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lunedì 8 gennaio 2024

un grande avvenire dietro le spalle

Dopo la morte del settore pubblico - Marco Della Luna

Il settore pubblico è morto, morto di privatizzazione ed espropriazione. Morto sul piano economico-politico e su quello ideale. Rimane la sua vuota armatura. Vuota innanzitutto socialmente e moralmente.

In un mondo che affonda in un debito pubblico e privato inestinguibile sotto il peso di una massa crescente di ricchezza finanziaria costituita perlopiù da promesse di pagamento fuori della realtà, i soggetti privati che si sono presi il potere di creare moneta automaticamente dettano la legge.

Tre gruppi finanziari (Vanguard, Blackrock e State Street) gestiscono 25.000 miliardi l’anno, 1/3 del prodotto lordo globale. Se ne aggiungiamo altri tre dei maggiori, controllano tutte le banche centrali attraverso numerose società intermediarie che però mandano a votare nelle assemblee sempre quei quattro o cinque delegati, perlopiù, in Italia, di un unico studio legale milanese. I gruppi finanziari fanno capo a loro volta a pochissime famiglie, Rothschild e Rockefeller in testa. Praticamente tutto il settore pubblico è ormai caduto in mano a multinazionali finanziarie private, anzi a famiglie dinastiche, le quali, attraverso il finanziamento o definanziamento, e la modulazione del rating, dettano le politiche degli Stati.

Di fatto, il settore pubblico non esiste più, se non come facciata e finzione buona per legittimare gli atti di un potere privato, assumendosi le sue responsabilità.  E quasi tutti gli atti di questa politica risultano, prima o poi, avere come scopo il trasferimento di ricchezza, reddito e peso sociale dalla popolazione generale a cerchie elitarie. Le rimanenti istituzioni pubbliche, persino quelle sanitarie, vengono trasformate in aziende, e si instilla nelle masse il received wisdom che ogni espressione della volontà o consapevolezza della base, che non sia allineata alle loro direttive tecnocratiche e autocratiche, sia estremista o populista o sovranista e comunque irrazionale e immorale. Viene così liquidata la stessa idea della volontà popolare come fondamento della legittimazione del potere politico.

Al contempo, il liberalcapitalismo, nei passati decenni di ‘libertà’, ‘ha costruito una mentalità e un senso della vita diametralmente antirivoluzionari: un’immunizzazione perfetta contro la ribellione, una precondizione perfetta per liquidare, senza ostacoli, ogni forma di reale rappresentanza democratica e persino di stato di diritto. Per mezzo secolo nel secondo dopoguerra, in condizioni controllate, è stato condotto un esperimento di progresso economico e civile con distribuzione popolare del reddito, partecipazione dal basso, miglioramento dei servizi pubblici, libertà di insegnamento e di pubblico dibattito politico e culturale. Da tempo questo esperimento è terminato, ma voi ancora pensate che fossero vostri diritti, e non volete capire che invece era un loro esperimento su di voi.

Oggi anche personaggi in vista come il geopolitologo Dario Fabbri ardiscono dire al grande pubblico che l’Italia è un paese vassallo degli USA, e che pertanto non ha libertà di decisioni strategiche in scelte economiche di fondo, politica estera, impegni militari, etc., perché è Washington che decide. E che questa situazione può finire solo se gli USA collassano internamente oppure vengono sconfitti e sostituiti nel ruolo di potenza egemone. Ma ciò non è esatto: Chi decide, chi ha il potere, non sono gli USA, non è uno Stato, un soggetto pubblico e pubblicamente responsabile, bensì la suddetta cerchia privata e pubblicamente irresponsabile di grandi famiglie bancarie, le quali si servono degli USA come si servono dell’Italia e anzi sembrano orientate a esercitare il loro potere globale servendosi sempre meno degli USA e sempre più dell’ONU (OMS innanzitutto), della NATO, delle banche centrali e di altri plessi che controllano le reti vitali della moneta, dell’informazione, del biopotere, della ricerca tecnologica. Probabilmente stanno realizzando un apparato di poteri in cui sembrerà che non ci sia più un paese padrone dominante sugli altri, e che viga l’eguaglianza e l’indipendenza tra i vari stati, e che questi siano coordinati non da un potere soprastante, tirannico, ma dal libero consenso, dal buon senso, dalla morale, dalla scienza.

Davanti al vuoto di res publica aperto dalla privatizzazione della politica ad opera della tecnocrazia finanziaria, vedremo se e in che forme il corpo sociale saprà rigenerare qualche forma di res publica, la demosìa, ossia una potestas responsabile (accountable) verso il popolo, stante che il potere finanziario non lo è, essendo privato e trincerato dietro la giustificazione dei mercati, e offrendo al popolo, come responsabili, i burattini della politica visibile e “democratica”.

Forse la dimensione pubblica della vita sociale potrà essere rifondata in forma di piccole, amicali comunità di difesa contro i poteri finanziari e gli stati stessi,  l’Onu etc., loro longa manus. E naturalmente contro Bill Gates, GAVI e l’Organizzazione Mondiale dello Sterminio. Forse la dimensione pubblica verrà resuscitata anche in forma di sistemi abbaziali di tipo alto-medievale, dove un nucleo di monaci dava vita e dirigeva una comunità composta anche, anzi in prevalenza, di laici, dediti alle varie arti e mestieri. Oppure, paradossalmente, si espanderà a ruoli superiori quella dimensione pubblica già presente nelle strutture sociali di tipo mafioso tradizionale, che hanno una vocazione sia autonomistica dallo ‘stato’ – quindi una componente di sovranità, congiunta a una forte solidaristica e disciplinare, ma comunque protettiva, verso la propria gente. Se ciò avverrà, impareremo a parlare di essa con più attenzione e meno sicumera.

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I dati della spesa pubblica e quella privata: come si costruiscono le diseguaglianze - Alessandro Volpi

Come si costruiscono le disuguaglianze. La spesa sanitaria pubblica si è ridotta negli ultimi dieci anni di quasi 50 miliardi di euro. Nel frattempo è cresciuta la spesa sanitaria privata che ormai ha ampiamente superato i 40 miliardi di euro annui, di cui 35 provengono direttamente dai cittadini e dalle cittadine e circa 7 dalla sanità integrativa.

Questa mutazione in corso significa che circa 1,5 milioni di famiglie utilizza oltre il 20% della propria capacità di spesa per cure mediche e quasi 500 mila persone sostengono spese mediche che le portano sotto la soglia di povertà. A questi dati bisogna aggiungere una fetta di popolazione, pari al 7%, che ha rinunciato a curarsi.

Difendere la sanità pubblica con una dura lotta all'evasione fiscale, con il pieno rispetto del principio di progressività dell'imposizione e con una tassazione in grado di ottenere un gettito dai grandi patrimoni e dalle rendite finanziarie è la strada per battere queste disuguaglianze. Pensare di affrontare il tema della sanità riducendo il carico fiscale per consentire ai cittadini e alle cittadine di disporre delle risorse da destinare alla sanità integrativa vuol dire, invece, accentuare ancor di più le disuguaglianze, dal momento che i redditi più bassi non riusciranno a dotarsi di polizze capaci di garantire loro le cure necessarie e il minor gettito genererà l'inevitabile smantellamento del sistema sanitario nazionale.

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venerdì 3 luglio 2020

Appunti per una nuova economia - Francesco Gesualdi



Finalmente, il bisogno di un nuovo modello di sviluppo è espresso non solo da pensatori che vivono nell'ombra, ma anche da   politici, sindacalisti, opinionisti e altri personaggi ad alta visibilità mediatica. Una svolta indotta non solo  dagli squilibri ambientali, sociali e sanitari che caratterizzano il nostro tempo, ma anche dalle riflessioni  morali, sociali, esistenziali, avanzate da alcuni testi, primo fra tutti la Laudato  si’.
Ed ecco emergere un’altra idea di sviluppo non più basata sulla quantità di cose che sappiamo produrre, ma sul grado di felicità che sappiamo raggiungere, ricordandoci, come Gesù ebbe a dirci già duemila anni or sono, che “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Un’enunciazione che volendola parafrasare in chiave moderna e laica potrebbe diventare “non di solo Pil vive l’uomo, ma di tutte le sue relazioni”.
Per troppo tempo abbiamo pensato che la felicità si misuri solo in termini di ricchezza e di agiatezza, ma l’esperienza ci dice che dipende anche da quanto ci sentiamo amati, da quanto tempo possiamo trascorrere con i nostri cari e i nostri amici, da quanto tempo possiamo dedicare alle nostre passioni e ai nostri interessi,   da quanto ci sentiamo protetti, da quanto ci sentiamo realizzati, da quanto sappiamo guardare al futuro con ottimismo, da quanto ci sentiamo liberi e capaci di partecipare. Il che conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che  l’essere umano non è solo dimensione corporale, ma anche   affettiva, sociale, spirituale, per cui si ha vera felicità solo se tutte queste dimensioni sono soddisfatte in maniera armonica.
La volpe del Piccolo Principe direbbe che l’armonia è una cosa troppo dimenticata. Eppure l’armonia, intesa come equilibrio, è la chiave di volta di un nuovo modello di sviluppo ispirato a criteri di equità, sostenibilità, soddisfazione umana.
Equilibrio fra necessità produttive e limiti delle risorse, equilibrio fra rifiuti prodotti e capacità di assorbimento della natura, equilibrio fra esigenze occupazionali ed esigenze sanitarie, equilibrio fra bisogni nutritivi e integrità del creato, equilibrio fra tempi di lavoro e tempi di cura, equilibrio fra spazi cementificati e spazi verdi, equilibrio fra produzione locale e produzione globale, equilibrio nella distribuzione della ricchezza all’interno delle filiere internazionali, equilibrio fra energie dedicate alla dimensione individuale e quelle dedicate alla dimensione comunitaria.
E’ la prospettiva dell’ecologia integrale, che per essere attuata richiede l’adozione di principi comportamentali totalmente diversi da quelli che attualmente in vigore. In un  celebre discorso che tenne ad Assisi nel 1994, Alex Langer disse: “ Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico “citius, altius, fortius” – più veloce, più alto, più forte – che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente.
Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “lentius, profundius, suavius” – più lento, più profondo, più dolce -, e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall'essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso”. Un ribaltamento di paradigmi che nel concreto significa sobrietà invece di consumismo, riciclo invece di usa e getta, cooperazione invece di sopraffazione, locale invece di globale, tecnologia dolce invece che dirompente. La buona notizia è che parte di essi li stiamo accogliendo.
Ad esempio ci siamo convinti che dobbiamo passare dall'energia fossile a quella rinnovabile, dalla produzione lineare a quella circolare, dagli oggetti ad alta intensità di materiale a quelli leggeri. Un insieme di trasformazioni meglio note come green economy  che la stessa Commissione Europea è intenzionata a finanziare sotto il grande capitolo del green new deal.
In definitiva ciò che si nota è la disponibilità a modificare il come, ma non il quanto. Disponibilità a modificare come si produce e si consuma, ma non quanto si consuma, perché la crescita è il meccanismo che dà stabilità alla macchina capitalista.  
Non solo da un punto di vista economico, ma anche sociale considerato che per vivere abbiamo bisogno di un lavoro e che il lavoro è  legato a doppio filo ai consumi, ormai non più solo a livello nazionale, ma addirittura mondiale, visto che viviamo in un’economia globalizzata. 
E tuttavia il lockdown ci ha dimostrato in maniera inequivocabile quanto sia necessario contenere produzione e consumi se vogliamo ridurre il nostro impatto sulla natura. Secondo i calcoli della rivista Nature Climate Change, nell’aprile 2020 le emissioni di CO2 sono diminuite del 17% come conseguenza delle restrizioni imposte dalla pandemia. Una riduzione che non si era mai vista prima, neppure durante la crisi del 2009.
A contenere il pessimismo c’è che il passaggio all’economia verde creerà nuovi posti di lavoro almeno in alcuni comparti. Ma i posti che perderemmo se solo ci sbarazzassimo dell’inutile e del superfluo, sarebbero di certo superiori a quelli recuperati. Per cui il vero tema che dovremo affrontare in una prospettiva di sostenibilità è quella del lavoro:  come coniugare sobrietà e lavoro per tutti?
Forse solo un Piccolo Principe, libero da ogni sorta di condizionamento, potrebbe aiutarci a sciogliere il rebus, perché la nostra abitudine a considerare come lavoro solo quello salariato non ci aiuta a trovare la soluzione.
Ma in attesa di sapere vedere il lavoro con occhi nuovi, fin d’ora possiamo intuire che una strada da battere è la riduzione dell’orario di lavoro. Una proposta fin troppo scontata: quando di lavoro salariato ne serve meno, complice l’introduzione di macchine sempre più automatizzate, l’unico modo per estenderlo a tutti è redistribuirlo. In alternativa dovremmo redistribuire il reddito, ma una società formata da pochi che lavorano e molti che vivono alle loro spalle, non pare una prospettiva molto dignitosa.
La piena partecipazione produttiva a orario ridotto converrebbe a tutti. Ai vecchi, che godrebbero di un orario più adatto alle proprie condizioni fisiche. Ai giovani, che conquisterebbero autonomia e dignità. Alle donne, che raggiunta la parità fuori casa potrebbero rivendicarla anche fra le mura domestiche. Ma meno lavoro salariato significherebbe inevitabilmente meno soldi e nella nostra mente si affaccia un’altra domanda altrettanto angosciante: ce la faremo?  
La risposta è che dipende da ciò che i nostri salari devono coprire. Una cosa è doverci comprare solo cibo, vestiario ed altri oggetti di uso quotidiano. Altra cosa doverci pagare anche casa, farmaci, esami diagnostici, libri, retta scolastica e qualsiasi altra necessità. In altre parole il salario di cui abbiamo bisogno dipende fortemente dal livello di protezione sociale che ci offre l’economia pubblica.
Il sindacato lo ha sempre saputo e in altri tempi difendeva il salario non solo rivendicando aumenti di paga, ma anche pretendendo servizi gratuiti da parte della collettività. Il che dimostra che c’è un intreccio profondo tra riduzione dell’orario di lavoro ed espansione dell’economia di comunitàIl rapporto è inversamente proporzionale: quanto più si riduce l’orario di lavoro, tanto più devono crescere servizi pubblici e protezione sociale.
Solo a questa condizione la riduzione dell’orario di lavoro può mettere in evidenza tutti i suoi risvolti positivi e diventare socialmente desiderabile. Il che conferma che un nuovo modello di sviluppo è molto più di una semplice rivisitazione tecnologica. E’ un nuovo modello organizzativo costruito su nuovi valori, nuovi ruoli, nuove interazioni. Soprattutto è un nuovo modo di concepire il lavoro, il mercato e la comunità.

domenica 28 giugno 2020

Il ritorno dello Stato Sociale - Gaël Giraud


  
(a cura di Bruno Patierno)


Continuiamo la pubblicazione su People For Planet di contributi sul “dopo coronavirus” inaugurata con “Aspettiamo il dopo, in agguato come la tigre” e vi presentiamo alcuni stralci di un importante contributo pubblicato dalla rivista Civiltà Cattolica a firma di Gaël Giraud, economista francese specializzato in economia matematica, gesuita, già capo economista dell’Agenzia francese per lo sviluppo. Insegna teoria dei giochi ed economia matematica all’Università di Parigi 1 Panthéon-Sorbonne, alla Facoltà di Economia e Management di Strasburgo e all’Università di Hanoi in Vietnam.

Il sistema sanitario occidentale e la pandemia
La posizione di molti specialisti di salute pubblica è coerente su un punto: la pandemia Covid-19 sarebbe dovuta rimanere una epidemia più virale e letale dell’influenza stagionale, con effetti lievi sulla grande maggioranza della popolazione, e molto seri solo su una piccola frazione di essa.
Invece – se consideriamo in particolare alcuni Paesi europei e gli Stati Uniti – lo smantellamento del sistema sanitario pubblico ha trasformato questo virus in una catastrofe senza precedenti nella storia dell’umanità e in una minaccia per l’insieme dei nostri sistemi economici.
Prevenire eventi come una pandemia non è redditizio a breve termine. Pertanto, non ci siamo premuniti né di mascherine né di test da eseguire massicciamente. E abbiamo ridotto la nostra capacità ospedaliera in nome dell’ideologia dello smantellamento del servizio pubblico, che ora si mostra per quella che è: un’ideologia che uccide. Non avendo mai aderito a tale ideologia, e forti dell’esperienza dell’epidemia di Sars del 2002, Paesi come la Corea del Sud e Taiwan hanno predisposto un sistema di prevenzione estremamente efficace: lo screening sistematico e il tracciamento, puntando alla quarantena e alla collaborazione della popolazione adeguatamente informata e istruita. Nessun confinamento. Il danno economico risulta trascurabile.
Invece dello screening sistematico, noi occidentali abbiamo adottato una strategia antica, quella del confinamento, a fronte di una frazione esigua di infetti, e di una parte ancora più piccola tra questi che potrebbe avere gravi complicazioni.

Il ritorno dello Stato sociale
La salute di tutti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza. E questa pandemia non è affatto l’ultima, la «grande peste» che non tornerà per un altro secolo, al contrario: il riscaldamento globale promette la moltiplicazione delle pandemie tropicali, come affermano la Banca Mondiale e l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) da anni. E ci saranno altri coronavirus.
Senza un efficiente servizio sanitario pubblico, che consenta di selezionare e curare tutti, non esiste più alcun sistema produttivo praticabile durante un’epidemia da coronavirus.
Come uscire dall’isolamento?
Il confinamento rallenta efficacemente la diffusione del virus e – ripetiamolo –, in assenza di un sistema di screening, rimane la strategia meno negativa a breve termine. Tuttavia, se ci fermiamo a esso, diventa inutile: se usciamo dal confinamento, diciamo, tra un mese, il virus sarà ancora in circolazione e causerà gli stessi decessi di quelli che avrebbe causato oggi in assenza di contenimento.
Attendere, attraverso l’isolamento, che la popolazione si immunizzi – più o meno, la stessa strategia inizialmente proposta da Johnson, ma «a casa» – richiederebbe mesi di confinamento. Tuttavia, affinché l’immunizzazione collettiva porti R0 al di sotto di 1, è necessario immunizzare circa il 50% della popolazione, cosa che – dato il tempo medio di incubazione (5 giorni) – richiederebbe probabilmente più di 5 mesi di reclusione, se ipotizziamo che ci sia oggi un milione di infetti. Un’opzione insostenibile in termini economici, sociali e psicologici. È l’intero sistema di produzione dei nostri Paesi che collasserebbe, a partire dal nostro sistema bancario, che è estremamente fragile.
È quindi necessario organizzare una «prima» liberazione dal contenimento, al più tardi tra qualche settimana. Prendere questo rischio collettivamente ha senso però solo a una condizione: applicare, questa volta, la strategia adottata in Corea del Sud e a Taiwan con il massimo rigore. Il tempo che stiamo guadagnando chiudendoci in casa dovrebbe servire per:
  • riportare R0 (che probabilmente era circa 3 all’inizio del contagio) il più vicino possibile a 1;
  • incoraggiare la riconversione di alcuni settori economici, per produrre in serie i ventilatori polmonari di cui ora hanno bisogno le terapie intensive per salvare vite umane;
  • consentire ai laboratori occidentali di produrre subito apparecchiature e materiali di screening, mentre si organizzano per realizzare in poche settimane il sistema necessario. Al momento ci sono due enzimi, in particolare, le cui scorte sono molto insufficienti, e quindi limitano la nostra capacità di effettuare screening;
  • produrre le mascherine di protezione, essenziali per frenare la diffusione del virus quando lasciamo la nostra casa.
Se porremo fine al nostro confinamento collettivo quando i nostri mezzi di rilevazione non saranno pronti o mancheranno le mascherine, correremo nuovamente il rischio di una tragedia. Sfortunatamente, oggi è impossibile misurare R0. Pertanto, dobbiamo attendere fino a quando non saremo organizzati per lo screening e pianificare l’uscita ordinata dalla quarantena il più rapidamente possibile.
Cosa succederà a quel punto? Coloro che vengono «liberati» devono essere sottoposti a screening sistematico e indossare le mascherine per diverse settimane. Altrimenti, l’uscita dal confinamento avrà un esito peggiore di quello dell’inizio della pandemia. Coloro che sono ancora positivi verranno quindi messi in quarantena, insieme al loro entourage. Altri possono andare a lavorare o riposare altrove. I test dovranno continuare per tutta l’estate per essere sicuri che il virus è stato sradicato all’arrivo dell’autunno.

La salute come bene comune globale
Benvenuti in un mondo limitato! Per anni, i miliardi spesi per il marketing ci hanno fatto pensare al nostro pianeta come a un gigantesco supermercato, in cui tutto è a nostra disposizione a tempo indeterminato. Ora proviamo brutalmente il senso della privazione. È molto difficile per alcuni, ma può essere un’occasione di risparmio.
D’altra parte, anche un certo romanticismo «collapsologico» sarà rapidamente mitigato dalla percezione concreta di cosa implichi, nell’attuale situazione, la brutale difficoltà dell’economia: disoccupazione, bancarotta, esistenze spezzate, morte.
Sulla scia dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, vogliamo sperare che questa pandemia sia un’opportunità per indirizzare le nostre vite e le nostre istituzioni verso una felice sobrietà e verso il rispetto per la finitudine del nostro mondo. Il momento è decisivo: si può temere quella che Naomi Klein ha definito la «strategia dello shock». Alcuni governi non devono, con il pretesto di sostenere le imprese, indebolire ulteriormente i diritti dei lavoratori; o, per rafforzare ulteriormente la sorveglianza della polizia sulle popolazioni, ridurre permanentemente le libertà personali.

Nel frattempo, come si salva l’economia?
Proviamo a ipotizzare in questa situazione alcune possibili scelte di politica economica:
  1. Iniettare liquidità nell’economia reale. Alcuni economisti tedeschi prevedono un calo del Pil in Germania del 9% nel 2020. Il dato è ragionevole e ci sono pochi motivi per cui le cose possano andare diversamente in Francia e, anche peggio, in Italia, Inghilterra, Svizzera e Paesi Bassi. Ciò dovrebbe indurre Germania e Olanda – i fautori della convinzione secondo la quale una maggiore austerità di bilancio aggiusta l’economia, mentre la macroeconomia più elementare dimostra il contrario – a rivedere i loro dogmi, se ancora l’escalation di vittime nei rispettivi Paesi non bastasse a far loro aprire gli occhi.
    Negli Stati Uniti, Donald Trump e il suo segretario al Tesoro Steven Mnuchin propongono al Congresso di distribuire un assegno di 1.200 dollari a ciascun cittadino statunitense. Possiamo anche vedere nell’iniziativa dell’amministrazione Trump l’abbozzo di un reddito minimo universale per tutti. Una proposta che è stata avanzata da molti per lungo tempo.
  2. Creare posti di lavoro. Tuttavia, le iniziative appena menzionate sono insufficienti. È necessario comprendere che il sistema di produzione occidentale è, o sarà, parzialmente bloccato. Solo lo Stato può creare nuovi posti di lavoro capaci di assorbire la massa di dipendenti che, quando usciranno finalmente di casa, scopriranno di aver perso il lavoro. Naturalmente, affinché ciò abbia un senso, dobbiamo seriamente pensare al tipo di settori industriali per i quali vogliamo favorire l’uscita dal tunnel. Questo discernimento dev’essere fatto in ciascun Paese, alla luce delle caratteristiche specifiche di ciascun tessuto economico.
    È quindi legittimo e indispensabile che gli Stati occidentali utilizzino una spesa in deficit per finanziare lo sforzo di ricostruzione del sistema produttivo che sarà necessario alla fine di questo lungo parto. Ovviamente, il loro debito pubblico aumenterà. Ricordiamo che, durante la Seconda guerra mondiale, il deficit pubblico degli Stati Uniti raggiunse il 20% del Pil per diversi anni consecutivi. Ma il deficit sarebbe molto più grande in assenza di ingenti spese da parte dello Stato per salvare l’economia.
    Possiamo anche notare che il piano di aggiustamento strutturale imposto alla Grecia alcuni anni orsono è stato assolutamente inutile: il rapporto debito pubblico/Pil di Atene ha raggiunto nel 2019 gli stessi livelli del 2010. In altre parole, l’austerità uccide – lo vediamo bene coi nostri occhi in questo momento, nei nostri reparti di rianimazione –, ma non risolve alcun problema macroeconomico.
Ricostruire e salvare la democrazia
È urgente capire che la pandemia Covid-19 è una delle inevitabili conseguenze dell’Antropocene. La distruzione dell’ambiente che la nostra economia estrattiva ha esercitato per oltre un secolo ha una radice comune con questa pandemia: siamo diventati la specie dominante sulla Terra, e quindi siamo in grado di spezzare le catene alimentari di tutti gli altri animali, ma siamo anche il miglior veicolo per gli elementi patogeni.
In termini di evoluzione biologica, per un virus è molto più «efficace» infettare gli esseri umani che la renna artica, già in pericolo a causa del riscaldamento globale. È soprattutto la distruzione della biodiversità, in cui siamo da tempo impegnati, a favorire la diffusione dei virus. Oggi molti ne sono consapevoli: la crisi ecologica ci garantisce pandemie ricorrenti. Accontentarsi di dotarsi di mascherine ed enzimi per il prossimo futuro equivarrebbe a trattare solo il sintomo. Il male è molto più profondo, ed è la sua radice che dev’essere medicata. La ricostruzione economica che dovremo realizzare dopo essere usciti dal tunnel sarà l’occasione inaspettata per attuare le trasformazioni che, anche ieri, sembravano inconcepibili a coloro che continuano a guardare al futuro attraverso lo specchietto retrovisore della globalizzazione finanziaria. Abbiamo bisogno di una reindustrializzazione verde, accompagnata da una rilocalizzazione di tutte le nostre attività umane.

martedì 5 maggio 2020

per un nuovo welfare


Un nuovo stato sociale per uscire dalla crisi - Thomas Piketty

La crisi legata alla pandemia del covid-19 renderà più rapida la fine della globalizzazione liberista e farà emergere un nuovo modello più equo? È possibile, ma nulla è scontato. In questo momento la priorità è capire le dimensioni della crisi e fare di tutto per evitare il peggio. Ricordiamoci delle previsioni dei modelli epidemiologici. Senza un intervento, il covid-19 avrebbe potuto provocare la morte di circa quaranta milioni di persone nel mondo, di cui quattrocentomila in Francia, cioè circa lo 0,6 per cento della popolazione (nel mondo ci sono più di sette miliardi di abitanti, in Francia quasi settanta milioni). Pressappoco un anno di mortalità supplementare (in Francia ogni anno ci sono 550mila morti, nel mondo 55 milioni). In pratica questo significa che, per le regioni più colpite dal virus, nei momenti più critici il numero di bare avrebbe potuto essere tra cinque e dieci volte più alto del normale, come purtroppo è successo in alcuni focolai italiani.
Per quanto incerte, queste previsioni hanno convinto i governi che non si trattava di una semplice influenza, e che bisognava far stare le persone a casa. Nessuno sa quante saranno le perdite umane e quante avrebbero potuto essere senza il confinamento. Gli epidemiologi sperano che il bilancio finale sia di dieci o venti volte più contenuto rispetto alle previsioni, ma ci sono grandi incertezze. Secondo il rapporto pubblicato dall’Imperial college di Londra il 27 marzo, solo test di massa e isolamento delle persone contagiate permetteranno di ridurre le perdite. In altre parole, il confinamento da solo non basterà a evitare il peggio.
Senza un reddito minimo garantito presto i più poveri dovranno uscire di casa per cercare lavoro, e questo rilancerà l’epidemia
L’unico precedente storico a cui possiamo fare riferimento è quello dell’influenza spagnola del 1918-1920, che provocò quasi cinquanta milioni di morti nel mondo, il 2 per cento della popolazione dell’epoca. Usando i dati anagrafici, i ricercatori hanno dimostrato che dietro la mortalità media si celavano immense disparità: tra lo 0,5 per cento e l’1 per cento negli Stati Uniti contro il 3 per cento in Indonesia e in Sudafrica, e più del 5 per cento in India. È questo che dovrebbe preoccuparci: la pandemia potrebbe toccare i punti più alti nei paesi poveri, dove i sistemi sanitari non sono in grado di reggere l’urto, tanto più dopo le politiche d’austerità imposte dall’ideologia dominante degli ultimi decenni.
Applicare il confinamento in sistemi fragili potrebbe rivelarsi quasi inefficace. Senza un reddito minimo garantito presto i più poveri dovranno uscire di casa per cercare lavoro, e questo rilancerà l’epidemia. In India il confinamento è consistito nel cacciare dalle città i migranti e le persone provenienti dalla campagna. Ci sono state violenze e spostamenti di massa, che potrebbero favorire la diffusione del virus. Per evitare un’ecatombe abbiamo bisogno di uno stato sociale, non di uno stato carcerario. Nell’urgenza le spese sociali potranno essere finanziate con prestiti e con l’emissione di nuova moneta.
In Africa occidentale questa è l’occasione di ripensare la nuova valuta comune e di metterla al servizio di uno sviluppo fondato sugli investimenti nei giovani e nelle infrastrutture, e non al servizio dei capitali dei più ricchi. Il tutto dovrà fondarsi su un’architettura democratica più compiuta rispetto all’opacità che vige tuttora nell’eurozona, dove ci si allieta in riunioni tra ministri delle finanze a porte chiuse, con la stessa inefficacia dimostrata ai tempi della crisi finanziaria.

Il nuovo stato sociale richiederà una tassazione equa e un registro finanziario internazionale, per obbligare i ricchi e le grandi aziende a contribuire. Il regime attuale di libera circolazione del capitale, istituito a partire dagli anni ottanta e novanta sotto l’influenza dei paesi ricchi (e in particolare dell’Europa), favorisce l’evasione dei miliardari e delle multinazionali di tutto il mondo e impedisce alle fragili strutture fiscali dei paesi poveri di sviluppare imposte giuste, e questo rende più fragile la costruzione dello stato.
La crisi può essere anche l’occasione di pensare a una rendita sanitaria e scolastica minima per tutti, finanziata da un diritto universale su una parte del gettito fiscale a carico delle persone più ricche: grandi aziende, famiglie ad alto reddito e grandi patrimoni (per esempio l’1 per cento più ricco del mondo). Dopo tutto il loro benessere si basa su un sistema economico mondiale. Ci vuole quindi una regolamentazione globale per assicurarne la sostenibilità sociale ed ecologica.
Per permettere una simile trasformazione dovremo rimettere in discussione molte cose. Per esempio, il presidente francese Emmanuel Macron e quello statunitense Donald Trump sono pronti ad annullare i regali fiscali che hanno concesso ai più ricchi all’inizio del loro mandato? La risposta dipenderà dalla mobilitazione delle opposizioni e delle maggioranze politiche. Ma una cosa è certa: i grandi sconvolgimenti politico-ideologici sono appena cominciati.

(Traduzione di Federico Ferrone)
Questo articolo è uscito sul numero 1354 di Internazionale

da qui



Una Commissione Beveridge per l’Italia - Giulio Marcon

Nel 1942, durante la seconda guerra mondiale, il governo bipartisan inglese guidato da Winston Churchill affidò a William Beveridge – che aveva avuto incarichi di governo negli anni precedenti – la guida di una Commissione per l’elaborazione di un piano “per le assicurazioni sociali e i servizi assistenziali”.
Partito come un piano “tecnico”, divenne la base politica e ideale della nascita del Welfare State in Gran Bretagna. L’obiettivo del piano era abbattere i cinque giganti che martoriavano il paese: Miseria, Ignoranza, Malattia, Squallore, Ozio. Da quel piano vennero le politiche laburiste del secondo dopoguerra: il Servizio Sanitario Nazionale, un sistema di assicurazioni sociali pubblico e obbligatorio, la previdenza pubblica, le politiche per la piena occupazione, la nazionalizzazione dei servizi collettivi e tanto altro.
Da una guerra mondiale la Gran Bretagna rinacque.
Di fronte a questa tremenda crisi che stiamo attraversando – che vedrà l’Italia con ogni probabilità affrontare un calo del Pil di 7-8 punti e una disoccupazione in drammatica ascesa – il paese può utilizzare questa occasione per ripartire su basi diverse: rendendo protagoniste le politiche pubbliche, arginando il neoliberismo, lanciando un grande piano di investimenti pubblici, mettendo al centro il lavoro e – soprattutto – disegnando un modello di sviluppo nuovo, sostenibile, equo, di qualità.
Più che le tante task force di tecnocrati che proliferano in questo periodo, serve una sorta di “nuova Commissione Beveridge” capace di visione, di progettare il futuro, con l’obiettivo di ripensare le politiche per il paese per i prossimi anni.
Ecco perché l’appello In salute, giusta, sostenibile. L’Italia che vogliamo che pubblichiamo sul nostro sito – firmato da 41 personalità del mondo universitario, della società civile, delle forze sociali ed economiche – va raccolto e sostenuto. Attraverso l’individuazione di 10 punti fermi, l’appello indica la giusta rotta per l’Italia che verrà: la sanità e la scuola pubblica, il Green New Deal, una politica industriale pubblica, la giustizia fiscale, la riduzione delle diseguaglianze, il lavoro.
Ecco perché il sito di Sbilanciamoci! darà spazio e sostegno a questa iniziativa, che è stata firmata anche da molti esponenti delle associazioni aderenti alla campagna. Abbiamo bisogno, mai come oggi, mai come in questa crisi, di un’Italia capace di futuro: un futuro che va pensato e progettato su basi diverse. Bisogna cambiare registro, incamminarsi su una strada nuova, quella di un’economia dell’interesse collettivo e non del privilegio individuale; del benessere sociale e non delle diseguaglianze; che faccia pace con il pianeta e non la guerra per le sue risorse.
Un’economia non per pochi, ma per tutti.


Tra le ricette anti-crisi serve una patrimoniale - Michele Bavaro

Così come è avvenuto dopo la grave crisi economica del 2008, oggi ci si interroga su come ripartire dopo lo shock causato dalla pandemia. All’epoca i governi imboccarono la via della “socializzazione delle perdite” e i debiti provocati dai fallimenti finanziari furono coperti dagli Stati, i quali applicarono politiche di austerità per ridurre il debito pubblico accumulato. Il peso della crisi ricadde così sulle fasce più vulnerabili. Oggi siamo davanti allo stesso bivio e i governi devono scegliere chi debba sostenere i costi della crisi. In quest’ottica, assume una grande rilevanza il tema dell’introduzione di una tassa patrimoniale, un’imposta rivolta a ricchi e super-ricchi. Partiamo da un dato di fatto: l’aumento delle disuguaglianze negli ultimi decenni è ben noto, così come quello della concentrazione della ricchezza. Secondo il Rapporto 2020 di Oxfam i 22 uomini più ricchi del pianeta possiedono una ricchezza superiore a quella di tutte le donne in Africa.
Negli ultimi giorni è apparsa in Italia una proposta del Partito Democratico definita “contributo di solidarietà”, che prevede un incremento della progressività dell’aliquota marginale dell’Irpef. La soglia sarebbe fissata a 80mila euro e poi ci sarebbe un’ulteriore progressività che permetterebbe di incassare circa 1,25 miliardi di euro all’anno. Tralasciando l’arbitrarietà della soglia stabilita, bisogna notare che l’Irpef cattura principalmente i redditi da lavoro dipendente e da pensione (che rappresentano circa l’80% della base imponibile), per cui non è appropriato riferirsi a questa proposta del Pd come a una vera e propria tassa “patrimoniale”. Inoltre, le tasse patrimoniali sono pagate annualmente e non una tantum e si possono differenziare a seconda della base imponibile.
Il concetto di patrimonio è infatti onnicomprensivo e comprende forme di ricchezza immobiliare, mobiliare e finanziaria. Un’altra grande categoria di tasse patrimoniali è quella sugli immobili: in Italia un esempio è l’Imu, in cui il livello di progressività, nonostante l’esenzione per la prima casa, non è elevato. A queste si aggiungono le tasse che possono essere imposte sulle transazioni di ricchezza. Un esempio in tal senso è la tassa sulle transazioni finanziarie conosciuta anche come Tobin tax, introdotta in Italia nel 2013, che garantisce ogni anno circa 400 milioni di euro di introiti. Un altro esempio è la transazione intergenerazionale della ricchezza, in altre parole la trasmissione ereditaria. In Italia su questo tipo di tassazione siamo molto indietro: l’aliquota massima della tassa di successione è al 4%, tra le più basse dei Paesi industrializzati (su questo punto si veda qui).
Per quanto riguarda invece le tasse sul patrimonio, alcune tra le proposte più popolari provengono dagli Stati Uniti. Ben due ex candidati democratici alla nomination per la Presidenza presentavano una patrimoniale nel loro programma, Elizabeth Warren e Bernie Sanders. Quella di Sanders è una proposta radicale: far pagare l’1% a chi possiede più di 32 milioni di dollari di patrimonio, con un’aliquota crescente fino all’8% per chi possiede più di 10 miliardi di dollari. Secondo le stime tratte dal sito di Sanders, la misura consentirebbe di accumulare oltre 4.000 miliardi di dollari in 10 anni, riducendo in modo sostanziale la concentrazione della ricchezza negli Stati Uniti. La proposta di Elizabeth Warren consiste invece nell’imporre una tassa del 6% sul patrimonio eccedente il miliardo di dollari. Come verificato utilizzando i dati della classifica di Forbes, se in Italia applicassimo questa misura si potrebbe generare un gettito di circa sei miliardi e mezzo di euro colpendo solo 33 persone o famiglie. Le proposte di Sanders e Warren si ispirano peraltro a quelle di Thomas Piketty nel suo Il Capitale nel XXI secolo.
Una tassa simile è stata implementata in Francia fino al 2018. Conosciuta come ISF, Impôt de Solidarité sur la Fortune, è stata sostituita dal governo Macron con un’imposta valida solo per la ricchezza immobiliare. La struttura dell’imposta era complessa e si applicava a patrimoni superiori agli 800mila euro, ma con aliquote marginali molto basse (tra lo 0,5 e l’1,5%), garantendo all’incirca 4-5 miliardi all’anno. Una simulazione effettuata con i dati italiani della Banca d’Italia mostra come in Italia un’imposta così strutturata assicurerebbe un gettito di circa 4 miliardi all’anno. Una misura analoga, con aliquote molto basse, è tuttora in vigore anche in Spagna (Impuesta sobre el patrimonio).
D’altronde, questo tipo di tassazione sul patrimonio o sulla ricchezza presenta un triplice problema di implementazione. In primo luogo, vi è la difficoltà di conoscere in modo dettagliato l’ammontare e la composizione delle grandi ricchezze: tutto ciò come conseguenza di un trentennio di politiche neoliberiste che hanno smantellato le capacità statali di controllare queste dinamiche all’estremo della distribuzione. Bernie Sanders, non a caso, sottolinea nel suo programma l’importanza del rafforzamento dell’IRS (l’Agenzia delle Entrate statunitense) come precondizione per un’applicazione efficace. La stessa cosa vale ovviamente per l’Italia e gli altri paesi. E anche Piketty sostiene nel suo libro sopra citato che la prima utilità di questa tassa sarebbe proprio quella di produrre conoscenze e informazioni su patrimoni e ricchezze.
Il secondo, e forse più gettonato, tra i punti critici di questo tipo di imposta è legato alla libertà di movimento dei capitali: una tassa del genere avrebbe più costi che benefici, in quanto farebbe scappare all’estero i grandi capitalisti. Infine, questa imposizione fiscale sarebbe considerata ingiusta e iniqua in quanto viene tassato annualmente uno stock (il patrimonio) e non un flusso. Detto questo[1], occorre sfatare due miti:
1. Qualsiasi tassa è difficile da far pagare, che colpisca uno stock oppure un flusso. Ma la difficoltà nel far rispettare il regolare pagamento dei tributi non può mai essere un elemento di dissuasione per l’imposizione di una fiscalità.
2. La libertà di movimento dei capitali può essere arginata. Ci sono modi e metodi per limitarla. L’architettura istituzionale dell’Unione Europea, però, non facilita il compito. Certamente questo limite spinge a internazionalizzare la mobilitazione per introdurre una tassa o una politica simile, dal momento che una patrimoniale introdotta in più paesi moltiplicherebbe la sua efficacia.
Per quanto riguarda l’Italia, il problema dei dati a disposizione e di come definire base imponibile e aliquote non può essere di certo trascurato, anche se – come si è visto – ci sono vari esempi da cui prendere spunto. Inoltre, nell’ottica di una necessaria riorganizzazione fiscale, a una tassa sul patrimonio se ne possono e devono affiancare altre, come l’incremento della progressività delle tasse sul reddito e sugli immobili, oppure una web tax per intercettare i profitti di chi si sta avvantaggiando dalla crisi attuale: le grandi piattaforme ICT e i grandi player del web.
Quello che andrebbe tuttavia sottolineato è l’intento con cui va disegnata la misura. Un’imposta patrimoniale non può essere pensata e costruita alla stregua di una colletta filantropica tra i grandi industriali e capitalisti del Paese per finanziare alcune opere pubbliche. Essa va interpretata piuttosto nel segno di una politica fortemente redistributiva che miri a ridurre (se non azzerare) la concentrazione dei grandi capitali. Inserire un’aliquota elevata su determinate ricchezze deve avere l’effetto a lungo termine di erodere quelle stesse ricchezze, riducendo via via gli introiti della tassa. Quindi, un’efficace imposta patrimoniale è una tassa a tempo con cui si prevede che entro un certo periodo si vada assottigliando il numero di coloro che sono chiamati a pagarla. L’obiettivo dovrebbe essere eradicare i super-privilegiati, partendo dal presupposto che con una ricchezza redistribuita in più mani è la società intera a beneficiarne e a poter raggiungere risultati migliori.

[1] Per una trattazione più approfondita sul tema si rimanda a questa pubblicazione dell’Ocse.


sabato 21 marzo 2020

Welfare State: una storia di civiltà


In uno Stato che si chiama Italia fino al 1982 esisteva un’imposizione fiscale sui redditi delle persone fisiche (IRPEF) che era, come sancisce la Costituzione (all’art.53), ispirato a criteri di progressività, con 32 aliquote, dal 10% (la minima) al 72% (la massima).
Dal 1982 fino ad oggi c’è stata una riduzione del numero delle aliquote, per arrivare in questi anni a 5 aliquote, dal 23% (la minima) al 43% (la massima).
Traduzione: la progressività costituzionale la stanno facendo evaporare sempre più, anno dopo anno, i redditi medio bassi pagano un po’ meno, i redditi alti pagano molto meno (in percentuale e in euro).
Le giustificazioni teoriche erano queste: se si abbassano le imposte l’economia cresce e se si riducono soprattutto le imposte dei ricchi, magari togliendo anche le imposte patrimoniali (come quelle sull’eredità) l’economia crescerà ancora di più.
Anche chi ha fatto solo le scuole elementari sa che negli anni ’60 e ’70 l’economia andava molto bene (sarà un caso, ma le aliquote per i redditi alti di quegli anni erano molto più alte di quelle degli ultimi 20 anni) e sa anche che negli ultimi 20 anni l’economia ha fatto cilecca, anche tornando indietro (sarà un caso, ma le aliquote per i redditi alti di questi anni sono molto più basse molto più alte di quelle degli anni ’60 e ’70).*

Negli ultimi 40 anni (da Thatcher e Reagan) le politiche economiche dei paesi sviluppati sono state quelle di bastonare i lavoratori, liberalizzare e deregolamentare tutto, svendere i patrimoni pubblici ai privati (pubblico è male, privato è bello), in cambio veniva (e viene) promesso il sole dell’avvenire, non il socialismo, bensì il benessere, tutti sarebbero stati meglio. Intanto tutti hanno capito e visto che in questi 40 anni che quando il settore privato era in crisi il settore pubblico lo salvava (vedi le banche).
Quindi, dal 1982, le entrate fiscali sono diminuite, la spesa pubblica è cresciuta, e il rapporto debito/Pil da “inizio Anni 80 era intorno al 60%, esplode in soli dieci anni fino ad arrivare al 100% nonostante una buona crescita economica del Paese. Nel 1994 il debito pubblico italiano raggiunge il 124% del Pil, mentre a fine 2018, secondo Eurostat era pari al 134,8% del Pil” (dice il Sole 24Ore).

Passo successivo: per anni si racconta che il debito è insostenibile, e anziché far crescere le imposte, che continuano a diminuire, o a non crescere, con interessi sul debito in salita, si decide (tutti insieme, appassionatamente, nessuno escluso) di diminuire la spesa pubblica, e di coprire i buchi derivanti da imposte insufficienti vendendo banche e imprese dell’IRI (che producevano ricchezza collettiva, per l’erario, e per tutti noi), pezzo dopo pezzo, e anche quotandole in Borsa (mutatis mutandis lo stesso è successo in Russia dopo la caduta del muro di Berlino, venivanoo vendute, per pochi rubli, o regalate, le imprese pubbliche, nascono gli oligarchi, e crescono i ricconi, i furbetti e i mafiosi, come da noi).
Contemporaneamente vengono indeboliti i diritti dei lavoratori, addio scala mobile, vengono usate con sempre più frequenza le parole liberalizzazione e deregolamentazione, che fanno rima con precarizzazione, anno dopo anno, si continuano a diminuire, in maniera continua, gli investimenti e le spese per le strutture pubbliche, per gli investimenti pubblici, per gli organismi per il controllo della sicurezza sul lavoro, si pompa la sanità privata indebolendo la sanità pubblica, si fa il numero chiuso per medici e infermieri, per risparmiare sulla formazione (leggi qui), si tagliano gli investimenti per l’università, la ricerca, la scuola pubblica.
Invece crescono inquinamento e spese militari, si sostengono con un po’ di milioni (corruzione e vendita di armi) regimi terribili per i nostri standard europei, ma tanto molte di quelle risorse economiche che ci servono (petrolio e gas) stanno in Africa e nel Vicino Oriente, chi se ne frega.
Ormai è da troppi gli anni che lo Stato diventa più “leggero”.
I tagli alla sanità sono paragonabili a quello che accade a chi non paga ’assicurazione, fino a che va tutto bene se la gode, quando va male e ci sono danni enormi causati da qualche incidente piange miseria, e chiede la carità, la solidarietà, col cappello in mano, dopo aver venduto (a poco prezzo) i gioielli di famiglia.
E la carità arriva, appaiono i benefattori, che sono pieni di soldi, aspettavano di essere interpellati e pregati e ringraziati con tanti inchini.
Se lo Stato (cioè noi) avesse preteso aliquote più alte sui redditi e imposte patrimoniali non avrebbe avuto bisogno di quei soldi.
Come dice Marta Fana (qui) anche noi diciamo: Beato il popolo che non ha bisogno di mecenati.
Dice Nouriel Roubini, economista: Dal punto di vista dell’economia, questa è la peggior crisi della storia. E quindi bisogna avere il coraggio di lanciare misure assolutamente eccezionali. È il momento dell’helicopter money: semplicemente distribuire a tutti i cittadini, indipendentemente dall’età e dalla condizione sociale, una somma di denaro per far fronte almeno in parte alle esigenze immediate e tentare di rilanciare i consumi. (qui)
Gli effetti di questa crisi mondiale saranno gravissimi sull’economia, sul lavoro, sulla vita di chi sopravviverà...