Cruda verità -
Smascherando le illusioni e la propaganda, Trump rivela la sola cosa che conta
e che tanti non hanno voluto dire: la ineluttabile realtà dei rapporti di
forza. Solo partendo da qui si potrà aiutare l’Ucraina
(23 Febbraio 2025, Fatto Quotidiano)
Prima di accusare Giuseppe Conte di tradimento dei valori occidentali, e di
sottomissione a Trump e alle estreme destre, converrebbe analizzare l’andamento
della guerra in Ucraina negli ultimi tre anni e chiedersi come mai l’illusione
di una vittoria di Kiev sia durata così a lungo e apparentemente duri ancora.
Come mai non ci sia alcun ripensamento, nella Commissione UE e nel
Parlamento europeo, sulla strategia di Zelensky e sull’efficacia del sostegno
militare a Kiev. La prossima consegna di armi, scrive il Financial Times,
dovrebbe ammontare a 20 miliardi di dollari.
Non è solo Conte a dire che Trump e i suoi ministri smascherano
un’illusione costata centinaia di migliaia di morti ucraini oltre che
russi: l’illusione che Kiev potesse vincere la guerra, e che per
vincerla bastasse bloccare ogni negoziato con Putin e addirittura vietarlo,
come decretato da Zelensky il 4 ottobre 2022, otto mesi dopo l’invasione russa
e sette dopo un accordo russo-ucraino silurato da Londra e Washington.
Smascherando illusioni e propaganda, Trump prende atto dell’unica cosa che
conta: non la politica del più forte, come affermano tanti commentatori, ma la
realtà ineluttabile dei rapporti di forza. Realtà dolorosa, ma meno dolorosa di
una guerra che protraendosi metterebbe fine all’Ucraina. Trump agisce senza
cultura diplomatica e alla stregua di un affarista senza scrupoli: come già a
Gaza dove si è atteggiato a immobiliarista che spopola terre non sue immaginando
di costruire alberghi sopra le ossa dei Palestinesi, oggi specula sulle rovine
ucraine e reclama minerali preziosi in cambio degli aiuti sborsati dagli Usa.
Ma al tempo stesso dice quel che nessuno osa neanche sussurrare: Mosca ha vinto
questa guerra, e Kiev l’ha perduta. La resistenza ucraina non è vittoriosa
perché l’Occidente pur spendendo miliardi non voleva che lo fosse.
Fingere che la realtà sia diversa, che non sia grottesco l’ennesimo
pellegrinaggio di Ursula von der Leyen a Kiev, in sostegno di Zelensky, è
pensiero magico allo stato puro, invenzione di ologrammi paralleli. I vertici
dell’Ue fingono di rappresentare l’intera Unione e giungono sino a reinserire
nella propria cabina di comando la Gran Bretagna che dall’Unione pareva uscita.
Riconoscere la sconfitta di Kiev e Zelensky non è sacrificare l’Ucraina.
Trump sacrifica il patto bellicoso con Zelensky – nella tradizione statunitense
molla spudoratamente l’alleato – ma salva quel che resta dello Stato ucraino
prima che cessi di esistere del tutto (i Russi hanno riconquistato il 20, non
il 100% del Paese).
Così come stanno le cose militarmente, l’indignazione dei principali
governi europei contro la tregua di Trump non implica la pace giusta, ma
l’estinzione dell’Ucraina. Questa è la verità dei fatti tenuta nascosta durante
la presidenza Biden: una bolla che Trump ha bucato con inaudita violenza
verbale. Non si capisce come mai l’establishment giornalistico e politico in
Europa parli di valori occidentali violati, di resistenza ucraina tradita, di
Occidente sotto ricatto e attacco russo. L’Europa si è sfasciata, la Germania
che va oggi al voto è il secondo grande perdente di questa guerra dopo
l’Ucraina, e la bugia secondo cui Mosca può aggredire l’Europa se vince in
Ucraina è irreale e antistorica.
A ciò si aggiunga che non sono i francesi, né i tedeschi, né gli italiani,
né gli inglesi, a morire sul fronte. È un’intera generazione di ucraini che è
perduta. Anche questo viene occultato: i giovani ucraini da tempo disertano in
massa il campo di battaglia. Fuggono come possono. Il sociologo ucraino
Volodymyr Ishchenko narra di giovani ripetutamente “bussificati”, spediti senza
formazione a morire: il termine fa riferimento ai minibus che con violenza
prelevano per strada i riluttanti. “Ogni mese si registrano casi di coscritti
forzati che nelle stazioni di mobilitazione vengono picchiati a morte”. Sono
soprattutto i poveri a disertare, subire violenze e morire: non hanno soldi per
corrompere le autorità e strappare l’esonero dal servizio militare. “In
dicembre, inchieste giornalistiche hanno rivelato torture sistematiche ed
estorsioni nei ranghi dell’esercito” (Peter Korotaev e Volodymyr Ishchenko, Al
Jazeera 23.1.2025).
Non meno occultata, perché incompatibile col pensiero magico: la destra estrema
ucraina, i neonazisti che dal 2014 ispirano la guerra di Kiev contro i
separatisti del Donbass. Si parla molto di neonazisti putiniani a Ovest. Di
quelli ucraini non si parla più, eppure Zelensky è diventato il loro
prigioniero. Anche il suo predecessore Porošenko lo era, quando nel 2012
declassò per legge la lingua russa e boicottò gli accordi di Minsk che
garantivano autonomia al Donbass e ai russofoni. Preferì la guerra civile fra
il 2014 e il 2022, prima del massiccio intervento dell’esercito russo. Di
questa guerra si parla poco. Fu cruenta (più di 14 mila morti) e andrebbe
anch’essa condannata. Cosa diremmo se Parigi bombardasse i separatisti della
Corsica?
Anche se non parla da statista, Trump ha in mente soluzioni sensate:
ritornare alla promessa fatta a Gorbacëv di non allargare la Nato fino alle
porte russe; riammettere Mosca nel Gruppo degli Otto (oggi Gruppo dei Sette)
come era usanza alla fine della guerra fredda, prima che Obama facilitasse lo
spodestamento di un governo ucraino troppo filorusso e Mosca reagisse
riprendendosi la Crimea. Trump annuncia infine che europei e non europei
potranno garantire militarmente l’Ucraina, ma senza gli Stati Uniti.
La Nato sopravviverà forse per qualche tempo, ma è un meccanismo spezzato.
Quanto agli europei, mentono sapendo di mentire. Dicono che spenderanno molto
più per la difesa, ma che per custodire la tregua invieranno truppe in Ucraina
a condizione che si impegnino pure gli Stati Uniti, cosa rifiutata appunto da
Trump. Non potranno inoltre riarmarsi senza tagliare lo stato sociale, e anche
questo è un freno.
L’unica cosa che gli europei potrebbero fare, ma non fanno, è concepire una
politica estera che ricominci da zero: cioè da quando è finita la guerra
fredda, e Gorbacëv propose un sistema di sicurezza comune (la “Casa comune
europea”). Forse è troppo tardi: tanto grande è il fossato che si è aperto tra
Europa e Russia. Tanto forte è ancora l’ideologia neoconservatrice, che sembra
spegnersi a Washington (non si sa per quanto tempo) ma persiste immutata nelle
élite europee. È neocon il Presidente Mattarella, quando paragona Putin a
Hitler nel momento in cui si negozia una tregua. Quando mai la Russia ha
assaltato Germania, Francia, Italia, Inghilterra?
Particolarmente rattristanti sono i partiti come il Pd, che si dicono di
sinistra. Oggi si ritrovano a destra di Trump, a difendere un’Europa fortino e
a dimenticare la distensione di Willy Brandt negli anni 60 del secolo scorso.
Al posto della Ostpolitik si piangono oggi nebbiosi valori occidentali,
euroatlantici. Si auspicano negoziati, ma senza mai ammettere la sconfitta di
Kiev e la necessaria sua neutralità. Forse nel pensiero magico Trump passerà
presto.
articoli, video, musica di Alessandro Marescotti, Giorgio Agamben, Elena Basile, Fabio Mini, Alessandro Orsini, Barbara Spinelli, Piero Bevilacqua, Marinella Mondaini, John J. Mearsheimer, Lily Lynch, Clare Daly, Ariel Umpièrrez, Jeffrey Sachs, Economist, Francesco Masala, Daniel Balavoine, Caitlin Johnstone, Davide Malacaria, Jesús López Almejo, Gianandrea Gaiani, Paolo Selmi
Dieci idee per la pace – Alessandro Marescotti
Un programma in dieci punti per riportare la pace, la giustizia sociale e la tutela dei diritti umani al centro dell’azione politica, promuovendo lo sviluppo sostenibile come orizzonte primario per salvare il pianeta dal disastroso cambiamento climatico
Ecco un possibile programma pacifista articolato in dieci punti.
Promuovere la diplomazia e il dialogo.La base di un programma pacifista è la risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo aperto e costruttivo. Sostenere il coinvolgimento di mediatori neutrali per facilitare la comunicazione tra le parti in conflitto. Sostituire la guerra con referendum popolari sotto la supervisione dell’ONU, riconoscendo a tutti la possibilità di esprimersi e di partecipare al processo di pace e di autodeterminazione.
Ridurre le spese militari.Ridurre progressivamente le spese militari e reinvestire tali risorse in settori come l’istruzione, la sanità, la ricerca scientifica e la lotta contro la povertà, al fine di migliorare la qualità della vita e promuovere lo sviluppo umano.
Smantellare le basi nucleari in Europa.Lavorare per il disarmo nucleare globale attraverso l’attuazione dei trattati internazionali che richiedono la riduzione e l’eliminazione delle armi nucleari, contribuendo così a garantire la sicurezza a livello mondiale.
Puntare sullo sviluppo sostenibile.Concentrarsi sullo sviluppo sostenibile e l’uso responsabile delle risorse, al fine di prevenire conflitti legati alla scarsità di risorse naturali e all’insicurezza alimentare. Spostare risorse dal settore militare alla transizione ecologica e alla decarbonizzazione dell’economia. No al nucleare civile. Attuare l’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile.
Promuovere la giustizia sociale.Combattere le disuguaglianze sociali e promuovere l’accesso equo alle risorse, all’istruzione e all’occupazione, contribuendo a ridurre le tensioni sociali e i possibili conflitti. Promuovere i relativi obiettivi dell’Agenda 2030, da “zero fame” alla riduzione delle diseguaglianze.
Sostenere la cooperazione internazionale.Dare forza alle organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e promuovere la cooperazione multilaterale per affrontare sfide globali come i cambiamenti climatici, la povertà e le epidemie.
Educare alla pace.Incentivare scambi culturali fra nazioni e programmi educativi che promuovano la cultura della pace, la risoluzione non violenta dei conflitti e il rispetto delle differenze culturali e religiose. Promuovere l’Agenda 2030 anche qui.
Non far mancare gli aiuti umanitari.Fornire assistenza umanitaria alle popolazioni colpite da conflitti, promuovendo il sostegno finanziario e logistico alle organizzazioni internazionali che si occupano di soccorso in situazioni di emergenza.
Accogliere i migranti e tutelare i diritti umani.Lottare per il rispetto dei diritti umani in tutto il mondo, sostenendo il riconoscimento e la protezione dei diritti fondamentali di tutte le persone, indipendentemente dalla loro origine etnica, religione o orientamento politico. Sostenere in particolare i diritti umani dei migranti e soprattutto dei minori non accompagnati.
Creare un clima di fiducia.Lavorare per costruire un clima internazionale di fiducia e collaborazione tra le nazioni attraverso scambi culturali, accordi commerciali equi e iniziative che promuovano la comprensione reciproca. In tale quadro va superata la contrapposizione fra blocchi e ridotta la presenza delle basi Nato.
Questi dieci punti rappresentano una visione generale di un programma pacifista che mira a ridurre i conflitti, promuovere la cooperazione e migliorare il benessere globale. In ognuno di essi si possono individuare alcune priorità entrando nel dettaglio.
I media e la menzogna senza verità – Giorgio Agamben
Ci sono diverse specie di menzogna. La forma più comune è quella di chi, pur sapendo o credendo di sapere come stanno le cose, per qualche ragione dice consapevolmente il contrario o comunque nega anche solo parzialmente ciò che sa essere vero. È quanto avviene nella falsa testimonianza, che per questo è punita come un crimine, ma anche più innocentemente ogni volta che dobbiamo giustificarci di un comportamento che ci viene rimproverato. La menzogna con cui abbiamo a che fare da quasi tre anni non ha questa forma. È, piuttosto, la menzogna di chi ha smarrito il discrimine fra le parole e le cose, fra le notizie e i fatti e quindi non può più sapere se sta mentendo, perché per lui è venuto meno ogni possibile criterio di verità. Quello che dicono i media non è vero perché corrisponde alla realtà, ma perché il loro discorso si è sostituito alla realtà. La corrispondenza fra il linguaggio e il mondo, su cui un tempo si fondava la verità, non è semplicemente più possibile, perché i due sono diventati uno, il linguaggio è il mondo, la notizia è la realtà. Solo questo può spiegare perché la menzogna non abbia bisogno di rendersi verosimile e non nasconde in alcun modo quello che a chi ancora aderisce all’antico regime di verità appare come evidente falsità. Così durante la pandemia i media e gli organi ufficiali non hanno mai negato che i dati sulla mortalità che dichiaravano si riferivano a chi fosse morto risultando positivo, indipendentemente dalla causa effettiva della morte. Malgrado questo, essi, pur essendo evidentemente falsi, sono stati accettati come veri. Allo stesso modo, oggi nessuno nega che la Russia abbia conquistato e annesso il venti per cento del territorio ucraino, senza il quale l’economia ucraina non è in grado di sopravvivere; e tuttavia le notizie non fanno che parlare della vittoria di Zelensky e della ormai immancabile sconfitta di Putin (nelle notizie, la guerra è fra due persone e non fra due eserciti). Il problema è a questo punto quanto può durare una menzogna di questo tipo. È probabile che prima o poi la si lascerà semplicemente cadere, per sostituirla immediatamente con una nuova menzogna, e così via – ma non all’infinito, perché la realtà che non si è più voluto vedere si presenterà alla fine a esigere le sue ragioni, anche se al prezzo di catastrofi e sciagure non indifferenti, che sarà difficile se non impossibile evitare.
Gli animali sono amici così simpatici: non fanno domande, non muovono critiche – George Eliot (chissà se pensava alla futura Comunità Europea…)
Il mondo è pieno di creduloni che pensano che alla Comunità Internazionale (che parla soprattutto inglese e non capisce il linguaggio della diplomazia, ma il linguaggio del fottere, del rapinare, dell’uccidere) interessi l’intangibilità delle frontiere dell’Ucraina.
Eppure quella che si autodefinisce Comunità Internazionale (ma sono solo le bande della Nato e dei colonialisti) dimentica che il 52.2% delle frontiere del mondo sono state stabilite durante il 20° secolo (vedi qui ) e che nell’ultimo secolo sono stato creati Stati dal niente (penso a Israele, Kosovo, Sud Sudan, fra gli altri), e che diversi Stati siano occupati, come la Palestina (da Israele) e come la Siria (dagli Usa), fra gli altri.
Per la pace è strategica la sconfitta della Nato – PIERO BEVILACQUA
Perché ogni sincero democratico dovrebbe augurarsi che la guerra in Ucraina si concluda con un realistico e ragionevole compromesso, che ponga fine al massacro, e con la sconfitta della Nato? Questo auspicio parrà una contraddizione. Vincerebbe la Russia autocratica e gli altri Stati più o meno autoritari contro il fronte dei Paesi democratici. Una ricognizione non superficiale dello stato dell’arte mostra che il ragionamento è sbagliato. Oggi anche chi è disposto ad ammettere le responsabilità degli Usa, se non nella lunga preparazione della guerra, almeno nella sua ostinata continuazione, sostiene che non si può lasciare impunito chi ha violato il diritto internazionale invadendo un Paese sovrano. È la rivendicazione più imprudente e più impudente che gli atlantisti possono fare. La storia degli ultimi 30 anni è dominata da scelte sanguinarie di violazione del diritto internazionale da parte degli Usa e della Nato, che non hanno chiesto il permesso a nessuno per invadere l’Iraq, la Libia, l’Afghanistan, ecc. Con la protezione americana, Israele viola ogni giorno quel diritto, praticando un regime di apartheid contro il popolo palestinese, umiliato e ridotto alla disperazione nel silenzio dell’Europa e nell’indifferenza dei democratici. Oggi il diritto internazionale è ridotto a una finzione perché l’Onu è stata svuotata di ogni autorevolezza. Da oltre 70 anni gli Usa si oppongono alle risoluzioni di condanna di Israele. Una seconda contrarietà all’auspicio di una sconfitta della Nato viene da un comprensibile sentimento di simpatia nei confronti dell’America e di pregiudizio antirusso, sia per la sua configurazione autoritaria, per la figura di Putin, sia perché immaginata erroneamente una continuazione dell’Urss. Mi sono spesso sentito obiettare, anche da personaggi di primo piano della sinistra, alla mia avversione per la Nato, che “non possiamo andare contro l’America”. È una risposta opportunistica. La riduzione o lo scioglimento della Nato costituirebbe in realtà una svolta vantaggiosa per il popolo americano, a cui vengono sottratti 800 miliardi di dollari l’anno, impiegati in spese militari, per armamenti, guerre locali, centinaia di basi militari sparse per il mondo. Una ricchezza enorme che viene sottratta alla sanità, alla scuola, alle vaste sacche di povertà, soprattutto negli Stati della Rust belt, la “cintura della ruggine”, dove la deindustrializzazione degli ultimi decenni ha creato il deserto sociale. Si comprende ancora di più il vantaggio di una sconfitta della Nato se si ricorda – come ha documentato il generale Fabio Mini nella densa introduzione a un importante saggio di un generale cinese – che a dominare l’aggressiva politica estera Usa sono pochi, benché potenti gruppi e lobby (Q. Liang L’arco dell’impero, Leg edizioni 2021). Parlare genericamente di America si può fare al bar. Gli Usa per la loro ricchezza, pluralismo e potenza culturale, capacità d’innovazione tecnologica, potrebbero inaugurare una nuova pagina nella storia del mondo, governare la cooperazione internazionale, ispirare una politica globale di cura del pianeta. E invece, per la volontà di dominio di pochi gruppi, di potenti interessi economici, si ostinano a continuare la storia del ’900. Una replica impossibile. Come ha mostrato il vertice dei Brics a Johannesburg, come rivelano le rivolte di questi giorni in Africa, il corso delle società umane avanza in altra direzione. Dopo aver subito per tutti i secoli dell’età moderna il brutale calco del colonialismo occidentale, lo sfruttamento economico del ’900, i popoli del Sud stanno alzando le loro bandiere. E lo fanno dietro potenze orientali e non europee. Tutto va dunque in direzione di un ordine mondiale multipolare, l’unico che potrebbe consentire un avvenire di pace e di cooperazione, indispensabile per affrontare su scala globale le catastrofi ambientali che ci attendono. Ma se la Nato dovesse vincere non si aprirebbe un capitolo di pace, ma l’avvio di una nuova e più vasta e catastrofica guerra: contro la Cina, contro decine di grandi e piccoli Paesi, che cercano la loro strada, contro il corso stesso della storia mondiale. È questo che un sincero democratico deve augurarsi? Non è finita. La sconfitta della Nato non è solo una condizione perché cessi la guerra, ma perché l’Europa ritrovi la sua autonomia, si rammenti dell’ambizioso disegno di pace, di governo cooperativo dei rapporti internazionali per cui era nata. La partecipazione della Ue alla guerra non solo l’ha ridotta allo stato ancillare e servile in cui si trova. Ma sta producendo altri rischiosissimi arretramenti, il cui potenziale distruttore delle strutture dell’Ue viene ignorato dalla grande stampa atlantista. La Francia e la Germania, i due pilastri dell’Ue, per effetto della guerra, delle sanzioni suicide, stanno subendo danni economici pesantissimi, che infondono vigore alle destre più estreme. In Germania, ai primi di agosto, i sondaggi davano Alternative für Deutschland al 21%. Ogni sincero democratico dovrebbe temere per le sorti della democrazia in Europa e gli italiani per primi, che la destra neofascista ce l’hanno già al governo.
La fake del mercato di Konstantinovka – Marinella Mondaini
Ogni volta che arrivano a Kiev i padroni a stelle e strisce, i loro allievi ucraini del regime nazista commettono un atto di straordinaria portata, un crimine che attrae l’attenzione e scuote tutto il mondo. Così è stato anche oggi, durante la visita di Blinken e delegazione statunitense.Qualcosa che riecheggia il terribile crimine che gli ucraini hanno commesso a Bucha, così oggi hanno bombardato con i missili il mercato di Konstantinovka, uccidendo 16 persone innocenti, tra cui un bambino, per poi dare la colpa alla Russia. La gente ha visto da dove sono arrivati i missili, la direzione lo dice, hanno sparato gli ucraini.
Zelenskij inizialmente aveva scritto che Konstantinovka era stata colpita dall’artiglieria russa, poi però ha cancellato il testo, quando è stato chiaro che nel video si sentiva il suono di un missile. Ma Internet ricorda tutto. Secondo i media, l’attacco è stato effettuato da un missile Storm Shadow.
Secondo il sito russo che sbugiarda i giornalieri fake dell’Ucraina, la verità è che una serie di fatti dice che il missile americano ad alta velocità e anti radar AGM-88 HARM, lanciato dall’esercito ucraino, è caduto sul mercato centrale.
I video ci permettono di individuare con una certa precisione l’epicentro dell’incidente. A giudicare dalla posizione della telecamera installata sopra il caffè Shaurma Damasco, il missile è volato lungo la strada di Ciolkovskij ed è esploso sopra la terra vicino alla gioiellieria Golden Age. Nel video si può notare che, un secondo prima dell’arrivo, i residenti locali guardano verso il cielo nella direzione della Druzhkovka controllata dall’esercito ucraino, da dove arriva l’oggetto. Successivamente, si è verificata un’esplosione in aria, tipica del missile aria-superficie anti radar. Inoltre, un secondo prima dell’esplosione, sul tetto di una Chevrolet grigia parcheggiata nella via Ciolkovskij, sono passati due missili, uno dei quali probabilmente ha colpito il mercato di Konstantinovka. Dalla forma dei missili riflessi, possiamo dire che probabilmente si tratta di un AGM-88 HARM. I piloti ucraini sparano alla cieca con questi missili per garantire la propria sicurezza, per evitare di cadere sotto il sistema missilistico antiaereo delle forze armate russe. Non si puo’ mirare con precisione in una situazione del genere.
È importante notare che lo spazio aereo sopra Kramatorsk, Druzhkovka e Konstantinovka è il luogo di dislocazione delle forze aeree ucraine dall’estate del 2022. È da lì che gli aerei ucraini, che decollano dalla base aerea di Mirgorod, lanciano missili anti radar AGM-88 HARM in direzione di Doneck, dove i loro frammenti vengono trovati molto spesso.
Ci sono già stati precedenti simili. A settembre dello scorso anno, un missile anti-radar americano AGM-88 HARM, lanciato da un MiG-29 ucraino, colpì una scuola sempre a Konstantinovka.
E’ chiaro che la provocazione è stata fatta nel giorno dell’arrivo di Blinken, per ottenere con ancora maggiore facilità armi e soldi.
Subito dopo, il Pentagono oggi ha annunciato che gli Stati Uniti consegnano all’Ucraina proiettili di uranio impoverito per i carri armati Abrams e nuovi aiuti per un miliardo di dollari, di cui 665 milioni per scopi militari.
Intanto oggi è bruciato il primo carro armato britannico Challenger 2 . Gli altri subiranno la stessa sorte appena usciranno fuori.
Per la CIA e i criminali globalisti americani, la guerra deve continuare fino all’ultima goccia di sangue degli ucraini. I giornali-spazzatura italiani ovviamente scrivono che la colpa del crimine di Konstantinovka è dei russi. Vergogna. Lavorano diffondendo menzogne e quindi contro il popolo italiano.
articoli, video, disegni di Raniero La Valle, Barbara Spinelli, Jeffrey Sachs, Manlio Dinucci, Stefano Orsi, Giuliano Marrucci, Fabrizio Marchi, Seymour Hersh, Fred M’membe, Pepe Escobar, Vittorio Rangeloni, Alessandro Orsini, Francesco Masala, John Mearsheimer, Alberto Fazolo, Daniele Luttazzi, Fabrizio Poggi, Salvatore Toscano, Francesco Toscano, Flavio Pintarelli, Pablo Iglesias, Raúl Sánchez Cedillo, Vasily Prozorov, Franco Fracassi, Enrico Piovesana, Francesco Vignarca, Matteo Saudino, Carlos Latuff
Ahi serva Europa, in balia di armi, denaro e potenti – Raniero La Valle
“Ahi serva Italia, di dolore ostello…”. Quando Dante scriveva queste parole l’Italia era un faro di civiltà, un giardino di bellezza, la culla del pensiero. Però non sapeva leggere i segni dei tempi, era in balia dei potenti, tradiva le sue origini e non riusciva a stare senza guerra. Questo si potrebbe dire oggi dell’Europa, serva delle armi e del denaro, chiusa nel suo egoismo, dimentica dei suoi ideali, sovversiva delle ragioni stesse per cui è nata. Era nata per chiudere con le guerre, per togliere le dogane al carbone e all’acciaio al fine di costruire, e non ai cannoni e ai carri armati al fine di distruggere, era nata per abbracciare i suoi popoli e farsi amica e accogliente a quelli di altre comunità e perfino era decisa a fare rinunzie alla sua sovranità non per farsi serva di nessuno bensì per contribuire alla pace e alla giustizia tra le nazioni. E prima ancora di Spinelli e di Spaak, di Schumann e di Monnet, di Ursula Hirschmann e Simone Weil, di Adenauer e di De Gasperi, l’“idea di Europa” era cresciuta lungo un millennio, come l’avevano illustrata Erich Przywara e Friedrich Heer, tanto cari a papa Francesco, e come aveva ispirato le lettere dei condannati antifascisti (l’identità cancellata da Giorgia Meloni) della Resistenza europea.
E ora che cosa è diventata? L’ultimo Consiglio europeo ce l’ha mostrato con la massima evidenza. L’Unione europea ha fallito sulle sue due massime responsabilità, la pace e l’immigrazione, le due massime cure in cui ne andava della sua “identità culturale”, secondo il “progetto di pace e amicizia che ne è il fondamento”, come aveva detto Francesco al Consiglio europeo del 25 novembre 2014. La pace l’hanno licenziata a tempo indeterminato non solo i suoi cattivi capi, i suoi membri più atlantici, a cominciare dal Regno Unito, che arriva a promettere armi a componenti nucleari, ma anche i due personaggi che ne dovrebbero rappresentare l’unità e lo sguardo sul mondo, Ursula von der Leyen e Jens Stoltenberg, l’una pavesata con i colori di un Paese in guerra, l’altro, dimentico della storia, andato a chiedere di votare i “crediti di guerra” ai partiti socialisti a Bruxelles, come alla vigilia della Prima guerra mondiale.
Ma non solo: l’Europa non capisce nemmeno quello che, se mossi da probità professionale, le stanno dicendo gli esperti di geopolitica: che il suo vero “competitor” sono gli Stati Uniti, che per averla vassalla sono interessati a tenerla in guerra senza fine, vogliono dominarla col loro gas e i loro prodotti più avanzati, che non per niente hanno fatto saltare l’oleodotto che univa la Russia al resto dell’Europa. E non c’è nemmeno bisogno di particolari doti interpretative: l’hanno scritto gli Stati Uniti nella loro “Strategia della sicurezza nazionale” che la loro sicurezza, la loro difesa e l’obiettivo della loro bulimia militare stanno nel fatto che non vi sia alcuna potenza al mondo che non solo non superi, ma “nemmeno eguagli” la potenza americana. E se c’è una potenza che potrebbe osare eguagliarla non è la Russia, data già per disfatta, né la Cina, designata come suprema sfida del futuro, ma è l’Europa che, se facesse una politica meno suicida, potrebbe già ora competere economicamente e grazie alla proiezione della sua cultura, con l’egemonia degli Stati Uniti; ciò che potrebbe e dovrebbe fare proprio restando loro amica ed alleata per costruire insieme “un mondo libero, aperto, prospero e sicuro”, come essi lo vogliono, aiutandoli a evitare gli errori, come quello che fanno, e che facevano ben prima dei crimini di Putin, col volere la fine della Russia.
Certo non è alzando l’età di pensione e gettando un Paese intero in una lotta sociale a oltranza, non è stando appesi alle labbra e al “Crimea o morte” di Zelensky, non è dicendo “nazione” per non dire “fascismo”, né incentivando le fabbriche a stipulare contratti pluriennali per la costruzione di armi che avranno bisogno di altrettanti anni per essere consumate sui campi di battaglia, sulle città e sui famosi vecchi e bambini costretti a morire anche loro in guerra, non è con queste scelte che l’Europa potrà ritrovare la sua dignità, la nobiltà delle sue origini, gli ideali che l’hanno spinta a unirsi. È per quegli ideali, non per essere “provincia” di un Impero che l’Europa è nata, con la vocazione ad attraversare il Mediterraneo e a guardare a Sud, a Israele alla Palestina e al mondo arabo, a Est, alla Russia e alla Turchia, e a Ovest, non solo a un’America sola, ma a tutte e due; e non è togliendo ai suoi popoli la loro tutela sociale che l’Europa unita sarà in grado di prevalere, politicamente e culturalmente, sui sovranismi. Ma allora quale politica dovremmo fare? E quanto dobbiamo aspettare per vedere arrivare qui una vera Schlein, non il dominio del passato, ma il coraggio del cambiamento?
“Oggi tutte le strade del progresso portano a Pechino” – Fred M’membe
Ho tenuto un discorso a Pechino in occasione della cerimonia di apertura del ‘Secondo Forum Internazionale sulla Democrazia – I Valori Umani Condivisi’, organizzato congiuntamente dall’Accademia Cinese delle Scienze Sociali e dai think tank di Cambogia, Cile, Nigeria, Spagna e Tonga.
Più di 300 ospiti, studiosi ed esperti provenienti da oltre 100 Paesi e regioni hanno partecipato al forum di persona o virtualmente per discutere di democrazia e sviluppo sostenibile, democrazia e innovazione, democrazia e governance globale, democrazia e diversità della civiltà umana, democrazia e percorso di modernizzazione. Ecco cosa ho detto:
«In un mondo veramente equo, libero e pacifico, la democrazia assume molte forme di espressione, non solo una. Credo che la democrazia sia un governo in cui tutto il popolo partecipa, in cui gli interessi del popolo regnano sovrani, in cui la sovranità del Paese, l’onore del Paese, è al primo posto.
Questo mese è il mese del discorso sulla democrazia nel mondo. Alla fine di questo mese, ci sarà una conferenza a Lusaka, o un vertice a Lusaka, in Zambia, il mio Paese, guidato dagli Stati Uniti. Sono venuti in Africa del sud per insegnarci la democrazia: un Paese che si è opposto alla nostra liberazione, un Paese che ha sostenuto i regimi coloniali – il loro regime fantoccio in Sudafrica, il regime della minoranza razzista bianca in Rhodesia, ora Zimbabwe, i governi coloniali portoghesi in Mozambico, in Angola, in Guinea-Bissau e a Capo Verde – oggi viene in Africa per insegnarci la democrazia.
Un Paese che ha rovesciato tanti governi in Africa, che ha guidato tanti colpi di Stato in Africa e in altre parti del mondo, un Paese che ha ucciso tanti nostri leader in Africa e in altre parti del mondo, gli assassini di Patrice Lumumba, quelli che hanno rovesciato Kwame Nkrumah, quelli che hanno ucciso Nasser, quelli che hanno ucciso Muammar Gheddafi, oggi vengono a insegnarci la democrazia. Un Paese che è stato costruito sulla forza brutale, sulla schiavitù di altri esseri umani, sull’umiliazione degli africani, sullo sfruttamento degli africani, sul saccheggio dell’Africa, oggi viene a insegnarci la democrazia.
Questa è l’arroganza, l’arroganza imperialista, l’arroganza razzista di cui siamo vittime. Non possiamo avere democrazia quando c’è l’egemonia della potenza imperialista più forte, più potente. Non possiamo avere una democrazia in cui le risorse di un Paese, le decisioni di un Paese sono dettate da un altro Paese. Un Paese che è dominato da un altro Paese non può essere democratico, un Paese che manca di sovranità non può essere democratico, un popolo che non può decidere da solo non può essere democratico. Una colonia e una neocolonia non possono essere democratiche. Ecco perché oggi, alle Nazioni Unite, l’adesione è basata sulla sovranità. Solo le nazioni sovrane possono essere membri delle Nazioni Unite, perché solo le nazioni sovrane possono decidere da sole. Una colonia non può essere membro delle Nazioni Unite. Non è un caso. Non è un errore. Se non si ha rispetto per la dignità degli altri, se non si ha rispetto per la sovranità degli altri Paesi, non si può pretendere di essere un campione della democrazia.
Una volta si diceva che tutte le strade portano a Roma. Oggi possiamo dire con sicurezza che tutte le strade del progresso, tutte le strade di ciò che è meglio per l’umanità, portano a Pechino. Questo è un popolo che si è sviluppato, un Paese che si è sviluppato senza colonizzare nessun Paese del mondo, senza saccheggiare nessun Paese del mondo, senza sottomettere nessun popolo del mondo. Questo è un Paese che si sta sviluppando con il massimo rispetto per gli altri, per la sua storia, per le sue culture, e riconosce la diversità che è civiltà. Ci è stata insegnata una sola forma di civiltà, una sola forma di modernizzazione: quella occidentale. L’occidentalità era una misura del grado di civiltà e di modernità. Noi la rifiutiamo. Lo rifiutiamo perché non è corretto. Lo rifiutiamo perché è antidemocratico. Lo rifiutiamo perché è incivile pensare agli altri e al mondo in questo modo.
Oggi non possono accettare che la Cina li abbia raggiunti, che li stia per superare in molti settori dell’attività umana. La loro arroganza imperialista impedisce loro di accettare questa realtà, la loro arroganza razzista impedisce loro di accettare questa realtà. Ma il mondo sta cambiando. I cinesi che vediamo oggi, come ha detto il Presidente Xi a Mosca l’altro giorno, non si vedevano da 100 anni.
Loro (gli statunitensi) hanno plasmato un mondo di cui loro stessi hanno paura, e hanno plasmato un mondo che non è sostenibile. La democrazia, lo sviluppo umano non è sostenibile sulla base del saccheggio, della schiavitù, dell’umiliazione quotidiana di altre persone. Questo è il sistema che vediamo oggi, un sistema che non sopravviverà se verrà eliminato il saccheggio, se verrà eliminata la sottomissione di altri popoli, di altre nazioni, se verrà eliminata la disuguaglianza nel mondo. Quel sistema scomparirà. L’unico sistema che può sopravvivere e durare a lungo è quello che si basa sul mutuo vantaggio, sulle relazioni win-win, sul rispetto reciproco per gli altri, sull’accoglienza e sulla tolleranza verso gli altri e sull’amore fraterno per tutta l’umanità. Questo è ciò che troviamo oggi in Cina. Questo è ciò che ci mostra l’esempio della Cina.
In effetti, tutti i percorsi sono diversi. Non esiste un percorso uguale all’altro. Anche se ci stiamo dirigendo verso la stessa destinazione, ogni percorso ha le sue caratteristiche. Lo stiamo vedendo, lo stiamo imparando, lo stiamo sperimentando oggi con la Cina.
Ci sono molte cose da fare per ottenere il mondo che vogliamo. Un mondo più giusto, più equo, più pacifico è possibile. Ma non cadrà dal cielo, dobbiamo lottare per ottenerlo. E, come diceva Fidel (Castro), se lottiamo vinceremo».
L’Occidente: un’oasi che ci fa feroci – Barbara Spinelli
Si stanno pagando con decine di migliaia di morti in Ucraina gli errori, le promesse tradite, la tracotanza, l’assenza di intuito e di capacità di penetrazione con cui l’Occidente ha gestito, sotto la guida di sei amministrazioni Usa, il dopo Guerra fredda e i rapporti con la Russia.
Guida priva di sagacia, che negli ultimi trentaquattro anni ha creato caos ovunque e l’ha chiamato “ordine basato sulle regole”, rules-based international order – le regole essendo quelle statunitensi.
La Russia di Putin ha invaso l’Ucraina, ma la storia di questa violenza illegale ha radici in un passato sistematicamente occultato da chi, a Washington e in Europa, vede solo il segmento ucraino di un trentennio disastroso, che le amministrazioni Usa narrano come lotta del bene contro il male – come fantasticata ripetizione della guerra contro Hitler o favola di Cappuccetto Rosso, secondo il Papa. Qui in Occidente il bene, lì i barbari dell’inciviltà. Qui la potenza Usa, disperatamente ansiosa di apparire vincitrice della guerra fredda e unico egemone nel pianeta, lì gli Stati e popoli che quest’egemonia la rigettano perché rivelatasi incapace di produrre stabilità e convivenze incruente. È toccato a un europeo, il responsabile della politica estera Ue, Josep Borrell, impersonare la hybris atlantista con le parole più demenziali: “L’Europa è un giardino. Il resto del mondo è una giungla, e la giungla può invadere il giardino”. Quale giardino? Quantomeno incongruo sproloquiare su giardini con la Francia di Macron sull’orlo dell’insurrezione popolare, l’Italia di Meloni che vuol abolire il reato di tortura (ma è vietato dalla Convenzione Onu contro la tortura del 1984), la Polonia affamata di guerra nucleare, le guardie costiere libiche pagate dall’Ue che sparano sulla nave Ocean Viking per rimandare in Libia, in campi mortiferi, 80 migranti in fuga verso l’aiuola europea che ci fa tanto feroci.
A queste demenze siamo arrivati – accompagnate all’invio di armi sempre più offensive, uranio impoverito compreso – e c’è ancora chi parla, serio, di ritorno della guerra fredda. Non è guerra fredda quella che uccide l’Ucraina, ma esercitazione in guerre calde tra potenze atomiche. La Guerra fredda fu violenta e bugiarda, ma mai mancò la capacità di negoziare, di scansare la catastrofe, di aprire epoche di distensione, di Ostpolitik e di disarmo.
Oggi niente chiaroscuro, è tutto nero. A più riprese si è sfiorata la pace, tra Mosca e Kiev, e ogni volta Washington e Londra hanno messo il veto e imposto il proseguimento della guerra a un’Ucraina trattata al tempo stesso come eroe e vassallo. È accaduto una prima volta il 5 marzo ’22, subito dopo l’invasione, come rivelato lo scorso 4 febbraio dall’ex premier israeliano Naftali Bennett: Putin “capiva totalmente le costrizioni politiche di Zelensky e non chiedeva più il disarmo dell’Ucraina”, Zelensky era pronto a seppellire l’adesione alla Nato (impegno iscritto nella Costituzione dal 2019). Ma venne il veto di Boris Johnson e poi di Biden (l’obiettivo secondo Bennett era “distruggere Putin” – smash Putin). Lo stesso è successo dopo la proposta di tregua in 12 punti (la pace appare solo come prospettiva) avanzata il 24 febbraio da Pechino: prima ancora di conoscere le reazioni di Zelensky e i risultati della visita di Xi Jinping a Mosca, Washington respingeva non solo la pace ma anche il cessate il fuoco.
Subito prima della visita a Mosca di Xi, tanto per mettere le cose in chiaro, la Corte penale internazionale emetteva il 17 marzo un mandato di arresto nei confronti di Putin per crimini di guerra. Washington ha applaudito, anche se una legge autorizza il presidente a usare la forza ogni qualvolta un americano è incolpato dalla Corte. Difficile trattare con chi hai appena definito un criminale. Negare l’esistenza di una guerra per procura in Ucraina cozza contro il ripetersi di veti opposti alle tregue e l’evidente interesse Usa a demolire Putin.
Qualcosa però sta accadendo fuori dal piccolo recinto Nato. Qualcosa di planetario che il conflitto dissigilla. Due terzi dell’umanità sono contro guerra e sanzioni. L’egemone ha clamorosamente fallito in Afghanistan, dopo vent’anni di guerra. Ha fallito in Iraq, Libia, Siria. Ha partorito mostri come lo Stato Islamico. Da oltre mezzo secolo ignora l’occupazione illegale della Palestina e accetta la “clandestinità” dell’atomica israeliana. Gli Stati Uniti sono più che mai egemonici dunque vittoriosi nell’Ue, ma collassano nel Sud globale: un territorio sempre più ostile all’interventismo Usa, più rassicurato da Cina e Russia. È il “momento Suez” degli Stati Uniti, dicono alcuni, evocando il fiasco di Londra, Parigi e Tel Aviv quando sfidarono Nasser occupando militarmente il canale egiziano nel 1956.
Il passato occultato da governi e giornali mainstream, in Occidente, sta già passando da quando è entrato in scena, con forza inattesa e formidabile, il nuovo attivismo di Pechino: prima con il piano di tregua in Ucraina, il 24 febbraio, seguito dalla visita di Xi a Mosca il 20 marzo; poi con la riconciliazione fra Iran e Arabia Saudita patrocinata da Xi, il 10 marzo. La riconciliazione scompiglia radicalmente il Medio Oriente allargato. Rassicura Assad in Siria, spunta i piani bellici israeliani, facilita la pace in Yemen, tranquillizza lo Stato afghano, che teme nuovi interventi Usa di “regime change”. A Iran e Arabia Saudita è stata prospettata l’adesione al gruppo non allineato dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica): una vistosa promozione.
È consigliabile la lettura del rapporto pubblicato il 20 febbraio dal ministero degli Esteri cinese, intitolato “L’egemonia Usa e i suoi pericoli”. Si parla di una quintupla egemonia, sempre più destabilizzante: egemonia politica (esportazioni della democrazia che “producono caos e disastri in Eurasia, Africa del Nord, Asia occidentale”), militare (uso sfrenato della forza), economica (egemonia del dollaro, politiche predatorie), tecnologica, culturale.
Il piano cinese sull’Ucraina è vago, certo. Volutamente vago. Ma letto assieme al testo sull’egemonia Usa diventa una forma di empowerment, di coscienza della propria forza condizionante. Il primo punto dovrebbe piacere a Kiev e a Mosca, visto che difende la sovrana integrità territoriale di tutti gli Stati Onu, e si accoppia a esigenze precise: applicazione non selettiva della legge internazionale (punto 1); architettura di una sicurezza europea senza espansioni delle alleanze militari (punto 2); neutralità delle operazioni umanitarie (punto 5), fine delle sanzioni unilaterali (punto 10).
Tra le righe, quel che si legge è un’alternativa al disordine causato dal suprematismo Usa. Inutile temere il passaggio dall’unipolarismo al multipolarismo: sta già succedendo, benvenuti nella realtà. I Brics contestano anche l’uso politico del dollaro. Gli scambi tra Cina, Russia, Arabia Saudita e Iran non avverranno più in dollari. È l’inevitabile trauma che viviamo. È la conferma solenne che oltre il giardino c’è ben più di una giungla.
L’Occidente prigioniero di se stesso – Fabrizio Marchi
L’ideologia neoliberale dominante è di fatto una sorta di religione, sia pur secolarizzata, che si fonda sul postulato, pur non scritto, della superiorità del mondo occidentale su tutto il resto del pianeta che si troverebbe fondamentalmente in una condizione di barbarie. Il compito cui è chiamato l’Occidente è quello di civilizzare tutto il resto del mondo, con le buone o con le cattive. Una visione sostanzialmente messianica, religiosa, in palese contraddizione con quegli stessi principi di laicità e di tolleranza che pure dovrebbero costituire le fondamenta del pensiero liberale. Può piacere o meno ai suoi cantori ma non c’è dubbio che l’ideologia liberale si è storicamente e concretamente determinata nel modo testè descritto.
In fondo è stato così fin dalla scoperta dell’America che coincide, non a caso, con l’inizio del dominio occidentale su tutto il mondo e viene fatta coincidere con l’inizio dell’era moderna. Cambia, soltanto parzialmente, la coperta ideologica con cui questo postulato viene posto in essere. Non più la religione cristiana (cattolica o protestante) e la (superiore) civiltà “bianca” bensì l’impianto ideologico politicamente corretto. Ma il retro pensiero “suprematista” e quindi razzista che sta dietro a questo modo di interpretare la realtà è esattamente lo stesso. L’Occidente è portatore di un modello liberale e democratico (in realtà sempre più liberale e sempre meno democratico), e quindi di una civiltà considerata oggettivamente superiore e universale. Chi non c’è ancora arrivato dovrà prima o poi arrivarci e chi non si è piegato dovrà piegarsi, in un modo o nell’altro.
E’ ovvio come questo postulato ideologico porti di fatto e necessariamente a giustificare tutte le nefandezze compiute in cinque secoli di storia – genocidi, guerre imperialiste, massacri, colonialismo, dittature militari, regimi fondati sull’apartheid, saccheggio sistematico, sfruttamento, uso di ogni tipo di armi di distruzione di massa, genocidi atomici – come un male necessario per difendere la superiore civiltà liberale.
L’idealtipo liberale, ora “neoliberale”, finge di scandalizzarsi di fronte alle manifestazioni di razzismo, nazifascismo e neonazifascismo – in genere quelle più innocue – ma in realtà non esita a sostenere i peggiori pendagli da forca nazifascisti (e non solo) quando questi gli tornano utili. E’ successo sistematicamente in Europa, con le dittature militari in America latina (ma anche in Asia e in Africa), succede oggi con la feccia nazista ucraina che i (neo)liberali sostengono attivamente, senza nessuna remora e nessun tentennamento di ordine ideologico o tanto meno etico.
Chi ha avuto modo di interloquire con queste persone, sa perfettamente che questo è il loro sentimento, né potrebbe essere diversamente per chi parte da quel postulato. Se gli porti argomenti logici in tal senso cambiano rotta e tornano al loro spartito sulla superiore civiltà occidentale (fondamentalmente anglosaxon) ripetuto come un mantra.
Naturalmente, per quanto ci riguarda, non si tratta affatto di capovolgerlo nè di esaltare, a parti invertite, tutto ciò che c’è al di fuori dell’occidente, cioè i tre quarti del pianeta. Così facendo gli si fa solo un favore, oltre a deformare anche noi, come loro, la realtà. Del resto il mondo – ma potremmo anche dire la storia dell’umanità – è un “arco” e un “insieme” complesso di storie, culture, ideologie, religioni, contesti che hanno prodotto effetti a volte positivi e altre volte, magari anche il più delle volte, negativi. Vale per gli europei e per i nordamericani come per tutti gli altri.
La mia opinione infatti è che l’Occidente abbia prodotto anche tanto di buono – filosofia, letteratura, arte, cultura, diritti, principi di libertà e di democrazia – ma che il più delle volte abbia utilizzato quanto di meglio ha prodotto nel modo peggiore, cioè come falsa coscienza ideologica per coprire la sua volontà di potenza e la sua conseguente vocazione imperialista. Ed è ciò che sta facendo anche e soprattutto oggi.
Ma da qualche tempo c’è una grossa, gigantesca novità. L’impero occidentale a guida USA non è più in grado di dominare quella parte di mondo che fino all’altro ieri era sotto il suo controllo. Ed è una parte importante e anche molto robusta, non solo economicamente e militarmente ma anche dal punto di vista della coesione sociale e culturale. Pezzi di mondo (Cina, Russia, Iran, ma anche Cuba, Venezuela, Vietnam) che hanno costruito la loro forza, né poteva essere altrimenti, a partire dalle diverse rispettive storie, culture, contesti e strutture politiche che, ovviamente, non sono né potrebbero essere quelli del mondo liberale e neoliberale occidentale e soprattutto anglosassone.
Questa ormai raggiunta e consolidata autonomia e indipendenza politica ed economica (per quanto sia possibile in un mondo totalmente globalizzato) da parte di questi ex paesi del terzo mondo – risultato di grandi lotte di liberazione nazionali anticolonialiste e successivamente di una crescita, a volte portentosa come nel caso cinese, non solo economica ma anche tecnologica e militare – ha creato un vero e proprio corto circuito e un senso profondo di frustrazione nelle classi dirigenti occidentali che non sono più in grado di imporre alcunché a quegli stessi paesi. Nasce proprio da questa incapacità/impossibilità e da questo senso di impotenza, l’accentuazione, diciamo pure l’esasperazione di quell’atteggiamento messianico e “suprematista” nello stesso tempo che, se non opportunamente elaborato e disinnescato, potrebbe condurre al disastro.
Il compito non solo dei socialisti ma di tutti i sinceri democratici e di tutte le persone di buon senso (che sono più numerose di quanto non sembri) dovrebbe essere quello di disinnescare quella vis ideologica autoreferenziale, “suprematista” e (inevitabilmente) guerrafondaia di cui sopra e lavorare per far prevalere la parte migliore della cultura e del pensiero occidentale. L’Occidente deve accettare, per la sua stessa sopravvivenza, che esiste un mondo che rifiuta di declinarsi secondo le sue categorie (che, evidentemente, non sono universali), e deve abbandonare la presunzione e la pretesa di imporle. Ciascun paese e ciascun popolo deve avere il diritto di fare la propria storia, di costruire il proprio percorso e nessuno può impedirglielo. In ogni caso, non è più possibile. Non prenderne atto sarebbe il più grave errore che si potrebbe commettere.
l’Italia manderà il più presto possibile nell’Indo-Pacifico la sua nave da guerra più importante, la portaerei Cavour (da qui)
2 – oggi, qual è il tavolo dei vincitori?
Il conte di Cavour, primo ministro del Regno di Sardegna, pensava che la conferenza di pace avrebbe offerto una buona occasione per ragionare, non solo sul Medio Oriente, ma sul futuro dell’Europa e dell’Italia, la penisola divisa, che i Savoia volevano unificare. Il problema era trovare il modo di sedersi al tavolo delle trattative. Si poteva fare? Sì, bastava partecipare alla guerra dalla parte dei vincitori. Cavour non aveva dubbi: i russi sarebbero stati sconfitti. Bisognava mettere in conto qualche morto e Cavour decise che ne valeva la pena: un pugno di morti fra i soldati piemontesi era il prezzo da pagare per sedersi al tavolo dei vincitori (da qui)