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domenica 27 agosto 2023

365 - Daniele Barbieri e di Gianluca Cicinelli

 

Recensione in forma di domanda.

Il titolo con un numero è un modo per richiamare 7171, di Enrico Pili, il grande romanzo su Luigino Scricciolo?

Primum è la presa per culo del Potere, ignorante, arrogante, corrotto, violento, maledetto?

Sembra solo a me che in tanti momenti le citazioni e il ricordo di tanti siano come “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio” (da Le città invisibili, di Italo Calvino)?

Il messaggio del libro è che spesso essere dalla parte del torto è l’unico modo di avere ragione?

Grazie per aver citato Manuel Scorza.


sabato 23 novembre 2019

ancora in Bolivia

Bolivia 2019 come Cile 1973? - Angelo d'Orsi

La buona notizia di tre giorni or sono - la liberazione di Lula in Brasile - viene seguita, ahinoi,dalla pessima notizia delle forzate dimissioni di Evo Morales in Bolivia.
Ancora una volta il liberalismo mostra il suo volto feroce. Ancora una volta la democrazia viene fatta funzionare solo se al potere ci sono "loro".
Ancora una volta il grande inganno della volontà popolare, che viene accettata soltanto quando è opportunamente manovrata e cede alle lusinghe o alle minacce del più forte.
Ancora una volta l'onestà politica, la pulizia morale, e l'efficienza della amministrazione pubblica non pagano, se sono sgradite ai poteri occulti, alle grandi organizzazioni sovranazionali che non sono altro che vetrine opache, dietro le quali si nascondono, sotto le imbellettate vesti della "libertà", volontà di dominio, cupidigia di denaro, e l'eterna orgia del potere. Il potere del capitale, il potere del malaffare, il potere delle amministrazioni degli Stati Uniti d'America, in definitiva ,delle lobbies affaristiche che guidano, nascostamente (ma neppure troppo) le istituzioni civili, politiche e militari.
Evo Morale, in un discorso calmo, reso in un'atmosfera tesa, in un contesto drammatico, annuncia le proprie dimissioni. I golpisti festeggiano. Gli USA gongolano, l'Organizzazione degli Stati Americani (longa manus di Washington) festeggia, e i vari Bolsonaro e compagnia bella si sentono vittoriosi. Morales cede alle minacce, non per paura, ma perché vuole evitare al paese la guerra civile. Da giorni bande controrivoluzionarie hanno messo a ferreo e fuoco la Bolivia, macchiandosi di crimini atroci ai danni di collaboratori del presidente, di esponenti del governo, di amministratori locali indigeni. Crimini rispetto ai quali, come ad Hong Kong, in Occidente, nella democraticissima UE (quella della equiparazione fascismo-comunismo), si è taciuto o si è dato ragione ai "manifestanti per la libertà". I media “indipendenti” ancora una volta rivelano la loro soggezione al padronato.
Come in Cile nel 1973, militari traditori tolgono il potere al legittimo presidente, e si vendono ai padroni stranieri e ai loro emissari interni. Una campagna di menzogne, unita alla campagna di incendi, aggressioni, omicidi – nel complice o benevolo silenzio dell’Europa e dell’ONU – , è stata lo strumento per costringere Morales a dimettersi.
Il risultato ora è che la Bolivia, a cui Morales aveva restituito dignità, ma soprattutto un livello di sviluppo, di benessere, di servizi sociali impensabili prima di lui, cadrà molto probabilmente nelle mani di bande di guastatori, di lestofanti, di colletti bianchi con il compito di "rimettere le cose a posto". La "colpa" di Evo Morales è quella di essere indigeno, di volere il bene del suo popolo, di non essersi prostituito ai voleri del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, e via seguitando.
Certo dovremmo dire che Morales ha commesso il classico errore di chi per bontà d'animo, per ingenuità, per sottovalutazione dell'avversario, ha seguito le vie democratiche, ritenendo che la democrazia valga per tutti. E invece no: essa vale solo quando al potere sono “lorsignori” e sono certi della immutabilità del proprio dominio.
Gli avvenimenti della Bolivia costituiscono l’ennesima prova che la lotta di classe (interna o internazionale) è essenzialmente quella condotta e dai gruppi dominanti contro i gruppi subalterni: e guai a loro se provano a rialzare la testa!
Come ho scritto solo pochi giorni fa, davvero, la democrazia è un grande inganno.
Ma voglio chiudere non rinunciando alla speranza: che il popolo boliviano, a cominciare dalle popolazioni indigene specialmente, che i sostenitori di Morales (la stragrande maggioranza nel Paese), sappiano resistere e restituire il potere a chi lo ha meritato e gestito con onestà e efficacia negli anni passati, ottenendo straordinari risultati.
Domani, tutti dovremmo gridare: Forza Evo!
da qui


Rulli di tamburo per La Paz - Domenico Gallo

Rulli di tamburo per Rancas è uno dei più avvincenti romanzi-verità che ci siano giunti dall’America Latina. E’ una vera e propria epopea con al centro le sofferenze di una comunità di campesinos delle Ande Centrali, derubati della terra e dei mezzi di sussistenza dall’avidità di una multinazionale americana, la “Cerro de pasco corporation” sostenuta dall’oligarchia bianca locale, per i cui interessi – scrive l’autore Manuel Scorza – vennero inaugurati tre nuovi cimiteri. La multinazionale si appropriava del territorio, costruendo un Recinto che avanzava con voracità incontenibile: “Nove colli, cinquanta pascoli, cinque lagune, quattordici sorgenti, tre fiumi così impetuosi che non gelano neanche d’inverno, cinque villaggi, cinque cimiteri, si inghiotti il Recinto in quindici giorni. (..) i viaggiatori, costretti a pernottare a Rancas, mormoravano che il recinto non era opera di cristiani, che spuntava nello stesso tempo in dozzine di casali, che ben presto sarebbe entrato nei villaggi e persino nelle stanze. Bruscamente il recinto sbucò 20 chilometri più in là accanto a Villa de Pasco…”
Mi è ritornato in mente il romanzo di Manuel Scorza, pensando al triste epilogo della vicenda politica in Bolivia. Evo Morales, il primo presidente indio nella storia del Sud America, eletto nel 2006, rappresentava il riscatto delle comunità di minatori e campesinos delle Ande che si liberavano dallo sfruttamento coloniale e instauravano un nuovo corso nel quale la loro nazione, la Bolivia, si riappropriava delle proprie ricchezze naturali, sottraendole alla rapina delle multinazionali, e le utilizzava per migliorare la vita delle comunità e dei singoli superando le discriminazioni che avevano da sempre oppresso i popoli indios.  Nei tredici anni del suo governo Evo Morales ha abbassato l’indice di povertà dal 38% al 18%, ha dimezzato la disoccupazione e ha portato il salario minimo da 60 a 310 dollari; ha usato le risorse naturali restituite alla Bolivia per finanziare salute e scuola; ha ridato dignità alle popolazioni indigene, coyas e aymarás, da cui proveniva anche lui; ha azzerato il debito pubblico accumulando delle risorse finanziarie che gli hanno consentito di liberarsi dalle catene della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale (FMI), rifiutando il loro aiuto finanziario e le relative normative.
Questo processo proficuo di indipendenza economica e politica non poteva non suscitare forti reazioni e trame soprattutto da quei paesi come gli Stati Uniti, che considerano nemici tutti quegli Stati, a cominciare da Cuba, che si oppongono alla penetrazione economica delle loro multinazionali.
È stato un colpo di stato fascista quello che ha costretto alle dimissioni e all’esilio il presidente boliviano Evo Morales. Un colpo di stato d’estrema destra orchestrato da una destra populista, bianca e oligarchica, con la connivenza aperta degli Stati uniti come ben racconta l’inchiesta «The Us embassy in La Paz continues carrying out covert actions in Bolivia to support the coup d’état against the bolivian president Morales» del sito Behind Back Door del 19 ottobre scorso – e che, con l’appoggio determinante di polizia e Forze armate, ha abbattuto il miglior governo che il paese abbia mai avuto. Dopo le contestate elezioni del 20 ottobre scorso, si è scatenata una ben orchestrata violenza politica, che le forze di polizia non hanno contrastato, con incendi appiccati alle case dei dirigenti del Mas (Movimiento al socialismo), attacchi ai mezzi di comunicazione e ad atti di violenza squadrista, guidati il leader dei comitati civici di Santa Cruz Luis Fernando Camacho, l’equivalente boliviano di Bolsonaro. Quando il comandante generale delle forze armate Willimas Kaliman, ha “suggerito” a Morales di dimettersi “consentendo la pacificazione ed il mantenimento della stabilità”, è stato del tutto evidente che si trattava di un colpo di Stato a cui non si poteva resistere se non a prezzo di una sanguinosa guerra civile. Evo Morales ha denunciato davanti alla comunità internazionale “questo attentato contro lo stato di diritto" e chiesto al popolo boliviano di "custodire pacificamente la democrazia" al fine di "preservare la pace e la vita come beni supremi al di sopra di qualsiasi interesse politico". In questo modo Evo Morales ha compiuto l’ultimo lascito a favore del suo paese, evitando l’oltraggio di un bagno di sangue.
Anche questo è amore.





venerdì 14 giugno 2019

Guerra alla guerra - Carmine Tomeo




Uno striscione dei portuali di Genova che si opponevano al trasporto di armamenti da parte del cargo saudita Bahri Yanbu, che arrivati a destinazione sarebbero stati usati in quella catastrofe umanitaria che è la guerra nello Yemen portava la scritta: «Guerra alla guerra». Si tratta di un segno di consapevolezza dell’azione che si sta compiendo, di resistenza alle sirene della guerra al terrorismo, dell’umanitarismo con cui si giustificano interventi militari, bombardamenti, stragi e violazione dei più elementari diritti umani.
Spariscono i guerrafondai nel linguaggio comune perché è sparita la guerra con il suo orrore dall’immaginario collettivo, sepolto sotto una coltre di ipocrisia che nasconde i programmi dei paesi e dei partiti così «democratici» da esportare democrazia affondando le proprie basi sulla polvere da sparo.
«La mentalità democratica ha stabilito la casistica tra guerra e guerra, tra difesa e offesa, tra guerra democratica e guerra imperialistica: non è arrivata a comprendere la guerra come funzione di Stato, dell’organizzazione economico-politica del capitalismo», faceva notare Gramsci un secolo fa, mostrando come si cerchi in maniera ossessiva «di far dimenticare le parole, sperando di far dimenticare le cose». Ma i camalli di Le Havre prima, quelli di Genova poi, fino a Marsiglia hanno dimostrato di non lasciarsi incantare dalle sirene guerrafondaie.
La mobilitazione che ha coinvolto anche il porto di Genova ha pertanto un carattere internazionale. È partita come detto nelle scorse settimane dal porto francese di Le Havre. Qui, il 9 maggio scorso, la nave saudita Bahri Yanbu avrebbe dovuto, secondo il giornale investigativo Declose, caricare armi che l’Arabia Saudita avrebbe usato contro i civili nella guerra in Yemen. Già nelle settimane precedenti lo stesso giornale aveva documentato l’uso di armi francesi da parte di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti nella guerra in Yemen. Per tale motivo due giornalisti di Diclose erano stati convocati dalla Direzione generale di sicurezza interna francesecome parte di un’indagine preliminare per compromissione del segreto di Stato che avrebbe potuto mettere in pericolo la sicurezza nazionale. Una convocazione che suona come un messaggio intimidatorio, verso quelli che sarebbero colpevoli, evidentemente, di aver decodificato il canto delle sirene francesi. La lotta al terrorismo, ad esempio, è la giustificazione che ha usato il governo transalpino per spiegare, dopo le rivelazioni di stampa, la partnership strategica con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che include esportazioni di materiale militare. Sta di fatto che la nave saudita a Le Havre non ha potuto attraccare.
Le stesse ragioni hanno portato i camalli di Genova a respingere l’approdo del cargo nel porto ligure, dove la nave era arrivata il 20 maggio. Qui, il mercantile battente bandiera saudita è stato accolto dai lavoratori in sciopero aderenti al Calp (Collettivo autonomo lavoratori portuali) in primo luogo e alla Filt-Cgil, oltre ad associazioni e gruppi antimilitaristi. Il presidio, a Genova come poi anche a Marsiglia, ha impedito il carico di strumenti militari e di morte: «Noi portuali  saremo sempre ostili a ogni tipo di conflitto e di certo non faremo da tramite per i vostri affari gestiti da personaggi che fanno della sofferenza altrui un profitto costante e proficuo». Così si legge in una nota del Calp, che ha dimostrato, nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni europee, quanto la maturità delle lotte possa sopravanzare la ben più misera discussione politicista sulle disastrose alleanze elettorali.
Si legge, infatti, nelle lotte dei portuali, la consapevolezza di avere di fronte un capitalismo di guerra, un capitalismo di esproprio come lo definisce David Harvey, che produce ricchezza anche attraverso una sorta di continua «accumulazione primitiva», mediante l’assoggettamento di interi popoli, il loro sfruttamento, il saccheggio delle risorse, l’esproprio forzato di territorio. E attraverso la guerra, come quella che almeno dal 2015 (ma bombe sono state sganciate anche negli anni precedenti) sta martoriando la popolazione yemenita.
Rinchiusi in una cortina capitalista sempre più estesa, come nel romanzo Rulli di tamburo per Rancas: «Il recinto continuò ad avanzare. Dopo essersi inghiottito quarantadue colli, nove lagune e diciannove corsi d’acqua, il Recinto dell’Est serpeggiava alla volta del Recinto dell’Ovest. La pampa non era infinita; il Recinto sì». In un modo che la «la scoperta dell’oro e dell’argento in America, lo sradicamento, la riduzione in schiavitù e la tumulazione nelle miniere della popolazione indigena di quel continente, gli inizi della conquista e il saccheggio dell’India, e la conversione dell’Africa in una riserva per la caccia commerciale dei pellenera» potrebbe apparire una descrizione del mondo di oggi almeno quanto lo fu dell’accumulazione primitiva descritta da Marx.
Oltre alla mobilitazione, abbiamo osservato l’immediato (e anche scomposto) intervento istituzionale sulla vicenda, che dovrebbe indurre ad analizzare il ruolo strategico della logistica nell’attuale catena del valore capitalista. A Le Havre, a Genova, a Marsiglia è stata aperta una maglia della catena del valore necessaria alla realizzazione del profitto, che in questo caso (ma non è il solo) è fatto in maniera brutale e cinica attraverso la guerra.
La guerra non sarà fermata solo dallo sciopero e dalla solidarietà dei portuali italiani e francesi, ma con la loro mobilitazione hanno mostrato il significato dell’internazionalismo fuori da qualsiasi schema acritico o banalmente europeista. D’altronde la follia distruttrice della guerra, quando non è nascosta dall’ipocrisia dei loro signori e teorici, è vista come «distruzione creativa» che ridisegna confini, economie e rapporti di potere. Ma un’interruzione nel settore della logistica, specie nei suoi settori più nevralgici (qual è il trasporto marittimo), può dare un colpo destabilizzante con una dimensione ben più ampia del luogo fisico in cui avviene. Quello logistico è infatti un settore strategico, con un fatturato di centinaia di miliardi di euro all’anno pari al 13% del Pil, che assume un’importanza tanto più grande quanto più la produzione è flessibile e quanto più viene spinta la velocità di rotazione del capitale, necessaria alla sua valorizzazione. Ecco perché mobilitazioni come quelle di Le Havre, Genova, Marsiglia, possono (e dovrebbero) essere uno stimolo alla riflessione e alla mobilitazione verso la ricomposizione di classe nell’odierna organizzazione della produzione.
Occorre tener conto, inoltre, che anche se l’organizzazione della produzione è giunta a un grado elevatissimo di frammentazione, dopo decenni di esternalizzazioni e delocalizzazioni di intere fasi produttive; nonostante l’uso di tecnologie avanzate che velocizzano le operazioni, solo apparentemente viene meno la necessità di luoghi fisici della produzione che invece rimane saldamente materiale. David Harvey, nel suo saggio La geopolitica del capitalismo, fa notare come «qualunque mobilità geografica del capitale ha bisogno di infrastrutture spaziali stabili e sicure». Nel caso delle merci, compresi gli strumenti di guerra come quelli che avrebbe dovuto trasportare il cargo diretto in Arabia Saudita, il capitale necessita di un «efficiente e stabile sistema di trasporti, il quale deve essere sorretto da un intero complesso di infrastrutture fisiche e sociali per facilitare e assicurare lo scambio». È questo sistema che è venuto meno nel corso delle mobilitazioni dei portuali italiani e francesi. Il paradosso descritto dal geografo britannico per cui «una parte del capitale e della forza-lavoro deve essere immobilizzata» e deve mantenersi sempre stabile ed efficiente per «permettere alla restante parte di circolare liberamente» e sempre più velocemente per potersi necessariamente valorizzare per non svalutarsi.
La mobilitazione delle scorse settimane dei portuali contro il profitto dei guerrafondai può indicare, insomma, le crepe dove inserire la lotta per il superamento di un sistema che deve accumulare per sopravvivere a sè stesso e non si fa scrupoli nemmeno di fronte a una catastrofe umanitaria come quella che da anni colpisce lo Yemen.

*Carmine Tomeo si occupa di sicurezza sul lavoro. Si interessa ed ha scritto di lotte per il lavoro, precarietà, sfruttamento. 


martedì 26 novembre 2013

27 novembre 1983, in ricordo di Jorge Ibargüengoitia e Manuel Scorza

Nel volo 11 Avianca, in arrivo da Parigi, a pochi minuti dall’atterraggio all’aeroporto di Madrid, sono morti in un incidente aereo Jorge Ibargüengoitia e Manuel Scorza (entrambi avevano solo 55 anni), fra gli altri.
Per ricordare Manuel Scorza riporto la prima pagina di “Rulli di tamburo per Rancas”, che inizia così:
“1. Nel quale il sagace lettore sentirà parlare di una celeberrima moneta.
Dalla stessa cantonata della piazza di Yanahuanca da dove, con l’andare del tempo, sarebbe emersa la Guardia d’Assalto per fondare il secondo cimitero di Chinche, in un umido settembre il tramonto esalò un vestito nero. Il vestito, a sei bottoni, ostentava un panciotto solcato dalla catenella d’oro di un Longines autentico. Come tutti i tramonti degli ultimi trent’anni, il vestito scese in piazza per dare inizio ai sessanta minuti della sua imperturbabile passeggiata.
Verso le sette di quel freddoloso crepuscolo, il vestito nero si fermò, consultò il Longines e s’infilò in un casone a tre piani. Mentre il piede sinistro esitava a mezz’aria e quello destro pigiava il secondo dei tre scalini che uniscono la piazza al limitare, una moneta di bronzo scivolò fuori dalla tasca sinistra dei calzoni, rotolò tintinnando e si fermò sul primo scalino. Don Heròn de los Rìos, l’Alcalde, che stava aspettando da un po’ di sprofondarsi rispettosamente in una scappellata, gridò:‘Don Paco, le è caduto un sol!’.
Il vestito nero non si volse…”
E una poesia:
EPISTOLA AI POETI CHE VERRANNO
Traduzione (G.P.)
Forse domani i poeti chiederanno
Perché non celebriamo la grazia delle ragazze;
chissà domani i poeti chiedano
perché le nostre poesie
erano lunghi viali da dove giungeva l’ardente collera.
Io rispondo: da ogni parte si udiva pianto,
da ogni parte ci circondava un muro di onde nere.
Doveva essere poesia
una solitaria colonna di rugiada?
Doveva essere un lampo perpetuo.
Io vi dico:
finché qualcuno patisca,
la rosa non potrà essere bella;
finché qualcuno guardi il pane con invidia,
il frumento non potrà dormire;
finché i mendicanti piangano di freddo la notte,
il mio cuore non sorriderà.
Uccidete la tristezza, poeti.
Uccidiamo la tristezza con un palo.
Vi sono cose più grandi
che piangere l’amore di pomeriggi perduti:
il rumore di un popolo che si sveglia,
quello è più bello del rugiada.
Il metallo risplendente della sua collera,
quello è più bello della luna.
Un uomo veramente libero,
quello è più bello del diamante.
Perché l’uomo si è svegliato,
e il fuoco è fuggito dal suo carcere di cenere
per bruciare il mondo dove stava la tristezza.
Di Jorge Ibargüengoitia  riporto l’incipit de “Le morte”:
“È possibile immaginarli: tutti e quattro portano occhiali scuri, l’Escalera guida curvo sul volante, accanto a lui c’è il Prode Nicolás che legge un giornaletto, sul sedile posteriore, la donna guarda dal finestrino e il capitano Bedoya dormicchia ciondolando il capo.
L’auto blu cobalto sale stracca su per il dosso del Perro. E’ una soleggiata mattina di gennaio. Non si vede una nuvola. Il fumo delle case galleggia sulla pianura. La strada è lunga, all’inizio dritta, ma passato il dosso serpeggia per la sierra di Güemes, tra i fichi d’India…”;
di “Due delitti”:
“La storia che sto per raccontare inizia una notte in cui la polizia violò la Costituzione. Fu anche la notte in cui la Chamuca e io organizzammo una festa per celebrare il nostro quinto anniversario, non di nozze, perché non siamo sposati, ma della sera in cui lei “mi si concesse” su uno dei tavoli da disegno del laboratorio del Dipartimento di Progettazione. C’era un’aria carica di smog che non lasciava vedere neppure il monumento alla Rivoluzione che dista due isolati, io facevo il disegnatore, la Chamuca aveva studiato sociologia, ma aveva un posto da dattilografa, entrambi facevamo gli straordinari, non c’era nessuno nel laboratorio. Alla festa per l’anniversario avevamo invitato sei fra i nostri migliori amici, cinque dei quali arrivarono alle otto carichi di regali; il Manotas col libro di Lukács, i Pereira col jorongo di Santa Marta, Lidia Reynoso con certi piatti di Tzinzunzan e Manuel Rodríguez con due bottiglie di ottima vodka che si era procurato tramite un amico suo che lavorava all’ambasciata sovietica…”;
e de “I lampi d’agosto”:
“Da dove cominciare? A nessuno importa dove sono nato, né il motivo della mia nomina a Segretario Privato della Presidenza; tuttavia, voglio mettere bene in chiaro che non sono nato in una stalla, come dice Artajo, che mia madre non era una prostituta, come taluni hanno insinuato, e che non è vero che non ho mai messo piede in una scuola, visto che ho terminato le elementari perfino con gli elogi dei maestri; quanto al posto di Segretario Privato della Presidenza della Repubblica, me l’offrirono in considerazione dei miei meriti personali, tra i quali è bene annoverare la mia raffinata educazione che suscita sempre ammirazione e invidia, la mia onestà a tutta prova, che in certe occasioni mi ha addirittura causato fastidi con la polizia, la mia intelligenza perspicace, e soprattutto, la mia simpatia personale, che a molte persone invidiose riesce insopportabile…”
Senza dimenticare che “Jorge Ibargüengoitia scrive un libro ogni qual volta desidera leggere un libro di Jorge Ibargüengoitia, che è il suo scrittore preferito”... (da qui)
Jorge Ibargüengoitia e Manuel Scorza hanno scritto capolavori, o, nelle opere minori, solo cose bellissime, da leggere o rileggere, senza scuse.
(anche qui)

martedì 14 agosto 2012

Epístola de los poetas que vendrán (Lettera dei poeti che verranno) - Manuel Scorza


Epístola de los poetas que vendrán

Tal vez mañana los poetas pregunten
por qué no celebramos la gracia de las muchachas;
tal vez mañana los poetas pregunten
por qué nuestros poemas
eran largas avenidas
por donde venía la ardiente cólera.

Yo respondo:
por todas partes oíamos el llanto,
por todas partes nos sitiaba un muro de olas negras.
¿Iba a ser la Poesía
una solitaria columna de rocío?
Tenía que ser un relámpago perpetuo.

Mientras alguien padezca,
la rosa no podrá ser bella;
mientras alguien mire el pan con envidia,
el trigo no podrá dormir;
mientras llueva sobre el pecho de los mendigos,
mi corazón no sonreirá.

Matad la tristeza, poetas.
Matemos a la tristeza con un palo.
No digáis el romance de los lirios.
Hay cosas más altas
que llorar amores perdidos:
el rumor de un pueblo que despierta
¡es más bello que el rocío!
El metal resplandeciente de su cólera
¡es más bello que la espuma! 
Un Hombre Libre
¡es más puro que el diamante!

El poeta libertará el fuego
de su cárcel de ceniza.
El poeta encenderá la hoguera
donde se queme este mundo sombrío.



EPISTOLA AI POETI CHE VERRANNO
Traduzione (G.P.)

Forse domani i poeti chiederanno
Perché non celebriamo la grazia delle ragazze;
chissà domani i poeti chiedano
perché le nostre poesie
erano lunghi viali da dove giungeva l’ardente collera.
Io rispondo: da ogni parte si udiva pianto,
da ogni parte ci circondava un muro di onde nere.
Doveva essere poesia
una solitaria colonna di rugiada?
Doveva essere un lampo perpetuo.
Io vi dico:
finché qualcuno patisca,
la rosa non potrà essere bella;
finché qualcuno guardi il pane con invidia,
il frumento non potrà dormire;
finché i mendicanti piangano di freddo la notte,
il mio cuore non sorriderà.
Uccidete la tristezza, poeti.
Uccidiamo la tristezza con un palo.
Vi sono cose più grandi
che piangere l’amore di pomeriggi perduti:
il rumore di un popolo che si sveglia,
quello è più bello del rugiada.
Il metallo risplendente della sua collera,
quello è più bello della luna.
Un uomo veramente libero,
quello è più bello del diamante.
Perché l’uomo si è svegliato,
e il fuoco è fuggito dal suo carcere di cenere
per bruciare il mondo dove stava la tristezza.