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lunedì 5 novembre 2018

“Criticare il governo d’Israele non è antisemitismo”. L'appello di 11 organizzazioni ebraiche europee



Pubblichiamo la lettera che i gruppi ebrei progressisti d'Europa, tra cui l'italiana ECO, hanno scritto per opporsi alla conferenza che si terrà a Bruxelles il 6-7 novembre, sostenuta dal Governo israeliano che intende far accettare al Parlamento Europeo l'equiparazione di ogni critica ad Israele e alle sue politiche di oppressione nei confronti dei Palestinesi come antisemite.

In quanto organizzazioni ebraiche europee impegnate a sradicare l’antisemitismo, la xenofobia, l’islamofobia e tutte le altre forme di razzismo, vogliamo esprimere la nostra più profonda preoccupazione per la conferenza, che si terrà a Bruxelles il 6 e 7 novembre, promossa dal governo israeliano con l’intento di etichettare critiche e proteste legittime contro le sue politiche come manifestazioni di antisemitismo. 
Chiediamo alle istituzioni europee, Commissione europea compresa, al Parlamento europeo e all’Agenzia per i diritti umani fondamentali (FRA) di respingere i tentativi del governo israeliano di usare false accuse di antisemitismo per limitare e criminalizzare il lavoro delle organizzazioni della società civile, incluse quelle appartenenti a varie comunità ebraiche europee, teso a raggiungere la pace e la giustizia in Israele e Palestina.La conferenza, organizzata da due ministeri israeliani, ha lo scopo di convincere tutti i partiti politici europei a sottoscrivere “linee guida” secondo le quali sarebbero fondamentalmente antisemiti gli appelli a esercitare pressioni su Israele anche attraverso l’adozione del BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni).
Rigettiamo i loro tentativi. Confondere la minaccia reale costituita dall’antisemitismo con la critica legittima al governo d’Israele e alle sue politiche è un passo pericoloso; rischia di fuorviare gli sforzi europei nella lotta contro l’antisemitismo trasformandoli in uno strumento per erodere la base dei principi democratici, che riconoscono la libertà di parola e di raduno, e di favorire l’obiettivo del governo israeliano di ostacolare la resistenza civile non violenta dei palestinesi all’occupazione dei loro territori.
Questi tentativi d’Israele non rappresentano le comunità ebraiche europee. Le politiche d’assedio a Gaza e di segregazione razziale in Cisgiordania, gli attacchi mortali ai civili e l’esproprio di terre, unicamente a uso e consumo degli insediamenti ebraici, non avvengono in nostro nome. Respingiamo l’equiparazione del contrasto a tali politiche riprovevoli con l’antisemitismo.
In un contesto dove riscontriamo – in Europa e negli Stati Uniti – crescenti legami del governo israeliano con leader, gruppi e partiti politici sessisti, razzisti e xenofobi (alcuni dei quali con un passato contraddistinto da uno spudorato antisemitismo), esiste una minaccia reale di ritorno dell’ostilità antiebraica esemplificata dal recente attacco a Pittsburgh. La conferenza organizzata dal governo israeliano a Bruxelles non è motivata dal bisogno di trovare soluzioni a tale minaccia. Purtroppo, al contrario, ha la finalità di usare a proprio vantaggio l’antisemitismo per mantenere un indifendibile status quo fatto di occupazione illegale di terre, oppressione e paura, in Israele e Palestina. A tutto questo, ci opponiamo con forza.
Come organizzazioni ebraiche impegnate a sostenere la giustizia e l’uguaglianza sociale, abbiamo additato in varie occasioni la natura problematica di accuse di antisemitismo che hanno l’unico scopo di tacitare le voci che si oppongono alle violazioni israeliane della legge internazionale. Più di 40 organizzazioni ebraiche hanno di recente sottoscritto una lettera aperta in cui esprimevano “il loro grande allarme per gli attacchi portati contro le organizzazioni che sostengono i diritti dei palestinesi in generale e il movimento non violento del BDS in particolare”, aggiungendo che “questi attacchi troppo spesso assumono la forma di ciniche e false accuse di antisemitismo che pericolosamente confondono il razzismo antiebraico con l’opposizione alle politiche d’Israele e al suo sistema di occupazione-apartheid”.
Il diritto di difendere i diritti umani, compresi i diritti dei palestinesi, dovrebbe essere salvaguardato ora più che mai. I partiti politici europei hanno la responsabilità di porre fine alla complicità dei loro rispettivi stati con un Israele che viola sistematicamente la legge internazionale. È il momento di agire contro l’antisemitismo, la xenofobia, l’islamofobia e tutte le altre forme di razzismo. È il momento di agire contro la decennale occupazione e segregazione dei palestinesi da parte d’Israele. Non bisogna fornire nessuna sponda ai tentativi del governo israeliano di ostacolarci nella lotta per questi due obiettivi.
Firmatari
Een Andere Joodse Stem / Another Jewish Voice (Belgium)
Free Speech on Israel (United Kingdom)
UJFP – Union juive française pour la paix (France)
JFJFP – Jews for Justice for Palestinians (United Kingdom)
ECO-Rete – Ebrei Contro l’Occupazione (Italy)
Een Ander Joods Geluid/A Different Jewish Voice (The Netherlands)
Judar för Israelisk Palestinsk Fred / Jews for Israeli-Palestinian Peace (Sweden)
Jüdische Stimme für ein gerechten Frieden in Nahost / Jewish Voice for a Just Peace in the Near East (Germany)
Jøder for en retfærdig fred (Denmark)
Jewish Voice for Democracy and Justice in Israel/Palestine (Switzerland)
EJJP – European Jews for a Just Peace (European Network)
(2 novembre 2018)

venerdì 24 novembre 2017

Contro la pulizia etnica - Rete Ebrei Contro L’Occupazione


Lettera aperta che condanna le decisioni della Corte Suprema Israeliana che aprono la strada alla espulsione di 750-1000 Beduini residenti nel nord della Valle del Giordano.

Noi, la «Rete Italiana degli Ebrei Contro L’Occupazione», chiediamo ai Governi dell’Unione Europea, e in particolare al nostro Governo italiano perché prendano una posizione forte contro la politica di Israele di persecuzione etnica che comprende la espulsione pianificata dei Beduini che vivono nei villaggi di Ein el-Hilweh e Al Maleh, nel Nord della Valle del Giordano, per realizzare la costruzione di una città ebraica su terra localizzata nella parte della West Bank conosciuta come Area C, ora sotto completo controllo israeliano, sia amministrativo che di sicurezza.
Israele progetta la complete demolizione di 300 case Palestinesi, spazzando via del tutto queste comunità.
Condanniamo anche le azioni che il Governo di Israele sta progettando di realizzare nella prossima settimana contro due scuole nella zona di Gerusalemme Est, costruite da una associazione senza scopo di lucro italiana, e dedicate alla istruzione elementare di bambini Beduini, che le autorità israeliane hanno deliberato di distruggere.
Queste attività illegali e persecutorie dello stato di Israele vanno chiaramente contro le leggi internazionali e numerose delibere delle Nazioni Unite rivolte specificamente alla regione palestinese.
Chiediamo ai Governi Europei di rispondere attivando sanzioni economiche contro Israele che vietino ogni scambio commerciale e finanziario con quel Paese, fino a quando esso cessi le sue politiche di espropriazione della terra e di persecuzione etnica del popolo Palestinese, sia nei Territori Palestinesi Occupati che in Israele.
Rete Ebrei Contro L’Occupazione


mercoledì 27 agosto 2014

Lo striscione di Livorno - una lettera degli 'Ebrei contro l'occupazione'


Sullo sfondo dei drammatici eventi a Gaza, si sono rivelate nelle ultime settimane forti tensioni tra dirigenti della Comunità Ebraica livornese ed esponenti della Sinistra cittadina. Pur non essendo livornesi, abbiamo seguito questa vicenda, il cui eco ha raggiunto anche la stampa nazionale, perché purtroppo riflette sentimenti presenti anche in altre località. Come membri di un'associazione di ebrei italiani che si mobilitano per il rispetto dei diritti dei palestinesi, vorremmo proporre alcune riflessioni al riguardo.
Com'è noto, uno striscione dalle parole forti (“genocidio a Gaza”; “Israele terrorista”) ha spinto alcuni dirigenti della Comunità Ebraica livornese a richiederne la rimozione in quanto da essi ritenuto antisemita, cioè razzista. Questo striscione rivolgeva dure parole contro lo Stato d'Israele, impegnato in una campagna militare a Gaza, ma non parlava di ebrei, né evocava generalizzazioni nei loro confronti, né è stato esposto davanti alla Sinagoga in modo da lasciar intendere che gli ebrei, in quanto tali, fossero corresponsabili delle azioni del governo israeliano. E sebbene le espressioni “genocidio” e “terrorista” in questo contesto possano essere discutibili per qualcuno o urtarne le sensibilità, né l'eventuale non correttezza né la mancanza di riguardo sono da considerare razzismo.
Paradossalmente, chi ritiene che contestare Israele sia un atto antisemita, e cioè di ostilità nei confronti degli ebrei in quanto tali: 1) attribuisce a tutti gli ebrei un'unica posizione politica, cosa non solo inconcepibile ma anche palesemente infondata – v. i numerosi intellettuali ebrei e le tante organizzazioni ebraiche che si oppongono alle politiche israeliane; e 2) suggerisce che gli ebrei, ovunque, sarebbero da ritenere responsabili delle politiche di un paese di cui non sono neanche cittadini. Per assurdo, quindi, proprio coloro che tacciano di antisemitismo chi critica Israele, fanno generalizzazioni ingiuste nei confronti degli ebrei.
Ciò non significa che la critica a Israele non possa sfociare in antisemitismo. Un recente manifesto fascista, per esempio, invitava a “non comprare dagli ebrei [romani, descritti anche come “infami”] per fermare il massacro a Gaza”. Questo è sì un manifesto antisemita, ed è stato prontamente condannato dai principali movimenti romani di solidarietà alla Palestina: una lotta per i diritti non può macchiarsi di razzismo.
Purtroppo, però, accuse infondate di antisemitismo (o di “odio di sé”, se chi dissente è ebreo) vengono spesso utilizzate in maniera strumentale per silenziare il dissenso e impedire un serio dibattito sulle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele. Questa pratica mina pericolosamente anche il fondamentale principio democratico della libertà di parola, e rischia di banalizzare il razzismo rendendolo più difficile da combattere. L'unica lotta possibile all'antisemitismo è la più ampia lotta contro il razzismo, ovunque.
Shmuel Gertel
Simona Sermoneta
membri di Rete Ebrei Contro l'Occupazione
www.rete-eco.it
da qui

martedì 12 agosto 2014

Israele non parla a nome di tutti noi

“Sa che nella rete di cui facciamo parte ci sono anche degli italiani?”. Mi accoglie così Serge Simon, togliendomi la prima domanda di bocca. La rete, European jews for a just peace, è stata creata nel 2002 dall’Union juive française pour la paix e oggi riunisce undici organizzazioni di dieci paesi europei. In Italia ha aderito la Rete-Eco (Ebrei contro l’occupazione), anche se finora sono state soprattutto singole personalità, da Gad Lerner a Moni Ovadia, ad alimentare il dibattito sull’adesione della maggior parte delle comunità ebraiche europee alle posizioni di Israele.
Mercoledì, sul manifesto, Luciana Castellina s’interrogava sul “silenzio del movimento pacifista” in Italia intitolando il suo editoriale “Perché Gaza è sola?”. In Belgio, invece, il movimento si fa sentire de settimane, e tra le voci presenti c’è quella dell’Union des progressistes juifs de Belgique (Upjb), voce di minoranza all’interno della comunità ebraica locale, ma con decenni di impegno alle spalle. Serge Simon rappresenta l’Upjb presso la rete European jews for a just peace.
L’Upjb è nata nel 1939 per venire in aiuto agli immigrati ebrei in Belgio, poi, dal 1967, ha preso posizione sul conflitto in Palestina. Come si spiega questo impegno di lunga data, soprattutto se paragonato a quello di altre associazioni di ebrei progressisti in Europa?
Alcune figure importanti, come quella di Marcel Liebman, professore all’Université libre de Bruxelles e autore di numerosi testi sul conflitto, hanno fortemente influenzato la nostra associazione. Inoltre l’Upjb in origine era legata al Partito comunista belga, da cui si allontanò nel 1969 rimanendo però fedele ai valori della sinistra.
Quante persone riunisce l’Upjb e in che rapporti è con le altre comunità ebraiche belghe?
L’associazione ha circa duecento membri, mentre i sostenitori sono varie migliaia. Siamo considerati i “diversi” della comunità ebraica belga. Molti degli attacchi, spesso violenti, che riceviamo via Facebook o email arrivano da ebrei. Non abbiamo mai voluto far parte delCcojb (Comité de coordination des organisations juives de Belgique) per via del loro allineamento automatico sulle posizioni d’Israele. Noi riconosciamo il popolo ebraico, le sue radici, la sua storia, ma non la centralità di Israele. Non auspichiamo nemmeno la scomparsa di Israele. La nostra associazione riunisce sensibilità diverse, ma siamo tutti a favore del rispetto del diritto internazionale, contro la colonizzazione, contro le politiche dell’attuale governo israeliano. Come Upjb non saremo mai a favore di Hamas, perché siamo contrari alla violenza, ma riconosciamo che i razzi di Hamas nascono dalla disperazione causata da un embargo illegale e da decenni di occupazione.
Domenica scorsa avete partecipato alla manifestazione di solidarietà alla Palestina che si è svolta a Bruxelles. Molti mezzi d’informazione hanno messo in primo piano i disordini. Quel è stata la sua impressione?
Ero nel servizio d’ordine dell’Upjb e ho visto che c’erano dei provocatori: dieci, venti persone davvero decise a fare casino e qualche decina di adolescenti che gli andavano appresso. Erano comunque pochi rispetto all’insieme dei manifestanti. È un peccato che i mezzi d’informazione si siano soffermati su questo aspetto. Non tutti, però: la principale emittente pubblica, la Rtbf, si è mostrata più equilibrata.
In Francia le autorità hanno vietato le manifestazioni a sostegno della Palestina dopo gli scontri scatenati – come si è scoperto in seguito – da alcuni esponenti della Lega di difesa ebraica. Questo movimento è presente anche in Belgio?
C’è qualche membro, ma sono davvero pochi. Non penso che oserebbero fare nulla, per una semplice questione di numeri. Detto ciò, siamo convinti che la comunità ebraica debba fare pulizia nelle proprie fila. Va bene dire “non importiamo il conflitto, è importante dialogare”, ma bisogna anche esortare alla calma. Il Ccojb lo fa, ma non sistematicamente.
Negli ultimi comunicati sembra soprattutto preoccupato dall’aumento dell’antisemitismo.
Sì, e ovviamente la cosa preoccupa anche noi. Pensi all’attentato del 24 maggio al Museo ebraico di Bruxelles… Mia madre esponeva lì e si trovava nel museo proprio in quel momento, in un’altra sala. Ma per noi è chiaro che è spesso lo stato di Israele a favorire l’amalgama tra antisionismo e antisemitismo.
Come altri paesi europei, il Belgio ha recentemente sconsigliato a imprese e cittadini di “partecipare ad attività economiche e finanziarie nelle colonie israeliane”. L’Upjb, però, insieme ad altre organizzazioni, chiede un passo ulteriore.
L’adozione di queste linee guida è una buona notizia, ma non basta, perché si tratta di misure non vincolanti. Altro esempio: questa settimana il ministro dell’economia Johan Vande Lanotte ha annunciato che d’ora in poi l’origine dei prodotti alimentari provenienti dalle colonie potrà essere indicata sulle etichette. Non essendo obbligatoria, la misura sarà sicuramente aggirata. Con altre organizzazioni abbiamo quindi lanciato una campagna,Made in illegality, per chiedere al Belgio e al resto dell’Unione europea d’interrompere tutti i rapporti economici e commerciali con le colonie israeliane. Allo stesso modo abbiamo aderito alla campagna Boycott Désinvestissement Sanctions, anche se su un punto rimaniamo divisi al nostro interno, quello del boicottaggio accademico.
Avete molti contatti con i movimenti progressisti in Israele?
Sì, con organizzazioni come Breaking the silence, B’Teselem, Women in black e altre ancora. Cerchiamo di aumentare la loro visibilità invitando i loro rappresentanti in Belgio. A settembre, per esempio, parteciperemo a una settimana di eventi organizzata dalla piattaforma Watermael-Boitsfort Palestine. I progressisti in Israele subiscono pressioni terribili in un clima di isteria collettiva, frutto di una politica di estrema destra che dura da dieci anni. Le persone ormai hanno interiorizzato i Leitmotiv del governo.
Siete in contatto anche con i progressisti ebrei negli Stati Uniti?
Molti di noi sono membri o sostenitori di Jewish voice for peace. Personalmente mi piacerebbe provare a lanciare un Jewish voice for peace Europe, perché lo considero un movimento molto efficace.
Sul piano politico che soluzione auspicate al conflitto israelo-palestinese? In un articolo del 2006 un altro membro dell’Upjb, Michel Staszewski, si diceva a favore della soluzione di uno stato unico ricollegandola al movimento Brit Shalom, che negli anni venti e trenta del novecento difendeva il principio dell’uguaglianza completa tra arabi ed ebrei in Palestina.
Anche su questo punto siamo divisi tra chi appoggia la soluzione a due stati e chi la soluzione dello stato binazionale. La politica di colonizzazione d’Israele oggi rende sempre più improbabile la soluzione a due stati, a meno di chiedere lo smantellamento totale delle colonie, cosa che Israele difficilmente accetterebbe. In ogni caso non sta a noi decidere il quadro delle negoziazioni, il nostro obiettivo è far rispettare il diritto internazionale e ricordare che Israele non parla a nome di tutti gli ebrei. Inoltre rifiutiamo di presentare questo conflitto come una guerra di civiltà. Per noi è un conflitto classico, territoriale. È evidente che Israele non è interessato alla sicurezza, è solo un pretesto, e infatti il governo ha rifiutato la tregua di dieci anni proposta da Hamas. Non è un caso se l’attacco è cominciato quando si annunciava un principio di riconciliazione tra Hamas e Al Fatah. Un governo di unità nazionale è proprio quello che Israele non vuole, come non vuole che la Cisgiordania si militarizzi e che i palestinesi facciano ricorso alla Corte penale internazionale.
Qualche giorno fa l’avvocato francese ebreo Arié Alimi ha difeso sul sito Mediapart la sua decisione di difendere due ragazzi accusati di “violenze antisemite”. A chi lo considera un esempio di “odio di sé ebraico” risponde: “Forse. Ma allora è odio di quel sé sconsideratamente collettivo, tribale”.
Sì, l’ho letta, è una bella lettera. È un tema complesso, di cui si possono analizzare diversi aspetti. Per alcuni sarà il genocidio, per altri la diaspora, per altri ancora – è il mio caso – il fenomeno che potremmo chiamare di “simmetrizzazione”: gli israeliani cominciano ad adottare metodi simili a quelli che hanno portato al ghetto di Varsavia.
Un’attivista che ho intervistato al suo ritorno da Israele mi raccontava che nei centri per richiedenti asilo le persone sono identificate con un numero.
Già, i numeri non sono ancora tatuati, ma è una somiglianza che fa paura.
L’8 luglio European jews for a just peace ha inviato una lettera a Catherine Ashton, affermando, tra le altre cose: “Non ci si può aspettare che tutti i palestinesi si comportino sempre come Gandhi o Martin Luther King di fronte alle continue provocazioni” [di Israele]. A dodici anni dalla nascita di questa rete europea, qual è il bilancio della vostra azione?
Abbiamo creato la coalizione per mostrare che gli ebrei progressisti in Europa non sono isolati. Non è stato semplice, perché i movimenti nei vari paesi non hanno esattamente le stesse posizioni. Siamo d’accordo sugli obiettivi, è sul metodo che discutiamo. Ma la cosa evolve in modo positivo, come dimostra la lettera a Catherine Ashton. Ora vorremmo portare la nostra azione a un livello superiore, magari aprendo un ufficio qui a Bruxelles.
Francesca Spinelli è giornalista e traduttrice. Vive a Bruxelles e collabora con Internazionale. Su Twitter: @ettaspin

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mercoledì 6 agosto 2014

Ebrei contro l'occupazione - lettera al Corriere della Sera

Il Corriere della Sera del 19/07 ha pubblicato un’intervista di Gianguido Vecchi al Rabbino Di Segni. Vogliamo qui ricordare che altre, diverse voci di Ebrei italiani si sono espresse, in Italia ed in Europa, sulla tragedia di Gaza. La Rete Ebrei Contro l’Occupazione (ECO), è una piccola associazione indipendente, il cui nome riassume lo scopo politico per cui è sorta, nel 2001.
La tragedia in corso a Gaza ci riguarda tutti, ma essa è solo l’ultimo degli eventi luttuosi degli ultimi 66 anni. Quel che succede è sotto gli occhi di tutti, anche se non tutti accettano di vedere quel che vedono: l’attacco di uno dei più moderni ed efficienti eserciti del mondo ad una popolazione inerme di 1milione 700mila abitanti, addensati in una ristretta area, una striscia di terra lungo il Mediterraneo. In mezzo a questa popolazione è presente un numero imprecisato, ma certo non elevato, di guerriglieri in parte appartenenti ad Hamas, ed in parte probabilmente stranieri arrivati da diversi Paesi. I risultati di questa invasione militare di Israele, preceduta da 9 giorni di bombardamenti aerei e navali, sono disastrosi: ad oggi,23 luglio circa 600 morti (il numero cresce ogni minuto), tra cui molto numerosi i bambini e le donne, oltre 2000 feriti, immani distruzioni di case, edifici pubblici, scuole e moschee. Non esiste una difesa antiaerea, né antimissile.
Dalla Striscia di Gaza vengono lanciati (da Hamas, o anche da altri?) contro il territorio israeliano dei missili mal diretti ( forse la tecnologia primitiva non consente affatto la loro precisa direzione), ed Israele dispone del sistema di protezione “Iron Dome” evidentemente efficace: sinora i morti israeliani sono militari dell’esercito di invasione, caduti in combattimento contro i guerriglieri e alcuni feriti e danni di scarsa entità.
Stiamo assistendo ad un vero massacro di una popolazione rinchiusa in una stretta striscia di terra da cui non può uscire da nessuna parte. Manca la corrente elettrica, che gli Israeliani possono sospendere a piacere loro. Scarseggia il cibo e l’acqua, i carburanti ed i medicinali negli ospedali: questi, già insufficienti in periodi “normali”, ora sono completamente sopraffatti dal gran numeri di feriti che affluiscono. Dal 2005 Gaza è sottoposta ad un feroce assedio israeliano, che lascia entrare tanto cibo da non morire di fame. L’assedio fa mancare duramente tutto il resto, segnatamente il materiale da costruzione. E, soprattutto, gli abitanti non possono uscire per andare ad ospedali in altri Paesi, né possono lasciare la striscia per nessun’altra ragione.
Questa feroce persecuzione, certo ispirata ad un rancore che si può senza dubbio chiamare odio, e sembra condiviso da buona parte della popolazione ebraica di Israele che rappresenta l’80% circa della popolazione dello Stato, il 20% circa è dato dagli Arabi palestinesi, cittadini di seconda categoria, privi di molti diritti, disprezzati e vessati in modo sistematico. Nella Cisgiordania occupata militarmente da Israele nel 1967, vivono 2,5 milioni di Palestinesi, che un tempo comunicavano con il milione e mezzo di abitanti di Gaza, ma dal 2005 ne sono stati separati da posti di blocco stabiliti e controllati da Israele. L’occupazione della Cisgiordania, il 22% del territori della Palestina, non è solo militare: Israele vi ha insediato quasi 600mila coloni ( compresi quelli insediati nella parte Araba di Gerusalemme), e continuamente crescono gli insediamenti ebraici, e la cacciata di casa dei Palestinesi. Nuove strade vengono costruite, ma sono accessibili solo ai veicoli con targa israeliana:in pratica, ai coloni, che sono solo ebrei. La terra viene sequestrata per “motivi di sicurezza”, e l’acqua viene ferocemente razionata ai Palestinesi, e fornita in abbondanza ai coloni israeliani.
E’ questo il proseguimento, con costanza degna di miglior causa, del piano originale del Sionismo: cacciare la popolazione non ebraica dalla Terra che, secondo la tradizione biblica, Dio stesso promise al Popolo di Israele. Ora la maggior parte degli Israeliani ebrei non si cura di questa interpretazione letterale della Bibbia, anzi molti israeliani non sono affatto credenti religiosi. Ma a questa tradizione religiosa si è sovrapposto un altro idolo: il nazionalismo più duro, che, nato in Europa, si è diffuso in tutto il mondo, e gli Ebrei lo hanno fatto proprio con una intensità fortissima, e per questo vogliono cacciare da tutta la Palestina, Gaza compresa, i Palestinesi che vi risiedono, da molti secoli. La “guerra di Gaza” attuale, come le precedenti, è dunque un episodio umanamente atroce della cacciata dei Palestinesi dalla loro terra: il mezzo usato, lo vediamo bene, è il render loro la vita impossibile, o il toglierla immediatamente anche ai bambini, in modo che non diventino adulti.
L’opposta soluzione, il convivere sulla stessa terra imparando a conoscersi ed apprezzarsi, sarebbe la soluzione del problema: ma evidentemente richiederebbe un livello di civiltà non ancora raggiunto. 
Paola Canarutto, Medico Ospedaliera, è Presidente di ECO
Giorgio Forti,membro di ECO, è professore Emerito alla Facoltà di Scienze dell’Università degli Studi di Milano
E Socio dell’Accademia dei Lincei

venerdì 1 agosto 2014

Ebrei italiani, come facciamo a tacere? - Stefania Sinigaglia (Ebrei contro l'Occupazione)

Sono un’ebrea italiana della generazione post-1945, ebrea da generazioni da parte di entrambi i genitori. Sento il bisogno impellente in queste ore di angoscia e di guerra tra Gaza Palestina e Israele di rivolgermi ad altri ebrei italiani perché non riesco a credere che non provino lo stesso sgomento e la stessa repulsione per la carneficina che Israele sta compiendo a Gaza.
Non si mira a distruggere un nemico armato, non sono due eserciti ad affrontarsi: si sta sterminando un’ intera popolazione civile, perché il nemico è ovunque,  in un fazzoletto di terra che stipa in 365 km2 un milione e ottocentomila persone, il nemico è sotto la terra sopra la quale c’erano case e scuole e negozi e ospedali e strade, c’è la gente, e se vuoi colpire chi sta sotto la terra è giocoforza ammazzare chi ci sta sopra a quella terra, anche un bambino lo capisce; ma fanno finta di non saperlo gli strateghi sottili di questo orrore infinito che si dipana sotto i nostri occhi.
Come facciamo a tacere di fronte a questa ingiustizia suprema, noi che per millenni siamo stati costretti a nasconderci nei ghetti per vivere, che venivamo additati come responsabili di nefandezze mai sognate, obbligati a convertirci a volte per non essere bruciati sui roghi? 
Israele ha fondato uno Stato nel 1948 su terra altrui, sappiamo come e perché, ciò è stato accettato dal consesso internazionale e nel 1988 è stato accettato dall’OLP. I Palestinesi hanno riconosciuto il diritto di Israele a esistere, ma Israele dal 1967 occupa terra non sua, e lo sa.
Per anni e anni si è detto: quella terra occupata serve a fare la pace: territori in cambio di pace. Questo è stato il refrain che però è stato nel corso del tempo sepolto da guerre non più di difesa come nel 1967, ma di attacco, a partire dalla sciagurata invasione del Libano. 
Come facciamo a non riconoscere che Israele ha scientemente, e  per decenni  ormai, rifiutato di addivenire a un compromesso sulle colonie, non ha mai smesso di costruirne e di avanzare annettendosi di fatto i territori su cui doveva negoziare, annichilendo la base pur ambigua ma reale che era l’accordo di Oslo.
Ha contribuito a creare Hamas, che in arabo significa “collera giusta”, e poi ne ha tollerato la crescita in funzione anti-OLP, ha reso la vita dei palestinesi una lotta per sopravvivere anche in Cisgiordania, e ha violato tutte le risoluzioni dell’ONU che gli imponevano di tornare alla famosa “Linea verde”.
Ha rubato altra terra  palestinese costruendo la barriera di 700 km, dichiarata illegale dalla Corte dell’Aia ma tuttora in piedi.
E ora con il pretesto dell’uccisione di tre ragazzi di cui Hamas non ha mai riconosciuto la responsabilità, un’ accusa  che non è stata corroborata da prove, ha scatenato una guerra non a Hamas ma a tutto un popolo. Non si può uccidere, annientare un popolo per sconfiggere un nemico che ha il diritto di difendersi.
E le richieste di Hamas non sono altro che le richieste della popolazione di Gaza: fine dell’assedio di sette anni, fine dello strangolamento.
Israele ha diritto a esistere DENTRO dei confini riconosciuti internazionalmente, ma dal 1982 è aggressore e viola il diritto internazionale.
Per avere la pace deve rinunciare alla folle idea di avere TUTTA la terra per sé e cacciarne chi ci abitava prima che arrivassero i primi coloni ebrei a fine Ottocento.
La guerra di Israele è non solo omicida ma è suicida: guardiamo al Libano che sta insieme ancora per miracolo, alla Siria distrutta, all’Iraq che va a pezzi, ai palestinesi che sono la maggioranza in Giordania, all’avanzare dell’islamismo salafita e jihadista in Africa settentrionale e occidentale, in Kenya, in Nigeria.
Quale avvenire promette la guerra infinita di uno stato di apartheid?
Quali possibilità invece apre il riconoscimento  di diritti eguali ai palestinesi e alle migliaia di rifugiati e immigrati che anche in Israele spiaggiano cercando una vita e un avvenire migliori?
Quali prospettive aprirebbe uno Stato multiculturale, bi-nazionale e veramente democratico in  Medioriente? Quale salutare rimescolamento di carte?
Apriamo gli occhi, abbiamo il coraggio di guardare in faccia la realtà, e gridiamo il nostro rifiuto di questo orrore e di questa politica di distruzione e morte che si ritorce contro chi la persegue.


lunedì 14 luglio 2014

Rete-Eco Ebrei contro l'Occupazione

La Rete degli Ebrei contro l'Occupazione (Rete-ECO) fa propria la presa di posizione di Jewish Voice for Peace (JVP) contro la guerra di Israele verso la popolazione palestinese di Gaza e della Cisgiordania, la cui origine sta, come dichiara JVP, nell'occupazione israeliana della Terra Palestinese. Israele occupa da decenni, contro le molte volte solennemente dichiarate decisioni delle Nazioni Unite, tutta la terra tra il Giordano ed il Mediterraneo, e ne scaccia continuamente gli abitanti Palestinesi, nel mentre perseguita tutti nei modi più vessatori. Da questa situazione di ingiustizia, e da null'altro, nasce il conflitto e la ostilità, i crimini atroci dei giorni scorsi e le le vendette sanguinose per opera di fanatici oltranzisti. Su Israele ricade la responsabilità della strage immane di civili a Gaza , condotta con la potenza distruttrice di un esercito moderno potentemente armato. Ieri sera le vittime, quasi tutte civili e comprendenti molti bambini, erano 90, e aumentano continuamente.

Come dicono i nostri amici di JVP, non possiamo attendere un momento di più per alzare la voce: solo cessando l'Occupazione ed adottando il giusto criterio dell'uguaglianza questo terribile spargimento di sangue può cessare. La nostra incrollabile fede nella giustizia, come ebrei e come esseri umani, ci obbliga a riconoscere che la radice di questa violenza sta nell'impegno del governo israeliano ad occupare la terra altrui, sprezzando il benessere di Palestinesi ed Israeliani".
Chiediamo quindi al Presidente della Repubblica, al Governo Italiano ed alle Autorità della Comunità Europea di cui siamo parte solidale di intervenire con mezzi efficaci ad ottenere dal governo di Israele la immediata cessazione delle ostilità, anche unilateralmente, dato che unilateralmente le ha iniziate.