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sabato 13 maggio 2023

Sulla distrazione o propaganda di mercato - Riccardo Sasso

  

Distrarre il popolo è stato uno dei più sofisticati sistemi di sottomissione nei regimi totalitari. Ma nella società neoliberale siamo davvero certi che non esistano più forme di distrazione? Distrarre è stata una tecnica del totalitarismo, ma è propria anche del capitalismo, la prigione dorata delle distrazioni; l’iperrealtà di baudrillardiana memoria. 

 

 

La presenza di attività psichica, il fatto di non avere un encefalogramma piatto, non significa pensare. Pensare, in senso generale, significa condurre i propri pensieri, coordinare un ragionamento, produrre concetti logicamente ordinati e corretti. La distrazione consiste nell’eliminazione del pensiero, nell’atrofizzare la capacità di coordinare un pensiero attivo. La distrazione è far diventare il pensiero qualcosa di passivo, bombardare il cervello di stimoli e rendere l’uomo bisognoso di essere guidato passivamente. Il modo più semplice per rendere succube un essere umano all’autorità è proprio il poter mettere le mani sul suo pensiero. Come affermò il filosofo italiano Remo Bodei «Senza che lo spirito critico venisse soffocato, altri agenti iniziavano allora, nel bene e nel male, a plasmare diversamente e con maggiore efficacia il senso comune, a orientare le coscienze e a colonizzare l’immaginario.» (R. Bodei, La civetta e la talpa-Sistema ed epoca in Hegel). Non è un caso, infatti, che negli ultimi anni siano nate aziende private (tra cui la più nota Neuralink del CEO Elon Musk) che vorrebbero riuscire a connettere il cervello umano ad un computer ed è facilmente immaginabile che cosa potrebbe comportare un potere del genere nelle mani di un’azienda.

 

La distrazione è il mantenere l’uomo nello stato di minorità di cui parlava il filosofo Immanuel Kant in Risposta alla domanda che cos’è l’illuminismo? La distrazione si costituisce di tutti quei meccanismi messi in atto dalla classe dominante, per distogliere l’attenzione della classe subalterna dalle cause della sua indigenza. I meccanismi di distrazione sono assai diffusi nella società industriale. Si potrebbe scrivere un’intera biblioteca su questa questione. Ciò che interessa, in questo articolo, però, è spiegare perché la società capitalistica, apparentemente così libertaria, in realtà, sia una società che non lascia nessuno spazio alla critica. In altre parole, il capitalismo concede la critica solo, nella misura in cui, questa non mette in discussione la sua esistenza. Per far sì che la sua proliferazione non sia minata, il capitalismo non si serve di violenza fisica o dell’intimidazione, ma della soppressione del pensiero attraverso la distrazione. 

 

L’uomo distratto è quello che ha bisogno di essere condotto da un altro, di qualcuno che svolga l’attività del pensare al posto suo. Il dittatore ha bisogno di persone inabili all’esercizio del pensiero critico, perché se il popolo pensa si rende conto del suo potere e il dittatore sarà presto deposto. Nel totalitarismo le cose funzionano così, ma nella società di mercato le cose non sono così diverse. Il filosofo italiano Augusto Del Noce affermava che «[d]opo il fascismo nazionalista, dopo quello asservito alla Germania, un terzo fascismo asservito al mondo angloamericano o al capitalismo di quei paesi. » (N. Bobbio, A. Del Noce, Centrismo, vocazione o condanna?) Del Noce intende dire che la democratizzazione che l’Italia avrebbe voluto raggiungere, dopo il crollo del totalitarismo fascista, non sia stata raggiunta, perché il capitalismo americanista ha prodotto un assetto socio-politico in cui la democrazia è stata soffocata, o quantomeno non totalmente realizzata, ancora una volta. In un libro di recente pubblicazione, il filosofo italiano Massimo Cacciari ha scritto:

 

«Il capitalismo contemporaneo, nella competizione tra le diverse aree in cui manifesta il proprio dominio, ha bisogno di Impero. Imperare: comando effettuale, presente, e insieme indicazione-promessa. Il Politico non è il passato del capitalismo, può esserne, anzi, il futuro – ma soltanto nella forma dell’Impero e del polemos tra spazi imperiali. » (M. Cacciari, Il lavoro dello spirito)

 

Ecco messa in evidenza la necessità intrinseca al capitalismo, il quale, non ha portato all’emancipazione dell’uomo dopo il crollo dei totalitarismi, ma anzi l’ha posto sotto un nuovo giogo: la totale contrattualizzazione dell’individuo. 

 

La società neoliberale, quindi, non è riuscita nel suo intento di totale emancipazione dell’uomo. Così come l’Illuminismo e la Rivoluzione francese non riuscirono a liberare completamente l’uomo dal feudalesimo, il neoliberalismo non è riuscito a liberare l’uomo dal totalitarismo. Ma cosa rende il capitalismo un fascismo? Non è forse il capitalismo il miglior sistema economico possibile? Non è forse nel capitalismo che abbiamo la massima libertà individuale? Non è forse nel capitalismo che lo Stato totalitario, di destra e di sinistra, è stato spazzato via per lasciare il posto all’individuo libero? Nel mio articolo Politica e rappresentanza, ho spiegato come i sistemi politici liberaldemocratici contemporanei siano solo formalmente “liberali” e “democratici”. Il capitalismo è sempre legato alla plutocrazia: sono le élite, sono le corporazioni, sono i grandi imprenditori che detengono l’effettivo potere politico. Le masse popolari, quando va bene, hanno solo la libertà di opinione e il diritto di voto. 

 

Nella società di mercato, la distrazione ha la funzione di mantenere questa stabilità di garantire l’autorità politica ai più ricchi e a tenere assopiti i ceti sociali più poveri. Distrarre le masse ha una funzione di narcotico politico, distogliere lo sguardo dai problemi reali e stordire con il divertissemant pascaliano politicamente approfondito. Avere una popolazione assopita e narcotizzata è uno strumento efficace per evitare contestazioni, può essere molto più efficace dell’olio di ricino; del manganello e del confino. Senza dover alzare un dito è possibile ipnotizzare la popolazione, renderla incapace di pensiero critico e far si che questa si lasci guidare da altri. Ciò appare con grande evidenza quando lavoratori; immigrati; disoccupati; omosessuali; donne; disabili; giovani e così via. arrivano a difendere personalità politiche e manovre economiche che, obbiettivamente, vanno contro i loro interessi facendoli rimanere in uno stato d’indigenza sociale. Questo è frutto di distrazione. Nel Quaderno dal carcere n.12, il filosofo italiano Antonio Gramsci formulò un’analisi molto acuta di questi meccanismi: 

 

« Se non tutti gli imprenditori, almeno una élite di essi deve avere la capacità di organizzatore della società in generale, in tutto il suo complesso organismo di servizi, fino all’organismo statale, per la necessità di creare le condizioni più favorevoli all’espansione della propria classe; o deve possedere la capacità di scegliere i “commessi” (impiegati specializzati) cui affidare questa attività organizzatrice dei rapporti generali esterni all’azienda. » (A. Gramsci, Quaderni dal carcere)

 

Ora, se assumiamo che la classe sociale con maggiore potere politico cerca di mantenerlo e di espanderlo, dobbiamo domandarci: non è forse molto conveniente convincere che alimentando gli interessi della classe sociale più abbiente, si faranno anche gli interessi della classe sociale più indigente?  Questa è proprio quell’egemonia culturale di cui Gramsci ha approfonditamente parlato: l’élite dei più abbienti che dirige culturalmente (intellettualmente e moralmente), attraverso televisione, giornali e così via, i più svantaggiati in modo da mantenere la loro condizione di privilegio. 

 

La distrazione rientra precisamente nel paradigma di quest’egemonia culturale, quel fenomeno mediatico che oggi va sotto il nome di trash non è altro che questo: meccanismi capaci d’indebolire il pensiero e permettere a chi è in una condizione privilegiata di mantenerla. I prodotti dell’industria mediatica non sono mai neutrali, anche quando sembrano tali, rispetto alla situazione sociale e politica vigente. Essi propongono una narrazione, che tutti devono imparare a condividere, nascondendola dietro ad un velo di neutralità. 

 

 

Quello che possiamo chiamare “rilassamento mentale” dopo una faticosa giornata lavorativa, alienante e frustrante, è esattamente quel meccanismo che fa sì che, chi versa in condizioni d’indigenza, non metta mai in discussione l’irrevocabilità del sistema che lo rende miserabile. I lavoratori, quindi, sono costretti alla macelleria sociale e lavorativa. Essi sono sfiancati nei luoghi di lavoro e, quando la giornata giunge al termine, l’unica via di fuga è “l’intontimento” per avere qualche ora di sollievo e tregua dalla miseria e dalla sofferenza. Questa è la conseguenza dell’uomo disumanizzato nel capitalismo, come ha sostenuto Karl Marx:

 

« La produzione produce l’uomo non soltanto come merce, la merce umana, l’uomo con il destino di merce, ma lo produce, conformemente a questo destino, come un essere tanto spiritualmente quanto fisicamente disumanizzato. Immoralità, mostruosità, ebetismo dei lavoratori e dei capitalisti. » (K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844)

 

Come possiamo notare da quest’affermazione, neppure i capitalisti sfuggono alle grinfie della macchina del mercato. Si tenga presente questa considerazione, perché sarà utile in seguito.

 

Sono ancora troppo pochi coloro che si rendono conto di questi meccanismi messi in atto dal capitalismo, quando vengono messi nero su bianco, probabilmente, molti si diranno d’accordo. Tuttavia, nella vita concreta, le cose sono assai diverse e raramente si prende atto di queste dinamiche nella quotidianità. Nel suo scritto Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, la filosofa francese Simone Weil scrive parole molto significative: 

 

« Così, in tutti gli ambiti il pensiero, appannaggio dell’individuo, è subordinato a enormi meccanismi che cristallizzano la vita collettiva, fino al punto di aver quasi perduto il senso di ciò che è il pensiero autentico. Gli sforzi, le pene, le ingegnosità degli esseri di carne ed ossa che il tempo conduce in ondate successive alla vita sociale hanno valore sociale ed efficacia alla sola condizione di cristallizzarsi a loro volta in questi grandi meccanismi. » (S. Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale)

 

I lavoratori e gli indigenti non riescono neppure a rendersi conto del fatto che la situazione attuale non sia irrevocabile, inesorabile e necessaria, ma che sia semplicemente un costrutto umano. Le società cambiano e non sono mai uguali, non vi è nulla di statico e inesorabile in un modello sociale. Il sistema capitalistico non fa altro che nascondere abilmente la verità del cambiamento e si propone come l’unica possibilità. Come ha sostenuto il filosofo inglese Mark Fisher: « la sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginare un’alternativa coerente » (M. Fisher, Realismo capitalista)

 

Oggi ci ritroviamo in un periodo di elevato decadimento della civiltà, il quale viene goffamente tenuto nascosto dai detentori dell’egemonia culturale attraverso la distrazione. La convinzione generale è l’idea che si debba lasciare tutto così com’è e distrarsi dalla miseria, miseria che ci accompagnerà sino a quando esaleremo il nostro ultimo respiro.

 

 

L’opulenza della società contemporanea, come disse un certo Paolo Villaggio, non è il paradiso che era stato promesso dal consumismo e dal boom economico, ma è l’inferno che porta al logoramento e all’abbruttimento dell’uomo. L’uomo ridotto alla miseria, quindi, non cercherà di migliorare la sua condizione, ma tenterà di dimenticare la sua miseria, attraverso i prodotti dell’industria mediatica che, servendosi di semplici schermi e stimoli sensoriali vari, proiettano un’iperrealtà che distoglie dalle reali sfide che la nostra epoca storica ci pone dinnanzi. Nessuno pensa al decadimento della politica, al regresso e al progressivo imbarbarimento dell’uomo, all’inesorabile declino economico, alla crisi climatica, alla crescente povertà. Il mondo brucia davanti ai nostri occhi, ma l’uomo, nella società di mercato, preferisce voltare lo sguardo dall’altra parte. L’uomo contemporaneo si trova nella condizione del protagonista del mito della caverna di Platone. Questa volta, però, dopo esser uscito alla luce del sole, sente il peso eccessivo della visione e, invece di ritornare nella caverna a liberare i suoi simili, vi ritorna per rimanervi lui stesso e non essere costretto a sopportare il peso della realtà. Come afferma la Weil:

 

« La verità è che […] la schiavitù avvilisce l’uomo fino al punto di farsi amare dall’uomo stesso. » (S. Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale)

 

L’illusione diventa preferibile alla realtà, il rifugio nella fiction diventa, per l’uomo contemporaneo, rassicurante e preferibile al gravame del mondo reale. L’elemento comico, e contemporaneamente tragico, di tutto quello che è stato detto in queste righe è che da questa enorme distrazione per mantenere la narrazione della pseudo-efficienza, della pseudo-stabilità, dello pseudo-benessere e dei presunti rischi che questi correrebbero, non sono esenti neppure coloro che si trovano in una posizione sociale più favorevole.

L’apparato tecnico del mantenimento dello status quo confluisce nell’iperrealtà, creata per mantenere determinati privilegi immutati. Tuttavia, essa finisce per ingannare anche i suoi stessi ideatori, i quali devono sottostare ai parametri da loro predisposti. I produttori dell’iperrealtà, infatti, sono succubi di una frustrazione causata dal dover mantenere gli standard che la macchina, per la quale essi combattono, impone di mantenere e si devono costantemente difendere dalle minacce di una messa in discussione della sua irrevocabilità.

 

Ma allora per quale ragione nemmeno chi si trova in una situazione privilegiata nella società, se è davvero così infelice, non prova anch’egli a cambiare le cose? Come ha spiegato anche Simone Weil, la macchina è diventata così intricata da essere troppo perfino per gli uomini (siano essi oppressori o oppressi). Tuttavia, esiste anche un’altra risposta reperibile in una celebre metafora dei filosofi tedeschi Max Horkheimer e Theodor W. Adorno nella Dialettica dell’illuminismo

 

« Egli [Ulisse] si china al canto del piacere, e lo sventa, così come la morte. L'ascoltatore legato è attirato dalle Sirene come nessun altro. Solo ha disposto le cose in modo che, pur caduto, non cada in loro potere. Con tutta la violenza del suo desiderio, che riflette quella delle creature semidivine, egli non può raggiungerle, poiché i compagni che remano, con la cera nelle orecchie, non sono sordi solo alle Sirene, ma anche al grido disperato del loro capitano. » (M. Horkheimer e T. Adorno, Dialettica dell’illuminismo)

 

Ulisse, come i capitalisti, predispone l’organizzazione sociale, la nave con i marinai, in suo favore. Così che egli possa bearsi dei piaceri, mentre tutta la macchina sociale è organizzata in funzione di questo privilegio. Presto, però, il privilegiato si rende conto che della macchina fa parte anche lui e subisce la miseria necessaria a garantire il mantenimento del sistema. Egli, però, proprio in virtù di questo privilegio che riesce a compensare la miseria, la possibilità di detenere il potere, la ricchezza e il controllo sociale, fa di tutto per non far vacillare la situazione così come disposta. Ecco la tragicommedia della società capitalista. 

 

La domanda che il lettore si porrà dopo tutto questo discorso, sarà sicuramente quale possa essere la via d’uscita da questo circolo vizioso che la macchina capitalistica ha prodotto. Per motivi di spazio, non è possibile qui fornire una risposta sufficientemente esaustiva. Ciò su cui, però, è importante porre l’attenzione è il destare il pensiero dalla distrazione prodotta dall’egemonia culturale che, come la cera nelle orecchie dei marinai, è d’ostacolo alla visualizzazione della situazione concreta in cui viviamo. Rendere l’essere umano capace di visualizzare l’abbruttimento progressivo del suo essere, togliendo il velo di Maya che è l’iperrealtà, è il primo passo fondamentale, quantomeno per rendersi conto del mondo in cui si vive. Come affermò il filosofo sloveno Slavoj Žižek: Marx disse che la filosofia aveva da sempre contemplato il mondo e ora si trattava di cambiarlo. Tuttavia, noi, forse, abbiamo con troppa velocità voluto cambiare il mondo e ci siamo dimenticati d’interpretarlo. Ad ogni modo, possiamo offrire una suggestione seguendo questo spunto fornito da Fisher:

 

« La lunga e tenebrosa notte della fine della storia va presa come un’opportunità enorme. La stessa opprimente pervasività del realismo capitalista significa che perfino il più piccolo barlume di una possibile alternativa politica ed economica può produrre effetti sproporzionatamente grandi. » (M. Fisher, Realismo capitalista)

da qui

lunedì 11 novembre 2019

ricordo di Remo Bodei



Remo Bodei era una specie in via d’estinzione. Altro che i tecnocrati di oggi - Marcello Barison

Per la mia generazione i nomi della filosofia italiana – quelli che, per intenderci, a vent’anni si “andava a sentire” – non sono poi moltissimi (e non me ne voglia chi tralascerò): Emanuele Severino, Massimo Cacciari, Gianni Vattimo, Vincenzo Vitiello, Carlo Sini, Giulio Giorello, Umberto Curi, Roberto Esposito e, certamente, Remo Bodei. Non c’era festival o convegno dove qualcuno di loro non comparisse: un fenomeno molto italiano, indulgente a un presenzialismo dall’esito talora un po’ parodico, ma comunque significativo per inquadrare il rapporto tra filosofia e divulgazione in un mondo, quello dopo la caduta del Muro, in cui gli “intellettuali”, per illudersi di giocare ancora un ruolo, hanno dovuto aggiornare il loro profilo da engagé a pop o simil-pop.
Così, raggiuntami la notizia della morte di Bodei, mi ha colto una strana malinconia, legata non tanto al suo lascito “speculativo”, ma al prendere coscienza che una figura che in qualche modo ha accompagnato anche il mio percorso di studio e di ricerca è venuta meno. Era abituale che ci fosse, che, con certa frequenza, uscisse un suo libro, o che, di tanto in tanto (magari a distanza di qualche anno), capitasse una conversazione o un incontro, da una parte o dall’altra del globo.
Sulla biografia filosofica di Remo Bodei molto in questi giorni è stato scritto. Anziché sondare da diversa prospettiva i territori, vari e amplissimi, delle sapienti divagazioni di cui era maestro, preferirei allora tentare, in poche battute, un ritratto qualitativo – dunque né dossografico né bibliografico – del suo tipo intellettuale: la figura di un laico chierico globale, enciclopedico ma con disinvolta sobrietà, dotato di conoscenze accuratissime quanto straordinariamente estese, e di una memoria prodigiosa, la cui monumentale erudizione era soggetta a un ridimensionamento continuo operato dall’immancabile ironia che, anch’essa spesso su base aneddotica, fungeva da corrosivo delle proprie stesse affermazioni. Come a smitizzarle per far intendere che, nella matassa dei nessi, c’erano sempre altre strade da percorrere, altre suggestioni da seguire, affini ma anche dissimili da quelle già evocate.
Per tutte queste caratteristiche, il nome di Bodei è sinonimo di instancabile curiosità e di quella che un tempo si sarebbe detta cultura. Parola oggi quasi impronunciabile poiché da un lato disprezzata con orgoglio da tutti quelli che non ce l’hanno e dall’altra espunta da una classe universitaria di tecnocrati variamente digiuni di nozioni elementari, i quali, presi come sono a affastellare paper e pubblicazioni di nessun interesse, hanno orgogliosamente abolito la figura dell’intellettuale novecentesco, rimpiazzandola con quella di impiegati del sapere che farebbero fatica a fare una lezione su un tema anche poco distante da quello del loro Ph.D.
Mentre invece personalità come Bodei erano in grado di confrontarsi con gli specialisti di qualsiasi argomento (nell’ambito delle “scienze dello spirito“, beninteso) dimostrando in ogni campo di avere idee più precise e penetranti dei presunti “esperti”. Perché il suo habitus mentale, che a un’assidua disciplina nello studio affiancava la passione per l’intelligenza in tutte le sue epifanie, si basava sull’assunto – oggi incomprensibile ai più – che conoscere a memoria la Divina Commedia incrementa in modo fondamentale la nostra capacità di capire l’epistemologia di Paul Dirac, le tre critiche kantiane, i Moralia di Plutarco o i romanzi di Henry James.
O che la conoscenza delle lingue classiche è un prerequisito essenziale per poter anche solo pensare di dire qualcosa di sensato in filosofia (anche se si sta scrivendo un libro sul design o sulla teoria contemporanea dell’informazione). Affermazioni, queste, che basterebbero oggi per far licenziare in tronco interi Dipartimenti per manifesta incompetenza.
L’intellettuale onnivoro, che ha passato decenni sui libri, frequentando indifferentemente musei, cinema o sale da concerto, o magari esplorando città e che non ha mai saputo perdere davvero tempo – perché tutto, nella sua vita, è stato un “enorme esperimento volto alla conoscenza”, dunque all’assimilazione e all’espressione -, questo peculiare tipo d’uomo la cui vita ha anzitutto – ma con la debita mitezza – la forma del sapere, è del tutto in via d’estinzione.
E viene anzi guardato con diffidenza, e non di rado sufficienza, da più o meno giovani schiere di “studiosi” col curriculum inappuntabile che, a chiederglielo, non saprebbero nemmeno dire la data della presa di Costantinopoli o che cosa sia la Dottrina Monroe. Il miglior modo di rendere onore a figure come quella di Bodei sarebbe lottare perché il tipo di desiderio che ha incarnato continui a vivere e ad avere un suo legittimo posto nel mondo.
Ogni volta che s’incontrava Remo Bodei si aveva la certezza che si sarebbe imparato qualcosa di nuovo. Che ci si sarebbe infilati nella prima libreria a cercare un titolo, o dritti a casa a colmare una lacuna di cui sotto sotto c’era da vergognarsi. Quanti, oggi, nel mondo universitario condividono queste urgenze o almeno capiscono di cosa si stia parlando?



Remo Bodei ha lasciato andare la gomena della vita - Francesca Rigotti

Ogni tanto lo si incontrava a festival e congressi filosofici un po' ammaccato; una volta zoppicava un po', un'altra aveva un braccio al collo; ognuno sarebbe rimasto a casa, invece Remo no. Se Remo Bodei aveva preso un impegno, lo rispettava fino in fondo, appena possibile: «Sono coriaceo», diceva di sé, da bravo stoico; coriaceo come la suola di una vecchia scarpa. Ma questa volta non ce l'ha fatta neanche lui e se ne è andato e ci ha lasciato tutti orfani, filosofi e no. Soprattutto i non filosofi, perché più di ogni altro Bodei era riuscito a portare la filosofia nelle strade e nelle piazze, come Socrate. E l'aveva fatto con quell'invenzione geniale che fu, anche nel nome, il Festival della Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, così che dal 2001 strade e piazze e chiese e palazzi di quei luoghi ospitano le migliaia di persone che dedicano anche soltanto un poco del loro tempo alla riflessione filosofica. Viene allora da chiedersi: ma veramente anche tutte quelle persone che sono state sedute su quelle migliaia di sedie di plastica nella piazza Grande di Modena infuocata dal sole, o nella immensa spianata di Carpi in nome di Socrate, Kant e Arendt, opteranno per il verbo pupulista, sovranista, primanostrista, mettendo il loro voto nelle mani dei promotori della chiusura, della discriminazione e dell'odio?

Tra le tante altre aree di interesse, Bodei si è occupato anche delle passioni: passioni calde come l'ira, bollente, furiosa, rossa. E passioni tristi come l'odio, gelido e calcolato, alimentato e accudito costantemente. L'odio fa parte di quelle «passioni tristi» di cui parla Spinoza, il grande filosofo olandese del '600, le quali, insieme all'invidia e all'avarizia, deprimono la nostra voglia di vivere. L'odio è una passione individuale pronta a trasformarsi in sentimento collettivo, addirittura in collante sociale nel momento in cui viene a coinvolgere varie persone e gruppi. Si tratta di un fenomeno ben noto e sul quale hanno giocato nei secoli ogni sorta di trascinatori di masse, proprio perché è molto più facile tenere insieme la gente «contro» qualcuno o qualcosa che a suo favore; l'odio rinsalda i sentimenti di solidarietà e appartenenza, trasformando «noi» nei buoni e «loro» nei cattivi. Contro di loro viene sviluppato l'odio nei confronti dell'altro che unisce e motiva, muove e stimola i noi. Non permettiamo che l'odio prevalga, quell'odio che in tanti casi ha portato al dominio cui è dedicato, et pour cause, l'ultimo libro di Bodei.

Dominio

Dominio degli uomini su altri uomini; degli uomini sugli animali; dei maschi sulle femmine; degli uomini sulle macchine e, nel gran finale aperto, di noi sui robot o dei robot su di noi. Il dominio di alcuni e la sottomissione di altri è il filo rosso, il motivo conduttore – ma di motivi ce ne sono tanti altri – del grandioso affresco tracciato da Remo Bodei in questo libro a più piani: Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, intelligenza artificiale, Bologna, il Mulino, 2019, pp. 408, in cui si analizzano il passato e la storia congiungendoli col nostro presente fugace e con il futuro dell'attesa, del timore, dell'imprevedibilità. 
Bodei è autore i cui interessi, partiti da solidi studi sulla filosofia idealistica tedesca, si sono man mano estesi, con studi non meno solidi, verso la filosofia della tarda antichità (Agostino), verso l'estetica, la teoria e storia della scienza e della tecnica, dell'oblio, dell'individualità, della natura delle passioni (l'ira!) e della coscienza, incluso il fenomeno del déjà vu. Senza dimenticare le analisi del mondo delle cose con la sua pluralità di sensi e significati. E man mano che l'orizzonte di Bodei si allargava, crescebat eundo, si offriva agli occhi del lettore la comprensione e interpretazione del mondo a noi contemporaneo in cui è bello inoltrarsi avendo come guida le parole del filosofo. Molte delle opere di Bodei poi, più che procedere inanellandosi, sembrano uscire l'una dall'altra come Eva dalla costola di Adamo, per poi acquistare vita autonoma e indipendente. Spero di non sbagliarmi facendo nascere Dominio soprattutto da Immaginare altre vite. Realtà, progetti, desideri (Milano, Feltrinelli, 2013), dove Bodei disegnava la grande mappa dei nostri paesaggi interiori, distendendocela davanti in modo tale da permettere a noi di capire dove siamo e renderci conto dei problemi e delle tematiche dell'oggi osservate da un punto di vista filosofico. 



Un Bodei quasi arendtiano

In questo testo sono comunque il concetto e la pratica del dominio a tener campo, senza però che il sistema del dominio, in cui alcuni detentori del potere comandano e altri sono comandati e sottomessi, diventi il modo «naturale» di pensare e agire degli umani che stanno insieme politicamente. Un Bodei quasi arendtiano dunque, se per Hannah Arendt politica è esperienza di un potere diffuso, partecipativo, relazionale, plurale; se essere liberi nella polis è essere liberi dalla diseguaglianza connessa a ogni tipo di dominio; se, per una Arendt quasi anarchica, è esperire la politica come interagire plurale in uno spazio pubblico condiviso. Un Bodei dunque che mi pare non condividere l'idea del vivere insieme come inesorabilmente e necessariamente determinato dal modo in cui si domina, si esercita il potere, si governa. Tant'è che il filosofo mette in dubbio il dogma antropologico dell'impossibilità di uscire dall'aggressività congenita al genere umano, la Menschheit priva di Humanität sostenuta da Sigmund Freud, Elias Canetti e Konrad Lorenz, ma anche da Oriana Fallaci e James Hillman. Quello di Bodei è piuttosto uno sforzo di comprendere come sia (stato) possibile che esseri umani abbiano trasformato altri esseri umani in schiavi costretti a lavorare in condizioni disumane, o a far vivere lavoratori salariati in condizioni di quasi schiavitù. L'analisi della condizione degli indios dell'America spagnola, ridotti sistematicamente e di fatto in schiavitù già poco dopo i viaggi di Colombo, mette di fronte a torture inimmaginabili, a comportamenti crudelissimi spiegabili, se l'orrorismo si può spiegare, con il disprezzo nei confronti di coloro cui veniva negata una umanità pari a quella dei cattolicissimi bianchi spagnoli, i «nostri» che allora si pensava di mettere prima. Che inoltre il malgoverno predatorio istaurato dagli spagnoli nel Nuovo Mondo e diretto a saziare la loro maledetta fame d'oro, alla quale vengono subordinati tutti gli altri valori politici o religiosi ufficialmente professati, sia una specie di apriori – ipotizza Bodei – che continua a perseguitare con la corruzione e il malgoverno endemici il destino degli Stati latino-americani? 

Il peso di Aristotele

Tornando alla messa in schiavitù degli indios e dei neri africani trasportati nelle Americhe (si calcola tra i 12 e i 17 milioni di individui), e alle giustificazioni che si davano conquistadores e negrieri, ma anche la brava gente normale, vi intervenne certo il peso determinante della visione aristotelica della schiavitù e della inferiorità naturale, che andò così a influire sulle vicende di molti milioni di uomini e di donne, giacché «è nella natura delle cose che il superiore comandi l'inferiore» (e poi si dice che la filosofia non conta niente). Così come influirono sull'idea che la schiavitù vada accettata le dottrine di illustri pensatori cristiani, da Paolo di Tarso a Agostino a Tommaso d'Aquino. 
Fu tuttavia proprio anche il confronto filosofico, teologico e politico del '500 spagnolo a riscattare gli indios dalla loro condizione di schiavitù, scrivendo il certificato di nascita delle moderne teorie dei diritti umani – nella lettura di Bodei che leggermente si discosta da chi attribuisce la paternità di tali teorie alla reazione alle guerre di religione seguite in Europa alla Riforma luterana. In ogni caso i diritti umani sono qui presentati non come valori astratti dotati di un fondamento naturalistico ma, in concordanza con la interpretazione di Norberto Bobbio, quali esigenze e rivendicazioni storiche che finiscono alla fine per favorire tutti i membri della società.

Ancora Aristotele è il punto di partenza per introdurre il tema delle macchine e del loro funzionamento e la relazione con il lavoro umano di tipo schiavistico, spiega Bodei in questo testo che è ricostruzione e narrazione storica così come analisi concettuale, genealogia così come costruzione. Se le macchine funzionassero da sole – scrive Aristotele nella Politica [I, 4, 1253b-1254a] – e gli strumenti si muovessero in maniera automatica, non ci sarebbe bisogno di schiavi perché strumenti e macchine diventerebbero i nostri schiavi. Già Cratete di Atene, comico della generazione precedente a quella di Aristofane, scrisse nelle Bestie, che un giorno gli utensili si avvicineranno a noi al solo chiamarli, e il pane si impasterà da solo, il pesce si autoarrostirà sulla piastra, l'acquedotto porterà l'acqua calda e «il vasetto di sapone verrà da solo all'istante, così come la spugna e i sandali!» (p. 79).

Il dominio delle macchine

Se poi i nuovi strumenti-schiavi si ribelleranno, essendo riusciti a sviluppare oltre all'intelligenza anche la volontà in quel futuro a detta di alcuni imminente in cui si sia raggiunta (sic) la singolarità, è l'utopia/distopia con la quale ci troviamo oggi confrontati. Saranno le macchine, saranno i robot che, avendo assorbito intelligenza e volontà e non più coadiuvando bensì sostituendo l'essere umano, eserciteranno il dominio su di noi e faranno diventare noi i nuovi schiavi controllando il movimento i nostri corpi, in sintonia con la spiegazione di Tommaso d'Aquino, per il quale il corpo dello schiavo viene manovrato dal padrone? Saremo liberi di non obbedire? O le macchine ci renderanno schiavi anche soltanto sottraendoci le attività lavorative per consegnarci ai secoli di noia del tempo liberato dal lavoro e della fine della storia, guidati e accuditi e deresponsabilizzati quali infanti?
Al tempo è dedicata la quinta e ultima parte del libro di Bodei, come una conclusione del lavoro: in particolare alle sue tre classiche e fondamentali dimensioni, presente, passato e futuro, tutte da rispettare e comprendere giacché «la vista acquista maggiore pienezza solo se le tre dimensioni sono – per quanto è possibile – armonicamente intrecciate tra loro» (p. 398).

Intrecciare e srotolare la gomena

Bodei propone di srotolare il passato mantenendone memoria, per ricongiungerlo al presente e proiettarlo sul futuro. Come se il tempo – il paragone è di un antico stoico – fosse una gomena le cui fibre formano una serie di intrecci non lineari che si avviluppano in una «successione relativamente coerente pur nelle sue torsioni» (p. 379). Non può non venire in mente la fune di Wittgenstein – autore oggi ingiustamente poco frequentato – che nelle Ricerche filosofiche [I, 67] descrive il formarsi di una «famiglia» di concetti (es. di numeri) attraverso le sue somiglianze, in virtù dell'intreccio di fibra su fibra: «La robustezza del filo non è data dal fatto che una fibra corre per tutta la sua lunghezza, ma dal sovrapporsi di molte fibre […] Un qualcosa percorre tutto il filo, cioè l'ininterrotto sovrapporsi di queste fibre». 
I fili della gomena di Bodei ritornano qui ma per diventare i rapporti con noi stessi e gli altri, che formano la nostra personalità, tanto più robusta «quanti più fili sarà riuscita a intrecciare e quanto meglio sarà stata capace di annodarli» (p. 391). Semplici esercizi di ricomposizione della mente e dell'animo, rivalutazioni del silenzio, del buio e della «vita semplice», di Diogene nella botte e di Greta nella barca. È lo svolgere il filo della continuità della vita di ciascuno, della navigatio vitae, dove è cosa saggia lanciare talvolta la gomena legata all'ancora e far ormeggiare il pensiero e l'attività frenetica per esercitare pause di riflessione, fermandoci ogni tanto a meditare sulla vita. E a pensare a come azzerare le condizioni del dominio che rischia di dimezzare il mondo in ricchi annoiati e poveri disperati e schiavizzati.


dice Remo Bodei:
Ciascuno di noi vive nell'immaginazione altre vite, alimentate dai testi letterari e dai media. Per loro tramite tenta di porre rimedio alla limitatezza della propria esistenza. (citato in Corriere della sera, 16 gennaio 2009, da qui)