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mercoledì 21 giugno 2023

Tredici canzoni urgenti - Vinicio Capossela


scrive Vinicio Capossela:

Questi tredici brani, scritti fra Febbraio e Giugno 2022, sono stati composti tutti insieme, generati da un sentimento di urgenza nata dal pericolo e insieme dalla necessità di opporvi una reazione in affermazione della vita.

Sono diretta conseguenza del momento storico che stiamo vivendo, momento che faccio partire dall’osceno plauso in Senato alla bocciatura del progetto di legge contro i reati di odio e discriminazione razziale (ottobre 2021). Momento storico in cui diritti costantemente elusi, ma permanenti nella loro urgenza di soluzione, dallo ius soli al diritto di scegliere il fine vita, rimangono privi di un riconoscimento.

Sono problemi stringenti, il cui violento epilogo si prepara in una cultura tossica nella quale maturano la violenza di genere, l’abbandono della scuola, la cultura usata come mezzo di separazione sociale, la cattiva educazione alla gestione delle emozioni, la delega all’intrattenimento digitale in cui versa l’infanzia. E poi la situazione emergenziale delle carceri, lo stato di minorità in cui versiamo, massimamente rappresentato dalla reclusione senza riabilitazione. E ancora, i nuovi modelli predatori di consumo sintetizzati nella formula all you can eat.

L'affermazione dei populismi, del neo liberismo, del post fascismo, il cortocircuito del sistema dei valori etici. Un campionario di mali che abbiamo quotidianamente davanti ai nostri occhi ma che – schiacciati dall’incessante berciare della società dello spettacolo (che è sempre più la società dell’algoritmo) – affrontiamo ciascuno chiuso nel proprio guscio, indifferenti, spesso appiattendoci su facili posizioni da tifosi più che da cittadini.

Su tutto questo mondo giacente supino sul divano occidentale, un mondo ripetitivo e immobile in cui ogni cosa è stata domiciliarizzata, si è andata abbattendo la peggiore delle catastrofi: la guerra, con tutto il corollario di avvelenamento, di semplificazione, di inflazione, di vanificazione di ogni sforzo “culturale”. Se Brecht poteva dire che «dato che i posti buoni erano occupati, ci siamo seduti dalla parte del torto», oggi il torto non è più appannaggio delle forze che lottano per la libertà. La parte del torto, orgogliosamente rivendicata ora da destra, è quella in cui ci siamo messi tutti, in una lotta di mera contrapposizione che vanifica e neutralizza il concetto stesso di “parte del giusto”.

La guerra di oggi richiama all’appello i valori di quanti l’hanno combattuta, esempi di resistenza come le staffette partigiane, la componente femminile, il lato umano della resistenza.

La guerra che ci fa tornare a lucidi decodificatori della Storia come Bertolt Brecht. O addirittura all’opera di Lodovico Ariosto, che individua l’inizio di nuove più terribili forme di devastazioni nella rivoluzione operata dalla invenzione delle armi da fuoco, che secoli più tardi porteranno agli ordigni di distruzione di massa. E che ponendo il senno sulla luna denuncia la follia di cui è caduta preda la terra.

Viviamo in una condizione di costante crisi, parola che contiene la parola Scelta. Restringere le possibilità vuol dire abituarsi a fare con quello che si ha, a scegliere che valore dare alle cose, a stabilire quali sono i nostri “beni rifugio”.

Nella convinzione che le sole cose che contano sono quelle che non hanno prezzo, quelle che vengono donate, quelle che ci permettono, guardando al corso delle nostre vite, di comprendere quale è stato il nostro “tempo dei regali”, auspicando che altri regali verranno ancora, perché è solo la crepa che permette di ricucire il cuore nella Grazia.

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scrive Vincenzo Mollica:

Le 13 canzoni urgenti, scritte cantate e musicate da Vinicio Capossela sono parte e sostanza di un’opera d’arte magnifica che vive al crocevia dei nostri spaesamenti, dei nostri turbamenti, dei nostri sentimenti, delle nostre paure invadenti, delle nostre speranze sorprendenti, dei nostri amori incandescenti e fluorescenti, delle nostre malinconie travolgenti, delle nostre allegrie impenitenti. Tutti noi, devoti viandanti di questa vitaccia, siamo diventati urgenti. Ci muoviamo come se avessimo un segnale di pericolo incorporato, come se avessimo perso il senso del fatato ingabbiati in un mondo decomposto e squilibrato. Ostinati fummo, siamo e saremo nel cercare di capire perché le nostre menti sono diventate urgenti, smarrite in una nebbia in cui le domande e le risposte  ondeggiano inconcludenti. Tutto questo fino a quando la voce limpida e poetica di Vinicio Capossela ci attraversa ed entra nel nostro cuore come una goccia di acqua pura che cade nell’inferno.

Allora, in quel preciso momento, la sua voce allontana ogni scoramento e risveglia come in un ringraziamento la voglia di pensare, cantare, ballare, fantasticare, pacificare, musicare e poetare rivelando così finalmente la vera essenza di ogni esistenza. Quando canta Capossela lo fa orchestrando tutti i sentimenti, mescolando musica e letteratura, teatro e cinema, pittura e balletto e il risultato è necessariamente qualcosa di perfetto. Ascoltando più volte con godimento queste 13 canzoni urgenti ho pensato che Vinicio le lanciasse come salvagenti per mitigare il naufragar delle nostre menti. Il brano che amo di più di questo album si intitola: “Il tempo dei regali“. Su questa scia, con tutta la passione che mi è rimasta in corpo, voglio dire che considero questa nuova opera d’arte di Capossela un regalo splendido e vitale che al cuore porta ristoro perché profuma di capolavoro. 

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una recensione a Tredici canzoni urgenti (di Stefano Solventi)

Urgere: incalzare, spingere fuori. Ma anche: stringere, varcare. L’etimologia a volte aiuta e a volte non aiuta. In ogni caso, l’urgenza è un parametro delicato, applicato alla canzone significa quasi sempre stabilire una connessione forte con il (suo) presente, quindi storicizzarla, vincolarla al flusso degli eventi. La delicatezza, il rischio, sta nel senso che questo vincolo determina rispetto al contesto, a come cioè la negoziazione culturale e politica del presente invada forma e sostanza della canzone. Che non sempre ha la forza per resistere a questo processo di, come dire, megafonizzazione, che tende appunto a renderla megafono di una qualche istanza prima che… Cosa? 

Bisogna chiedersi a questo punto cosa sia davvero una canzone. Esistono risposte esaurienti o che comunque vadano vicino a esserlo? Non mi sembra. Nel caso specifico, intendo questo disco, a un certo punto sentiamo Vinicio Capossela cantare: “Questa è la libertà: azione e responsabilità”. Ecco, forse potremmo ipotizzare che per Tredici canzoni urgenti il cantautore di Hannover abbia sentito il bisogno (l’urgenza) di sovrapporre il senso del fare musica (canzoni) col senso stesso della libertà, finendo quindi per pensare la canzone come un esercizio di “azione e responsabilità”. Che per un artista, ovviamente, significa innanzitutto “forma e sostanza”.

Il rischio è appunto come te le giochi, la forma e la sostanza. Il rischio è che l’invasione dell’urgenza possa sovrastarle (forma, sostanza e canzone) e farne il megafono di messaggi o, peggio ancora, di cause. Quanto alla canzone, chissà cos’è (anzi: chissà coss’è), ma di certo è un manufatto fragile, materia volatile, basta un soffio appena troppo forte o contrario a pregiudicarne la forza, a svuotarla da quel po’ di magia che sta nel non dicibile se non sotto forma – appunto – di canzone.

E Vinicio cosa fa? Emerge dalla Cùpa (anche questa, chissà davvero coss’è) per uscire allo scoperto, salire su un palco bene illuminato e mettere in scena lo spettacolo d’arte varia di uno innamorato comunque della vita, smanioso di elaborare l’allarme scattato per fuga di senso, di verità, di valori, di futuro, presente e – peggio – passato (“Il mondo cade a pezzi”). L’urgenza è il tema, il sibilo muto sullo sfondo che forza il disco in direzione del concept lasciando però ad ogni canzone-sfaccettatura una perfetta autonomia. 

L’effetto collaterale è il rischio di cui sopra: i temi in ballo – la guerra, il consumismo, la crisi della politica e dell’informazione, il sessismo e il femminicidio, la condizione carceraria, il revisionismo (l’oblio) storico, l’ossessione salutista, la liberalizzazione delle armi… – tendono inevitabilmente a didascalizzare, conferiscono le canzoni a un fine che quindi le impacchetta in un perimetro, le imbozzola in una confezione. 

E come ne esce, Vinicio? Tutto sommato bene, grazie alla sua innocenza raffazzonata ma – perciò – credibile, grazie alla parziale intangibilità che gli proviene dalla nuvolaglia patafisica – un po’ banditesca e un po’ bislacca – che lo riveste, grazie a quello sguardo che sa sprofondare prima e riemergere dopo la filiera ideologica standard ed è quindi capace di sottrarsi alle pantomime istituzionali (sacrosante o meno) per mirare dritto al cuore delle questioni.

Drittezza che nel caso specifico significa immediatezza, un livello di radiofonia potenziale che forse mai in un album di Capossela avevamo percepito, in virtù di melodie ora accattivanti e ora commoventi dentro a strutture ora atmosferiche e ora esuberanti, soprattutto capaci quasi sempre di rimanere al di qua della linea di demarcazione tra piacevolezza e piacionismo. Insomma, se c’è mestiere – e ce n’è a iosa – è di quello che regola pressione, convergenza e alesaggio, lubrifica gli ingranaggi e in definitiva fa cantare il motore. E se c’è impegno, è di quello che non si accontenta di prendere a noleggio posizioni, concetti e slogan, ma cerca parole e percorsi inediti, le chiavi per aprire spiragli e pazienza se sono stretti, angusti, ambigui, scomodi.

La scaletta si apre con Il bene rifugio, un valzerino tutto apprensione chiaroscurale in punta di pianoforte, tastiere (organo, Fender Rhodes) e fiati (trombone, clarinetto, flicorno) che ipotizza una rivincita del cuore sulla finanziarizzazione della vita, anche se il tono intimo e dimesso fa pensare a una guerra già perduta, mentre la successiva All You Can Eat scozza blues stomp e latinerie febbricitanti per una satira waitsiana sul consumismo frenetico/famelico (di cui l’ossessione per il cibo è un paradigma eclatante). 

Si capisce già come andranno le cose nel resto del programma: un carosello, una sarabanda, un rollercoaster che modulerà forme e registri con la grazia sgraziata di un saltimbanco proteiforme. Che è, d’accordo, un po’ il marchio della casa, qui però il pedale affonda sull’acceleratore col preciso scopo di farne strategia, di aggredire gli airplay e le playlist, di bussare alle porte dell’attenzione con la maggiore risonanza possibile. L’urgenza dei temi corrisponde insomma a quella progettuale (dal punto di vista stilistico e sonoro): la nota dominante è un trepido “adesso o mai più”.

Se La parte del torto beccheggia con ghigno desertico e cavernoso spremendo paradossi dall’attrito tra le post-ideologie, Minorità carezza con trasporto indolenzito il tema del carcere e della (mancata) rieducazione, mentre La crociata dei bambini (testo ispirato liberamente a La crociata dei ragazzi, un poema di Bertolt Brecht pubblicato nel 1939) è una struggente ballata in 3/4 sul bordo dell’apocalisse. Colpisce soprattutto l’apparente facilità con cui anche gli episodi meno intensi possono contare su intuizioni melodiche azzeccate, vedi il folk agrodolce di Ariosto Governatore e la mattoide Cha cha chaf della pozzanghera (notevole la variazione rumba del ritornello – o è uno special?), oppure vedi come la conclusiva Con i tasti che ci abbiamo si rivela in grado di allestire con pochi ingredienti un congedo tanto disarmante quanto accorato. 

Detto di una circense e rutilante Il tempo dei regali (forse la più apocalittica del lotto, a dispetto dell’aspetto) e di una madrigalesca Gloria all’archibugio (che pare essersi coagulata in qualche confraternita confinante con la taverna più alcolica della città), e sottolineata la nevrastenia oriental-post-punk (con escursione dub) di Sul divano occidentale (ospiti RaizBunna Sir Oliver Skardy), forse i due perni poetici del disco vanno individuati in Staffette in bicicletta (camerismo incalzante e cinematico in duetto con Mara Redeghieri) e La cattiva educazione (filastrocca in bilico tra incubo e rassegnazione, voce principale affidata a Margherita Vicario), la prima che rievoca il contributo eroico delle staffette partigiane e la seconda che dà voce alle vittime dei femminicidi, quest’ultima che si riflette nell’altra ovvero nel messaggio di libertà ed equità della Resistenza (“Questa mattina non mi son svegliata/e l’invasore ce l’avevo in casa”) drammaticamente disperso.

Disco composito quindi, attraversato da molti umori e (perché) abitato da tanti collaboratori – Alessandro “Asso” Stefana, Don AntonioMarc RibotEnrico GabrielliVincenzo Vasi… -, da cui la trama vivida, mutevole, quasi schizoide, tenuta assieme con padronanza e disinvoltura da un Capossela ispirato cerimoniere, a cui va riconosciuto tra le altre cose il merito di prediligere la generosità all’autorevolezza, il prodigarsi da artigiano – primus inter pares nella maestranza – alla sicumera da Maestro. Essendolo, comunque, nell’anima.

da qui

martedì 5 dicembre 2017

L' Accolita Dei Rancorosi - Vinicio Capossela



Camminan di bolina al freddo di prima mattina legnosi nei pastrani come talpe dentro brache di fustagno occhi crepati, vene aguzze maculati denti neri di tabacco barbe di setola e allumina anche l'alba che li coglie livida di bardolino porta rispetto e fa un inchino Accolita di rancorosi settimini cuspidi e tignosi persi nella vita come dentro una corrida intrappolati tra melassa e baraonda Accolita di rancorosi gelosi, avvelenati, sospettosi incazzosi dentro casa compagnoni fuori in strada ci intendiam solo tra noi! ringhiosi che rimangon sempre soli gli ingrati se ne vanno noi restiamo e ci teniamo la ragione La baraonda s'alza allegra come l'onda e tutto sprofonda nel nettare del vin brulè alla morte fan la corte ebbri di guai inguaiati dalle femmine inchiodati sulla croce e ruggiscon di Rancor RANCOR RANCOR Musso, Musso liscio e busso passa appresso carica a bastoni cala l'asso piglia, strozzo smazza il mazzo Cavallaro fuman trinciato forte Joe Zarlingo fa le carte bestemmia in mezzo ai denti tira a fottere i compari bastardi si deridono tra loro cirrotici, diabetici nemici dei dottori sputan sulla terra dove andranno sottoterra accolita di rancorosi settimini cuspidi e tignosi persi nelle vita come dentro una corrida intrappolati tra melassa e baraonda Accolita di rancorosi camerati ruvidi e grinzosi accaniti nel lavoro sparagnini con la prole, spendaccioni con le troie demoni rapaci sputan sulla terra dove andranno sottoterra!!!

martedì 12 novembre 2013

Alitis, il viandante - Vinicio Capossela

Il tempo del sacro è il tempo dell’inizio, quello che venne dopo il caos dell’inizio. E ogni volta che l’uomo celebra riti e feste, si affaccia il tempo del sacro, che è un tempo che sa di eterno, perché è il tempo che viene prima del tempo. E quindi si torna in qualche modo all’inizio, si rifà da capo.
Viandante, non c’è cammino, si fa cammino camminando. 
Viandante, non c’è cammino, si fa cammino nel camminare. 
La pietra, quel che resta dell’uomo è inciso nella pietra, lapidi, costruzioni. 
La pietra soltanto conserva la memoria.
Forse è per questo che i greci chiamano mnemi la memoria e mnimio la tomba.
Forse è per questo che i greci mettono così in relazione la parola memoria con la parola tomba, lapide.
Siamo cenere, e la pietra dura più della cenere, forse per questo l’uomo erige templi di pietra, perché durino più della sua cenere, incide la memoria nella pietra, mnemi-mnimio, memoria-tomba.
Quale tristezza deve raccogliere Odisseo nel percorrere questi mari neri, quale senso di clandestinità nell’affacciarsi alle pietre di altre città. La clandestinità delle donne.
Al viandante appaiono i segni, il sacro si manifesta nei segni, ogni segno è sacro se noi lo rendiamo sacro, se sacralizziamo il posto che diventa le fondamenta del mondo.
È per questo che ai viandanti il sacro si manifestava in piante, pietre, ogni segno è l’apparizione di un fato.
Con questo strumento cerco il sacro dove si è nascosto, cerco la ierofania del sacro, la sua apparizione, in ogni pianta, in sassi, insetti, segni del cielo e della terra. È il bastone che mi conduce. Nel suo cocco risuonano le voci degli antichi, le voci degli spettri, dei fantasmi, delle musiche.

Gli dei muoiono come gli uomini, muoiono nell’idea degli uomini.
Ecco il tempio eretto per un dio che è morto.
Altri dei, altre deità si erigono e muoiono, con gli uomini, tutti li inghiotte la terra, mentre muore gridando. Resta solo il nostro lamento di cicale, il nostro canto di cicale.
Il nostro lamento, il nostro canto di cicale è tanto più intenso quanto breve nella stagione più infuocata.
E la terra si rinnova morendo. 
Questa grande necrosi che è la vita.
Le terre inutili, inutili per l’uomo, come se tutto fosse inutilità, quello che è inutile all’uomo è divino, queste quattro sterpi sono utili alle api, ai grilli, alle cicale, tutto un mondo che li abita, che li mangia...