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martedì 8 settembre 2020

L’impegno a combattere le ingiustizie può essere traumatico – dobbiamo imparare a elaborare il trauma e trarne l’effetto benefico - Kazu Haga

Il trauma può essere definito come la reazione fisica del nostro corpo dopo aver vissuto o assistito a un evento estremamente sgradevole. Il disturbo da stress post-traumatico, o DSPT, è una condizione psicologica causata da un evento spiacevole “al di fuori dell’esperienza umana abituale”.

Una pandemia globale. La conseguente crisi economica. Video di agenti della polizia che uccidono persone nere disarmate. Immagini di militari federali che, armati di fucili d’assalto, affrontano le masse di manifestanti ogni notte. La tragedia climatica globale. L’incessante aumento di persone senza fissa dimora. Trump.

Si può senz’altro sostenere che nessuna di quelle sopraelencate sia inseribile nella gamma di esperienze umane “abituali”. Anche se non siamo stati personalmente colpiti da questi eventi o non conosciamo nessuno che sia stato contagiato dal virus Covid-19 – e magari godiamo di uno stipendio mensile decente, non siamo mai stati attaccati dalla polizia e viviamo in un quartiere agiato – il semplice fatto di assistere a questi episodi tramite i media può causare quello che gli psicologici chiamano trauma indiretto. Lo assorbiamo semplicemente perché l’aria ne è pregna.

Probabilmente, ciascuno di noi ha riscontrato questo trauma nella propria vita quotidiana, nelle relazioni umani e all’interno del contesto familiare. Tra gli innumerevoli sintomi, sono comuni ansia, irascibilità, iper-vigilanza, ritiro sociale, affaticamento, cinismo, mancanza di empatia e irrequietezza.

E negli ultimi mesi, ho assistito personalmente a manifestazioni collettive di questo trauma.

Quando il trauma è innescato, perdiamo lo stimolo ad acquisire nuove informazioni, a essere creativi e considerare l’esistenza di prospettive diverse, o anche pensare al lungo periodo.

Forse esagero, ma sento che nei miei 39 anni di esistenza su questo pianeta, non ho mai vissuto un momento come questo, in cui tutto appare così frammentato e polarizzato, e le situazioni sono così complicate che la società sembra cadere a pezzi. Che sia per i manifestanti sparati e investiti nelle strade, per la brutale violenza che aleggia sulla questione delle mascherine, o per la situazione tragica che caratterizza i sistemi politici nell’ultimo periodo, mi sento immerso nel pieno di un trauma collettivo.

Quando il trauma è innescato, la nostra neuro-corteccia – la parte del cervello che ci consente di ragionare, pensare alle conseguenze di ogni azione, risolvere problemi e acquisire e generare nuove informazioni – viene disattivata. Iniziamo a mettere in uso la parte meno evoluta del nostro encefalo: il sistema limbico (responsabile delle emozioni) e il complesso rettiliano (responsabile degli istinti di sopravvivenza).

Quando il trauma è innescato, anche se le nostre vite non sono in reale pericolo, il nostre cervello lo percepisce. Entra in gioco il nostro istinto di sopravvivenza e perdiamo la capacità di vedere le sfumature… Tutto è bianco o nero. O è una minaccia o non lo è. O è giusto o è sbagliato.

Quando il trauma è innescato, perdiamo lo stimolo ad acquisire nuove informazioni, a essere creativi e considerare l’esistenza di prospettive diverse, o anche pensare al lungo periodo. Se le nostre vite sono in pericolo, non abbiamo tempo da perdere per certe cose. Dobbiamo semplicemente reagire, combattere o scappare, con l’unico obiettivo di rimanere vivi.

Quando il trauma è innescato, tutto ci appare fuori controllo anche se non lo è. Il cervello inonda il corpo di adrenalina e cortisolo, facendo irrigidire i muscoli. Il pericolo sembra nascondersi dietro ogni angolo. E una sorta di iper-vigilanza demolisce la nostra naturale resilienza.

Una visione del mondo monocromatica. Bianco o nero. Nessuna sfumatura.

Lottare per pensare a una strategia a lungo termine. Essere incapaci di captare informazioni diverse da quelle che abbiamo già assorbito.

Ti suona familiare?

Sta succedendo ovunque.

Credo che Trump sia un individuo estremamente traumatizzato che non ha avuto nessuna opportunità per guarire davvero. E dando sfogo a questo trauma, sta risvegliando il trauma interiore di molti dei suoi seguaci e sostenitori.

I movimenti attivisti si impegnano costantemente a contrastare la violenza della polizia e a parlare di traumi storici – spesso, però, in modo impacciato, che riapre la ferita ma non aiuta a guarirla.

Poi, scendono in piazza. E lì il trauma s’incontra con il trauma.

E non è un’interazione produttiva.

Per condurre una produttiva azione nonviolenta è necessario ricorrere a strumenti di regolazione emozionale e imparare come rinascere dalle nostre stesse ferite.

L’azione nonviolenta diretta può essere intensa e allarmante, oltre a poter facilmente innescare una reazione traumatica. Ma è di cruciale importanza per spingere verso un reale cambiamento. La nostra risposta alla violenza e all’ingiustizia deve corrispondere alla escalation derivante dall’azione che mettiamo in pratica. Un’azione contro dei pericoli profondamente degenerati. Niente di meno di un confronto diretto con i sistemi del potere sembra essere più appropriato.

In che modo possiamo intraprendere un’azione in grado di portarci alla guarigione? Come evitare che il trauma si scontri con il trauma, il panico con il panico e la lotta con altra lotta? Come facciamo a costruire dei movimenti che riescano a “chiudere” tatticamente un’autostrada, mentre aprono nuove possibilità di guarigione e trasformazione?

Analisi del trauma

Victor Lee Lewis, avvocato della giustizia razziale e guaritore, dice che ogni attivista ha bisogno di avere qualche competenza nel campo della neuroscienza per comprendere l’impatto di un trauma sul corpo umano. Oltre alla letteratura classica sulle strategie della nonviolenza, che comprende “The Politics of Nonviolent Action” di Gene Sharp o “Rules for Radicals” di Saul Alinsky, dovremmo analizzare i manuali di Resmaa Menakem, come “My Grandmother’s Hands” o anche “The Body Keeps the Score” di Bessel van der Kolk e “The Politics of Trauma” di Staci Haines.

Studiosi come Peter Levine e Brené Brown dovrebbero essere frequentemente citati nei circoli, così come Grace Lee Boggs o Leonard Peltier.

Questa nazione sta sottovalutando l’eventualità di un trauma collettivo. Trauma che, se dovesse manifestarsi in un individuo o in una collettività, presenterà le stesse caratteristiche  e richiederà strategie simili per poter guarire. Se riusciamo a comprendere a fondo le dinamiche del trauma, saremo in grado di gestirlo e di uscirne nel migliore dei modi.

Gestire il “traumatico”

Preparare le comunità all’azione nonviolenta dovrebbe consistere non solo nelle tradizionali metodologie di formazione – tra cui quella sanitaria e legale. Dovrebbe includere anche strumenti di regolazione emozionale nel breve periodo e l’impegno da parte di ciascuno di noi a riconoscere la causa scatenante del malessere e provare a guarire le nostre stesse ferite.

Gandhi ha parlato dell’importanza della “auto-purificazione” come parte fondamentale della preparazione spirituale per un satyagrahi – un guerriero nonviolento. Ai suoi tempi, non esisteva una parola per esprimere la “guarigione dal trauma” ma, quando ci prepariamo ad affrontare eventi potenzialmente traumatici (essere arrestati o aggrediti con gas lacrimogeni, spray al peperoncino…), parte del nostro percorso spirituale ed emozionale dovrebbe concentrarsi sull’acquisizione di consapevolezza circa la quantità di dolore, tristezza e risentimento che coviamo dentro di noi, così da poter scendere in strada con il cuore più leggero.

Sentimenti come l’angoscia e la collera non solo sono naturali, ma è importante celebrarli e incarnarli. E non posso fare a meno di pensare che l’azione diretta – con le grida, i gas lacrimogeni, la natura pubblica e frenetica di questi spazi – non sia il modo più produttivo o sicuro per noi per liberare il dolore non processato e la rabbia.

Invece, abbiamo bisogno di creare più spazi sicuri, gestiti da mediatori professionisti, il cui compito è proprio quello di prendersi cura della nostra sofferenza e irascibilità. Una volta che queste emozioni vengono elaborate, il loro furioso inferno può depositarsi in un pezzo di carbone: energia concentrata e duratura, più semplice da utilizzare in modo sapiente.

Non intendo in alcun modo giudicare lo sfogo di dolore e rabbia nelle piazze. Per le comunità marginalizzate, in modo particolare, ogni caso di ingiustizia si rifà a generazioni di violenza perpetuata dallo stato che l’ha sempre fatta franca.

È semplicemente un invito a pensare di più all’influenza che lo spazio può avere sul rendimento finale di un lavoro. Non tutti gli spazi sono adatti a noi o, almeno, non in ogni momento. L’azione diretta dovrebbe essere uno “spazio” in cui la società viene spinta a guardare in faccia i suoi traumi.

Ovviamente, elaborare un trauma è un processo a lungo termine. Nel frattempo, la formazione nonviolenta dovrebbe enfatizzare l’utilizzo di strumenti di regolazione emozionale, come imparare a riconoscere le cause scatenanti, praticare esercizi di respirazione e titolazione o svolgere attività di gruppo (cantare, per esempio). Queste pratiche possono aiutarci a stimolare la nostra corteccia cerebrale in un momento particolarmente burrascoso.

Zittire vs. accogliere

Infine, dobbiamo essere consapevoli dello scopo delle nostre azioni. Si tratta semplicemente di sopraffare “l’altra parte” e imporle il cambiamento o è l’obiettivo finale a determinare la guarigione sociale, la trasformazione e la liberazione per tutti?

Stiamo cercando di “zittire”, oppure vogliamo riaprire le ferite di questa nazione e disinfettarne le infezioni – la supremazia bianca, il patriarcato, il capitalismo e tutte le altre forme di segregazionismo e dominazione – così che tutti possano veramente guarire?

Se questo è lo scopo, allora dobbiamo essere pienamente consapevoli del tipo di azioni da condurre. Come possiamo bilanciare il potere e l’assertività di cui sentiamo un disperato bisogno negli ultimi tempi, con l’amore e le relazioni umane essenziali per guarire?

Spesso mi capita di pensare al potere delle marce di protesta silenziosa, dei blocchi di meditazione, o dei riti di riconciliazione spirituale, come la Reparations Procession che sta attualmente organizzando le sue passeggiate quotidiane nell’East Bay.

Quando ero a Standing Rock, prima che scendessi in strada per condurre insieme agli altri un’azione diretta, gli anziani mi dissero: «Ricorda, stai partecipando a una cerimonia».

Che livelli di creatività potremmo raggiungere se vedessimo l’azione diretta come una cerimonia o come una strategia per affrontare un trauma e guarire le ferite? Che opportunità potrebbero aprirsi davanti a noi?

Per capirlo, non possiamo restare immobili nel nostro stato di trauma. Il trauma non stimola affatto la creatività. E questo ci porta a un altro paradosso dei nostri giorni… Come possiamo mollare un po’ la presa così da sfruttare al massimo la nostra corteccia cerebrale e riuscire finalmente ad ascoltare il nostro istinto, mentre ci impegniamo ad affrontare le urgenze e a cogliere le opportunità di questo momento?

Credo che il primo passo da fare sia molto semplice. Come disse il Rev. René August, «La lotta per la giustizia è una maratona, non una gara di velocità. La differenza tra una maratona e uno sprint sta nel modo in cui respiri. Impara a respirare».

da qui

giovedì 8 giugno 2017

La guerra di religione a Standing Rock - Francesco Martone

Terroristi di stile jihadista, una forma di insorgenza ideologizzata con forte componente religiosa”, questi i termini usati per descrivere i difensori dell’acqua di Standing Rock, che nel corso di vari mesi si sono opposti alla costruzione della Dakota Access PipeLine su terre ancestrali del popolo Sioux.
La rivista The Intercept ha reso pubbliche a fine maggio un centinaio di corrispondenze interne di un’agenzia privata di sicurezza, la TigerSwan, che ha lavorato con polizie di almeno 5 stati per contrastare con metodi di contro-terrorismo e contro-insorgenza le mobilitazioni contro la DAPL. I documenti contengono informazioni dettagliate sulle tattiche di sorveglianza, schedatura e collaborazione con le polizie locali e di stato. Proprio a Standing Rock si è mostrata con evidenza la deriva delle forze di polizia sempre più militarizzate e addestrate a tattiche di guerra contro la protesta e le mobilitazioni sociali.
Non è un caso allora che TigerSwan abbia costruito un’immagine dei difensori dell’acqua che giustifica l’adozione di strategie simili a quelle utilizzate contro il DAESH, essendo la mobilitazione contro le “pipeline”, considerata come una minaccia di lunga durata che giustificherebbe uno stato di emergenza continuo anche dopo la costruzione della DAPL. In effetti anche ora, a oleodotto completato, TigerSwan continua ad operare per contro della compagnia Energy Transfer Partners, estendendo il suo raggio di azione ed intelligence contro le mobilitazioni contro oleodotti e gasdotti che si stanno moltiplicando in tutto il paese.

Il caso di Standing Rock non è un caso isolato, anzi replica un paradigma di criminalizzazione dei movimenti per la difesa della terra e dell’ambiente ormai diffuso a macchia d’olio in ogni parte del pianeta. Movimenti e leader indigeni ed indigene, contadini, attivisti ed attiviste per l’ambiente oggi sono sulla prima linea di trincea. Lo dimostrano i dati: dei 282 difensori e difensore dei diritti umani uccisi ed uccise nel 2016 almeno la metà erano attivisti ed attiviste di popoli indigeni o ambientalisti e ambientaliste. I dati di FrontLine Defenders rispecchiano quelli raccolti nel rapporto sui difensori dell’ambiente e della terra presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dal Relatore Speciale ONU per i Difensori dei Diritti Umani, Michel Forst.
E sono dati che chiaramente svelano una forte correlazione tra l’aumento esponenziale delle aggressioni e omicidi mirati di attivisti per la terra e l’ambiente e l’espansione delle frontiere estrattiviste in ogni parte del mondo, dimostrazione ulteriore dell’enorme impatto non solo socio-ambientale ma anche sui diritti umani e la democrazia provocato  dal modello di sviluppo dominante. A ben guardarli, quei dati, vien da pensare: secondo Global Witness, dei 185 difensori della terra e dell’ambiente uccisi in 16 stati nel 2015 (un aumento del 59% dall’anno precedente, una media di oltre 3 attivisti e attiviste uccisi e uccise a settimana), almeno 42 sono stati uccisi per essersi opposti ad attività minerarie o estrattive, 15 per la loro resistenza alle grandi dighe o per la protezione dell’acqua, 20 per opporsi all’agribusiness e 15 per le loro attività contro l’estrazione illegale di legname.

Esiste quindi un filo rosso che lega i nostri modelli di consumo  fondati  sull’estrazione crescente di risorse e valore dalla terra, e l’aggressione continua ai difensori dell’ambiente e della terra. Un’emergenza che dev’essere affrontata e messa a nudo in ogni occasione. Ad esempio, guardando al tema del clima e dei mutamenti climatici risulta evidente che a fronte della mancanza di determinazione e volontà politica della comunità internazionale di aggredire alla base le cause del cambiamento climatico, in primis la dipendenza da combustibili fossili, (nel caso degli Stati Uniti dalla decisione di Donald Trump di abbandonare l’accordo di Parigi, non che il liberalissimo Canada di Justin Trudeau non sia anch’esso attraversato da mobilitazioni indigene contro le “pipeline”) una delle possibili vie d’uscita sarà quella di rafforzare le mobilitazioni e vertenze dal basso.
Questo significa ad esempio riconoscere il ruolo centrale dei popoli indigeni e delle comunità locali nelle attività di adattamento e mitigazione, visto che da secoli attraverso l’utilizzo della loro conoscenza tradizionale riescono ad assicurare una gestione efficace delle risorse naturali, ad esempio le foreste. O mettere in atto pratiche di adattamento ai mutamenti climatici. Inoltre,  attraverso le mobilitazioni e iniziative di resistenza all’invasione delle loro terre da parte delle imprese petrolifere e del fossile, contribuiscono nei fatti a tenere il petrolio ed i fossili sotto terra, riducendo così le emissioni di gas serra.
Ed invece come dimostra il caso di Berta Caceres, o i numeri stessi di Global Witness, chi difende la terra, la Madre Terra, e protegge il clima viene ucciso o perseguitato. E non solo altrove. Anche da noi in Europa ed in Italia lo spazio di agibilità dei comitati, e delle organizzazioni che lavorano per proteggere la terra e l’ambiente viene sempre più compresso. Non si arriva ai casi estremi registrati altrove, ma si notano strategie ricorrenti di restrizione dell’agibilità e di criminalizzazione della protesta e della protezione della terra e dell’ambiente.

Dalla definizione di cantieri di infrastrutture strategiche come zone rosse, alla militarizzazione del territorio, all’equiparazione di chi si oppone alle grandi opere a nemico dell’interesse nazionale, all’uso strumentale della legge per accusare chi assicura il diritto all’informazione  di diffamazione, alla delegittimazione, queste sono le strategie ricorrenti. Ne è prova la Val di Susa, ma ne sono prova le esperienze vissute anche da altri comitati locali che resistono. Vale la pena a tal riguardo ricordare l’importante sentenza del Tribunale Permanente dei Popoli proprio sulle Grandi Infrastrutture, e sulla criminalizzazione dei movimenti ambientalisti, una traccia ricorrente nelle sessioni del Tribunale dedicate alle imprese ed ai diritti dei popoli.
Nella sua sentenza sui “Diritti Fondamentali, partecipazione delle comunità locali e grandi opere. Dalla Tav alla realtà globale” emessa a Torino nel novembre 2015, il Tribunale ha  dichiarato nel caso della Val Di Susa, che “Il controllo militare del territorio nella zona del progetto di Val di Susa costituisce un uso sproporzionato della forza. In uno Stato democratico in tempo di pace, l’esercito non può intervenire su affari interni, limitando i diritti di cittadinanza garantiti dalla Costituzione, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dalla Convenzione europea dei diritti umani.”
Chi siano oggi i difensori della terra e dell’acqua nel nostro paese e come lavorare assieme per assicurare il diritto all’agibilità democratica, ed al rispetto della libertà di iniziativa politica e sociale, sarà un compito essenziale per chi oggi si batte per la protezione dei difensori dei diritti umani in altre parti del mondo. Su questi temi è particolarmente attiva ora in Italia la rete “In Difesa Di – per i diritti umani e chi li difende” (www.indifesadi.org) Un primo importante passo potrà essere rappresentato dalle iniziative organizzate da movimenti e società civile a Bologna in occasione del vertice del G7 ambiente, che verranno aperte proprio dai rappresentanti dei movimenti e comitati locali che resistono alle grandi opere, all’estrazione petrolifera, ed alla costruzione del gasdotto TAP, assieme ad un rappresentante dei “water protectors” di Standing Rock.

Già perché esiste un neanche tanto sottile filo rosso che lega Standing Rock a chi si batte per proteggere il proprio ecosistema nel nostro “Sud”. Ce lo dice chiaramente Alberto Saldamando, avvocato per i diritti dei popoli indigeni per l’Indigenous Environmental Network , attivo in sostegno alle mobilitazioni contro il DAPL, incontrato di recente a Bonn in occasione dei negoziati ONU sul Clima:” Dobbiamo sostenere le comunità in resistenza ovunque nel mondo. Gli indigeni non hanno il monopolio delle connessioni spirituali con la terra. Anche chi da voi lotta per proteggere ulivi secolari lo fa perché quegli ulivi sono stati curati per generazioni, esiste una relazione intrinseca con l’ecosistema, chi li protegge ha acquisito una profonda conoscenza del proprio ambiente e della propria terra. Per questo noi non consideriamo la vittoria o la sconfitta come una delle possibili prospettive. Noi guardiamo alla lotta, alla lotta spirituale, ci rivolgiamo alla Terra ed ai nostri antenati, questa è la nostra forza, possono fare qualsiasi cosa, militarizzare la nostra terra, metterci in galera, ma non ci fermeranno”.

domenica 4 dicembre 2016

Scrive Leonard Peltier ai resistenti di Standing Rock

 

Saluti miei cari,
Eccoci di nuovo qui. Questa volta siamo nel 2016. E’ da più di 41 anni che io non cammino libero e posso vedere il sole sorgere e tramontare e sentire la terra sotto i miei piedi. Io so che ci sono stati più cambiamenti di quelli che mi posso immaginare, là fuori.
Ma so anche che c’è una lotta che fa si che questo Paese si stia muovendo verso una forma più sostenibile di vita. Questo è qualcosa che noi volevamo accadesse già negli anni ’70.
Io osservo gli eventi di Standing Rock con orgoglio e dolore. Orgoglio che le nostre genti e i loro alleati si stanno alzando e mettendo le loro vite in gioco per le generazioni future, non perché lo vogliano, ma perché devono farlo. Hanno ragione a sollevarsi in modo pacifico. E’ il più grande raduno del nostro popolo nella storia e ci ha unito più di qualsiasi altra cosa come mai era avvenuto. Noi abbiamo bisogno del supporto reciproco nel fare questo cammino in questi tempi.
L’acqua E’ vita e non possiamo abbandonare questa questione perché la trattino i nostri nipoti e pronipoti quando le cose andranno avanti e la situazione della nostra natura sarà peggiore di come stia adesso.
E la nostra MADRE TERRA sta già soffrendo.
E sento dolore per coloro che proteggono l’acqua a Standing Rock perché in questi ultimi giorni hanno ricevuto la più dura risposta dalle agenzie che impongono le leggi e le nostre genti stanno soffrendo.
Finalmente stanno ricevendo l’attenzione dei media nazionali.
La mia casa è IN NORTH DAKOTA. la gente di STANDING ROCK è la mia gente. toro seduto giace nella sua tomba lì. la mia casa a TURTLE MOUNTAIN è appena a poche ore a nord di STANDING ROCK, gusto a sud di MANITOBA, CANADA.
Io non vedo casa mia da quando ero ragazzo, ma ho sempre la speranza di tornare là per il tempo che mi può rimanere da vivere. E’ la terra di mio padre e mi piacerebbe poter vivere ancora lì. E lì morire.
Ho diversi sentimenti quest’anno. L’ultima volta che mi sentii così era 16 anni fa, quando ebbi davvero una chance di essere libero. Non è un sentimento facile da definire. Qualcosa di agitato. E’ una cosa difficile  permettere alla speranza di insinuarsi nel mio cuore e nel mio spirito, qui in questo freddo edificio di cemento e acciaio.
Da una parte avere speranza è un sentimento piacevole, meraviglioso, ma dall'altra parte può essere crudele e amaro.
Ma oggi scelgo la speranza.
Io prego perché voi stiate bene di salute e con buoni sentimenti e vi ringrazio dal fondo del mio cuore per tutto quello che avete fatto e continuate a fare per me per la Madre Terra.
Per favore mantenetemi nelle vostre preghiere e pensieri in questi ultimi giorni del 2016 che scivolano via.
Vi mando il mio amore e il mio rispetto per tutti coloro che si sono riuniti nel nome della Madre Terra e delle nostre future generazioni. Io sono lì con voi nello spirito.
Doksha.
In the Spirit of Crazy Horse, (nello Spirito di Cavallo Pazzo)
Leonard Peltier
Pubblicata il 24 Novembre, 2016  –   L’originale è qui 
(traduzione di Andrea De Lotto)
https://contromaelstrom.com/2016/11/29/scrive-leonard-peltier/

Standing Rock, arrivano i rinforzi - Fabrizio Salmoni


I Diné Warriors (Dinè è il tradizionale appellativo dei Navajo), veterani di guerra Navajo, sono partiti questa mattina (sabato) in numerosi bus da quattro punti in New Mexico, dopo una seduta di preghiere propiziatorie: Window Rock, la capitale della Nazione Navajo, Albuquerque, Gallup e Chinle. Dopo una sosta al sacro Shiprock ripartiranno per Denver e da lì proseguiranno per il Nord Dakota recuperando lungo la strada altri solidali formando così un vero e proprio convoglio. L’arrivo è previsto a Cannonball, presso la Riserva Sioux per domenica mattina, in concomitanza con i restanti circa 2000 veterani attesi.
Non è stato facile organizzare il viaggio specie dopo che la compagnia aerea di charter con cui si era concordato un preventivo di 50.000 $ ha cambiato la richiesta triplicandola a 160.000 $, una cifra senza ragione per cui si suppone che ci siano stati interventi e pressioni da parte di “forze oscure”. La cifra iniziale, già molto alta, era stata resa disponibile dalla National Nurses United, l’Associazione Nazionale degli Infermieri. Una straordinaria dimostrazione di solidarietà.
Gli organizzatori locali Navajo tutto sommato hanno accettato di buon grado l’alternativa anche perché il viaggio per strada è più diretto e permetterà di raccogliere altra gente, fare numero e attirare maggiormente l’attenzione delle comunità locali e dei media. (3.12.2016)
(*) ho preso testo e foto da  https://mavericknews.wordpress.com/
Se avete perso le puntate precedenti di questa vicenda… andate in “cerca” e lì digitate «Standing Rock»: avrete i link ai post apparsi in “bottega”. (db)
da qui