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giovedì 27 novembre 2025

Perché l’espulsione dell’Imam di Torino per le parole contro il genocidio a Gaza non è un caso isolato - Dalia Ismail


Questo non è sicurezza: è razzializzazione del dissenso. È un avvertimento politico a un’intera comunità: il diritto di parola non vale uguale per tutti

Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn Al Khattab di via Saluzzo a Torino, è stato prelevato e trasferito in un Centro di permanenza per il rimpatrio. Il provvedimento arriva settimane dopo le sue parole pronunciate durante una manifestazione pro Palestina del 9 ottobre, quando aveva definito l’attacco del 7 ottobre 2023 come una reazione ad anni di occupazione. Una dichiarazione che rientra nel campo della libertà di espressione politica – piaccia o no – è bastata per trasformarlo nel bersaglio di un’operazione mediatica e istituzionale culminata nella revoca del suo permesso di soggiorno di lungo periodo e in un ordine di espulsione.

Shahin vive in Italia da oltre vent’anni. È egiziano e, in quanto oppositore del regime di Al-Sisi, sarebbe in pericolo reale e immediato se rimandato in Egitto. Nonostante questo, e nonostante abbia presentato una nuova domanda di asilo tramite il modello C3 – che per legge sospende ogni espulsione fino alla decisione della Commissione – la magistratura ha comunque convalidato il rimpatrio, aggirando una procedura che normalmente tutela chi chiede protezione internazionale. Un atto punitivo insomma.

Come ricorda il movimento Torino per Gaza, Shahin paga una sola colpa: essersi esposto pubblicamente, e senza pause, denunciando il genocidio in corso a Gaza e sostenendo la causa palestinese. Una posizione politica e morale trasformata in motivo di espulsione. Un uomo musulmano che prende parola sulla Palestina è trattato come un problema di sicurezza, non come un soggetto avente diritto alla libertà di espressione, garantito a chiunque altro.

E questo caso non è affatto isolato. Negli ultimi due anni è emersa una tendenza sistematica: uomini arabi, musulmani e palestinesi vengono sorvegliati, puniti e criminalizzati in modo sproporzionato rispetto ai fatti contestati. Il trattamento riservato ad Ahmad Salem, 24 anni, ne è un esempio lampante. Arrivato in Italia per chiedere protezione internazionale, è finito nella sezione di alta sicurezza del carcere di Rossano Calabro. Durante la procedura di asilo gli è stato sequestrato il telefono e parti di suoi interventi pubblici – slogan, appelli alla mobilitazione civile per la Palestina, contenuti politici – sono stati etichettati come “terrorismo”. Frammenti decontestualizzati sono bastati per trasformare l’espressione del dissenso palestinese in un reato. Il tutto mentre tre giovani palestinesi – Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh – sono accusati di “terrorismo” sulla base del volere di Israele, con Yaeesh ancora detenuto da oltre un anno. Anche qui emerge lo stesso schema: presunzione di colpevolezza, sovrastima del rischio, accettazione acritica delle narrative israeliane e criminalizzazione automatica del profilo palestinese.

A questo si aggiunge quanto accaduto a Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia. Fermato all’aeroporto di Linate, è stato denunciato per “istigazione alla violenza” e colpito da un foglio di via che gli vieta di entrare a Milano per un anno. Provvedimento già applicato in passato, sempre in correlazione alla sua attività pubblica in solidarietà al popolo palestinese. Hannoun definisce l’operazione “un atto di aggressione”: “Mi dispiace di questo atto di aggressione nei miei confronti, mentre il nostro governo è complice diretto del genocidio a Gaza, dove fornisce armi per sterminare i gazawi. (…) All’uscita dell’aeromobile gli agenti della polizia mi hanno identificato e mi hanno portato in ufficio a Linate per darmi due notifiche. La prima era l’allontanamento dalla città per un anno, l’altra una denuncia per istigazione alla violenza”.

Anche qui si ripete lo stesso schema: l’attivismo palestinese e musulmano viene decontes­tualizzato, punito e represso con l’espulsione fisica dal territorio, con l’isolamento; ogni parola è un potenziale reato, ogni presenza pubblica trattata come un problema di sicurezza nazionale. Non è un caso: è parte di una strategia che colpisce sempre gli stessi corpi, gli stessi accenti, le stesse identità.

Un’ulteriore conferma arriva dal caso dell’imam di Bologna Zulfiqar Khan, allontanato dall’Italia l’anno scorso attraverso un decreto immediato del Ministero dell’Interno basato su una selezione di sermoni, frasi e contenuti religiosi interpretati come indicatori di pericolosità. Un uomo residente in Italia da decenni, privato del permesso di soggiorno ed espulso senza garanzie adeguate e senza un vero processo. Anche qui, un dissenso o un linguaggio religioso che non piace è stato sufficiente per attivare la macchina dell’espulsione.

Mettendo insieme questi casi, emerge una dinamica chiara: quando il soggetto è un uomo musulmano o palestinese che denuncia il genocidio di Gaza o critica la politica occidentale in Medio Oriente, lo Stato interviene con misure eccezionali ed eccessive – fogli di via, espulsioni, revoche del permesso di soggiorno – accuse sproporzionate e criminalizzazione delle opinioni. È una strategia che colpisce sempre le stesse identità, incoraggiata da un clima politico che normalizza l’idea islamofobica del musulmano “pericoloso” e “radicale”.

Questo non è sicurezza: è razzializzazione del dissenso. È islamofobia istituzionale normalizzata. È un avvertimento politico a un’intera comunità: il diritto di parola non vale uguale per tutti. E chi parla contro un genocidio, soprattutto se coinvolto direttamente, rischia, in questo Paese, di essere trattato come se fosse lui il pericolo.

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lunedì 17 novembre 2025

Libertà di parola versus libertà accademica: un conflitto ai limiti della post-democrazia - Marco Pitzalis

 

Nel dibattito pubblico si fa largo una questione cruciale che riguarda la libertà di parola, i suoi limiti e il rapporto con le libertà accademiche (Nda Sapiro et alii).
Questa questione è diventata attuale in particolare durante la crisi pandemica, quando tra discorso esperto, comunicazione politica, comunicazione istituzionale, comunicazione nei media tradizionali e nei nuovi social media (la presa di parola diffusa) si realizzò un cortocircuito a livello politico e comunicativo che non è stato ancora decifrato.
Nello stesso tempo, si è rafforzata tra le élite la tendenza a asserire che il sapere esperto debba non solo governare la politica, ma anche essere l’unico principio legittimo della presa di parola.
Questo anche senza considerare che i “saperi esperti”, in casi complessi che esondano da una sola expertise disciplinare (per esempio la virologia), dovrebbero coprire altre dimensioni cruciali quali quella medica, organizzativa, sociale, economica, politica, giuridica e psicologica. Quindi scegliere quale expertise sia l’unica pertinente è già di per sé una scelta “arbitraria” e certamente non democratica.
Di fronte alla crisi pandemica, è stato infatti messo in discussione il principio del diritto di parola, contrapponendo in modo definitivo “expertise” e “free speech”, giacché tutte le questioni relative al diritto, all’umano e al sociale dovevano discendere da un unico discorso legittimato a parlare.

La reazione alla deriva giacobina e iper-positivista nel governo della crisi pandemica ha però avuto l’effetto paradossale di minare la fiducia nelle istituzioni politiche, mediche, nazionali e internazionali. Questo effetto sociologicamente prevedibile non è stato considerato, giacché l’expertise sociologica non è mai stata legittimata a parlare in questa materia. Il risultato è stato di alimentare a dismisura il peso politico e mediatico di forze che rivendicano il principio del “free speech” contro l’expertise.
Questo “free speech”, bisogna fare attenzione, non coincide con la difesa del diritto di parola. Si tratta della rivendicazione della parola libera (o del dire parole in libertà): cioè il potere (non il diritto) di dire quello che si vuole, ivi compresa la menzogna, l’umiliazione, l’offesa e la violenza verbale contro persone in condizione di fragilità personale e politica.
La rivendicazione di free speech trova certamente una forza propulsiva nella rivalsa contro il moralismo e il normativismo woke e di certa “cancel culture”, ma trae la sua linfa dalla particolare struttura della società americana (e europea) e dal peso relativo di capitale culturale ed economico nella distribuzione delle posizioni. Senza comprendere questa struttura non si capirebbe il voto operaio per i partiti reazionari dal punto di vista sociale.
La questione del “free speech” riguarda in modo massiccio la sfera politica e pubblica, non solo in quanto rivendica l’uso di linguaggi razzisti e sessisti, ma perché imbroglia impunemente il confine tra verità e menzogna. A questo imbroglio dei confini contribuisce oggi l’irruzione dell’intelligenza artificiale con la sua capacità di alterare immagini e suoni, rendendo ancora più difficile orientarsi tra realtà e invenzione della realtà.
Il “free speech” in questo contesto non è dunque la libertà di prendere parola, ma l’affermazione di un nichilismo della parola che non ha come obiettivo una ricerca dialettica del consenso, una (ri)negoziazione dei significati e il dibattito come processo dialogico di ricerca collettiva della verità. Al contrario, è semplicemente e brutalmente l’affermazione violenta del punto di vista dei gruppi dominanti e la difesa dei loro interessi.
Nello stesso tempo, in molti paesi occidentali sono messe in questione le libertà accademiche. Negli USA si segnala un ritorno alle purghe che colpirono il mondo accademico, quello della cultura e del cinema (denominate maccartismo, come per delimitare a una persona le responsabilità storiche e strutturali), e anche in Italia il ddl Gasparri che equipara antisemitismo e antisionismo pretende di regolare la presa di parola in contesto accademico sulla questione israelo-palestinese e coopta le università dentro la guerra delle parole (e anche alla presa di parola tout-court).
Al di là di questo, è sempre più forte l’intolleranza verso le manifestazioni di dissidio e protesta degli studenti universitari. Mentre, in Italia, la presa di parola dei ricercatori è oramai un ricordo del passato, i sistemi nazionali ed europei di finanziamento della ricerca si presentano come dispositivi di disciplinamento e mobilitazione morale e politica (vedi il PNRR, i progetti Horizon, Erasmus+ ecc.). Tutti elementi che mettono in luce la crescente crisi di autonomia del campo universitario.
Libertà accademica e libertà di parola non sono però la stessa cosa. E lo dimostra il fatto che chi rivendica il “free speech” attacca la libertà accademica.
Occorre dunque operare una netta distinzione tra libertà di parola nell’arena pubblica e libertà accademiche. Sembra una sottigliezza giuridica o filosofica, ma non lo è. Le due operano in territori diversi, con logiche diverse e responsabilità diverse. Eppure, nella pratica discorsiva quotidiana, tendono a intrecciarsi fino a confondersi.
La libertà di parola è un diritto generale e designa il fatto che tutti possono dire, argomentare, criticare. La libertà accademica riguarda invece la produzione e la trasmissione di conoscenza disciplinata da una metodologia, da prove, da un processo di revisione tra pari, dall’accountability. Non è un privilegio corporativo, ma un dispositivo democratico.
Negli ultimi anni, questa distinzione è stata corrosa dall’esplosione di discorsi indifferenti alla verità, ciò che Harry Frankfurt chiamava “bullshit” (a queste tematiche è dedicato il Symposium “Academic Freedom under Attack” editor by Gisèle Sapiro and Thibaud Boncourt. Sociologica, 19-3, forthcoming). Bullshit non è la menzogna, che perlomeno riconosce la verità per capovolgerla, ma l’indifferenza a qualunque criterio di verifica. È un sintomo del nostro tempo caratterizzato dalla moltiplicazione delle fonti, retto da un’economia dell’apparenza, governato da algoritmi della visibilità. Tuttavia, osservo che ci sia un  rischio anche a voler ridurre tutto il conflitto epistemico a una lotta tra due polarità distinte: verità e “scemenze”. Questo significa negare le zone grigie nelle quali ci muoviamo anche in ambito accademico (tra conflitto interno e presa di parola esterna). Le scienze non sono monoliti e il ruolo dell’intellettuale spesso ambivalente. Nei campi scientifici si litiga e il meccanismo di fondo è quello del dubbio sistemico e dell’opposizione dialettica. Quando la critica al potere viene sistematicamente screditata come “ideologica”, la discussione pubblica si atrofizza.
Sulla questione del cambiamento climatico (vedere a questo proposito Pellizzoni 2007), per esempio, vengono certamente dette molte scemenze. Ma possiamo ridurre tutta la critica al discorso mainstream dell’IPCC alla categoria di bullshit?
Geologi e climatologi discutono da decenni su scale temporali, cause, pesi dei fattori. Qual è il peso del fatto umano? Per quanto l’“Antropocene” sia usato ovunque, dal punto di vista delle discipline geologiche non è considerato ancora un’epoca ufficiale. Questa non è post-verità, non è una scemenza da militante dell’ultradestra illetterato, ma è una forma di pluralismo disciplinato. È esattamente l’arena dove la libertà accademica lavora.
Se appiattiamo tutto, marginalizzando la critica scientificamente fondata, paradossalmente, regaliamo potere a chi decide cosa è “bullshit”. Governi, media, apparati militari e di sicurezza non sono arbitri neutrali. Operano con priorità proprie, spesso estranee ai principi della ricerca. La crisi climatica in questo contesto non è dunque neutra rispetto agli usi che ne vengono fatti per indirizzare le politiche industriali.
Quindi non basta tenersi alla larga dalle scemenze ma occorre anche difendere il campo accademico dall’eteronomia. Le norme morali che ci dicono cosa è legittimo dire non sono solo prodotte all’interno dell’accademia, ma vengono modellate da logiche esterne, dal marketing politico, dalle polemiche mediatiche, dagli scandali istantanei. L’università reagisce spesso inseguendo, anziché anticipando. La tentazione è respingere tutto ciò che “non ci piace” nel recinto del nonsense. Ma la storia ci mostra che molte verità scientifiche nascono minoritarie, sospette, eccentriche. L’università è una macchina fragile. Quando smette di tollerare il disaccordo metodologicamente fondato, smette di essere università.
Occorre distinguere, innanzitutto, la critica dalla censura. Senza critica non esiste progresso, senza limiti non esiste conoscenza. La contestazione degli studenti a un professore non è censura, se questa non porta all’annichilimento della persona. Quindi non è su questa che deve essere concentrato lo sforzo che invece dovrebbe essere diretto a  rendere visibili le pressioni esterne. L’autonomia non è un muro, è un equilibrio negoziato e il rapporto tra campo accademico e campo del potere è un equilibrio instabile che va continuamente monitorato. 

La lotta per l’autonomia del campo è, dunque, una lotta per la possibilità stessa di produrre verità non immediatamente subordinate agli interessi dominanti. È un conflitto costitutivo e ogni volta che l’università cede all’invasione di logiche esterne, ciò che viene indebolito non è una corporazione, ma la funzione pubblicadella conoscenza  Infatti, ciò che conta non è chi parla, ma come parla, cioè con quali prove, con quali metodi, sotto quali forme di responsabilità reciproca. La verità non è una bandierina da apporre su un territorio occupato, ma il processo collettivo di costruzione del consenso intorno alle risposte a una domanda.
Per questo la libertà accademica non è un privilegio della corporazione professorale, ma un investimento pubblico nella possibilità stessa di discutere seriamente. E questa possibilità, oggi, non è mai stata così preziosa né così fragile. 

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lunedì 24 marzo 2025

Mi chiamo Mahmoud, sono un prigioniero politico - Mahmoud Khalil

Mi chiamo Mahmoud Khalil e sono un prigioniero politico. Vi scrivo da un centro di detenzione in Louisiana, dove mi sveglio al freddo del mattino e trascorro lunghe giornate a testimoniare le silenziose ingiustizie in atto nei confronti di moltissime persone a cui è preclusa la tutela della legge.

Chi ha il diritto di avere diritti? Non sono certo gli esseri umani ammassati in queste celle. Non è l’uomo senegalese che ho incontrato e che è stato privato della sua libertà per un anno, con la sua situazione legale in un limbo e la sua famiglia a un oceano di distanza. Non è il detenuto ventunenne che ho incontrato, che ha messo piede in questo paese all’età di nove anni, per poi essere deportato senza nemmeno un’udienza.

La giustizia sfugge ai contorni delle strutture di immigrazione di questa nazione.

L’8 marzo sono stato preso da agenti del Department of Homeland Security che si sono rifiutati di fornire un mandato e hanno avvicinato me e mia moglie mentre tornavamo da una cena. Il filmato di quella notte è stato reso pubblico. Prima che mi rendessi conto di ciò che stava accadendo, gli agenti mi hanno ammanettato e costretto a salire su un’auto senza contrassegni. In quel momento, la mia unica preoccupazione era la sicurezza di [mia moglie] Noor. Non sapevo se sarebbe stata portata via anche lei, visto che gli agenti avevano minacciato di arrestarla per non avermi abbandonato. Il DHS non mi ha detto nulla per ore: non sapevo la causa del mio arresto né se rischiavo la deportazione immediata. Al 26 di Federal Plaza ho dormito sul pavimento freddo. Nelle prime ore del mattino, gli agenti mi hanno trasportato in un’altra struttura a Elizabeth, nel New Jersey. Lì ho dormito per terra e mi è stata rifiutata una coperta nonostante la mia richiesta.

Il mio arresto è stato una conseguenza diretta dell’esercizio del mio diritto alla libertà di parolamentre sostenevo la necessità di una Palestina libera e la fine del genocidio a Gaza, che è ripreso in pieno nella notte di lunedì (17 marzo). Con il cessate il fuoco di gennaio ormai infranto, i genitori di Gaza stanno di nuovo cullando sudari troppo piccoli e le famiglie sono costrette a scegliere tra fame e sfollamento e le bombe. È nostro imperativo morale continuare a lottare per la loro completa libertà.

Sono nato in un campo profughi palestinese in Siria da una famiglia sfollata dalla propria terra durante la Nakba del 1948. Ho trascorso la mia giovinezza in prossimità ma lontano dal mio paese. Ma essere palestinese è un’esperienza che trascende i confini. Vedo nelle mie circostanze analogie con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa – imprigionamento senza processo o accusa – per privare i palestinesi dei loro diritti. Penso al nostro amico Omar Khatib, che è stato incarcerato senza accusa né processo da Israele mentre tornava a casa dopo un viaggio. Penso al direttore dell’ospedale di Gaza e pediatra Dr. Hussam Abu Safiya, che è stato fatto prigioniero dall’esercito israeliano il 27 dicembre e che oggi rimane in un campo di tortura israeliano. Per i palestinesi, l’imprigionamento senza un giusto processo è una prassi comune.

Ho sempre creduto che il mio dovere non sia solo quello di liberarmi dall’oppressore, ma anche di liberare i miei oppressori dall’odio e dalla paura. La mia ingiusta detenzione è indicativa del razzismo anti-palestinese che sia l’amministrazione Biden sia quella di Trump hanno dimostrato negli ultimi sedici mesi, quando gli Stati Uniti hanno continuato a fornire a Israele armi per uccidere i palestinesi e hanno impedito ogni intervento internazionale. Per decenni, il razzismo anti-palestinese ha guidato gli sforzi per espandere le leggi e le pratiche statunitensi utilizzate per reprimere violentemente i palestinesi, gli arabi americani e altre comunità. È proprio per questo che sono stato preso di mira.

Mentre attendo decisioni legali che tengono in bilico il futuro di mia moglie e di mio figlio, coloro che hanno permesso che venissi preso di mira rimangono comodamente alla Columbia University. I presidenti Shafik, Armstrong e il rettore Yarhi-Milo hanno gettato le basi perché il governo degli Stati Uniti mi prendesse di mira, disciplinando arbitrariamente gli studenti filopalestinesi e permettendo che la delazione virale – basata sul razzismo e sulla disinformazione – si svolgesse senza controllo.

La Columbia mi ha preso di mira per il mio attivismo, creando un nuovo ufficio disciplinare autoritario per aggirare il giusto processo e mettere a tacere gli studenti che criticano Israele. La Columbia si è arresa alle pressioni federali divulgando i dati di studenti e studentesse al Congresso e cedendo alle ultime minacce dell’amministrazione Trump. Il mio arresto, l’espulsione o la sospensione di almeno 22 studenti di Columbia – ad alcuni è stata tolta la laurea a poche settimane dal diploma – e l’espulsione del presidente della Student Workers of Columbia, Grant Miner, alla vigilia delle trattative contrattuali, ne sono chiari esempi.

Se non altro, la mia detenzione è una testimonianza della forza del movimento studentesco nello spostare l’opinione pubblica in favore della liberazione della Palestina. Studenti e studentesse sono stati a lungo in prima linea nel cambiamento: hanno guidato la carica contro la guerra del Vietnam, sono stati in prima linea nel movimento per i diritti civili e hanno guidato la lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Anche oggi, sebbene l’opinione pubblica non l’abbia ancora compreso appieno, sono studenti e studentesse a guidarci verso la verità e la giustizia.

L’amministrazione Trump mi sta prendendo di mira come parte di una strategia più ampia per reprimere il dissenso. I titolari di un visto, i titolari di una green card e i cittadini saranno tutti presi di mira per le loro convinzioni politiche. Nelle prossime settimane, studenti, sostenitori e funzionari eletti devono unirsi per difendere il diritto di protestare per la Palestina. In gioco non ci sono solo le nostre voci, ma le libertà civili fondamentali di tutti.

Sapendo che questo momento trascende le mie circostanze individuali, spero comunque di essere libero di assistere alla nascita del mio primo figlio.


Questa lettera è stata dettata per telefono dal centro di detenzione ICE (l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione e delle dogane) in Louisiana, da Mahmoud Khalil, dove si trova dopo l’arresto dell’8 marzo. Khalil, nato in Siria da rifugiati palestinesi, è stato figura chiave nelle proteste alla Columbia University contro la guerra a Gaza nella primavera del 2024. Traduzione di Connessioniprecarie (che ringraziamo).

da qui

domenica 9 giugno 2024

Provano a zittire Scott Ritter


Gli USA impediscono la partecipazione di Scott Ritter al Forum di San Pietroburgo

L'ex ufficiale dell'intelligence dei Marine degli Stati Uniti e ispettore ONU per le armi, Scott Ritter, ha denunciato che gli è stato impedito di imbarcarsi su un volo da New York a Istanbul, scalo intermedio per raggiungere la Russia e partecipare al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo. Ritter ha riferito all'agenzia TASS che, durante l'imbarco, tre agenti della dogana e protezione delle frontiere (CBP) degli Stati Uniti gli hanno sequestrato il passaporto su ordine del Dipartimento di Stato, senza fornire ulteriori spiegazioni. Gli agenti hanno anche rimosso i suoi bagagli dal volo e lo hanno scortato fuori dall'aeroporto. Ritter ha aggiunto che intende appellarsi contro questa decisione.

Il Dipartimento di Stato ha rifiutato di commentare l'episodio, dichiarando all'agenzia RIA Novosti: "Non possiamo commentare lo stato del passaporto di un cittadino privato degli Stati Uniti". L'incidente è avvenuto mentre Ritter si preparava a partecipare al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, che si terrà dal 5 all'8 giugno. L'evento, organizzato dalla Fondazione Roscongress, è uno dei principali appuntamenti economici annuali in Russia e quest'anno è dedicato al tema "Le Fondamenta di un Mondo Multipolare - La Formazione di Nuove Aree di Crescita".

Ritter, noto per le sue opinioni difformi dal mainstream lberale e quindi etichettate come 'filo-russe', ha spesso criticato l'operato degli Stati Uniti, in particolare le ingenti forniture di aiuti militari all'Ucraina, e ha previsto il fallimento dell'esercito ucraino nella sua guerra per procura contro la Russia. Ha anche criticato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. L'ex giudice e ora conduttore del podcast "Judging Freedom", Andrew Napolitano, non parteciperà al forum, ma Ritter ha sottolineato che la cancellazione del viaggio di Napolitano è dovuta a motivi completamente diversi.

Il Ministero degli Esteri russo, tramite la portavoce Maria Zakharova, ha commentato sarcasticamente l'incidente, chiedendosi se l'azione fosse conforme al Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che garantisce la libertà di parola e di assemblea, o al Quarto Emendamento, che proibisce perquisizioni e detenzioni irragionevoli.

Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo è un evento di rilevanza mondiale che attira politici e imprenditori da tutto il globo. Ritter ha espresso il suo disappunto per l'accaduto, affermando che le autorità statunitensi temono la sua partecipazione all'evento.

da qui

 

 

Prove di autocrazia: fermato Scott Ritter 

L’aria della sconfitta che ormai pervade l’atmosfera delle cancellerie occidentali  sta facendo perdere la testa a tutta la catena di potere che via via abbandona ogni ritegno nel mostrarsi qual è, ovvero dedita a incubi autoritari. Ieri l’ultimo episodio che costella questa inquietante crescita: il governo degli Stati Uniti ha sequestrato il passaporto di Scott Ritter dopo che si era imbarcato su un volo che lo avrebbe portato in Turchia e poi in Russia: era stato invitato a parlare al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, al quale parteciperanno 25 mila persone di  tutto il mondo.

Insomma la scena si è svolta come in quei film di Hollywood nei quali questi episodi vengono collocati nella Russia sovietica o nei Paesi satelliti: ma è ormai palese che tutto questo fa parte dei sogni bagnati dell’élite americana e di quella europea allevata e lanciata da essa. Così la racconta il protagonista: “Mi stavo imbarcando sul volo. Tre agenti della polizia mi hanno preso da parte e hanno preso il mio passaporto. Quando ho chiesto loro il motivo, mi hanno detto ordini del Dipartimento di Stato”. Ancora non si conosce il pretesto con cui a Ritter è stato impedito di parlare all’assemblea di San Pietroburgo, ma è probabile che il potere di Washington temesse che il personaggio potesse togliere ancora qualche velo sul potere americano. Ex ufficiale dei marines aveva partecipato alla prima guerra del golfo come aiutante del comandante in capo Schwarzkopf e in seguito si era occupato degli armamenti in Iraq come ispettore Onu sotto il mandato dell’Unscom. La sua carriera di dissidente cominciò tra il  2002 e l’inizio del 2003, quando George Bush e Tony Blair preparavano la guerra in Iraq: Ritter in base alla sua esperienza affermò più volte che nel Paese non esistevano le armi di distruzione di massa e che i due leader usavano questa favola come principale argomento bellico. Con dichiarazioni di questo tipo, Ritter divenne sempre più impopolare agli occhi dei politicanti alla Casa Bianca, dei neoconservatori di Washington, degli strateghi di guerra del Pentagono e dell’intero corpo della stampa americana che è culo e camicia col potere.

Da allora ha continuato ad essere una spina nel fianco dell’establishment di Washington con articoli e libri che svelano le ipocrisie e le menzogne delle amministrazioni americane. Questa spina è diventata più acuminata con la guerra in Ucraina visto che Scott Ritter ha messo in luce le carenze in fatto di armamenti e di pensiero tattico e strategico del Pentagono e proprio negli ultimi giorni  aveva anche realizzato un video nel quale esaminava le capacità dei missili ipersonici russi dopo la distruzione di un enorme bunker segreto ucraino – Nato dove si trovavano piloti, pianificatori e addestratori che preparavano l’arrivo degli F16.

Nei giorni scorsi si era diffusa la voce che la Homeland Security avesse pianificato di impedire la partenza per  San Pietroburgo anche ad altri americani invitati a parlare al Forum di San Pietroburgo e in particolare al giudice Andrew Napolitano (nessuno è perfetto) che è un noto critico della guerra in Ucraina. Ma ci si è resi conto che il contraccolpo di immagine in questa sorta di Casablanca invertita e moltiplicata sarebbe stato troppo forte e ci si è limitati al solo Scott Ritter che peraltro viene diffamato continuamente dalla stampa mainstream ed è stato trasformato in un agente di propaganda russa. Troppe persone fermate agli aeroporti avrebbero rischiato di svelare l’animus e il retropensiero  dell’amministrazione Biden e avrebbe messo in luce l’agonia democratica del Paese. Perciò si è scelto di colpirne uno per avvertirne mille.

da qui

 




domenica 17 marzo 2024

La libertà di parola negli Stati Uniti: verità e fatti - RAPPORTO

Pubblichiamo la traduzione di un Rapporto pubblicato a marzo dal Ministero degli Affari esteri cinese*


Introduzione

Gli Stati Uniti hanno a lungo rivendicato la loro libertà di parola e perseguito due pesi e due misure, coprendo la manipolazione politica interna e l'ingiustizia sociale con vuoti slogan politici e l'ipocrita maschera morale della cosiddetta “libertà di parola”. Negli Stati Uniti, le lotte politiche calpestano la libertà di parola, le interferenze della stampa minacciano la libertà di parola e i social media violano la libertà di parola. Nell'arena internazionale, gli Stati Uniti sognano ad occhi aperti di continuare a parlare per tutti, ostacolando la democratizzazione delle relazioni internazionali con pratiche egemoniche, distruggendo l'ambiente dell'opinione pubblica internazionale con campagne diffamatorie e illudendo la comunità internazionale con immagini auto-glorificate e retoriche altisonanti.

Questo rapporto, presentando numerosi fatti, mira a svelare cosa sia la “libertà di parola” secondo gli Stati Uniti, cosa gli Stati Uniti facciano realmente e quale sia il loro vero scopo.

 

  1. La libertà di parola negli Stati Uniti non è degna di questo nome

 

·         Gli Stati Uniti considerano la libertà di parola come il fondamento del Paese, ma la calpestano sotto i piedi della realtà politica. Sebbene il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti preveda esplicitamente la “libertà di parola”, le dispute politiche e gli interessi di gruppo hanno costantemente approfittato della forma della “libertà di parola” per danneggiarne l'essenza. Il pubblico non si sente libero di parlare con sincerità, e gradualmente si accorge e si stanca degli slogan e delle promesse ipocrite dei politici.

·         La Knight Foundation degli Stati Uniti ha pubblicato nel 2022 il rapporto di indagine Free Speech in America After 2020, che è stato giudicato dal Free Speech Center statunitense come “lo studio più completo sull'opinione pubblica in materia di libertà di parola”. Il rapporto ha rilevato che la polarizzazione politica e le lotte tra i partiti hanno gravemente compromesso la libertà di parola negli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda le questioni politiche.

·         La libertà di parola negli Stati Uniti è diminuita negli ultimi anni. In un sondaggio nazionale del 2022 condotto dal New York Times e dal Siena College, il 66% dei partecipanti afferma di non credere che gli americani godano di libertà di parola. L'8% afferma inoltre che gli americani non hanno alcuna libertà di parola. Negli ultimi anni, a causa della polarizzazione politica e della violenza politica, le persone sono diventate più caute o addirittura reticenti nel parlare di argomenti politici, temendo attacchi e rappresaglie. Il 46% afferma che la società americana è molto meno libera di parlare di politica rispetto a un decennio fa. Molti parlano il meno possibile o addirittura eludono gli argomenti politici. Le donne sono più caute degli uomini e i giovani più cauti degli anziani. Alcuni giovani sono stati duramente criticati e persino oggetto di ritorsioni per alcune osservazioni politiche.

·         Le restrizioni alla libertà di parola sono piuttosto comuni negli Stati Uniti. La maggior parte degli Stati ha ottenuto risultati negativi nel rispetto della libertà di parola e del diritto di riunione, secondo il rapporto 2022 US State Free Speech Index del Free Speech Institute. Solo tre Stati - Wisconsin, Michigan e Iowa - hanno ottenuto un punteggio superiore al 70%, mentre 35 Stati hanno ottenuto un punteggio inferiore al 50%.

·         Gli Stati Uniti sono sommersi da informazioni false, che ne erodono ulteriormente la credibilità in termini di libertà di parola. Durante le elezioni presidenziali del 2016, i gruppi politici hanno usato i media per diffondere disinformazione e interferire nelle elezioni, con siti web di fake news che hanno ricevuto 159 milioni di visite, pari a 0,64 visite per adulto americano, secondo una ricerca condotta dall'Università di Stanford. Il rapporto della Brookings Institution, Disinformation is Eroding Public Confidence in Democrac (La disinformazione sta erodendo la fiducia del pubblico nella democrazia), pubblicato nel 2022, ha rilevato che le minoranze sono più suscettibili alla disinformazione, e il 51,5% degli intervistati ritiene che il bersaglio sia la comunità nera americana. Negli ultimi anni, le discussioni sui brogli elettorali e la diffusione della disinformazione hanno ulteriormente ridotto la fiducia degli americani nella libertà di parola.

 

  1. Gli Stati Uniti violano la libertà di parola in patria

 

·         Le lotte politiche calpestano la libertà di parola. Non è un segreto che il governo statunitense monitori l'opinione pubblica interna. Carl Bernstein, noto giornalista che ha denunciato lo scandalo Watergate del 1972, ha rivelato in dettaglio la collusione tra la CIA e la stampa. Il New York Times, il settimanale Time, la CBS e altri media hanno stretti legami e collaborano con la CIA per monitorare l'opinione pubblica.

·         Le informazioni false vengono utilizzate per manipolare l'opinione pubblica e interferire con la parola. Il rapporto del Cato Institute ha osservato che “se gli americani si aspettano che i media forniscano informazioni accurate e neutrali sulla politica del governo, commetteranno un grosso errore”. Il governo statunitense collude con i media e spesso diffonde varie informazioni sotto la copertura dei media, al fine di raggiungere obiettivi politici. Nel marzo 2022, il New York Times ha pubblicato un editoriale intitolato There is a Freedom of Speech Problem in America, sottolineando che la società statunitense è intrappolata in un ciclo in cui destra e sinistra si attaccano a vicenda e che la libertà di parola negli Stati Uniti appartiene al passato. Nell'aprile del 2022, l'amministrazione Biden ha annunciato l'istituzione di un comitato volto a combattere la disinformazione sulla popolazione e sulle infrastrutture negli Stati Uniti, che ha incontrato la feroce opposizione dei membri repubblicani del Congresso degli Stati Uniti e dei media di destra. I legislatori repubblicani hanno sostenuto che l'amministrazione sta usando il denaro dei contribuenti per sopprimere la libertà di parola dei media conservatori con il pretesto di reprimere la disinformazione. Il Comitato è stato chiuso dopo sole tre settimane di esistenza a causa delle obiezioni della Commissione per la supervisione e la riforma del governo della Camera degli Stati Uniti. La libertà di parola negli Stati Uniti oggi è più un pallone preso a calci dai partiti che un diritto nelle mani delle persone.

·         Il governo statunitense manipola le informazioni sulle epidemie e sopprime le voci che raccontano la verità. Helen Zhu, una dottoressa di origine cinese che ha avvertito dell'epidemia negli Stati Uniti e ha riportato i risultati dei test, ha ricevuto un ordine di bavaglio dall'amministrazione. Il capitano Crozier, che ha raccontato la verità sull'epidemia sulla portaerei USS Roosevelt, è stato licenziato. Alcuni funzionari del Dipartimento di Stato e del Dipartimento della Difesa, che hanno osato dire la verità, sono stati tutti licenziati. Fauci, un esperto di malattie infettive noto come il “capitano anti-epidemia” degli Stati Uniti, è “scomparso” molte volte.

·         La libertà di parola negli Stati Uniti ha un problema di discriminazione razziale. La percezione della libertà di parola tra i gruppi bianchi è significativamente più forte rispetto ai gruppi neri, dove la libertà di parola è più limitata. Ripercorrendo la storia degli Stati Uniti, la libertà di parola non è mai stata applicata in modo completo ed equo alla comunità nera e i governi statali hanno usato la discrezione per sopprimere i diritti della comunità nera per molto tempo. La comunità nera è spesso trattata in modo diverso quando si tratta di libertà di parola. Nel giugno 2023, la giudice Earls, l'unica donna afroamericana della Corte Suprema della Carolina del Nord, è stata indagata dalla Commissione per gli standard giudiziari della Carolina del Nord dopo aver rivelato in un'intervista che nel sistema giudiziario locale mancava la diversità razziale e di genere e che i suoi colleghi la trattavano in modo diverso a causa della razza e del genere. Nel febbraio 2024, Margaret Satterthwaite, relatrice speciale delle Nazioni Unite sull'indipendenza dei giudici e degli avvocati, ha commentato che le indagini disciplinari della commissione sull'unica donna afroamericana giudice dello Stato hanno sollevato sospetti di discriminazione razziale e di genere.

·         Il governo degli Stati Uniti ha dato un giro di vite su TikTok. Prima che la Commissione per l'energia e il commercio della Camera tenesse un'audizione su TikTok nel marzo 2023, diverse organizzazioni statunitensi per la libertà di parola, tra cui l'Unione per le libertà civili, il Centro per la democrazia e la tecnologia e la Coalizione contro la censura, hanno firmato congiuntamente una lettera aperta. In essa si sottolinea che il divieto di TikTok avrebbe avuto un grave impatto sulla libertà di parola nel dominio digitale, violando i diritti del popolo americano secondo il Primo Emendamento. La repressione ha creato un precedente preoccupante, danneggiando la libertà di oltre 150 milioni di utenti americani di TikTok sulla piattaforma. Il governo degli Stati Uniti è rimasto sordo a questi appelli ed è determinato a reprimere TikTok.

·         L'intervento della stampa minaccia la libertà di parola. Negli ultimi anni, la libertà di stampa negli Stati Uniti è stata notevolmente compromessa e l'ambiente di lavoro dei giornalisti è peggiorato. Il corrispondente della CNN Jim Acosta è stato privato delle credenziali di stampa della Casa Bianca per aver chiesto informazioni sulla “carovana di migranti” e sull'“accesso alla Russia” durante un briefing con la stampa della Casa Bianca. Anche alcuni alti funzionari governativi hanno minacciato e attaccato i membri dei media. Il Washington Post, il New York Times e altri media hanno sottolineato che queste parole e fatti hanno aumentato i rischi per la sicurezza dei giornalisti e hanno avuto un grave impatto sulla libertà di stampa. Il governo degli Stati Uniti limita anche la copertura degli eventi giornalistici da parte dei media. Nel 2021, alcuni giornalisti sono stati molestati o danneggiati dalla polizia mentre raccontavano le proteste popolari contro le uccisioni di George Floyd e Dawn Wright da parte della polizia. Secondo l'US Freedom of the Press Tracker, nel 2022 negli Stati Uniti si sono verificati 128 episodi di violazione della libertà di stampa, tra cui 40 attacchi a giornalisti e 15 arresti o azioni penali. Nel 2023, almeno 12 giornalisti negli Stati Uniti sono stati arrestati o incriminati, e diversi sono stati condannati penalmente per normali servizi giornalistici.

 

·         Il controllo dei campus sopprime la libertà di parola. Negli ultimi anni, negli Stati Uniti, vari divieti su parole e libri hanno seriamente interferito con la libertà di parola nei campus. La censura dei libri proibiti nelle scuole pubbliche si è espansa rapidamente dal 2021 e i legislatori di alcuni Stati hanno introdotto “ordini di bavaglio educativo”. Tra il gennaio 2021 e il febbraio 2022, i legislatori repubblicani hanno introdotto più di 150 leggi a livello statale che limitano gli insegnanti a discutere di temi come la razza e la giustizia sociale in classe, oltre a censurare e tracciare il discorso degli insegnanti. Nel 2022, la Individual Rights and Expression Foundation ha condotto un sondaggio su quasi 45.000 studenti di 208 università, scoprendo che il 22% degli studenti si sentiva spesso impossibilitato a esprimersi su determinate questioni. Razza, controllo delle armi, pandemia di coronavirus, azioni antidiscriminatorie e aborto sono diventati campi minati per la discussione e l'espressione. Alliance Defending Freedom ritiene che le scuole pubbliche degli Stati Uniti stiano attualmente reprimendo la libertà di parola istituendo “zone di libertà di parola”, utilizzando politiche vaghe e fuorvianti, obbligando insegnanti e studenti a esprimere determinate informazioni e punendo i membri della facoltà che non si “comportano bene” in termini di libertà di parola.

·         I social media violano la libertà di parola. I gruppi di interesse hanno fatto pressioni sui governi e sulle società di media per regolamentare i social media e sopprimere i discorsi sfavorevoli. Documenti interni rilasciati da Twitter mostrano che lo US Biotech Innovation Group ha inviato lettere al governo statunitense e a Twitter per conto di aziende farmaceutiche come Pfizer, Modena, AstraZeneca e altre, chiedendo di rivedere gli utenti che hanno invitato Twitter a offrire vaccini a basso prezzo e a condividere la proprietà intellettuale e i brevetti per mantenere il monopolio sui vaccini COVID-19. I media statunitensi hanno riferito che il magnate finanziario George Soros ha utilizzato centinaia di milioni di dollari per corrompere centinaia di reti legate ai media statunitensi tra il 2016 e il 2020 per costruire la propria rete mediatica e ottenere così la manipolazione dell'opinione pubblica.

 

·         I social media e i gruppi di interesse che rappresentano bloccano la libertà di parola. Il 30 marzo 2023 il New York Post ha riportato che Twitter ha rimosso quasi 5.000 tweet sulle “proteste dei transgender” davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti, citando “l'incitamento alla violenza”. Poiché un numero sempre maggiore di utenti ha espresso dubbi sull'eliminazione dei tweet, Twitter ha cambiato le sue scuse, affermando che l'eliminazione era dovuta al processo di identificazione e cancellazione automatica del sistema, senza considerare il contenuto specifico del tweet. In modo ancora più scioccante, Twitter ha invece sospeso l'account Twitter del Washington Post dopo aver segnalato la cancellazione massiccia di tweet sul suo account Twitter. Il New York Post ha commentato che la mossa di Twitter di bandire il Washington Post è “gravemente incoerente con la libertà di parola dichiarata”. 

 

III. Gli Stati Uniti manipolano la libertà di parola nei Paesi stranieri

 

·         Per mantenere la propria egemonia, gli Stati Uniti spesso manipolano l'opinione pubblica internazionale, aggiungendo “razionalità” e “senso morale” alla propria politica estera. Gli Stati Uniti usano anche i social media per lanciare la guerra psicologica, insieme alle operazioni militari in altri Paesi, e reprimere ogni tipo di retorica contro la guerra. Usano la libertà di parola per praticare due pesi e due misure, creano una cortina di fumo e sostengono che altri Paesi stanno diffondendo “informazioni false”, mentre pubblicano vari rapporti distorti e screditanti basati su informazioni false, per distogliere l'attenzione della comunità internazionale dalle malefatte degli Stati Uniti. Il 4 maggio 2022, il senatore statunitense Rand Paul ha detto senza mezzi termini in un'audizione al Senato: “Sapete chi è il più grande propagatore di disinformazione nella storia del mondo? Il governo degli Stati Uniti”.

·         Durante la Guerra Fredda, il governo degli Stati Uniti ha creato tre organizzazioni mediatiche, Voice of America, Radio Free Europe e Radio Liberty, per condurre la guerra dell'opinione pubblica e attuare un'evoluzione pacifica. Dagli anni '80, con il rapido sviluppo di Internet, gli Stati Uniti hanno sfruttato i loro vantaggi tecnologici e si sono rivolti principalmente ai giovani per diffondere l'ideologia, i valori e i prodotti culturali americani attraverso Internet. Gli Stati Uniti hanno manipolato l'opinione pubblica internazionale, influenzando o addirittura incitando direttamente la popolazione dei Paesi interessati a confrontarsi con il governo. Il 25 febbraio 2022, in un'intervista, l'ex Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha incitato gli hacker statunitensi a lanciare attacchi informatici contro la Russia. Ha dichiarato: “Potremmo anche attaccare molte istituzioni governative, gli oligarchi e il loro stile di vita attraverso attacchi informatici. Abbiamo fatto qualcosa del genere durante la Primavera araba, quando ero Segretario di Stato”. 

·         Il governo degli Stati Uniti usa i social media per fabbricare bugie di guerra per giustificare le interferenze straniere. Nel 2019, il Washington Post ha esposto un documento del programma federale del governo che includeva interviste a più di 400 figure chiave coinvolte nella guerra in Afghanistan, tra cui fonti militari statunitensi, diplomatici, appaltatori militari, funzionari afghani e altri. I documenti dimostrano che il governo statunitense ha cercato di insabbiare i commenti degli intervistati e di nascondere le prove che la guerra non era vincibile, e che gli alti funzionari non hanno mai detto al pubblico la verità durante i 18 anni di guerra in Afghanistan, rendendo difficile per la popolazione ottenere informazioni veritiere. Un documento del 2008 rilasciato dal National Security Archive ha rivelato che l'amministrazione Bush ha rafforzato le accuse contro l'Iraq facendo pressione sulla comunità di intelligence e rilasciando selettivamente prove favorevoli alla posizione del governo, per legittimare la guerra. Il documento cita anche diversi casi di “politicizzazione dell'intelligence”. Ad esempio, le persone coinvolte affermano che se uno staff della CIA avesse fornito informazioni diverse da quelle volute dall'amministrazione Bush, la sua carriera sarebbe stata a rischio. I fatti successivi alla guerra in Iraq indicano che l'Iraq non è stato trovato in possesso di armi di distruzione di massa o associato ad Al-Qaeda. Negli Stati Uniti si sono diffusi sospetti e critiche sulla manipolazione dell'opinione pubblica e sull'inganno del governo nei confronti della popolazione.

·         Le forze armate statunitensi utilizzano i social media per manipolare argomenti e propaganda ingannevole per influenzare la percezione degli altri Paesi. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha firmato un accordo per lo sviluppo di software con una società californiana per manipolare i social media attraverso false personalità online e influenzare la popolazione dei Paesi del Medio Oriente. Nel 2022, Twitter ha rilasciato documenti interni al sito web “The Intercept”, esponendo l'uso dei social media da parte dell'esercito statunitense per condurre campagne di disinformazione che giustificano l'uccisione indiscriminata di cittadini di altri Paesi. Il Dipartimento della Difesa aveva sviluppato una “lista bianca” che imponeva a Twitter di dare priorità ai servizi per le agenzie presenti nell'elenco. Il funzionario del Comando centrale Nathaniel Kahle ha chiesto a Twitter, nel luglio 2017, di dare priorità a sei account in lingua araba del governo statunitense che promuovevano “la precisione degli attacchi militari dei droni statunitensi nello Yemen, con l'uccisione di terroristi e non di civili”. “

·         Gli Stati Uniti si vantano della “libertà di parola”, mentre applicano due pesi e due misure agli altri Paesi. Nell'agosto del 2022, lo Stanford Internet Observatory ha pubblicato uno studio intitolato Unheard Voices: Evaluating Five Years of Pro-Western Covert Influence Operations. Lo studio ha rivelato una rete di account interconnessi su piattaforme di social media come Twitter, Facebook e Instagram che utilizzano l'inganno per promuovere la retorica filo-occidentale in regioni come il Medio Oriente e l'Asia centrale, promuovendo il governo degli Stati Uniti, attaccando e diffamando Paesi come Cina, Russia e Iran. Alcuni account utilizzano anche la tecnologia dell'intelligenza artificiale per creare profili personali falsi e diffondere disinformazione. Gli Stati Uniti utilizzano anche diversi mezzi per “silenziare” i media stranieri. I media mainstream russi, come RT TV e Sputnik News Agency, sono stati banditi dagli Stati Uniti e dall'Europa. Gli account ufficiali russi sono stati limitati da piattaforme come Twitter, i canali e le applicazioni mobili russi sono stati rimossi dagli App Store di Apple e Google. I contenuti relativi alla Russia sono soggetti a un controllo estremo.

 

·         Gli Stati Uniti, con il pretesto della “libertà di parola”, attaccano e diffamano ferocemente la Cina. Alcuni politici statunitensi non solo hanno fabbricato in modo sconsiderato dichiarazioni false, come l'esaltazione del “virus cinese” e del “virus di Wuhan”, e altri commenti non veritieri, ma hanno anche attaccato i resoconti dei media che riflettevano obiettivamente la lotta della Cina contro la pandemia. Secondo i media statunitensi, la Casa Bianca ha pubblicato un articolo sul suo sito web ufficiale criticando i media per aver preso i soldi dei contribuenti americani per “promuovere la Cina”. Anche la NBC e la CNN sono state accusate dalla Casa Bianca di essere “fantoccio della Cina” e “nemico pubblico” per aver affermato nei loro servizi le prestazioni antiepidemiche della Cina.

·         I media americani interpretano in modo unilaterale gli eventi e coprono male le notizie relative alla Cina. I media statunitensi hanno interpretato il ritiro delle università americane dalla classifica mondiale delle università e delle professioni come un atto giusto contro la tirannia dell'istruzione superiore americana, ma hanno interpretato il ritiro di alcune università cinesi dalla classifica mondiale come la “politica delle porte chiuse” della Cina nel campo della scienza. Alcuni politici e media statunitensi hanno denunciato come disordini l'assedio del popolo americano al Campidoglio per le elezioni presidenziali. La violenza di strada a Hong Kong, in Cina, è stata invece glorificata come “la ricerca della democrazia e della libertà” e “la bella vista”.

·         Gli Stati Uniti perseguono un doppio standard di libertà di parola nel campo di Internet, stigmatizzando la Cina come “autoritarismo digitale” e definendo l'India “la capitale della chiusura digitale di Internet”. Allo stesso tempo, hanno promosso la formazione della “Internet Future Alliance”, che sostiene di costruire “un futuro aperto, libero, globale, interoperabile, affidabile e sicuro”, escludendo Cina, Russia e altri Paesi. In questo modo, gli Stati Uniti tentano di formare un circolo ristretto ed esclusivo, creando un digital divide e un confronto tra blocchi nel campo di Internet.

·         Gli Stati Uniti usano la “libertà di parola e di stampa” per interferire negli affari interni di altri Paesi e sovvertire i loro regimi. Nel 1970, con il pretesto della “libertà di stampa”, la CIA lanciò una campagna diffamatoria su larga scala contro il governo cileno di Allende, cercando giornali e riviste fuori dal Cile per pubblicare articoli che attaccavano e diffamavano Allende. Inoltre, ha sostenuto l'opposizione nel sequestro delle piattaforme mediatiche, ha istigato azioni antigovernative e ha collaborato con forze politiche come l'esercito cileno e l'Organizzazione degli Stati Americani e altri Paesi dell'America Latina per rovesciare il governo di Allende.

·         Gli Stati Uniti istigano le rivoluzioni colorate con l'aiuto della “libertà di parola”. Approfittando dell'instabilità di alcuni Paesi appena indipendenti dopo il crollo dell'Unione Sovietica, hanno sostenuto e utilizzato i media per sostenere la democrazia occidentale, produrre e diffondere notizie negative sui governi e sui leader locali e aiutare l'opposizione a promuovere la retorica politica. Ad esempio, la creazione di “centri di informazione per la democrazia” in Azerbaigian e Kirghizistan è stata annunciata pubblicamente per assistere lo sviluppo di “media indipendenti” locali e per influenzare e promuovere il “processo di democratizzazione” in quei Paesi. Durante le elezioni parlamentari in Kirghizistan, l'emittente radiofonica Aztec, sostenuta dagli Stati Uniti, ha esaltato le opinioni dell'opposizione e quelle filo-occidentali per formare l'opinione pubblica a favore di un cambio di regime.

·         I siti di social network americani hanno diffuso un gran numero di informazioni false per ostacolare gli sforzi del governo della Repubblica Democratica del Congo (RDC) per combattere l'epidemia di Ebola. Nel 2018, a seguito di un'altra epidemia di Ebola nella RDC, i social media come Twitter e Facebook hanno diffuso sospetti affermando che l'epidemia non esisteva e mettendo in dubbio la retorica del governo sulla sua risposta alla malattia, causando gravi disagi alla lotta locale contro l'epidemia di Ebola. Uno studio del 2019 pubblicato sulla rivista medica The Lancet ha rilevato che le false informazioni hanno portato un quarto della popolazione locale a credere che l'ebola non esistesse e un terzo a credere che il virus fosse usato solo per destabilizzare la regione.

·         I giornalisti internazionali americani subiscono spesso una repressione ingiustificata. Secondo i media statunitensi, nel giugno 2010 a Helen Thomas, nota giornalista di 89 anni, è stato chiesto di commentare Israele quando ha partecipato a una celebrazione alla Casa Bianca del Mese della storia ebraico-americana. È stata costretta a interrompere la sua carriera perché ha risposto “andatevene dalla Palestina”. Nel maggio 2021, la giornalista dell'Associated Press Emily Wilder è stata licenziata per aver “violato la politica dei social media” per aver pubblicato tweet pro-palestinesi. Nel febbraio 2023, il giornalista investigativo veterano Seymour Hersh, vincitore del Premio Pulitzer, ha pubblicato un'inchiesta che rivela che il governo statunitense era dietro il bombardamento del gasdotto Nord Stream. Il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti ha dichiarato che l'articolo di Hersh sull'esplosione del gasdotto Nord Stream da parte dell'amministrazione Biden era una falsa informazione e una pura montatura e ha attaccato Hersh.

 

Conclusione

La libertà di parola negli Stati Uniti è una cosa per i politici e i gruppi di interesse nazionali e un'altra per la gente comune. È un modo di dire e fare cose sugli Stati Uniti e un modo di dire e fare cose su altri Paesi. Gli Stati Uniti hanno pubblicato un rapporto per diffamare e accusare senza fondamento altri Paesi di diffondere “disinformazione”, ma gli Stati Uniti sono la fonte della disinformazione e il posto di comando della “guerra cognitiva” in tutto il mondo. Il mondo di oggi non è il momento in cui una menzogna ripetuta migliaia di volte può diventare la verità, o in cui infangare gli altri può imbiancare sé stessi. Gli occhi dei popoli del mondo sono luminosi. Per quanto gli Stati Uniti propagandino la loro libertà di parola e non risparmino sforzi per incolpare altri Paesi di diffondere “false informazioni”, non possono cambiare il fatto che sempre più persone vedono le brutte pratiche degli Stati Uniti: come si affidano alle bugie per tessere “i vestiti nuovi dell'imperatore” e come infangano gli altri per mantenere la loro egemonia.

 

*Articolo originale:

https://www.fmprc.gov.cn/eng/wjbxw/202403/t20240314_11260689.html

 

da qui

lunedì 18 settembre 2023

La falsa propaganda per i diritti umani accettata dall’Occidente - Violetta Silvestri


Quando l’Egitto ha presentato il suo primo documento ufficiale per una politica nazionale dei diritti umani, lo ha fatto con enfasi. Era il 12 settembre 2021 e il presidente Abdel Fattah al-Sisi celebrava con orgoglio un “momento luminoso nella storia contemporanea dell’Egitto, che considero un passo serio verso il progresso dei diritti umani… tenendo conto dell’importanza di questo campo vitale nella valutazione dell’avanzamento e del progresso delle società”.

Un anno più tardi, a novembre 2022, la nazione ha ospitato la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, conosciuta anche come COP 27, vetrina internazionale rilevante per le tematiche e per il prestigio istituzionale. Un’occasione imperdibile per lo Stato egiziano, nella quale elevare la propria immagine a nazione moderna e affidabile, non più macchiata da opacità e inerzia nel campo dei diritti umani, civili, sociali.

Tuttavia, proprio alla vigilia di quell’evento, erano emerse voci molto critiche sulla reale condizione di libertà e democrazia nel Paese. Tra tutte spiccava la denuncia di Amnesty International nel dossier “Disconnetted from reality con questo appello:

Le autorità egiziane hanno dato vita alla Sndu [Strategia nazionale sui diritti umani] per celare l’incessante violazione dei diritti umani, pensando di poter prendere in giro il mondo in vista della Cop 27. Ma la cruda realtà della grave situazione dei diritti umani non può essere ridisegnata con un’azione di marketing.

A settembre 2023 sono già due gli anni di implementazione della Strategia nazionale sui diritti umani (Sndu) e il bilancio continua a essere preoccupante. Solo per fare qualche esempio più recente, il 14 agosto scorso si è ricordato il massacro di Rabaa, risalente al 2013 e che ha quindi sancito quest’anno il decennio della vergogna, come sottolineato da Philip Luther, direttore delle ricerche e della difesa di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Il 14 agosto 2013 i militari egiziani dispersero violentemente i sit-in dei sostenitori dell’organizzazione I Fratelli Musulmani e del deposto presidente Mohamed Morsi nelle piazze Rabaa al-Adawiya e al-Nahda del Cairo. In quel tragico giorno, secondo testimoni ed enti per i diritti umani, le forze di sicurezza utilizzarono veicoli blindati e bulldozer, oltre a truppe di terra e cecchini sui tetti con munizioni vere, per attaccare la piazza delle proteste da tutti i lati e chiudere le uscite sicure.

https://vociglobali.it/wp-content/uploads/2023/09/Immagine-2023-09-07-122515.jpgQuesto è uno scorcio di quanto accaduto il 14 agosto 2013 nella violenta repressione di piazza in Egitto, che di fatto ha sancito la presa di potere di al-Sisi. Foto da video di Al-Jazeera

Il bilancio racconta di 817 persone morte durante la sola dispersione di Rabaa, con un totale di almeno 1.000 vittime. L’evento è entrato nella memoria degli egiziani come un massacro, una delle pagine più buie della storia nazionale. Tuttavia, nessun funzionario o entità è stato ritenuto responsabile e al centro della piazza Rabaa è stato addirittura eretto un monumento per onorare la polizia e l’esercito.

Il fatto è emblematico per smascherare la propaganda dei diritti umani di al-Sisi.

Il massacro di Rabaa ha rappresentato un punto di svolta a seguito del quale le autorità egiziane hanno perseguito incessantemente una politica di tolleranza zero nei confronti del dissenso. Da allora, innumerevoli critici e oppositori sono stati uccisi durante le proteste di piazza, lasciati a languire dietro le sbarre o costretti all’esilio”, ha dichiarato nell’anniversario 2023 Philip Luther.

Reporter Senza Frontiere descrive senza mezzi termini l’Egitto come “una delle più grandi prigioni del mondo per giornalisti”, classificando il Paese al 166° posto su 180 Paesi. A questo si aggiunge Freedom House, che lo ha classificato come “non libero”, mostrando come il rating di libertà della nazione, già scarso, si sia lentamente eroso negli ultimi cinque anni, passando da 26 su 100 nel 2018, a 18 su 100 quest’anno.

Solo nel 2022, le forze di sicurezza hanno arrestato arbitrariamente almeno 11 giornalisti per il loro lavoro o per le loro opinioni critiche. Almeno 26 giornalisti sono rimasti detenuti arbitrariamente in seguito a condanne o indagini pendenti con accuse di “diffusione di notizie false”, “uso improprio dei social media” e/o “terrorismo”.

Radicata, inoltre, è la pratica dei divieti di viaggio arbitrari nei confronti di difensori dei diritti umani, membri della società civile, oppositori politici. Una delle vittime è Ahmed Samir Santawy, un ricercatore e studente di antropologia presso l’Università dell’Europa Centrale di Vienna, impegnato in approfondimenti sui diritti delle donne.

Il suo arresto in Egitto è avvenuto il 1° febbraio 2021, con successiva condanna a quattro anni di reclusione per la diffusione di “notizie false”. Nello specifico, a lui è stata contestata la pubblicazione di post sui social media che criticavano le violazioni dei diritti umani in Egitto e la gestione della pandemia da parte del Governo. Questa la prova della sua colpa. Rilasciato nel 2022, a giugno 2023 gli è stato vietato di lasciare la nazione.

L’elenco di soprusi dei funzionari statali e dei militari su liberi cittadini sarebbe ancora lunga e offusca anche il lancio –  celebrato da al-Sisi come espressione di democrazia – del “dialogo nazionale”, strategia voluta dal Presidente per riconciliarsi con le opposizioni (che contano molti prigionieri politici ancora in carcere) che si sta rilevando – anch’essa – una farsa.

Non è sfuggito, per esempio, che in quella stessa settimana di inizio delle sessioni del dialogo, avvenuto il 3 maggio 2023, la polizia abbia arrestato 16 parenti e sostenitori di Ahmed al-Tantawi, dopo che l’ex parlamentare dell’opposizione aveva annunciato che si sarebbe candidato alle elezioni presidenziali del prossimo anno.

Dinanzi a questi fatti, il castello di carta della politica dei diritti umani crolla. Ci si chiede, infatti, cosa significhi davvero quanto si legge nelle intenzioni della Sndu proclamate due anni fa:

… lo Stato egiziano assicura inoltre il proprio impegno a rispettare e tutelare il diritto all’integrità fisica, alla libertà personale, alla pratica politica, alla libertà di espressione e di formazione di associazioni civili, nonché il diritto al contenzioso. L’Egitto accoglie sempre con favore la pluralità dei punti di vista, anche le loro differenze, purché tengano conto delle libertà degli altri.

A volte, la propaganda di Stato si avvale di strumenti ancora più arguti e non mancano finte organizzazioni per i diritti umani. Lo ha scoperto, con un’inchiesta, la giornalista Antonella Napoli che ha svelato l’opacità dell’associazione egiziana Matt nel 2021. Il presidente dell’organizzazione, nata con lo scopo di difendere i diritti, intervistato, ha offerto la propria concezione:

“I diritti umani sono quelli economici, sociali, politici e civili… l’impegno del Paese ad avere l’acqua potabile è un diritto umano”escludendo di fatto la libertà di parola o la detenzione dei prigionieri politici, relegate piuttosto a questioni di sicurezza nazionale.

Dinanzi al palese inganno delle politiche nazionali di difesa dei diritti umani, gli attori internazionali spesso mostrano un’attenzione anch’essa di facciata. Ad agosto, per esempio, un gruppo di membri democratici della Camera dei rappresentanti americana ha esortato l’amministrazione del presidente Joe Biden a trattenere alcuni aiuti militari all’Egitto per l’emergenza diritti umani. Secondo la legge statunitense, una parte dei soldi destinati all’assistenza militare all’Egitto è soggetta ogni anno alla certificazione secondo standard relativi al rispetto dei diritti.

Washington, però, vede il Cairo come un importante partner strategico in una regione complessa e ha affermato più volte che è impegnata a sostenere le sue legittime esigenze di difesa. Non è un caso che, anche nella migliore delle ipotesi, il blocco degli aiuti sarebbe limitato a 300 milioni su più di un miliardo di dollari garantiti.

Allo stesso modo, in seguito al massacro di Rabaa, l’Unione Europea ha deciso di sospendere le esportazioni di armi e beni che potevano essere utilizzati per la repressione interna.

Tuttavia, più di una dozzina di Paesi, tra cui Bulgaria, Cipro, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Ungheria, Romania e Spagna, hanno violato questa sospensione e hanno continuato a spedire attrezzature militari in Egitto. Tra questi c’è l’Italia, che ha dimostrato così di fare molto poco per ottenere la verità su Giulio Regeni (ferita che resta aperta, mentre la grazia concessa a Patrick Zaki ha chiuso un’altra drammatica vicenda). Voci Globali ne ha parlato in questo articolo.

L’Egitto non è un caso isolato e ultimamente i Paesi del Golfo si stanno facendo notare proprio per la duplice strategia di attivismo politico in ambito internazionale e riforme interne all’insegna dello sviluppo, del progresso e dell’emancipazione democratica.

Nel mirino degli osservatori in questi mesi ci sono gli Emirati Arabi Uniti per la vetrina della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, la Cop 28, che si terrà a novembre prossimo a Dubai.

Nel presentare l’approccio che la presidenza del Paese del Golfo vuole dare all’evento, sul sito ufficiale si legge che tra le parole chiave c’è l’inclusività. Si enfatizza anche che, per la prima volta in una Cop, si darà importanza ai temi cruciali della salute delle persone e della pace per le comunità sotto attacco a causa dei cambiamenti climatici, con sessioni dedicate.

Solo pochi mesi fa, a maggio, Shamma Al Mazrui, ministro dello Sviluppo Comunitario degli Emirati, aveva dichiarato ai rappresentanti delle Nazioni Unite i passi significativi compiuti dagli Emirati Arabi Uniti per proteggere i diritti umani. Tra questi, l’introduzione di una legislazione chiave per garantire la parità di retribuzione tra i sessi, aumentare la protezione dalla violenza domestica, rafforzare i diritti dei lavoratori, combattere la tratta di esseri umani.

Intanto, però, si è già messa in moto una mobilitazione internazionale per mettere in guardia sulla reale situazione dei diritti nel Paese. Più di 50 organizzazioni e associazioni a livello mondiale hanno scritto un comunicato congiunto nel quale accusano gli Emirati Arabi Uniti di:

 … continuo attacco ai diritti umani e alle libertà, prendendo di mira gli attivisti per i diritti umani, promulgando leggi repressive e utilizzando il sistema di giustizia penale come strumento per eliminare il movimento per i diritti umani. Queste politiche hanno portato alla chiusura dello spazio civico, a severe restrizioni alla libertà di espressione, sia online che offline, e alla criminalizzazione del dissenso pacifico.

Poche settimane fa, inoltre, è stato pubblicato un report da parte di FairSquareThe Emirates Detainees Advocacy Centre e ALQST for Human Rights nel quale si vuole proprio sfidare la campagna di pubbliche relazioni degli Emirati Arabi Uniti in vista della Cop 28 che inizierà il 30 novembre alle l’Expo City di Dubai.

“Non c’è letteralmente nessuno negli Emirati Arabi Uniti che possa parlare liberamente per criticare la politica statale sul petrolio o sul cambiamento climatico. Chiunque tentasse di farlo si ritroverebbe rapidamente messo a tacere o imprigionato”, ha affermato Hamad al-Shamsi”, direttore esecutivo di The Emirates Detainees Advocacy Centre.

Lavoratori immigrati negli Emirati Arabi Uniti: come in diversi Paesi del Golfo, anche qui vige il sistema della Kafala, in base alla quale i lavoratori stranieri sono di fatto tenuti ostaggio dei loro datori di lavoro. Foto in CC da Wikimedia Commons

Ai più attenti osservatori non sfugge nemmeno la propaganda farsa portata avanti da Erdoğan sul tema dei diritti. La Turchia si è dotata di un “nuovo e rivoluzionario Piano d’azione per i diritti umani” nel marzo 2021, con lo scopo soprattutto di rafforzare le libertà di espressione e di organizzazione e il diritto a un giusto processo. L’Action plan on human rights si compone di 9 ambiziosi obiettivi, tra i quali l’impegno a garantire la protezione delle minoranze, la libera attività religiosa, politica, associativa dei cittadini, l’accesso a processi equi.

Mentre il presidente turco, forte della sua rielezione nel 2023, si rende protagonista della diplomazia mondiale (l’ultimo atto è stato l’incontro con Putin per cercare di sbloccare la crisi del grano), pochi sono i segnali di coerenza con il piano nazionale sui diritti umani.

Basterà citare come esempio l’incipit dell’ultimo report di Human Rights Watch:

Il governo autoritario del presidente Recep Tayyip Erdoğan ha preso regolarmente di mira i presunti critici del Governo e gli oppositori politici ed ha esercitato un forte controllo sui media e sulla magistratura nel lungo periodo che precede le elezioni parlamentari e presidenziali…

L’Arabia Saudita è un altro esempio di come rinnovare la propria immagine di nazione costruendo opache e limitate occasioni di emancipazione nei diritti. Sotto la “faraonica” strategia intotolata Vision 2030, il Regno si è dotato di una road map ricca di riforme economiche e sociali che comprende misure volte ad aumentare i diritti delle donne e la partecipazione alla società.

Tuttavia, il Governo resta contrario a qualsiasi critica o dissenso. Se è vero che una serie di riforme degli ultimi anni consentono alle donne di avere mansioni in diversi ambiti lavorativi, affrancarsi dalla tutela maschile in certi ambiti, guidare, stare in pubblico senza l’obbligo di indossare l’hijab, trasmettere la cittadinanza saudita ai figli se il marito è straniero, altrettanto provata è la repressione del dissenso e delle attività svolte nel Paese a favore dei diritti, anche dalle donne.

Nel bilancio 2022 del Paese, stilato da HRW, si sono sommati arresti di dissidenti pacifici, intellettuali pubblici e attivisti per i diritti umani, condanne di persone a pene detentive decennali per aver pubblicato sui social media, pratiche abusive nei centri di detenzione, tra cui la tortura e i maltrattamenti, detenzione arbitraria prolungata e la confisca dei beni senza alcun chiaro procedimento legale.

Il 12 marzo, le autorità saudite hanno giustiziato 81 uomini, la più grande esecuzione di massa degli ultimi decenni, nonostante le recenti promesse di ridurre l’uso della pena di morte. Il 10 luglio 2023, la Corte penale specializzata, il tribunale antiterrorismo dell’Arabia Saudita, ha condannato a morte Muhammad al-Ghamdi, 54 anni, un insegnante saudita in pensione, per diversi reati legati esclusivamente alla sua attività di pubblicazione di post online.

Joey Shea, ricercatore dell’Arabia Saudita presso Human Rights Watch ha offerto una sintesi lucida sulla realtà dei diritti nel Regno: “È difficile capire come gli impegni della leadership saudita a diventare una società più rispettosa dei diritti possano avere significato quando un semplice tweet critico può portare a una condanna a morte”.

Con queste premesse, i Paesi del Golfo e non solo si candidano a diventare i protagonisti della politica e dell’economia internazionale, ora più che mai visto il bisogno di materie prime e di alleanze strategiche anti-Cina dei Paesi occidentali. L’emancipazione reale dei diritti umani, ancora una volta, può attendere. O restare relegata a politiche nazionali deboli e molto propagandistiche.

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