La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
domenica 14 giugno 2026
giovedì 27 novembre 2025
Perché l’espulsione dell’Imam di Torino per le parole contro il genocidio a Gaza non è un caso isolato - Dalia Ismail
Questo non è
sicurezza: è razzializzazione del dissenso. È un avvertimento politico a
un’intera comunità: il diritto di parola non vale uguale per tutti
Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn Al Khattab di via Saluzzo a Torino, è stato prelevato e trasferito in un Centro di permanenza per il rimpatrio. Il provvedimento arriva settimane dopo le sue parole pronunciate durante una manifestazione pro Palestina del 9 ottobre, quando aveva definito l’attacco del 7 ottobre 2023 come una reazione ad anni di occupazione. Una dichiarazione che rientra nel campo della libertà di espressione politica – piaccia o no – è bastata per trasformarlo nel bersaglio di un’operazione mediatica e istituzionale culminata nella revoca del suo permesso di soggiorno di lungo periodo e in un ordine di espulsione.
Shahin vive
in Italia da oltre vent’anni. È egiziano e, in quanto oppositore del regime di
Al-Sisi, sarebbe in pericolo reale e immediato se rimandato in
Egitto. Nonostante questo, e nonostante abbia presentato una nuova domanda di
asilo tramite il modello C3 – che per legge sospende ogni espulsione fino alla
decisione della Commissione – la magistratura ha comunque convalidato
il rimpatrio, aggirando una procedura che normalmente tutela chi chiede
protezione internazionale. Un atto punitivo insomma.
Come ricorda
il movimento Torino per Gaza, Shahin paga una sola colpa: essersi esposto
pubblicamente, e senza pause, denunciando il genocidio in
corso a Gaza e sostenendo la causa palestinese. Una posizione
politica e morale trasformata in motivo di espulsione. Un uomo musulmano che
prende parola sulla Palestina è trattato come un problema di sicurezza,
non come un soggetto avente diritto alla libertà di espressione, garantito a
chiunque altro.
E questo
caso non è affatto isolato. Negli ultimi due anni è emersa una tendenza
sistematica: uomini arabi, musulmani e palestinesi vengono sorvegliati, puniti
e criminalizzati in modo sproporzionato rispetto ai fatti
contestati. Il trattamento riservato ad Ahmad Salem, 24
anni, ne è un esempio lampante. Arrivato in Italia per chiedere protezione
internazionale, è finito nella sezione di alta sicurezza del carcere di Rossano
Calabro. Durante la procedura di asilo gli è stato sequestrato il telefono e
parti di suoi interventi pubblici – slogan, appelli alla mobilitazione civile
per la Palestina, contenuti politici – sono stati etichettati come “terrorismo”.
Frammenti decontestualizzati sono bastati per trasformare l’espressione del
dissenso palestinese in un reato. Il tutto mentre tre giovani palestinesi –
Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh – sono accusati di “terrorismo” sulla
base del volere di Israele, con Yaeesh ancora detenuto da oltre un anno. Anche qui emerge lo stesso schema: presunzione di
colpevolezza, sovrastima del rischio, accettazione acritica delle narrative
israeliane e criminalizzazione automatica del profilo
palestinese.
A
questo si aggiunge quanto accaduto a Mohammad Hannoun,
presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia. Fermato all’aeroporto di
Linate, è stato denunciato per “istigazione alla violenza” e colpito da un
foglio di via che gli vieta di entrare a Milano per un anno. Provvedimento già
applicato in passato, sempre in correlazione alla sua attività pubblica
in solidarietà al popolo palestinese. Hannoun definisce
l’operazione “un atto di aggressione”: “Mi dispiace di questo atto
di aggressione nei miei confronti, mentre il nostro governo è complice
diretto del genocidio a Gaza, dove fornisce armi per sterminare i
gazawi. (…) All’uscita dell’aeromobile gli agenti della polizia mi hanno
identificato e mi hanno portato in ufficio a Linate per darmi due notifiche. La
prima era l’allontanamento dalla città per un anno, l’altra una denuncia per
istigazione alla violenza”.
Anche qui si
ripete lo stesso schema: l’attivismo palestinese e musulmano viene decontestualizzato,
punito e represso con l’espulsione fisica dal territorio, con l’isolamento;
ogni parola è un potenziale reato, ogni presenza pubblica trattata come un
problema di sicurezza nazionale. Non è un caso: è parte di una strategia che
colpisce sempre gli stessi corpi, gli stessi accenti, le stesse identità.
Un’ulteriore
conferma arriva dal caso dell’imam di Bologna Zulfiqar Khan, allontanato dall’Italia
l’anno scorso attraverso un decreto immediato del Ministero dell’Interno basato
su una selezione di sermoni, frasi e contenuti religiosi interpretati come
indicatori di pericolosità. Un uomo residente in Italia da decenni,
privato del permesso di soggiorno ed espulso senza garanzie adeguate e senza un
vero processo. Anche qui, un dissenso o un linguaggio religioso che non piace è
stato sufficiente per attivare la macchina dell’espulsione.
Mettendo
insieme questi casi, emerge una dinamica chiara: quando il soggetto è un uomo
musulmano o palestinese che denuncia il genocidio di Gaza o critica la politica
occidentale in Medio Oriente, lo Stato interviene con misure
eccezionali ed eccessive – fogli di via, espulsioni, revoche del
permesso di soggiorno – accuse sproporzionate e criminalizzazione delle
opinioni. È una strategia che colpisce sempre le stesse identità, incoraggiata
da un clima politico che normalizza l’idea islamofobica del
musulmano “pericoloso” e “radicale”.
Questo non è
sicurezza: è razzializzazione del dissenso. È islamofobia
istituzionale normalizzata. È un avvertimento politico a un’intera comunità: il
diritto di parola non vale uguale per tutti. E chi parla contro un genocidio,
soprattutto se coinvolto direttamente, rischia, in questo Paese, di essere
trattato come se fosse lui il pericolo.
lunedì 17 novembre 2025
Libertà di parola versus libertà accademica: un conflitto ai limiti della post-democrazia - Marco Pitzalis
Nel
dibattito pubblico si fa largo una questione cruciale che riguarda la libertà
di parola, i suoi limiti e il rapporto con le libertà accademiche (Nda Sapiro et alii).
Questa questione è diventata attuale in particolare durante la crisi pandemica,
quando tra discorso esperto, comunicazione politica, comunicazione
istituzionale, comunicazione nei media tradizionali e nei nuovi social media
(la presa di parola diffusa) si realizzò un cortocircuito a livello politico e
comunicativo che non è stato ancora decifrato.
Nello stesso tempo, si è rafforzata tra le élite la tendenza a asserire che il
sapere esperto debba non solo governare la politica, ma anche essere l’unico
principio legittimo della presa di parola.
Questo anche senza considerare che i “saperi esperti”, in casi complessi che
esondano da una sola expertise disciplinare (per esempio la virologia),
dovrebbero coprire altre dimensioni cruciali quali quella medica,
organizzativa, sociale, economica, politica, giuridica e psicologica. Quindi
scegliere quale expertise sia l’unica pertinente è già di per sé una scelta
“arbitraria” e certamente non democratica.
Di fronte alla crisi pandemica, è stato infatti messo in discussione il
principio del diritto di parola, contrapponendo in modo definitivo “expertise”
e “free speech”, giacché tutte le questioni relative al diritto, all’umano e al
sociale dovevano discendere da un unico discorso legittimato a parlare.
La reazione
alla deriva giacobina e iper-positivista nel governo della crisi pandemica ha
però avuto l’effetto paradossale di minare la fiducia nelle istituzioni
politiche, mediche, nazionali e internazionali. Questo effetto sociologicamente
prevedibile non è stato considerato, giacché l’expertise sociologica non è mai
stata legittimata a parlare in questa materia. Il risultato è stato di
alimentare a dismisura il peso politico e mediatico di forze che rivendicano il
principio del “free speech” contro l’expertise.
Questo “free speech”, bisogna fare attenzione, non coincide con la difesa del
diritto di parola. Si tratta della rivendicazione della parola libera (o del
dire parole in libertà): cioè il potere (non il diritto) di dire quello che si
vuole, ivi compresa la menzogna, l’umiliazione, l’offesa e la violenza verbale
contro persone in condizione di fragilità personale e politica.
La rivendicazione di free speech trova certamente una forza propulsiva nella
rivalsa contro il moralismo e il normativismo woke e di certa “cancel culture”,
ma trae la sua linfa dalla particolare struttura della società americana (e
europea) e dal peso relativo di capitale culturale ed economico nella
distribuzione delle posizioni. Senza comprendere questa struttura non si
capirebbe il voto operaio per i partiti reazionari dal punto di vista sociale.
La questione del “free speech” riguarda in modo massiccio la sfera politica e
pubblica, non solo in quanto rivendica l’uso di linguaggi razzisti e sessisti,
ma perché imbroglia impunemente il confine tra verità e menzogna. A questo
imbroglio dei confini contribuisce oggi l’irruzione dell’intelligenza
artificiale con la sua capacità di alterare immagini e suoni, rendendo ancora
più difficile orientarsi tra realtà e invenzione della realtà.
Il “free speech” in questo contesto non è dunque la libertà di prendere parola,
ma l’affermazione di un nichilismo della parola che non ha come obiettivo una
ricerca dialettica del consenso, una (ri)negoziazione dei significati e il
dibattito come processo dialogico di ricerca collettiva della verità. Al
contrario, è semplicemente e brutalmente l’affermazione violenta del punto di
vista dei gruppi dominanti e la difesa dei loro interessi.
Nello stesso tempo, in molti paesi occidentali sono messe in questione le
libertà accademiche. Negli USA si segnala un ritorno alle purghe che colpirono
il mondo accademico, quello della cultura e del cinema (denominate maccartismo,
come per delimitare a una persona le responsabilità storiche e strutturali), e
anche in Italia il ddl Gasparri che equipara
antisemitismo e antisionismo pretende di regolare la presa di parola in
contesto accademico sulla questione israelo-palestinese e coopta le università
dentro la guerra delle parole (e anche alla presa di parola tout-court).
Al di là di questo, è sempre più forte l’intolleranza verso le manifestazioni
di dissidio e protesta degli studenti universitari. Mentre, in Italia, la presa
di parola dei ricercatori è oramai un ricordo del passato, i sistemi nazionali
ed europei di finanziamento della ricerca si presentano come dispositivi di
disciplinamento e mobilitazione morale e politica (vedi il PNRR, i progetti
Horizon, Erasmus+ ecc.). Tutti elementi che mettono in luce la crescente crisi
di autonomia del campo universitario.
Libertà accademica e libertà di parola non sono però la stessa cosa. E lo
dimostra il fatto che chi rivendica il “free speech” attacca la libertà
accademica.
Occorre dunque operare una netta distinzione tra libertà di parola nell’arena
pubblica e libertà accademiche. Sembra una sottigliezza giuridica o filosofica,
ma non lo è. Le due operano in territori diversi, con logiche diverse e
responsabilità diverse. Eppure, nella pratica discorsiva quotidiana, tendono a
intrecciarsi fino a confondersi.
La libertà di parola è un diritto generale e designa il fatto che tutti possono
dire, argomentare, criticare. La libertà accademica riguarda invece la
produzione e la trasmissione di conoscenza disciplinata da una metodologia, da
prove, da un processo di revisione tra pari, dall’accountability. Non è un
privilegio corporativo, ma un dispositivo democratico.
Negli ultimi anni, questa distinzione è stata corrosa dall’esplosione di
discorsi indifferenti alla verità, ciò che Harry Frankfurt chiamava “bullshit” (a queste tematiche è dedicato il Symposium
“Academic Freedom under Attack” editor by Gisèle Sapiro and Thibaud Boncourt.
Sociologica, 19-3, forthcoming). Bullshit non è la menzogna, che perlomeno
riconosce la verità per capovolgerla, ma l’indifferenza a qualunque criterio di
verifica. È un sintomo del nostro tempo caratterizzato dalla moltiplicazione
delle fonti, retto da un’economia dell’apparenza, governato da algoritmi della
visibilità. Tuttavia, osservo che ci sia un rischio anche a voler ridurre
tutto il conflitto epistemico a una lotta tra due polarità distinte: verità e
“scemenze”. Questo significa negare le zone grigie nelle quali ci muoviamo
anche in ambito accademico (tra conflitto interno e presa di parola esterna).
Le scienze non sono monoliti e il ruolo dell’intellettuale spesso ambivalente.
Nei campi scientifici si litiga e il meccanismo di fondo è quello del dubbio
sistemico e dell’opposizione dialettica. Quando la critica al potere viene
sistematicamente screditata come “ideologica”, la discussione pubblica si
atrofizza.
Sulla questione del cambiamento climatico (vedere a questo proposito Pellizzoni 2007), per esempio, vengono
certamente dette molte scemenze. Ma possiamo ridurre tutta la critica al
discorso mainstream dell’IPCC alla categoria di bullshit?
Geologi e climatologi discutono da decenni su scale temporali, cause, pesi dei
fattori. Qual è il peso del fatto umano? Per quanto l’“Antropocene” sia usato
ovunque, dal punto di vista delle discipline geologiche non è considerato
ancora un’epoca ufficiale. Questa non è post-verità, non è una scemenza da
militante dell’ultradestra illetterato, ma è una forma di pluralismo
disciplinato. È esattamente l’arena dove la libertà accademica lavora.
Se appiattiamo tutto, marginalizzando la critica scientificamente fondata,
paradossalmente, regaliamo potere a chi decide cosa è “bullshit”. Governi,
media, apparati militari e di sicurezza non sono arbitri neutrali. Operano con
priorità proprie, spesso estranee ai principi della ricerca. La crisi climatica
in questo contesto non è dunque neutra rispetto agli usi che ne vengono fatti
per indirizzare le politiche industriali.
Quindi non basta tenersi alla larga dalle scemenze ma occorre anche difendere
il campo accademico dall’eteronomia. Le norme morali che ci dicono cosa è
legittimo dire non sono solo prodotte all’interno dell’accademia, ma vengono
modellate da logiche esterne, dal marketing politico, dalle polemiche
mediatiche, dagli scandali istantanei. L’università reagisce spesso inseguendo,
anziché anticipando. La tentazione è respingere tutto ciò che “non ci piace”
nel recinto del nonsense. Ma la storia ci mostra che molte verità
scientifiche nascono minoritarie, sospette, eccentriche. L’università è una
macchina fragile. Quando smette di tollerare il disaccordo metodologicamente
fondato, smette di essere università.
Occorre distinguere, innanzitutto, la critica dalla censura. Senza critica non
esiste progresso, senza limiti non esiste conoscenza. La contestazione degli
studenti a un professore non è censura, se questa non porta all’annichilimento
della persona. Quindi non è su questa che deve essere concentrato lo sforzo che
invece dovrebbe essere diretto a rendere visibili le pressioni esterne.
L’autonomia non è un muro, è un equilibrio negoziato e il rapporto tra campo
accademico e campo del potere è un equilibrio instabile che va continuamente
monitorato.
La lotta per
l’autonomia del campo è, dunque, una lotta per la possibilità stessa di
produrre verità non immediatamente subordinate agli interessi dominanti. È un
conflitto costitutivo e ogni volta che l’università cede all’invasione di
logiche esterne, ciò che viene indebolito non è una corporazione, ma la
funzione pubblicadella conoscenza Infatti, ciò che conta non è chi parla,
ma come parla, cioè con quali prove, con quali metodi, sotto quali forme di
responsabilità reciproca. La verità non è una bandierina da apporre su un
territorio occupato, ma il processo collettivo di costruzione del consenso
intorno alle risposte a una domanda.
Per questo la libertà accademica non è un privilegio della corporazione
professorale, ma un investimento pubblico nella possibilità stessa di discutere
seriamente. E questa possibilità, oggi, non è mai stata così preziosa né così
fragile.
lunedì 24 marzo 2025
Mi chiamo Mahmoud, sono un prigioniero politico - Mahmoud Khalil
Mi chiamo Mahmoud Khalil e sono un prigioniero politico. Vi scrivo da un centro di detenzione in Louisiana, dove mi sveglio al freddo del mattino e trascorro lunghe giornate a testimoniare le silenziose ingiustizie in atto nei confronti di moltissime persone a cui è preclusa la tutela della legge.
Chi ha il
diritto di avere diritti? Non sono certo gli esseri umani ammassati in queste
celle. Non è l’uomo senegalese che ho incontrato e che è stato privato della
sua libertà per un anno, con la sua situazione legale in un limbo e la sua
famiglia a un oceano di distanza. Non è il detenuto ventunenne che ho
incontrato, che ha messo piede in questo paese all’età di nove anni, per poi
essere deportato senza nemmeno un’udienza.
La giustizia
sfugge ai contorni delle strutture di immigrazione di questa nazione.
L’8 marzo
sono stato preso da agenti del Department of Homeland Security che si sono
rifiutati di fornire un mandato e hanno avvicinato me e mia moglie mentre
tornavamo da una cena. Il filmato di quella notte è stato reso pubblico. Prima
che mi rendessi conto di ciò che stava accadendo, gli agenti mi hanno
ammanettato e costretto a salire su un’auto senza contrassegni. In quel
momento, la mia unica preoccupazione era la sicurezza di [mia moglie] Noor. Non
sapevo se sarebbe stata portata via anche lei, visto che gli agenti avevano
minacciato di arrestarla per non avermi abbandonato. Il DHS non mi ha detto
nulla per ore: non sapevo la causa del mio arresto né se rischiavo la
deportazione immediata. Al 26 di Federal Plaza ho dormito sul pavimento freddo.
Nelle prime ore del mattino, gli agenti mi hanno trasportato in un’altra
struttura a Elizabeth, nel New Jersey. Lì ho dormito per terra e mi è stata
rifiutata una coperta nonostante la mia richiesta.
Il mio
arresto è stato una conseguenza diretta dell’esercizio del mio diritto alla
libertà di parola, mentre
sostenevo la necessità di una Palestina libera e la fine del genocidio a Gaza,
che è ripreso in pieno nella notte di lunedì (17 marzo). Con il cessate il
fuoco di gennaio ormai infranto, i genitori di Gaza stanno di nuovo cullando
sudari troppo piccoli e le famiglie sono costrette a scegliere tra fame e
sfollamento e le bombe. È nostro imperativo morale continuare a lottare per la
loro completa libertà.
Sono nato in
un campo profughi palestinese in Siria da una famiglia sfollata dalla propria
terra durante la Nakba del 1948. Ho trascorso la mia giovinezza in prossimità
ma lontano dal mio paese. Ma essere palestinese è un’esperienza che trascende i
confini. Vedo nelle
mie circostanze analogie con l’uso da parte di Israele della detenzione
amministrativa – imprigionamento senza processo o accusa – per privare i
palestinesi dei loro diritti. Penso al nostro amico Omar Khatib, che è stato
incarcerato senza accusa né processo da Israele mentre tornava a casa dopo un
viaggio. Penso al direttore dell’ospedale di Gaza e pediatra Dr. Hussam Abu
Safiya, che è stato fatto prigioniero dall’esercito israeliano il 27 dicembre e
che oggi rimane in un campo di tortura israeliano. Per i palestinesi,
l’imprigionamento senza un giusto processo è una prassi comune.
Ho sempre
creduto che il mio dovere non sia solo quello di liberarmi dall’oppressore, ma
anche di liberare i miei oppressori dall’odio e dalla paura. La mia ingiusta detenzione è
indicativa del razzismo anti-palestinese che sia l’amministrazione Biden sia
quella di Trump hanno dimostrato negli ultimi sedici mesi, quando gli Stati
Uniti hanno continuato a fornire a Israele armi per uccidere i palestinesi e
hanno impedito ogni intervento internazionale. Per decenni, il razzismo
anti-palestinese ha guidato gli sforzi per espandere le leggi e le pratiche
statunitensi utilizzate per reprimere violentemente i palestinesi, gli arabi
americani e altre comunità. È proprio per questo che sono stato preso di mira.
Mentre
attendo decisioni legali che tengono in bilico il futuro di mia moglie e di mio
figlio, coloro che hanno permesso che venissi preso di mira rimangono
comodamente alla Columbia University. I presidenti Shafik, Armstrong e il
rettore Yarhi-Milo hanno gettato le basi perché il governo degli Stati Uniti mi
prendesse di mira, disciplinando arbitrariamente gli studenti filopalestinesi e
permettendo che la delazione virale – basata sul razzismo e sulla disinformazione
– si svolgesse senza controllo.
La Columbia
mi ha preso di mira per il mio attivismo, creando un nuovo ufficio disciplinare
autoritario per aggirare il giusto processo e mettere a tacere gli studenti che
criticano Israele. La Columbia si è arresa alle pressioni federali divulgando i
dati di studenti e studentesse al Congresso e cedendo alle ultime minacce
dell’amministrazione Trump. Il mio arresto, l’espulsione o la sospensione di
almeno 22 studenti di Columbia – ad alcuni è stata tolta la laurea a poche
settimane dal diploma – e l’espulsione del presidente della Student Workers of
Columbia, Grant Miner, alla vigilia delle trattative contrattuali, ne sono
chiari esempi.
Se non
altro, la mia detenzione è una testimonianza della forza del movimento
studentesco nello spostare l’opinione pubblica in favore della liberazione
della Palestina. Studenti
e studentesse sono stati a lungo in prima linea nel cambiamento: hanno guidato
la carica contro la guerra del Vietnam, sono stati in prima linea nel movimento
per i diritti civili e hanno guidato la lotta contro l’apartheid in Sudafrica.
Anche oggi, sebbene l’opinione pubblica non l’abbia ancora compreso appieno,
sono studenti e studentesse a guidarci verso la verità e la giustizia.
L’amministrazione
Trump mi sta prendendo di mira come parte di una strategia più ampia per
reprimere il dissenso. I titolari di un visto, i titolari di una green
card e i cittadini saranno tutti presi di mira per le loro convinzioni
politiche. Nelle prossime settimane, studenti, sostenitori e funzionari eletti
devono unirsi per difendere il diritto di protestare per la Palestina. In
gioco non ci sono solo le nostre voci, ma le libertà civili fondamentali di
tutti.
Sapendo che
questo momento trascende le mie circostanze individuali, spero comunque di
essere libero di assistere alla nascita del mio primo figlio.
Questa
lettera è stata dettata per telefono dal centro di detenzione ICE (l’agenzia
federale per il controllo dell’immigrazione e delle dogane) in Louisiana, da
Mahmoud Khalil, dove si trova dopo l’arresto dell’8 marzo. Khalil, nato in
Siria da rifugiati palestinesi, è stato figura chiave nelle proteste alla Columbia University contro la guerra a Gaza
nella primavera del 2024. Traduzione di Connessioniprecarie (che
ringraziamo).
domenica 16 febbraio 2025
domenica 9 giugno 2024
Provano a zittire Scott Ritter
Gli USA impediscono la partecipazione di Scott Ritter al Forum di San Pietroburgo
L'ex ufficiale dell'intelligence dei Marine degli Stati Uniti e ispettore
ONU per le armi, Scott Ritter, ha denunciato che gli è stato impedito di
imbarcarsi su un volo da New York a Istanbul, scalo intermedio per raggiungere
la Russia e partecipare al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo.
Ritter ha riferito all'agenzia TASS che, durante l'imbarco, tre agenti della
dogana e protezione delle frontiere (CBP) degli Stati Uniti gli hanno
sequestrato il passaporto su ordine del Dipartimento di Stato, senza fornire
ulteriori spiegazioni. Gli agenti hanno anche rimosso i suoi bagagli dal volo e
lo hanno scortato fuori dall'aeroporto. Ritter ha aggiunto che intende
appellarsi contro questa decisione.
Il Dipartimento di Stato ha rifiutato di commentare l'episodio, dichiarando
all'agenzia RIA Novosti: "Non possiamo commentare lo stato del passaporto
di un cittadino privato degli Stati Uniti". L'incidente è avvenuto mentre
Ritter si preparava a partecipare al Forum Economico Internazionale di San
Pietroburgo, che si terrà dal 5 all'8 giugno. L'evento, organizzato dalla
Fondazione Roscongress, è uno dei principali appuntamenti economici annuali in
Russia e quest'anno è dedicato al tema "Le Fondamenta di un Mondo
Multipolare - La Formazione di Nuove Aree di Crescita".
Ritter, noto per le sue opinioni difformi dal mainstream lberale e quindi
etichettate come 'filo-russe', ha spesso criticato l'operato degli Stati Uniti,
in particolare le ingenti forniture di aiuti militari all'Ucraina, e ha
previsto il fallimento dell'esercito ucraino nella sua guerra per procura
contro la Russia. Ha anche criticato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
L'ex giudice e ora conduttore del podcast "Judging Freedom", Andrew
Napolitano, non parteciperà al forum, ma Ritter ha sottolineato che la
cancellazione del viaggio di Napolitano è dovuta a motivi completamente diversi.
Il Ministero degli Esteri russo, tramite la portavoce Maria Zakharova, ha
commentato sarcasticamente l'incidente, chiedendosi se l'azione fosse conforme
al Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che garantisce la
libertà di parola e di assemblea, o al Quarto Emendamento, che proibisce
perquisizioni e detenzioni irragionevoli.
Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo è un evento di
rilevanza mondiale che attira politici e imprenditori da tutto il globo. Ritter
ha espresso il suo disappunto per l'accaduto, affermando che le autorità
statunitensi temono la sua partecipazione all'evento.
Prove di autocrazia: fermato Scott Ritter
L’aria
della sconfitta che ormai pervade l’atmosfera delle cancellerie
occidentali sta facendo perdere la testa a tutta la catena di potere che
via via abbandona ogni ritegno nel mostrarsi qual è, ovvero dedita a incubi
autoritari. Ieri l’ultimo episodio che costella questa inquietante crescita: il
governo degli Stati Uniti ha sequestrato il passaporto di Scott Ritter dopo che
si era imbarcato su un volo che lo avrebbe portato in Turchia e poi in Russia:
era stato invitato a parlare al Forum economico internazionale di San
Pietroburgo, al quale parteciperanno 25 mila persone di tutto il mondo.
Insomma la scena si è svolta come in quei film di
Hollywood nei quali questi episodi vengono collocati nella Russia sovietica o
nei Paesi satelliti: ma è ormai palese che tutto questo fa parte dei sogni
bagnati dell’élite americana e di quella europea allevata e lanciata da essa. Così
la racconta il protagonista: “Mi stavo imbarcando sul volo. Tre agenti della
polizia mi hanno preso da parte e hanno preso il mio passaporto. Quando ho
chiesto loro il motivo, mi hanno detto ordini del Dipartimento di Stato”.
Ancora non si conosce il pretesto con cui a Ritter è stato impedito di parlare
all’assemblea di San Pietroburgo, ma è probabile che il potere di Washington
temesse che il personaggio potesse togliere ancora qualche velo sul potere
americano. Ex ufficiale dei marines aveva partecipato alla prima guerra del
golfo come aiutante del comandante in capo Schwarzkopf e in seguito si era
occupato degli armamenti in Iraq come ispettore Onu sotto il mandato
dell’Unscom. La sua carriera di dissidente cominciò tra il 2002 e
l’inizio del 2003, quando George Bush e Tony Blair preparavano la guerra in
Iraq: Ritter in base alla sua esperienza affermò più volte che nel Paese non
esistevano le armi di distruzione di massa e che i due leader usavano questa
favola come principale argomento bellico. Con dichiarazioni di questo tipo,
Ritter divenne sempre più impopolare agli occhi dei politicanti alla Casa
Bianca, dei neoconservatori di Washington, degli strateghi di guerra del
Pentagono e dell’intero corpo della stampa americana che è culo e camicia col potere.
Da allora ha continuato ad essere una spina nel fianco
dell’establishment di Washington con articoli e libri che svelano le ipocrisie
e le menzogne delle amministrazioni americane. Questa spina è diventata più
acuminata con la guerra in Ucraina visto che Scott Ritter ha messo in luce le
carenze in fatto di armamenti e di pensiero tattico e strategico del Pentagono
e proprio negli ultimi giorni aveva anche realizzato un video nel quale esaminava le capacità dei
missili ipersonici russi dopo la distruzione di un enorme bunker segreto
ucraino – Nato dove si trovavano piloti, pianificatori e addestratori che
preparavano l’arrivo degli F16.
Nei giorni scorsi si era diffusa la voce che la Homeland
Security avesse pianificato di impedire la partenza per San Pietroburgo
anche ad altri americani invitati a parlare al Forum di San Pietroburgo e in
particolare al giudice Andrew Napolitano (nessuno è perfetto) che è un noto
critico della guerra in Ucraina. Ma ci si è resi conto che il contraccolpo di
immagine in questa sorta di Casablanca invertita e moltiplicata sarebbe stato
troppo forte e ci si è limitati al solo Scott Ritter che peraltro viene
diffamato continuamente dalla stampa mainstream ed è stato trasformato in un
agente di propaganda russa. Troppe persone fermate agli aeroporti avrebbero
rischiato di svelare l’animus e il retropensiero dell’amministrazione
Biden e avrebbe messo in luce l’agonia democratica del Paese. Perciò si è scelto
di colpirne uno per avvertirne mille.
domenica 17 marzo 2024
La libertà di parola negli Stati Uniti: verità e fatti - RAPPORTO
Pubblichiamo la traduzione di un Rapporto pubblicato a marzo dal Ministero degli Affari esteri cinese*
Introduzione
Gli Stati Uniti hanno a lungo rivendicato la loro libertà di parola e
perseguito due pesi e due misure, coprendo la manipolazione politica interna e
l'ingiustizia sociale con vuoti slogan politici e l'ipocrita maschera morale
della cosiddetta “libertà di parola”. Negli Stati Uniti, le lotte politiche
calpestano la libertà di parola, le interferenze della stampa minacciano la
libertà di parola e i social media violano la libertà di parola. Nell'arena
internazionale, gli Stati Uniti sognano ad occhi aperti di continuare a parlare
per tutti, ostacolando la democratizzazione delle relazioni internazionali con
pratiche egemoniche, distruggendo l'ambiente dell'opinione pubblica
internazionale con campagne diffamatorie e illudendo la comunità internazionale
con immagini auto-glorificate e retoriche altisonanti.
Questo rapporto, presentando numerosi fatti, mira a svelare cosa sia la
“libertà di parola” secondo gli Stati Uniti, cosa gli Stati Uniti facciano
realmente e quale sia il loro vero scopo.
- La
libertà di parola negli Stati Uniti non è degna di questo nome
·
Gli Stati Uniti considerano la libertà di parola come il fondamento del
Paese, ma la calpestano sotto i piedi della realtà politica. Sebbene il Primo
Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti preveda esplicitamente la
“libertà di parola”, le dispute politiche e gli interessi di gruppo hanno
costantemente approfittato della forma della “libertà di parola” per
danneggiarne l'essenza. Il pubblico non si sente libero di parlare con
sincerità, e gradualmente si accorge e si stanca degli slogan e delle promesse
ipocrite dei politici.
·
La Knight Foundation degli Stati Uniti ha pubblicato nel 2022 il rapporto
di indagine Free Speech in America After 2020, che è stato giudicato dal Free
Speech Center statunitense come “lo studio più completo sull'opinione pubblica
in materia di libertà di parola”. Il rapporto ha rilevato che la polarizzazione
politica e le lotte tra i partiti hanno gravemente compromesso la libertà di
parola negli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda le questioni
politiche.
·
La libertà di parola negli Stati Uniti è diminuita negli ultimi anni. In un
sondaggio nazionale del 2022 condotto dal New York Times e dal Siena College,
il 66% dei partecipanti afferma di non credere che gli americani godano di
libertà di parola. L'8% afferma inoltre che gli americani non hanno alcuna
libertà di parola. Negli ultimi anni, a causa della polarizzazione politica e
della violenza politica, le persone sono diventate più caute o addirittura
reticenti nel parlare di argomenti politici, temendo attacchi e rappresaglie.
Il 46% afferma che la società americana è molto meno libera di parlare di
politica rispetto a un decennio fa. Molti parlano il meno possibile o
addirittura eludono gli argomenti politici. Le donne sono più caute degli
uomini e i giovani più cauti degli anziani. Alcuni giovani sono stati duramente
criticati e persino oggetto di ritorsioni per alcune osservazioni politiche.
·
Le restrizioni alla libertà di parola sono piuttosto comuni negli Stati
Uniti. La maggior parte degli Stati ha ottenuto risultati negativi nel rispetto
della libertà di parola e del diritto di riunione, secondo il rapporto 2022 US
State Free Speech Index del Free Speech Institute. Solo tre Stati - Wisconsin,
Michigan e Iowa - hanno ottenuto un punteggio superiore al 70%, mentre 35 Stati
hanno ottenuto un punteggio inferiore al 50%.
·
Gli Stati Uniti sono sommersi da informazioni false, che ne erodono
ulteriormente la credibilità in termini di libertà di parola. Durante le
elezioni presidenziali del 2016, i gruppi politici hanno usato i media per
diffondere disinformazione e interferire nelle elezioni, con siti web di fake
news che hanno ricevuto 159 milioni di visite, pari a 0,64 visite per adulto
americano, secondo una ricerca condotta dall'Università di Stanford. Il
rapporto della Brookings Institution, Disinformation is Eroding Public
Confidence in Democrac (La disinformazione sta erodendo la fiducia del pubblico
nella democrazia), pubblicato nel 2022, ha rilevato che le minoranze sono più
suscettibili alla disinformazione, e il 51,5% degli intervistati ritiene che il
bersaglio sia la comunità nera americana. Negli ultimi anni, le discussioni sui
brogli elettorali e la diffusione della disinformazione hanno ulteriormente
ridotto la fiducia degli americani nella libertà di parola.
- Gli
Stati Uniti violano la libertà di parola in patria
·
Le lotte politiche calpestano la libertà di parola. Non è un segreto che il
governo statunitense monitori l'opinione pubblica interna. Carl Bernstein, noto
giornalista che ha denunciato lo scandalo Watergate del 1972, ha rivelato in
dettaglio la collusione tra la CIA e la stampa. Il New York Times, il
settimanale Time, la CBS e altri media hanno stretti legami e collaborano con
la CIA per monitorare l'opinione pubblica.
·
Le informazioni false vengono utilizzate per manipolare l'opinione pubblica
e interferire con la parola. Il rapporto del Cato Institute ha osservato che
“se gli americani si aspettano che i media forniscano informazioni accurate e
neutrali sulla politica del governo, commetteranno un grosso errore”. Il
governo statunitense collude con i media e spesso diffonde varie informazioni
sotto la copertura dei media, al fine di raggiungere obiettivi politici. Nel
marzo 2022, il New York Times ha pubblicato un editoriale intitolato There is a
Freedom of Speech Problem in America, sottolineando che la società statunitense
è intrappolata in un ciclo in cui destra e sinistra si attaccano a vicenda e
che la libertà di parola negli Stati Uniti appartiene al passato. Nell'aprile
del 2022, l'amministrazione Biden ha annunciato l'istituzione di un comitato
volto a combattere la disinformazione sulla popolazione e sulle infrastrutture
negli Stati Uniti, che ha incontrato la feroce opposizione dei membri
repubblicani del Congresso degli Stati Uniti e dei media di destra. I
legislatori repubblicani hanno sostenuto che l'amministrazione sta usando il
denaro dei contribuenti per sopprimere la libertà di parola dei media
conservatori con il pretesto di reprimere la disinformazione. Il Comitato è
stato chiuso dopo sole tre settimane di esistenza a causa delle obiezioni della
Commissione per la supervisione e la riforma del governo della Camera degli
Stati Uniti. La libertà di parola negli Stati Uniti oggi è più un pallone preso
a calci dai partiti che un diritto nelle mani delle persone.
·
Il governo statunitense manipola le informazioni sulle epidemie e sopprime
le voci che raccontano la verità. Helen Zhu, una dottoressa di origine cinese
che ha avvertito dell'epidemia negli Stati Uniti e ha riportato i risultati dei
test, ha ricevuto un ordine di bavaglio dall'amministrazione. Il capitano
Crozier, che ha raccontato la verità sull'epidemia sulla portaerei USS
Roosevelt, è stato licenziato. Alcuni funzionari del Dipartimento di Stato e del
Dipartimento della Difesa, che hanno osato dire la verità, sono stati tutti
licenziati. Fauci, un esperto di malattie infettive noto come il “capitano
anti-epidemia” degli Stati Uniti, è “scomparso” molte volte.
·
La libertà di parola negli Stati Uniti ha un problema di discriminazione
razziale. La percezione della libertà di parola tra i gruppi bianchi è
significativamente più forte rispetto ai gruppi neri, dove la libertà di parola
è più limitata. Ripercorrendo la storia degli Stati Uniti, la libertà di parola
non è mai stata applicata in modo completo ed equo alla comunità nera e i
governi statali hanno usato la discrezione per sopprimere i diritti della
comunità nera per molto tempo. La comunità nera è spesso trattata in modo
diverso quando si tratta di libertà di parola. Nel giugno 2023, la giudice
Earls, l'unica donna afroamericana della Corte Suprema della Carolina del Nord,
è stata indagata dalla Commissione per gli standard giudiziari della Carolina
del Nord dopo aver rivelato in un'intervista che nel sistema giudiziario locale
mancava la diversità razziale e di genere e che i suoi colleghi la trattavano
in modo diverso a causa della razza e del genere. Nel febbraio 2024, Margaret
Satterthwaite, relatrice speciale delle Nazioni Unite sull'indipendenza dei
giudici e degli avvocati, ha commentato che le indagini disciplinari della
commissione sull'unica donna afroamericana giudice dello Stato hanno sollevato
sospetti di discriminazione razziale e di genere.
·
Il governo degli Stati Uniti ha dato un giro di vite su TikTok. Prima che
la Commissione per l'energia e il commercio della Camera tenesse un'audizione
su TikTok nel marzo 2023, diverse organizzazioni statunitensi per la libertà di
parola, tra cui l'Unione per le libertà civili, il Centro per la democrazia e
la tecnologia e la Coalizione contro la censura, hanno firmato congiuntamente
una lettera aperta. In essa si sottolinea che il divieto di TikTok avrebbe
avuto un grave impatto sulla libertà di parola nel dominio digitale, violando i
diritti del popolo americano secondo il Primo Emendamento. La repressione ha
creato un precedente preoccupante, danneggiando la libertà di oltre 150 milioni
di utenti americani di TikTok sulla piattaforma. Il governo degli Stati Uniti è
rimasto sordo a questi appelli ed è determinato a reprimere TikTok.
·
L'intervento della stampa minaccia la libertà di parola. Negli ultimi anni,
la libertà di stampa negli Stati Uniti è stata notevolmente compromessa e
l'ambiente di lavoro dei giornalisti è peggiorato. Il corrispondente della CNN
Jim Acosta è stato privato delle credenziali di stampa della Casa Bianca per
aver chiesto informazioni sulla “carovana di migranti” e sull'“accesso alla
Russia” durante un briefing con la stampa della Casa Bianca. Anche alcuni alti
funzionari governativi hanno minacciato e attaccato i membri dei media. Il
Washington Post, il New York Times e altri media hanno sottolineato che queste
parole e fatti hanno aumentato i rischi per la sicurezza dei giornalisti e
hanno avuto un grave impatto sulla libertà di stampa. Il governo degli Stati
Uniti limita anche la copertura degli eventi giornalistici da parte dei media.
Nel 2021, alcuni giornalisti sono stati molestati o danneggiati dalla polizia
mentre raccontavano le proteste popolari contro le uccisioni di George Floyd e
Dawn Wright da parte della polizia. Secondo l'US Freedom of the Press Tracker,
nel 2022 negli Stati Uniti si sono verificati 128 episodi di violazione della
libertà di stampa, tra cui 40 attacchi a giornalisti e 15 arresti o azioni
penali. Nel 2023, almeno 12 giornalisti negli Stati Uniti sono stati arrestati
o incriminati, e diversi sono stati condannati penalmente per normali servizi
giornalistici.
·
Il controllo dei campus sopprime la libertà di parola. Negli ultimi anni,
negli Stati Uniti, vari divieti su parole e libri hanno seriamente interferito
con la libertà di parola nei campus. La censura dei libri proibiti nelle scuole
pubbliche si è espansa rapidamente dal 2021 e i legislatori di alcuni Stati
hanno introdotto “ordini di bavaglio educativo”. Tra il gennaio 2021 e il
febbraio 2022, i legislatori repubblicani hanno introdotto più di 150 leggi a
livello statale che limitano gli insegnanti a discutere di temi come la razza e
la giustizia sociale in classe, oltre a censurare e tracciare il discorso degli
insegnanti. Nel 2022, la Individual Rights and Expression Foundation ha
condotto un sondaggio su quasi 45.000 studenti di 208 università, scoprendo che
il 22% degli studenti si sentiva spesso impossibilitato a esprimersi su
determinate questioni. Razza, controllo delle armi, pandemia di coronavirus,
azioni antidiscriminatorie e aborto sono diventati campi minati per la
discussione e l'espressione. Alliance Defending Freedom ritiene che le scuole
pubbliche degli Stati Uniti stiano attualmente reprimendo la libertà di parola
istituendo “zone di libertà di parola”, utilizzando politiche vaghe e
fuorvianti, obbligando insegnanti e studenti a esprimere determinate
informazioni e punendo i membri della facoltà che non si “comportano bene” in
termini di libertà di parola.
·
I social media violano la libertà di parola. I gruppi di interesse hanno
fatto pressioni sui governi e sulle società di media per regolamentare i social
media e sopprimere i discorsi sfavorevoli. Documenti interni rilasciati da
Twitter mostrano che lo US Biotech Innovation Group ha inviato lettere al
governo statunitense e a Twitter per conto di aziende farmaceutiche come
Pfizer, Modena, AstraZeneca e altre, chiedendo di rivedere gli utenti che hanno
invitato Twitter a offrire vaccini a basso prezzo e a condividere la proprietà
intellettuale e i brevetti per mantenere il monopolio sui vaccini COVID-19. I
media statunitensi hanno riferito che il magnate finanziario George Soros ha
utilizzato centinaia di milioni di dollari per corrompere centinaia di reti
legate ai media statunitensi tra il 2016 e il 2020 per costruire la propria
rete mediatica e ottenere così la manipolazione dell'opinione pubblica.
·
I social media e i gruppi di interesse che rappresentano bloccano la
libertà di parola. Il 30 marzo 2023 il New York Post ha riportato che Twitter
ha rimosso quasi 5.000 tweet sulle “proteste dei transgender” davanti alla
Corte Suprema degli Stati Uniti, citando “l'incitamento alla violenza”. Poiché
un numero sempre maggiore di utenti ha espresso dubbi sull'eliminazione dei
tweet, Twitter ha cambiato le sue scuse, affermando che l'eliminazione era
dovuta al processo di identificazione e cancellazione automatica del sistema,
senza considerare il contenuto specifico del tweet. In modo ancora più
scioccante, Twitter ha invece sospeso l'account Twitter del Washington Post
dopo aver segnalato la cancellazione massiccia di tweet sul suo account
Twitter. Il New York Post ha commentato che la mossa di Twitter di bandire il
Washington Post è “gravemente incoerente con la libertà di parola dichiarata”.
III. Gli Stati Uniti manipolano la libertà di parola nei Paesi stranieri
·
Per mantenere la propria egemonia, gli Stati Uniti spesso manipolano
l'opinione pubblica internazionale, aggiungendo “razionalità” e “senso morale”
alla propria politica estera. Gli Stati Uniti usano anche i social media per
lanciare la guerra psicologica, insieme alle operazioni militari in altri
Paesi, e reprimere ogni tipo di retorica contro la guerra. Usano la libertà di
parola per praticare due pesi e due misure, creano una cortina di fumo e
sostengono che altri Paesi stanno diffondendo “informazioni false”, mentre
pubblicano vari rapporti distorti e screditanti basati su informazioni false,
per distogliere l'attenzione della comunità internazionale dalle malefatte
degli Stati Uniti. Il 4 maggio 2022, il senatore statunitense Rand Paul ha
detto senza mezzi termini in un'audizione al Senato: “Sapete chi è il più
grande propagatore di disinformazione nella storia del mondo? Il governo degli
Stati Uniti”.
·
Durante la Guerra Fredda, il governo degli Stati Uniti ha creato tre
organizzazioni mediatiche, Voice of America, Radio Free Europe e Radio Liberty,
per condurre la guerra dell'opinione pubblica e attuare un'evoluzione pacifica.
Dagli anni '80, con il rapido sviluppo di Internet, gli Stati Uniti hanno
sfruttato i loro vantaggi tecnologici e si sono rivolti principalmente ai
giovani per diffondere l'ideologia, i valori e i prodotti culturali americani
attraverso Internet. Gli Stati Uniti hanno manipolato l'opinione pubblica
internazionale, influenzando o addirittura incitando direttamente la
popolazione dei Paesi interessati a confrontarsi con il governo. Il 25 febbraio
2022, in un'intervista, l'ex Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha
incitato gli hacker statunitensi a lanciare attacchi informatici contro la
Russia. Ha dichiarato: “Potremmo anche attaccare molte istituzioni governative,
gli oligarchi e il loro stile di vita attraverso attacchi informatici. Abbiamo
fatto qualcosa del genere durante la Primavera araba, quando ero Segretario di
Stato”.
·
Il governo degli Stati Uniti usa i social media per fabbricare bugie di
guerra per giustificare le interferenze straniere. Nel 2019, il Washington Post
ha esposto un documento del programma federale del governo che includeva
interviste a più di 400 figure chiave coinvolte nella guerra in Afghanistan,
tra cui fonti militari statunitensi, diplomatici, appaltatori militari,
funzionari afghani e altri. I documenti dimostrano che il governo statunitense
ha cercato di insabbiare i commenti degli intervistati e di nascondere le prove
che la guerra non era vincibile, e che gli alti funzionari non hanno mai detto
al pubblico la verità durante i 18 anni di guerra in Afghanistan, rendendo
difficile per la popolazione ottenere informazioni veritiere. Un documento del
2008 rilasciato dal National Security Archive ha rivelato che l'amministrazione
Bush ha rafforzato le accuse contro l'Iraq facendo pressione sulla comunità di
intelligence e rilasciando selettivamente prove favorevoli alla posizione del
governo, per legittimare la guerra. Il documento cita anche diversi casi di
“politicizzazione dell'intelligence”. Ad esempio, le persone coinvolte
affermano che se uno staff della CIA avesse fornito informazioni diverse da
quelle volute dall'amministrazione Bush, la sua carriera sarebbe stata a
rischio. I fatti successivi alla guerra in Iraq indicano che l'Iraq non è stato
trovato in possesso di armi di distruzione di massa o associato ad Al-Qaeda.
Negli Stati Uniti si sono diffusi sospetti e critiche sulla manipolazione
dell'opinione pubblica e sull'inganno del governo nei confronti della
popolazione.
·
Le forze armate statunitensi utilizzano i social media per manipolare
argomenti e propaganda ingannevole per influenzare la percezione degli altri
Paesi. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha firmato un accordo per lo
sviluppo di software con una società californiana per manipolare i social media
attraverso false personalità online e influenzare la popolazione dei Paesi del
Medio Oriente. Nel 2022, Twitter ha rilasciato documenti interni al sito web
“The Intercept”, esponendo l'uso dei social media da parte dell'esercito
statunitense per condurre campagne di disinformazione che giustificano
l'uccisione indiscriminata di cittadini di altri Paesi. Il Dipartimento della
Difesa aveva sviluppato una “lista bianca” che imponeva a Twitter di dare
priorità ai servizi per le agenzie presenti nell'elenco. Il funzionario del
Comando centrale Nathaniel Kahle ha chiesto a Twitter, nel luglio 2017, di dare
priorità a sei account in lingua araba del governo statunitense che
promuovevano “la precisione degli attacchi militari dei droni statunitensi
nello Yemen, con l'uccisione di terroristi e non di civili”. “
·
Gli Stati Uniti si vantano della “libertà di parola”, mentre applicano due
pesi e due misure agli altri Paesi. Nell'agosto del 2022, lo Stanford Internet
Observatory ha pubblicato uno studio intitolato Unheard Voices: Evaluating Five
Years of Pro-Western Covert Influence Operations. Lo studio ha rivelato una
rete di account interconnessi su piattaforme di social media come Twitter,
Facebook e Instagram che utilizzano l'inganno per promuovere la retorica
filo-occidentale in regioni come il Medio Oriente e l'Asia centrale,
promuovendo il governo degli Stati Uniti, attaccando e diffamando Paesi come
Cina, Russia e Iran. Alcuni account utilizzano anche la tecnologia dell'intelligenza
artificiale per creare profili personali falsi e diffondere disinformazione. Gli
Stati Uniti utilizzano anche diversi mezzi per “silenziare” i media stranieri.
I media mainstream russi, come RT TV e Sputnik News Agency, sono stati banditi
dagli Stati Uniti e dall'Europa. Gli account ufficiali russi sono stati
limitati da piattaforme come Twitter, i canali e le applicazioni mobili russi
sono stati rimossi dagli App Store di Apple e Google. I contenuti relativi alla
Russia sono soggetti a un controllo estremo.
·
Gli Stati Uniti, con il pretesto della “libertà di parola”, attaccano e
diffamano ferocemente la Cina. Alcuni politici statunitensi non solo hanno
fabbricato in modo sconsiderato dichiarazioni false, come l'esaltazione del
“virus cinese” e del “virus di Wuhan”, e altri commenti non veritieri, ma hanno
anche attaccato i resoconti dei media che riflettevano obiettivamente la lotta
della Cina contro la pandemia. Secondo i media statunitensi, la Casa Bianca ha
pubblicato un articolo sul suo sito web ufficiale criticando i media per aver
preso i soldi dei contribuenti americani per “promuovere la Cina”. Anche la NBC
e la CNN sono state accusate dalla Casa Bianca di essere “fantoccio della Cina”
e “nemico pubblico” per aver affermato nei loro servizi le prestazioni
antiepidemiche della Cina.
·
I media americani interpretano in modo unilaterale gli eventi e coprono
male le notizie relative alla Cina. I media statunitensi hanno interpretato il
ritiro delle università americane dalla classifica mondiale delle università e
delle professioni come un atto giusto contro la tirannia dell'istruzione
superiore americana, ma hanno interpretato il ritiro di alcune università
cinesi dalla classifica mondiale come la “politica delle porte chiuse” della
Cina nel campo della scienza. Alcuni politici e media statunitensi hanno
denunciato come disordini l'assedio del popolo americano al Campidoglio per le
elezioni presidenziali. La violenza di strada a Hong Kong, in Cina, è stata
invece glorificata come “la ricerca della democrazia e della libertà” e “la
bella vista”.
·
Gli Stati Uniti perseguono un doppio standard di libertà di parola nel
campo di Internet, stigmatizzando la Cina come “autoritarismo digitale” e
definendo l'India “la capitale della chiusura digitale di Internet”. Allo stesso
tempo, hanno promosso la formazione della “Internet Future Alliance”, che
sostiene di costruire “un futuro aperto, libero, globale, interoperabile,
affidabile e sicuro”, escludendo Cina, Russia e altri Paesi. In questo modo,
gli Stati Uniti tentano di formare un circolo ristretto ed esclusivo, creando
un digital divide e un confronto tra blocchi nel campo di Internet.
·
Gli Stati Uniti usano la “libertà di parola e di stampa” per interferire
negli affari interni di altri Paesi e sovvertire i loro regimi. Nel 1970, con
il pretesto della “libertà di stampa”, la CIA lanciò una campagna diffamatoria
su larga scala contro il governo cileno di Allende, cercando giornali e riviste
fuori dal Cile per pubblicare articoli che attaccavano e diffamavano Allende.
Inoltre, ha sostenuto l'opposizione nel sequestro delle piattaforme mediatiche,
ha istigato azioni antigovernative e ha collaborato con forze politiche come
l'esercito cileno e l'Organizzazione degli Stati Americani e altri Paesi
dell'America Latina per rovesciare il governo di Allende.
·
Gli Stati Uniti istigano le rivoluzioni colorate con l'aiuto della “libertà
di parola”. Approfittando dell'instabilità di alcuni Paesi appena indipendenti
dopo il crollo dell'Unione Sovietica, hanno sostenuto e utilizzato i media per
sostenere la democrazia occidentale, produrre e diffondere notizie negative sui
governi e sui leader locali e aiutare l'opposizione a promuovere la retorica
politica. Ad esempio, la creazione di “centri di informazione per la
democrazia” in Azerbaigian e Kirghizistan è stata annunciata pubblicamente per
assistere lo sviluppo di “media indipendenti” locali e per influenzare e
promuovere il “processo di democratizzazione” in quei Paesi. Durante le
elezioni parlamentari in Kirghizistan, l'emittente radiofonica Aztec, sostenuta
dagli Stati Uniti, ha esaltato le opinioni dell'opposizione e quelle
filo-occidentali per formare l'opinione pubblica a favore di un cambio di
regime.
·
I siti di social network americani hanno diffuso un gran numero di
informazioni false per ostacolare gli sforzi del governo della Repubblica
Democratica del Congo (RDC) per combattere l'epidemia di Ebola. Nel 2018, a
seguito di un'altra epidemia di Ebola nella RDC, i social media come Twitter e
Facebook hanno diffuso sospetti affermando che l'epidemia non esisteva e
mettendo in dubbio la retorica del governo sulla sua risposta alla malattia,
causando gravi disagi alla lotta locale contro l'epidemia di Ebola. Uno studio
del 2019 pubblicato sulla rivista medica The Lancet ha rilevato che le false
informazioni hanno portato un quarto della popolazione locale a credere che
l'ebola non esistesse e un terzo a credere che il virus fosse usato solo per
destabilizzare la regione.
·
I giornalisti internazionali americani subiscono spesso una repressione
ingiustificata. Secondo i media statunitensi, nel giugno 2010 a Helen Thomas,
nota giornalista di 89 anni, è stato chiesto di commentare Israele quando ha
partecipato a una celebrazione alla Casa Bianca del Mese della storia
ebraico-americana. È stata costretta a interrompere la sua carriera perché ha
risposto “andatevene dalla Palestina”. Nel maggio 2021, la giornalista
dell'Associated Press Emily Wilder è stata licenziata per aver “violato la
politica dei social media” per aver pubblicato tweet pro-palestinesi. Nel
febbraio 2023, il giornalista investigativo veterano Seymour Hersh, vincitore
del Premio Pulitzer, ha pubblicato un'inchiesta che rivela che il governo
statunitense era dietro il bombardamento del gasdotto Nord Stream. Il portavoce
del Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti ha dichiarato che
l'articolo di Hersh sull'esplosione del gasdotto Nord Stream da parte
dell'amministrazione Biden era una falsa informazione e una pura montatura e ha
attaccato Hersh.
Conclusione
La libertà di parola negli Stati Uniti è una cosa per i politici e i gruppi
di interesse nazionali e un'altra per la gente comune. È un modo di dire e fare
cose sugli Stati Uniti e un modo di dire e fare cose su altri Paesi. Gli Stati
Uniti hanno pubblicato un rapporto per diffamare e accusare senza fondamento
altri Paesi di diffondere “disinformazione”, ma gli Stati Uniti sono la fonte
della disinformazione e il posto di comando della “guerra cognitiva” in tutto
il mondo. Il mondo di oggi non è il momento in cui una menzogna ripetuta
migliaia di volte può diventare la verità, o in cui infangare gli altri può
imbiancare sé stessi. Gli occhi dei popoli del mondo sono luminosi. Per quanto
gli Stati Uniti propagandino la loro libertà di parola e non risparmino sforzi
per incolpare altri Paesi di diffondere “false informazioni”, non possono
cambiare il fatto che sempre più persone vedono le brutte pratiche degli Stati
Uniti: come si affidano alle bugie per tessere “i vestiti nuovi
dell'imperatore” e come infangano gli altri per mantenere la loro egemonia.
*Articolo originale:
https://www.fmprc.gov.cn/eng/wjbxw/202403/t20240314_11260689.html
lunedì 18 settembre 2023
La falsa propaganda per i diritti umani accettata dall’Occidente - Violetta Silvestri
Quando l’Egitto ha
presentato il suo primo documento ufficiale per una politica
nazionale dei diritti umani, lo ha fatto con enfasi. Era
il 12 settembre 2021 e il presidente Abdel Fattah al-Sisi celebrava
con orgoglio un “momento luminoso nella storia contemporanea
dell’Egitto, che considero un passo serio verso il progresso dei diritti umani…
tenendo conto dell’importanza di questo campo vitale nella valutazione
dell’avanzamento e del progresso delle società”.
Un anno più tardi, a novembre 2022, la nazione ha
ospitato la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici,
conosciuta anche come COP 27, vetrina internazionale rilevante per le tematiche
e per il prestigio istituzionale. Un’occasione imperdibile per lo Stato
egiziano, nella quale elevare la propria immagine a nazione moderna e
affidabile, non più macchiata da opacità e inerzia nel campo dei diritti umani,
civili, sociali.
Tuttavia, proprio alla vigilia di quell’evento, erano
emerse voci molto critiche sulla reale condizione di libertà e democrazia nel
Paese. Tra tutte spiccava la denuncia di Amnesty International nel dossier “Disconnetted from reality“ con questo
appello:
Le autorità egiziane hanno dato vita alla Sndu [Strategia nazionale sui diritti umani] per
celare l’incessante violazione dei diritti umani, pensando di poter prendere in
giro il mondo in vista della Cop 27. Ma la cruda realtà della grave
situazione dei diritti umani non può essere ridisegnata con un’azione di
marketing.
A settembre 2023 sono già due gli anni di
implementazione della Strategia nazionale sui diritti umani (Sndu) e il bilancio continua a essere preoccupante.
Solo per fare qualche esempio più recente, il 14 agosto scorso si è ricordato
il massacro di Rabaa, risalente al 2013 e che ha quindi sancito quest’anno
il “decennio
della vergogna“, come sottolineato da Philip Luther, direttore delle ricerche e della
difesa di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa.
Il 14 agosto 2013 i militari egiziani dispersero
violentemente i sit-in dei sostenitori dell’organizzazione I Fratelli Musulmani
e del deposto presidente Mohamed Morsi nelle piazze Rabaa al-Adawiya e al-Nahda
del Cairo. In quel
tragico giorno, secondo
testimoni ed enti per i diritti umani, le forze di sicurezza
utilizzarono veicoli blindati e bulldozer, oltre a truppe di terra e
cecchini sui tetti con munizioni vere, per attaccare la piazza delle
proteste da tutti i lati e chiudere le uscite sicure.
Questo è uno scorcio di quanto accaduto il 14 agosto
2013 nella violenta repressione di piazza in Egitto, che di fatto ha sancito la
presa di potere di al-Sisi. Foto da video di Al-Jazeera
Il bilancio racconta di 817 persone morte durante la sola dispersione di Rabaa, con un totale
di almeno 1.000 vittime. L’evento è entrato nella memoria degli
egiziani come un massacro, una delle pagine più buie della storia nazionale.
Tuttavia, nessun funzionario o entità è stato ritenuto
responsabile e al centro della piazza Rabaa è stato addirittura
eretto un monumento per onorare la polizia e l’esercito.
Il fatto è emblematico per smascherare la propaganda
dei diritti umani di al-Sisi.
“Il massacro di Rabaa ha
rappresentato un punto di svolta a seguito del quale le autorità
egiziane hanno perseguito incessantemente una politica di tolleranza zero nei
confronti del dissenso. Da allora, innumerevoli critici e oppositori sono
stati uccisi durante le proteste di piazza, lasciati a languire dietro le
sbarre o costretti all’esilio”, ha dichiarato nell’anniversario 2023
Philip Luther.
Reporter Senza Frontiere descrive senza mezzi termini l’Egitto come “una delle più grandi prigioni del mondo per giornalisti”,
classificando il Paese al 166° posto su 180 Paesi. A questo si aggiunge Freedom House, che lo ha classificato come “non libero”, mostrando come il rating di libertà
della nazione, già scarso, si sia lentamente eroso negli ultimi cinque anni,
passando da 26 su 100 nel 2018, a 18 su 100 quest’anno.
Solo nel 2022, le forze di sicurezza hanno arrestato arbitrariamente almeno 11 giornalisti per il loro
lavoro o per le loro opinioni critiche. Almeno 26 giornalisti
sono rimasti detenuti arbitrariamente in seguito a condanne o indagini pendenti
con accuse di “diffusione di notizie false”, “uso improprio dei social
media” e/o “terrorismo”.
Radicata, inoltre, è la pratica dei divieti di viaggio arbitrari nei confronti di
difensori dei diritti umani, membri della società civile, oppositori
politici. Una delle vittime è Ahmed
Samir Santawy, un ricercatore e studente di antropologia presso l’Università dell’Europa
Centrale di Vienna, impegnato in approfondimenti sui diritti delle donne.
Il suo arresto in Egitto è avvenuto il 1° febbraio
2021, con successiva condanna a quattro anni di reclusione per la diffusione di
“notizie false”. Nello specifico, a lui è stata contestata la pubblicazione di
post sui social media che criticavano le violazioni dei diritti umani in Egitto
e la gestione della pandemia da parte del Governo. Questa la prova della sua
colpa. Rilasciato nel 2022, a giugno 2023 gli è stato
vietato di lasciare la nazione.
L’elenco di soprusi dei funzionari statali e dei
militari su liberi cittadini sarebbe ancora lunga e offusca anche il lancio
– celebrato da al-Sisi come espressione di democrazia – del “dialogo
nazionale”, strategia
voluta dal Presidente per riconciliarsi con le opposizioni (che contano molti
prigionieri politici ancora in carcere) che si sta rilevando – anch’essa – una
farsa.
Non è sfuggito, per esempio, che in
quella stessa settimana di inizio delle sessioni del dialogo, avvenuto
il 3 maggio 2023, la polizia abbia arrestato 16 parenti e
sostenitori di Ahmed al-Tantawi, dopo che l’ex parlamentare
dell’opposizione aveva annunciato che si sarebbe candidato alle elezioni
presidenziali del prossimo anno.
Dinanzi a questi fatti, il castello di carta della
politica dei diritti umani crolla. Ci si chiede, infatti, cosa significhi
davvero quanto si legge nelle intenzioni della Sndu proclamate
due anni fa:
… lo Stato egiziano assicura inoltre il proprio
impegno a rispettare e tutelare il diritto all’integrità fisica,
alla libertà personale, alla pratica politica, alla libertà di espressione e
di formazione di associazioni civili, nonché il diritto al contenzioso. L’Egitto accoglie sempre con favore la pluralità dei punti di
vista, anche le loro differenze, purché tengano conto delle libertà
degli altri.
A volte, la propaganda di Stato si avvale di strumenti
ancora più arguti e non mancano finte
organizzazioni per i diritti umani. Lo ha scoperto, con
un’inchiesta, la
giornalista Antonella Napoli che ha svelato l’opacità dell’associazione
egiziana Matt nel 2021. Il presidente dell’organizzazione, nata con lo scopo di
difendere i diritti, intervistato, ha offerto la propria concezione:
“I diritti umani sono quelli economici, sociali,
politici e civili… l’impegno del Paese ad avere l’acqua potabile è un diritto
umano”, escludendo di fatto la libertà di parola o la detenzione dei
prigionieri politici, relegate piuttosto a questioni di sicurezza
nazionale.
Dinanzi al palese inganno delle politiche nazionali di
difesa dei diritti umani, gli attori internazionali spesso mostrano
un’attenzione anch’essa di facciata. Ad
agosto, per esempio,
un gruppo di membri democratici della Camera dei rappresentanti americana ha esortato l’amministrazione del presidente Joe Biden a
trattenere alcuni aiuti militari all’Egitto per l’emergenza diritti umani.
Secondo la legge statunitense, una parte dei soldi destinati all’assistenza
militare all’Egitto è soggetta ogni anno alla certificazione secondo standard
relativi al rispetto dei diritti.
Washington, però, vede il Cairo come un importante
partner strategico in una
regione complessa e ha affermato più volte che è impegnata a sostenere le sue
legittime esigenze di difesa. Non è un caso che, anche nella migliore delle
ipotesi, il blocco degli aiuti sarebbe limitato a 300 milioni su
più di un miliardo di dollari garantiti.
Allo stesso modo, in seguito al massacro di Rabaa, l’Unione Europea ha
deciso di
sospendere le esportazioni di armi e beni che potevano essere utilizzati per la
repressione interna.
Tuttavia, più di una dozzina di Paesi, tra cui
Bulgaria, Cipro, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Ungheria, Romania e
Spagna, hanno violato questa sospensione e hanno
continuato a spedire attrezzature militari in Egitto. Tra questi c’è l’Italia, che
ha dimostrato così di fare molto poco per ottenere la verità su Giulio Regeni
(ferita che resta aperta, mentre la grazia concessa a Patrick Zaki ha chiuso
un’altra drammatica vicenda). Voci Globali ne ha parlato in questo
articolo.
L’Egitto non è un caso isolato e ultimamente i Paesi del Golfo si stanno facendo notare proprio
per la duplice strategia di attivismo politico in ambito internazionale e
riforme interne all’insegna dello sviluppo, del progresso e dell’emancipazione
democratica.
Nel mirino degli osservatori in questi mesi ci sono
gli Emirati Arabi Uniti per la vetrina della Conferenza Onu sui
cambiamenti climatici, la Cop 28, che si terrà a novembre prossimo a Dubai.
Nel presentare l’approccio che la presidenza del Paese
del Golfo vuole dare all’evento, sul sito ufficiale si legge che tra le parole chiave
c’è l’inclusività. Si enfatizza anche che, per la prima
volta in una Cop, si darà importanza ai temi cruciali della salute delle
persone e della pace per le comunità sotto attacco a causa dei cambiamenti
climatici, con sessioni dedicate.
Solo
pochi mesi fa, a maggio,
Shamma Al Mazrui, ministro dello Sviluppo Comunitario degli Emirati, aveva
dichiarato ai rappresentanti delle Nazioni Unite i passi significativi compiuti dagli Emirati Arabi Uniti per
proteggere i diritti umani. Tra questi, l’introduzione di una
legislazione chiave per garantire la parità di retribuzione tra i sessi,
aumentare la protezione dalla violenza domestica, rafforzare i diritti dei
lavoratori, combattere la tratta di esseri umani.
Intanto, però, si è già messa in moto una
mobilitazione internazionale per mettere in guardia sulla reale situazione dei
diritti nel Paese. Più di 50 organizzazioni e associazioni a livello
mondiale hanno scritto
un comunicato congiunto nel quale accusano gli Emirati Arabi Uniti di:
… continuo attacco ai diritti umani e
alle libertà, prendendo di mira gli attivisti per i diritti umani,
promulgando leggi repressive e utilizzando il sistema di giustizia penale come
strumento per eliminare il movimento per i diritti umani. Queste politiche
hanno portato alla chiusura dello spazio civico, a severe restrizioni alla
libertà di espressione, sia online che offline, e alla criminalizzazione del
dissenso pacifico.
Poche settimane fa, inoltre, è stato pubblicato
un report da parte di FairSquare, The Emirates Detainees Advocacy
Centre e ALQST for Human Rights nel
quale si vuole proprio sfidare la campagna di pubbliche relazioni degli Emirati
Arabi Uniti in vista della Cop 28 che inizierà il 30 novembre alle l’Expo City
di Dubai.
“Non c’è letteralmente nessuno negli Emirati
Arabi Uniti che possa parlare liberamente per criticare la politica statale sul
petrolio o sul cambiamento climatico. Chiunque tentasse di farlo si
ritroverebbe rapidamente messo a tacere o imprigionato”, ha affermato Hamad al-Shamsi”,
direttore esecutivo di The Emirates Detainees Advocacy
Centre.
Lavoratori immigrati negli Emirati Arabi Uniti: come
in diversi Paesi del Golfo, anche qui vige il sistema della Kafala, in base
alla quale i lavoratori stranieri sono di fatto tenuti ostaggio dei loro datori
di lavoro. Foto in CC da Wikimedia Commons
Ai più attenti osservatori non sfugge nemmeno la propaganda farsa portata avanti da Erdoğan sul tema dei diritti.
La Turchia si è dotata di un “nuovo e rivoluzionario Piano
d’azione per i diritti umani” nel marzo 2021, con lo scopo
soprattutto di rafforzare le libertà di espressione e di organizzazione e il
diritto a un giusto processo. L’Action
plan on human rights si compone di 9 ambiziosi obiettivi, tra i quali l’impegno a garantire la protezione delle minoranze, la
libera attività religiosa, politica, associativa dei cittadini, l’accesso a
processi equi.
Mentre il presidente turco, forte della sua rielezione
nel 2023, si rende protagonista della diplomazia mondiale (l’ultimo atto è
stato l’incontro
con Putin per
cercare di sbloccare la crisi del grano), pochi sono i segnali di coerenza con
il piano nazionale sui diritti umani.
Basterà citare come esempio l’incipit dell’ultimo
report di Human Rights Watch:
Il governo autoritario del presidente Recep Tayyip
Erdoğan ha
preso regolarmente di mira i presunti critici del Governo e gli oppositori
politici ed ha esercitato un forte controllo sui media e
sulla magistratura nel lungo periodo che precede le elezioni parlamentari
e presidenziali…
L’Arabia Saudita è
un altro esempio di come rinnovare la propria immagine di nazione costruendo
opache e limitate occasioni di emancipazione nei diritti. Sotto la “faraonica”
strategia intotolata Vision 2030, il Regno si è dotato di una road
map ricca di riforme economiche e sociali che comprende misure volte ad aumentare i diritti delle donne e la partecipazione alla società.
Tuttavia, il Governo resta contrario a
qualsiasi critica o dissenso. Se è vero che una serie di riforme
degli ultimi anni consentono alle donne di avere mansioni in diversi ambiti
lavorativi, affrancarsi dalla tutela maschile in certi ambiti, guidare, stare
in pubblico senza l’obbligo di indossare l’hijab, trasmettere la cittadinanza
saudita ai figli se il marito è straniero, altrettanto provata è la repressione
del dissenso e delle attività svolte nel Paese a favore dei diritti, anche
dalle donne.
Nel bilancio
2022 del
Paese, stilato da HRW, si sono sommati arresti di dissidenti pacifici,
intellettuali pubblici e attivisti per i diritti umani, condanne di persone a
pene detentive decennali per aver pubblicato sui social media, pratiche abusive nei centri di detenzione, tra cui la
tortura e i maltrattamenti, detenzione arbitraria prolungata e la confisca dei
beni senza alcun chiaro procedimento legale.
Il 12 marzo, le autorità saudite hanno
giustiziato 81 uomini, la più grande esecuzione di massa degli ultimi decenni,
nonostante le recenti promesse di ridurre l’uso della pena di morte. Il 10
luglio 2023, la Corte penale specializzata, il tribunale antiterrorismo
dell’Arabia Saudita, ha
condannato a morte Muhammad al-Ghamdi, 54 anni, un insegnante saudita in pensione,
per diversi reati legati esclusivamente alla sua attività di pubblicazione di
post online.
Joey Shea, ricercatore dell’Arabia Saudita
presso Human Rights Watch ha
offerto una sintesi lucida sulla realtà dei diritti nel Regno: “È difficile capire come gli impegni della leadership
saudita a diventare una società più rispettosa dei diritti possano
avere significato quando un semplice tweet critico può portare a una condanna a
morte”.
Con queste premesse, i Paesi del Golfo e non solo si
candidano a diventare i protagonisti della politica e dell’economia
internazionale, ora più che mai visto il bisogno di materie prime e di alleanze
strategiche anti-Cina dei Paesi occidentali. L’emancipazione reale dei diritti
umani, ancora una volta, può attendere. O restare relegata a politiche
nazionali deboli e molto propagandistiche.
