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domenica 7 dicembre 2025

Trieste, dove si può morire di emarginazione - Alekos Prete


È morto un giovane migrante algerino in un magazzino abbandonato del Porto Vecchio di Trieste. È morto mentre, poche ore prima, era iniziato l’ennesimo sgombero dei luoghi dove da mesi — in realtà, da anni — vivono uomini rimasti fuori da ogni sistema di accoglienza. È morto nel silenzio, nel freddo, nel vuoto. E ancora una volta, a Trieste, la linea tra vita e invisibilità si è spezzata senza che nessuno intervenisse in tempo. Quest’uomo era una delle tante persone arrivate in città attraverso la rotta balcanica: chilometri a piedi, respingimenti illegali, notti nei boschi, violenze lungo i confini. Chi arriva a Trieste è spesso esausto, ferito, traumatizzato. Eppure la prima accoglienza reale non è garantita dalle istituzioni, ma da associazioni e volontari come Linea d’Ombra, che da anni cura ferite, distribuisce scarpe, ascolta storie di sopravvivenza. Una realtà che la politica ha spesso ostacolato, accusato, minacciato — anziché sostenerla.

I magazzini del Porto Vecchio sono diventati rifugio per chi non ha altro. Luoghi in cui si ripara il corpo ma non la dignità: coperte sporche, freddo, assenza di servizi, buio. Edifici che nessuno cura, che si riempiono di vite sospese nel tentativo di restare vivi. È qui che lui ha trascorso le ultime ore della sua vita. Mentre fuori, la città accendeva le luci di Natale. Lo sgombero era in corso: forze dell’ordine, protezione civile, identificazioni in massa, trasferimenti improvvisi. La macchina amministrativa si era messa in moto, ma non per garantire diritti: per “liberare” un’area. E proprio in questo contesto, nel pieno dell’operazione, qualcuno è rimasto indietro. Solo. Invisibile. Non sappiamo se sia morto di freddo, di stanchezza o di una condizione medica mai curata. Sappiamo però che non aveva un posto dove stare. Questo basta.

Non è sufficiente dire che non c’erano segni di violenza. Perché la violenza, qui, non è un colpo o una ferita. È l’abbandono. È un sistema che decide che alcuni esseri umani non avranno un letto, un tetto, una cura, una possibilità. È un’idea di società in cui chi è migrante senza documenti può essere lasciato dormire in un capannone senza riscaldamento, mentre l’amministrazione cittadina si preoccupa più del decoro che delle persone.

La politica, tutta — dal livello nazionale a quello locale — continua a trattare l’accoglienza come un disturbo, non come un dovere costituzionale. Continua a parlare di ordine pubblico invece che di diritti. Continua a organizzare sgomberi senza alternative immediate, come se bastasse spostare un problema per risolverlo. Ma il problema non viene spostato: viene aggravato. Fino a diventare tragedia. L’articolo 2 della Costituzione parla di diritti inviolabili dell’uomo. L’articolo 3 impone di rimuovere gli ostacoli che limitano la dignità. L’articolo 10 garantisce il diritto d’asilo. L’articolo 32 tutela la salute. Tutto questo è stato negato a un giovane che, come tanti, aveva affrontato un viaggio durissimo per salvarsi la vita. Era arrivato in Italia nella speranza di essere protetto. Invece ha trovato una porta chiusa dopo l’altra, fino all’ultima: quella di un magazzino freddo dove il suo corpo è stato scoperto da un connazionale. Questa morte non è “un incidente”. Non è “fatalità”. È la conseguenza diretta di una politica che esclude, di istituzioni che non garantiscono diritti, di un sistema che considera alcune vite sacrificabili. È una responsabilità che ricade su chi governa, su chi amministra, su chi sceglie di ignorare invece di intervenire.

Raccontare ciò che è accaduto significa restituire dignità a un uomo che non l’ha avuta in vita. Significa ricordare che in Italia si può morire di emarginazione. Significa dire chiaramente che finché non cambierà il modo in cui trattiamo gli ultimi, finché continueremo a confondere sicurezza con repressione e accoglienza con debolezza, finché il diritto rimarrà una parola svuotata, tragedie come questa non saranno eccezioni ma conseguenze.

E allora questa morte deve interrogarci. Deve farci vergognare. Deve spingerci a pretendere che lo Stato rispetti la Costituzione che dice di servire. Deve farci dire, senza più paura e senza più giri di parole, che nessuno dovrebbe morire così.

Nessuno.

Mai più.

da qui

sabato 25 ottobre 2025

Ribellarsi facendo, qui e ora - Gian Andrea Franchi


Molti che vengono a trovarci, qui a Trieste, dove ogni giorno con Linea d’ombra incontriamo i migranti che arrivano dalla cosiddetta rotta Balcanica, e spesso ci dicono che nella piazza del Mondo di Trieste si fa esperienza. Ma che cosa vuol dire questa parola comune e quindi dal significato sfuggente? Per definire il concetto di esperienza possiamo fare riferimento a Walter Benjamin. Da quasi un secolo, Benjamin ci offre una meditazione pregnante sulla possibilità e quindi sulla capacità di fare esperienza, partendo dalle ricadute sociali degli effetti della Prima guerra mondiale. Fra queste ricadute, fondamentale è stata, appunto, l’incapacità di fare esperienza:

“… l’arte di narrare si avvia al tramonto […] È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa, la più sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze”. “Non si era visto, alla fine della guerra, che la gente tornava ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile? […] Una generazione che era ancora andata a scuola con il tram a cavalli, si trovava sotto il cielo aperto, in un paesaggio di cui nulla era rimasto immutato, tranne le nuvole, e sotto di esse, in un campo magnetico di correnti ed esplosioni micidiali, il minuto e fragile corpo dell’uomo”1.

Oggi l’incapacità di fare esperienza ha raggiunto un culmine mai toccato prima nei confronti di ciò che è letteralmente inesperibile, indicibile: la distruzione quotidiana di una popolazione inerme di fronte a tutto il mondo, offerta o imposta ogni giorno e ogni notte dall’invasiva potenza elettronica della produzione di immagini su dispositivi di uso quotidiano, come i cellulari, ormai capillarmente diffusi.

E questo accade in un contesto già gravemente segnato da un altro dato fondamentale di lunga durata, meno visibile forse ma anche più grave, se possibile: l’alterazione, che ormai appare inarrestabile, dell’equilibrio ambientale della vita sulla terra, dovuta all’attività umana, anzi per essere doverosamente più preciso: di una parte minoritaria degli umani.

Se “storia” implica narrazione – lo stabilirsi di un nesso comunicativo fra le generazioni che si succedono nel corso del tempo, fra chi viene al mondo e chi se ne va, fra chi nasce e chi muore -, questi due passaggi epocali confluenti ci mettono di fronte a una frattura storica mai avvenuta prima.

In tale contesto, in cui ci troviamo tuffati come in un mare senza sponde, come è possibile fare esperienza?

Io credevo di aver avuto questo privilegio. Mi era stato offerto in un gesto comunicativo originario e radicale, che agisce alla base della vita: il gesto di cura per mano di donna che, scalzando un piede ferito da un lungo cammino, ha cominciato, di fronte a una lingua sconosciuta, a curarlo, entrando quindi con lui in un radicale rapporto. Questo gesto si è inserito, peraltro, in un contesto culturale di pensiero femminista, che mi era noto. Ma un conto è la conoscenza intellettuale, un altro – appunto – l’esperienza.

Fare esperienza oggi è un privilegio, come avere una bussola per chi è sperduto in mezzo al mare. Salvo illusioni, di cui bisogna sempre tener conto come orizzonte di riserva per un pensiero critico attivo che ha conosciuto la potenza delle illusioni. La potenza dell’illusione, infatti, nasconde spesso l’incapacità di fare esperienza, nutrendosi di emozioni rivestite di immagini e di parole, non di pensieri: oggi più che mai prima, con l’in-flusso soffocante dell’informazione elettronica. Nella piazza del Mondo di Trieste si fa dunque esperienza.

Si fa anche esperienza di un altro confine, oltre a quello che scatta contro i migranti, che meglio si chiamerebbe frontiera. Si fa esperienza del confine fra loro e noi che è stato chiamato da un sociologo e attivista la “differenza abissale” e che, per rimanere in tema, possiamo chiamare il confine abissale: il confine non facilmente superabile fra “culture” molto diverse e condizioni di vita radicalmente diverse dalla nostra, come sono quelle di chi viene da paesi in cui sopravvivere è difficile, rischiando molte volte la vita per arrivare dove noi lo incontriamo, tentando di accoglierlo.

Ma si fa esperienza anche di un altro confine, in apparenza molto meno drammatico, in realtà molto legato al dramma, anzi alla tragedia, di cui sopra, che riguarda noi stessi direttamente, anzi intimamente. Intendo dire che facciamo esperienza del confine tra umanitarismo e politica. Si tratta di una differenza fondamentale nell’agire sociale che deriva dal confine tra due forme di vita che chiamerò vita privata (privata dunque di qualcosa…) e vita comunitaria.

Con “vita privata” intendo la vita normale (ovvero che risponde a norme) nelle nostre società rette dalla cultura dell’economia di mercato in cui l’essere umano si rappresenta nella figura dell’individuo, separato e contrapposto agli altri, sulla base di un’ontologia sociale della concorrenza e della proprietà, in cui rientra la cerchia insulare degli “affetti”.

Con “vita comunitaria” intendo il fine intrinseco della politica, pensata esclusivamente come impegno nel cuore della società volto a rompere l’individualismo nel tentativo, appunto, di costruire comunità: una vita sociale composta di relazioni basate sul dato ontologico che la soggettività nasce dalla relazione e non la precede; nasce dal riconoscimento reciproco fra singoli, non fra individui che non si possono riconoscere ma soltanto contrapporsi o comunque relazionarsi estrinsecamente. “Singolo” è la parola con cui indico il carattere strutturalmente relazionale della soggettività: non c’è un “io” prima dell’”altro”; il gioco essenziale fra “io” e “sé” nasce dal riconoscimento dell’altro che poi diventa reciproco. Ciò accade sulla base della cura, altra nozione essenziale per un pensiero politico, il cui evento originario è l’esser accolti alla nascita.

Generalmente con “politica” si intende soprattutto il livello istituzionale: lo Stato, con annessi e connessi, che è gestione del potere in una società e in stretto necessario legame con il soprastante potere detto “economico”. Dovremmo invece imparare a riservare il termine politica solo all’impegno dentro la società, fra la gente, in cui il privato e il pubblico, almeno tendenzialmente, si dissolvono. In tale contesto non deve esserci potere che può esser agito solo in situazioni circoscritte e su precisa delega collettiva sempre temporanea.

Con “umanitarismo” intendo, invece, un impegno nel disagio e nella sofferenza sociali che resta al di fuori della soglia politica perché non risale alle cause di quel disagio e di quella sofferenza nel tentativo di superarle. In tal modo se ne rende complice. In qualunque società infatti una certa quantità e qualità di cura reciproca è necessaria affinché la società stessa non si disgreghi. Vi sono innumerevoli forme a tutti i livelli di presenza della cura nelle società.

Nel cosiddetto Occidente, il potere ha imparato che senza una certa quantità e qualità di cura la società stessa tende a disgregarsi. In Occidente e soprattutto in Europa negli anni Sessanta-Settanta c’è stato un notevole aumento della cura pubblica, anche e soprattutto per effetto di movimenti sociali. Da qualche decennio è evidente che la cura pubblica sta diminuendo fortemente.

In molti paesi del mondo la cura è al livello minimo. In altri è al disotto del livello minimo: sono paesi in disgregazione – penso, ad esempio, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Siria, ad alcuni paesi africani e del Sud Asia orientale, ma ce ne sono molti.

Oltre alla cura pubblica, cioè di matrice statale, c’è anche una cura da parte di gruppi sociali che però non si pongono il problema delle cause della sofferenza, ma si limitano a curare le conseguenze: è appunto la cura umanitaria, essenziale per sostenere la società, soprattutto oggi che la cura è in diminuzione ovunque e inoltre viene “privatizzata” nel senso che diventa una produzione economica per generare valore di scambio. Tradizionalmente la Chiesa cattolica è la più importante produttrice di cura umanitaria nel nostro paese.

Oggi, però, ricollegandomi all’incipit di questo scritto, siamo all’inizio di un tempo storico assolutamente nuovo che cambia tutte le carte in tavola. Credo, infatti, che quel che avviene a partire dal 7 ottobre del 2023 in Gaza, ovviamente ricaduto anche in Cisgiordania e su tutto il popolo palestinese, tutt’altro che concluso con l’esibizione della finta pax americana – ovvero un genocidio davanti agli occhi del mondo intero – sia la dichiarazione pubblica fattuale che è possibile anzi “desiderabile” una società senza cura: una società retta dal nudo potere del valore di scambio, di cui la diffusione di una cultura mercantile della guerra è la conseguenza. Questo avvenimento pubblico è tale da produrre una rottura radicale nella continuità storica del tramandamento e quindi nella nostra capacità di fare esperienza.

Noi non siamo – non siamo ancora, forse – in grado di fare esperienza di quel che accade a Gaza.

Ma quel che accade a Gaza reagisce su tutto ciò che facciamo, anche nella piazza del Mondo di Trieste, che rischia continuamente di venir riassorbita, quindi, nell’umanitario, sul cui confine oscilliamo sempre.

Peraltro fra questo recente fenomeno migratorio e quel che accade a Gaza c’è un nesso significativo nel nome del disprezzo razziale della vita, antica e fondamentale tradizione europea. Questo nesso è la politica di morte dell’Unione europea che di morti ha riempito il Mediterraneo e in minor misura anche la rotta che giunge ai Balcani. Una politica di morte che l’Europa, e in particolare l’Italia, agisce con Libia e Tunisia: anche noi quindi, cittadini europei e italiani, siamo direttamente coinvolti…

Sta a noi mostrare se la Sumud flottiglia e soprattutto le manifestazioni in Europa e in varie parti del mondo possono essere, forse, un primo impulso a un inizio di esperienza e quindi di politica… anche se fare manifestazioni è molto più facile di un agire costruttivo quotidiano e locale: qui sta il punto.

Dobbiamo costruire la nostra Selva Lacandona: le nostre piccole selve da unire nella grande… (e qui non posso far punto ma solo puntini…).


1 Walter Benjamin, Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, Traduzione e cura di Renato Solmi, Einaudi Torino, seconda edizione 1982, pp. 248 e 247

da qui

giovedì 1 agosto 2024

Dall’orrore del Silos a quello di Casa Malala: qual è il limite del degrado istituzionale a Trieste?

 

Dopo lo scandalo del Silos, dove migliaia di persone sono state volutamente abbandonate per anni rendendo la città di Trieste tristemente famosa in tutta Europa, emerge ora in tutta la sua gravità un’altra pesantissima responsabilità istituzionale: il degrado di Casa Malala emerso dai dati e dalle immagini scioccanti diffuse dagli onorevoli Magi (Più Europa) e Orfini (PD). 

Una ricostruzione dei fatti accaduti è dunque necessaria: ICS, insieme alla Prefetta Porzio e all’allora Sindaco di Monrupino Pisani, inaugurò Casa Malala nell’autunno 2016 dedicandola alla nota ragazza pakistana vincitrice del Premio Nobel. Per anni Casa Malala, con l’alto livello di servizi che la caratterizzava, è stata per tutta Italia il simbolo che è possibile fare una buona accoglienza temporanea anche in strutture (in sé poco adatte) come una ex caserma, se c’è la volontà in tal senso da parte dell’istituzione e dell’ente gestore. Nel luglio 2021 quando consegnò la struttura alla Caritas di Trieste,  ICS mise ripetutamente in guardia la Prefettura di Trieste sulla necessità di mantenere costanti i lavori di manutenzione, specie degli impianti sanitari, e di dover garantire – in parallelo – un’attenta conduzione quotidiana. 

Da allora nulla è stato fatto e la struttura, abitata spesso in modo prevalente da famiglie e minori, è stata lasciata degradare di mese in mese, con sporcizia crescente e raggiungendo un livello di abbandono tale da renderla attualmente inagibile. Tutto ciò mentre la politica locale e regionale altro non è stata in grado di fare che attaccare l’accoglienza diffusa, unica parte del sistema di accoglienza che funziona e che, oltre che le persone, difende anche l’onore della città, per quel poco che ne resta.

L’attuale gestione di Caritas dovrebbe passare, secondo le determinazioni della Prefettura di Trieste, alla cooperativa Nova Facility, già coinvolta in passato nella gestione del centro di Lampedusa e in quella del pessimo centro “Mattei” a Bologna. Tale ente ha vinto operando un incredibile ribasso di circa il 18% sui costi, già inadeguati, fissati a base di gara. A titolo di esempio: Nova Facility sostiene di poter fornire la colazione, il pranzo e la cena preparati sul posto al costo di sei euro per ospite. ICS, che vorrebbe ripristinare la buona gestione di Casa Malala che c’era in passato è dunque profondamente allarmata dalla prospettiva di un ulteriore crollo della qualità di gestione della struttura, ha fatto ricorso al TAR FVG affinché ci sia un’attenta valutazione dei costi reali di gestione.

ICS chiede a tutte le forze politiche e sindacali e a tutte le realtà sociali della città di esprimere sdegno per quanto accaduto e di impegnarsi, questa volta con forza e serietà, a voltare pagina nella gestione della prima accoglienza a Trieste.

Fonte: CS di ICS

https://www.pressenza.com/it/2024/07/dallorrore-del-silos-a-quello-di-casa-malala-qual-e-il-limite-del-degrado-istituzionale-a-trieste/

sabato 27 luglio 2024

Capitalismo, morte e politica - Gian Andrea Franchi

 

Il dominio del denaro si è affermato con la crisi delle religioni che per secoli hanno offerto alcune risposte all’angoscia per la morte. Ma una società del denaro è necessariamente una società di individui contrapposti che distrugge ogni forma comunitaria, l’unico modo di accogliere la morte. Per mettere in discussione quel dominio abbiamo bisogno di una nuova cultura politica, abbiamo bisogno cioè di luoghi nei quali la capacità di muoversi come collettivi che riscoprono l’azione politica si interseca con l’esperienza del singolo che viene riconosciuto come tale. Appunti dalla “Piazza del Mondo” di Trieste, abitata ogni giorno dai migranti della Rotta balcanica.

 

Tre punti di partenza ineludibili mi sembrano i seguenti: tutte le rivoluzioni sono fallite; tutti i processi di trasformazione radicale, sono in crisi, anche nell’ambito di culture non occidentali (anche lo zapatismo, ad esempio, vive difficoltà e trasformazioni); il capitalismo, con un passo di morte, ci sta portando verso il disastro sociale e biologico. In questo scenario ci sono lotte e anche tentativi di alternative, ma non sembrano in grado di produrre un cambiamento significativo in una macchina di potere globale nella quale le questioni di egemonia, come tra Stati Uniti e Cina, rendono ancora più devastanti le dinamiche politico-economiche.

Di certo, la cultura del capitale, nata in Europa fra il XV° e il XVII° secolo, diffusa ovunque con violenza estrema, ha infranto il nesso vitale tra riproduzione della vita e produzione degli elementi vitali necessari alla riproduzione; detto con concetti più pregnanti, il capitale ha spezzato il nesso fra cura e bisogno. Ha ridotto la cura, indispensabile alla nascita e al lungo processo di crescita dell’essere umano, al minimo, confinandola nel genere femminile e facendo della produzione del necessario per i bisogni vitali un oggetto di compravendita, una merce. Il sorgere e la potente affermazione di questa dinamica storica hanno rotto il vincolo vitale dei bisogni con l’effetto di spingerli all’eccesso, moltiplicandone illimitatamente la produzione. Lo scopo, infatti, non è più la necessaria soddisfazione del bisogno, ma la produzione tendenzialmente illimitata dello scambio, cioè del valore di scambio, del denaro.

Questa frattura fra cura (riproduzione) e bisogno (produzione) si manifesta come una ferita irreparabile all’equilibrio della vita: una ferita mortale.

Il capitalismo ha trasformato il valore d’uso in valore di scambio, ovvero in qualcosa di quantificabile, che vuol dire di controllabile, anche se paradossalmente – un paradosso che vorrei chiamare ontologico – è proprio questo esasperato bisogno di controllo che provoca il suo contrario: la perdita di ogni controllo, siamo su una nave nel mare in tempesta.

Mi chiedo e chiedo: come mai il valore di scambio è diventato così importante da costituire lo scopo dominante, se non unico, della civiltà che negli ultimi secoli si è imposta in tutto il mondo, al punto di mettere a rischio la vita stessa? La risposta – nella misura in cui è possibile rispondere a questa domanda – si può cercare nella crisi europea della visione religiosa della società e della vita, fra XV° e XVII° secolo, in cui è apparsa e si è sviluppata una variante che ha aperto prima un sentiero poi un’autostrada in grado di rimuovere il problema fondamentale di tutte le società, di tutte le culture: la questione della morte.

L’essere umano è il vivente consapevole della morte: questo produce un’angoscia che deve essere elaborata o rimossa. Le religioni, in senso lato, servono appunto ad elaborare l’angoscia per la morte, attraverso rituali in cui gestire il transito dalla vita alla morte mediante l’accoglienza comunitaria del lascito del defunto.

In questa nuova cultura, che da Marx in poi chiamiamo correntemente capitalismo, la forma fondamentale dell’organizzazione della società è ciò che, con nome di origine greca, chiamiamo economia: il nomos dell’oikos (casa o luogo della vita quotidiana), che invece dovremmo chiamare polinomìa, il nomos della polis. Questa cultura è caratterizzata dalla tendenza a ridurre i rapporti sociali a rapporti tenuti insieme da un criterio quantitativo, misurabile attraverso uno strumento di calcolo: il denaro, per cui il valore e il potere individuali, e quindi il potere sociale, si misurano essenzialmente con il possesso o il controllo del denaro diventato la forma fondamentale di relazione sociale. Il potere della ricchezza è sempre stato notevole, soprattutto nelle società più grandi e complesse, ma con il capitalismo è diventato la forma stessa del vivere sociale, non solo: della vita intera, trasformata in un magazzino di merci.

Una società caratterizzata da una forma valoriale e organizzativa misurabile quantitativamente è risultata molto efficace proprio per il potere dell’astrazione nel rimuovere l’angoscia per la morte, eliminando nel contempo ogni forma rituale. Una società del denaro è necessariamente una società di individui contrapposti che distrugge ogni forma comunitaria, ma la comunità è l’unico modo di accogliere la morte.

C’è una notissima riflessione storica che può aiutare a comprendere in Europa il passaggio dalla società precapitalistica, in cui il valore del denaro era anche molto forte ma non totalizzante, alla società capitalistica. Mi riferisco a Max Weber che individua la formazione di un’élite capitalistica a partire dalla cultura calvinista, soprattutto nelle sue varianti anglosassoni, in cui si elabora “l’adempimento del proprio dovere nelle professioni mondane come il più alto contenuto che potesse assumere l’attività etica”1, una cultura emigrata anche in nord America. Di questa cultura, inizialmente propria di una élite di origine borghese, Oliver Cromwell in Gran Bretagna e Benjamin Franklin in America del nord sono due figure esemplari: il primo con una terribile violenza coloniale contro gli irlandesi nella feroce convinzione, su base religiosa, che vadano educati al lavoro, analoga al “Manifest destiny” che ha guidato culturalmente l’affermazione degli Stati Uniti; il secondo offrendo l’esempio concreto di una quotidianità operosa tutta dedita all’onesto guadagno: “ricordati che il tempo è denaro”, “ricordati che il denaro è di sua natura fecondo e produttivo”, in cui risulta evidente il capillare lavoro di rimozione dell’angoscia nell’operatività quotidiana. I due aspetti sono complementari: la violenza estrema, giunta fino al genocidio e la serena operosità di ogni giorno e si sono a lungo appoggiati reciprocamente. Oggi – possiamo dire che il primo è scomparso a favore del secondo:

“un imprenditore, Elon Musk, CEO di Tesla, ha domandato e ottenuto una remunerazione annuale di 56 miliardi di dollari. Nel vecchio capitalismo industriale (ma ancora negli anni Cinquanta) il rapporto tra il salario dell’operaio e il compenso del padrone era al massimo di 1 a 20. Negli anni 80, di 1 a 42. Nel 2000, di 1 a 120 e via via aumentando fino all’1:56 miliardi di dollari di oggi. […] la presidente di Tesla, Robyn Denholm, in una lettera ha spiegato agli azionisti che lo «stipendio», serve «a mantenere l’attenzione di Elon e a motivarlo a concentrarsi sul raggiungimento di una crescita sorprendente per la nostra azienda». Musk «non è un manager tipico» e per motivarlo «serve qualcosa di diverso»”2.

Un chiaro esempio di come il denaro ha acquistato una valenza insieme simbolica, di altissimo status sociale, e di potere concreto.

Il denaro si è rivelato come il fondamentale strumento di rimozione dell’angoscia per la morte nella misura in cui è uno strumento di potere in grado di diffondersi nelle società attraverso la gestione della soddisfazione dei bisogni vitali trasformata in produzione in merci: il denaro è modernamente il diaframma tra il bisogno e la sua soddisfazione. Ciò ha moltiplicato illimitatamente i bisogni, trasformando il cittadino in individuo consumatore. Il denaro è penetrato alla radice del carattere relazionale della soggettività.

Senza denaro siamo nudi in mezzo al deserto, come i migranti che attraversano il Sahara – e anche in molti vi muoiono.

Con il denaro siamo chiusi in una gabbia dall’estensione illimitata.

Trasformare la vita intera in una produttrice di denaro – cioè di potere dei pochissimi su tutti, su tutto – sta però avvelenando la vita: la morte rimossa tracima dal pavimento della cella, delle innumerevoli celle della terra. Con un paradosso, che ancora mi permetto di chiamare ontologico, la morte è diventata il mercato più importante: la produzione di strumenti direttamente o indirettamente legati alla produzione di morte, in tutte le sue forme, con alto sviluppo tecnologico, come l’Intelligenza Artificiale, di cui l’esercito di Israele si serve nel genocidio di Gaza.

In tale contesto, con un brusco salto storico ed esistenziale che contiene un sofferto nesso biografico, è inevitabile la domanda “Che fare?”.

Colloco questa domanda nell’esperienza di vivere su un confine di Stato, di fronte, quindi, a uno strumento caratteristico di produzione di quella violenza. Arrivo allora al luogo che chiamiamo “Piazza del Mondo”: la piazza alberata di fronte alla stazione di Trieste. I migranti in fuga e in cerca che arrivano dalla Rotta balcanica mi danno – anzi: ci danno perché non può che accadere in una dimensione collettiva – l’opportunità di produrre un tentativo di risposta: il loro cammino mi spinge, ci spinge, lungo il nostro cammino. La piazza del Mondo è un luogo in cui si manifesta il fondo della soggettività: la ricerca di riconoscimento, sia come disperato bisogno di autoaffermazione che come ricerca di sé nell’altro. È un luogo, quindi, in cui traspare la prima matrice del gesto politico, che, nell’azione di massa tende a confondersi nello slancio emotivo e corporeo della moltitudine, momento necessario, di entusiasmo e di lotta, ma insufficiente – come dovremmo aver dolorosamente compreso – se non accompagnato dall’esperienza del singolo.

 

Il tempo della singolarità e quello della moltitudine tendono a divaricarsi: il primo molto più lento e complesso del secondo, che vive di slanci. Io credo che sia nata in questa drammatica divaricazione la crisi dei periodi di azione politica radicale, come quello a cavallo degli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Ma solo un rapporto tra le due dimensioni temporali può garantire la continuità, collocando i momenti di massa lungo un cammino.

Nella Piazza del Mondo si agitano molto concretamente, nell’incontro fra corpi, queste problematiche. I bisogni elementari, necessari, si intersecano con i bisogni di riconoscimento, il dolore fisico e psichico con la gioia, l’allegria, la frustrazione, come le lingue molteplici, la diversità di culture…


1 Max Weber, Etica protestante e spirito del capitalismo, Sansoni 1965 (1922), p. 145.

2 Maurizio Lazzarato, La “guerra civile” in Francia”, da Machina rivista on line.

da qui

mercoledì 24 luglio 2024

notizie dalle prigioni

“Il caldo, il puzzo di orina e la voglia di farla finita”. Lettera dall’inferno

La lettera dei detenuti del carcere di Brescia-Canton Mombello restituisce in tutta la sua drammaticità le condizioni ai limiti dell’umano in cui si vive nella maggior parte dei penitenziari italiani. I numeri sono spietati: a metà 2024 siamo già a 45 suicidi. Un macabro record assoluto, se confrontato con lo stesso periodo degli anni precedenti. Il sovraffollamento comincia ad avvicinarsi ai livelli della sentenza Torreggiani della Cedu. In Italia, secondo il Dap, al 31 maggio ci sono 61.547 reclusi, 1.381 in più rispetto a inizio anno (+ 2,3%).

a cura  di Damiano Aliprandi da il dubbio

Fa caldo, il sudore scivola sulla pelle, e si appiccica con i vestiti addosso, sono madido, e si sono ormai impregnati lenzuola e materasso, anch’essi di sudore come i miei panni e le nostre membra. Si boccheggia, in cella, e l’acqua che ci trasciniamo dietro, dopo la tanto sofferta e agognata doccia, evaporando riempie d’umidità l’angusto luogo.

L’aria satura d’umidità, sudore, miasmi, la puoi tagliare con un coltello, in verità, farlo è impossibile, i coltelli sono di plastica riciclata, e si rompono anche solo a guardarli. Devo andare in bagno, ma è occupato, altri 15 sono in fila davanti a me. Un anziano di circa 74 anni ha il mio stesso problema, purtroppo per lui, e per noi, non fa in tempo a dire che gli occorre con urgenza il bagno. Ha una scarica di dissenteria, mentre dimenandosi cerca di alzarsi a fatica dalla branda con il materasso vecchissimo in gomma piuma. In un attimo, lenzuola e materasso s’impregnano di liquame e urina, lui non sa come comportarsi, indifeso, imbarazzato, umiliato, impietrito, attonito. Piange, un uomo di settantaquattro anni, i capelli radi e canuti, piange e si scusa, geme, si lamenta, impreca, bestemmia, chiede a Dio di morire. La sua colpa è quella d’aver commesso un grave reato: bancarotta fraudolenta.

I suoi carnefici sono fuori, si sono approfittati di lui, di un vecchio che a stento sa leggere e scrivere. L’hanno circuito, e lui, e qui, in questo piccolo inferno, devastato nel corpo nella mente e nell’anima, ma in fondo questo non è un nostro problema. II nostro problema sono gli odori. Il problema è suo, infatti, uno della cella si sta alzando irritato, gridando qualcosa d’incomprensibile nella sua lingua. Probabilmente vuole mettergli le mani addosso, non lo fa per mera cattiveria, e lo stress, il caldo, gli odori insopportabili, il fatto che non parla la nostra stessa lingua e che non riesce a sentire la sua famiglia se non per dieci minuti a settimana. È stanco arrabbiato, sofferente, lo siamo tutti. Qualcuno si alza per ragionarci, per calmarlo, ma subito Faria s’infiamma, cominciano a volare parole grosse e i primi spintoni, per fortuna altri intervengono e si riesce a placare gli animi.

Questa volta è andata bene, ma la situazione è sempre questa, e purtroppo, non tutte le volte termina cosi. 15 e un solo bagno, un vero e proprio stabilimento balneare per germi e batteri, per loro e la condizione migliore, una festa, per noi, forse un po’ meno. Questa combinazione è il cocktail perfetto per far insorgere discussioni, litigi e tutto quanto di brutto può conseguirne. Oltretutto il cesso è una vecchia turca fatiscente con sopra un tubo dell’acqua per farsi la doccia, che d’estate scotta dannatamente, e d’inverno, e maledettamente fredda. A pochi centimetri, sempre nel bagno, cuciniamo i nostri pasti, e se è vero che quando tiri lo sciacquone, le feci nebulizzate schizzano fino a due metri, allora cosa stiamo mangiando da anni?

In fondo pero, è notevolmente migliore della sbobba che ci servono dal carrello. In quindici è pressoché impossibile permanere in piedi in cella, figuriamoci seduti tutti al piccolo tavolino per mangiare, quindi facciamo a turno. Nei turni con noi, si accodano cimici, scarafaggi e altre bestiacce, che non ne vogliono sapere di rispettare la fila. Ben pensandoci pero, più che mancanza d’intimità, non stiamo forse parlando di una vera e propria violenza? Violentati, intimamente, mentalmente, moralmente, proprio in linea con l’articolo 27 della Costituzione. Di persone non auto sufficienti in questo Istituto ce ne sono parecchie, si può spaziare dalle malattie psichiatriche più accentuate sino alla tossicodipendenza, e come visto sopra, a malattie senili. Il sovraffollamento in un carcere causa tutto questo, o meglio, in tutte le carceri di questo paese, non puoi aspettarti altro. E cosi, come soffriamo noi allo stesso modo, soffrono gli operatori che ci devono assistere, dagli Agenti per la sicurezza al personale sanitario, e che dire di quelle migliaia che in carcere sono finite, ma nulla avevano fatto per meritarlo?

Tutte persone incrinate, inevitabilmente, irreparabilmente, una tristezza desolante e sconfinata, per i rei e non. Elevati sono i suicidi in carcere, 45 in soli cinque mesi e mezzo dall’inizio dell’anno, un gesto troppo estremo? Forse, ma e quello che viviamo qui che porta queste persone a compiere certi gesti, e qui di persone ce ne sono sicuramente troppe. I gesti estremi accadono sempre vicino a noi, ti svegli una mattina e forse mestamente ti accorgi che nel bagno un tuo cancellino ha reso l’anima, oppure accade al vicino o al dirimpettaio. È aberrante.

Siamo sovraffollati, in condizioni che rasentano la disumanità, definite di tortura dall’Unione Europea, sopra, lo abbiamo ben spiegato. La domanda giusta da porsi è: come può funzionare il reinserimento? La così chiamata rieducazione? Come si possono svolgere i corsi organizzati? Non solo manca personale, sono concretamente assenti gli spazi. Sappiamo che alcuni di voi sono già venuti a vedere le nostre celle, ma viverci è molto diverso. Voi ci dovete credere, queste non sono lamentele, non vogliamo né impietosire né mendicare, né invocare clemenza, ma solo riportare quanto è vero è ahinoi terribile. Sì certo, alcuni di noi meritano di stare in carcere, hanno commesso reati, e altresì verosimile che, questa mancanza pressoché totale, di umanità nei confronti dei carcerati non è forse pari a commettere dei reati?

È giusto pagare per chi ha sbagliato, perché occorre rieducazione; è altresì vero che oggi, con questo sovraffollamento, le persone detenute vengono poco alla volta, giorno dopo giorno, defraudate della loro umanità, e questa cosa deve fare paura, e fa concretamente spavento. La violenza fatta a quell’anziano prima citato, non è simile a compiere un reato, è uno dei tanti, è vero, ma quanti ce ne sono come lui, non sono dei veri e propri reati, trattare le persone in questo modo, e non è forse vero che le condizioni in cui ci troviamo in carcere sono un costante incitamento al suicidio?

Pensiamo sia non edificante, ma umanamente avvilente per un agente di turno dover sciogliere un nodo che un detenuto esanime si è messo al collo ponendo fine alla propria esistenza. Tutti possono sbagliare, ma il carcere deve essere impostato per rieducare, non per toglierci di mezzo, non pensiamo che lo Stato attuale sia uno Stato non improntato al dialogo, anzi! Proprio per questo possono nascere dal dialogo vere e proprie soluzioni. Signorie Vostre, voi ci rappresentate, indifferentemente dall’appartenenza politica, voi ci rappresentate come persone, come abitanti di questo Bel Paese, l’Italia. Il problema carceri in Italia è grande, non è di sicuro il nostro fiore all’occhiello. In Europa ci rimproverano (2006- 2013) per il nostro sistema carcerario: perché quindi, non provare ad ascoltare chi in carcere ci vive per immaginare possibili soluzioni? Questo non vuol dire scendere a patti con nessuno, ma semplicemente sarebbe un atto di democrazia, un modo per riuscire a sistemare questo problema carceri, o perlomeno un punto da cui cominciare. Da questo punto potrebbero nascere idee, e qui a Canton Mombello, il problema del sovraffollamento è eclatante, quindi perché non cominciare da qui? Sarebbe bello che compiendo un atto di umanità il nostro Paese venisse visto in maniera diversa, in maniera positiva anche per il sistema carcerario, oltre a tutto quello che di bello in Italia già c’è. Leggendo i giornali abbiamo letto che alcuni, considererebbero la concessione dei giorni in più di liberazione anticipata come un fallimento dello Stato. Noi ci chiediamo: perché concedere dei giorni in più di liberazione anticipata a persone “meritevoli” sarebbe un fallimento? Abbiamo visto che non è facile essere meritevoli, sappiamo che solo chi ha fornito prova di partecipazione a un percorso rieducativo e riabilitativo può beneficiare di detti giorni, abbiamo osservato come non sia semplice rientrare nelle maglie di questa rete. Quindi, davvero sarebbe un fallimento?

Personalmente crediamo che non si tratti per nulla di un fallimento, al contrario sarebbe la concreta dimostrazione che lo Stato c’è, e ha vera volontà di cambiare le cose, di migliorare la vita a tutti i suoi cittadini, anche a quelli che hanno sbagliato, ma che comunque non sono esclusi. Ad oggi, causa il sovraffollamento, il carcere non mette in condizioni nessuno di essere rieducato, e fa vivere pesanti condizioni anche ai suoi operatori. Come può un sistema che mette in avaria il suo stesso personale, passando da quello sanitario, dell’area educativa sino agli Agenti che con un giuramento si prodigano tutti i giorni in questo lavoro, funzionare? Così come i detenuti vivono quotidianamente con il sovraffollamento, gli stessi operatori sono costretti a conviverci e a fare i conti con i problemi che causa. Tutti quanti sono messi a dura prova ogni giorno, e alla nostra sofferenza si somma la loro. Chi vuole, cerca e si prodiga per la rieducazione, conscio dei propri errori, si ritrova a lottare per frequentare corsi, che non possono esserci per tutti, poiché siamo davvero tanti. Qui nessuno chiede alcuna misura di grazia, desideriamo solamente poter avere un percorso corretto, giusto, che ci consenta di migliorarci come persone. E a cosa servirebbero i giorni aggiunti di liberazione anticipata, se non a migliorare questo sistema? Con la concessione di questi giorni, non solo si allevierebbe la sofferenza dei detenuti e degli operatori del carcere diminuendo sensibilmente il problema del sovraffollamento, ma s’incentiverebbe un sistema virtuoso che dà una speranza ai meritevoli.

I detenuti della Casa Circondariale “Nerio Fischione” Di Canton Mombello, Brescia

da qui

 

 

Cosa sappiamo sulla rivolta nel carcere di Trieste

Giovedì 11 luglio in una parte della casa circondariale “Ernesto Mari” di Trieste è scoppiata una rivolta repressa dalle forze dell’ordine, sembra anche con l’uso di gas lacrimogeni, per cui si è arrivati alla chiusura per alcune ore dell’accesso all’adiacente via del Coroneo.

da Monitor

 

La rivolta sarebbe scaturita da una contestazione disciplinare che il direttore ha fatto insieme a un agente. Dopo la contestazione il detenuto, molto giovane, di origine straniera, sarebbe tornato in sezione molto agitato sostenendo di avere ricevuto uno schiaffo. Durante la rivolta alcuni detenuti sono arrivati in infermeria, sfondando i cancelli. Il giorno dopo il magistrato di sorveglianza è entrato e ha sentito i “rivoltosi” (che saranno trasferiti). Le loro richieste erano soprattutto sulla riduzione dell’affollamento. La direzione del carcere sostiene che non sia stato necessario usare la forza per sedare la rivolta.

A differenza delle carceri più recenti l’istituto triestino, risalente alla prima metà del Novecento, è stato costruito nel centro della città, addirittura attaccato all’edificio del tribunale locale. Diversi edifici residenziali si affacciano sulle strade che circondano l’istituto e da lì in pochi minuti a piedi si arriva alla stazione centrale. Durante le prime ore della rivolta le forze dell’ordine hanno impedito l’avvicinamento al carcere, mentre intorno alle 23 la sorveglianza è stata allentata ed è stato possibile transitare almeno a piedi. Anche se a quel punto la situazione si era tranquillizzata, rimanevano diverse ambulanze e automediche con il motore accesso, mentre agenti della polizia penitenziaria facevano capannello davanti all’ingresso e nei ristoranti ancora aperti dei dintorni, commentando quanto accaduto. Da alcune finestre di una delle sezioni maschili ogni tanto si affacciavano pochi reclusi. Nel frattempo, dalle finestre che danno sulle scale interne si vedeva un certo viavai. Quando sembrava tutto finito una persona detenuta è stata portata fuori in barella: sembrava sedata, ma una volta nell’ambulanza ha iniziato a muoversi e poi ha alzato la testa. Poco dopo l’ambulanza è andata via, accompagnata da due macchine della polizia penitenziaria.

Difficile negare che ci si sia trovati di fronte a una situazione straordinaria. Il 12 luglio Antonio Poggiana, il direttore generale dell’Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina (Asugi), ha fatto diffondere un comunicato in cui si ringrazia tutto il personale per aver “gestito correttamente una situazione potenzialmente molto rischiosa”. Secondo l’azienda sanitaria la rivolta sarebbe stata portata sotto controllo dopo una “mediazione” accettata dai detenuti. Leggendo il comunicato si apprende anche che per fare fronte alla rivolta l’Asugi avrebbe attivato il Piano di emergenza interna per il massiccio afflusso di feriti (indicato nel comunicato con l’acronimo Peimaf), con dieci ambulanze e due automediche. In un comunicato uscito lo stesso 11 luglio l’Azienda parlava di “maxi-emergenza” e diceva di aver trasportato al pronto soccorso sette pazienti: quattro con malori, uno con un’intossicazione da fumo e due per problemi legati a delle cardiopatie. Venerdì 12 due persone risultavano ancora ricoverate in medicina d’urgenza.

Nel frattempo però una persona, il quarantottenne sloveno Zdenko Ferjančič, è stata trovata morta in cella. Non faceva colloqui, probabilmente non aveva famiglia in Italia. Aveva un reato di droga ma non era in carico al Serd. Le notizie trapelate fino a questo momento parlano di metadone sottratto dall’infermeria durante la rivolta, che avrebbe causato al detenuto un’overdose. La presunta morte per overdose di metadone porta la mente alle rivolte della primavera del 2020 e soprattutto alla strage del carcere di Modena. È il caso di ricordare che il metadone è un oppioide sintetico che viene usato nel trattamento delle dipendenze da alcuni tipi di stupefacenti. Secondo la rilevazione di Antigone del 30 giugno 2024 nel carcere giuliano ci sarebbero cinquantadue persone tossicodipendenti, ma mancherebbe una sezione apposita per loro.

Il carcere diTrieste, composto da sette sezioni maschili e da una femminile, è come tanti altri strutturalmente sovraffollato. A fronte di una capienza di 150 posti, il documento di Antigone parla di 257 persone presenti (25 donne e 232 uomini). Di queste, 164 sono straniere. Nello stesso testo si fa presente che alcune celle sono infestate da cimici dei letti, mentre altre sono prive di riscaldamento e acqua corrente. All’interno del carcere triestino 89 persone farebbero uso di sedativi mentre 35 prenderebbero stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi. Nonostante ciò, non esisterebbe un servizio psichiatrico quotidiano nella struttura, ma solo in base alle necessità degli individui. Al momento, inoltre, secondo i dati diffusi da Antigone, solo tre persone detenute possono uscire per lavorare all’esterno.

Poche ore dopo la rivolta, Enrico Trevisi, vescovo di Trieste dal 2 febbraio 2023, ha diffuso una nota in cui invita a tenere alta l’attenzione sulle persone detenute. Trevisi fa notare che lo Stato, nel punire chi ha infranto le leggi, a sua volta non rispetta la normativa sulla detenzione visto che “il sovraffollamento […], l’inadeguatezza delle strutture e l’impossibilità di sanificarle […] rendono le pene inumane. Il caldo con strutture sovraffollate rende tutto ancora più esasperante”.

Nella sua nota Trevisi si sofferma anche sul concetto di pena, sostenendo la necessità di lavorare a delle alternative a quella detentiva. Forse è proprio questo uno dei punti cruciali, in un momento in cui il numero di suicidi in carcere continua ad aumentare e l’idea della privazione della libertà come retribuzione per un torto arrecato alla società sembra sempre meno convincente. Sarebbe il caso di riflettere anche sul concetto di rieducazione del condannato sancito dalla Costituzione, ricordando che lo stesso testo non dà per scontata l’esistenza, e quindi la necessità, del carcere.

da qui


mercoledì 26 giugno 2024

Dal Silos di Trieste. Ma soprattutto da altrove - Gian Andrea Franchi

 

 

La vicenda del Silos di Trieste, dal alcuni anni riparo precario per migliaia di migranti della rotta balcanica, negli ultimi mesi è rimbalzata anche sui grandi media. Il 21 giugno l’ultimo sgombero. In questo articolo, Gian Andrea Franchi ricostruisce il contesto di questa vicenda e racconta ciò che è accaduto improvvisamente durante l’assemblea promossa il giorno dopo, qualcosa di inedito, imprevisto e potente. Che parla di una cultura politica altra di cui abbiamo drammaticamente bisogno ovunque

 

Negli ultimi mesi si è fatto un po’ di chiasso mediatico sulla Rotta balcanica, solitamente in ombra, a proposito della cosiddetta questione del Silos di Trieste. Si tratta di una caratteristica disfunzione e un pasticcio locali, ricaduti pesantemente su corpi migranti, tra Stato (prefettura e questura) e comune, in cui si trova infilata anche Coop alleanza 3.0, il più grande gruppo cooperativo italiano, proprietario anche del gruppo assicurativo-bancario Unipol. Questa importante azienda commerciale e finanziaria, la cui matrice sociale è ovviamente ricordo di un lontano passato, è proprietaria del rudere: con i suoi molteplici mezzi, finanziari e organizzativi, tutto quello che ha fatto è stata la delega alla questura della denuncia per occupazione abusiva di suolo privato.

Nella questione del Silos c’è dentro anche un pezzetto di storia. Cominciamo dalle mura (cadenti): il Silos è uno dei tanti enormi edifici del vecchio porto austriaco, intorno a cui è nata – a partire dal Settecento di Maria Teresa d’Austria – la città che conosciamo, principale porto dell’impero asburgico fino al 1918, in seguito malvissuta città di confine con il complesso mondo slavo, che ha conosciuto nei primi anni Novanta una guerra terribile, in cui anche l’Italia ha portato il suo contributo di violenza. Il Silos ha ospitato a suo tempo anche i condannati ai campi di concentramento in Germania e in Polonia durante la Seconda guerra mondiale e, dopo la fine della guerra, i profughi dall’Istria e Dalmazia.

Il Silos si compone di tre parti uguali e distinte: la prima è la stazione delle autocorriere con sottostante garage; la seconda è un supermercato dismesso da anni, entrambe di proprietà comunale; la terza e più grande, allo stato di rudere, appartiene alla cooperativa. Il rudere è da tempo l’unico luogo in cui potevano trovare un paradossale riparo tra fango, topi e rischio di crolli i migranti in transito, la maggioranza degli arrivi (circa l’ottanta per cento) dalla violenza della Rotta balcanica, nel loro breve e umbratile soggiorno in città.

2019

Fino all’estate del 2022 gli unici che si occupavano di loro, dall’autunno del 2019, erano nel piccolo gruppo di Linea d’Ombra: cure sanitarie, cibo, vestiario. Intorno a quest’impegno si è formata una rete imponente che ha permesso e permette di fornire il necessario a diverse migliaia di persone (mediamente, sedici-diciotto mila all’anno) e, inoltre – indispensabile quanto i primi – solidarietà, socialità, anche affetto.

Queste persone, ex lege, avrebbero dovuto essere fermate: entrati illegalmente in Italia non volevano chiedervi asilo. Ma la gestione concreta dell’ordine pubblico è sempre molto elastica, legata anche a dinamiche locali, per cui venivano lasciati andar via, senza tener conto delle loro condizioni spesso anche gravi (abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza diverse volte o portare al pronto soccorso: ciò che non può essere rifiutato neanche a un illegale).

Nell’estate del 2022, il prefetto di allora, forse per evitare possibili incidenti, pensò di concedere ai “transitanti” la possibilità di stare al diurno gestito dall’associazione San Martino al campo e di poter mangiare alla Caritas, senza dover presentare documenti. Propose anche al comune di usare l’ex supermercato, in buone condizioni abitative, per accogliere anche i migranti in transito, ottenendo il rifiuto della maggioranza consigliare di destra.

Nell’estate del 2023, oltre ai migranti in transito, finì tra le mura cadenti del Silos anche un numero notevole – fino a seicento – di migranti teoricamente in accoglienza, ma di fatto in strada per la mancata rotazione delle persone nel campo di prima accoglienza in Carso. Si trattava di persone che avevano adempiuto agli obblighi di legge, avrebbero quindi dovuto avere qualche straccio di diritti.

Chi è fuorilegge?

Ovviamente, un numero così notevole cominciò a provocare una serie di problemi che cadevano inizialmente sugli attivisti di Linea d’Ombra ogni giorno in piazza: tensioni “etniche”, forme di microcriminalità, scontri inevitabili, direi, in una massa di persone ammassate in un ambiente inospitale. Questi migranti ebbero anche il coraggio civile di fare una composta manifestazione davanti alla prefettura: circa settanta, con cartelli, sostando per alcune ore. Per tutta risposta furono minacciati di gravi sanzioni. Chi era fuorilegge? Sappiamo bene che governare fuori legge è pratica corrente.

Pian piano, cominciò uno sgombero: i ragazzi vennero un po’ alla volta portati altrove, spesso in Sardegna, in una sorta di confino nell’interno dell’isola.

 

 

Lo sgombero del 21 giugno 2024

Venerdì 21 giugno lo sgombero si è concluso (per ora), dopo quasi un anno – forse spinto anche dal vicino arrivo a Trieste del papa in luglio -, con il trasporto di circa 150 ragazzi in provincia di Milano: in luogo isolato, in grandi stanze affollate. La condizione è tale che qualcuno ci ha comunicato che vorrebbe tornare indietro: al Silos, dunque, fra i topi e il fango, ma anche con la vicina piazza accogliente, che vinceva spesso i disagi materiali. Nello stesso Silos si era formata una dimensione di socialità, capace persino di fare feste, anche con l’apporto, oltre che di Linea d’Ombra, di No Name Kitchen.

Nel contempo, pochi altri migranti sono stati portati nel campo sul Carso, gestito ora dalla Caritas, non ben accolti dalla popolazione locale.

Il Silos è stato velleitariamente chiuso con una rete di plastica, tappando le aperture praticate nella sottostante rete metallica. Ovviamente una chiusura molto precaria, più che altro simbolica.

Il Silos, microcosmo del mondo

La vicenda del Silos, divulgata sommariamente dai media, non è che un minuscolo aspetto locale della complessa ed epocale vicenda di queste migrazioni recenti dall’Oriente e dall’Africa, incisa su questi corpi in cammino, non di rado incontro alla morte. Questo fenomeno migratorio è, per ora, solo il modestissimo inizio di un fenomeno che diventerà epocale nei prossimi decenni, coinvolgendo miliardi di persone verso la fine del secolo. Tocca niente di meno che la storia degli ultimi duecento/trecento anni: la violenza distruttrice del colonialismo e del post colonialismo, che mantenne e mantiene un ferreo controllo economico su questi paesi, con guerre, rapine territoriali e violenze di ogni genere. La violenza passata, quindi, e la violenza presente: la violenza intrinseca al cosiddetto Occidente, che ancora una volta oggi si svela in pieno nel genocidio di Gaza, ancora una volta davanti all’indifferenza complice dei più. Ma questi migranti portano anche la voce inascoltata del futuro: il biocidio, il terricidio inesorabilmente in atto, di cui i loro paesi sono i primi a soffrire…

Ecco dunque che occuparsi di loro non può essere soltanto intervenire in una situazione di sofferenza fra le tante: queste migrazioni sono la voce, per ora flebile perché iniziale, della nostra condizione umana, ma non solo, della condizione della terra. Ciò deve coinvolgere tutti noi cittadini, privilegiati, dare una scossa al torpore che sembra caratterizzarci nell’indifferenza per la devastazione sociale e politica che sta avanzando anche nel nostro paese, in tutta Europa, in forme che possiamo chiamare di fascismo neoliberista. Voglio ricordare per quel che riguarda “noi”: l’aumento capillare dell’ingiustizia e della violenza sociali, la privatizzazione della sanità e di servizi indispensabili, l’impoverimento della classe operaia e di altre classi lavoratrici, l’aumento della popolazione in stato di evidente povertà; e, inoltre, parallelamente, la modificazione della struttura dello Stato che sta portando a privilegiare le Regioni ricche nella ridistribuzione della ricchezza, che vuol arrivare al prevalere del potere del governo su ogni altra istanza statale, parlamento, magistratura… Contro questo processo storico che sembra inesorabile noi – noi qui a Trieste e da Trieste fin là dove riusciamo ad arrivare con i nostri mezzi di comunicazione e i nostri viaggi – abbiamo per ora un unico modo: trasformare in coesione sociale, in comunità attiva, la rete di donatori, di coloro che direttamente o indirettamente intervengono in piazza. È questo il senso del nostro impegno, mentre, per ora, il Silos di Trieste si ritrova soltanto con la sua vasta popolazione di topi.

L’assemblea in piazza e quell’improvvisato e atipico corteo

Nel pomeriggio di sabato 22 sulla questione Silos si è svolta un’assemblea in piazza del Mondo (piazza della Libertà, denominata piazza del Mondo da Linea d’ombra che da anni ogni pomeriggio qui incontra – in modo completamente autogestito – i migranti in arrivo per supportarli, ndr), organizzata da molte associazioni su spinta dell’ICS, il cui presidente ha svolto l’intervento introduttivo, seguito da molti altri, fra cui (oltre a quello di Lorena e di chi scrive), anche di una rappresentante del Pd. Questo intervento ha suscitato mormorii e qualche grido di disapprovazione nel ricordo di Marco Minniti, ministro degli interni nel governo Gentiloni, autore del noto decreto che, imponendo gravi limiti all’accoglienza, iniziò la serie di provvedimenti legislativi contro i migranti. In effetti, l’assemblea, in un luogo speciale come la piazza del Mondo, stava diventando una banale monotona rassegna di opinioni. Ci ha pensato Lorena improvvisamente a portarla nel giusto cammino, con la proposta di andare in piazza Unità, davanti alla prefettura. È accaduto così qualcosa di imprevisto, nato in quell’attimo, che ha rilanciato l’incontro di corpi vivi, qualità radicalmente propria della piazza. Si è avviata di colpo una manifestazione del tutto peculiare perché tutti sapevamo che non c’era nulla da chiedere, nulla da contestare: richieste e contestazioni sarebbero state velleitarie, cioè narcisistiche, per poter dire che avevamo fatto qualcosa. Invece, la manifestazione non è stata velleitaria. È stata qualcosa d’altro: manifestazione della presenza di corpi vivi. Sono apparsi improvvisamente i corpi in una società che fa del corpo uno strumento del mercato, corpi con il loro movimento vitale, corpi che volevano essere e gridare: siamo qui! Siamo vivi in un mondo nel quale i corpi sono negati, violentati, uccisi. Non avevamo altro da fare che manifestare i nostri corpi, come fanno i migranti, corpi che desiderano vivere.


 

L’improvviso movimento dei corpi ha provocato un corteo non minaccioso ma allo stesso tempo indifferente rispetto “alle forze dell’ordine”, un corteo non urlato, non aggressivo, una manifestazione prima di tutto di alterità che ha sgomentato i poliziotti, i cui dirigenti hanno avuto una sorta di panico, non sapendo che fare. Si sono limitati a seguirci, a fiancheggiarci. Noi non abbiamo invaso le strade, non abbiamo bloccato i traffico, restando sui marciapiedi, evitando così lo scontro che ci avrebbe portato su un altro terreno, quello solito.

Torna in mente un brano di Colette Guillaumin, sociologa femminista e antirazzista francese, che esprime assai bene lo “spirito” del Sessantotto parigino, riapparso per qualche ora a Trieste, in un contesto e in un’epoca tanto diversi:

“Nel maggio del 1968, invece, l’indifferenza del movimento verso chi era al governo e verso chi era al potere, verso le istituzioni e verso i partiti politici, la totale assenza di odio osservata a più riprese, rivelavano una forma di ignoranza e di sprezzo nei confronti di ciò che è considerato essere il riferimento della nostra società. […] Non solo la rivolta passava davanti all’autorità senza considerarla, senza vederla, nel senso letterale del termine, dal momento che le manifestazioni parigine passavano accanto ai palazzi del governo e delle assemblee deliberative senza prenderli di mira, ma il linguaggio stesso usato dall’autorità non era compreso, né suscitava il benché minimo interesse in seno al movimento…”.

Quell’imprevista manifestazione ha lanciato un messaggio. Più che l’opposizione contro il governo e il rifiuto della diffusa indifferenza sociale, manifestava un’alterità, la consapevolezza che noi siamo vivi e vogliamo vivere in un mondo che vuole o subisce la morte; che il senso dell’incontro, il senso, quotidianamente riaffermato della piazza, è la voglia di vivere contro la passività del morire, una voglia di vivere che si traduce nella costruzione di una nuova cultura politica, una politica che parte dalla base. Un messaggio, un impegno anche verso noi stessi.

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mercoledì 25 gennaio 2023

ricordo di Pino Roveredo

Le parole di sangue di Pino Roveredo, scrittore degli ultimi… - Francesca de Carolis

Un pensiero allo scrittore triestino che, da quando ne ho conosciuto le pagine, ho sempre trovato straordinario. Pino Roveredo, che se ne è andato nell’alba gelida e ventosa di sabato. Di lui leggerete dei racconti, dei romanzi, dei testi teatrali, dei premi, del Campiello, della sua vita “in salita”, spesso difficile fra traumi e dolore, che racconta con quel misto di durezza e dolcezza di cui era capace ne “I ragazzi della via Pascoli”.
Tanto ci sarebbe da dire sui suoi libri (che tutti invito a leggere), sulla sua vita, del suo occuparsi sempre del mondo degli ultimi, di chi vive ai margini… è stato fra l’altro garante dei detenuti del Friuli-Venezia Giulia.
Ma oggi voglio ricordarlo per la generosità con la quale rispose a una cortesia che mi permisi di chiedergli, sapendolo tanto sensibile ai problemi del mondo carcerario.
Pino Roveredo l’ho conosciuto grazie a Monica Murru, avvocato, che sapeva del mio progetto di fare qualcosa per Davide Emmanuello, detenuto da una ventina d’anni e più, al 41-bis, di cui da un po’ di tempo seguivo le vicende. Di Emmanuello avevo lettere, tante, scritte ad un amico in altro carcere, e che questo di volta in volta mi girava. Lettere tremende… non potevano restare solo il fascicolo sulla mia scrivania cui a tratti, nei mesi, continuavano ad aggiungersi fogli… Ero alla ricerca di qualcuno che fosse in grado di ascoltare davvero quest’urlo e, consigliata da Monica, alla fine le avevo spedite a Roveredo che, certo, se ne sarebbe lasciato straziare.
E Pino all’urlo di quelle lettere ha risposto con le parole di sangue di cui è capace. Come solo chi il carcere l’ha conosciuto e … “ho iniziato a occuparmi degli altri, gli ultimi in classifica. Con grande egoismo, perché in verità ho cominciato a farlo per occuparmi di me stesso”.
Emmanuello e Roveredo mai si sono fisicamente incontrati. Ma fra loro è nato un dialogo che è diventato un libro che squarcia il velo dell’ipocrisia che nasconde l’inferno del “regime di tortura del 41bis”. “Diversamente vivo, lettere dal nulla del 41-bis”.
E nulla parla meglio della sua scrittura.
Aveva scritto, Pino (in “Ferro batte ferro”), uno straordinario atto d’accusa contro una società che “ha bisogno di delinquenti su cui puntare il dito, per sentirsi migliore. Il Sert ha bisogno dei tossici per dare un motivo alla sua esistenza. Le rivendite alcoliche hanno bisogno degli alcolizzati per mantenersi in vita. I tabaccai e il monopolio di Stato ha bisogno dei fumatori per riempirsi le tasche con la disgrazia altrui”, raccontando della sua pur lontana esperienza in carcere, e di come l’angoscia fu la sua salvezza…
E “fu proprio quell’angoscia a scuotermi e darmi la forza di mettere la testa fuori dall’inferno carcerario, ed afferrare con una rabbia che non conoscevo… la coda della vita”.
Pino che dedica a Emmanuello ancora parole di sangue, ma che pure con dolcezza, come in un abbraccio, scrive:
“Se potessi, scavalcando le schiere rigide dei moralisti, forcaioli, giustizieri, giustizialisti, salteri oltre i muri della costrizione, poi entrerei nella galleria scura del 41bis, dove è vietato parlare, urlare, vivere, e tirerei fuori dal mio desiderio l’invenzione di una chiave. La infilerei nella serratura della porta blindata e con un giro di mano, libererei il passaggio e mi concederei il piacere di un invito.
-Dai Davide, sbrigati che abbiamo solo un’ora di tempo! –
Se potessi lo prenderei per mano, e imbrogliandogli la misura stretta di un passo che dura da più di vent’anni, gli farei indossare i passi larghi della fretta e poi lo trascinerei oltre i cancelli, lungo i corridoi, fuori dal portone.
Una volta fuori, gli regalerei un’ora di sole, gli farei respirare un’ora di aria, quella che non sbatte tra le mura dei reclusi. Per un’ora lo guarderei accarezzare un albero, baciare un fiore, sentire il profumo di una manciata di terra, gli indicherei la direzione del volo delle rondini, la riga lontana dell’orizzonte, e poi lo inciterei a liberare le gambe verso una corsa lunga sessanta minuti, proprio come si faceva da bambini, andare, correre, fino a quando non ti scoppiano i polmoni.
Ripeto, un’ora, non se ne accorgerebbe nessuno.
Dopo, giuro, che lo riporterei dentro la sua abituale castrazione, felice di avergli dato, non un’ora di libertà, quanto la forza per lui sconosciuta di un piccolo, minimo fiato di… umanità!”
E un abbraccio a Pino, ché la bellezza e la forza delle sue parole, contro ogni ipocrisia, sempre ci accompagneranno…

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mercoledì 15 gennaio 2020

La lavanda dei piedi - Gian Andrea Franchi



Per più di un anno Lorena ed io avevamo tentato di porre il problema dei migranti in arrivo a Trieste. Quelli che in Italia non volevano restare, che volevano andare oltre, verso il centro e il nord Europa: i mitici paesi del benessere, cui l’Italia non apparteneva del tutto. C’era anche, spesso, il richiamo della presenza di parenti e amici, lassù. Queste persone avevano, prima di fatto e poi anche di “diritto”, il marchio “clandestini” – dopo il rumoroso passaggio elettorale del capo della Lega al ministero degli interni. Sull’opportunità politica e umana di un intervento c’erano stati incontri, discussioni e tentativi, senza risultati apprezzabili. Poi, una foto. Già! Siamo nell’epoca dei social.
La fotografia di un gesto, nel piazzale della stazione: il gesto di curare dei piedi feriti dal lungo cammino tra la Bosnia e Trieste – dieci, quindici, venti giorni, fra boscaglie, rocce, fiumi di un territorio bellissimo – per chi può permetterselo come paesaggio. Ma per loro, per i migranti e per i profughi, non è un paesaggio: l’esperienza estetica del paesaggio implica la dimensione contemplativa, ovvero una condizione del corpo agiata, tranquilla, sicura. In sintesi: identità giuridica, cittadinanza. In sintesi totale: soldi.
Quando il paesaggio penetra nel corpo come un coltello non è più paesaggio. Pensiamo a quei fili spinati composti con innumerevoli piccole lame – mi pare inventati dagli israeliani, o ai denti di un cane: abbiamo saputo anche questo, cani addestrati ad attaccare l’uomo – ci hanno raccontato di migranti sbranati da questi cani della polizia croata (ovviamente non abbiamo le “prove”).
Feriti sono quasi tutti, i piedi di questi ragazzi afghani, pakistani, iracheni, e anche marocchini, tunisini… soprattutto di quelli che non hanno i mezzi per pagare i passeur, gli smuggler, per tutto il viaggio o in parte. Ma in genere quelli che incontriamo sono tutti con i piedi mal ridotti, gonfi, con vesciche, piccole ferite che molto facilmente s’infettano, anche ferite più gravi. Abbiamo incontrato, qui a Trieste, anche un caso di congelamento (tamponato con catini di acqua calda nel centro diurno).
Ebbene: la foto di Lorena che sta medicando un piede ferito su una panchina del piazzale della stazione ha funzionato come il precipitato di una chimica emotiva, etica, politica, condensando rapidamente un gruppo di una decina di persone che da circa un mese e mezzo o due interviene regolarmente almeno due volte al meseSono prevalentemente donne, con qualche uomo, come tradizione insegna.
Innanzitutto è la foto di un’azione, di un gesto estremamente concreto ma fortemente simbolico, addirittura un luogo comune culturale: la lavanda dei piedi… L’azione colta nel suo svolgimento mostra che è possibile, basta volerlo. Funziona come esempio e l’esempio può essere contagioso. È l’apertura di un varco, il salto oltre un ostacolo. Mostra un possibile.
Così, adesso, esiste questo gruppo: il Gruppo cura”. Gli incontri in piazza – oltre al gesto primario della cura dei piedi e di altre offese corporee trattabili in primo intervento – offrono: scarpe, essenziali, primarie – inoltre, sacchi a pelo, giacconi e altri indumenti e un po’ di cibo, te caldo dolci, panini. Di più, ovviamente: offre socialità, incontro, sguardi negli occhi. Ancora di più: rispetto, dignità a esseri umani giuridicamente e socialmente inesistenti.
Esiste, dunque, il gruppo cura di Trieste tutti i giovedì e i sabati (e spesso anche il lunedì) e continuerà.
Adriana, Azra, Goga, Elisa, Francesca, Lorena, Paola, Sofia, Carlo, Gianluca, Gian Andrea. Il gruppo può fruire per il deposito del materiale di un locale, necessario quando si supera una certa quantità, messo a disposizione da Rifondazione Comunista e può usare, inoltre, per incontri la storica Casa del Popolo di via Ponziana a Trieste, messa a disposizione dall’associazione culturale Tina Modotti. Saltuariamente altri, associazioni e persone singole, che vengono anche da lontano a portare materiale prezioso.
Shamsia aveva lo smalto
È arrivata ieri con il marito, il figlio di dieci anni e un piccolo gruppo. Hanno dormito su una panchina prima di ripartire verso il nord Europa. “Sì, Shamsia ha le unghie smaltate, di un rosa acceso, segno di speranza e rinascita per lei che viene dalla lontana regione ai confini con il Tagikistan – scrive Lorena Fornasir – È vittima di ingiustizie ma non vittima di se stessa. Ora che è salva, che suo figlio è salvo, può concedersi lo smalto e riprendersi la propria femminilità. Dopo due anni di viaggi terribili, dopo la disumanizzazione, dopo essere diventata un numero da statistica, lo smalto rosa la riporta alla vita. Lo scandalo è negli occhi di chi guarda e di chi vuole che un migrante sia solo una vittima continuando a de-soggettivizzarla. Ma ‘l’esistenza, senza dote ulteriore, è già onnipotenza
Polizia locale e nazionale, carabinieri passano spesso nei paraggi. Guardano, osservano, vanno via, sostano spesso più in là. In un caso, un poliziotto ha detto a Lorena che va bene, aiutiamo a mantenere l’ordine. Evidentemente le istituzioni non sono in grado di gestire, allora non dispiace una sorta di delega di fatto di alcuni compiti, fino a che rimane un fenomeno limitato – così si evitano incidenti, problemi, dopotutto non si può lasciar morire uno per strada o spingerlo all’esasperazione – chissà magari si riduce indirettamente il piccolo spaccio di chi non ha altra risorsa per mangiare…
Ma a me, a tutti noi, credo, questo non va bene. Non sono, non siamo benefattori. Il benefattore è complice perché aiuta a sopportare il sistema. Noi vogliamo fare politica, cambiare un ordine sociale intrinsecamente basato sull’ingiustizia più profonda, permeato di violenza, che spinge all’odio non per chi comanda e sfrutta, ma per chi è dipinto come estraneo, diverso, anormale. E allora, come abbiamo scritto nell’appello firmato da Lorena e da mebisogna fare rete, fare società, costruire ogni giorno un modo alternativo di essere in società. Ciò può avvenire solo allargando l’impegno, collegando e, ovviamente, lottando”. Se un impegno del genere continuerà, come auspichiamo, è inevitabile, prima o poi, il conflitto con i poteri che gestiscono la società così come è oggi. Bisogna tenerlo presente.