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domenica 22 giugno 2025

Deja Vu di guerra - Chris Hedges

Ci sono poche differenze tra le menzogne raccontate per scatenare la guerra con l'Iraq e quelle raccontate per scatenare una guerra con l'Iran. Le valutazioni delle nostre agenzie di intelligence e degli organismi internazionali vengono, come già accaduto durante le richieste di invadere l'Iraq, liquidate con disinvoltura come allucinazioni.

Tutti i vecchi luoghi comuni sono stati riesumati per spingerci verso un altro fiasco militare. Un Paese che non rappresenta una minaccia né per noi né per i suoi vicini è sul punto di acquisire un'arma di distruzione di massa (WMD) che mette in pericolo la nostra esistenza. Il Paese e i suoi leader incarnano il male puro. La libertà e la democrazia sono in pericolo. Se non agiamo ora, la prossima prova schiacciante sarà un fungo atomico. La nostra superiorità militare assicura la vittoria. Siamo i salvatori del mondo. I bombardamenti massicci, una versione aggiornata dello Shock and Awe, porteranno pace e armonia.

Abbiamo sentito queste falsità prima della guerra in Iraq del 2003. Ventidue anni dopo sono state riesumate. Chiunque sostenga i negoziati, la diplomazia e la pace è un tirapiedi dei terroristi.

Abbiamo imparato qualcosa dai fallimenti in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, per non parlare dell'Ucraina?

Tutti i demoni che ci hanno venduto queste guerre passate con false pretese, come il conduttore conservatore di talk show Mark Levin, Max Boot – che scrive: «quell'imperativo strategico giustifica il bombardamento di Fordow», dove è sepolto il programma di arricchimento nucleare iraniano – David Frum, John Bolton, il generale Jack Keane, Newt Gingrich, Sean Hannity e Thomas Friedman, sono tornati a saturare le onde radio con allarmismo senza fiato.

Non importa che il loro grande piano di rovesciare i talebani in Afghanistan e poi invadere e sostituire i regimi in Iraq, Libano, Siria, Libia, Sudan, Somalia – e infine in Iran – sia fallito miseramente. Non importa che la loro brama di guerra abbia causato centinaia di migliaia, forse milioni di morti e prosciugato trilioni dal Tesoro degli Stati Uniti. Non importa l'assoluta idiozia delle loro argomentazioni. I loro megafoni sono al sicuro. Sono fedeli sostenitori dell'industria bellica, neoconservatori senza cervello e sionisti genocidi, che credono nella magica rigenerazione del mondo attraverso la violenza, ignorando catastrofe dopo catastrofe.

Dimenticate la valutazione annuale delle minacce della comunità dell'intelligence secondo cui “l'Iran non sta costruendo un'arma nucleare e il leader supremo Khomeini non ha autorizzato il programma nucleare che ha sospeso nel 2003”, cosa ribadita questa settimana dal direttore generale dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) Rafael Grossi.

Dimenticate che Benjamin Netanyahu, per quasi tre decenni, ha avvertito senza sosta che l'Iran è sul punto di produrre un'arma nucleare. Dimenticate che l'attacco preventivo di Israele all'Iran è un crimine di guerra, per non parlare dei bombardamenti di un ospedale, di un'ambulanza e di giornalisti.

Dimenticate le centinaia di civili iraniani che Israele ha massacrato nelle sue ondate di attacchi aerei.

Dimenticate che Israele ha lanciato il suo attacco contro l'Iran proprio mentre era in programma il sesto round di negoziati sull'arricchimento nucleare tra Stati Uniti e Iran in Oman.

Dimenticate che è il primo ministro israeliano, e non il leader iraniano, ad essere oggetto di un mandato d'arresto, accusato di crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

Dimenticate che Israele, mentre sta conducendo una campagna di genocidio contro i palestinesi, possiede almeno 90 armi nucleari – costruite in violazione del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) – e blocca le ispezioni dell'AIEA.

Dimenticate che Donald Trump ha strappato il Piano d'azione congiunto globale (JCPOA) nel 2018, un accordo per limitare il programma nucleare iraniano, che l'Iran stava rispettando.

Dimentichiamo che Washington e Londra hanno orchestrato il colpo di Stato del 1953 per rovesciare il governo democraticamente eletto dell'Iran, il primo nella regione, e hanno insediato al potere lo scià Mohammad Reza Pahlavi, più docile.

Dimentichiamo che gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno addestrato ed equipaggiato la SAVAK, la feroce polizia segreta dello scià.

Bombardate! Bombardate! Bombardate!


Il presunto programma nucleare iraniano è l'equivalente privo di prove delle mitiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e della sua alleanza con Al-Qaeda.

L'invasione e l'occupazione dell'Iraq, che hanno causato la morte di oltre 4.000 soldati e marines statunitensi e di centinaia di migliaia di civili iracheni, hanno provocato distruzione su vasta scala, instabilità regionale e dato vita a una serie di gruppi estremisti fanatici, tra cui lo Stato Islamico dell'Iraq e della Siria (ISIS).

Le assicurazioni - che la nostra invasione avrebbe portato la democrazia a Baghdad, che si sarebbe poi diffusa in tutto il Medio Oriente, che saremmo stati accolti come liberatori e che i proventi del petrolio avrebbero pagato la ricostruzione - erano una fantasia immaginata dall'amministrazione di George W. Bush e dai think tank di Washington. 

Questi sostenitori della guerra senza fine non comprendono il meccanismo o le conseguenze della guerra. Sono culturalmente, storicamente e linguisticamente ignoranti riguardo ai paesi che attaccano. Iraq. Afghanistan. Libia. Siria. Iran. Dubito che siano in grado di distinguerli.

Questi sostenitori della guerra, una volta dimostrata la loro errata valutazione, sono abili nel rilasciare dichiarazioni di mea culpa. Ci assicurano delle loro buone intenzioni. Non era loro intenzione diffondere disinformazione. Volevano solo proteggere il mondo dai “malfattori” e salvaguardare la nostra sicurezza nazionale. 

Nessuno, nemmeno all'interno delle amministrazioni Bush e ora Trump, è intenzionalmente disonesto. Non è colpa loro se agiscono sulla base di informazioni errate. Il problema è di giudizio, non di virtù. Sono brave persone.

Ma questa, forse, è la bugia più grande. Le valutazioni dei servizi segreti utilizzate per giustificare la guerra contro l'Iraq sono state inventate da una cricca di neoconservatori pazzi e sionisti rabbiosi perché non gradivano le valutazioni della Central Intelligence Agency (CIA) e di altre agenzie di intelligence. Ora un'altra cricca, dominata dai sostenitori della politica “Israel first”, sta inventando valutazioni di intelligence fasulle per giustificare una guerra con l'Iran. Queste guerre non sono condotte in buona fede. Non si basano su una valutazione attenta e razionale di informazioni verificabili. Sono visioni utopistiche scollegate dalla realtà, in cui le nostre agenzie di intelligence vengono ignorate insieme agli organismi internazionali come le Nazioni Unite, gli ispettori delle armi di distruzione di massa o l'AIEA.

La storia dell'Iran moderno è la storia di un popolo che combatte contro tiranni sostenuti e finanziati dalle potenze occidentali. La brutale repressione dei legittimi movimenti democratici nel corso dei decenni ha portato alla rivoluzione del 1979 che ha portato al potere i religiosi iraniani. Il nuovo governo islamico dell'Ayatollah Ruhollah Khomeini ha difeso l'Islam e ha sostenuto la necessità di opporsi alle potenze mondiali “arrogante” e ai loro alleati regionali, che opprimono gli altri - compresi i palestinesi - per servire i propri interessi.

" La storia centrale dell'Iran negli ultimi 200 anni è stata l'umiliazione nazionale per mano delle potenze straniere che hanno soggiogato e saccheggiato il Paese“, mi ha detto Stephen Kinzer, autore di ”All the Shah's Men: An American Coup and the Roots of Middle East Terror“ (Tutti gli uomini dello Scià: un colpo di Stato americano e le radici del terrorismo in Medio Oriente). ”Per molto tempo i responsabili sono stati gli inglesi e i russi. A partire dal 1953, gli Stati Uniti hanno iniziato ad assumere quel ruolo. In quell'anno, i servizi segreti americani e britannici rovesciarono un governo eletto, spazzarono via la democrazia iraniana e misero il Paese sulla strada della dittatura".

“Poi, negli anni '80, gli Stati Uniti si schierarono con Saddam Hussein nella guerra Iran-Iraq, fornendogli attrezzature militari e informazioni che permisero al suo esercito di uccidere centinaia di migliaia di iraniani”, ha detto Kinzer. “Data questa storia, la credibilità morale degli Stati Uniti nel proporsi come promotori della democrazia in Iran è vicina allo zero”.


Come reagiremmo se l'Iran orchestrasse un colpo di Stato negli Stati Uniti per sostituire un governo eletto con un dittatore brutale, che per decenni ha perseguitato, assassinato e imprigionato gli attivisti democratici? 

Come reagiremmo se l'Iran armassero e finanziasse uno Stato confinante, come abbiamo fatto noi durante gli otto anni di guerra con l'Iraq, per muoverci guerra? 

Come reagiremmo se l'Iran abbattesse uno dei nostri aerei passeggeri come fece la USS Vincennes (CG49) – soprannominata causticamente “Robocruiser” dagli equipaggi delle altre navi americane – quando nel luglio 1988 lanciò missili contro un aereo commerciale pieno di civili iraniani, uccidendo tutti i 290 passeggeri, tra cui 66 bambini? Come reagiremmo se i servizi segreti iraniani finanziassero il terrorismo all'interno degli Stati Uniti, come fanno i nostri servizi segreti e quelli israeliani in Iran? 

Come reagiremmo se questi attacchi terroristici finanziati dallo Stato includessero attentati suicidi, rapimenti, decapitazioni, sabotaggi e “omicidi mirati” di funzionari governativi, scienziati e altri leader iraniani? 

Come reagiremmo se, come Israele, un paese ci attaccasse sulla base di un'ipotesi, un attacco illegale secondo la Carta delle Nazioni Unite, che vieta la guerra preventiva?

I mercanti di guerra che orchestrano questi fiaschi militari sono risorti ancora una volta dalla tomba. Migrano come zombie da un'amministrazione all'altra. Sono insediati in think tank - Project for the New American Century, American Enterprise Institute, Foreign Policy Research Initiative, The Atlantic Council e The Brookings Institution - finanziati da società, dalla lobby israeliana e dall'industria bellica. Sono burattini manovrati dai loro padroni, dotati di megafoni da media in bancarotta, che ci spingono avanti da un pantano all'altro.

I vecchi volti e le vecchie bugie sono tornati, esortandoci verso un altro incubo.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

da qui

mercoledì 21 maggio 2025

La signora Meraviglia - Saba Anglana

Saba Anglana è una cantante ormai affermata, anche attrice, ma non si ferma lì.

ha scritto un libro che racconta, fra le altre storie, le fatiche di Sisifo (troppo spesso) di chi vuole ottenere la cittadinanza italiana, con mille ostacoli frapposti da una delinquenziale e razzista burocrazia.

Saba racconta la storia della sua famiglia, la vita a Mogadiscio, le peripezie della nonna Abebech, l'incontro della mamma etiope con un italiano, che porta tutta la famiglia in Italia, tutto il libro è scritto con realismo, amarezza e a volte un sorriso.

conosciamo la famiglia di Saba, mamma, zie e zio, ce li presenta con amore e dolore.

è un libro da non perdere, se ci si vuol bene, e magari provare a immedesimarsi negli altri senza pregiudizi, con empatia.


 

 

 

 

Un uomo insegue una giovane, poco più di una bambina, che corre disperata per salvarsi la vita. Lui è somalo, lei etiope, si chiama Abebech, e verrà abbandonata in Somalia con una figlia e un vuoto incolmabile dentro di sé. Nel 1938 l’Africa Orientale Italiana è un regno coloniale, un nuovo impero nato da pochi anni. Molti decenni dopo, nel 2015 a Roma, Dighei è una signora etiope dal carattere ribelle. Ha bisogno di prendere la cittadinanza, il governo ha imposto nuove regole per gli stranieri, anche per chi è in Italia da quarant’anni insieme al resto della famiglia. La nipote Saba aiuta la zia a muoversi nella burocrazia di una città faticosa e contraddittoria: dipendenti comunali confusi, documenti impossibili da reperire, barriere di ogni tipo, situazioni talmente assurde da diventare comiche. Questo percorso frustrante alla ricerca della agognata signora Meraviglia – come in casa chiamano la cittadinanza italiana – si rivela decisivo per comprendere la natura di un turbamento che da nonna Abebech fino a Saba stessa ha infestato tutte loro. Un sentimento oscuro, un senso martellante e oppressivo di vuoto, forse un bisogno insoddisfatto di capire chi si è davvero, la paura raggelante di non essere niente e nulla.
Dal passato emerge la storia di una famiglia sin dall’inizio sradicata: Abebech giunge a Mogadiscio seguendo il caso e la necessità, e in ascolto dei presagi di un indovino. Qui conosce il suo futuro marito e finalmente, con i loro otto figli, sembra possibile una parvenza di felicità, di serenità familiare. Almeno fino a quando Abebech non inizia a scivolare in un abisso dove le parole e il senso della vita svaniscono. Forse è posseduta da uno spirito pericoloso e inquietante, che solo una donna può aiutarla ad affrontare. Questa donna ha un nome che tornerà molti anni dopo: Wezero Dinkinesh, letteralmente signora Meraviglia.
Saba Anglana ha scritto un romanzo di verità violentissima e un memoir pieno di dolcezza, di ironia, a tratti picaresco. Nelle sue pagine che si muovono tra il presente e la Storia tutto è nuovo, diverso, inaspettato: gli spettri esistono davvero, la frustrazione quotidiana si scioglie in risata, il dolore viene condiviso senza vergogna, la violenza del passato si può disinnescare, tramutandola in una energia inattesa.

da qui

 

Romanzo e memoir famigliare, cronologia di oggi e del passato si aggrovigliano in modo vorticoso, un momento sei nei vicoli di Mogadiscio e la pagina dopo su un tram romano a Piramide. S'intrecciano riflessioni sull'identità, sul razzismo, sull'Italia fascista e coloniale e sull'Italia odierna. Soprattutto sui malesseri e disagi di chi è stato costretto a lasciare un terra considerata 'casa' per affrontare le incognite di un nuovo paese, lingua e cultura.

Ma qui le cose si complicano per questa saga famigliare: tutto comincia con una ragazzina etiope, Abebech, inseguita da un ascaro somalo durante la seconda guerra mondiale e la lotta tra italiani e inglesi. Preda di guerra non può fare altro che opporre un ostinato silenzio, “ una resistenza esibita senza clamori” all'uomo che la rende madre di una bambina, Maryam, e di un maschietto che morirà neonato. Condotta in Somalia, alla mercé di una famiglia che non l'accetta, abbandonata poi dall'uomo, ad un certo punto la ritroviamo a Mogadiscio, dove, in seguito, l'etiope Worku Haftermariam, più vecchio di lei, se ne innamora : lui, bello ed elegante, con il fascino dell'uomo che ha fatto la resistenza agli italiani in Etiopia e ha subìto un duro campo di concentramento a Mogadiscio, per tutta la vita non si adeguerà mai alla lingua somala e parlerà con la moglie esclusivamente nell'amarico della terra d'origine. In 19 anni metteranno al mondo 8 figli e cercheranno sempre di affrontare insieme tutto ciò che il destino porrà loro davanti…

da qui

 

La penna dell’autrice è agile, vibrante d’affetto nei ritratti dei personaggi, donne ferme, antiche, a volte malinconiche, regali nei loro dirac colorati (altra nota di merito va al glossario familiare).

È un romanzo intimo, denso, che mescola il profumo delle spezie del berberè a quello dei gerani sui balconi di Ostia, confonde i pini marittimi di Roma e gli arbusti di caffè in Etiopia, sovrappone i vicoli stretti di Mogadiscio ai corridoi gremiti degli Istituti di patronato.
L’invito finale è a raccontarsi per poter guarire, a scoprirsi tra le radici che affiorano, ad andare avanti sospinti dal vento.

da qui

 

 

 



giovedì 24 marzo 2022

Le Bugie di guerra

 

Non credete a nulla di quello che vi stanno raccontando sulla guerra. Quello che i vostri occhi vedono è quello che i media narrano, non è la realtà. L’essenziale è invisibile agli occhi. La verità non la conosceremo mai, se non fra qualche anno quando tutto, uomini inclusi, sarà già stato sepolto dagli eventi. Peraltro, ne sapremo sempre meno di quello che sarebbe necessario. Vi ho però preparato un riassunto di tutte le bugie USA e Nato sui loro conflitti giusti. È tratto dal libro le Sette menzogne capitali, di M. Zezima. Capirete che gli Usa non sono il regno del male, sono l’impero della menzogna. Gli altri Paesi non mentono? Mentono tutti ma chi ha più forza mente di più e viene creduto di più. Guardate quello che sta succedendo in Ucraina, dove “senza motivo” sarebbe scoppiato un conflitto contro i russi “malvagi”. Dedico questa ricostruzione a quegli amici che si sono allontanati dalla razionalità pur essendo molto in gamba.



Tranne rare eccezioni, nessuno di noi vuole realmente trucidare il prossimo.Ma la storia mette in evidenza che virtualmente ognuno di noi può essere manipolato non solo per sostenere un tale massacro, ma forse anche per parteciparvi.
Durante la prima Guerra del Golfo, una rifugiata quindicenne kuwaitiana di nome Nayirah ha descritto tra le lacrime di essere stata presente mentre le truppe irachene trafugavano le incubatrici dall’ospedale, lasciando 312 neonati “a morire sul pavimento gelido”. La falsa testimonianza di Nayirah faceva parte di una campagna di propaganda da 10 milioni di dollari gestita dalla società di Relazioni Pubbliche Hill & Knowlton per il governo del Kuwait. Invece di lavorare come volontaria in un ospedale, Nayirah era in realtà la figlia dell’ambasciatore kuwaitiano a Washington.“Noi non sapevano all’epoca che non fosse vero”, dice Brent Scowcroft, consigliere per la sicurezza nazionale del Presidente George W. Bush. Ma, egli ammette, “fu utile per mobilitare l’opinione pubblica”.
Per motivi di propaganda la guerra è stata ridefinita utilizzando una nuova terminologia come “azione di polizia ”o “scontro limitato”. Le morti sono diventate “vittime”,“dispersi”, o il risultato di un danno collaterale o del fuoco amico”.
Le guerre degli Stati Uniti e gli interventi sono abilmente confezionati e venduti ad una popolazione attenta e divisa.
– La storia ufficiale di quei conflitti è inoltre soggetta a bugie, distorsioni e mascheramenti.
Queste realtà esistono allo scopo di…
– Raffigurare i leader statunitensi come persone morali.

– Ottenere il consenso verso quei leader a prescindere dalle azioni che possano intraprendere.
– Porre le basi per futuri conflitti o interventi militari. …e sette tecniche (o varianti di esse) sono impiegate regolarmente per raggiungere questi tre obiettivi.
Io chiamo queste tattiche le Sette Menzogne Capitali: un’astuta forma di oppressione psicologica usata internamente per occultare una più palese oppressione presente da un’altra parte. Servono inoltre a scoraggiare il dissenso collettivo.
Il 16 febbraio 1898, il giorno seguente all’esplosione della corazzata USS Maine nella baia de La Havana, che provocò la morte di 268 marinai americani, il New York Journal di proprietà di William Randolph Hearst, così strombazzava: LA NAVE DA GUERRA MAINE SPEZZATA IN DUE DA UN’INFERNALE MACCHINA SEGRETA DEL NEMICO.
Il “nemico” era la Spagna, invasore di Cuba, Puerto Rico, Guam, e delle Filippine. “Il giornale (di Hearst) illustrava la storia con uno schizzo grande mezza pagina, interamente frutto dell’immaginazione dell’artista, che pretendeva di mostrare il punto in cui la mina aveva aperto lo squarcio attraverso la nave, ed i cavi metallici che la tenevano legata alla sala macchine del Maine”, dice il giornalista George Black. Hearst offrì subito 50.000 dollari di taglia “per chi avesse scoperto chi aveva perpetrato l’oltraggio del Maine”. Verso la fine di aprile, malgrado la volontà della Spagna di negoziare la pace, il conflitto ispano-americano era cominciato… I giornali americani, specialmente quelli diffusi da Hearst (New York Journal) e Joseph Pulitzer (New York World), furono pienamente d’accordo che l’esplosione del Maine fosse una giustificazione ideale per ottenere il supporto pubblico per una guerra imperialista. “I titoli dei tabloid che riportavano le atrocità della Spagna contro i cubani furono all’ordine del giorno, e le testate influenti di entrambi gli editori si superavano l’un l’altra in un sensazionale incitamento alla guerra”, dice Davis. Quando Hearst spedì a Cuba l’artista Frederick Remington per procurarsi delle fotografie, lui riferì che non riusciva a trovare una guerra. “Tu dammi le fotografie”, fu la replica famosa di Hearst, “e io ti darò la guerra”.
Quando nel 1844 James Polk fu eletto presidente degli Stati Uniti, aveva ogni intenzione di creare un pretesto per indurre gli americani ad un’azione contro il Messico. Una delle questioni da risolvere nelle elezioni del 1844 era l’annessione del Texas o meglio “riannessione”, come Polk la chiamava. Quando il Messico ottenne l’indipendenza dalla Spagna nel 1821, il territorio del Texas (insieme a ciò che oggi sono New Mexico, Arizona, Nevada, Utah, California e parte del Colorado) era territorio messicano.Quindici anni dopo, il Texas pretese la sua indipendenza come Lone Star Republic. A Washington era considerato come proprietà degli Stati Uniti.
“Prima ancora dell’insediamento di Polk, il Congresso aveva adottato una risoluzione congiunta sulla sua proposta di annessione del Texas” spiega lo storico Kenneth C.Davis. “Quando il Messico venne a sapere di questa azione nel marzo del 1845, interruppe le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti”. Imperterrito, Polk spedì un ambasciatore, James Slidell, per negoziare l’acquisto del Texas e della California. Slidell fu respinto sdegnosamente.
Polk allora tentò una nuova strategia e ordinò al generale Zachary Taylor di portarsi con le sue truppe lungo tutto il Rio Grande, per verificare in questo modo i confini stabiliti. “Il Messico dichiarò che il confine era il Nueces River, a nordest del Rio Grande, e considerò l’avanzata delle truppe di Taylor come un atto di aggressione”, dice Davis.
Il colonnello Ethan Allen Hitchcock, comandante del Terzo Reggimento di Fanteria, così commenta questo gesto: “Sembra quasi che il governo abbia spedito una forza esigua allo scopo di generare un conflitto, così da avere il pretesto per prendersi la California”.
“Tutto ciò, nella primavera del 1846, fu necessario per creare quell’incidente militare che Polk voleva per dare il via al conflitto”, concorda lo storico Howard Zinn. “Mandare le truppe al Rio Grande, nel territorio abitato dai messicani, era chiaramente una provocazione”. L’incidente militare arrivò al momento giusto quando Polk ordinò a Taylor ed ai suoi 3500 membri dell’esercito di osservatori di attraversare il Rio Grande. Il quartiermastro di Taylor, il colonnello Cross andò disperso, il suo corpo fu ritrovato undici giorni dopo col cranio sfondato. Ufficialmente, la pacifista America era stata costretta al conflitto e non le era rimasta altra scelta se non quella di cominciare controvoglia una guerra che Ulisse S. Grant in seguito definì “una delle cose più ingiuste mai intraprese da una nazione più forte contro una più debole”.
Il bombardamento giapponese di Pearl Harbor del 7 dicembre 1941 è la madre di tutte le menzogne del gigante addormentato. Il giorno successivo all’attacco, Franklin Delano Roosevelt parlò al Congresso. Gli Stati Uniti erano “in pace” col Giappone, dichiarò, tuttavia sono stati “improvvisamente e deliberatamente attaccati”.
Tuttavia, come ha scritto lo storico Thomas A. Bailey: “Franklin Roosevelt aveva ingannato ripetutamente il popolo americano nel periodo precedente Pearl Harbor… Era come il medico che deve dire bugie al paziente per il bene dello stesso”. Gli archivi diplomatici rivelano qualcosa che il dott. Roosevelt trascurò di includere nell’ormai mitico discorso del “giorno dell’infamia”…tutti sapevano che ci sarebbe stato l’attacco…
La guerra del Vietnam aveva trovato il suo Maine.
Il Washington Post del 5 agosto 1964 così titolava: AEREI AMERICANI COLPISCONO IL VIETNAM DEL NORD DOPO IL SECONDO ATTACCO CONTRO I NOSTRI CACCIATORPEDINIERI; AZIONE INTRAPRESA PER ARRESTARE UNA NUOVA AGGRESSIONE. “La versione ufficiale era che il 2 agosto, nel Golfo del Tonchino, una torpediniera nordvietnamita lanciò un ‘attacco ingiustificato’ contro un cacciatorpediniere americano in una ‘perlustrazione di routine’ e che, due giorni dopo, navi da guerra nordvietnamite continuarono a colpire con attacchi ingiustificati due navi americane” scrivono i giornalisti Jeff Cohen e Norman Solomon.
Il Presidente Lyndon Johnson, parlando la sera del 4 agosto 1964 alla televisione nazionale, annunciò incursioni aeree contro il Vietnam del nord.
In risposta, il Los Angeles Times esorta i lettori a “guardare in faccia il fatto che i comunisti, attraverso i loro attacchi a navi americane in acque internazionali, hanno essi stessi aggravato le ostilità”.
Alla richiesta di una spiegazione delle azioni nordvietnamite, il Segretario di Stato Dean Rusk realizzò che esiste “un grande abisso di comprensione tra quel mondo ed il nostro mondo, di carattere ideologico”.
“Poco dopo gli eventi nel Golfo del Tonchino, Lyndon Johnson si incontrò con i leader del Congresso e fece pressione su di loro per farsi assegnare ampi poteri per rispondere alle supposte provocazioni”, dice lo storico Donald R. Shaffer.“I leader della Camera e del Senato accettarono immediatamente le sue richieste”.
I sistemi di propaganda spesso rasentano la prevedibilità. Come il Maine, anche il Maddox non era in crociera di piacere. “Le navi statunitensi hanno appoggiato i raid dei commando sudvietnamiti nel Vietnam del Nord”, dice Shaffer. L’equipaggio del Maddox raccoglieva informazioni d’intelligence per supportare quei raid. Malgrado la natura aggressiva delle sue missioni, non c’era ragione di pensare che dal Maddox si sarebbe aperto il fuoco.
A detta di Cohen e Solomon, “dai telegrammi inviati dal comandante della task force nel Golfo del Tonchino, il capitano John J. Herrick, riferisce di ‘avere delle allucinazioni a causa del tempo’, ‘oscurità quasi totale’ e un ‘uomo sonar avanti con gli anni’ che ‘stava ascoltando il ritmo del propulsore della propria nave.’”
Il comandante di squadriglia James Stockdale, che più tardi nel 1992 sarebbe servito come compagno di cordata a Ross Perot, era un pilota della marina che volò sul Golfo del Tonchino quella notte. “Avevo la migliore poltrona per poter osservare l’evento ”rievoca Stockdale “e i nostri cacciatorpedinieri stavano sparando a bersagli fantasma, non c’erano torpediniere lì…
Non c’era altro che acque scure e potenza di fuoco americana”.
“Non ci fu battaglia. Non c’era un singolo intruso, figuriamoci sei di loro”. Ben Bradlee del Washington Post lo afferma con franchezza. “Figuriamoci se c’erano le motocannoniere Swatow di fabbricazione russa con cannoni da 37 e 28 mm. Non hanno mai aperto il fuoco. Mai andate a picco.
Mai lanciato siluri. Non c’erano proprio”.
Un anno dopo il dubbio incidente, Lyndon Johnson ammise: “Per quanto ne so, la nostra marina laggiù sparò alle balene”.
Un altro esempio della menzogna del gigante addormentato ci viene offerta dallo scoppio della Guerra nel Golfo nel 1990. Il 25 luglio 1990, il dittatore iracheno Saddam Hussein intrattenne un ospite nel palazzo presidenziale di Baghdad: l’ambasciatrice americana in Iraq April Glaspie. Lei disse al dittatore iracheno: “Ho dirette istruzioni dal Presidente Bush di migliorare le nostre relazioni con l’Iraq. Avete la nostra considerevole approvazione per la vostra lotta contro l’aumento dei prezzi del petrolio, causa prima del vostro braccio di ferro col Kuwait”, prima di chiedere, “Perché le vostre truppe sono ammassate così vicine ai confini del Kuwait?”.
“Come lei ben sa, per anni mi sono impegnato con ogni sforzo per trovare un accomodamento alla nostra disputa con il Kuwait”, replicò Hussein, mostrando la propria versione della menzogna. “Ci sarà un meeting tra due giorni; e sono preparato a negoziare per offrire solo un’opportunità in più ma in tempi brevi”.
Quando gli fu chiesto quali soluzioni sarebbero state accettabili, Hussein rispose senza peli sulla lingua:
“Se potessimo entrare in possesso dell’intero Shatt al Arab – il nostro obiettivo strategico nella guerra contro l’Iran – potremmo fare delle concessioni. Ma, se fossimo costretti a scegliere tra l’avere la metà dello Shatt al Arab e l’intero Iraq (secondo il punto di vista di Hussein il Kuwait è una parte dell’Iraq) allora rinunceremo all’intero Shatt per difendere le nostre rivendicazioni sul Kuwait ed entrare in possesso dell’intero Iraq nella condizione che noi desideriamo. Qual è l’opinione degli Stati Uniti riguardo a ciò?”
“Noi non abbiamo opinioni sui vostri conflitti arabo- arabo, così come sulla vostra disputa col Kuwait” rispose Glaspie. “Il Segretario (di Stato James) Baker mi ha dato istruzioni di enfatizzare le direttive, date per la prima volta all’Iraq nel 1960, che le faccende del Kuwait non sono associate all’America”.
Otto giorni dopo l’Iraq lanciò un attacco a sorpresa sul Kuwait fornendo così al Presidente George W. Bush la scusa per sguinzagliare i mastini della guerra…
La documentazione riguardo al numero di invasioni americane in America Latina tra il 1898 e il 1934 include
Honduras: sette
Nicaragua: cinque
Colombia: quattro
Cuba: quattro
Repubblica Domenicana: quattro
Messico: tre
Haiti: due
Panama: due
Guatemala: una.
(Per motivi di spazio non posso riportare ciascuna vicenda ma il modus operandi in molte di queste operazioni è il seguente: i governi eletti legalmente vengono rovesciati da mercenari addestrati dalla CIA o da agenti della stessa intelligence.
Per non parlare dei golpe militari orchestrati successivamente da Washington, vedi Cile, con quelli che Kissinger chiamava i nostri figli di puttana rispetto ai quali non avevano remore morali).
Poco prima che iniziasse l’Operazione Iraq Libero, una petizione fece il giro su Internet. Diceva tra l’altro: “Chiediamo al governo degli Stati Uniti di mettere fine alla sua politica fallimentare di pacificazione riguardo a Saddam Hussein e, con tutta la prontezza e la forza necessarie, sbarazziamoci del terrorista Saddam Hussein e delle sue armi di distruzione di massa prima che lui le possa usare nel conflitto in corso contro gli Stati Uniti”.
La parola chiave in questo passaggio non era “terrorista”, ma bensì “pacificazione”.
Senza questa parola chiave la petizione sarebbe stata impotente.
Senza di essa, non ci sarebbe stata l’invocazione alla “guerra giusta”.
L’introduzione della carta delle Nazioni Unite inizia così: “Noi, popolo delle Nazioni Unite determinato a salvare le generazioni future dal flagello della guerra”. Tale linguaggio diventa utile quando gli Stati Uniti intervengono sotto gli auspici dell’umanitarismo dell’Onu.
Nel 1992-93, la Somalia sperimentò di prima mano tale munificenza congiunta di Stati Uniti e Nazioni Unite. Venduta al pubblico come un atto di filantropia americana con immagini di bambini africani malnutriti e storie di malvagi signori della guerra somali, fu consentito di dare la precedenza a qualche piccolo aspetto della storia della nazione… Dalla fine del 1970 fino a poco prima del rovesciamento di Siad Barre agli inizi del 1991, gli Stati Uniti inviarono centinaia di milioni di dollari in armi per la Somalia per avere in cambio l’uso delle strutture militari che originariamente erano state edificate per i sovietici” afferma Zunes. Con le utili basi militari situate in Somalia per appoggiare l’intervento statunitense nel Medio Oriente, gli avvertimenti che il supporto americano alla dittatura di Barre avrebbe alla fine portato il caos e la carestia, non vennero presi in considerazione.
Naturalmente ne conseguirono caos e carestia, creando per gli Stati Uniti le condizioni ideali per lo sfruttamento e l’insabbiamento.
Quando più tardi nel 1990 gli Stati Uniti volsero il loro generoso ardore verso la Jugoslavia, scelsero un nuovo ombrello sotto cui nascondere i propri moventi: la NATO. Tuttavia, poiché non esisteva una reale crisi del tipo somalo, ne fabbricarono semplicemente una.
“Dovremmo ricordare cosa accadde nel villaggio di Racak nel gennaio scorso” disse Bill Clinton rivolto alla stampa il 19 marzo 1999.“Uomini innocenti, donne e ragazzi tolti dalle loro case e condotti in una fogna, costretti ad inginocchiarsi nel lerciume, presi a raffiche di mitragliatrice non perché avessero fatto qualcosa, ma per ciò che erano”.
Il diplomatico americano William Walzer, durante la sua missione contribuì a verificare i crimini serbi. “Da ciò che ho visto” disse Walzer “non esito a descrivere quel crimine come un massacro, un crimine contro l’umanità. E non esitò ad accusare le forze di sicurezza governative di esserne responsabili”. Clinton e Walzer stavano parlando a proposito di un presunto massacro serbo di 45 albanesi kosovari avvenuto il 15 gennaio 1999… un evento che risvegliò il gigante (di buon cuore) addormentato. Il Washington Post intervenne “Racak cambiò la politica verso i Balcani occidentali come raramente un singolo evento riesce a fare”.
Con tutte quelle favole riguardo a pulizie etniche che ruotavano attorno ai Balcani da quasi un decennio, la regione era matura per lo sfruttamento americano. Ai serbi fu data una chance per evitare l’attacco: l’Accordo di Rambouillet. Il demonizzato presidente serbo Slobodan Milosevic rifiutò di firmare l’accordo, che sembrava essere nient’altro che una provocazione.
“Il documento stabiliva chiaramente che le truppe della NATO avrebbero avuto un accesso illimitato in tutta la Jugoslavia, non solo nel Kosovo” scrive il giornalista Seth Ackerman. “La NATO avrebbe amministrato il nuovo sistema politico del Kosovo, avrebbe avuto il controllo sulle emittenze televisive e avrebbe infine preparato un referendum per ottenere l’indipendenza del Kosovo dopo tre anni. Questo provvedimento contraddiceva la recente promessa dei negoziatori americani secondo la quale il Kosovo sarebbe rimasto parte della Jugoslavia”.
Ai serbi fu detto di firmare il documento così come era stato scritto. Milosevic com’era prevedibile e comprensibile s’impuntò ed ebbe inizio un attacco aereo Stati Uniti- NATO in nome dell’umanitarismo.
“Le giustificazioni umanitarie sono ridicole” dice Robert Hayden, direttore del Centro di Studi per la Russia e l’Europa dell’est presso l’università di Pittsburg.“Le vittime tra i civili serbi nelle prime tre settimane di questa guerra (erano) più alte di tutte le vittime di entrambe le parti in Kosovo durante i tre mesi in cui è scoppiata questa guerra, e già si supponeva che quei tre mesi sarebbero stati una catastrofe umanitaria”.
“Che vittoria gloriosa” dichiara Henwood.“La NATO ha ucciso più civili che soldati, ha accelerato l’evacuazione di centinaia di migliaia di rifugiati, distrutto le infrastrutture ed inquinato l’ambiente del sudest dell’Europa e nel nome dell’umanitarismo”.
Un anno dopo la campagna di bombardamenti che il New York Times definì “una vittoria per i principi della democrazia e dei diritti umani”, un team di patologi finlandesi che erano stati inviati nel Kosovo per investigare sul massacro di Racak pubblicarono le loro scoperte.
(Mi fermo qui in questo riassunto perché gli altri atti di guerra e di aggressione di USA e Nato sono abbastanza vicini a noi. Tanti altri sono stati omessi per mancanza di spazio. Si dovrebbero conoscere però. Anche se i media fanno finta che quello in Ucraina sia il primo conflitto in Europa dal 1945, sapete che non è così. Sono i soliti bugiardi. Non dovete credere ad una sola parola di quello che vi raccontano. Se possibile, diffidate anche dei vostri occhi quando la realtà viene ri-costruita con i pixel dei media occidentali).
Tanti saluti popolo.

Articolo del 12 marzo 2022 tratto dal sito Conflittiestrategie.it

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giovedì 28 ottobre 2021

Quando la giornata del “ricordo” dei crimini italiani in Jugoslavia, Etiopia, Somalia, Libia, Cina, Grecia, Albania? - Enrico Vigna

 


In queste settimane è riesplosa la questione “foibe”, periodicamente, ma più spesso in vigilie elettorali, viene riesumata questa vicenda, spesso utilizzata a meri fini propagandistici ed ideologici, da politicanti di basso livello culturale e storico, o da propagandisti faziosi e senza alcun spirito di cercare di trovare un percorso di “riconciliazione” nazionale, come fu per una tragedia vera, come quella dell’apartheid in Sudafrica, voluta e guidata da Nelson Mandela insieme alla controparte Frederik de Klerk.

In questa” italietta” dove lo spessore storico e culturale, per non dire etico, dei politici nostrani è ai minimi della storia della Repubblica italiana, per ottenere un pugno di voti in più, si utilizzano la morte e le tragedie di essere umani tragicamente vittime degli eventi storici di oltre 76 anni fa.

Un paese e anche una gran parte della popolazione che non ha mai fatto i conti con la propria storia e con i propri orrori e crimini compiuti in giro per il mondo. Atto storico fatto da Germania e Giappone, per esempio. Qui persiste  la vulgata dell’ ”italiani brava gente”.

Per arrivare alla questione “foibe” con relative tragedie  connesse e innegabili, per alcuni versi, come storicamente sopravvengono in qualsiasi frangente storico di guerra, dove si compiono vendette personali, frutto di rancori, odi di gente esasperata da vessazioni e violenze precedenti.

Io penso che invece di polemizzare manicheamente, senza arrivare a nessuna sintesi storica, che certamente non interessa ai “fondamentalisti” nostrani, tutti impegnati a rinfocolare odi, rancori, razzismi etnici, solo per una “guerricciola” elettorale, occorrerebbe ripartire dalla STORIA, con i suoi atti, fatti, passaggi che hanno portato agli anni in questione. Ora tutti sono documentati e inoppugnabili, se ci si attenesse a questi, auspicando in onestà intellettuali e giornalistiche, sicuramente rarissime da trovare, ma ci sono,  con un confronto e una sintesi non di parte, ma come giudizio storico, forse si potrebbe chiudere quel periodo e permettere ai familiari delle vittime delle due parti di piangere i propri morti, tutti da rispettare tranne quelli di carnefici, fanatici, torturatori o criminali. Silenziando e togliendo così fiato e benzina, per appiccare odi e divisioni per i loro sporchi pugni di voti elettorali, i fondamentalisti patriottardi sciovinisti. Ribadendo che “patriota” è un termine di grande dignità, di uomini e donne che combattono per la difesa della propria terra, della propria gente, della propria indipendenza, non usufruibile per chi aggredisce, invade, occupa, sottomette altri paesi e popoli.

Si comprendono i “ragazzi di Salò” e si accusano i “massacri dei partigiani jugoslavi”, si dedurrebbe anche italiani, visto che sono stati decine di migliaia i partigiani italiani che hanno combattuto contro il nazifascismo in Jugoslavia e sono morti in quelle terre per riscattare l’onore di un intero popolo, macchiato e infangato da vent’anni di fascismo e colonialismo contro altri popoli, tra cui quello jugoslavo, che mai nella storia hanno aggredito il nostro paese. 

Il mito degli “italiani brava gente” è fondato sulla rimozione storica dei crimini di guerra commessi dall’esercito italiano nelle colonie e nei territori invasi e occupati della 2° guerra mondiale; la nostra storia nazionale è ricca di rimozioni e “dimenticanze” di quello che è stato fatto ad altri popoli e paesi. Dagli archivi delle Nazioni Unite emerge un dato che dovrebbe far vergognare i “fondamentalisti sciovinisti” che campano sulla questione foibe. Personalmente, ho, verso questi  avvenimenti, sicuramente tragici, un profondo rispetto per chi fosse perito innocente.

Secondo le Nazioni Unite:  solo per il periodo coloniale e della 2° guerra mondiale i fascisti e l’esercito italiano hanno UCCISO  oltre UN MILIONE di persone, di cui 300.000 nella sola Jugoslavia, tutto documentato dallo storico americano M. Palombo, il cui lavoro per la BBC inglese “Fascist Legacy” è stato utilizzato anche dalla TV “La 7”, dopo alcuni decenni di censura sulle reti TV pubbliche.. 

800 Italiani furono dichiarati “criminali di guerra” dalla “Commissione per i crimini di guerra delle Nazioni Unite” mai processati.

Nei 200 campi di concentramento italiani, furono rinchiusi più di 100.000 jugoslavi (uomini, donne, bambinie dove 11.606  vi morirono (quelliaccertati), oltre che di fame anche di sete.

Quasi 200.000 furono i civili falciati dai plotoni di esecuzione italiani, in quanto “ribelli e banditi”.

Un milione e ottocento mila jugoslavi massacrati da tedeschi e Italiani,  3272 i caduti italiani, invasori non va dimenticato.  Il rapporto tra le vittime italiane e quelle slave corrisponde circa allo 0,002, ma i massacratori e inumani, sono considerati gli “slavi”.   

Nella sola Istria furono 80.000  gli slavi che in tre anni dovettero fuggire all’estero, per non essere spazzati via dalla barbaria fascista o deportati nei lager italiani.

I morti accertati nelle foibe sono stati circa 2.000 (e non ci può essere nessun rallegramento, al contrario rispetto, di fronte a cifre che trattano di morte), ma va sottolineato che i fascisti e i collaborazionisti col nazismo, in quelle zone furono alcune decine di migliaia, che compirono ogni genere di atrocità e crimini contro la popolazione civile, documentata storicamente in studi, archivi e in alcuni documentatissimi libri che sono a disposizione di tutti. Oltre alle migliaia di insegnati delle scuole italiane (quelle slave furono chiuse), dipendenti delle amministrazioni pubbliche, dove non potevano esserci slavi, di preposti alla sanità, italiani perché non potevano esserci slavi e così via. Non si può mediante l’utilizzo di alcuni fatti revisionare storicamente e ribaltare i processi storici avvenuti e non contestualizzarli. E’ un operazione antistorica e faziosa, senza alcuna scientificità e credibilità, smaccatamente razzista, al di là delle opinioni soggettive.

Un confronto deve partire dall’aggressione militare dell’aprile 1941, sbocco di quanto già era stato fatto in termini di snazionalizzazione, vessazione e persecuzione etnica di altri popoli, fino ad arrivare alle vere e proprie deportazioni, dalle infami e criminali politiche fasciste italiane, contro le popolazioni slave da sempre residenti nelle regioni del confine orientale, mischiate e coabitanti al di là dell’aspetto etnico; politica che teorizzava l’espansionismo e lo sciovinismo come obiettivi da conseguire. Senza dimenticare che già nel 1918 furono oltre 500.000 gli sloveni e croati “inglobati” dall’Italia di allora, il vizietto espansionista  era quasi un dato di fatto.

Dopo il 6 aprile 1941, con l’occupazione e l’annessione di territori jugoslavi in cui non abitava neppure un italiano, furono inclusi illegittimamente entro i nuovi confini occupati,  altre centinaia di migliaia di jugoslavi, il cui trattamento da parte dello Stato italiano fu la repressione più spietata, le fucilazioni, gli incendi di villaggi, la deportazione in campi di concentramento di decine di migliaia di donne, vecchi, bambini, e la morte di migliaia di essi. Questi i esiti dell’“espansionismo italiano”, argomento assolutamente rimosso, mai diventato “memoria collettiva” e mai citati dai fondamentalisti nostrani. Tutti i fautori e i fiancheggiatori del “revisionismo storico” ( compreso  l’on. Fassino e i suoi soci di partito) dovrebbero guardarsi una cartina etnica di queste terre, il più autorevole è quella redatta nel 1915 da Cesare Battisti (un nome che dovrebbe essere una garanzia) in “La Venezia Giulia. Cenni geografico-statistici”, pubblicato nel 1920 dall’Istituto Geografico De AgostiniBattisti attribuiva per la Venezia Giulia, nel suo complesso, la seguente composizione nazionale, in percentuale:

Italiani: 43,09 – Sloveni: 32,23 – Croati: 20,64 – Tedeschi: 3,30

Dunque gli “slavi” erano il 52,87 per cento. 

Per quanto riguarda l’Istria in particolare:

Italiani: 35,15 – Sloveni: 14,27 – Croati: 43,52 – Tedeschi: 3,51

Dunque gli “slavi” erano il 57,79 per cento.

Come si vede i territori rivendicati durante la seconda guerra mondiale dall’“espansionismo slavo” era abitati in maggioranza da “slavi”. Questa non è un’opinione personale, sono dati storici.

Già nei primi anni ’20  lo  squadrismo italiano in camicia nera, rafforzato dai fascisti triestini, si rese protagonista di feroci violenze e aggressioni con molti morti e feriti nella popolazione civile. 

Persino gli stessi storici fascisti, tra i quali l’istriano G.A. Chiurco,  nell’esaltare le imprese squadriste e renderle gloriose, ha involontariamente, documentato inoppugnabilmente 

i crimini compiuti di assassinii di antifascisti italiani come Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a Rovigno, Francesco Papo a Buie ed altri, oltre alle devastazioni e distruzioni delle Camere del lavoro e delle Case del popolo, a sanguinarie spedizioni nei villaggi abitati da croati e sloveni della regione. 

Anche nel mio libro “Pagine di storia rimosse”, nel diario riportato del cappellano militare Don Pietro Brignoli,  sono documentati e testimoniati gli orrori e i crimini compiuti in quei territori, purtroppo anche di soldati italiani, non solo dai fascisti.

Con il  fascismo furono distrutti e aboliti tutti gli enti e associazioni culturali, sociali e sportivi della popolazione slovena e croata; sparì ogni traccia pubblica dell’esistenza della popolazione croata e slovena. Furono  abolite le loro scuole di ogni grado, cessarono di uscire i loro giornali, i libri scritti non in italiano divennero materiale sovversivo; con un decreto del 1927 furono forzosamente italianizzati i cognomi slavi, furono italianizzati anche i toponimi. Decine di migliaia di civili croati e sloveni furono deportati nei campi di concentramento disseminati dall’Albania all’isola di Rab (Arbe), nell’Italia meridionale, centrale e settentrionale. Nel solo lager di Arbe/Rab (Jugoslavia) ne morirono 4.000 circa, fra cui moltissimi vecchi e bambini per denutrizione, stenti, maltrattamenti e malattie. 

In un documento del 15 dicembre 1942, l’Alto Commissariato per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, trasmise al Comando dell’XI Corpo d’Armata il rapporto di un medico in visita al

Campo di Arbe dove gli internati “presentavano nell’assoluta totalità i segni più gravi dell’inanizione da fame“. La risposta a quel rapporto, scritta di suo pugno dal generale Gastone Gambara sanciva: “Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo“.

Come non ricordare qui la nota ai Comandi locali in Slovenia del generale Mario Robotti: “Chiarire bene il trattamento dei sospetti, cosa dicono le norme 4C e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!”. Queste parole si rifacenvano  all’ordine del generale Mario Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia, il quale nel marzo del 1942 aveva diramato una Circolare 3C nella quale si sanciva: “…Il trattamento da fare ai ribelli, non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da quella testa per dente“.

Una disposizione che troverà una feroce e criminale applicazione nell’eccidio di Gramozna Jama in Sloveniadove al termine della guerra furono riesumati resti di centinaia corpi di civili massacrati durante l’occupazione, per ordine dei comandi militari italiani; furono migliaia i civili falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla “Provincia del Carnaro”, alla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e in Montenegro senza aver mai subito alcun processo.

Nel migliore dei casi, se dipendenti statali e ritenuti non ostili, furono trasferiti in regioni distanti dell’Italia. Persino nelle chiese le messe potevano essere celebrate soltanto in italiano, le lingue croata e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali, queste stesse lingue furono bandite dai tribunali e da tutti gli uffici, negate dalla vita quotidiana.

Centinaia di democratici italiani, socialisti, comunisti e cattolici che lottarono per la difesa dei più elementari diritti delle minoranze subirono attentati, arresti, processi e lunghi anni di carcere inflitti dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

Lo storico triestino Teodoro Sala sull”L’Espresso” del 19 settembre 1996 ha documentato una prolungata serie di crimini di guerra compiuti da speciali reparti di occupazione, fra i quali si contraddistinsero per ferocia le Camicie Nere: “…rapine, uccisioni, ogni sorta di violenza perpetrata a danno delle popolazioni…”.

Prima di arrivare alla questione foibe, gli italiani “brava gente” in giro per il mondo, in poco più di cent’anni avevano già aggredito, invaso, occupato, decine di paesi e popoli. Come documentato ormai storicamente, massacrando, sterminando intere popolazioni, saccheggiando e devastando terre e paesi. 

Come scritto dall’indimenticato storico  A. Del Boca: “…La vera differenza fra noi e gli altri Paesi che hanno avuto imperi coloniali è la nostra pervicace volontà di rimuovere questo passato dalla memoria collettiva…Le stragi e gli eccidi furono fatti per spirito di disciplina, per emulazione o perché persuasi di essere nel giusto eliminando “barbari” o “subumani”. Non rari, fra gli ufficiali, quelli che si sono vantati degli atti di ferocia compiuti e che si sono dilungati nel fornire macabri particolari. Per esempio, sul come trasformare in torcia umana un partigiano catturato in Slovenia. Erano sufficienti, assicuravano, un palo o un albero al quale legare il prigioniero, un fiasco di benzina e un cerino…Questo modello di italiano, un chiaro prodotto del consumismo, dell’ignoranza e dell’egoismo, non è certo, anche se è l’ultimo, il modello immaginato da Massimo d’Azeglio e dagli altri padri della patria….”.

Questo il curriculum di aggressioni (non certo gloriose o onorabili) che l’Italia ha nella sua breve storia. Chiediamo ai “fondamentalisti” italioti ( termine coniato da G. Bocca),  cosa hanno da dire. Poi in Italia si potrà affrontare la questione foibe. 

5 Febbraio 1885: occupazione di Massaua, Eritrea.

3 Agosto 1889: occupazione di Asmara, Somalia. 

16 Luglio1894: occupazione di Cassala, Sudan.

1 Dicembre 1895: inizio della Guerra di Abissinia contro l‘Etiopia.

1902: dopo la soppressione dellaRivolta dei Boxerin Cina, l’Italia occupa Tientsin.

28 Settembre 1911: inizia la guerra contro la Turchia per occupare la Libia.

5 Ottobre 1911: comincia l’occupazione della Libia.

26 Aprile 1912: comincia l’occupazione delle isole greche del Dodecaneso.

23 Maggio 1915: guerra all’Austria-Ungheria e assalto alle coste adriatiche jugoslave.

21 agosto 1915: dichiarazione di guerra all’Impero ottomano.  

19 Ottobre 1915: guerra alRegno di Bulgaria 

27 Agosto 1916: dichiarazione di guerra all’Impero tedesco.

29 Agosto 1923: occupazione dell’isola di Corfù in Grecia

7 Aprile 1939: occupazione dell’Albania.

28 Ottobre 1940: aggressione alla Grecia.

6 Aprile 1941: aggressione della Jugoslavia.

22 giugno 1941: aggressione all’Unione Sovietica.

Sappiamo come si sono concluse tutte…

Per non dilungarmi non affronto qui tutti gli  altri coinvolgimenti militari del dopoguerra fino ai giorni nostri. 

Quando una giornata del ricordo e della richiesta di perdono agli altri popoli, in questo caso a quello jugoslavo, per queste vittime innocenti? Questo, sì rappresenterebbe storicamente un atto di pace e riconciliazione definitiva. 

Perché dover accettare che i carnefici diventino eroi oltre ad essere vergognoso è anche oltraggioso verso la memoria storica di quella generazione di “ragazzi” che invece di andare a Salò o stare a guardare, è salita in montagna a combattere il nazifascismo pagando con la tortura e con la morte la scelta della lotta per la libertà.

Certi signori, di destra o sinistra, ormai c’è poca differenza elettorale, dimenticano che la riconciliazione c’è già stata: è avvenuta il 25 aprile 1945, con la sconfitta del fascismo, la cacciata dell’invasore nazista e la vittoria della lotta di liberazione nazionale, lasciatoci in eredità da quegli italiani che con il loro sangue avevano ridato libertà e dignità all’Italia.

Per questo sottoscrivo e faccio mie le parole e il patrimonio morale di un italiano, partigiano e antifascista, che ha combattuto per la nostra Italia: quella della giustizia e della dignità.

“…La storiografia revisionista si è così riempita di pidocchi revisionisti che pretendono di cambiare gli accaduti, la memoria, la toponomastica, i libri di testo… Quelli che combattevano al fianco dei nazisti…volevano la fine delle libertà. Furono invece i Partiti della Resistenza, a recuperare le libertà…” I morti ” diceva Pavese “sono tutti eguali, partigiani e repubblichini”….Ma non erano uguali le loro storie, le loro idee. La pietà è una cosa che fa parte del sentimento umano solidale, ma la pietà per le idee non ha senso, non si può avere pietà per le idee barbare, assassine, non si può revisionare l’orrore, si può al massimo dimenticarlo…per pietà”.     ( G. Bocca)   

Con le parole di speranza e cauto ottimismo di A. Del Boca: “…sono persuaso che un giorno, , quando cesseranno del tutto le rimozioni e le false revisioni; quando non ci saranno più carte da nascondere in qualche “armadio della vergogna” e tramonterà la leggenda del «fascismo buono» e del confino di polizia gabellato da Mussolini come un luogo di villeggiatura; allora si potrà finalmente seppellire anche il falso mito degli «italiani brava gente», che ha coperto e assolto troppe infamie…”.

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lunedì 19 luglio 2021

The Last Twenty

 Mentre in Italia andavano avanti gli incontri dei G20, dei venti Grandi della terra, dal mese di febbraio si è costituito un comitato denominato “Last Twenty”, che ha tentato di riunire gli “L20”, i venti Paesi più “impoveriti” del nostro pianeta, in base alle statistiche internazionali sui principali indicatori socio-economici e ambientali. Sono i Paesi che più soffrono della iniqua distribuzione delle risorse, dell’impatto del mutamento climatico, delle guerre intestine, spesso alimentate dai G20.

Guardare il mondo con gli occhi degli “Ultimi” ci permette di andare alla radice dei problemi che deve affrontare la nostra società in questa fase, di misurare la temperatura sociale e ambientale del nostro pianeta partendo dai punti più sensibili.

L’evento “The Last 20” parte da Reggio Calabria il 22 luglio, con l’intitolazione di un ponte, che unisce la città al suo porto, all’Ambasciatore Luca Attanasio e alla sua scorta, morti in un agguato in Repubblica Democratica del Congo il 22 febbraio 2021. Un ponte che ha un valore simbolico perché unisce l’ultimo lembo della penisola italiana con il mare che ci porta nel Continente africano. Un legame che vogliamo riprendere e rilanciare. Alla cerimonia sarà presente la vice-ministra del MAEC on. Marina Sereni, l’ambasciatore della Repubblica Democratica del Congo in Italia, i familiari dell’ambasciatore e del carabiniere Iacovacci, nonché le massime autorità locali.

Dal pomeriggio del 22 Luglio per tre giorni si terranno, presso il Parco Ecolandia, un grande balcone sullo Stretto sito nella parte Nord della città, incontri e dibattiti con i rappresentanti di ONG, sindaci, docenti universitari, rappresentanti della comunità degli L20 presenti in Italia e nella Ue, sui temi relativi alla immigrazione, accoglienza, cooperazione decentrata, ruolo dell’Europa rispetto agli L20.

“The Last 20” proseguirà dal 10 al 12 settembre a Roma, sulla questione della lotta alla fame e alla povertà, dal 17 al 21 settembre in Abruzzo e Molise sui temi del dialogo interreligioso e della pace, a Milano dal 22 al 26 settembre sulla questione della sanità, dell’impatto del mutamento climatico, della resilienza.

“The Last 20” si concluderà a S.M. di Leuca il 2-3 ottobre con la stesura di un documento da presentare nelle sedi internazionali.

I Paesi L20

Non si tratta di Paesi “poveri” ma piuttosto “impoveriti” da sfruttamento coloniale, guerre e conflitti etnici, catastrofi climatiche. Sono Afghanistan, Burkina Faso, Burundi, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Etiopia, Gambia, Guinea Bissau, Libano, Liberia, Malawi, Mali, Mozambico, Niger, Sierra Leone, Somalia, Sud Sudan e Yemen.

 

 

 

Dove e quando gli incontri degli L 20

·         22-25 luglio: inaugurazione a Reggio Calabria, quattro giorni con rappresentanze delle ambasciate e/o “governi in esilio”, delle culture di questi Paesi (mostre, artigianato, spettacoli). Incontro con esperti e testimoni su fussi migratori e politiche di accoglienza, corridoi umanitari e cooperazione decentrata.

·         10-12 settembre a Roma. Incontro sul contrasto alla povertà, alla fame, alla malnutrizione, alle cause del dilagare delle malattie e sulle alternative in atto. Il rilancio della cooperazione internazionale: la responsabilità della Ue. Le nuove pratiche dell’agro-ecologia come risposta dei Paesi dell’Africa sub-sahariana alla siccità e come alternativa alla dipendenza dalle multinazionali del cibo.

·         17-21 settembre a L’Aquila, Sulmona (AQ), Agnone (IS), Castel del Giudice (IS), Piano dei Mulini, Colle d’Anchise (CB). I più piccoli insieme ai più poveri per costruire il presente. I giovani come promotori del dialogo intergenerazionale: i giovani italiani, rappresentanti politici e religiosi e la società civile insieme a Capi di Stato, ambasciatori, Comunità delle Diaspore africane e associazioni internazionali rispondono al G20 nella tappa. Abruzzo e Molise saranno la cornice di questo incontro internazionale di dialogo, ascolto, confronto e proposte.

·         23-26 settembre a Milano. Incontro con rappresentanti di questi Paesi su “mutamento climatico”, tutela ambientale, salute e altreconomia. Sarà afrontata la questione sanitaria, partendo dalle evidenze fatte emergere dalla pandemia, ma andando oltre vero una politica globale che metta la salute delle persone al primo posto. La resilienza al mutamento climatico e le nuove pratiche delfair trade, a livello nazionale e internazionale, saranno al centro dell’incontro.

·         2-3 ottobre Santa Maria di Leuca, Campo Internazionale per la pace. “Il cammino nella bellezza”. Nell’ambito di questa tappa finale verrà stilato un documento da presentare al G20, Parlamento europeo, nonché ai mass media italiani e stranieri.

 

Ufficio stampa:

Massimo Acanfora, Ilaria Sesana, Duccio Facchini tel: +39 3291376380

 

https://thelast20.org/

mercoledì 18 novembre 2020

L'Africa nera vista da Nigrizia

 

Inossidabile resilienza - Raymon Dessi

 

Docente, giurista e avvocato. Ma prima di tutto rivale numero uno dell’ottantasettenne presidente Paul Biya, al potere da trentotto anni. Da settembre Maurice Kamto è di fatto recluso nella sua abitazione da un cordone di polizia che gli impedisce di uscire

 

«Maurice Kamto ha la schiena dritta. Ѐ uno che sa incassare i colpi. Fosse stato qualcun’altro al suo posto, già tempo fa avrebbe piantato baracca e burattini». Il commento sulla resilienza politica del sessantaseienne leader dell’opposizione camerunese è del suo collega Yondo Black, ex-presidente dell’ordine degli avocati del Camerun. La sua affermazione, pronunciata a metà ottobre, evidenzia, in un certo senso, la vocazione suicidaria che deve abitare chi s’impegna ad interpretare il ruolo dell’opposizione nella scacchiera politica camerunese.

Le parole di Yondo Black nei confronti di Maurice Kamto non sono solo un commento di un osservatore esterno. Lui stesso è stato incarcerato, agli inizi degli anni ‘90, per aver osato organizzare una manifestazione politica pacifica, ma contro la quale il governo di allora – e di adesso – aveva posto un veto. Nel 2018, trent’anni dopo, il leader dell’opposizione si è trovato incarcerato per aver organizzato una manifestazione di protesta contro la rielezione dello stesso presidente di allora, Paul Biya.

Alle stesse elezioni aveva partecipato Kamto che si era auto-proclamato vincitore anche sulla base di dati numerici risultanti dallo spoglio. Anche se numerosi osservatori erano d’accordo sul fatto che avesse vinto il leader dell’opposizione, la Commissione elettorale e la Corte costituzionale avevano riconfermando l’inossidabile Paul Biya alla guida del paese.

La memoria collettiva del paese è tutt’oggi scossa dallo svolgimento caotico, in diretta televisiva, del contenzioso elettorale presso la Corte costituzionale, quando le discussioni fra fazioni opposte di giuristi avevano contribuito ad accentuare la gravità delle violazioni denunciate dai leader dell’opposizione, e in particolare da Kamto. Alla fine la Corte costituzionale aveva trovato cavilli giuridici, a volte palesemente pretestuosi, per dichiarare irricevibile ogni ricorso.

Gli altri leader delle opposizioni, impotenti di fronte al castello fortificato del partito governativo e degli organismi giudiziari infeudati, hanno deciso di “piantare baracca e burattini”. Non così Kamto che ha invece rilanciato con un “piano di resistenza nazionale”, sorta di programma di contestazione permanente dell’usurpazione del potere. Programma che richiede il sollevamento delle masse di cittadini camerunesi.

Il primo appuntamento era fissato per gennaio 2019 con una manifestazione pubblica contro il golpe elettorale. I leader dell’opposizione occupavano la testa dei cortei, ma la manifestazione fu subito repressa nel sangue dalle forze dell’ordine. Alcuni gruppi di attivisti camerunesi della diaspora, sparsi in Occidente, s’indignarono e lanciarono una serie di spedizioni punitive contro le ambasciate del paese.

L’operazione andò in porto con il saccheggio, in particolare, della rappresentanza diplomatica parigina. Dai muri dell’ambasciata camerunese gli assalitori staccarono le fotografie del presidente, che sostituirono con quelle di Kamto, cantando l’inno nazionale. Riprese con gli immancabili smartphone, le immagini della scena furono diffuse sul web, in segno di incitamento per i giovani rimasti nel paese, chiamati ad seguire l’esempio.

Non importa che Kamto avesse preventivamente chiesto manifestazioni pacifiche e che non si potesse dimostrare che fosse stato lui a dare indicazioni per l’occupazione delle sedi diplomatiche. Il governo lo arrestò insieme ad alcuni suoi collaboratori in un domicilio privato a Douala e lo trasferì nella temibile e sovraffollata “Rebibbia camerunese”, detta nkodengui, la prigione centrale della capitale Yaoundé, a oltre 200 km dal luogo dell’arresto. Fu liberato quasi nove mesi dopo, come atto di clemenza del presidente Biya.

Maurice Kamto non è un uomo che si lascia intimidire, anche perché conosce profondamente la mentalità del governo, avendone fatto parte per un breve periodo come ministro delegato alla giustizia dal 2004 al 2011, quando dovette dimettersi per motivi personali. La sua competenza in materia giuridica è riconosciuta alle istituzioni internazionali, in particolare a Ginevra, dove ha presieduto un famoso directorium degli esperti giuristi, lavorando su questioni di diritti umani nel mondo.

Del resto, si era meritato il rispetto del paese già negli anni ‘90, quando guidò il collegio dei difensori del Camerun presso la corte internazionale di giustizia, dove il paese era in causa con la Nigeria su una disputa frontaliera. Al centro della contesa, la penisola di Bakassi, avamposto del territorio camerunese all’interno del golfo di Guinea, un fazzoletto di terra galleggiante su petrolio e gas naturale. Kamto vinse il processo, protrattosi dal 1994 al 2002, e la Nigeria dovette ritirarsi dall’isola, restituendola al Camerun.

In decenni di insegnamento nelle università del Camerun il professore ha formato intere generazioni di giuristi, molti dei quali oggi fanno parte degli organi dirigenziali del suo Movimento per la rinascita del Camerun. Le sue mosse da oppositore politico hanno spesso colto il governo di sorpresa, evidenziando i limiti dell’esecutivo nell’amministrare le questioni pubbliche nel paese.

Il suo ingresso nel mondo della politica, nel 2013, ha animato il fronte dell’opposizione e la democrazia camerunese ha dovuto esibire il proprio malconcio stato di salute. Il gioco politico nel Camerun francofono ha preso le sembianze di una battaglia al massacro, dove il governo cerca elementi giustificativi per neutralizzare un oppositore radicalizzato e tenace.

L’ultimo episodio è stato la marcia del 22 settembre, indetta da Kamto nell’ambito del suo piano di resistenza nazionale. Una marcia pacifica, organizzata in tutte le città del paese per chiedere le dimissioni del presidente, sempre più dipinto come un usurpatore.

L’annuncio della protesta, con circa un mese di preavviso, ha fatto scattare un’ampia strategia militare e mediatica, finalizzata a non fare uscire nessuno di casa. Centinaia di manifestanti sono stati arrestati e rinchiusi in luoghi non adibiti alla detenzione temporanea. Le immagini dei reclusi che circolavano su internet li mostravano accalcati in cortili, anche di ville private recintate, esposti alle intemperie e sofferenti.

Alla marcia del 22 settembre Maurice Kamto non ha potuto partecipare. Dal giorno prima la polizia lo ha bloccato nel suo domicilio, impedendogli di uscire. Un vero e proprio sequestro di persona. Da uomo di diritto, Kamto ha sporto denuncia. Una denuncia presentata agli stessi tribunali che nel frattempo avevano disposto l’arresto e la carcerazione dei suoi stretti collaboratori, accusati come lui di essere portatori di un progetto eversivo.

Maurice Kamto “sa incassare i colpi”, dice Yondo Black che riconosce però che, allo stesso tempo, il popolo camerunese guarda questa via crucis personale del professore come uno spettatore passivo, vedendo spegnersi le proprie già tenue aspirazioni di emancipazione.

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A Kinshasa si discute, nel Kivu si muore - Raffaello Zordan

 

Mentre il presidente Tshisekedi ha avviato una serie di consultazioni a largo raggio per tentare di scrollarsi di dosso la tutela di Kabila, nel nordest si susseguono i raid di gruppi armati. La testimonianza del comboniano Gaspare Di Vincenzo

 

Uno dei punti qualificanti del programma di Félix Tshisekedi, eletto due anni fa presidente della Repubblica democratica del Congo, era di portare la stabilità del nordest del paese, in particolare nelle province del Sud Kivu, Nord Kivu e Ituri. Province ricche di risorse minerarie e terreno di disputa di numerose milizia armate, alcune delle quali al soldo di Rwanda e Uganda.

Padre Gaspare Di Vincenzo, comboniano che lavora a Butembo (Nord Kivu), dice a Nigrizia: «Qui la situazione continua a essere disastrata. Ci sono attacchi continui e massacri che colpiscono la popolazione. L’ultimo è stato venerdì 30 ottobre: ci sono stati 19 morti alla porte della cittadina di Butembo. Il gruppo armato che ha colpito proveniva dalla valle del Graben, al confine con l’Uganda».

Questo sta accadendo perché il mandato di Tshisekedi è fortemente condizionato dalla coalizione dell’ex presidente Joseph Kabila, che ha la maggioranza sia alla camera sia al senato e che non ha certo tra le priorità quella di stabilizzare l’area del nordest.

Kabila infatti si è sempre guardato dall’interferire con le mire del regime rwandese di Kagame sulla Rd Congo. Ma è stato Tshisekedi a sceglierselo come alleato alla vigilia delle elezioni del 2018, che poi si sono svolte all’insegna del disprezzo degli elettori e della falsificazione dei risultati delle urne.

Continua padre Di Vincenzo: «Oltre a uccidere, il gruppo armato ha incendiato il villaggio, saccheggiato tutto il possibile e rapito una parte degli abitanti, tra questi gli infermieri di un piccolo dispensario. Anche la chiesa è stata profanata».

Dovrebbero fischiare gli orecchi a Tshisekedi che, dopo essersi accorto di essere prigioniero di Kabila, sta dedicando questa settimana a un ciclo di consultazioni a tutto campo: lo scopo è di capire se fuori dall’area governativa può trovare interlocutori ed escogitare una via d’uscita politica. Un assetto che gli consenta di avviare le riforme. La strada maestra sarebbe quella di indire nuove elezioni legislative, sciogliendo le camere. Ma non sembra praticabile.

In ogni caso, il presidente ha incontrato i responsabili uscenti della Commissione elettorale indipendente, che porta la responsabilità maggiore delle elezioni-truffa del 2018 e che deve essere rinnovata per intero. Poi ha visto i rappresentanti delle confessioni religiose, le organizzazioni sindacali e vari esponenti della società civile.

Ha in programma anche un confronto con il cardinale Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovi di Kinshasa, e con la Conferenza episcopale congolese, che ha criticato aspramente il processo elettorale e il voto del 2018.

«Tra gli uccisi nel raid di venerdì scorso – sottolinea padre Gaspare – c’è anche il catechista Richard Kisusi della parrocchia di Maboya sulla strada che va verso l’Uganda. È stato legato, insieme ad altre persone, davanti alla chiesa e poi ucciso. Aveva finito, giusto il 24 ottobre, il corso di formazione annuale al centro catechistico di Butembo. E aveva ricevuto insieme a 65 catechisti l’attestato di partecipazione e l’accreditamento a poter esercitare la funzione di animatore catechista nella parrocchia di Maboya. Era un ragazzo molto intelligente, gioioso, amava la musica. Io stesso gli ho insegnato liturgia e missiologia: spiccava tra i suoi compagni. Lo affidiamo alla misericordia del Signore insieme con tutte le persone uccise. E ci auguriamo che la comunità internazionale e lo stato congolese possano intervenire e mettere fine a questi massacri attuati per occupare terre e sfruttare le risorse minerarie della regione».

Vista dalla capitale Kinshasa e vista dal Nord Kivu, la Repubblica democratica del Congo non sembra le stessa nazione.

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Prigioni segrete e torture (in Ciad) - Pyrrhus Banadji Boguel (Commissione nazionale dei diritti dell’uomo)

 

 

L’Agenzia nazionale di sicurezza (Ans), che risponde direttamente al presidente, gestisce prigioni parallele dove infligge sevizie ai detenuti. Lo afferma un rapporto della Convenzione ciadiana di difesa dei diritti dell’uomo. Due ex prigionieri raccontano che cosa succede in quelle celle.

 

La Convenzione ciadiana di difesa dei diritti dell’uomo (Ctddh) ha di recente reso pubblico un rapporto in cui afferma che ci sono prigioni segrete, gestite dall’Agenzia nazionale di sicurezza, (Ans) che sono vere e proprie anticamere della morte.

Il ministro della giustizia non ha negato l’esistenza di queste prigioni, ma ha detto che i detenuti sono «trattati bene». Affermazione che ha provocato la reazione di persone che sono stati ospiti delle prigioni dei servizi di sicurezza. Due di loro hanno accetto testimoniare apertamente.

Una delle prigioni segrete è sulla via Farcha, nella capitale N’Djamena, di fronte al ministero dei lavori pubblici. Nelly Versinis Dingamnayal, presidente del Collettivo contro il carovita, vi è stato rinchiuso la prima volta nell’aprile 2017 per aver organizzato uno sciopero dei commercianti. Daniel Ngadjadoum, esponente del partito Federazione per la repubblica, era finito il quella prigione nel febbraio 2017 per aver tenuto un convegno sul governo del presidente Idriss Déby, al potere da trent’anni.

Le loro versioni concordano. Entrambi assicurano che sono stati condotti in questo centro di detenzione con gli occhi bendati. Una volta sul posto sono stati «gettati» in una piccola cella sovraffollata. Dingamnayal ha detto ai microfoni di Radio France Internationale: «Ero ammanettato e la prigione era lugubre, scura».

Le sevizie, programmate tra le 23 e le 4 del mattino, sono iniziate fin dal primo giorno. Racconta Ngadjadoum: «Peperoncino negli occhi, bastonate, cavi elettrici… mi hanno infilato un tubo nel ventre e versato acqua del rubinetto a forte pressione, poi mi hanno tolto il tubo e incominciato a calpestare il mio ventre…».

Una variante dei supplizi era cospargere un sacchetto di plastica di peperoncino in polvere e infilare il sacchetto sulla testa della vittima, testimonia Dingamnayal. E durante la detenzione veniva dato un solo pasto al giorno.

Sia Dingamnayal che Ngadjadoum sono figure pubbliche e quindi i media locali, seguiti da quelli internazionali, si sono interessati al loro caso e lo hanno rilanciato. All’epoca, dei medici hanno potuto verificare la gravità delle torture subite dai due, che hanno sporto denuncia. Ma finora, assicurano, non si è mosso nulla.

 

I limiti del mandato

L’Agenzia nazionale di sicurezza è stata creata nel 1993 con il decreto 302 e in seguito ristrutturata con un altro decreto nel gennaio del 2017. Secondo l’articolo 2 di quest’ultimo decreto, l’Ans è un servizio speciale che ha la missione di contribuire alla protezione delle persone e dei beni oltre che alla sicurezza delle istituzioni della repubblica.

L’Ans esercita le sua funzione nel quadro della legge e degli impegni internazionali che il Ciad ha sottoscritto. Contribuisce inoltre, in collaborazione con altri servizi dello stato, al mantenimento dell’ordine, della sicurezza e della tranquillità pubblica. L’Agenzia risponde direttamente alla presidenza della repubblica.

Tra le sue attribuzioni quelle di ricercare, raccogliere e utilizzare le informazioni che hanno a che vedere con la sicurezza dello stato; di rilevare, prevenire e anticipare ogni azione sovversiva e destabilizzante, diretta contro gli interessi vitali dello stato.

L’articolo 7 del decreto specifica che la missione dell’Ans deve attuarsi nel rispetto dei diritti dell’uomo. E l’articolo 8 dice che l’Ans ha il potere di procedere all’arresto e alla detenzione di persone sospettate di rappresentare una minaccia, reale e potenziale: il tutto nel rispetto delle leggi della repubblica.

Quando l’Ans detiene persone in maniera arbitraria e illegale, e infligge trattamenti inumani e degradanti, oltrepassa i limiti del suo mandato. Per questo la Commissione nazionale dei diritti dell’uomo ha chiesto ufficialmente di poter visitare le prigioni dell’Ans. Finora non ha ricevuto risposta.

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Etiopia, la crisi si aggrava - Bruna Sironi

 

Il conflitto interno, allargatosi nei giorni scorsi all’Eritrea, rischia di fare da detonatore per l’intera regione, dal Sudan alla Somalia

 

In meno di due settimane la crisi etiopica è diventata una crisi regionale che coinvolge l’Eritrea e il Sudan, mette in gioco la sicurezza della Somalia e, in modo indiretto, anche quella del Kenya e forse di Gibuti.

Un’escalation che con ogni probabilità non era nelle intenzioni del primo ministro Abiy Ahmed, quando, lo scorso 4 novembre, ha ordinato all’esercito federale di riportare l’ordine nel Tigray, ma che molti osservatori paventavano.

Il braccio di ferro tra Addis Abeba e Macallé (capitale del Tigray) era diventato così grave che non si poteva pensare che si sarebbe risolto con un’operazione chirurgica, alla fine della quale la regione “ribelle” si sarebbe adeguata alle disposizioni del governo federale.  Infatti, in pochi giorni si è superato di molto il punto in cui la controversia poteva essere rapidamente composta grazie a pressioni internazionali e mediazioni regionali.

E’ impossibile, ad esempio, prescindere dalle atrocità commesse in questi pochissimi giorni di conflitto, che hanno già spinto più di 20mila persone a cercare rifugio oltre confine, in Sudan, dove, secondo agenzie dell’Onu competenti, si prospetta l’ennesima crisi umanitaria della regione.

Alcuni episodi sono diventati di dominio pubblico nonostante l’isolamento del Tigray – causato dalla chiusura dello spazio aereo, delle linee telefoniche e della rete internet – come i bombardamenti di basi militari che avrebbero fatto invece molte vittime civili, o il massacro di decine, forse centinaia, di persone nella cittadina di Mai-Kadra, al confine con la regione Amhara.

Crimine denunciato da Amnesty International, che ne attribuisce la responsabilità a milizie fedeli al Tplf, il Fronte popolare di liberazione del Tigray, pur sottolineando che è stato impossibile finora confermarne i dettagli in modo indipendente.

I profughi nei campi sudanesi ne danno una versione differente. Secondo interviste a testimoni oculari raccolte dalla Reuters, l’attacco ai civili, comprese donne e bambini, sarebbe stato fatto da milizie amhara allineate con l’esercito di Addis Abeba.

Nella crisi etiopica si combatte infatti anche una guerra a colpi di notizie false e di mistificazioni, in cui è quasi impossibile districarsi. Il ginepraio più fitto riguarda probabilmente il coinvolgimento dell’Eritrea, dato per scontato dal governo del Tigray fin dal primo giorno della crisi, ma sempre negato dagli accusati.

La scorsa settimana un sedicente giornalista del canale arabo della televisione governativa eritrea aveva fatto circolare sui social media la notizia che l’esercito di Asmara si era ormai attestato a Badme, la cittadina simbolo della guerra di confine del 1998/2000, assegnata all’Eritrea dal tribunale dell’Aja, ma che i tigrini non avevano mai voluto restituire, neppure dopo la pace siglata tra i due paesi nel 2018.

Il post, che aveva scatenato l’entusiasmo social dei nazionalisti eritrei, non è mai stato né confermato né smentito dagli interessati e, in mancanza di  fonti attendibili, non è stato ripreso da nessun mezzo di informazione indipendente. Una provocazione? L’indizio dell’obiettivo di un eventuale intervento eritreo? Tutte le ipotesi sono possibili, compresa quella che in realtà si trattasse di uno specchietto per le allodole a copertura di sviluppi futuri.

Sta di fatto che la narrazione del coinvolgimento eritreo ha determinato la regionalizzazione conclamata del conflitto. Sabato 14 novembre, verso sera, Asmara è stata colpita da almeno tre missili partiti dal Tigray. Obiettivi: l’aeroporto internazionale e il ministero dell’Informazione, che, particolare non irrilevante, si trova in città.

Nulla si sa ufficialmente di danni e vittime. Le autorità eritree minimizzano, ma testimoni in loco parlano di diversi feriti. L’attacco è stato rivendicato dal presidente tigrino Debretsion Gebremicael – destituito con l’intera giunta regionale e colpito da un mandato di cattura – con un discorso ufficiale alla televisione della regione. Se davvero l’Eritrea si era finora tenuta al di fuori dalla crisi etiopica, ora avrà un ottimo argomento per intervenire con tutto il suo apparato militare.

Più tardi la stessa tivù ha presentato un gruppo di presunti prigionieri di guerra eritrei. Ma è impossibile distinguere un giovane eritreo da un giovane tigrino, che non differiscono in nulla fisicamente e parlano la stessa lingua. Nel comunicato con cui il primo ministro Abiy Ahmed ufficializzava l’intervento dell’esercito federale nella regione si accusava il Tplf di aver fatto confezionare divise eritree proprio allo scopo di mistificare la realtà.

Probabilmente l’unica cosa certa tra tante notizie controverese e impossibili da verificare è che ormai neppure Abyi Ahmed crede che la crisi nel Tigray possa essere risolta velocemente, sostituendo il governo regionale e portando in tribunale i responsabili della “ribellione”, come, con ogni probabilità, si proponeva di fare.

Ed è anche possibile che si trovi in difficoltà sul piano militare perché potrebbe aver perso il pieno controllo degli uomini del contingente del nord, di stanza a Macallé, il nerbo del suo esercito. Le autorità tigrine, infatti, hanno dichiarato che molti militari del contingente hanno disertato unendosi alle loro milizie – Addis Abeba ha fermamente smentito -, mentre quelle sudanesi hanno fatto sapere che tra i profughi civili che hanno passato il confine ci sono anche un certo numero di militari, a cui è stato chiesto di consegnare le armi.

Sta di fatto che Abiy ha deciso di richiamare il contingente etiopico che dal 2006 era di stanza in Somalia, dove contribuiva alla stabilizzazione del paese e alla lotta al terrorismo. Il governo di Mogadiscio si trova perciò ora più esposto in un momento critico, il periodo pre elettorale – le elezioni sono previste a febbraio – mentre assiste ad un intensificarsi degli attacchi del gruppo al-Shabaab. Se in Somalia diventa impossibile controllare il territorio, anche per il Kenya diventa più difficile evitare gli sconfinamenti dei terroristi nel paese.

La crisi etiopica rischia, insomma, di innescare una vera e propria cascata di cause concatenate di destabilizzazione in tutta la regione, che è già tra le più problematiche del continente.

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I redditizi affari di al-Shabaab - Bruna Sironi

 

Tasse, estorsioni, traffici illeciti. Il movimento terrorista somalo si è trasformato negli anni in una vera e propria organizzazione di stampo mafioso, in grado di guadagnare cifre astronomiche che reinveste in immobili e altre attività regolari. Soldi che vengono movimentati anche tramite il sistema bancario nazionale

 

Da anni il Consiglio di sicurezza dell’Onu segue con particolare attenzione la Somalia, avvalendosi di gruppi di esperti in grado di analizzare l’evolversi della situazione in relazione alle risoluzioni dell’Onu che riguardano il paese in settori chiave quali la sicurezza, il commercio delle armi, il controllo del territorio, la minaccia terroristica. Grande attenzione è riservata all’evoluzione del gruppo al-Shabaab, il primo e più importante alleato di al-Qaeda nell’Africa Orientale.

Negli ultimi rapporti presentati dagli esperti al Consiglio di sicurezza è emerso un crescente rafforzamento economico del gruppo. In pochi anni – dal 2006, quando è nato dalle milizie giovanili dell’Unione delle corti islamiche sconfitte dal governo federale di transizione, e per suo conto dall’esercito etiopico sostenuto dalla comunità internazionale – al-Shabaab ha organizzato una specie di “stato parallelo” capace di imporre tasse e balzelli non solo nel vasto territorio controllato, ma fin nei gangli economici del paese, quali il porto e i mercati di Mogadiscio, di Kisimayo e di Baidoa.

Il gruppo è stato anche in grado di differenziare le sue fonti di finanziamento. Fino ad un paio d’anni fa, la maggiore, o la più conosciuta, era costituita dai balzelli sul commercio del carbone di legna, raccolti durante il trasporto al porto di Kisimayo, da dove la merce partiva soprattutto verso la Penisola Arabica e gli Emirati del Golfo.

Fonti credibili stimano che il traffico del carbone abbia fruttato almeno 7 milioni di dollari all’anno al gruppo terroristico. La fonte di finanziamento era così importante che nel 2012 l’Onu bandì il suo commercio, che però continuò illegalmente, e continua anche adesso, seppur con maggiori difficoltà, grazie alla connivenza di molti nel paese e tra il personale del contingente della missione di pace Amisom che pure ne traevano, e ne traggono, un notevole vantaggio economico.

Secondo rapporti diffusi recentemente dalla commissione di esperti Onu e dall’istituto Hiraal, un centro di ricerca specializzato in analisi sulla sicurezza in Somalia e nei paesi del Corno d’Africa in generale, ora al-Shabaab è in grado di raccogliere almeno 15 milioni di dollari al mese, una cifra pari al gettito fiscale del governo ufficiale. Almeno la metà dei fondi provengono dalla capitale, Mogadiscio.

I proventi sono raccolti con la minaccia, e se necessario con la violenza, imponendo quello che noi in Italia chiameremmo “il pizzo” a tutti coloro che hanno attività economiche, non solo nelle zone rurali controllate ma anche nelle zone urbane e nella stessa capitale.

Il gruppo è stato in grado di infiltrarsi nelle istituzioni del paese, come ad esempio gli uffici doganali del porto di Mogadiscio, da cui passa la maggior parte dei beni importati ed esportati dal paese, in modo da avere le informazioni necessarie per imporre i propri balzelli in modo proporzionale al giro d’affari.

Per i riscossori del gruppo, un container da 40 piedi “varrebbe” 160 dollari, uno da 20, 100 dollari. Lo affermano diversi commercianti, testimoni in inchieste giornalistiche credibili, i quali aggiungono che al-Shabaab avrebbe accesso alle informazioni ufficiali degli agenti portuali e saprebbe sempre con precisione a chi rivolgersi per la riscossione. Lo stesso avviene praticamente in tutti i settori economici.

Secondo gli ultimi rapporti, tutte o quasi le maggiori compagnie del paese pagano mensilmente una tangente ad al-Shabaab e annualmente versano una sorta di zaqat, il contributo dovuto da ogni buon musulmano per il sostegno degli indigenti, pari al 2,5% del proprio giro di affari. Nelle zone controllate dal gruppo, perfino i comandanti di contingenti militari pagherebbero, pur di salvaguardare la sicurezza propria e quella dei propri uomini.

Ma questa dinamica, da molti osservatori definita come mafiosa, era già conosciuta. Nell’ultimo periodo è stata probabilmente resa più efficace e capillare, grazie alla crescente influenza del gruppo anche nelle zone controllate dal governo

La novità degli ultimi rapporti riguarda piuttosto l’investimento delle risorse nel settore edilizio ed immobiliare e nel commercio, compreso quello che alimenta i maggiori mercati della capitale e del paese, facendo transitare ingenti somme, si direbbe in modo regolare, attraverso il sistema bancario ufficiale somalo, nonostante una legge varata nel 2016 abbia l’obiettivo proprio di impedire le operazioni finanziarie di gruppi terroristici.

I ricercatori hanno seguito in particolare le operazioni di due conti correnti aperti presso la Salaam Somali Bank. Su uno, quest’anno, in un periodo di due mesi e mezzo, sono transitati 1,7 milioni di dollari che potrebbero essere frutto della raccolta della zakat. Sull’altro, che potrebbe essere stato aperto per le tangenti raccolte al porto di Mogadiscio, sono stati depositati 1,1 milioni di dollari da metà febbraio alla fine di giugno di quest’anno.

Complessivamente sono state effettuate 128 operazioni nelle quali sono stati mossi più di 10mila dollari, l’ammontare massimo, oltre il quale avrebbero dovuto scattare i controlli dell’autorità competente, il Financial reporting centre. La responsabile del centro, Amina Ali, cui l’agenzia Reuters ha chiesto se i conti erano stati chiusi, si è limitata a dire, in modo evasivo, che “tutti i passi necessari sono stati fatti”.

Hussein Sheikh Ali, ex consigliere dei servizi di intelligence somali e fondatore dell’istituto Hiraal, al-Shabaab si è dimostrata molto efficiente nel raccogliere soldi. Ed è ormai risaputo che ne raccoglie molti più di quanti gliene servano per gestire la propria organizzazione.

Secondo i rapporti citati, l’anno scorso avrebbe speso circa 21 milioni di dollari per sostenere circa 5mila miliziani e per l’organizzazione di operazioni terroristiche nel paese e nella regione. Circa un quarto della somma sarebbe andata ai suoi propri servizi di spionaggio, l’Amniyat intelligence.

Dell’ingente surplus, una parte sarebbe ben investita, e un’altra, afferma Hussein Sheikh Ali «… crediamo che potrebbero mandarla ad al-Qaeda».

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