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martedì 17 settembre 2024

Verde marcio - Marco Revelli

  

Ursula von der Layen ha dedicato un’ampia parte dei 48 minuti e 20 secondi del discorso in cui ha presentato la sua “strategic vision” per i prossimi cinque anni davanti al Parlamento europeo in seduta plenaria al tema delle sfide ambientali, del cambiamento climatico, dell’energia pulita, del “suo” Green deal (che ama come un figlio), del nascituro Clean Industrial Deal promesso per i primi 100 giorni del suo mandato… Il secondo tema per importanza è stato la Guerra. La guerra a cui dovremo prepararci mentalmente e tecnicamente. E le Armi, che dobbiamo apprestarci a produrre su scala incomparabilmente più ampia che in passato perché, così ha detto testualmente, viviamo in un “mondo in cui tutto è armato e contestato” (a world in which everything is weaponised and contested).

Pochi l’hanno notato – quasi nessuno – ma il combinato disposto di questi due temi nel medesimo discorso disegna il profilo pressoché perfetto della figura retorica dell’ossimoro, ovvero di una locuzione che contiene in sé concetti opposti, come “lucida follia”, “acuta ottusità”, “illustre sconosciuto”… O, forse meglio, ci presentano la struttura mentale sostanzialmente bi-polare della Presidente dell’UE (e dell’UE stessa), per metà dottor Jekyll, quando promette caramellosa ai giovani un roseo futuro di serenità ambientale in un pianeta pulito in cui condurre una vita finalmente riconciliata con la Natura, e per metà Mister Hyde che quella vita gliela strappa (e quella Natura la devasta) a suon di bombe danzando sull’abisso di un conflitto nucleare. Due universi di senso – e di non-senso – coesistenti nel breve spazio di uno speech. Basta, d’altra parte, un semplice esercizio di matematica per averne la conferma.

 

La contabilità ambientale della guerra

Sapete qual è l’”impronta ecologica” di un proiettile di artiglieria da 155mm, i più usati sui campi di battaglia ucraini? Un gruppo di esperti di GHG, ovvero di Greenhause Gas o Gas ad effetto serra si è preso la briga di misurarla e ha risposto che equivale a 136 Kg di CO2: parte per la produzione dell’esplosivo, parte per le componenti in acciaio, altri Kg liberati al momento dell’esplosione. Considerato che ognuno di noi, guidando una vecchia diesel per una ventina di Km al giorno emette circa 2,6Kg di CO2, ne consegue che un solo proiettile genera un inquinamento pari a quello prodotto in un paio di mesi da un automobilista normale. Se si pensa che nei primi mesi di guerra, dal giorno dell’aggressione fino alla battaglia di Severodonetsk, nel giugno 2022, le truppe di Mosca avevano sparato circa 60mila colpi al giorno e gli ucraini quasi la metà, prima di aver dato fondo alle scorte accumulate negli anni precedenti e a quelle risalenti ai tempi dell’URSS, si ha la misura di quale pestilenza sia, anche sul piano ambientale, quella guerra. Ora la neo Presidente dell’UE – dopo non aver mosso un dito, come d’altra parte tutto l’Occidente, per fermare quella pazzia, anzi avendo lavorato a soffiare sul fuoco -, propone di portare la produzione di proiettili a più di 2 milioni di pezzi all’anno (una boutade, naturalmente, dato che la capacità massima delle industrie belliche europee non supera i 300.000 proiettili, forse raddoppiabili con uno sforzo estremo), ma necessaria ad alimentare la retorica del sostegno all’Ucraina as long as it take e perché “We must give Ukraine everything it needs to resist and prevail”. Un progetto a sostegno del quale aveva comunque lanciato, già lo scorso anno, il programma Asap (Act in support of ammunition production) con lo scopo di finanziare con fondi del Bilancio comune europeo la produzione di proiettili e missili, il quale ha già portato alla stipula di 31 accordi finalizzati a sfornare 4.300 tonnellate l’anno di esplosivi, 10 mila tonnellate di polvere da sparo, e centinaia di migliaia di proiettili con i relativi involucri, facendo esclamare a uno zelante funzionario del suo entourage che finalmente “siamo passati dalla modalità pace alla modalità guerra”.

E’ la stessa persona, si badi, che perfettamente coiffata da serafica damina del Settecento, annuncia trionfante che “nel primo semestre di quest’anno, il 50% della nostra produzione di energia elettrica è stata ottenuta da fonti rinnovabili, autoctone e pulite” (mica gli orribili “dirty Russian fossil fuels”); e conferma che per il 2040 avremo cancellato il 90% di quei catorci insopportabili su cui si accaniscono ancora a viaggiare gli straccioni delle campagne francesi (quelli che indossarono i gilet jaunes) o i miserabili pensionati italiani. Ed è ancora lei – sempre lei! – indossato l’elmetto, a invocare l’aumento tendenzialmente senza limiti della spesa militare (“We need to invest more. We need to invest together”), annunciando – blasfema – che “faremo come per i vaccini”. E proponendo come esempio la costruzione di un “comprehensive aerial defence system”: uno Scudo Aereo Europeo, “non solo per proteggere il nostro spazio aereo ma come forte (strong) simbolo dell’unità europea in materia militare”, a cui si dovrebbe affiancare il vasto lavoro di potenziamento delle “capacita di difesa di fascia alta in settori critici quali il combattimento aereo” da realizzare prelevando circa un miliardo di euro dallo “Strumento europeo per la pace” (sic!), che peraltro ha già “mobilitato 6,1 miliardi di euro per sostenere le forze armate ucraine con attrezzature e forniture militari letali e non letali” (parole testuali di Ursula).

Non so se la von der Layen in versione green abbia idea di quanto costerebbe, in termini d’inquinamento, ciò che lei stessa in versione tuta mimetica propone. Vale comunque la pena ricordarlo. Un F16 Falcon, di quelli che Zelensky ha chiesto costantemente e che alla fine gli sono stati dati, consuma circa 16.000 litri di carburante all’ora. Ovvero emette quasi 50mila kg di CO2 per missione. Inquina dunque in un solo volo quanto 55 automobilisti diesel in un anno intero! Se gli 80 fight jets promessi dall’Europa a Zelensky fossero usati ognuno anche solo per una missione al giorno, produrrebbero ogni anno circa un miliardo e mezzo di chili di gas serra, a cui si devono aggiungere quelli, enormemente maggiori, prodotti dall’aviazione russa, dal movimento dei mezzi corazzati (un Abrams, un Leopard 2, un T90 consuma circa 450 litri di carburante ogni 100 Km con un’emissione di CO2 pari a 10 Kg al  chilometro), dai tiri d’artiglieria, dagli sciami di missili… E’ stato calcolato che un anno  di quella guerra tanto feroce quanto assurda abbia comportato, in termini ambientali, l’emissione di oltre 120 milioni di tonnellate di gas serra. L’equivalente cioè di circa un quarto del totale delle emissioni dovute a tutto il traffico automobilistico europeo (500 milioni di tonnellate). Come a dire che, in un ipotetico bilancio ambientale, se si riuscisse a fermare quella carneficina (anziché tentare di prolungarla con ogni mezzo), si potrebbe ottenere fin da subito, qui ed ora, un risultato pari a circa il 25% di quanto il green deal si propone di realizzare – al prezzo dei tanti sacrifici e con l’ipoteca di un probabile fallimento – in 16 anni. E simmetricamente per ogni anno in più di cui si prolunga la guerra, si annulla una gran parte dei possibili risultati del Green Deal e si vanifica il grosso dei sacrifici imposti alla popolazione europea per realizzarlo. Tutto questo, bisogna aggiungere, senza tener conto dell’enorme prezzo in termini di vite umane perdute, centinaia di migliaia, su entrambe i lati del fronte, generazioni di giovani sacrificate da classi politiche senza scrupoli. Ma esso non rientra nella soglia di attenzione di chi siede a Bruxelles, come a Washington o a Mosca.

 

 

Greenwashing – Un vizio sistemico

Vorrei essere chiaro. Non si tratta, qui, solo dei limiti personali del ristretto gruppo di notabili che stanno al vertice dell’Unione Europea. Della loro offensiva doppiezza. Della loro inspiegabile cecità. Dell’incomprensibile atteggiamento suicida con cui hanno portato il Vecchio continente, da un ruolo importante di potenza culturale e di istanza mediatrice in ultima istanza, all’irrilevanza politica e alla pulsione autodistruttiva. Si tratta di una logica sistemica ben più ampia e diffusa quantomeno nell’intero Occidente, consistente nell’uso retorico di quella che oggi è la più alta e drammatica sfida alla nostra esistenza, la questione ambientale, per coprire e giustificare pratiche sordide di segno ed effetto esattamente opposto. L’ultimo grido nelle tecniche di marketing. Finito il tempo in cui i grandi nemici dell’umanità, i saccheggiatori delle risorse del pianeta, praticavano il negazionismo esplicito, minimizzando o occultando i danni prodotti alla Terra, ora che l’evidenza non può essere negata si enfatizza la dimensione del rischio, lo si sbatte in prima pagina, per continuare, come i vecchi Gattopardi, a fare come prima, peggio di prima, presentando i propri vizi come rinnovate virtù.

La tecnica ha anche un nome. Si chiama Greenwashing ovvero lavare il proprio sporco nel verde (chiamato anche green liesgreen sheen o green marketing). Ne sono esempi classici il caso della Chevron (il primo, risalente agli anni ’80) la quale lanciò una martellante campagna televisiva denominata “People Do” per comunicare le proprie buone pratiche di sostenibilità nel momento stesso in cui sversava petrolio in aree protette generando vere e proprie catastrofi ambientali. O quello della Coca Cola la quale utilizzò per la propria pubblicità il claim World without waste proprio quando veniva nominata per la terza volta da Greenpeace “impresa più inquinante a livello globale per quanto riguarda la produzione di plastica”, e fu per questo portata in giudizio da Earth Island Institute. Stessa sorte toccata alla nostra ENI, sanzionata per  aver presentato falsamente il proprio Diesel+ come “ecologico, verde, sostenibile”. E naturalmente applicabile ai politici. A tutti i politici. Compresi i Verdi. Anzi soprattutto i Verdi, a cominciare da quelli che possono essere considerati la matrice originaria di quel movimento, i Grünen tedeschi.

 

La mutazione cromatica dei Grünen

La crescita impetuosa delle pulsioni belliciste all’interno del loro vecchio involucro ambientalista, è forse il fatto più sconvolgente nella politica tedesca (e non solo) negli ultimi due anni e mezzo. La mutazione genetica dell’intero gruppo dirigente Grüne dall’ eco-pacifismo delle origini, quando il neonato movimento coniugava la difesa intransigente dell’ambiente contro lo sviluppo incontrollato con quella altrettanto netta della vita contro la minaccia della guerra, era stata iconicamente (e ironicamente) rappresentata, già nell’aprile del 2022, dal principale Magazine tedesco, “Der Spiegel”, col titolo di copertina Die Olivgrüne – grigioverde diremmo noi, il colore delle divise militari – campeggiante sotto l’immagine dei tre leader ex-pacifisti, Baerbock, Habeck, Hofreiter, in tenuta da combattimento con elmetto, giubbotto antiproiettile e tuta mimetica. A loro – indicati come quelli che hanno spinto il Cancelliere Scholz a rompere un ulteriore tabù tedesco fornendo armi pesanti all’Ucraina – era dedicata la TITELSTORY, incentrata sulla “sconcertante”, così la definivano, constatazione secondo cui “invece di fare la parte del pacifista all’interno del governo, invece di frenare, ritardare e impedire l’invio di pesanti attrezzature belliche all’Ucraina, i Verdi sono quelli che ne vogliono di più e quindi fanno pressione sui loro partner, soprattutto sulla SPD” di Olaf Scholz. E culminante con l’imbarazzante domanda: Was ist da passiert, bei den Grünen, mit den Grünen? “Cosa è successo nei Verdi, con i Verdi?”

Per la verità la prima rottura con l’identità dell’origine, ancora segnata da riflessi sessantotteschi, risale indietro nel tempo, alla seconda metà degli anni ’90. Quando Joshka Fisher, primo ministro degli esteri Verde, diede via libera all’uso dei Tornado tedeschi per bombardare Belgrado. La cosa gli costò un sacchetto di vernice rossa in faccia, scagliato da un militante durante la tumultuosa conferenza di partito di Bielefeld, e l’oltraggiosa equazione Grüne=Kriegstreiber (Verdi=Guerrafondai). Il New York Times titolò “Mezzo secolo dopo Hitler, i jet tedeschi partecipano all’attacco”. Ma era accaduto da poco il massacro di Srebreniza, le pressioni del Presidente americano Clinton su di lui e sul cancelliere Schröder erano state asfissianti. E la cosa passò come un caso limite, una sorta di “stato d’eccezione”.

E’ però soprattutto col 2022 – con la brutale rottura della situazione di precario stallo sul confine orientale europeo prodotta dall’invasione russa dell’Ucraina – che la mutazione cromatica dei Grünen si rivela nella sua dimensione sistemica e (apparentemente) irreversibile. E’ allora che la ministra degli esteri verde Annalena Baerbock rompe gli indugi rispetto alla precedente ritrosia (ancora a metà gennaio aveva detto al Bundestag “c’è solo una soluzione, ed è la diplomazia”, e a fine mese aveva aggiunto ”Se si parla non si spara”). E con un salto mortale improvviso, prende la guida del fronte politico pro-guerra, spiazzando il più prudente Cancelliere Scholz e schierandosi apertamente per la consegna di armi pesanti alla “resistenza ucraina”. E da allora giocherà a essere sempre un passo avanti rispetto a tutti gli altri sulla linea di armamento dell’Ucraina. E’ lei che il 21 aprile di quell’anno, nei giorni in cui Bild accusava Scholz di tergiversare nell’invio dei Leopard a Kiev, dichiara bellicosa che “There are no taboos for us with regard to armoured vehicles and other weaponry that Ukraine needs“. E’ ancora lei a proclamare, sulle pagine del “Guardian”, che per troppo tempo la Germania si è affidata alla “diplomazia del  libretto degli assegni” (“for too long Germany had resorted to ‘chequebook diplomacy’”) e che è ora di passare alla politica delle armi. Aggiungendo compiaciuta che “solo due anni fa, l’idea che la Germania consegnasse carri armati, sistemi di difesa aerea e obici in una zona di guerra sarebbe sembrata quantomeno inverosimile. Oggi la Germania è uno dei principali fornitori di armi per l’autodifesa dell’Ucraina”.

Naturalmente il suo non è un caso isolato. Buona parte dell’attuale gruppo dirigente del suo partito è, con diverse sfumature, sulla stessa linea. A cominciare dal potente Ministro delle Finanze e vice-cancelliere Robert Habeck, che quasi un anno prima della conversione della sua collega Baerbock, dal Donbass allora ancora segnato da una guerra civile a (relativamente) “bassa intensità”, aveva dichiarato che “non si possono negare armi all’Ucraina”. Fino ad arrivare ad Anton Hofreiter, “botanico, capelli lunghissimi e aria fricchettona” (così lo definiscono su Repubblica), che da presidente della Commissione Europa del Bundestag continua a “infastidire” il Cancelliere per incrementare l’invio di panzer tedeschi in Ucraina. Passando per una figura eccentrica e brillante come la trentasettenne Agnieszka Brugger, un piercing sul viso, capelli tinti rosso fuoco, appartenente all’ala sinistra del partito, vice capogruppo, un’appassionata adesione all’idea di una “politica estera femminista”, che tuttavia non nasconde la sua recente passione per le armi, la tecnologia militare e gli elicotteri navali, in forza della quale guida il processo di rappacificazione tra Verdi ed esercito.

Chi sceglie Baerbock, sceglie la guerra

Tra realismo rassegnato e politica delle emozioni

Probabilmente un passaggio interessante per capire questa trasformazione politica, culturale, e in fondo antropologica, è costituito dal Congresso tenuto a Berlino nello scorso novembre quando – come scrisse sul Manifesto Marco Bascetta – i Grünen decisero di riunirsi con “il motto più stupido che si potesse immaginare: ‘La nostra ideologia si chiama realtà’”. Un’accettazione – malamente mascherata da uno slogan criptico e tendenzialmente ossimorico – dello stato di cose esistente, che tendeva a giustificare, senza approfondirli, i tanti compromessi imposti negli anni più recenti dalla permanenza nel governo “semaforo”: le ripetute deroghe a favore dei combustibili fossili e del nucleare indotte dalla crisi energetica; l’indegna (per le solidarietà lacerate  e le aspettative tradite) contrapposizione – cito ancora Bascetta – all’ “imponente movimento ecologista che si batteva per impedire l’allargamento (ritenuto peraltro da diversi esperti inutile per il fabbisogno energetico del paese) della già immensa miniera di lignite di Lützerath”; “l’allineamento alle ipotesi di inasprimento del diritto di asilo e di trasferimento in paesi terzi dei migranti in attesa di esame”… Verrebbe da dire che quanto più si esaurivano le possibilità di rimanete fedeli al proprio programma fondamentale “eco-rivoluzionario” e alla prima ragione del proprio esistere – per i sempre più stretti vincoli di governo -, tanto più cresceva l’enfasi bellicista trasformata in programma ideale capace di riscattare una crisi esistenziale tendenzialmente terminale. Il che ci introduce, credo, a un nuovo, più profondo livello di riflessione sulle ragioni della metamorfosi verde (e non solo), meno legato alla contingenza istituzionale, e più affondato nelle radici stesse di quel movimento (e nelle radici di tanti movimenti affini della seconda metà del secolo scorso).

Il furor sacro che agita le menti di buona parte degli esponenti di un movimento fattosi Partito e poi Partito di governo, ha a che fare – secondo alcuni interpreti non sprovveduti, soprattutto tedeschi – con l’imprinting moralistico, o moraleggiante che ne ha caratterizzato l’approccio con la politica e l’azione collettiva fin dalla nascita. Una “politica dei valori” – così la chiamano -, o forse meglio una “politica delle emozioni”, contrapposta alla “politica degli interessi”. Una visione degli eventi, e dei propri compiti, in cui il valore assoluto dei principii cancella ogni altra argomentazione di opportunità e di rischio. In cui la potenza morale dell’atto istantaneo assorbe le valutazioni di contesto e di processo. Soprattutto in cui l’ostentazione dei valori rischia di essere “solo una facciata per una politica di potere aggressiva e conflittuale, guidata da un senso di superiorità morale”. Di qui nascerebbe quell’”etica delle armi” che rimuove dal campo dell’argomentazione ogni valutazione sulle conseguenze di quell’impiego distruttivo, ogni considerazione di ordine geopolitico, ogni rilevanza degli interessi propri e altrui. Fiat justitia, pereat mundus. Così come finiscono per scomparire le ragioni storiche, le cause disseminate lungo processi non lineari, in cui la verità non è così lampante come viene raccontata. Il tutto nella convinzione di essere, senza se e senza ma, senza un dubbio o un ripensamento, dalla parte del Bene, perché così è, nell’Origine. Qual è il prezzo che l’Europa paga per questa guerra così infinitamente prolungata, in termini di accesso alle materie prime, di collaborazione economica lacerata, di costo dell’energia, di caduta di domanda, di qualità della vita? Qual è il prezzo della Germania, la più colpita da questa lacerazione di un processo d’integrazione ventennale? Perché mai dovrebbe abbozzare alla distruzione di una delle sue arterie vitali, quel North Stream distrutto da un attentato ucraino e forse anglo-americano senza che quel governo possa levare nemmeno un gemito di protesta? Fino a quando, ci chiedevamo, l’opinione pubblica tedesca avrebbe potuto subire in silenzio tutto questo?

La risposta è venuta dalla recenti elezioni. L’occasione in cui la “politica delle emozioni” si schianta sulla “politica degli interessi” del popolo sovrano. E dalle urne è uscito il mostro che a lungo era stato tenuto in gestazione. In Turingia, dove AfD ha preso il 32,8% (10 punti in più della CDU) e BSW di Sarah Wagenknecht il 15,8%, i Grünen sono andati sotto la soglia di esclusione con il 3,2%. In Sassonia sono entrati per un pelo, col 5,2%, contro il 30,6% di Afd e l’ 11,8 di BSW. E’ un segnale potente. Se durerà ancora molto questa guerra, con la crisi che si trascina con sé e il crepuscolo dell’Europa che l’accompagna, la prossima volta sarà peggio. Molto peggio. Sotto le ali da Angelus Novus di Ursula resterebbe non l’Europa risanata e “pulita” che promette  ma un panorama di rovine.

da qui

giovedì 4 aprile 2024

Tumor Valley, un video prodotto dall’intelligenza collettiva delle lotte in Emilia-Romagna –Wu Ming

 

In val Padana si respira la peggiore aria dell’Europa occidentale. In tutte le mappe dell’inquinamento nel continente, questa zona è nera pece in un mare di giallino e arancione pallido. Ci sono lunghi periodi dell’anno in cui la regione in cui viviamo, l’Emilia-Romagna, è una gigantesca camera a gas. Nel discorso pubblico – quello degli amministratori e dei media – si dice che è «perché non piove». 

Nei primi due mesi del 2024 non si poteva respirare. Sindaci e tecnici Arpae dicevano di non fare attività all’aria aperta. In quelle settimane ci tornava in mente un passaggio del recente video istituzionale La terra dei motori: 

«È la ricerca del divertimento a farci vedere  un traguardo in fondo ad ogni rettilineo, a trasformare ogni curva in un circuito da percorrere a tutto gas.»

Il video è stato più volte citato come esempio di horror involontario nel recente convegno «La crisi del modello neoliberista, tra disastri ambientali e criticità economico-sociali: il caso dell’Emilia-Romagna», organizzato a Bologna da RECA, Rete per l’emergenza climatica e ambientale in Emilia–Romagna. 

La terra dei motori è un video istituzionale, perché rientra nel progetto «Via Emilia» di APT, cioè della Regione Emilia-Romagna. APT è una società costituita dalla Regione e si occupa di programmazione e promozione turistica in sinergia con le Camere di commercio.

Lo spot celebra senza ritegno la Motor Valley regionale, il culto dell’automobile che reclama sempre nuovo asfalto, il mito virile della “sgasata” che impregna di sé il nostro territorio. Il testo è di un giornalista che scrive sul Carlino e cura un blog dedicato a Formula 1, autodromi ecc. La voce è di un notissimo attore felsineo.

I movimenti che si occupano di ambiente, territorio, qualità dell’aria hanno però trovato le immagini irrealistiche, anzi, truffaldine. Quel truffaldino tipico delle pubblicità di auto, in cui il mezzo è associato alla libertà dell’individuo che va dove vuole lungo strade tutte a sua disposizione. Nella realtà, la maggior parte del tempo trascorso in automobile si passa fermi nel traffico, in prigionia.

Per questo l’intelligenza collettiva ha deciso di realizzare una versione del video con immagini più attinenti alla realtà quotidiana emiliano-romagnola.

Tumor Valley prende il nome dalla mobilitazione contro l’ampliamento dell’autodromo di Modena.  Sta girando nei canali Telegram dedicati alle lotte, è su varie piattaforme tra cui Vimeo e Daily Motion, ed è da lì che lo prendiamo e incorporiamo qui. Buona visione.




giovedì 25 gennaio 2024

Il predatore - Marco Niro

Il libro si divide in tre parti, l’attacco, la caccia e la cattura, termina con un epilogo e un post epilogo, come in quelle musiche nelle quali sembra che siamo al termine, e poi si riparte un altro po’, e il cerchio si chiude.

Sembra una storia che riguarda gli orsi e i loro rapporti con gli umani, ma è invece il tragico sterminio da parte degli umani verso le specie animali non umane che non si possono sfruttare economicamente.

Gli umani sono l’unica specie che ha un esercito di assassini chiamati cacciatori, e si lamentano di poter uccidere troppo poco.*

 

Ma torniamo al libro, che inizia con una citazione di Hemingway su orsi, zingari e indiani.**


Qualche volta gli orsi attaccano gli umani, ma un numero di volte infinitamente inferiore di quanto non facciano gli umani contro gli orsi, ma soprattutto gli umani sono specializzati nel danneggiarsi fra di loro, fino ad arrivare all’omicidio e alla guerra.

La storia è la solita storia ignobile di rapporti umani insinceri e prevaricatori, all’interno delle famiglie e nei rapporti sociali in genere, la sincerità e l’amicizia sono merce rara.

Il libro è un po’ un thriller ecologico e politico, ma di più è un thriller classico, con assassini e investigatori, testimoni e omertà, persone che meritano l’estinzione.***

 

L’ambientazione è quella di una piccola cittadina di montagna, un microcosmo chiuso, dove tutti, o quasi, si conoscono, ma non troppo.

Il dramma esplode quando tre amici fanno una gita in montagna, dopo più di cento pagine. Marco Niro non si fa prendere dalla fretta, costruisce lo sfondo nel quale tutto può succedere, e succede.

In quella gita in montagna, per poche ore, Marco, Diego e Alessio vivono una qualche forma di felicità, senza temere di essere delusi o accoltellati, e si raccontano delle storie, come sempre si raccontano gli umani, raccontare storie, ascoltarle, leggerle.****


Il commissario Andrisani (che sembra uscito da un giallo di Friedrich Dürrenmatt) risolverà il caso, ma...

Il resto leggetelo voi, se siete curiosi.  

 

Buona lettura, allora.

 

 

*ecco la tragica fine di Amarena, se vi fosse sfuggita (vedi qui)


** proprio quest'anno è uscito Lubo,  di Giorgio Diritti (un ottimo film, sottovalutato da critica e spettatori), che inizia con zingari e orsi

 

***alla domanda sul grande successo della fantascienza, più o meno mezzo secolo fa, Ursula Le Guin spiegava il successo della fantascienza argomentando che la fantascienza era lo strumento narrativo-letterario per interpretare meglio la realtà, da un po’ di anni il noir e il thriller sono lo strumento narrativo-letterario per interpretare meglio la realtà

 

**** la storia che racconta Marco potete vederla in un piccolo grande film di Laura Samani (il titolo è Piccolo corpo)

 

 

 

I Personaggi:

Alessio Rizzoli. Ragazzo. Non ama Gabriele D’Annunzio.

L’artiglio. Può fare molto male.

Baleno. Orso. Fantasma.

Il bar del paese. Dove si gioca a biliardo e si beve grappa. E si chiacchiera.

Cimalta. Amena borgata di montagna. Forse.

Il commissario Andrisani. Sbirro disciplinato. Finora.

Diego Mantovani. Ragazzo. Ama Henry Thoreau.

Dio. Esiste?

Don Ruggero. Prete. Non crede in Dio.

J. Molto più di una lettera.

Matteo Adami. Self-made man. Non gli piacciono gli orsi.

Il Monte Ertissimo. Tutto inizia lì. E finisce.

Osho Sai Yogi. Parla con Baleno.

Gli orsetti di peluche. Prendono fuoco facilmente.

L’Orso Rosso. Era un uomo. Libero. Prima dell’alcol.

Paolo Mantovani. Padre. Cardiochirurgo in carriera.

Thor. Orso. Enorme.

da qui

 

 

 

 

scrive Marco Niro:

Scrivere “Il predatore” è stata un'esperienza nuova. Infatti, oltre ai romanzi e ai racconti pubblicati nei panni di Tersite Rossi, in quelli di Marco Niro avevo pubblicato finora solo un saggio e un libro per ragazzi. Di conseguenza, “Il predatore” è per me, di fatto, un esordio letterario, difficile ed elettrizzante come tutti gli esordi. Preciso che con Mattia Maistri, l'altro membro del collettivo, non c’è stata nessuna rottura, solo una separazione temporanea. Il percorso di vita di Mattia lo ha allontanato dalla scrittura e io, che fermo con le dita non ci so stare, ho pensato che era il momento buono per provarci da solo, per dedicarmi a un mio vecchio progetto: scrivere un romanzo di puro genere, ambientato in montagna, raccogliendo due sfide.

La sfida della forma: usare il genere noir per fare narrativa d'inchiesta
La prima era legata alla forma: volevo provare a usare gli stilemi del genere, in tal caso quelli del noir e del thriller, non tanto per sovvertirli o addirittura rinnegarli, come sempre ha fatto Tersite Rossi, quanto, più rispettosamente diciamo, per “piegarli” e renderli funzionali alla causa della narrativa militante e d’inchiesta, ovvero l’unico modo, credo, per fare sì che, oggi, il genere letterario resti vivo e significativo, senza limitarsi a essere uno stampino o peggio ancora una gabbia.  Tutto questo infilandomi nel filone della cosiddetta “letteratura di montagna”, oggi molto significativo e popolato.

La sfida del contenuto: scrivere di montagna, figuri ambigui e fauna selvatica
La seconda sfida, invece, aveva a che fare col contenuto: senza essere un montanaro (in montagna ci vivo da quasi vent’anni, ma ho trascorso in riva al Po i miei primi venticinque), volevo provare a scrivere di montagna focalizzando su una certa realtà meschina che da troppo tempo vedo prevalere, una realtà popolata da figuri ambigui, a livello tanto politico quanto economico, che dicono di volersi battere per il futuro della montagna e al tempo stesso la distruggono, come ambiente e come cultura. Il rapporto distorto che è venuto a crearsi tra uomo e fauna selvatica, tra noi e gli orsi, m’è parso l’elemento più emblematico, oggi, se si vuole capire la realtà di cui sto parlando. E così ho deciso di metterlo al centro di questo romanzo.

Un romanzo attuale... che non doveva esserlo
Vi dirò anche da cosa “Il predatore” non nasce, e probabilmente sarà una cosa difficile da credere: non è un romanzo che ho scritto per cavalcare l’attualità. Gli amici di Bottega Errante, l'editore, mi sono testimoni: hanno ricevuto la bozza del romanzo nel 2021, ovvero due anni prima che la cronaca si riempisse dei fatti tragici che conosciamo, e che hanno trasformato la delicata questione della convivenza tra uomo e fauna selvatica in un feroce, irrazionale dibattito tra tifoserie, tanto privo di scientificità quanto caratterizzato, fin troppo, da strumentalità bieca e opportunista. Eppure... Eppure, chi leggerà oggi “Il predatore” non potrà fare a meno di pensare che io abbia preso spunto direttamente da quei fatti, e lo dico perché io stesso, nel rileggerlo, ho pensato: “Com’è possibile? Le cose sono andate proprio così, quasi identiche a come le avevo immaginate...”. Quasi, per fortuna. Se leggerete, capirete cosa voglio dire. E a quel punto sono certo che non mi crederete.

da qui


sabato 8 ottobre 2022

Discorso emozionante del presidente colombiano Gustavo Petro all’ONU - Margarita Labarca Goddard

 

Non sarà stato il discorso migliore, dato che i temi affrontati erano limitati, ma ha suscitato commozione in molte persone.

Tutto il discorso è stato toccante, coraggioso e bello. Naturalmente per l’amore che dimostra nei confronti della sua patria, il presidente colombiano Gustavo Petro ha affermato che «è una fra le tre più belle del mondo».

E ha difeso appassionatamente la foresta amazzonica: «Lì c’è un’esplosione di vita. Migliaia di specie multicolori nei mari, nei cieli, nelle terre. Provengo dalla terra delle farfalle gialle e della magia. Lì, tra le montagne e le valli di tutte le sfumature del verde, non scorrono solo acque abbondanti, ma anche torrenti di sangue. Provengo da un Paese di bellezza sanguinosa. Il mio Paese non è solo bello, c’è anche violenza».

Ha spiegato che da queste foreste deriva l’ossigeno del pianeta e che lì viene assorbita l’anidride carbonica dell’atmosfera.

«Una delle piante che assorbe CO2, tra milioni di specie, è tra le più perseguitate del mondo. La si vuole distruggere a qualsiasi costo: è una pianta amazzonica, quella della coca, sacra agli Inca. E per distruggere la pianta della coca si usano veleni, glifosato in massa circola nelle acque; i coltivatori vengono arrestati e incarcerati.

Ha aggiunto che la foglia di coca, come dicono i boliviani da sempre, è l’unico prodotto che gli indigeni possono vendere onestamente e che usano senza rischi per sopportare l’altitudine o la stanchezza del lavoro.

Gustavo Petro è noto per il suo coraggio nell’attaccare tutti i Paesi sviluppati che stanno contaminando il mondo e provocando la sparizione della specie umana (e di tutte le specie viventi, o quasi, aggiungo io); inoltre, è conosciuto per amare la vita, per gli sforzi in sua difesa, per voler salvare il mondo intero – o ci salviamo tutti o ci estingueremo tutti – e per la sua violenza, per avere il coraggio di dire ai Paesi sviluppati che sono colpevoli dell’avvicinarsi della fine del mondo.

Ha definito come un fallimento la guerra contro le droghe e la lotta contro il cambiamento climatico. Il suo discorso ha incluso numerose critiche agli Stati Uniti per le invasioni di altri Paesi, la dipendenza mondiale dal petrolio e le stragi del capitalismo speculativo.

Ha affermato: «Il disastro climatico ucciderà centinaia di migliaia di persone e, statemi a sentire, questo non è un prodotto del pianeta, è un prodotto del capitale».

Ha dichiarato che la politica degli Stati Uniti ha provocato un genocidio in America Latina. Inoltre, un’altra cosa impressionante che ha detto è la caratterizzazione della democrazia cosiddetta occidentale, in particolare nord-americana, come una società triste di persone solitarie che si rifugiano nelle droghe per anestetizzarsi.

Cos’è più velenoso per l’essere umano: la cocaina, il carbone o il petrolio? Ha detto: «Nell’esuberanza della foresta, nella sua vitalità, vedono la lussuria, il peccaminoso, la responsabile della tristezza delle loro società, intrise della compulsione radicata e illimitata di possedere, possedere e consumare».

Alle Nazioni Unite non si sentiva un discorso tanto forte e coraggioso da molto tempo. Ma nella forma e nel modo di parlare, il discorso di Petro ha suscitato molte emozioni perché è stato anche il discorso di un poeta. Un poeta che in gioventù è stato guerrigliero per difendere la democrazia. Lo sappiamo che molti guerriglieri erano poeti e che molti poeti sono diventati guerriglieri anche in Cile.

Quello di Gustavo Petro è stato un discorso pieno di dolore, di violenza, di speranze. Nessuno dei presenti è rimasto indifferente; tutti si sono sentiti tremendamente colpiti. Forse sarà il nuovo Salvador Allende che stiamo aspettando, o il nuovo Simón Bolívar, che potrà salvare l’America Latina e il mondo.

È impossibile trasmettere l’emozionalità di questo discorso. Perciò di seguito si trova il video (in spagnolo) per ascoltare direttamente le sue parole.

da qui


mercoledì 17 agosto 2022

Come l’IPCC contraddice, per viltà, sé stesso

 

La prima bozza metteva in guardia rispetto agli “interessi costituiti”. Questo passaggio, che appare nella relazione, è venuto meno nella sintesi finale, vittima di quegli stessi interessi costituiti – gli interessi del capitale.

Ci sono due versioni dell’ultimo rapporto IPCC sul cambiamento climatico: la prima, una bozza trapelata nell’estate 2021, più radicale, basata sulla realtà dei fatti – che abbiamo a suo tempo presentato; la seconda, quella ufficiale, più edulcorata. E non è tutto: anche nella versione formale, le 2.900 pagine del rapporto hanno un tono molto diverso dalla sintesi ad uso e consumo di Policymarkers e managers, una sintesi negoziata (proprio così) con gli stessi responsabili e dirigenti governativi e del grande capitale. Premettendo alcune considerazioni, riprendiamo da Climate&Capitalism (che ha a sua volta attinto a CTXT – Contexto y Acciónun’analisi accurata, compiuta da alcuni scienziati, del lavoro di censura operato dagli interessi dominanti sul rapporto sintetico IPCCpotete leggerla in traduzione.

Quando la “scienza” è costretta a fare i conti con il modello sociale esistente, qualcosa della realtà inevitabilmente trapela: nel rapporto, ad esempio, si denunciano gli “interessi costituiti” che si oppongono ferocemente alle misure che si dovrebbero adottare per salvare il pianeta o – meglio – la vita così come la conosciamo. Senonché questa denuncia scompare nella sintesi negoziata proprio con gli stessi interessi costituiti che andrebbero attaccati, e che al di fuori delle formule ingessate delle pubblicazioni scientifiche, sono individuabili senza margini di incertezza con le lobby dei fossili, e più in generale con le grandi forze del capitalismo che spingono sull’acceleratore per continuare indisturbate ad accrescere indefinitamente la produzione di merci e servizi, e con essa la produzione di emissioni climalteranti. Non è un caso che nella seconda versione del rapporto Ipcc, quella ufficiale, sparisca la necessità di chiudere entro un decennio le centrali a carbone e a gas, venga cancellata la responsabilità del 10% più ricco della popolazione nel super-inquinare, scompaia il settore dell’allevamento industriale dal novero dei grandi produttori di gas serra, e non si faccia più alcun cenno alla scarsa reperibilità delle materie prime necessarie all’impossibile svolta verde del capitalismo globale.

Paradossalmente l’IPCC ha azionato il freno a mano sulla sua analisi proprio mentre è massima la velocità del cambiamento climatico e della crisi alimentare, a cui si aggiungono le aggravanti della guerra e di un riarmo generalizzato nel mondo, tra tutte le più micidiali forze distruttive dell’ecosistema. Le temperature canadesi con i relativi incendi dell’estate scorsa, la siccità diffusa nel mondo, il crollo del ghiacciaio della Marmolada, le masse di emigranti che premono a Ceuta o al confine tra Messico e Stati Uniti, o sulla sponda sud del Mediterraneo, disposti a morire a migliaia pur di superare un confine e scappare alle devastazioni sociali conseguenza anche del cambiamento climatico, dimostrano che siamo già dentro una catastrofe ecologica e che incombono disastri ancora più gravi di quelli sotto i nostri occhi. Solo un anticipo della barbarie che sarà se non si abbattono alla radice senza rimandi, negoziazioni e illusioni di riforme, gli “interessi costituiti” di cui l’IPCC ultima versione “alla vasellina” ha deciso di non parlare più: il modo di produzione capitalistico, e i potentati che lo comandano.

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Come gli interessi costituiti hanno riscritto l’ultimo rapporto dell’IPCC

Di Juan Bordera, Antonio Turiel (Spanish National Research Council), Fernando Valladares (Spanish National Research Council), Marta García Pallarés, Javier de la Casa (Ecological and Forestry Applications Center), Fernando Prieto (Sustainability Observatory), Ferran Puig Vilar (Engineer and Climate expert). Pubblicato originariamente in CTXT – Contexto y Acción, traduzione pubblicata da MR Online.

Il documento della vergogna. Questo rapporto è una litania di promesse sul clima infrante. Senza una riduzione rapida e profonda delle emissioni di gas serra in tutti i settori, sarà impossibile evitare il disastro climatico verso cui ci stiamo andando alla massima velocità. Gli attivisti per il clima sono talvolta descritti come pericolosi radicali, ma i radicali veramente pericolosi sono i paesi che stanno aumentando la produzione di combustibili fossili. Queste dichiarazioni – che potrebbero appartenere ad un qualsiasi portavoce di un movimento sociale – sono solo alcune delle frasi più forti che il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha proclamato a seguito dell’ufficializzazione dell’ultima parte del report sul clima più importante a livello mondiale, quello del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico [Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)].

Si tratta questa volta del gruppo III. Quello incaricato di proporre uno specifico piano di mitigazione, cioè di ridurre le emissioni e cercare soluzioni praticabili (tecnologiche, economiche e sociali) alla più grande crisi che l’essere umano abbia mai dovuto affrontare. La scienza non è mai stata così chiara: dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni per avere la possibilità di mantenere la stabilità climatica che ci permette di vivere su questo pianeta. Ma la Sintesi per politici e dirigenti d’azienda [Summary for Policymakers and Managers (SPM)], che sarà l’unica cosa che la stragrande maggioranza dei politici e dei leader aziendali leggerà, delle oltre 2.900 pagine del rapporto, non è all’altezza del lavoro scientifico sottostante, né della sfida posta dal cambiamento climatico, dalla crisi ecologica e dalla transizione energetica. Questo è l’unico documento ad non essere strettamente scientifico. Il protocollo stabilito dalle Nazioni Unite consente ai paesi, spesso pressati dalle rispettive lobby imprenditoriali, di proporre modifiche e negoziare frase per frase il contenuto di questo documento. Siamo indubbiamente davanti alla parte del rapporto in cui appaiono più chiaramente le due anime del processo di redazione dell’IPCC: le sue luci ed ombre, la sua vera natura insomma, decisamente bipolare.

Con il concludersi dell’ultima fase di revisione del rapporto, che ha richiesto parecchi più giorni del previsto e la cui pubblicazione è stata addirittura ritardata per via dello scontro apertosi sulla revisione della sintesi, una cosa è chiara, cristallina: il belletto che lobby e governi applicano alla sintesi del rapporto nel processo di revisione – documentato anche dalla BBC – è disgraziatamente ben reale, e la ribellione di una parte della comunità scientifica di fronte a questa situazione non solo è più che giustificata, ma, vista l’inerzia domninante, è fondamentale per cercare di risolvere la situazione.

Alcuni mesi fa, grazie ad un gruppo di scienziati dissidenti (Scientist Rebellion), siamo riusciti a pubblicare il leak della prima bozza del gruppo III; l’impatto internazionale è stato immediato – The Guardian, Der Spiegel, CNBC, Yale University etc. Decine di media provenienti da più di 35 paesi hanno fatto eco al messaggio di allerta rossa documentato dalla bozza dell’IPCC fatta trapelare.

L’altro grande titolo, secondo cui tutte le centrali a carbone e a gas esistenti dovrebbero chiudere entro circa un decennio, è scomparso del tutto dalla sintesi.

Per intitolare i propri articoli i giornalisti perlopiù sceglievano tra due delle perle contenute questa bozza, su cui c’era la mano dei soli scienziati. La prima, secondo cui le emissioni dovrebbero raggiungere il picco nel 2025 e diminuire rapidamente, rimane intatto nella versione finale di questa sintesi per i politici. L’altro grande titolo, secondo cui tutte le centrali a carbone e a gas esistenti dovrebbero chiudere entro circa un decennio, è scomparso del tutto dalla sintesi.

Ma non è l’unica cosa ad essere cambiata. Confrontando le due versioni si hanno delle sorprese davvero notevoli. Abbiamo trovato una sfilza di esempi di modifiche che ammorbidiscono una relazione che, se di suo pecca per qualcosa, è proprio per la grande moderazione. Soprattutto, qualcos’altro è cambiato, ed è il mondo. I lavori analizzati nel compendio conclusivo sono stati pubblicati entro una data stabilita: ottobre 2021. Da allora abbiamo subito i primi gravi shock di una crisi, insieme energetica e delle catene di approvvigionamento, che veniva preparandosi da anni. È scoppiata una guerra che ha cambiato forse per sempre la politica e l’economia e sempre più voci avvertono che siamo sull’orlo di una grave crisi alimentare. Quando tutto accelera, la validità delle analisi diventa ancora più effimera.

Questo è probabilmente l’ultimo lavoro corposo dell’IPCC che arriva in tempo per guidare le nostre società nell’affrontare ed evitare il disastro. Alcuni credono che la direzione delineata nel rapporto sia chiara, ma leggendo il riassunto rivolto ai responsabili politici, la sensazione è piuttosto quella di una civiltà che vacilla e sbanda anzi pericolosamente. Una civiltà che si regge su un petrolio sempre più scarso, che deve essere progressivamente abbandonato – come un ghiacciaio che si scioglie sempre più rapidamente. Sia la stabilità climatica che quella energetica dipendono dalla nostra capacità di accettare questa situazione.

Nel processod di revisione, tra la versione della sintesi trapelata ad agosto e quella infine pubblicata, i cambiamenti più notevoli sono i seguenti:

– Scompare il passaggio relativo alla chiusura delle centrali a gas e a carbone entro un decennio. Le lobby dell’industria fossile sono riuscite a smorzare il tono generale della sintesi diretta contro la loro stessa industria. È noto che il ritardo nella pubblicazione del rapporto è dovuto principalmente a questo motivo. I paesi interessati – spicca il ruolo dell’Arabia Saudita – hanno insistito per eliminare questa raccomandazione.

– Si smorzano i toni circa le responsabilità del 10% più ricco. Nella sintesi trapelata ad agosto è stato sottolineato che inquinano 10 volte di più del 10% più povero.

– Molti dei riferimenti alle emissioni dirette dell’aviazione, dell’industria automobilistica e del consumo di carne scompaiono. Di fatto la parola “carne” scompare dal nuovo riassunto. Queste emissioni vengono trattate nel rapporto di recente pubblicazione in associazione ad altre emissioni proprie di questo settore; la loro importanza viene quindi attenuata.

La prima bozza metteva in guardia rispetto agli “interessi costituiti”. Questo passaggio, che appare nella relazione, è venuta meno nella sintesi finale, vittima di quegli stessi interessi costituiti, che esercitano pressioni sui governi. Chi dice che non c’è poesia nelle relazioni scientifiche?

– Viene eliminata una delle frasi che più entravano in contrasto con l’ottimismo tecnologico che pervade il rapporto: “i costi, le prestazioni e l’adozione di molte singole tecnologie sono progrediti, ma i tassi di diffusione e attuazione globali del cambiamento tecnologico sono attualmente insufficienti per raggiungere gli obiettivi fissati in ordine al clima. Un’affermazione che si scontrava nettamente con la logica dei mercati volontari del carbonio e delle grandi aziende.

– Circa il meccanismo di cattura e stoccaggio del carbonio [Carbon Capture and Sequestration]: l’Arabia Saudita, anche qui, insieme ad altri Paesi come il Regno Unito, si è battuta perché venisse conferita forza a questo punto controverso, che permette loro di continuare come se nulla fosse, con assoluta leggerezza. L’ottimismo tecnologico imperante vuole che una tecnologia ancora da sviluppare verrà magicamente in soccorso e consentirà addirittura di “continuare a utilizzare combustibili fossili”. Molto materiale è stato introdotto riguardo a queste tecnologie per giustificare l’idea di emissioni nette pari a zero, idea che ha un fondamento scientifico piccolo, o nullo, e su sui si regge tuttavia la tesi centrale del rapporto.

– Scompare dal riassunto ogni timido accenno ai problemi riscontrati con i materiali necessari alla transizione energetica, indispensabili per lo sviluppo delle rinnovabili, delle batterie o dell’auto elettrica. Nella prima bozza era presente.

– Scompare anche l’accenno alla democrazia partecipativa come uno dei principali strumenti per sbloccare e accelerare una transizione per compiere la quale non c’è quasi più tempo.

– Scompare del tutto il punto secondo cui “gli obiettivi ambiziosi di mitigazione e sviluppo non possono essere raggiunti attraverso cambiamenti graduali”. Sono stati imbellettati i passaggi in cui si cerca di evidenziare come i cambiamenti individuali e graduali non sono sufficienti.

Fortunatamente, se analizziamo il rapporto per intero – immune da pressioni esterne –, possiamo invece trovare un percorso che ci porta, né più né meno, alla necessità di una rivoluzione dei nostri sistemi energetici e socio-economici, lasciando intravedere l’emergente impegno di parte della comunità scientifica verso l’obiettivo della decrescita. È l’unico modo che ci resta per affrontare le molteplici emergenze in cui sono sprofondate le nostre società. La parola “decrescita” – sempre meno tabù – è citata 28 volte nel rapporto completo, contro le zero volte della sintesi per i politici. Viene mantenuta anche la frase che si riferiva alla natura insostenibile della società capitalista, a dimostrazione della genuinità del rapporto.

Per la prima volta l’IPCC fa eco a ciò su cui la società civile richiama da anni l’attenzione, e nei suoi capitoli 14 e 15 denuncia l’ostacolo posto dal Trattato sulla Carta dell’energia [Energy Charter Treaty (ECT)] e dal suo meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati (ISDS ) per lo sviluppo di politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici. Il fatto è che, dopo essere passato inosservato per tre decenni, oggi questo accordo internazionale per il settore energetico continua a tutelare gli investimenti nei combustibili fossili e permette a investitori e multinazionali – proprio quelli che ci hanno condotto a questo bivio – di citare in giudizio gli Stati quando ritengano che essi abbiano legiferato contro i loro interessi economici, presenti o futuri. I numeri parlano da soli: nella sola Europa le infrastrutture fossili protette dal trattato ammontano a 344,6 miliardi di euro.

La domanda è: possiamo abbandonare i combustibili fossili senza prima abbandonare l’ECT? E perché ciò non è stato inserito nella sintesi per i politici?

Arrivati a questo punto, non basta più inserire citazioni audaci in rapporti i cui riassunti vengono poi annacquati dai lobbisti. Non è solo normale che una parte della comunità scientifica si ribelli e agisca: è più che auspicabile. È proprio ciò di cui abbiamo bisogno per suscitare un dibattito che sembriamo evitare. La questione da dibattere, l’elefante nella stanza, è che dobbiamo cambiare il modello socio-economico, e in fretta. Dobbiamo agire, correre rischi e così stimolare – speriamo – la società a mobilitarsi di nuovo. Dobbiamo abbandonare i combustibili fossili prima che essi abbandonino noi [sotto terra, N.d.E.].

https://pungolorosso.wordpress.com/2022/07/30/come-lipcc-contraddice-per-vilta-se-stesso/

giovedì 23 dicembre 2021

Il ciclo della disinformazione sulle case ‘confiscate’ dall’Unione Europea - Antonio Scalari

 

Nei giorni scorsi diversi giornali e media italiani hanno scritto che l'Unione Europea avrebbe proposto di «vietare» la vendita e l'affitto degli immobili di classe G, cioè gli edifici con minore efficienza energetica. La notizia ha innescato un ciclo della disinformazione e dell'indignazione, con caratteristiche e dinamiche già viste su altri temi.

La direttiva europea, di cui si è parlato in questi giorni, vuole fissare un termine per il passaggio degli edifici di classe energetica G ad almeno quella F e poi E. In ogni paese dell'Unione, il 15% dello stock di edifici, che corrisponde a quelli con le prestazioni energetiche peggiori, dovrà passare dalla classe G a quella F entro il 2027 e a quella E nel 2030, nel caso degli edifici non-residenziali (quelli pubblici, ad esempio); nel caso degli edifici residenziali dovrà invece passare alla classe F entro il 2030 e a quella E nel 2033. Viene proposto, inoltre, il termine degli incentivi per l'installazione di caldaie a gas entro il 2027. La Commissione Europea ricorda che gli edifici contribuiscono al 40% del consumo di energia e al 36% delle emissioni di gas serra dovute ai consumi energetici.

A sostegno della tesi che l'Unione Europa fosse orientata a vietare la vendita degli immobili di classe G, si sono citate bozze di documenti ma senza portare alcuna prova che contenessero davvero una simile proposta. Lo scorso 25 novembre, Euractiv ha in effetti anticipato una bozza, dove tuttavia non si fa alcun cenno a un divieto di vendita o di affitto. A pagina 14 del documento si legge che «in deroga [...], un edificio o un'unità immobiliare non conforme alle soglia di cui al comma 1 può essere venduto a condizione che l'acquirente porti la costruzione in conformità alla soglia applicabile al momento della vendita entro [tre] anni dalla data di vendita».

 

Il testo pubblicato sul sito della Commissione Europea il 15 dicembre risulta modificato, ma di nuovo non si ritrova alcun divieto di vendita o affitto. In una conferenza stampa tenuta nello stesso giorno, Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione e commissario per il clima, ha specificato: «nella nostra proposta non colleghiamo questi standard minimi alla vendita o alla locazione di un edificio, sebbene gli Stati membri possano decidere di farlo e alcuni lo abbiano già fatto».

La proposta è parte di quelle politiche per la transizione energetica ed ecologica che riguardano tutto il nostro sistema economico e produttivo, la produzione di energia, il riscaldamento, i trasporti. Se vogliamo arrestare o fortemente rallentare l'aumento della temperatura del pianeta ed evitare che gli impatti dei cambiamenti climatici sui nostri territori diventino sempre più distruttivi e costosi,  dobbiamo decarbonizzare il sistema e abbandonare i combustibili fossili. L'obiettivo è arrivare alle emissioni zero per il 2050. Ma, nel frattempo, anche migliorare l'efficienza energetica degli edifici e contenere i consumi sono politiche che vanno in quella direzione. Se nel breve termine richiedono impegni, costi e investimenti, questi porteranno anche risparmi e benefici.

Ma di tutto questo non si è parlato di fronte alla proposta europea. Confedilizia, l'organizzazione dei proprietari di casa, ha lanciato l'allarme per il mercato immobiliare. Il suo presidente ha avvertito che «la Commissione europea, per tagliare la testa al toro, proporrà direttamente l’introduzione del reato di "possesso di immobile"» (si scherza, ha aggiunto). Si sono scatenati i titoli dei giornali di destra. L'Europa confisca la casa agli italiani, il delirante titolo di un articolo su La Verità. Si tratta di giornali che già ogni giorno, con qualsiasi pretesto, sparano ad alzo zero contro ogni politica ambientale.

Ma su una testata considerata mainstream e non populista, come l'Huffington Post, si è andati addirittura oltre, dando di fatto dei ladri ai "burocrati" di Bruxelles. Il colpo da topi d'appartamento degli sbadati burocrati di Bruxelles è il sobrio titolo che introduce la rigorosa analisi del condirettore. Le ragioni e gli obiettivi che giustificano le politiche di efficientamento energetico del patrimonio edilizio e i loro potenziali vantaggi anche in termini di risparmi non si nominano nemmeno. Anzi, si sostiene che «rischiamo di pagare il conto di Glasgow». Cioè la COP26, la conferenza sul clima che si è tenuta in Scozia. Eccolo, il bersaglio.

L'Unione Europea vuole scaricare «il costo [...] di aver mancato l’occasione di Glasgow per convincere i paesi emergenti, in primis India e Cina, a ridurre le proprie emissioni nocive». Nessuno doveva in realtà convincere India e Cina a ridurle. La Cina aveva già annunciato, prima della COP26, la neutralità carbonica (emissioni zero di CO2) per il 2060. L'India ha fissato l'obiettivo per il 2070. Entrambi i paesi sono determinanti per il peso che hanno nella quantità di emissioni globali soprattutto a causa dell'impiego, ancora molto esteso, del carbone. In ogni caso, la reale ambizione di questi annunci si dovrà misurare soprattutto sulle decisioni e le politiche che verrano messe in atto da qui ai prossimi 10-20 anni, ben prima del 2060 e 2070. Lo stesso tuttavia si può dire dell'Occidente. What about China?e la Cina?, è un argomento strumentale che in Occidente viene spesso impugnato da chi si oppone alle politiche per il clima. Come se l'Unione Europea avesse già raggiunto il proprio obiettivo di emissioni zero. No, non l'ha ancora fatto ed è necessario, per questo, continuare a ridurle. Non basta nemmeno aver fissato un obiettivo più vicino, al 2050. Per fermare l'aumento della temperatura globale, o rallentarlo abbastanza da impedire che oltrepassi 1.5° o 2°, è necessario arrivare a una rapida riduzione delle emissioni di gas serra già nei prossimi due decenni. Infatti, più lenta sarà la loro riduzione, maggiori saranno le emissioni cumulative, cioè totali.

Ma cosa contano i fatti? Poco o nulla. Perché separare fatti e opinioni, perché sforzarsi di fornire uno straccio di contesto, sull'argomento, ai propri lettori? Più semplice urlare a caratteri cubitali in prima pagina, come ha fatto Il Giornale, che titola "FOLLIA EUROPEA, CI ENTRANO IN CASA".

La polemica è proseguita così, per giorni.

Timmermans, alla fine, è dovuto intervenire per chiarire e ribadire che non è previsto alcun divieto né confisca. Lo ha fatto parlando nel suo, obiettivamente eccellente, italiano. Ha dovuto parlare la nostra lingua, con tono ironico («nessun burocrate di Bruxelles confischerà la vostra casa») per essere sicuro di essere compreso, perché evidentemente questa roba è circolata solo in Italia.

Davanti alle dichiarazioni europee, la stampa italiana ha parlato di "retromarcia". Confedilizia ha cantato vittoria. È un fenomeno già visto: la dinamica che si sviluppa secondo il copione denuncia-polemica-"retromarcia" di proposte mai avanzate o mai seriamente discusse. Si alimenta grazie alla prassi di un sistema informativo fatto di facile clickbait e di testate che si rilanciano tra di loro come fonti affidabili. E grazie all'ingombrante, rumorosa, pervasiva, cinica propaganda politica. Le "bozze circolate" e le "proposte iniziali" rimarranno comunque impossibili da smentire. Empiricamente non falsificabili, sono giornalisticamente oggetti ectoplasmici che continueranno ad aggirarsi come spettri ("il pericolo scampato"). Ognuno ci potrà leggere ciò che vuole, in base ai propri pregiudizi e alle proprie convinzioni. Mentre i fatti scompaiono.

Il ciclo della notizia si chiude. Rimangono la disinformazione alimentata e circolata nel frattempo e l'astio, così fomentato, contro l'Unione dei Burocrati Europei e le politiche green.

L'antipatia verso le politiche ambientali è aizzata e rinfocolata proprio da questo genere di propaganda, rozza ma che può far presa, che le bolla come fissazioni da ambientalisti fighetti che vogliono imporre le loro idee strampalate al mondo e ignorano le necessità dei meno abbienti che non possono permettersi di adeguare la propria abitazione ai più efficienti standard energetici. Posto che la categoria dei meno abbienti dovremmo collocarla tra i dimenticati inquilini, se la preoccupazione per questa categoria fosse sincera (non lo è) si dovrebbe dunque chiedere che sia lo Stato a sostenere questi interventi. L'equità sociale è un aspetto critico della transizione ecologica ed energetica, è stato detto più volte. Ma questo non è ciò che chiedono certi partiti, giornali e lobby. Non è ciò che interessa loro.

Risparmiare energia, pagare bollette meno care (magari accelerando l'abbandono del gas, il cui costo è la principale causa dell'aumento in corso del prezzo dell'energia), produrre meno emissioni. Questi obiettivi sono interesse di tutti. A partire proprio da chi abita in edifici ancora inadeguati. Meno emissioni non solo di gas serra come la CO2,  che aumentano la temperatura del pianeta, ma anche di composti inquinanti. Anche gli edifici residenziali, infatti, sono sorgenti di inquinanti atmosferici. Tra questi c'è il PM 2.5, a cui si possono attribuire circa 400mila morti premature in Europa, secondo i dati riportati dal covo di burocrati dell'Agenzia europea per l'ambiente. 50mila in Italia. La pianura padana, nonostante i sensibili miglioramenti dei parametri di qualità dell'aria negli ultimi decenni, rimane una delle aree più inquinate in Europa, a causa della densità di popolazione e delle condizioni meteorologiche, influenzate anche dalla sua conformazione territoriale.

Ed è questo il punto. La propaganda, la confusione, la disinformazione o la cattiva informazione hanno questa conseguenza: il loro rumore copre i fatti, oscura le informazioni necessarie a formare una razionale opinione e cancella dal contesto della discussione i seri problemi che, come collettività, è nostro interesse affrontare e risolvere.

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