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lunedì 8 giugno 2026

L’Europa baltica al comando senza dircelo - Ennio Remondino

Ursula von der Leyen il 26 maggio a Vilnius, insieme al commissario alla Difesa, il lituano Andrius Kubilius, Dopo aver incontrato i presidenti di Estonia, Lettonia e Lituania, la presidente ha dichiarato che i discussi ‘attacchi ibridi’ sui Paesi baltici sarebbero «una strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre realtà democratiche». Chi sa se mentiva sapendo di mentire. O se -forse peggio-, era a sua volta vittima di una ben organizzata disinformazione occidentale.

Von der Leyen d’assalto

La presidente Ue in veste di stratega, «Mosca sta fallendo e le persone nei Paesi Baltici stanno vivendo ciò che molti credevano appartenesse a un’altra era». Ritrovata guerra fredda, sembra di capire. Ursula, ex ministra della difesa tedesca insiste: «questa è una strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre società democratiche». Una ‘quasi’ dichiarazione di guerra. E Bruxelles garantisce ‘piena solidarietà a Estonia, Lettonia e Lituania, senza però precisare con quale esercito. Per Kubilius, il lituano ministro della difesa Ue, Putin sta cercando di influenzare le opinioni pubbliche e politiche europee, «perché inizino a esitare sul proseguimento del sostegno all’Ucraina». Fosse vero, ci sta riuscendo molto bene. Intanto, Lettonia, Estonia e Lituania riceveranno ulteriori 12 miliardi di euro dal programma europeo SAFE, avverte Von der Leyen, e 16 nuovi progetti nella difesa cibernetica e nei sistemi anti-drone dei tre Paesi da schiarare non si sa bene su quale fronte.

Cieli baltici invasi dai droni ucraini

In 20 maggio la prima ministra lituana, Inga Ruginiene, ha annunciato l’apertura 24 ore su 24 dei rifugi antiaerei del Paese. Allarme nazionale generale così segnalato lancio dell’ANSA: «provvedimento causato degli sconfinamenti di droni ucraini nel territorio lituano». Droni ucraini e non russi? Ma come? Von der Leyen che ci racconta? O greve inciampo o peggio. Sempre l’ANSA scrive che il ministero degli Esteri ucraino si è scusato con gli Stati baltici per i ripetuti sconfinamenti di droni e velivoli senza pilota nel loro spazio aereo. Ma spesso -scopriamo-, il ‘dettaglio’ viene omesso dalle cronache. Gli ucraini sostengono che i loro droni sconfinano nei cieli baltici deviati dalle contromisure russe mentre, secondo Mosca, le tre piccole repubbliche ex sovietiche hanno offerto il loro spazio aereo ai reparti di droni ucraini che hanno colpito recentemente installazioni petrolifere. Legittimo sospetto: molti indizi rendono credibile la presenza di basi segrete ucraine all’estero (ad esempio in Libia). Possibile che questo accada anche in qualche repubblica baltica (dove gli ucraini assemblano droni) a spiegare questa improvvisa presenza di tanti droni ucraini sul loro spazio aereo?

Imbarazzante silenzio Ue ed Europa

Forse non abbiamo sottolineato adeguatamente il teatrino dell’assurdo. I vertici dell’UE che esprimono sostegno ai baltici contro la minaccia russa quando i droni che minano la sicurezza delle tre repubbliche sono ucraini. Incapacvi o collusi a Bruxelles, ma i singoli governi dei 27? Ancopra più avvilente che nessuna nazione europea denunci una simile politica prendendone le distanze. Il tema dei droni ucraini del resto ha provocato la caduta del governo lettone, dopo le dimissioni del ministro della Difesa, Andris Spruds. La premier di centro-destra Evika Silina ha rassegnato le dimissioni sempre sulla scia di un drone, anzi due, e sempre ucraini, che avevano colpito degli impianti petroliferi del paese baltico. Il 23 maggio un altro incidente con protagonista un drone ucraino ha scosso la Lettonia. Il velivolo fuori controllo è esploso schiantandosi nel lago Dridza, a 15 chilometri dal confine con la Bielorussia.

Due pesi e due misure

In evidente imbarazzo, il ministro degli Esteri lettone, Baiba Braze, aveva affermato che i droni ucraini che hanno violato lo spazio aereo “non costituiscono un problema militare”. Bene. Ma perché Von der Leyen e Kubilius parlano di ‘grave minaccia russa’ se i droni sono ucraini, e ‘costituiscono un problema militare’? Eppure il drone russo caduto la notte scorsa su un edificio in Romania ha scatenato le proteste dei vertici UE, NATO. Strabismo politico o plateale disonestà? E la Nato. Il 10 maggio un jet F-16 rumeno schierato nelle Repubbliche Baltiche ha abbattuto un drone ucraino sopra l’Estonia. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhyi, si è “scusato con l’Estonia”. Il 20 maggio la violazione dello spazio aereo da parte di un drone ha portato alla sospensione del traffico presso l’aeroporto di Vilnius e la rete ferroviaria della capitale. Con i parlamentari fatti rifugiare in un bunker. Allarmismo a creare panico. L’incidente è durato circa un’ora e l’allerta aerea è stata successivamente revocata, con la ripresa del traffico aereo e ferroviario. Il drone proveniva dalla Lettonia, ha precisato il ministro della Difesa lituano, Robert Kaunas.

Europei strabici e politiche claudicanti

Con tempismo perfetto, la presidente del parlamento europeo, la maltese Metsola, il 20 maggio ha cercato di spingere il parlamento oltre le stesse posizioni della Commissione. «La nostra piena solidarietà a tutti in Lituania, Lettonia, Estonia e al nostro fianco orientale, che affrontano il pericolo rappresentato da attività di droni ostili legate alla Russia e alla Bielorussia», ed necco che i droni ritornano russi per magia.  Il presidente lituano Nauseda ora promette che la Lituania inizierà ad abbattere ogni tipo di aereo senza pilota che varcherà il suo spazio aereo nazionale con l’impiego di strumentazione di vario tipo, inclusi missili. «Il costo non è la cosa più importante». Anche perché parliamo di costose armi Ue e Nato. Poi l’immancabile Kaia Kallas, estone, commissario Ue per la politica estera e di sicurezza, contraria di fatto a qualsiasi tentativo di aprire un dialogo tra Ue e Mosca. Per lei ‘Sanzioni a raffica’: «Troppi paesi continuano a far

Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov ha replicato in modo lapidario: «Io non discuto di dichiarazioni idiote». Noi a volte siamo invece costretti. Ponendoci per ora solo il dubbio: com’è possibile che, con tante istituzioni coinvolte nelle sue scelte (Consiglio europeo, Commissione, Parlamento europeo) e tante responsabilità, l’attuale Alto rappresentante esibisca credenziali così fragili nell’esperienza diplomatica e, più in generale, nella conoscenza della storia dell’Europa? Sulla difficile ricerca di un mediatore europeo tra Ucraina e Russia, l’esploit: «L’Europa non sarà mai un mediatore neutrale tra Russia e Ucraina, perché siamo dalla parte dell’Ucraina e difendiamo i nostri interessi di sicurezza». Un genio!

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domenica 7 giugno 2026

«Ministero della Verità europeo» per le bugie più clamorose


‘Der Wahrheitskomplex (Il complesso della verità), il libro-denuncia del giornalista economico tedesco Norbert Häring noto per le sue posizioni critiche sulle politiche monetarie e per l’appartenenza al partito di Sahra Wagenknecht. Nel suo nuovo saggio Häring rilancia la tesi dell’esistenza da oltre un decennio di ‘un network di istituzioni europee, apparati militari e organizzazioni pseudo-indipendenti che starebbero attuando una sofisticata operazione di controllo dell’opinione pubblica. 

‘Der Wahrheitskomplex’

Come racconta Häring ad Achgut, ripreso dalla Berliner Zeitung, ‘Il complesso della verità’ non è frutto del caso né di iniziative spontanee. «Il punto di partenza è il 2014 – spiega –, l’anno del conflitto in Ucraina e dell’annessione della Crimea. È lì che il conflitto propagandistico con Mosca è diventato rovente», avverte InsideOver. Da allora, -l’accusa-, «una galassia di attori – dalle ONG ai fact-checker finanziati dall’Ue, fino a think tank come l’Atlantic Council – avrebbe lavorato in modo coordinato per stabilire una sola “verità” ammissibile, bollando ogni voce critica come “disinformazione russa”». Ed ecco che il fronte prevede anti e pro ‘putiniani’, ignorando i molti onesti professionisti impegnati a districarsi tra le solite perverse bugie che sono parte delle guerre.

In Ministero europeo dell’inganno

L’esempio più clamoroso, secondo Häring, è il programma europeo Edmo (European Digital Media Observatory). «Edmo è guidato da un altissimo funzionario della Commissione Ue ed è finanziato con fondi europei e da un fondo Google imposto dalla stessa Ue al colosso tecnologico. Si tratterebbe di un vero e proprio ministero della verità». Verità quale? Ancora più inquietante, per Häring, è l’intreccio con le strutture militari. L’Atlantic Council – definito «braccio politico della Nato» – è una sorta di camera di compensazione dove ex alti ufficiali, ex direttori della Cia e consiglieri per la sicurezza nazionale dettano le linee guida che poi la Commissione Ue traduce in atti. Già la loro presenza rende sospetta ogni loro dì  successiva analisi.

«In una loro pubblicazione – rivela Häring – scrivono senza troppi giri di parole che la verità e i fatti sono due cose diverse, e che per i potenti è sempre contato avere il controllo sulla verità».

‘Shadow banning’, reazioni e critiche

Tra i bersagli principali del libro c’è il ‘Digital Services Act (Dsa)’, che Häring definisce una legge votata per censurare i contenuti non illegali ma semplicemente «dannosi». «Il cosiddetto shadow banning – la riduzione occulta della visibilità di certi contenuti – è incompatibile con lo Stato di diritto. Insomma, insabbiare, coprire, sommergere. Se un’opinione è illegale, la si blocca, ed è giusto. MA altrimenti è protetta dalla libertà di espressione». L’autore cita il caso delle teorie sull’origine di laboratorio del Covid, etichettate per lungo tempo come «false» e successivamente rivalutate, ma di fattoi ancora incerte.

Questione ‘fact-cheching’

‘Il fact-checking’ è l’attività di verifica e controllo della veridicità di notizie, dati e affermazioni pubbliche. Scopo principale è combattere la disinformazione, fornendo al pubblico un’informazione accurata e basata su prove concrete. Metodi e Strumenti: per verificare un’informazione in modo efficace, i professionisti e gli appassionati seguono solitamente un processo strutturato. Risalire alla fonte primaria: rintracciare l’articolo originale, il documento ufficiale o la dichiarazione per valutarla nel suo contesto originario. Verificare le immagini e i video: utilizzare strumenti di ricerca inversa per immagini per capire quando e dove sono stati scattati per la prima volta. Consultare piattaforme specializzate: affidarsi a siti accreditati per scoprire se una notizia è già stata smentita.

Le tesi di Häring e reazioni contrarie

Fonti vicine alla commissione hanno sostenuto che Edmo è trasparente e che i fact-checking sono «uno strumento di difesa dalla disinformazione», non un’imposizione di verità ufficiale. Anche alcuni colleghi giornalisti hanno espresso scetticismo sulle affermazioni del tedesco. Ma il libro coglie un nervo scoperto: la crescente opacità dei finanziamenti alle agenzie di stampa (dpa, AFP, APA) e la loro partecipazione a reti di ‘fact-checking’ pagate dall’Ue. Lo stesso Häring ammette che tracciare i flussi di denaro è «un’impresa» e che la mancanza di trasparenza «alimenta il sospetto». Intanto, Der Wahrheitskomplex scalda le librerie tedesche e promette di accendere il dibattito anche in Italia.

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martedì 26 maggio 2026

Contro l’esercito europeo

 


Mappa dei domini coloniali europei in Africa alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Credit Touring Club Italiano

 

I due stati paria terroristi e genocidi (Usa e Israele) sono stati fondati da europei, belle parole all’inizio e poi sono diventati quello che solo i complici non vedono.

Prima lo stolto e poi il rutto (gli ultimi segretari della Nato) hanno convinto troppi che Russia e Cina vogliono invadere l’Europa, quando si sa che l’Unione Sovietica è stata invasa da Germania e Italia, nell’ultimo secolo, ma anche in Cina alcuni paesi europei, tra cui l’Italia (qui), avevano messo le loro zampe.

Gli europei blaterano da decenni di un esercito comune europeo, cosa potrebbe fare di diverso dagli eserciti nazionali che a partire dalla Conferenza di Berlino del 1884-1885 hanno derubato e distrutto l’Africa?

L’unica opzione per l’Europa dovrebbe essere la neutralità, ma non è nella sua natura – Francesco Masala

 

 

Storia della Conferenza di Berlino del 1884-1885, l’evento in cui gli europei si spartirono l’Africa – Andrea Gaspardo

Tra il 15 novembre del 1884 ed il 26 febbraio del 1885, si svolse a Berlino una Conferenza che sancì formalmente la spartizione dell’Africa tra le potenze europee, decretando al contempo il destino di milioni di persone.

La Conferenza di Berlino fu un insieme di incontri indetti dal cancelliere dell’Impero Tedesco, Otto von Bismarck, a seguito della richiesta da parte di Leopoldo II, re del Belgio, di formalizzare il possesso dell’area del “bacino del Congo”, difendendolo dalle mire delle altre potenze europee, tra le quali la Francia (anch’essa forte promotrice del summit) e il Regno Unito. I lavori durarono dal 15 novembre 1884 al 26 febbraio 1885 e al termine delle trattative i diplomatici delle varie potenze partecipanti sancirono non soltanto il possesso del Congo da parte del Regno del Belgio, ma anche la spartizione dell’intero continente africano, decretando la nascita di un nuovo ordine politico ed economico che sarebbe durato fino alla Guerra Fredda e alla decolonizzazione.

 

Lo sfruttamento storico dell’Africa da parte di arabi ed europei

I rapporti tra il continente africano e le potenze europee sono di vecchia data e già all’epoca delle grandi scoperte geografiche (XV-XVI secolo) i navigatori al soldo dei reami d’Europa avevano iniziato una metodica opera di mappatura delle coste del continente. Era seguito poi un primo tentativo di espansione, soprattutto a opera dei portoghesi, ma che non era mai andato oltre le coste delle aree percepite come maggiormente strategiche.

L’esplorazione delle sconfinate lande interne divenne successivamente appannaggio di avventurieri, missionari cristiani e purtroppo dei mercanti di schiavi, soprattutto arabi, fino a che, nel corso del XIX secolo, l’interesse delle potenze europee per l’Africa, in particolare per l’area del “bacino del Congo” ricchissima di risorse naturali, crebbe nuovamente.

Sorprendentemente però, a sferrare il primo “colpo di mano” non fu uno dei pesi massimi del continente europeo, bensì Leopoldo II, monarca del Belgio tra il 1865 ed il 1909, il quale utilizzando come pretesto le attività dell’Associazione Internazionale per l’Esplorazione e la Civilizzazione dell’Africa Centrale (Association Internationale pour l’Exploration et la Civilisation de l’Afrique Centrale in lingua francese), istituita nel 1876, iniziò a prendere possesso e a sfruttare in modo intensivo i territori che sarebbero diventati lo “Stato Libero del Congo” (oggi Repubblica Democratica del Congo).

La Conferenza di Berlino: cause ed esiti

Il colpo di mano di Leopoldo II mandò immediatamente in fibrillazione le grandi cancellerie europee, le quali si precipitarono ad accaparrarsi le concessioni di territori prima nelle zone vicine al “bacino del Congo” e, successivamente, in altre aree del continente facendo crescere le tensioni internazionali e, conseguentemente, le possibilità di uno scontro aperto dagli esiti imprevedibili.

Fu così che Otto von Bismarck, cancelliere dell’Impero Tedesco e principale arbitro degli equilibri politici all’interno del continente europeo, fu infine costretto, nel 1884, a indire una conferenza a Berlino per giungere a una composizione pacifica delle vertenze che negli anni si erano venute a creare. A questo evento, di capitale importanze nella storia della diplomazia, parteciparono tutte le potenze europee, ma anche l’Impero Ottomano, la Russia e gli Stati Uniti d’America, all’epoca astri nascenti del panorama politico mondiale.

Al termine della Conferenza, non tutti i partecipanti ottennero il diritto a ritagliarsi possedimenti coloniali in Africa (la Russia e l’Austria-Ungheria, solo per menzionarne un paio), e gli Stati Uniti d’America (unici nel panorama diplomatico) si riservarono il diritto di accettare o rifiutare le conclusioni del round diplomatico. Al di là dell’eccezionalismo statunitense, però, gli altri partecipanti si accordarono comunque su una serie di principi e di prassi d’azione che da quel momento in poi divennero parte integrante del pensiero e dell’agire geopolitico. Il più importante di tali traguardi fu quello di riconoscere formalmente il principio della “sfera d’influenza” sulla quale una determinata potenza si arrogava il diritto di esercitare i suoi interessi in maniera privilegiata a dispetto dei desideri degli altri.

La conclusione dei lavori della Conferenza inaugurò un periodo di incessanti guerre, protrattosi sino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale (1914) che portò le potenze europee a prendere fisicamente il possesso, mediante l’istituzione di colonie o protettorati, di tutti i territori dell’Africa, con l’unica eccezione dell’Etiopia, la quale riuscì a tutelare la propria indipendenza. Questo complicato periodo di guerre è passato alla storia con il nome in lingua inglese di Scramble for Africa (vagamente traducibile con “La corsa all’Africa”, “La lotta per l’Africa” oppure “La zuffa per l’Africa”).

Il destino dei popoli africani dopo la Conferenza di Berlino

Senza dubbio i grandi sconfitti della Conferenza di Berlino furono i popoli africani. Come era naturale che fosse per il periodo storico, nessuno dei partecipanti alla Conferenza si prese il benché minimo disturbo di chiedere alle popolazioni del continente come volessero governarsi o anche solo condurre le proprie esistenze.

Nello “Stato Libero del Congo” (in seguito riformato come semplice colonia belga) il domino inaugurato da Leopoldo II ebbe il proprio sbocco finale in un genocidio che causò la morte di oltre 10 milioni di congolesi, su 33 milioni di abitanti totali, ma non si deve credere che altrove in Africa le cose andassero molto meglio. L’ironia di tutta questa vicenda è che una delle motivazioni sbandierate dai leader europei del tempo per giustificare agli occhi delle proprie opinioni pubbliche la necessità di imbarcarsi in costose ed estenuanti campagne militari coloniali fu proprio la necessità di liberare gli africani dalla schiavitù.

La conquista del continente africano fu largamente completata alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, tracciando con riga e squadra i confini dei vari Paesi, e il nuovo ordine geopolitico venutosi a creare si sarebbe mantenuto (pur con diversi aggiustamenti) fino alla Guerra Fredda e al processo di decolonizzazione.

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giovedì 21 maggio 2026

Il moralismo europeo, un lasciapassare per i peggiori crimini - George Orwell

“…non mi rallegro quando vedo i processi ai “criminali di guerra”, specie quando sono criminali di pochissimo conto, e quando ai testimoni è permesso lanciarsi in discorsi politici incendiari. Ancor meno mi rallegro nel vedere la sinistra coinvolta in progetti per spartirsi la Germania, reclutare milioni di tedeschi in squadre di lavoro forzato e imporre riparazioni al cui confronto quelle di Versailles sembrano il prezzo di un biglietto dell’autobus. Tutte queste fantasie di vendetta, come quelle del 1914-18, serviranno solo a rendere più difficile una politica realistica per il dopoguerra. Se ora si ragiona secondo l’ottica del “far pagare la Germania”, quasi certamente nel 1950 ci si ritroverà a cantare le lodi di Hitler. Ciò che importa sono i risultati, e uno dei risultati che vogliamo ottenere da questa guerra è la certezza che la Germania non farà un’altra guerra."

 

Questo articolo di George Orwell fu pubblicato su Tribune il 31 marzo 1944, e rappresenta, come spesso accade con Orwell, un documento storico quasi inquietante per la sua bruciante attualità. Cambiano i nomi, cambiano le contingenze, ma le questioni di fondo sono tutte, ancora, vive e agenti: dal sentimento di vendetta non nasce la giustizia, e l’odio contro le popolazioni ritenute collettivamente colpevoli non è la strada per impedire che altre popolazioni, o quelle stesse, possano riproporre gli stessi crimini in un futuro, magari contro nuove vittime. Spesso anzi non è che una scappatoia moralista che lascia impuniti i colpevoli effettivi. È esattamente ciò che noi europei, che ci siamo retoricamente flagellati per i crimini della Seconda guerra mondiale – mentre al contempo, come in Italia, i fascisti godevano di larghe amnistie – stiamo oggi facendo nei confronti dei palestinesi e delle popolazioni del Vicino Oriente: consentire che gli stessi orrori che abbiamo avallato verso gli ebrei e le popolazioni occupate durante il nazismo oggi possano essere applicati verso i palestinesi, e verso nuove popolazioni, da parte del sionismo.

Le traduzioni dall’inglese della nostra rubrica Orwell sono tutte affidate alla penna attenta e scrupolosa della traduttrice letteraria Anna Martini.


La politica non può fondarsi sull’odio

L’altro giorno ho assistito a una conferenza stampa in cui un francese arrivato da poco, presentato come un “illustre giurista” — avendo famiglia in Francia, non poteva rivelare il proprio nome né altri dettagli — ha esposto il punto di vista francese sulla recente esecuzione capitale di Pucheu[1]. Mi ha sorpreso notare che era evidentemente sulla difensiva e sembrava convinto che la fucilazione di Pucheu richiedesse, agli occhi britannici e americani, più di una giustificazione. Ha insistito su un punto: Pucheu non è stato fucilato per ragioni politiche, ma per il comune reato di “collaborazione con il nemico”, che per la legge francese è sempre stato punibile con la morte.

Un corrispondente americano ha domandato: “La collaborazione col nemico sarebbe lo stesso genere di reato anche se si trattasse di un piccolo funzionario — un ispettore di polizia, per esempio?” “Sì, sarebbe la stessa cosa”, ha risposto il francese. Essendo appena arrivato dalla Francia, si presume che desse voce all’opinione francese, ma in pratica si può presumere che verranno messi a morte soltanto i collaborazionisti più attivi. Un vero massacro su larga scala, se avvenisse, sarebbe più che altro una punizione di colpevoli da parte di altri colpevoli. Esistono infatti diverse prove che larghe fette della popolazione francese nel 1940 fossero più o meno filotedesche, e abbiano cambiato idea soltanto quando hanno capito com’erano fatti i tedeschi.

Non voglio che persone come Pucheu restino impunite, ma sono stati fucilati anche alcuni quisling assai oscuri, fra cui un paio di arabi, e la questione della vendetta sui traditori e sui nemici catturati solleva problemi che sono strategici, oltre che morali. Il punto è che, se adesso fuciliamo troppi pesci piccoli, forse quando verrà il momento non avremo più lo stomaco per occuparci di quelli grossi. È difficile credere che i regimi fascisti si possano schiacciare completamente senza uccidere i singoli responsabili, che ammontano a qualche centinaio o anche migliaia in ciascun paese. Ma è ben possibile che, alla fine, tutti i veri colpevoli riescano a sfuggire, solo perché all’opinione pubblica saranno venuti a nausea i processi ipocriti e le esecuzioni a sangue freddo.

Nella guerra passata avvenne proprio questo. Chi ha vissuto quegli anni non ricorda forse l’odio maniacale per il Kaiser che veniva fomentato nel nostro paese? Egli doveva essere la causa di tutti i nostri mali, come Hitler in questa guerra. Nessuno dubitava che, non appena catturato, sarebbe stato giustiziato; gli unici dubbi riguardavano il metodo. In certi articoli di riviste si analizzavano attentamente i vantaggi della bollitura nell’olio, dello squartamento e del supplizio della ruota. Le esposizioni alla Royal Academy erano piene di quadri allegorici di incredibile cattivo gusto, raffiguranti il Kaiser scaraventato all’Inferno. E come finì? Il Kaiser si ritirò in Olanda e (sebbene nel 1915 stesse già “morendo di cancro”) visse altri ventidue anni come uno degli uomini più ricchi d’Europa.

Lo stesso accadde a tutti gli altri “criminali di guerra”. Dopo tutte le minacce e le promesse, nessun criminale di guerra fu processato: o, per l’esattezza, una dozzina ebbe un processo e condanne al carcere, ma furono presto rilasciati. E benché, naturalmente, il mancato annientamento della casta militare tedesca sia stato effetto di una politica deliberata dei capi alleati (terrorizzati all’idea di una rivoluzione in Germania), a renderlo possibile fu anche il rovesciamento di sentimenti della gente comune. Quando ebbero il potere di vendicarsi, non vollero farlo. Le atrocità belghe, Miss Cavell[2], i comandanti degli U-boat che avevano affondato senza preavviso navi passeggeri e mitragliato i superstiti… In un modo o nell’altro, tutto questo fu dimenticato. Dieci milioni di innocenti erano stati uccisi, e a questo fatto nessuno volle far seguire l’uccisione di qualche migliaio di colpevoli.

Che noi fuciliamo o no i fascisti e i quisling che ci cadano fra le mani, probabilmente non è tanto importante di per sé. L’importante è che vendetta e “punizione” non dovrebbero aver parte nella nostra politica, e nemmeno nelle nostre fantasie. Fino a oggi, uno dei fattori attenuanti di questa guerra è che nel nostro paese abbiamo avuto ben poco odio. Non si è vista traccia del razzismo insensato dell’ultima volta: nessuno, per esempio, ha cercato di convincerci che tutti i tedeschi hanno facce da maiali. Nemmeno la parola “crucco”[3] è riuscita davvero a imporsi. I tedeschi che si trovano nel nostro paese, per lo più profughi, non sono stati trattati con grande riguardo, ma neppure sono stati perseguitati con la cattiveria dell’ultima volta. Nella guerra passata, per esempio, parlare tedesco in una strada di Londra sarebbe stata una grossa imprudenza. Agli sventurati fornai e parrucchieri tedeschi, la folla inferocita devastò le botteghe; la musica tedesca cadde in disgrazia; perfino i dachshund, i bassotti tedeschi, quasi scomparvero dalla circolazione perché nessuno voleva avere un “cane tedesco”. E la scarsa risolutezza degli inglesi, quando è cominciato il riarmo tedesco, è direttamente legata a quelle assurdità degli anni della guerra.

La politica non può fondarsi sull’odio, il quale, stranamente, può condurre a un’eccessiva morbidezza ma anche a un’eccessiva durezza. Nella guerra del 1914-18 il popolo britannico fu aizzato a un’orrenda frenesia d’odio, gli furono ammannite assurde menzogne su bambini belgi crocifissi e fabbriche tedesche dove dai cadaveri si ricavava la margarina; e poi, appena finita la guerra, vi fu una naturale reazione di rigetto, tanto più forte perché i soldati tornarono a casa, come sono soliti fare i britannici, pieni di calorosa ammirazione per il nemico. Di conseguenza si ebbe un’esagerata reazione filotedesca, a partire dal 1920 e finché Hitler non fu saldamente in sella. In quegli anni, tutte le opinioni “illuminate” (si veda, per esempio, un qualsiasi numero del Daily Herald prima del 1929) tenevano per articolo di fede che la Germania non avesse alcuna responsabilità per la guerra. Treitschke, Bernhardi, i pangermanisti, il mito “nordico”, le sfacciate millanterie su Der Tag[4] propinate dai tedeschi fin dal 1900 — tutto questo non servì a niente. Il trattato di Versailles era la più grande infamia mai vista al mondo; di Brest-Litovsk, pochi avevano sentito parlare. Ecco il prezzo di quell’orgia di menzogne e di odio durata quattro anni.

Chiunque abbia cercato di ridestare l’opinione pubblica negli anni dell’aggressione fascista, dal 1933 in avanti, conosce le conseguenze di quella propaganda d’odio. “Atrocità” sembrava diventato sinonimo di “falsità”. Ma i racconti sui campi di concentramento tedeschi erano racconti di atrocità: dunque erano falsi — così ragionava l’uomo medio. Quelli che da sinistra hanno cercato di mostrare al pubblico che il fascismo era un orrore indicibile si sono trovati a combattere contro la loro stessa propaganda degli ultimi quindici anni.

Ecco perché — anche se non salverei individui come Pucheu, neanche se potessi — non mi rallegro quando vedo i processi ai “criminali di guerra”, specie quando sono criminali di pochissimo conto, e quando ai testimoni è permesso lanciarsi in discorsi politici incendiari. Ancor meno mi rallegro nel vedere la sinistra coinvolta in progetti per spartirsi la Germania, reclutare milioni di tedeschi in squadre di lavoro forzato e imporre riparazioni al cui confronto quelle di Versailles sembrano il prezzo di un biglietto dell’autobus. Tutte queste fantasie di vendetta, come quelle del 1914-18, serviranno solo a rendere più difficile una politica realistica per il dopoguerra. Se ora si ragiona secondo l’ottica del “far pagare la Germania”, quasi certamente nel 1950 ci si ritroverà a cantare le lodi di Hitler. Ciò che importa sono i risultati, e uno dei risultati che vogliamo ottenere da questa guerra è la certezza che la Germania non farà un’altra guerra. Se sia più facile ottenerlo con la spietatezza o con la generosità, non saprei; ma di certo so che in un caso o nell’altro sarà più difficile, se ci lasciamo influenzare dall’odio.


[1] Pierre Pucheu, ex ministro del governo di Vichy, fu giustiziato il 20 marzo 1944 ad Algeri. Fu il primo a essere processato in seguito all’editto del Comitato francese di liberazione nazionale, emanato nel settembre del 1943, che dichiarava colpevoli di tradimento tutti i membri del governo di Vichy. Fu inoltre il primo collaborazionista giustiziato direttamente sotto l’autorità del generale Charles de Gaulle. (NdT)

[2] Edith Cavell, infermiera britannica ricordata per aver aiutato, durante la Prima guerra mondiale, soldati di ambo le fazioni in Belgio, e per aver favorito la fuga dal Paese di circa duecento soldati alleati; fu perciò giustiziata dai tedeschi, e il fatto provocò notevoli reazioni di protesta a livello internazionale. (NdT)

[3] Qui Orwell usa Hun, che in italiano sarebbe, letteralmente, “Unno”. (NdT)

[4] In tedesco “Il giorno”: quello dello scontro decisivo, in cui la Germania avrebbe militarmente sbaragliato la Gran Bretagna. (NdT)

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giovedì 14 maggio 2026

Se Cappuccetto Rosso sceglie il lupo come nonna? - Ennio Remondino

 

L’Unione europea aveva il gas russo in abbondanza e a basso prezzo. Poi, a causa dell’invasione dell’Ucraina proclama la ‘ferrea determinazione a rinunciare all’energia russa’, scavando di fatto la fossa all’industria europea, denuncia qualcuno. Mentre l l’Unione che moltiplica le sanzioni a Mosca aumenta di nascosto l’importazionie di gas naturale liquefatto russo. Ed ecco che la nota fiaba citata da Analisi Difesa ci propone un Cappuccetto Rosso che il Lupo se lo cerca.

Ursula anti Merkel sul fronte baltico anti russo

«La seconda Commissione von der Leyen, promette e decreta da anni il pieno affrancamento dalla dipendenza dal gas russo, che dovrebbe essere totale entro la fine del 2027». Bugia politica, con 91 spedizioni e via nave in Europa dal terminale russo di Yamal, mare di Kara, Artico russo, tra gennaio e aprile. +17,2% rispetto allo stesso periodo del 2025, passando da 5,71 milioni di tonnellate a 6,69 milioni di tonnellate. Bruxelles, in evidente imbarazzo, ammette un ‘leggero aumento’. E a conti fatti scopri che la Ue ha imposto lo stop al gas russo via gasdotto, in quantità enormi e a prezzo concordato, per incrementare l’importazione di GNL, trasportato via nave, scaricato nei porti, rigassificato e più costoso del gas via tubo e il cui approvvigionamento è molto più problematico e soggetto a oscillazioni di mercato dei prezzi e condizioni geopolitiche, tipo blocco dello stretto di Hormuz. Astuzia doppia, con Donald Trump l’accordo in conto Ue a comprare 750 miliardi di dollari di costosissima energia made in USA in tre anni.

Fobia anti russa

Questione democrazia sul fronte ucraino, tra il dire e il fare. Oggi la Russia è il secondo fornitore di GNL ai paesi dell’Unione con una quota del 17 per cento. Costosa scelta di principio? ©l gas che andiamo ad acquistare a prezzi di mercato in nazioni sinceramente democratiche e rispettose dei diritti umani, politici, gender (mica come la Russia di Putin) quali Azerbaigian, Algeria, Congo…». Risultato di fatto: l’incremento dei costi per luce, gas, carburanti e beni alimentari verso una maggiore spesa per una famiglia media intorno ai mille euro nel 2026, con punte fino a 1.200-1.300 euro per nuclei con figli e maggiore intensità di consumi energetici. «Quasi 29 miliardi di euro il conto che famiglie e imprese italiane dovranno sostenere quest’anno per far fronte ai rincari di luce, gas e carburanti, dopo lo choc energetico legato alla crisi mediorientale».

Flop Europa sul fronte energetico

Fronte energetico da incubo, unito al fallimento della politica industriale e ambientale, della politica estera e dei programmi di riarmo ormai palesemente insostenibili, per qualsiasi analista onesto. Con l’attuale Commissione già alle prese con le conseguenze dell’attacco all’Iran di Stati Uniti e Israele. L’emergenza imporrebbe massimo pragmatismo e non ideologie da guerra fredda. Ci credete? Ed ecco la favola di Cappuccetto e il Lupo in versione aggiornata, con gli Stati Uniti ormai incontestabilmente contro gli interessi dell’Europa i cui vertici attuali alla vigilia di elezioni nazionali a perdere si ostinano ad affidarsi all’alleanza con Washington che non esiste più. E nonostante Trump ostenti disprezzo e minacce nei confronti degli europei che non obbediscono immediatamente alle sue disposizioni o osino criticare le sue discutibili e spesso confuse iniziative politiche, diplomatiche e militari.

America Lupo e Ue Cappuccetto Rosso

Ma non è da oggi cge Stati Uniti colpiscono duro gli interessi dell’Europa: «dal sostegno alle primavere arabe alla guerra alla Libia, all’insurrezione in Siria fino al golpe del Maidan del 2014 a Kiev in cui gli USA investirono 5 miliardi di dollari (lo disse al Congresso il sottosegretario Victoria Nuland)». Le diplomazie lo sanno, ma i governi fanno finta di non sapere perché non sapendo come poter reagire. «Eppure, nonostante questi esempi e i numerosi altri che si potrebbero elencare, in quasi tutta Europa ci si preoccupa paradossalmente di difendere la storica intesa strategica con gli Stati Uniti. La pavida Europa novella Cappuccetto Rosso, si ostina a voler vedere la nonna (o il “paparino” per dirla con il segretario generale della Nato Mark Rutte) anche quando il lupo ha smesso di nascondersi dentro i suoi abiti e si palesa apertamente per quello che è», denuncia il severo Giandomenico Gaiani.

Mosca Europa rispetto alla Russia asiatica

La riapertura delle relazioni con il Cremlino è vista da molti un orizzonte necessario non solo per chiudere il conflitto ma soprattutto per ristabilire una cornice di sicurezza con Mosca che consenta di riprendere le forniture di energia russa, unica speranza per salvare l’economia europea. Putin, nella conferenza stampa dopo la parata sulla Piazza Rossa, ha affermato che la guerra in Ucraina «si avvia alla conclusione». Un’Europa debole ed economicamente in ginocchio non può aiutare l’Ucraina sull’orlo del tracollo. Non a caso dall’inizio del conflitto nel Golfo le offensive russe sono proseguite in modo blando. Accenni di dialogo. «Quali frutti daranno queste aperture al dialogo lo vedremo presto ma appare evidente che l’improvvisa esigenza degli europei di negoziare con Mosca è una conseguenza diretta della crescente consapevolezza che gli Stati Uniti non sono più nostri alleati».

La riapertura delle relazioni con il Cremlino è vista da molti, in modo esplicito o meno,  un orizzonte necessario non solo per chiudere il conflitto ma soprattutto per ristabilire una cornice di sicurezza con Mosca che consenta di riprendere le forniture di energia russa, unica speranza per salvare l’economia europea.


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martedì 28 aprile 2026

Blocchi navali

 


(a cura di Francesco Masala)

La globalizzazione non è nient’altro che il controllo dei mari e degli oceani, ma anche degli stretti.

In un interessante video ne parla nel 2019 Diego Fabbri:

I Romani dopo la sconfitta dei cartaginesi controllarono il Mar Mediterraneo (pax romana)

Nel XVIII e XIX secolo furono i britannici a controllare i mari del mondo (pax britannica)

Nel XX secolo fino a qualche tempo fa sono stati gli USA a controllare i mari del mondo (pax americana)

Adesso il dominio dei mari e degli stretti da parte degli Usa è minacciato dall’Iran (che controlla lo stretto di Hormuz).

Quasi silenzio sulle minacce di Trump per prendersi il canale di Panama (qui).

Negli ultimi tre secoli due paesi imperialisti (di lingua inglesa) si credono i padroni del mondo, prima la Gran Bretagna adesso gli Usa.

L’atto di insubordinazione alla pax americana da parte dell’Iran fa uscire fuori di testa il paese più potente del mondo (per ora).

 

Come potrebbero Russia e Cina, e tutti i paesi che non si fidano più degli Usa, per aver provato il loro tallone, essere a favore del blocco navale degli Usa contro l’Iran?

 

Provate a leggere queste righe:

A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero…

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.

A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.

Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.

Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.

Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.

Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.

A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.

Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.

Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.

Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.

Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.

Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.

Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.

Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.

da qui

 

Anche il Giappone, come la Cina, fu costretto a lasciar entrare le merci degli Usa e dei paesi europei colonialisti (leggi qui).

 

Chi si oppone agli imperi di lingua inglese, ma non solo, subisce guerre e blocchi navali, ma, come canta Bob Dylan, The Times They Are a-Changin’:


da qui