns, inviò un cablogramma un cablogramma a Washington in cui avvertiva a lungo dei gravi rischi dell’allargamento della NATO: “Le aspirazioni alla NATO dell’Ucraina e della Georgia non solo toccano un nervo scoperto in Russia, ma suscitano serie preoccupazioni per le conseguenze sulla stabilità della regione. La Russia non solo percepisce l’accerchiamento e gli sforzi per minare l’influenza della Russia nella regione, ma teme anche conseguenze imprevedibili e incontrollate che potrebbero compromettere seriamente gli interessi della sicurezza russa. Gli esperti ci dicono che la Russia è particolarmente preoccupata che le forti divisioni in Ucraina sull’adesione alla NATO, con gran parte della comunità etnica russa contraria all’adesione, possano portare a una grande spaccatura, con violenze o, nel peggiore dei casi, alla guerra civile. In questa eventualità, la Russia dovrebbe decidere se intervenire o meno; una decisione che la Russia non vuole affrontare.”

I leader ucraini sapevano chiaramente che fare pressione per l’allargamento della NATO all’Ucraina avrebbe significato la guerra. L’ex consigliere di Zelensky Oleksiy Arestovych ha dichiarato in un’intervista del 2019 “che il nostro prezzo per entrare nella NATO è una grande guerra con la Russia”.

Nel periodo 2010-2013, Yanukovych ha spinto per la neutralità, in linea con l’opinione pubblica ucraina. Gli Stati Uniti hanno lavorato segretamente per rovesciare Yanukovych, come si evince vivamente dal nastro dell’allora vicesegretaria di Stato americana Victoria Nuland e dell’ambasciatore statunitense Geoffrey Pyatt che pianificano il governo post-Yanukovych settimane prima del violento rovesciamento di Yanukovych. Nella telefonata, Nuland chiarisce che si stava coordinando strettamente con l’allora vicepresidente Biden e il suo consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, lo stesso team Biden-Nuland-Sullivan ora al centro della politica statunitense nei confronti dell’Ucraina.

Dopo il rovesciamento di Yanukovych, è scoppiata la guerra nel Donbas, mentre la Russia rivendicava la Crimea. Il nuovo governo ucraino ha chiesto l’adesione alla NATO e gli Stati Uniti hanno armato e aiutato a ristrutturare l’esercito ucraino per renderlo interoperabile con la NATO. Nel 2021, la NATO e l’amministrazione Biden si sono fortemente impegnati per il futuro dell’Ucraina nella NATO.

Nel periodo immediatamente precedente l’invasione della Russia, l’allargamento della NATO è stato al centro dell’attenzione. Il progetto di trattato USA-Russia di Putin (17 dicembre 2021) chiedeva di fermare l’allargamento della NATO. I leader russi hanno indicato l’allargamento della NATO come causa della guerra nella riunione del Consiglio di sicurezza nazionale russo del 21 febbraio 2022. Nel suo discorso alla nazione di quel giorno, Putin dichiarò che l’allargamento della NATO era una delle ragioni principali dell’invasione.

Lo storico Geoffrey Roberts ha recentemente scritto“Si sarebbe potuta evitare la guerra con un accordo russo-occidentale che avesse fermato l’espansione della NATO e neutralizzato l’Ucraina in cambio di solide garanzie di indipendenza e sovranità ucraina? Probabilmente sì.” Nel marzo 2022, la Russia e l’Ucraina hanno riferito di aver fatto progressi verso una rapida fine negoziata della guerra, basata sulla neutralità dell’Ucraina. Secondo Naftali Bennett, ex primo ministro israeliano, che ha svolto il ruolo di mediatore, un accordo era vicino ad essere raggiunto prima che Stati Uniti, Regno Unito e Francia lo bloccassero.

Mentre l’amministrazione Biden dichiara che l’invasione russa non è stata provocata, nel 2021 la Russia ha cercato opzioni diplomatiche per evitare la guerra, mentre Biden ha rifiutato la diplomazia, insistendo sul fatto che la Russia non aveva voce in capitolo sulla questione dell’allargamento della NATO. Nel marzo 2022, la Russia ha insistito sulla diplomazia, mentre il team di Biden ha nuovamente bloccato la fine della guerra per via diplomatica.

Riconoscendo che la questione dell’allargamento della NATO è al centro di questa guerra, capiamo perché gli armamenti statunitensi non porranno fine a questa guerra. La Russia si intensificherà se necessario per impedire l’allargamento della NATO all’Ucraina. La chiave per la pace in Ucraina è rappresentata dai negoziati basati sulla neutralità dell’Ucraina e sul non allargamento della NATO. L’insistenza dell’amministrazione Biden sull’allargamento della NATO all’Ucraina ha reso quest’ultima vittima di aspirazioni militari statunitensi mal concepite e irraggiungibili. È ora che le provocazioni cessino e che i negoziati riportino la pace in Ucraina.

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“Vedere la guerra attraverso gli occhi della Russia” – Un appello di Eisenhower Media Network

Pubblichiamo la traduzione completa ad opera di Nora Hoppe dell’appello comparso su una pagina del New York Times ad opera Eisenhower Media Network

 

La guerra tra Russia e Ucraina è stata un disastro senza attenuanti. Centinaia di migliaia di persone sono state uccise o ferite. Milioni di persone sono state sfollate. La distruzione ambientale ed economica è stata incalcolabile. La devastazione futura potrebbe essere esponenzialmente maggiore, dato che le potenze nucleari si avvicinano sempre più alla guerra aperta.

Deploriamo la violenza, i crimini di guerra, gli attacchi missilistici indiscriminati, il terrorismo e altre atrocità che fanno parte di questa guerra. La soluzione a questa violenza sconvolgente non è rappresentata da più armi o più guerra, con la garanzia di ulteriore morte e distruzione.

Come americani ed esperti di sicurezza nazionale, esortiamo il Presidente Biden e il Congresso a usare tutti i loro poteri per porre fine rapidamente alla guerra tra Russia e Ucraina attraverso la diplomazia, soprattutto alla luce dei gravi pericoli di un’escalation militare che potrebbe andare fuori controllo.

Sessant’anni fa, il presidente John F. Kennedy fece un’osservazione che oggi è fondamentale per la nostra sopravvivenza. “Soprattutto, pur difendendo i propri interessi vitali, le potenze nucleari devono evitare quegli scontri che portano l’avversario a scegliere tra una ritirata umiliante o una guerra nucleare. Adottare questo tipo di approccio nell’era nucleare sarebbe solo la prova del fallimento della nostra politica, o di un desiderio di morte collettiva per il mondo.”

La causa immediata di questa disastrosa guerra in Ucraina è l’invasione della Russia. Tuttavia, i piani e le azioni per espandere la NATO ai confini della Russia sono serviti a provocare i timori russi. I leader russi lo hanno ribadito per 30 anni.

Il fallimento della diplomazia ha portato alla guerra. Ora la diplomazia è urgentemente necessaria per porre fine alla guerra russo-ucraina prima che distrugga l’Ucraina e metta in pericolo l’umanità.

 

Il potenziale per la pace

L’attuale ansia geopolitica della Russia è influenzata dal ricordo delle invasioni di Carlo XII, Napoleone, del Kaiser e di Hitler. Le truppe statunitensi facevano parte di una forza d’invasione alleata che intervenne senza successo contro la parte vincitrice nella guerra civile russa del primo dopoguerra. La Russia vede l’allargamento e la presenza della NATO ai suoi confini come una minaccia diretta; gli Stati Uniti e la NATO vedono solo una prudente preparazione. In diplomazia, bisogna cercare di vedere con empatia strategica, cercando di capire i propri avversari. Questa non è debolezza: è saggezza.

Rifiutiamo l’idea che i diplomatici, cercando la pace, debbano scegliere da che parte stare, in questo caso Russia o Ucraina. Favorendo la diplomazia, scegliamo la parte della sanità mentale. Dell’umanità. Della pace.

Riteniamo che la promessa del Presidente Biden di sostenere l’Ucraina “fino a quando sarà necessario” sia una licenza a perseguire obiettivi mal definiti e in definitiva irraggiungibili. Potrebbe rivelarsi altrettanto catastrofica quanto la decisione del Presidente Putin, lo scorso anno, di lanciare la sua invasione e occupazione criminale. Non possiamo e non vogliamo approvare la strategia di combattere la Russia fino all’ultimo ucraino.

Chiediamo un impegno significativo e genuino alla diplomazia, in particolare un cessate il fuoco immediato e negoziati senza precondizioni squalificanti o proibitive. Le provocazioni deliberate hanno portato alla guerra tra Russia e Ucraina. Allo stesso modo, la diplomazia deliberata può porvi fine.

 

Le azioni degli Stati Uniti e l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia

Con il crollo dell’Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda, i leader statunitensi e dell’Europa occidentale assicurarono ai leader sovietici e poi russi che la NATO non si sarebbe espansa verso i confini della Russia. “Non ci sarà un’estensione della… NATO di un solo centimetro verso est”, disse il Segretario di Stato americano James Baker al leader sovietico Mikhail Gorbaciov il 9 febbraio 1990. Simili rassicurazioni da parte di altri leader statunitensi e di leader britannici, tedeschi e francesi nel corso degli anni ’90 lo confermano.

Dal 2007, la Russia ha ripetutamente avvertito che le forze armate della NATO ai confini della Russia erano intollerabili – proprio come le forze russe in Messico o in Canada sarebbero intollerabili per gli Stati Uniti ora, o come lo erano i missili sovietici a Cuba nel 1962. La Russia ha inoltre indicato l’espansione della NATO in Ucraina come particolarmente provocatoria.

 

Vedere la guerra attraverso gli occhi della Russia

Il nostro tentativo di comprendere la prospettiva russa sulla loro guerra non approva l’invasione e l’occupazione, né implica che i russi non avessero altra scelta che questa guerra.

Tuttavia, così come la Russia aveva altre opzioni, anche gli Stati Uniti e la NATO hanno avuto la possibilità di scegliere fino a questo momento.

I russi hanno chiarito le loro linee rosse. In Georgia e in Siria hanno dimostrato che avrebbero usato la forza per difenderle. Nel 2014, la presa immediata della Crimea e il sostegno ai separatisti del Donbas hanno dimostrato la serietà del loro impegno a difendere i propri interessi. Non è chiaro perché questo non sia stato compreso dai vertici degli Stati Uniti e della NATO; è probabile che vi abbiano contribuito l’incompetenza, l’arroganza, il cinismo o un infido mix di tutti e tre.

Ancora una volta, anche quando la Guerra Fredda è finita, diplomatici, generali e politici statunitensi hanno messo in guardia sui pericoli di un’espansione della NATO fino ai confini della Russia e di un’interferenza dolosa nella sfera d’influenza russa. Gli ex funzionari di gabinetto Robert Gates e William Perry hanno lanciato questi avvertimenti, così come i venerati diplomatici George Kennan, Jack Matlock e Henry Kissinger. Nel 1997, cinquanta esperti di politica estera degli Stati Uniti scrissero una lettera aperta al Presidente Bill Clinton per consigliargli di non espandere la NATO, definendola “un errore politico di proporzioni storiche”. Il Presidente Clinton scelse di ignorare questi avvertimenti.

L’aspetto più importante per comprendere l’arroganza e il calcolo machiavellico nel processo decisionale statunitense relativo alla guerra Russia-Ucraina è il rifiuto degli avvertimenti lanciati da Williams Burns, l’attuale direttore della Central Intelligence Agency. In un cablogramma inviato al Segretario di Stato Condoleezza Rice nel 2008, mentre era in carica come ambasciatore in Russia, Burns scrisse dell’espansione della NATO e dell’adesione dell’Ucraina:

“Le aspirazioni dell’Ucraina e della Georgia alla NATO non solo toccano un nervo scoperto in Russia, ma suscitano serie preoccupazioni sulle conseguenze per la stabilità della regione. La Russia non solo percepisce l’accerchiamento e gli sforzi per minare l’influenza della Russia nella regione, ma teme anche conseguenze imprevedibili e incontrollate che potrebbero compromettere seriamente gli interessi della sicurezza russa. Gli esperti ci dicono che la Russia è particolarmente preoccupata che le forti divisioni in Ucraina sull’adesione alla NATO, con gran parte della comunità etnica russa contraria all’adesione, possano portare a una grande spaccatura, con violenze o, nel peggiore dei casi, alla guerra civile. In questa eventualità, la Russia dovrebbe decidere se intervenire o meno; una decisione che non vuole affrontare.”

Perché gli Stati Uniti hanno continuato ad espandere la NATO nonostante questi avvertimenti? Il profitto derivante dalla vendita di armi è stato un fattore importante. Di fronte all’opposizione all’espansione della NATO, un gruppo di neoconservatori e di alti dirigenti dei produttori di armi statunitensi formò il Comitato statunitense per l’espansione della NATO. Tra il 1996 e il 1998, i maggiori produttori di armi hanno speso 51 milioni di dollari (94 milioni di dollari oggi) in attività di lobbying e altri milioni in contributi per le campagne elettorali. Grazie a questa generosità, l’espansione della NATO divenne rapidamente un affare fatto, dopo di che i produttori di armi statunitensi vendettero miliardi di dollari di armi ai nuovi membri della NATO.

Finora gli Stati Uniti hanno inviato all’Ucraina attrezzature militari e armi per un valore di 30 miliardi di dollari, mentre il totale degli aiuti all’Ucraina supera i 100 miliardi di dollari. La guerra, è stato detto, è un racket, altamente redditizio per pochi eletti.

L’espansione della NATO, in sintesi, è un elemento chiave di una politica estera statunitense militarizzata, caratterizzata da unilateralismo, cambio di regime e guerre preventive. Le guerre fallite, più recentemente in Iraq e Afghanistan, hanno prodotto massacri e ulteriori scontri, una dura realtà che l’America stessa ha creato. La guerra tra Russia e Ucraina ha aperto una nuova arena di scontri e massacri. Questa realtà non è interamente opera nostra, eppure potrebbe essere la nostra rovina, a meno che non ci dedichiamo a forgiare una soluzione diplomatica che fermi le uccisioni e allenti le tensioni.

Facciamo dell’America una forza di pace nel mondo.

* * * *

FIRMATARI

Dennis Fritz, direttore, Eisenhower Media Network; comandante capo sergente maggiore, US Air Force (in pensione) Matthew Hoh, direttore associato, Eisenhower Media Network; ex ufficiale del Corpo dei Marines e funzionario dello Stato e della Difesa. William J. Astore, tenente colonnello, US Air Force (in pensione)

Karen Kwiatkowski, tenente colonnello, US Air Force (in pensione)

Dennis Laich, maggiore Generale, US Army (in pensione) Jack Matlock, ambasciatore degli Stati Uniti presso l’U.R.S.S., 1987-91; autore di Reagan e Gorbaciov: “How the Cold War Ended” [“Come finì la guerra fredda”] Todd E. Pierce, maggiore, avvocato giudice, esercito americano (in pensione) Coleen Rowley, agente speciale, FBI (in pensione) Jeffrey Sachs, professore universitario alla Columbia University Christian Sorensen, ex linguista arabo, US Air Force Chuck Spinney, ingegnere / analista in pensione, Ufficio del Segretario alla Difesa Winslow Wheeler, consigliere per la sicurezza nazionale di quattro repubblicani e democratici statunitensi Lawrence B. Wilkerson, colonnello, esercito americano (in pensione) Ann Wright , colonnello, US Army (in pensione) ed ex diplomatico statunitense

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CRONOLOGIA

1990 – Gli Stati Uniti assicurano alla Russia che la NATO non si espanderà verso il suo confine “… Non ci sarebbe alcuna estensione di… La NATO un pollice più a est”dice il segretario di Stato americano James Baker.

1996 – I produttori di armi statunitensi formano il Comitato per espandere la NATO, spendendo oltre 51 milioni di dollari per fare pressioni sul Congresso

1997 – 50 esperti di politica estera, tra cui ex senatori, ufficiali militari in pensione e diplomatici, firmano una lettera aperta affermando che l’espansione della NATO è “un errore politico di proporzioni storiche“.

1999 – La NATO ammette Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca nella NATO. Stati Uniti e NATO bombardano l’alleato della Russia, la Serbia

2001 – Gli Stati Uniti si ritirano unilateralmente dal Trattato anti-missili balistici

2004 – Altre sette nazioni dell’Europa orientale aderiscono alla NATO. Le truppe della NATO sono ora direttamente sul confine con la Russia.

2004 – Il parlamento russo approva una risoluzione che denuncia l’espansione della NATO. Putin ha risposto dicendo che la Russia avrebbe “costruito la nostra politica di difesa e sicurezza in modo corrispondente”.

2008 – I leader della NATO annunciano piani per portare l’Ucraina e la Georgia, anche ai confini della Russia, nella NATO.

2009 – Gli Stati Uniti annunciano l’intenzione di installare sistemi missilistici in Polonia e Romania.

2014 – Il presidente ucraino legalmente eletto, Viktor Yanukovych, fugge dalle violenze a Mosca. La Russia vede l’estromissione come un colpo di stato da parte degli Stati Uniti e delle nazioni della NATO.

2016 – Gli Stati Uniti iniziano l’accumulo di truppe in Europa.

2019 – Gli Stati Uniti si ritirano unilateralmente dal Trattato sulle forze nucleari intermedie.

2020 – Gli Stati Uniti si ritirano unilateralmente dal Trattato Open Skies.

2021 – La Russia presenta proposte negoziali mentre invia più forze al confine con l’Ucraina. I funzionari degli Stati Uniti e della NATO respingono immediatamente le proposte russe.

24 febbraio 2022 – La Russia invade l’Ucraina, iniziando la guerra Russia-Ucraina.

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