Dal Vangelo di oggi (Luca, 6, 41-42) “Perché guardi la pagliuzza ch’è nell’occhio
del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi
dire al tuo fratello: – Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo
occhio -, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita!
Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la
pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”.
NEL DONBASS NON CI SONO BAMBINI CHE ABBRACCIANO
PIANGENDO LE BAMBOLINE, E NEMMENO VECCHIETTE CHE ATTRAVERSANO PENOSAMENTE LA
STRADA… …
così come non ce n’erano né la traccia né l’ombra, una manciata di anni o di
mesi fa e anche adesso, né a Gaza, né a Beirut, né a Belgrado, né a Kabul, né a
Baghdad, né a Tripoli, né a Damasco.
Cari miei, parliamoci chiaro. Sono ormai tre notti che quasi non
dormo per seguire quel che avviene tra Russia e Ucraina, due paesi che mi sono
carissimi e dove ho tanti amici; da tre giorni sto attaccato al telefono e al
computer. Anch’io combatto, anch’io fo la mia guerra, come canticchiavano
un’ottantina di anni fa bambini poco più grandi di me (io ero troppo piccolo
per cantare). Questa guerra me la sento addosso, me la sento dentro: e mi fa
male. Al tempo stesso, è chiaro che sono indignato e inferocito come forse non
mai.
Fermare la guerra. Era già in atto da tempo, ma “l’Occidente” – questa parola
infame e ambigua, che oggi sembra tornare di gran moda – non faceva nulla per
ridurre il governo ucraino a più moderati consigli. Al contrario.
L’aggressività di Zelensky nei confronti del Donbass si fondava sulla ferma
convinzione che la NATO fosse disposta a tutto pur di metter a punto il suo
disegno di avvicinarsi varie centinaia di chilometri alla frontiera russa e
installarvi i suoi missili a testata nucleari puntati su Mosca, quelli in grado
di colpire a oltre 3000 chilometri. Il governo russo ammoniva severamente, poi
minacciava: ma si era sicuri che non avrebbe osato. Invece alla fine ha osato
eccome. Non come aggressore, ma come a sua volta minacciato di aggressione.
Fermare la guerra. È questa la priorità. Forse si sarebbe dovuto agire prima:
da parecchi giorni ormai la stretta ucraina sulle città del Donbass si era
fatta più pesante, mentre Zelensky insisteva per essere ammesso nella
NATO in extremis. Era una speranza disperata, una
follia: ma era non meno chiaro che Putin prendeva in considerazione tale
possibilità estrema, che se si fosse verificata gli avrebbe definitivamente
legato le mani oppure costretto a considerarla come una dichiarazione di guerra de
facto. Ma il presidente ucraino andava irresponsabilmente per
la sua strada, certo di avere il gigante americano alle sue spalle. È
incomprensibile, ma non si era reso conto che Putin a quel punto poteva fare
solo quello che ha fatto: e farlo subito.
Fermare la guerra. Era la priorità fin dall’inizio. A livello diplomatico,
quando una guerra incombe, si ricorre a trattative magari affrettate, magari
“in perdita”, perfino col rischio di apparire deboli. Si fanno proposte, e
quindi bisogna anche offrire qualcosa di appetibile. Ad esempio esporre in che
misura e fino a che punto si è disposti ad alleviare un sistema sanzionario in
atto a fronte di un arresto o di una ritirata del nemico ch’è ancora
potenziale. Da quando in qua si risponde a una minaccia di guerra aggravando le
ragioni che l’hanno provocata, a meno che quella guerra non la si voglia sul
serio e a tutti i costi?
Ora, ecco qua. Un’aggressione degli ucraini contro il Donbass è irrilevante:
non la si vede da lontano, ha modestissime dimensioni e può essere
“dimenticata” tantopiù che i russofoni della foce del Don non interessano a
nessuno in Occidente. Ma quando si muove l’Orso di Mosca, tutto cambia aspetto:
e giù col mostro aggressore, col tiranno assassino. Giù con i media asserviti
quasi tutti alla politica (quindi al parlamento italiano eletto con un numero
di votanti così basso come prima non si era mai visto), la quale con i suoi
partiti esangui, sempre meno autorevoli presso la pubblica opinione e sempre
più omologati – fra il “patriottismo sovranista” della Meloni, l’euratlantismo
blindato di Renzi e l’euratlantismo solo apparentemente più articolato di Letta
non c’è pratica differenza – è a sua volta asservita agli alti comandi della
NATO e al presidente degli USA, a sua volta asservito alla logica del potere,
del profitto e della produzione dettatagli dai Signori di Davos. Che poi questi
ultimi comincino a loro volta a preoccuparsi per le ripercussioni delle
sanzioni alla Russia, è un altro discorso: e ne vedremo in atto le conseguenze
fra qualche giorno.
Attenti quindi al pacifismo peloso di chi si preoccupa per i suoi interessi e i
suoi profitti: se Mosca piangerà, non rideranno né Wall Street, né la City, né
Francoforte. Questo è quanto preoccupa ora lorsignori, non certo i disagi e le
sofferenze della gente. Mentre si continuano a ignorare o a fraintendere i
segnali. Ad esempio, i russi indugiano a sottoporre Kiev alla stretta finale.
Davvero si crede che siano stati impressionati dal fatto che il governo ucraino
ha fatto girare qualche fucile tra gli adolescenti e i vecchietti? Davvero non
ci sfiora il sospetto che stiano fermi in quanto sono in corso trattative e
Putin intende dare agli ucraini il tempo d’una pausa di riflessione che, se
volesse, potrebbe tranquillamente negare?
Ma intanto sono senza dubbio le vittime del momento a salire al proscenio e ad
essere sistemati nelle lucenti vetrine massmediali. Che c’inondano di bambini e
di bambine che piangono abbracciando orsacchiotti e bambolette e gattini, di
vecchiette che penosamente attraversano le strade sotto i bombardamenti, magari
perfino con quel Grandguignol di volti
insanguinati e di cadaveri dilaniati che specie in TV è oggetto da sempre di un
trattamento bipolare: vi sono cadaveri di serie A che si debbono mostrare per
trasformarli nella moneta sonante del consenso e cadaveri di serie B che è
meglio nascondere per non “turbare” chi li vede. Ed è evidente che i morti di
Kiev ucraini sono di serie A: come le bambine che piangono avvinghiate agli
orsacchiotti e le vecchiette che penano ad attraversare la strada per porsi al
riparo.
Ma di grazia, razza di vipere e sepolcri imbiancati che non siate altro; ci
voleva Kiev per svegliarvi all’umana compassione suscitata per ricavarne
risultati politici antirussi? È vero che, in un passato anche recente, le città
di Gaza, di Beirut, di Belgrado, di Kabul, di Baghdad, di Damasco, erano piene
di cadaveri di serie B dei quali non si doveva parlare per non “turbare” le
nostre coscienze, ma davvero non vi eravate accorti della massa di sofferenza
che i nostri bombardamenti “chirurgici” e le nostre bombe “intelligenti”
stavano provocando? Anzi, mi ricordo i gridolini di gioia che si alzavano dai
salotti delle buone famiglie italiane, in quelle notti del 2003 in cui la TV ci
mostrava il bombardamento di Baghdad, con il fantastico sfrecciare di quei
raggi verdi sugli edifici presi di mira. Che spettacolo! Ci pensavate alla pena
e al terrore là sotto? Bene: ora è il turno degli ucraini per soffrire e per
aver paura. Domani potrebbe arrivare anche il nostro turno, e pensare che ci
preoccupiamo già del gas per il riscaldamento. Se comincia così, la nostra
volontà di resistenza…
Lavoriamo per la pace, dunque. Ma facciamolo con realismo, senza piagnistei e
senza isterismi manichei. Manifestare per la pace ma al tempo stesso
“schierarsi con l’Occidente”, “senza se e senza ma”, significa solo contribuire
a correre a passo di carica verso una prosecuzione e un allargamento del
conflitto che non può giovare a nessuno. Le guerre, le perdono tutti.
Quando si dice “pensiero radicale”. Vi ricordate una vignetta fra le tante che circolavano anni fa, al tempo dell’Apartheid sudafricana? Una fila d’incappucciati del KKK che sfilava brandendo cartelli sui quali si leggeva “Fuori i negri dall’Africa!”.
Ci ho ripensato in questi giorni, ascoltando gli appelli del presidente Biden che ormai – Dio lo benedica! – non ci fa più rimpiangere né Bush jr., né Trump. E constatando come attorno a lui, e contro il Pericolo Russo, si vada creando sempre più quella che i media definiscono commossi un “totale, unitario consenso”. Avanti dunque sulla via delle sanzioni contro l’Orso Cattivo: tantopiù che italianissimamente (siamo italiani, teniamo tutti famiglia…) il presidente Draghi si è premurato di farci sapere che, in materia, UE e NATO uniti fino all’immancabile vittoria terranno comunque conto (in che modo) degli “interessi” (quali?) e delle “richieste” (quali?) del nostro paese. Il fatto è che non se ne può più: pensate che quel diavolo d’un Putin muove le sue truppe come pare a lui sul territorio russo. Inaudito! È davvero ora di gridargli forte in faccia un deciso, definitivo “Fuori i russi dalla Russia!”. Che è poi esattamente quel che accadde anni fa, nell’aprile del 2014, al tempo del Putsch arancione in Ucraina e della ritorsione russa che si tradusse nell’occupazione della Crimea (non “filorussa”, come dicono certi media, bensì in gran parte etnicamente russa, per quanto con consistenti radici tartare a loro volta russizzate). Lo sanno tutti che gli ucraini coltivano “da sempre” (almeno dal “sempre” dell’URSS) un sogno indipendentista-separatista variamente atteggiato e configurato; che negli Anni Sessanta cominciò a concretarsi grazie all’ucraino Krushev; ma anche che, se volgiamo attenzione alla storia, scopriamo che le radici della terra di Rus’ stanno appunto in Ucraina, nel principato di Kiev del X secolo; e che, se consideriamo geostoria e linguistica, un ucraino è in realtà di gran lungo più russo di quanto un sardo o un sudtirolese siano italiani, di quanto un bretone o un provenzale o un còrso siano francesi, di quanto un basco o un gallego siano spagnoli, di quanto un gallese sia inglese, di quanto un lakota o un hawaiiano siano statunitensi… o magari di quanto un osseta sia georgiano. Ma che c’entra ora la Georgia?, diranno i miei venticinque lettori. C’entra: e per capirlo tornate con la mente, o italiani dalla corta memoria, al Putsch organizzato nel 2008 dagli occidentali per fare in modo che quel paese caucasico mollasse la Russia e passasse armi e bagagli – “libera volontà popolare”, senza dubbio: come quella ucraina d’oggi… – alla compagine NATO, il che avvicinò di parecchie migliaia di chilometri i missili a testata nucleare dall’obiettivo moscovita. Vero è che i russi, gente malvagia e infida, risposero suscitando contro i patrioti di Tbilisi gli odiosi separatisti osseto-meridionali e abkhazi, creando due paesi-fantoccio riconosciuti soltanto da Mosca. Quale improntitudine, quale inconcepibile ritorsione! Ma non vi sembra che la manovra che allora condusse la Georgia all’interno della NATO somigli dannatamente a quella che più tardi ha fatto sì che l’Ucraina di oggi sembri ardentemente desiderosa di entrarvi (ma quanto c’entra, in tutto ciò, l’autentica libera volontà dei popoli georgiano e ucraino, e quanto quella di eterodiretti gruppi golpisti?), e che la questione Georgia-Ossezia meridionale-Abkhazia somigli dannatamente a quella Ucraina-Donbass, e che in entrambi i casi la Russia altro non abbia fatto e non faccia se non tutelare i suoi confini da una minaccia pilotata da Oltreoceano? E non vi pare che se georgiani di allora e ucraini di oggi erano e restano “patrioti”, tali – per analogia – dovrebbero venir considerati anche gli osseti di Skinval (che non sono affatto affini ai georgiani) o i russi del Donbass (che non sono “filorussi”, come i nostri media li definiscono, bensì russi e della più bell’acqua), che sempre per i nostri media sono invece “separatisti” e “ribelli”? O siamo ancora al gioco delle tre carte, per cui chi in un paese sta con un occupante qualsiasi viene considerato “eroico partigiano” se sta con i vincitori e “traditore collaborazionista” se sta con i vinti? Ricapitoliamo pertanto il “pasticciaccio bbrutto” russo-ucraino, il quale si divide in due sezioni peraltro nella pratica molto più intrecciate fra loro e interdipendenti di quanto in teoria potrebbe sembrare. Primo: il “diritto” (secondo altri la “pretesa”) da parte del governo ucraino di far entrare il paese nella NATO. Che si tratti di una scelta antirussa e tesa a costruire uno scudo che ripari Kiev contro Mosca, siamo d’accordo: ma in che misura è legittima, nel nome del principio – molto poco diffuso e praticato nel mondo d’oggi, a dire il vero – secondo il quale uno stato sovrano fa quale che vuole? Siamo entrati da tempo, almeno dal 1945, in un mondo caratterizzato dalle “sovranità limitate”, sia pure a differente grado e livello. C’è anzitutto il potenziale militare, presupposto di base della sovranità; quindi ci sono gli accordi internazionali e i giochi delle alleanze e delle frontiere. Non c’è dubbio che il passaggio dell’Ucraina alla NATO modificherebbe di parecchio i rapporti di forza nella zona; che costituirebbe un rischio per la Russia; da qui le istanze russe di “finlandizzazione” dell’Ucraina, per compensare in qualche modo il vulnus generato dall’ormai consumato e a quel che pare irreversibile strappo tra Mosca e Kiev. È sembrato nei giorni scorsi che tutto ciò ci stesse conducendo sull’orlo della guerra guerreggiata russo-ucraina e della guerra quanto meno sanzionaria (quindi economico-commerciale-finanziaria) russo-occidentale. I governi e i “paesi legali” della UE sono allineati e coperti sulla parola d’ordine che proviene da Washington. Cosa ne pensino i “paesi reali” non è dato sapere in quanto il semitotale monopolio dei media va ai governi e ai partiti ufficiali e il loro rapporto con le rispettive opinioni pubbliche è molto debole, come dimostra l’affluenza alle varie competizioni elettorali degli ultimi anni. Perché le “democrazie avanzate” sono in realtà quello che avanza della democrazia. E ne avanza poco. Alcuni osservatori – fra gli statunitensi l’immarcescibile Bolton, combattente-e-reduce bushista e trumpista – ritengono che l’obiettivo finale di Mosca sia “tagliare a fette” l’Ucraina. Forse, una metodologia di costruzione dello stato ucraino che non avesse mirato solo a una sistematica volontà di danneggiare la Russia avrebbe sortito risultati diversi. Comunque, per il momento la carta NATO sembra sparita (per il momento) dal tavolo verde ucraino-statunitense, al traino del quale sta fedelmente l’UE. Scongiurato il pericolo del conflitto “caldo”? No davvero, in quanto l’ingresso di Kiev nella NATO era ed è solo un corno del dilemma. L’altro è costituito dal separatismo del Donbass, che punta – non sappiamo attraverso quali mosse politico-diplomatiche e in che tempi – a far rientrare quella provincia in seno alla madrepatria russa. Si tenga presente che il Donbass, regione di vaste miniere di carbone e di grandi acciaierie, è anche una roccaforte ortodossa strettamente collegata al patriarcato moscovita. Il Donbass, infine, è decisamente russofono: e il governo ucraino vi ha forzosamente introdotto la sua madrelingua come ufficiale e obbligatoria. Negli accordi di Minsk del 2014-2015 era prevista un’ampia autonomia del Donbass: da qui parte e su ciò si basa l’atteggiamento del Cremlino. Attualmente nel Donbass, regione orientale dell’Ucraina situata sulla riva destra del tratto iniziale dell’immenso estuario del Don, “convivono” (si fa per dire) tre realtà geoistituzionali, una riconosciuta dall’Ucraina e parte di essa (l’area nordoccidentale del paese, con capoluogo il porto di Mariupol sul margine settentrionale dell’estuario del Don) e due “repubbliche popolari” fino dal 2014 separatiste rispetto all’Ucraina e decisamente russofone (ma vogliamo dire francamente russe?), quella a nordest con capitale Lugansk e quella a sudovest con capitale Donetsk. Nel paese vige un regime di “cessate il fuoco” che conosce continue violazioni, mentre nascono di continuo come malefiche fungaie i campi minati. Anche quando tutto sarà finito, ci vorranno decenni solo per bonificare i terreni estraendone e neutralizzandone le mine: il che costerà senza dubbio un numero infinito di morti e di mutilati. Come in Afghanistan, come in Bosnia. La Duma – il parlamento russo – ha chiesto l’annessione del Donbass nella Federazione Russa. L’avere ambiguamente e provvisoriamente ripiegato le tende per quanto riguarda l’entrata nella NATO non può quindi bastare. Occorre porre riparo alle falle dell’accordo di Minsk e quanto meno sanare la situazione delle due repubbliche di Lugansk e di Donetsk, dalle quali le autorità sovietiche stanno già provvedendo all’evacuazione della cittadinanza civile. Una scelta umanitaria provvidenziale e assolutamente corretta, che il governo ucraino, e quindi quello statunitense, e quindi più o meno pappagallescamente i governi e i media europei, giudicano una mossa ricattatoria e vittimista di Mosca che così “vorrebbe far la parte dell’aggredita”. Non sono cose poi così complesse: né da spiegare, né da capire. Vi sembra che i nostri media le abbiano spiegate bene? Se scoppierà la guerra, sarà tutta colpa del “dittatore del Cremlino”: scoppierà quanto meno, accanto alla guerra guerreggiata russo-ucraina, quella sanzionaria russo-occidentale. E pagheremo tutti: pagheremo salatissimo. E allora, una domanda s’impone: chi è lo stato-canaglia?
L’Olocausto
ignoto: il Congo belga - Nunzia
Augeri
Gli ottimisti
parlano di tre milioni di vittime, i calcoli più pessimistici arrivano a
contare dieci milioni di uomini, donne, bambini schiavizzati, mutilati,
assassinati brutalmente. No, non si tratta dell’Olocausto che straziò l’Europa
dominata dal nazismo germanico, ma di un Olocausto ignorato, tuttora taciuto
sui libri di storia. Si svolse nelle terre africane che gli europei avevano
denominato Congo, ad opera dei belgi, e più precisamente per volere di quel
re Leopoldo II il cui monumento troneggia nel centro di
Bruxelles.
Tutto
comincia con un modesto impiegato, Edmund Morel, dipendente di una compagnia di
navigazione inglese. È un giovanotto di circa 25 anni quando nel 1898 viene
distaccato presso gli uffici della Compagnia al porto di Anversa, in Belgio. Ovviamente
interessato al traffico marittimo, comincia a notare un fatto strano: le navi
belghe tornavano dal Congo cariche di merci preziose, soprattutto avorio,
allora merce di lusso assai apprezzata e costosa, e di caucciù, già molto
necessario alle nascenti industrie – assai promettenti – dei velocipedi e delle
automobili, per le ruote dei veicoli. Quando ripartivano per l’Africa però le
navi non portavano altro carico che armi e materiale militare. Il giovane Morel
si domanda le ragioni di quello scambio così diseguale e
comincia a indagare. Il modesto impiegato inglese non sembra un eroe destinato
ad ergersi in difesa dei grandi ideali, ma quella indagine doveva diventare la
sua occupazione preminente e doveva permettergli di portare alla luce uno dei più
grandi disastri umani del colonialismo europeo: perché la conclusione tanto
logica quanto terribile fu che quelle merci erano frutto di lavoro
schiavistico.
Si tratta,
come abbiamo accennato, del Congo belga. Il Belgio era il penultimo arrivato
fra i paesi indipendenti d’Europa (ultima sarà l’Italia); aveva infatti
conquistato la propria indipendenza nel 1830 e i cittadini belgi avevano scelto
come re un principe tedesco, Leopoldo di Sassonia Coburgo Gotha, imparentato
con la casa reale d’Inghilterra (era zio materno della regina Vittoria), che
prese il nome di Leopoldo I. Nel 1835 era nato l’erede al trono, cui fu posto
lo stesso nome. Il giovane principe Leopoldo non si dimostrava particolarmente
brillante negli studi e aveva un unico grande interesse: la geografia. Appena
uscito dall’adolescenza, perfettamente in tono col suo tempo, cominciò a
ricercare territori coloniali su cui estendere la sovranità del suo piccolo
regno. Dopo qualche tentativo fallito in Asia, si rese conto che gli unici
territori su cui poteva sperare di lanciarsi erano in Africa.
I rapporti
fra africani ed europei si erano limitati alle zone costiere, dove per secoli
le navi avevano imbarcato soprattutto schiavi. Ma nel XIX secolo la schiavitù
cominciava ad avere pessima fama, perché non più funzionale a un capitalismo in
sviluppo industriale che aveva ormai bisogno di manodopera di natura diversa:
la guerra negli Stati Uniti era finita nel 1865 con l’abolizione della
schiavitù, e vari paesi latinoamericani scuotendosi di dosso il dominio
spagnolo avevano proclamato l’indipendenza e la libertà dei popoli autoctoni.
In Europa si era diffusa una tesi, accolta acriticamente, per cui il commercio
di schiavi era opera di mercanti arabi, mentre gli europei andavano in Africa
solo con il nobile scopo di portare la civiltà ed evangelizzare le popolazioni
selvagge.
Ormai verso
la fine del XIX secolo più che gli schiavi interessavano le materie prime di
cui i continenti extraeuropei erano ricchi, e di cui il nascente capitalismo
industriale aveva bisogno per il proprio sviluppo. Eroici esploratori si
lanciarono alla scoperta dell’interno del continente africano: fra questi era
diventato notissimo l’americano Henry Morton Stanley, in origine
giornalista, che nel 1871 aveva ritrovato l’esploratore e missionario David
Livingstone ancora vivo in un villaggio dell’interno. L’incontro con il giovane
Leopoldo, diventato re nel 1865, e il grande esploratore Stanley avvenne nel
1878, e fu l’inizio di un’avventura portata avanti con grande abilità politica
da parte di Leopoldo II e con grande coraggio e perseveranza da parte di
Stanley.
L’esploratore
aveva indicato la zone del fiume Congo come possibile territorio da esplorare:
il Congo, che sfocia nell’oceano Atlantico, è lungo 4.700 chilometri, ha la larghezza
massima di 126 chilometri e un bacino enorme di 3.730.500 chilometri quadrati,
che è il secondo al mondo dopo quello del Rio delle Amazzoni. Il clima è
tropicale e grandissime le ricchezze naturali.
Mentre
Stanley risaliva il fiume affrontando enormi difficoltà, Leopoldo II si muoveva
abilmente sullo scenario politico europeo e statunitense: nel 1876 organizzò
una Conferenza geografica, preparata dal re personalmente presso le corti di
Gran Bretagna e Germania. Vi furono invitati principi, esploratori, geografi,
missionari, rappresentanti delle organizzazioni umanitarie antischiavistiche,
uomini d’affari, alte gerarchie militari; tutti ospitati principescamente a
Bruxelles, proclamarono la nascita di una Associazione Internazionale
Africana, “per aprire alla civiltà la parte del globo dove essa non è
ancora penetrata, per bucare le tenebre che ancora avvolgono interi popoli”,
come disse Leopoldo nel suo discorso di benvenuto agli ospiti. Scopi
dell’Associazione erano “l’apertura di strade verso l’interno e la creazione di
basi scientifiche, di ospitalità e di pacificazione per abolire la tratta degli
schiavi”. La schiavitù era già stata abolita con diversi accordi internazionali
già dalla metà del secolo. Malgrado ciò, l’azione svolta con questa Associazione
conferì al re del Belgio un’aura umanitaria che per molti anni
lo favorì di fronte all’opinione pubblica sia in Europa che negli Stati Uniti;
qui, promuovendo un’efficace opera di lobby, egli si assicurò la benevolenza
del governo e del Congresso sotto presidenti sia repubblicani (Rutherford Hayes
e Chester Arthur) che democratici (Grover Cleveland).
Una nuova
Conferenza internazionale, questa volta promossa da Bismarck a Berlino nel 1878
per discutere i problemi relativi alla suddivisione dell’Africa, su cui ormai
si erano appuntate le attenzioni dei maggiori paesi europei, sancì la nascita
di una nuova Associazione Internazionale del Congo, su cui il re
del Belgio impose il suo indiscusso predominio, facendosi riconoscere dagli
ambienti diplomatici il primario interesse nella regione. La relazione con la
precedente Associazione Internazionale restava nebulosa, ma Leopoldo si era
ormai assicurato la fama di sovrano umanitario, giusto e pio: si trovò così
praticamente padrone – a titolo di proprietà privata personale – di un
territorio coloniale grande quanto Spagna, Francia, Italia, Germania e
Inghilterra messe insieme, cioè settanta volte più grande del Belgio
stesso.
La conquista
dell’enorme territorio fu compito di Stanley, che lottò per cinque anni per
esplorare il bacino del fiume. Fu aiutato dai nuovi strumenti che l’Europa
aveva sviluppato: i battelli a vapore che gli permisero di risalire il fiume,
almeno nelle parti navigabili, con una certa velocità e senza l’impiego di
rematori; e i nuovi fucili che gli permisero di fare strage delle popolazioni
locali, terrorizzate dall’incontro con quegli strani esseri. L’impresa
continuava a risucchiare enormi quantità di denaro: Leopoldo II, in base a un
accordo con il governo belga, non poteva chiedere denaro pubblico; si rivolse
perfino al Papa per avere contributi per la cristianizzazione delle popolazioni
selvagge, ma pare che non abbia avuto successo. Ne ebbe invece con alcune
grandi banche e con investitori privati interessati alla costruzione di un
ferrovia nel nuovo territorio da sfruttare.
Fino alla
morte del re, avvenuta nel 1909, lo sfruttamento si limitò ad avorio, caucciù e
legni pregiati. La raccolta e il trasporto delle merci, la produzione di viveri
destinati ai coloni europei che sempre più numerosi si installavano nel Congo,
nonché il lavoro necessario per la costruzione di strade e ferrovie, furono
compito delle popolazioni locali. Uomini e donne venivano deportati dai
loro villaggi, derubati delle loro derrate alimentari, incatenati al collo per
lunghe marce dolorose, obbligati a pesanti lavori con cibo scarso e
maltrattamenti, mentre i bimbi piccoli venivano semplicemente gettati via e i
più grandicelli radunati in “orfanatrofi” dove, affamati e trascurati ma
battezzati, la loro mortalità raggiungeva il 50%. Interi villaggi venivano
rasi al suolo per creare piantagioni di caucciù, e se non venivano consegnate
le quote fissate, per punizione a bambini e ragazzi venivano amputate le mani,
nella migliore delle ipotesi, oppure venivano uccisi. La minima mancanza era
punita con la chicotte, una frusta di pelle di ippopotamo che
infieriva in maniera particolarmente feroce sulle carni dei disgraziati. È la
situazione che il giovane Morel fece conoscere al mondo intero, provocando un
vasto movimento di opinione contro Leopoldo II. Alla morte del re, nel 1909,
tutto il territorio divenne colonia dello Stato belga.
Con il
tempo, nuove esplorazioni fecero scoprire ricchezze sempre più grandi: non solo
oro e diamanti ma anche petrolio e ultimamente anche le terre rare oggi
indispensabili per il progresso tecnologico, come il coltan, lega di columbio e
tantalio necessario per la costruzione di computer, smartphone e
per l’industria aerospaziale, non esclusi gli armamenti elettromagnetici di
nuova generazione. Tutte ricchezze che hanno suscitato la cupidigia dei paesi
più avanzati e hanno procurato grandi tragedie alla popolazione locale.
Dopo la
Seconda guerra mondiale, quando il vento dell’indipendenza cominciò a soffiare
forte su tutti i paesi coloniali, anche il Congo si risvegliò e trovò il suo
campione in Patrice Lumumba, capo del Movimento per l’indipendenza
del Congo. Il Belgio non aveva la possibilità di opporsi e di continuare a
gestire l’immenso territorio, tanto più dopo la sconfitta della Francia a Dien
Bien Phu e la guerra d’Algeria, allora in pieno svolgimento; nel giugno del
1960 il Congo poté proclamare la propria indipendenza. Ma le ricchezze
minerarie non potevano venir lasciate così facilmente nelle mani dei congolesi;
si fecero avanti con ben altra forza gli Stati Uniti, i quali appoggiarono una
secessione della parte nord-ovest del paese – cioè la zona mineraria più ricca
– che si proclamò Stato indipendente sotto il governo di Moise Tshombé.
Lumumba, accusato di essere comunista, venne preso e assassinato nell’ottobre
dello stesso anno.
Gli anni e i
decenni successivi non sono stati più clementi: il paese, sempre diviso in due
fra Repubblica Democratica del Congo (capitale Kinshasa) e Repubblica del Congo
(capitale Brazzaville), ha continuato ad essere sconvolto da guerre e scontri.
Dai primi anni di questo secolo, il coltan ha dato luogo a una guerra, quasi
totalmente ignorata dai mezzi di comunicazione italiani, che ha provocato circa
due milioni di vittime. Intere popolazioni sono state allontanate dalle proprie
terre e si sono disperse come profughi nel resto dell’Africa.
Se si
riflette sul passato del Congo, non diverso da quello di tante altre zone
d’Africa, Asia e America Latina, forse si possono capire meglio le ragioni
delle attuali migrazioni epocali, che tanto spaventano l’Europa e che portano a
erigere nuovi muri, negli USA come in Ungheria o in Italia con la chiusura dei
porti. Non si tratta di “aiutarli a casa loro”, bensì di cessare il secolare
sfruttamento che impoverisce e assassina interi popoli da interi secoli.
Storia: le atrocità di re Leopoldo II in
Congo - Raffaele
Masto
Falso
filantropo
Leopoldo II è ancor oggi una figura
controversa in Congo
Le terrificanti visioni che sconvolgono Kurtz sono le immagini
di un genocidio poco conosciuto, quello perpetrato tra fine Ottocento e inizio
Novecento da Leopoldo II del Belgio. Un sovrano subdolo e crudele, che passava
per essere un filantropo e che invece fu artefice di uno dei più grandi
misfatti della storia recente. Nel 1885 Leopoldo II riuscì a impossessarsi di
un immenso territorio (76 volte più grande del Belgio) ricoperto di foreste nel
cuore dell’Africa − il bacino idrografico del fiume Congo − grazie a
un’abilissima campagna di pubbliche relazioni, nel nome della promozione di
ricerche geografiche e scientifiche, della lotta ai mercanti di schiavi arabi, e
della diffusione della civiltà e del progresso.
Per raggiungere i suoi scopi, reclutò il più celebre esploratore
del suo tempo, Henry Morton Stanley, che percorse il fiume e stipulò centinaia
di contratti ingannevoli con capitribù locali e mise le basi per la costruzione
di un sistema di stazioni che facessero da collettori delle ricchezze della
foresta che attraverso il fiume potevano giungere ai porti sulla foce e da qui
in Europa.
Servi del
caucciù
Ma che cos’erano a quei tempi le ricchezze della foresta? Ce
n’era una, ambitissima dall’industria dell’epoca, una resina che si ricavava
incidendo la corteccia dei cosiddetti alberi della gomma e si raccoglieva in
recipienti messi ai piedi del tronco. Era il caucciù, che, grazie alla scoperta
del processo di vulcanizzazione, era destinato a diventare il precursore della
plastica. Per ottenere il controllo di questa materia prima strategica, re
Leopoldo organizzò un vero e proprio regime commercial-militare fondato
consapevolmente sul terrore.
Occorreva manodopera per raccogliere il caucciù e trasportarlo
fino al mare, così tutti gli africani furono obbligati a raccogliere quella
resina senza alcun compenso. Ogni villaggio doveva consegnare agli emissari del
re-filantropo una certa quota del prezioso prodotto vegetale: chi si rifiutava,
o consegnava quantità minori di quelle richieste, era punito duramente, fino
alla mutilazione: gli veniva tagliata una mano o un piede; alle donne, le
mammelle. Contro i ribelli si ricorreva all’assassinio, a spedizioni punitive,
distruzioni di villaggi, presa in ostaggio delle donne.
Crudeltà
disumana
A fare il lavoro sporco erano circa duemila agenti bianchi,
disseminati nei punti più importanti del “regno” di Leopoldo: molti di essi
erano malfamati in patria e malpagati in Congo. Ogni agente comandava truppe di
mercenari (sedicimila in tutto) e un certo numero di nativi armati, presi da
etnie diverse e dislocati nei singoli villaggi, per assicurare che la gente
facesse il proprio dovere. Se la quota era inferiore a quella stabilita, si
ricorreva a fustigazioni o mutilazioni. Era il metodo del terrore, tanto
efficace quanto diabolico.
Tutto questo accadeva nello Stato Libero del Congo, così
Leopoldo aveva chiamato il “suo” possedimento. Il risultato fu che, secondo
calcoli attendibili, nell’arco di un ventennio morirono circa dieci milioni di
persone, direttamente per le amputazioni o per le violenze, o indirettamente
per epidemie o per fame. Sì, per fame. Perché un’altra forma di punizione per
chi non riusciva a portare le quantità volute di caucciù era la distruzione dei
raccolti o addirittura dei villaggi. E portare la preziosa resina nelle
quantità volute diventava sempre più difficile, perché le piante adatte, visto
lo sfruttamento intensivo, si trovavano sempre più lontano dal fiume e molti
villaggi non riuscivano a onorare le richieste.
Testimoni
coraggiosi
Nell’agosto del 1908, poco prima di cedere ufficialmente la
propria colonia personale al governo del Belgio, Leopoldo II fece bruciare per
otto giorni consecutivi la maggior parte dei suoi archivi. «Regalerò ai belgi
il mio Congo, ma non avranno diritto a sapere ciò che vi ho fatto», disse. E,
oltre alle carte ridotte in cenere, ridusse drasticamente al silenzio i
testimoni scomodi. Fu così che una parte importante della storia della
dominazione europea in Africa venne cancellata.
A gridare al mondo ciò che accadeva in Congo furono un pugno di
eroi – giornalisti, esploratori, missionari o diplomatici – che fecero nascere
il primo movimento mondiale per la difesa dei diritti umani: Edmund Morel,
reporter e politico britannico che per primo indagò su ciò che accadeva in
Congo; George Washington Williams e William Sheppard, due neri americani, il
primo giornalista e il secondo predicatore cristiano, che smontarono la figura
da filantropo di re Leopoldo; Roger Casement, console britannico in Congo, che
raccontò in patria ciò che vedeva. Senza dimenticare Alice Seeley Harris e suo
marito John Harris, due missionari audaci che all’inizio del Novecento girarono
la foresta congolese con la Bibbia in una mano e la macchina fotografica
nell’altra. È grazie al loro coraggio se oggi possiamo pubblicare le
immagini-shock di quell’epoca. Quei preziosi testimoni denunciarono all’intero
mondo il regno del terrore di Leopoldo II, fermarono la carneficina dei popoli
indigeni e liberarono Kurtz dai suoi incubi.
Le persone che stanno manifestando contro il razzismo hanno preso di mira
quelle di Leopoldo II, considerato uno dei più spietati sovrani coloniali della
storia
Negli ultimi giorni in Belgio numerose statue del re Leopoldo II, che regnò
dal 1865 al 1909, sono state vandalizzate e prese di mira in tutto il paese
durante le proteste contro il razzismo innescate dall’uccisione di George Floyd
a Minneapolis, negli Stati Uniti, mentre gruppi di pressione che da tempo
chiedono la rimozione dei monumenti del vecchio re sono tornati a far sentire
le loro richieste.
Gli storici ritengono Leopoldo II uno dei più spietati sovrani coloniali
della storia, e il suo governo personale del Congo Belga, l’odierna Repubblica
Democratica del Congo, è ritenuto responsabile della morte di milioni di
abitanti del paese. Eppure il suo nome appare in vari luoghi pubblici: soltanto
a Bruxelles c’è una sua statua equestre nel centro della città e fino a poco
tempo fa il suo nome compariva in una fermata della metropolitana.
Il dibattito attorno alla sua figura ritorna ciclicamente nel paese e ad
alcuni ricorda un simile dibattito in corso negli Stati Uniti: quello
sulla rimozione delle
statue dei leader politici e militari schiavisti che nella
Guerra Civile americana combatterono dal lato della confederazione.
Oggi, con le proteste contro la brutalità della polizia americana che hanno
coinvolto tutto il mondo, queste discussioni hanno assunto una particolare
rilevanza internazionale.
Attivisti e manifestanti belgi e congolesi chiedono che le statue di
Leopoldo II vengano rimosse entro il 30 giugno, 60esimo anniversario
dell’indipendenza del Congo. I monumenti a un uomo responsabile di gravissimi
massacri, sostengono,
«non hanno posto a Bruxelles né in nessun altro luogo d’Europa».
Non sono molti a difendere la figura di Leopoldo II, che era stato oggetto
di critiche e controversie già nella sua epoca. Leopoldo ricevette il controllo
su quello che venne chiamato il “Libero stato del Congo” nel 1885, nel corso
della conferenza di Berlino, durante la quale le grandi potenze europee si
spartirono tra di loro una serie di aree geografiche africane non ancora
sottoposte a dominio coloniale.
All’epoca il Libero stato del Congo si trovava al confine tra le aree di
influenza francesi e britanniche. Il piano era di affidarlo a Leopoldo come
territorio “personale” e non come colonia appartenente al governo belga, così
da creare uno stato cuscinetto tra i due grandi rivali, neutrale e aperto al
commercio internazionale.
Questo accordo fece sì che per 23 anni Leopoldo governò personalmente e
direttamente il Libero Stato del Congo, sostanzialmente senza alcuna
supervisione parlamentare o governativa, e lo gestì come una sorta di suo
investimento personale il cui scopo era quello di produrre un guadagno per lui
e gli altri investitori nell’impresa.
Leopoldo si arricchì enormemente grazie al commercio di avorio e alla
coltivazione della gomma, due attitivà a cui i suoi funzionari si dedicarono
con particolare brutalità. Gli abitanti del paese vennero sottoposti a un
regime spietato di lavori forzati, obbligati a vivere in baraccamenti
insalubri, esposti alla durissima disciplina della milizia para-statale Force
Publique.
Una punizione particolarmente comune all’epoca era il taglio di una mano o
del piede a coloro che non raggiungevano le quote stabilite per la produzione
di gomma o avorio. A volte a subire la mutilazione erano figli o mogli dei
lavoratori, così da permettere a questi ultimi di continuare a lavorare.
Presto, fotografie dei membri della Force Publique che
reggevano arti mozzati iniziarono a circolare in Europa e divennero uno dei
simboli più evidenti della crudeltà del regime di Leopoldo.
All’epoca tutte le potenze europee erano impegnate nell’amministrazione di
vasti imperi coloniali nei quali il potere veniva esercitato con vari gradi di
brutalità. Nello stesso periodo, ad esempio, il governo tedesco stava compiendo
un genocidio dei popoli autoctoni di quella che è oggi la Namibia: uno
sterminio sistematico, anche se numericamente molto più ridotto di quello che
avveniva in Congo.
Quello che accadeva nel Libero Stato del Congo, però, divenne oggetto di
una speciale riprovazione internazionale: in parte per lo scarso peso politico
di Leopoldo II, in parte per il livello di spietatezza raggiunto
dall’amministrazione coloniale locale e per le conseguenze che produsse.
Le stime variano molto, ma secondo gli storici durante l’amministrazione di
Leopoldo tra i 5 e i 15 milioni di congolesi morirono a causa dei lavori
forzati, delle violenze e dell’epidemie causate dalla malnutrizione, e
dall’obbligo di vivere ammassati intorno alle piantagioni di alberi della
gomma.
L’espressione “crimini contro l’umanità” fu utilizzata, era una delle prime
volte, per descrivere l’oppressione subita dagli abitanti del paese, mentre un
numero crescente di racconti provenienti in gran parte da missionari rivelava a
tutta Europa cosa stesse succedendo nel paese.
Nel 1908 la crescente pressione nazionale e internazionale spinse il
governo belga a mettere fine all’esperimento del Libero Stato del Congo e ad
annettere direttamente il paese. Il lavoro forzato venne abolito, così come gli
eccessi peggiori dell’amministrazione di Leopoldo. La vita nel paese continuò
ad essere brutale, ma il numero di morti e l’entità delle violenze non
raggiunsero più il livello toccato negli anni precedenti.
Leopoldo morì l’anno successivo e a lungo venne ricordato soprattutto come
un monarca costruttore, che aveva dato al Belgio alcuni dei suoi edifici più
simbolici, come il palazzo reale di Bruxelles. Gli vennero dedicate più di una
dozzina di statue e busti, molti dei quali celebravano esplicitamente le sue
imprese nell’Africa Centrale. Altrettanti monumenti sono stati eretti alle
imprese coloniali del Belgio in generale.
Il suo ruolo sanguinario e quello del paese nella storia dell’Africa
Centrale, invece, è stato a lungo rimosso. Né il governo belga né la sua
famiglia reale hanno mai chiesto scusa per quello che accadde nel Libero Stato
del Congo e, fino agli anni Novanta, il museo africano di Bruxelles non
conteneva un solo riferimento ai massacri compiuti all’epoca di Leopoldo.
La situazione è iniziata a cambiare alla fine degli anni Novanta, con la
pubblicazione di una serie di libri su Leopoldo, molti dei quali estremamente
critici. Da allora, le critiche al re e al passato coloniale del paese e gli
attacchi alle sue statue non sono mai cessati.
Chi è
stato Leopoldo II del Belgio e perché vogliono buttare giù la sua statua - Alice Masoni
Le
proteste in Europa per l’omicidio di George Floyd hanno un significato diverso
nei Paesi dove il passato coloniale è presente in ogni via e piazza. Come nel
caso del Belgio dove attivisti e manifestanti hanno preso di mira la
statua di re Leopoldo II in numerose città: Bruxelles, Gent, Ostenda e per
ultima Anversa, chiedendone la rimozione.
Proprio
ad Anversa, la statua raffigurante uno dei “più grandi re del Belgio”, il cui
nome completo è Leopoldo Luigi Filippo Maria Vittori di
Sassonia-Coburgo-Gotha è stata tolta dal piedistallo. La presenza di re
Leopoldo II, non si limita alle statue in suo onore, ma si
estende anche a un gran numero di piazze e strade che portano il suo nome, e
che si ritrovano un po’ ovunque all’interno del Paese. È così evidente quanto
questa figura sia stata e sia ancora rilevante nel passato e nel presente
del Belgio: un paese enormemente complesso e diviso sotto vari punti di vista
(linguistico, culturale, politico, economico) e di cui da fuori si fa quasi
fatica a immaginarne un passato di unica potenza coloniale, che trascende e
supera le differenze interne.
Di
origini tedesche, il secondo figlio di Leopoldo I del Belgio e della sua seconda
moglie, la principessa franceseLuisa d’Orléans,Leopoldo governò il Paese per circa 40 anni, dal 1865 al 1909. È
passato alla Storia come il “re costruttore”. Peccato però che i tanti progetti
del suo regno siano stati finanziati depredando soprattutto di avorio e gomma
l’attuale Repubblica Democratica del Congo, colonizzata nel 1885 con
l’istituzione del cosiddetto Stato “Libero” del Congo.
Leopoldo
II non è infatti ricordato soltanto per le opere architettoniche che ha fatto
costruire, ma anche per essere responsabile di una delle più cruente operazioni
di colonizzazione durante la storica “spartizione dell’Africa” da parte delle
potenze europee a partire dal 1880 fino all’inizio della Prima Guerra
Mondiale.
Secondo
gli storici durante il suo regno sono morte circa 10 milioni di persone in
Congo: poco meno dell’intera attuale popolazione del Belgio, che sia aggira
attorno agli 11 milioni. Si tratta di un vero e proprio genocidio,
caratterizzato anche da aberranti forme di schiavitù, violenza e tortura nei
confronti della popolazione autoctona.
Le
proteste dei belgi contro il loro re simbolo del passato coloniale non sono un
fenomeno recente, ma vanno avanti già da almeno una quindicina di anni. «Quello
a cui stiamo assistendo in questi giorni non è una novità», spiega Benoît
Henriet, professore di storia contemporanea alla Vrije Universiteit Brussel,
specializzato in storia coloniale e postcoloniale del Congo.
È
piuttosto la prova tangibile «di un fenomeno presente non solo all’interno di
questo Paese, ma anche in altri Stati europei e non, come il Regno Unito, il
Sudafrica o gli Stati del Sud degli Stati Uniti, fortemente segnati da un
passato colonialista e dalle conseguenze che questo passato ha sul
presente».
Le
immagini a cui assistiamo sembrano trasmettere l’idea di un Paese che più o meno
uniformemente contesta il suo passato coloniale e le violenze che lo hanno
caratterizzato. In realtà la situazione non è così lineare come sembra. «Da
circa 20 anni a questa parte stiamo assistendo a una crescita significativa di
studi e ricerche che affrontano la colonizzazione del Congo in chiave critica»,
spiega Henriet.
«Solo
in piccola parte questi studi riescono a raggiungere il cittadino medio belga.
E nei pochi casi in cui storici e ricercatori vengono interpellati dai media,
ci si limita a chiedere cosa sia realmente successo nel Libero
Stato del Congo, se effettivamente si possa parlare di genocidio e se Leopoldo
II ne debba esser considerato il maggior responsabile. Si tratta di
interrogativi su cui la comunità accademica ha raggiunto un ampio consenso da
tempo. Ma a giudicare da come i media tradizionali si rapportano a questa
tematica, lo stesso non si può dire per quanto riguarda l’opinione pubblica in
generale».
Il tema
del controverso passato coloniale belga sembra essere più o meno un tabù anche
a scuola. «Fino a questo momento gli insegnanti di storia delle scuole
superiori non erano obbligati a inserire il colonialismo belga all’interno dei
programmi scolastici», spiega Henriet.
Solo in
questi ultimi giorni, i ministri dell’educazione di Vallonia e Fiandre,
Caroline Desire e Ben Weyts (quest’ultimo tra l’altro appartenente al partito
nazionalista conservatore fiammingo dell N-VA) hanno annunciato di voler
introdurne l’obbligatorietà.
C’è una
parte di società belga che è ancora profondamente legata alla figura di
Leopoldo II, e che lo esalta come uno dei più grandi re del Belgio. Anche se
«negli ultimi anni una parte significativa della popolazione si è dimostrata
pronta a fare i conti con il passato, e a mettere in discussione il ruolo che
ha avuto la monarchia belga nella colonizzazione del Congo», chiarisce
Henriet.
Sono
stati pubblicati libri sul tema che sono diventati veri e propri best-seller
sia nella comunità francofona che in quella fiamminga; lo scrittore Lucas
Catherine, autore del libro “On the evolution of Congolese history education
in Belgium”, ha organizzato tour turistici attraverso Bruxelles che
individuano le aree della città in cui le tracce del passato coloniale belga
sono più evidenti. La tematica è sbarcata anche in televisione, con
programmi dedicati e molto seguiti. «Quello che ancora sembra rimanere
invariato è la (mancata) risposta e reazione da parte delle autorità politiche
e governative del Paese», conclude però Henriet.
La
critica alla colonizzazione del Congo è evidente anche guardando alla
storia del Museo Reale per l’Africa Centrale di Tervuren
(comune fiammingo alle porte di Bruxelles). Aperto per la prima volta nel 1910,
fino all’anno scorso il museo di fatto esaltava il passato di gloria coloniale
e imperiale del Paese, cancellandone interamente le atrocità annesse. Ed è con
questo preciso scopo che il museo fu fatto costruire dallo stesso Leopoldo II,
morto un anno prima della sua inaugurazione.
Dopo un
periodo di circa 6-7 anni di lavori di ristrutturazione, il museo ha riaperto
nel dicembre 2018, annunciando un cambiamento di narrazione e visione: non più
una vetrina sul passato imperiale del Belgio ma piuttosto, una (tentata)
valorizzazione della cultura congolese. L
’operazione
però è riuscita solo in parte, soprattutto secondo il parere della comunità di
attivisti e storici che riconoscono sì, il genuino tentativo di cambiamento di
visione, ma ritengono al tempo stesso che si sia attuato un cambiamento solo
esterno di facciata, che non va a toccare le radici del problema. «Se il museo
può mostrare esempi tangibili di usi, costumi e cultura congolese, è perché la
loro stessa presenza è diretta conseguenza ed eredità del suo passato coloniale
e colonialista», chiarisce Henriet.
La
rimozione delle statue di Leopoldo II (o di altre figure simili, sia in Belgio
che altrove) riesce davvero nell’intento di scuotere le coscienze e alimentare
un dibattito e un confronto sul tema, da parte non solo di attivisti e
accademici, ma anche di opinione pubblica e autorità politiche?
Secondo
Henriet, bisogna far attenzione ad un particolare non secondario. «Nessun
attivista chiede il semplice smantellamento delle statue, ma la
decolonizzazione completa degli spazi pubblici». Questa può avvenire solo
attraverso una serie strutturata e sistematica di interventi, che hanno come
obiettivo quello di produrre una presa di posizione forte da parte di esponenti
politici e governativi, diretti ad una valutazione critica della presenza
coloniale.
«Non si
tratta solo di tirare giù delle statue – mette in chiaro Henriet – ma di
mettere in atto un programma che affronti il problema a più livelli: dagli
esempi visibili del passato coloniale, all’inserimento di quest’ultimo
all’interno dei programmi sia scolastici che universitari, passando per il
razzismo sistemico ancora presente in modo significativo all’interno della
società belga».
Tutti quei
crimini che oggi incominciamo a vedere - Franco Cardini
Nella complessa geografia politica dell’Africa le aree centrali del grande
continente sono fra le più difficili da decifrare perché emergono – a poco a
poco e solo da poco – dalla grande nebulosa che chiamiamo, collettivamente,
Congo, e che ha dato vita a diversi Stati venuti fuori dai domini coloniali
all’indomani della seconda guerra mondiale. Fra questi l’antico Congo belga
oggi Repubblica Democratica del Congo, rimasta sotto il dominio di Bruxelles dal
1908 al 1960: ma prima di allora, tuttavia, la corona belga con il sovrano
Leopoldo II aveva già giocato un ruolo importante nell’area.
Torniamo a parlarne oggi perché ad Anversa una statua del sovrano è stata
rimossa da una piazza a seguito del movimento che, tra Stati Uniti e Europa,
sta abbattendo o imbrattando le statue di personaggi che sono venerati come
simboli della nazione, ma che allo stesso tempo si sono macchiati di crimini
coloniali e schiavisti.
In Belgio il movimento Réparons l’Histoireha lanciato una
petizione chiedendo di rimuovere tutte le statue di Leopoldo II. Intendiamoci:
è chiaro che la storia non si 'ripara' e non è compito degli storici giudicare
il passato; il loro ruolo è studiarlo, comprenderlo e insegnarlo. Tuttavia, non
bisogna neppur credere ingenuamente che la realtà politica e il pensiero etico
si esprimano e si esauriscano tutti e solo all’interno delle aule universitarie
e dei seminari accademici: l’iconoclastia, cioè l’abbattimento dei simboli di
potere o la cancellazione delle immagini, sono una costante della nostra
storia; e la dimensione simbolica di tale azione non può nemmeno essere posta
alla stregua di una qualche conferenza erudita.
A Londra una statua di Winston Churchill è stata imbrattata con uno scritta
che accusa lo statista inglese di essere stato un razzista, il che è noto è
comprovato: Churchill definiva 'bestie' gli indiani e diceva che gli espropri
dei Nativi americani e degli aborigeni australiani erano giustificati dalla
necessità del trionfo della razza bianca; e fece anche di peggio, come quando
durante la Seconda guerra mondale non permise alle derrate alimentari di
raggiungere il Bengala, sotto il controllo britannico, affetto da una grave
carestia, preferendo stornarle verso i suoi compatrioti: un’azione che portò
alla morte di quattro milioni di persone.
Eppure per gli inglesi Winston Churchill significa la vittoria contro il
nazifascismo: ecco che, dinanzi all’assenza di una memoria condivisa e al
fenomeno per cui l’eroe secondo alcuni è un aguzzino secondo altri, la rabbia
iconoclasta si propone come una risposta antropologicamente pregnante.
L’ha benissimo spiegato, a proposito di altre iconoclastie, David Freedberg
nel suo apprezzatissimo Il potere delle immagini. Nel caso di
Leopoldo II la storia è forse meno nota. Nel 1876, il re belga organizzò
l’Associazione Internazionale Africana con la collaborazione dei principali
esploratori sul continente e il sostegno di diversi governi europei per la
promozione dell’esplorazione e della colonizzazione dell’Africa. Dopo che Henry
Morton Stanley aveva esplorato la regione in un viaggio che si concluse nel
1878, Leopoldo corteggiò l’esploratore e lo assunse per sostenere i suoi
interessi nella regione e, dal momento che il governo belga mostrava scarso interesse
per l’impresa, il sovrano decise di portare avanti la questione per conto
proprio.
La rivalità europea in Africa centrale condusse presto però a tensioni
diplomatiche, in particolare per quanto riguardava il bacino del fiume Congo
che nessuna potenza europea aveva ancora rivendicato. Nel novembre 1884 Otto
von Bismarck convocò a Berlino una conferenza di 14 nazioni per trovare una
soluzione pacifica alla crisi congolese. Nel corso di essa, pur senza formale
approvazione delle rivendicazioni territoriali delle potenze europee in Africa
centrale, ci si accordò su una serie di regole per garantire una pacifica
spartizione dell’area. Esse riconoscevano il bacino del Congo come 'zona di
libero scambio' (un eufemismo splendido!). Leopoldo II uscì dai lavori della
Conferenza con una grande quota di territorio a lui assegnata come 'Stato
libero del Congo, organizzato come un’impresa corporativa privata gestita
direttamente da lui attraverso un 'libero sodalizio', l’Association Internationale
Africaine, appunto.
L’entità definita 'Stato libero', comprendente l’intera area dell’attuale
Repubblica Democratica del Congo, sussisté dal 1885 al 1908: solo allora, alla
morte di Leopoldo, il governo belga procedette senza entusiasmo a un’annessione
(molti i voti contrari in Parlamento). Sotto l’amministrazione di Leopoldo II,
lo 'Stato libero del Congo' era stato un disastro umanitario, un’autentica
infame sciagura. La mancanza di dati precisi rende difficile quantificare il
numero di morti causate dallo spietato sfruttamento e dalla mancanza di
immunità a nuove malattie introdotte dal contatto con i coloni europei: come la
pandemia influenzale del 1889-90, che causò milioni di morti anche nel
continente europeo tra cui il principe Baldovino del Belgio. La Force
Publique, esercito privato sotto il comando di Leopoldo, terrorizzava
gli indigeni per farli lavorare come manodopera forzata per l’estrazione delle
risorse. Il mancato rispetto delle quote di raccolta della gomma era punibile
con la morte. Le punizioni corporali, comprese crudeli mutilazioni, erano
ordinarie.
I miliziani della Force Publique erano tenuti a fornire
una mano delle loro vittime come prova che 'giustizia era stata fatta'. Intere
ceste di mani mozzate erano poste ai piedi dei comandanti; a volte i soldati ne
tagliavano a prescindere dalle quote di gomma, per poter accelerare il congedo
dal servizio militare. Nei raid punitivi contro i villaggi uomini, donne e
bambini venivano impiccati e appesi alle palizzate. Il trattamento riservato
agli indigeni, insieme alle epidemie, causò nel Congo di Leopoldo II una crisi
demografica gravissima; anche se, come detto, le stime di morti variano, si
parla di cifre che vanno tra i dieci e i venti milioni. Se tutti i regimi
coloniali hanno accumulato una quota notevole di quelli che ormai definiamo
'crimini contro l’umanità', e che nella pratica significano massacri impuniti
di popolazioni locali, il caso di Leopoldo II è particolarmente efferato perché
il Congo, prima del 1908, era una sua proprietà personale e le leggi provenivano
direttamente da lui: da un sovrano costituzionale, cattolico e liberale.
Abbattere le statue dei responsabili di tali infamie non cambia certo il
passato né risarcisce le vittime: semmai, chissà, forme più pesanti di damnatio
memoriae sarebbero opportune soprattutto nei confronti di figuri che
sino ad ieri venivano onorati come eroi civilizzatori. Il vero problema non è
comunque l’iconoclastia quanto semmai il fatto che di questi crimini non si
legga sui libri di scuola, che si continui a considerarli 'minori' rispetto ad
altri.
Forse gli iconoclasti di oggi segnalano che finalmente è arrivato il
momento di parlarne. San Giovanni Paolo II aveva fatto in merito un gesto
esemplare e decisivo, quando aveva chiesto al genere umano perdono per i delitti
dei cattolici nella storia. Ma quella scelta implicava anche un severo
mònito: s’invitava con essa altre Chiese e religioni, altre associazioni, altri
sistemi sociali a fare altrettanto. Molti risposero riduttivamente, quasi
insoddisfatti: 'era ora' che la Chiesa di Roma riconoscesse i suoi crimini. Il
fatto era però che altri non erano stati da meno e molti erano stati da più: e
non bastava certo l’alibi dell’unanime condanna dei delitti di Hitler e di
Stalin. Papa Francesco, come gesuita argentino, sa bene che la Compagnia, nel
Settecento, venne disciolta soprattutto in quanto alcuni governi europei
protestarono contro la sua azione in favore degli indios dell’America latina
contro le razzìe e i lavori forzati loro imposti dagli schiavisti.
E non parliamo del genocidio dei native Americans che fa parte
integrante della storia della costruzione della 'nazione americana'
statunitense. Troppo comodo sarebbe, anche nelle scuole, continuar a condannare
genericamente il colonialismo senza conoscerlo e senza studiarlo, fingendo di
non sapere che esso fu parte della marcia verso il 'progresso' e
l’arricchimento dell’Europa liberista. Finché non faremo radicalmente e
sistematicamente tutto ciò, il lavoro di 'purificazione della memoria'
indirizzato a stigmatizzare i crimini nazisti e stalinisti sarà un esercizio
ipocritamente lasciato a metà strada. Non esistono crimini 'condannabili' e
crimini 'giustificabili': i crimini sono crimini e basta.
Ed è fino dalla scuola che bisogna imparare a riconoscerli, anche con una
diversa lettura del passato. E ciò, attenzione, non è 'revisionismo'. È
puramente e semplicemente revisione alla luce di criteri di approfondimento e
di lucidità. Perché se la storia non è revisione – vale a dire esame e verifica
continua del passato alla, luce del presente e in funzione del futuro –, allora
non è nulla.
Il Belgio prova ad affrontare le ombre del suo passato
coloniale- Francesca Spinelli
Il suo nome spicca tra quelli degli schiavisti e dei colonialisti presi di
mira dai manifestanti in tutto il mondo: Leopoldo II, re del Belgio dal 1865
fino alla sua morte nel 1909 e padrone dello Stato libero del Congo dal 1885 al
1908. Se qualcuno ancora non lo conosce, ci penserà Ben Affleck a colmare la
lacuna: nel 2019 ha annunciato che girerà e produrrà un film ispirato al
libro pubblicato nel 1998 dal giornalista statunitense Adam Hochschild: Gli spettri del Congo. Re Leopoldo II del Belgio e l’olocausto
dimenticato. Per la maggior parte degli storici non si può parlare
né di olocausto né di genocidio, ma la brutalità del dominio di Leopoldo II su
quel territorio, ottenuto come proprietà personale alla conferenza di Berlino,
faceva scalpore già alla fine dell’ottocento, al punto che il re fu costretto a
cedere il “suo” Congo allo stato belga nel 1908.
E dire che il secondo sovrano del Belgio sperava di congedarsi con
discrezione dalla storia. Nel suo testamento scriveva: “Chiedo perdono per gli
errori che potrei aver commesso nel corso della mia esistenza. Spero che mi
saranno perdonati. Chiedo un funerale semplice, alle sette del mattino, in
presenza del personale del castello”. Non gli diedero retta. Il 22 dicembre
1909 una grande folla si
accalcò davanti alla cattedrale dei santi Michele e Gudula a
Bruxelles. Secondo la stampa britannica dell’epoca, il feretro fu accolto dai
fischi.
Anche in Belgio le proteste scoppiate dopo l’uccisione di George Floyd
hanno riacceso il dibattito sulla colonizzazione e sul razzismo. Ricordato ai
quattro angoli del paese da statue, nomi di strade, piazze e tunnel, Leopoldo
II si è preso, e continua a prendersi, la sua dose di picconate, verniciate e
scritte antirazziste. Una petizione che chiede la rimozione di
tutte le sue statue a Bruxelles entro il 30 giugno, giorno del sessantesimo
anniversario dell’indipendenza del Congo, ha superato le ottantamila firme. Ma
sono oltre ventimila le persone che, attraverso un’altra petizione ne chiedono il mantenimento. Il
30 giugno il re Filippo del Belgio ha inviato una lettera a Félix
Tshisekedi, il presidente della Repubblica Democratica del Congo, in cui
esprime il suo “profondo dispiacere” per le “ferite” inflitte durante il
periodo coloniale.
In ritardo
Per decenni la questione coloniale non ha suscitato dibattito in Belgio, a
differenza di quanto accadeva in Francia, nei Paesi Bassi o nel Regno Unito.
Come l’Italia, il Belgio è “in ritardo”, osserva Georgi Verbeeck, docente di
storia moderna e cultura politica all’università di Maastricht: una prima volta
come potenza coloniale, smaniosa di affermare il suo prestigio di nazione
ancora giovane, e una seconda volta come società postcoloniale, a lungo
incapace di “riesaminare in modo critico la propria storia”.
Molti belgi hanno vissuto come un trauma la conquista dell’indipendenza da
parte del Congo nel 1960. Convinti anche loro di essere “brava gente”, non si
capacitavano di essere stati cacciati. A quella nostalgia per la colonia
perduta, scrive Verbeeck, s’intrecciava la certezza di non essere in alcun modo
responsabili del “turbolento processo di decolonizzazione” in Congo.
Specchio di quella visione statica e acritica, il Museo reale dell’Africa
centrale, inaugurato da Leopoldo II, ha continuato a viaggiare indisturbato nel
tempo, come un mostruoso relitto del passato. Intanto nelle scuole del paese,
quel capitolo della storia belga passava sotto silenzio.
Un lento risveglio
Il Belgio è andato avanti così, tra amnesia, torpore e ignoranza, fino agli
anni novanta, quando è cominciato un lento e travagliato risveglio. Due
commissioni parlamentari hanno tentato di fare chiarezza sulle responsabilità
del paese negli eventi in Ruanda del 1994 (il Ruanda-Urundi fu un territorio
coloniale belga dal 1924 al 1962) e nell’assassinio di Patrice Lumumba, primo
capo del governo della Repubblica Democratica del Congo, ucciso il 17 gennaio
1961. Le loro conclusioni – considerate estreme da alcuni, troppo caute da
altri – hanno contribuito a intaccare il mito dell’“innocenza del Belgio”.
Nel 2003 la televisione belga ha trasmesso il documentarioLes ravages du roi Léopold II, versione francese
di White king, red rubber, black death, una coproduzione diretta
dal britannico Peter Bate e tratta dal libro di Hochschild. Il ritratto del
monarca – avido, senza scrupoli, sanguinario e razzista – ha offeso parte dei
belgi. Altri hanno deciso di mettere in azione quel giudizio storico: le prime
contestazioni di statue risalgono infatti al 2004. Ma nonostante una
mobilitazione crescente, sostenuta da associazioni più o meno radicali come
Mémoire coloniale, Change asbl e Nouvelle voie anticoloniale, le cose sono
cambiate poco.
Il Museo dell’Africa centrale, chiuso nel 2013 per ristrutturazione, ha
riaperto tra le critiche nel 2018. Per molti, tra cui gli esperti africani che
si sono rifiutati di collaborare di fronte al “vuoto teorico” del progetto, si
è sprecata un’occasione di trasformare il museo in “spazio critico al servizio
di tutta la società”, come scrive l’artista e storico dell’arte Toma
Muteba Luntumbue. Vittoria isolata: nel 2018, dopo una campagna durata dieci
anni, è stata inaugurata a Bruxelles una piazza Patrice Lumumba.
Prove evidenti
Oggi, in Belgio come altrove, si sente dire che le statue non vanno rimosse ma
“spiegate”, “contestualizzate”, e che il problema vero, in fondo, non sono
nemmeno le statue, ma il razzismo, le discriminazioni, la mancanza di
prospettive per i giovani neri. Come se ogni busto, monumento e nome di strada
legato al colonialismo – in Belgio sono almeno 450, secondo l’elenco compilato dallo
storico Matthew Stanard – non fosse la faccia spudorata di un sistema che ha prodotto
e continua a produrre quelle ingiustizie.
A Bruxelles, più che in altre metropoli europee, l’impronta del
colonialismo va oltre i monumenti e i nomi di strade. Con le ricchezze
accumulate sfruttando le risorse e il popolo congolesi, Leopoldo II ha dato
alla città il suo volto moderno, facendo costruire viali e palazzi e creando
mille ettari di spazi verdi. Tutte queste trasformazioni – rese possibili dalla
spoliazione del Congo e facilitate dalla legge sugli espropri del 1867 –
richiesero la demolizione di interi quartieri operai. Viali e parchi fanno
ormai parte del tessuto urbano, i quartieri operai non torneranno. Ma le statue
e i nomi di strade si possono rimuovere dai loro immeritati posti d’onore, e
sostituire con altre statue e altri nomi che riflettano i valori di cui le
nostre istituzioni si riempiono la bocca: uguaglianza, libertà, dignità.
Una buona sintesi del lavoro che il Belgio dovrebbe intraprendere l’hanno
fornita nel 2019 quattro esperti delle Nazioni Unite, incaricati di indagare sulla
condizione delle persone afrodiscendenti nel paese. “Esistono prove evidenti
che la discriminazione razziale è endemica nelle istituzioni belghe”, si legge nel loro rapporto preliminare.
“Le cause profonde di queste violazioni dei diritti umani vanno ricercate nel
mancato riconoscimento della reale portata della violenza e dell’ingiustizia
della colonizzazione”. Seguono 37 raccomandazioni, alcune delle quali tornano
tra le misure annunciate di recente dalle autorità belghe.
La camera dei deputati ha approvato l’istituzione di una
commissione parlamentare sul passato coloniale belga. La ministra francofona
dell’istruzione Caroline Désir e il suo omologo fiammingo Ben Weyts vogliono
rendere obbligatorio l’insegnamento della storia
del colonialismo. Quanto alle statue, Pierre Kompany (primo politico nero
eletto a capo di una giunta municipale) sostiene che avrebbero dovuto essere
trasferite in un museo già da tempo. “Nessuno ci entrerebbe per
spaccarle”, osserva, e chi vuole “pagherebbe per andarle a
vedere”.
C’è poi la questione delle riparazioni, a proposito della quale gli esperti
dell’Onu ricordano: “Il diritto alle riparazioni per le atrocità del passato
non è soggetto a termine di prescrizione”. Il 24 giugno cinque donne hanno citato in giudizio lo
stato belga per crimini contro l’umanità. Nate nel Congo belga da madri
congolesi e padri bianchi, furono sottratte alle loro famiglie e messe in un
istituto religioso. Le scuse ufficiali presentate nel 2019 dall’allora primo
ministro belga Charles Michel, hanno dichiarato le cinque donne alla stampa,
non sono bastate.
Al di là delle rivendicazioni individuali (tutte preziose, tanto più che le
testimoni e i testimoni del periodo coloniale sono già in là con gli anni), chi
denuncia le tracce del passato coloniale è parte di un movimento ampio,
intergenerazionale e transnazionale che, contrariamente a quanto affermano i
suoi detrattori, non vuole cancellare il passato ma svelarlo, e combatterne gli
effetti quando è fonte di oppressione.