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domenica 15 ottobre 2023

L’informazione in Italia al tempo di David Parenzo - paolo

 

Lasciamo perdere la solita litania sulla sciagurata situazione dell'informazione nel nostro paese. Ormai è un argomento trito e ritrito ed è perfettamente inutile tornarci sopra. E' pur vero che questa situazione va avanti da decenni, visto che il nostro sistema mediatico è fortemente cooptato dai cosiddetti "poteri forti". 

Tuttavia al momento la situazione, ammesso fosse possibile, è ulteriormente peggiorata. La ragione risiede nel fatto che la tradizionale "lottizzazione" da parte dei vari partiti politici e opinion maker di varia estrazione, paradossalmente garantiva una pluralità di fake news, onde per cui si poteva risalire ad una qualche pseudo verità, attraverso un'opera di bilanciamento delle balle. Come dire fare una media pesata delle partigianerie, analizzarne le contraddizioni più eclatanti e trarne le conseguenze. Un'opera che richiede voglia, tempo e cultura, che ovviamente non è da tutti. Meglio, anzi molto meglio, introitare ciò che più ci aggrada, vuoi per partigianeria, ignoranza o tornaconto, e poi farne un mantra assoluto. Un modo come un altro per costituire un bacino di autentici coglioni che poi vanno a votare. Agli inizi della televisione, quando ancora c'era solo un canale RAI, la situazione era risolta toutcourt con un " lo ha detto la televisione", magari pronunciato in dialetto. Era inappellabile, una verità assoluta; ovviamente per un popolo ignorante appena uscito dal disastro della seconda guerra mondiale. 

Ma torniamo ad oggi e prendiamo un esempio.David Parenzo conduce un programma mattutino su La7, ovvero sostituisce quello che fu il programma di Mirta Merlino " L'aria che tira". Sia chiaro che non intendo darne un giudizio di qualità, ognuno avrà modo di apprezzarne o criticarne i contenuti. Fermo restando che comunque il telecomando da piena possibilità di scelta, seppure con tutte le limitazioni descritte in precedenza. Questo per dire che quando si corre il rischio di saltare dalla padella alla brace, uno può anche spegnere la tv e dedicarsi ad altro.

Capità però che la noia o la curiosità di avere sempre sottocchio cosa ci passa il convento, induca ad accendere. Così è stato in data odierna anche con Parenzo. Confesso la mia prevenzione sul conduttore perché non riesco a separare la figura di Parenzo da quella di Cruciani, quando insieme conducevano la trasmissione radiofonica " La zanzara". Primo argomento da trattare la vicenda della giudice d.ssa Apostolico di Catania sull'affair dei migranti. Una sua ordinanza impedisce l'espulsione di tre di loro; e questo proprio mentre si celebra in contemporanea il processo a carico di Matteo Salvini per "sequestro" di una nave ONG, quando lui era ministro degli interni nel governo Conte 1. Apriti cielo, immediato l'avvio della campagna nei confronti della giudice. Dopo avere ipotizzato di tutto, tranne che entrare nel merito dell'ordinanza, viene perfino ripescato un filmato risalente al 2018, che la ritrae, seppur con un ruolo non ben definito, in una manifestazione autorizzata a sostegno delle ragioni dei migranti. Nessuno, Salvini a parte, sa da dove sbuchi questo filmato. Si pone comunque un tema di opportunità sulla figura del giudice, tanto da attivare una richiesta di procedimento da parte del ministro Nordio. Il tema è alquanto delicato. All'uopo viene prima sentito l'emerito costituzionalista Sabino Cassese, una sorta di prezzemolo per tutte ricette, e poi, e qui veramente c'è da rimanere basiti, si assite alle opinioni nel merito di tale Luca Palamara. Si, proprio quello espulso dalla magistratura per le nomine pilotate al CSM. Mi domando. Ma era il caso ? Non c'era nessun altro da sentire ?. 

Il secondo argomento della puntata, verteva sulla sanità nazionale che sta precipitando in un baratro sempre più profondo. Ospiti vari, tra i quali Andrea Crisanti virologo anti Covid poi transitato nelle file del PD. Ognuno dice la sua sulle storture del nostro sistema sanitario, ma quello che stupisce è che ad argomentare sul tema ci sia pure un certo Roberto Formigoni. Si proprio l'ex governatore della Lombardia condannato a 5 anni e dieci mesi per corruzione proprio in ambito della sanità regionale. Che argomenta pure con un certo piglio come se nulla fosse.

Insomma se si discute di mala giustizia, cosi come di mala sanità, perché non sentire l'opinione di chi ne è stato protagonista negativo in prima persona. Come dire, un criterio un pò sui generis di Parenzo nel selezionare l'autorevolezza dei suoi ospiti. Sono curioso di vedere chi ospiterà quando si parlerà di criminalità. A questo siamo ridotti.

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lunedì 12 giugno 2023

Il nuovo Istituto Luce - Alessandro Ghebreigziabiher


Cari telespettatori e lettori, ma soprattutto patrioti, camerati o, in una sola parola, sudditi del novello Impero dell’altrettanto aggiornata Africa orientale italiana.

Qui è la Nazione – la gloriosa Italia, non il giornale, in piedi o inginocchiatevi a vostra scelta, smidollati – a parlarvi con la voce del nostro prode Ministro della Difesa Guido Crosetto, direttamente dalla verdeggiante masseria di proprietà dell’unico e solo cantore ufficiale delle gesta italiche, l’egregio e brufoloso dottor Bruno Vespa.
Gli impavidi uomini delle forze speciali italiane, di stanza a Brindisi, hanno coraggiosamente liberato una nave battente bandiera turca divenuta ostaggio di 15 feroci infedeli mori o neri, comunque scuri, clandestini, vigliaccamente nascosti a bordo dell'imbarcazione al largo di Napoli. I truci selvaggi stavano tentando di sequestrare la nave con le loro letali armi bianche. Coltelli, già, ma è risaputo quanto queste razze siano abili nell’usare le lame contro le genti indifese delle nostre generose e ospitali civiltà.
Con evidente sprezzo del pericolo gli eroi in divisa della Brigata San Marco sono intervenuti calandosi da due elicotteri della Marina, sbaragliando i crudeli nemici quando il traghetto era all'altezza di Ischia, e hanno prontamente ripreso il controllo della nave.
Questa è la verità, cribbio, punto. Ora spegnete pure la tv o il modem, staccate la spina, insomma, e andate a divertirti, a marciare, magari, oppure a mangiare e bere, o anche solo a dormire sonni tranquilli perché la Patria è al sicuro.
Tuttavia, casomai foste ancora collegati da qualche parte, non fate caso a chi osi mettere in dubbio l’unica attendibile versione, millantando per esempio di una fantomatica procura – diffidate dei giudici, come vi abbiamo sempre istruito – la quale affermerebbe che non ci sia stato alcun dirottamento, sequestro o aggressione di sorta. E, soprattutto, che i terribili stranieri colti sul fatto avrebbero usato i coltelli semplicemente per squarciare un telone per non morire soffocati nella stiva, e che erano stremati e denutriti.
Vedrete che ne diranno altre nelle prossime ore, ma voi non ascoltate, non leggete, ovvero, non approfondite, non ponetevi domande o dubbi.
Viva la Patria, viva l’Italia, a noi!

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domenica 15 gennaio 2023

Il paese delle armi – Giorgio Beretta

 recensione di Francesco Masala

(il libro è pubblicato da Altreconomia, ottobre 2022, 15 €)

 

Si tratta di un libro che fa il punto sull’Italia e le armi, ed è un libro che fa la radiografia delle mille contraddizioni e omissioni sia nella produzione e commercio delle armi che nelle informazioni che latitano.

“L’Italia è il Paese delle armi, ma è un Paese strano. È il Paese delle opacità e delle reticenze, dei silenzi e delle connivenze: atteggiamenti mirati soprattutto a nascondere i fatti – e i dati – ma perfettamente funzionali per alimentare la retorica.” (pag.10)

Non si conosce il numero di persone in possesso di una licenza o di un permesso per detenere armi, e i numeri ufficiali sono pochi, incompleti e contradditori e quindi inaffidabili, “soprattutto se si pensa che il ministero dei Trasporti rende noti non solo i dati sul numero di mezzi in circolazione, di nuova immatricolazione, sul numero e tipo di patenti di guida (per regione e genere), ma finanche sul numero di candidati bocciati all’esame di guida.” (p.12)

 

Giorgio Beretta ci dice che esiste una lobby delle armi, che sostiene ed è sostenuta da diversi politici, anche nel governo.

 

Viene poi fatta un’importante distinzione fra le armi “per uso civile” e quelle “per uso militare”.

Per superare l’insufficienza di dati Giorgio Beretta si serve di una ricerca dell’Università di Urbino.

 

Per le armi “per uso civile” il business principale per le impresa italiane è quello delle esportazioni, ma tutti i dati relativi sono coperti da un quasi segreto di stato, i numeri forniti dall’Istat sono parziali e incompleti, alla faccia della trasparenza. Le forniture di armi “per uso civile” sono indirizzate spesso a regimi autoritari e repressivi, con aiutini di decreti legge ad hoc, quando si scopre qualche grave problema nei comportamenti delle imprese produttrici.

 

Gli Usa sono il paese che acquista più della metà delle esportazioni “ad uso civile” dalle industrie italiane (più di 14mila persone morte per arma da fuoco nei primi otto mesi del 2022, da qui) e sono il paese nel quale “il mito del “libero possesso” delle armi permane indisturbato negli Stati Uniti soprattutto per l’influenza sul Congresso della National Rifle Association (NRA)” (p.32)

Ricorda Michael Moore:

 

La mancanza di trasparenza si ripete anche per le armi ad uso militare:

“…la comunicazione agli organi preposti, sebbene richiesta dall’adesione a trattati e alle norme comunitarie, avviene su base volontaria e non è prevista alcuna sanzione in caso di inadempienze o insufficienze…” (p.53).

 

Il concetto di responsabilità sociale d’impresa fa ridere quando si parla delle imprese che producono armi.

Lo dimostra il fatto che l’unica fiera nei Paesi dell’Unione Europea che presenta armi e materiali per diversi settori è “IWA Outdoor Classi- cs” che dal 1974 si tiene a Norimberga, in Germania21. Ma da subito si è caratterizzata per permettere l’accesso solo ad operatori professionali di settore, richiedendo di accreditarsi in anticipo e, soprattutto, vietando espressamente l’ingresso al pubblico generalista, cacciatori e tiratori sportivi compresi, oltre ovviamente ai minorenni (p.62).

Le fiere che si tengono in Italia permettono l’ingresso ai minori di 14 anni, “Che i minori potessero scorrazzare indisturbati in fiera impugnando armi vere – anche se scariche – schiacciandone il grilletto e provando a sparare è stato documentato da un’ampia serie di servizi giornalistici39: un fenomeno che si reiterato anche negli anni successivi alle richieste delle due amministrazioni comunali, al netto dei divieti e delle misure – in buona parte palliative – messe in atto dagli organizzatori della fiera” (p.64)

“EOS consente l’ingresso ai minorenni, basta che siano accompagnati da un adulto. Anche in questo caso – come hanno prontamente notato l’Osservatorio OPAL e Rete italiana pace e disarmo45 l’intento propagandistico è evidente: incentivare il possesso delle armi.” (p.65)

 

“È necessario analizzare con attenzione la narrazione che viene propagandata riguardo alla crescente insicurezza in Italia, alla presunta necessità di armarsi per contrastare le rapine nelle abitazioni e negli esercizi commerciali – rapine che vengono artatamente descritte dai media e da alcuni partiti come in forte crescita e fonte di grande apprensione per i cittadini -, e soprattutto di verificare l’impatto delle armi legalmente detenute riguardo a due fenomeni di chiara rilevanza sociale: gli omicidi in famiglia e i femminicidi.” (p.66)

 

Beretta analizza come viene creata l’insicurezza, in Italia, “L’insicurezza come sentimento diffuso nella popolazione italiana trova perciò in questi programmi televisivi una cassa di risonanza e di amplificazione: crimini come gli atti di violenza e gli omicidi per furti e rapine nelle abitazioni che, come abbiamo visto, sono fenomeni gravissimi ma statisticamente marginali, vengono di conseguenza percepiti come vicini, pervasivi, continuativi. (p.82).

Eppure l’Italia è uno dei paesi più sicuri del mondo, dice il Ministero degli interni ( leggi qui)

 

Giorgio Beretta non inventa niente, la bibliografia ricchissima e le citazioni puntuali.

 

 

 

 

 

sabato 12 novembre 2022

Perché in un regime neoliberista è inutile informarsi - Francesco Erspamer

 

La guerra in Ucraina mi ha allontanato dai giornali, che ormai non fanno che amplificare le veline passate loro dal Pentagono tramite CNN o il New York Times, senza alcuno spazio per dubbi: gott mit uns (lo scrivo minuscolo perché si tratta del dio mercato) per cui chi si oppone alla crociata è un infedele e potenziale terrorista o, peggio, una minaccia all'edonismo obbligatorio e al consumismo compulsivo (di prodotti ma anche di idee, comportamenti, valori) che costituiscono ormai gli unici scopi esistenziali di milioni di italiani privi di memoria e di un senso di appartenenza a qualcosa (famiglia, comunità, Chiesa, Stato, patria, tutte indebolite da radicali e liberal) che trascenda la loro individualità.

 

Da tempo purtroppo mi sono accorto che è inutile informarsi: in un regime neoliberista verificare ed eventualmente contestare i «fatti» spacciati dall’apparato mediatico è vano; non perché non sia possibile dimostrarne, alla fine, l’eventuale mendacità, ma perché quando faticosamente ci si riesca, nel frattempo quei fatti già non contano più nulla per nessuno: il culto della novità e la pratica dell’innovazione continua, rapidissima e fine a sé stessa, ha come effetto l’oblio del passato, incluso quello recente, cancellato ancor prima che diventi passato da nuove pressanti novità che, sia pure per poche ore, assorbono tutta l’attenzione, peraltro scarsissima grazie a un sistematico addestramento, anche scolastico, alla superficialità.

 

La gente vive di «breaking news» (anglicismo e concetto importato dagli Stati Uniti), ossia di fatti che durano al massimo pochi giorni, poi vengono rimossi e non ha più alcuna importanza che fossero stati veri o falsi; come quando il mondo si indignò per le armi di distruzioni di massa del cattivo Saddam e diede mandato all’invincibile armada dei paesi democratici e politicamente corretti di distruggerlo; ma quando poi si scoprì che quelle armi non c’erano, si indignarono in pochissimi: per gli altri gli eventi di qualche mese prima erano altrettanto remoti e indifferenti delle guerre puniche. Tant’è che gli Stati Uniti non hanno perso un briciolo della loro credibilità e possono ripetere il giochetto accusando la Russia di avere armi di distruzione di massa in Ucraina.

 

E allora? E allora occorre ricostruire (ci vorranno decenni) le basi sociali e culturali che rendano di nuovo possibili le discussioni e valutazioni dei fatti: a cominciare da leggi che proibiscano le concentrazioni editoriali, che pongano drastici tetti alla pubblicità e dunque alla connivenza di potere finanziario e potere mediatico, che restituiscano alla scuola una funzione di educazione del cittadino e non di preparazione della mano d’opera gradita alle multinazionali per arricchirsi e rafforzare i loro monopoli. Nel frattempo, accettare che la politica si occupi prevalentemente di fatti (ossia di ciò che i media definiscono tali) è un errore; bisogna piuttosto analizzare gli ideali, gli obiettivi, i metodi, e appassionarsi per essi. Pensate che siano facilmente manipolabili? Molto meno dei fatti. Io per esempio vorrei una società socialista, in cui i ricchi siano tassati a sangue e le multinazionali ancora di più; in cui invece che di diritti individuali (incluso quello di drogarsi con la scusa della libertà d’espressione) si parli di diritti collettivi e anche di doveri, ossia di valori condivisi; in cui i settori essenziali (sanità, istruzione, trasporti, difesa, ordine pubblico e in misura significativa l’informazione) siano gestiti direttamente dallo Stato e non da miliardari generalmente americani. Mica pretendo che la pensiate come me e so bene che pochi lo fanno ma mi piacerebbe che l’accordo e il dissenso si fondassero sulle priorità assegnate ai principii e ai propositi, non sulla pretesa di sapere cosa sia «oggettivamente» giusto o sbagliato, meglio o peggio, vero o falso.

da qui

mercoledì 2 febbraio 2022

Non sbattere il mostro in prima pagina - Domenico Gallo

 

Sbatti il mostro in prima pagina è un film del 1972 diretto da Marco Bellocchio e interpretato da Gian Maria Volonté che affronta in chiave grottesca il tema dell’uso sensazionalistico dei fatti di cronaca per creare dei “mostri” da dare in pasto al pubblico. In realtà la frontiera del rapporto fra giustizia e informazione è sempre stata un terreno minato che ha provocato vittime innocenti e ingiustificate sofferenze, a cominciare dal caso Girolimoni, il “mostro di Roma”, arrestato nel 1927 come responsabile del rapimento, dello stupro e dell’uccisione di sette bambine. ll 9 maggio 1927 l’Agenzia Stefani scrisse che dopo “laboriose indagini” erano state raccolte “prove irrefutabili” contro di lui. Dopo alcuni mesi di carcere Girolimoni venne prosciolto da ogni accusa e rimesso in libertà ma rimase marchiato d’infamia per tutta la vita. Il regime fascista presentò l’arresto di Girolimoni come un suo successo nella lotta contro il crimine e fece passare sotto silenzio la sua liberazione, imponendo ai giornali di non occuparsi più di fatti criminosi per non turbare l’opinione pubblica.

Un decreto legislativo, entrato in vigore il 14 dicembre scorso, è intervenuto su questo delicato tema al fine di determinare “il compiuto adeguamento” dell’ordinamento interno alla Direttiva UE del 2016/343 sulla presunzione d’innocenza, introducendo innovazioni importanti nello statuto delle garanzie del processo penale e nella disciplina della comunicazione giudiziaria. Come ha osservato Armando Spataro: «Il corretto rapporto tra giustizia e informazione-comunicazione è oggi uno dei pilastri su cui si fonda la credibilità dell’amministrare giustizia. All’opposto, la comunicazione scorretta e impropria genera tra i cittadini errate aspettative e distorte visioni della giustizia, in sostanza disinformazione, così determinando ragioni di sfiducia nei confronti della magistratura e conseguente perdita della sua credibilità». In realtà c’è un problema di sobrietà nelle informazioni sui fatti processuali fornite dalla magistratura e dalla polizia giudiziaria (sul punto era già intervenuto il Consiglio Superiore della Magistratura con le linee guida approvate il 18 luglio 2018) che attiene alla credibilità della magistratura, ma l’altro corno del problema è il diritto dell’opinione pubblica di essere informata e la funzione dell’informazione di vigilare criticamente sull’esercizio di tutti i poteri pubblici, compreso il potere giudiziario. Se si assolutizza il tema della presunzione d’innocenza, ammantandola di troppo rigide garanzie extraprocessuali, c’è il rischio di restringere il diritto-dovere di informare. È necessario un temperamento dei contrapposti interessi, ma non è semplice trovare un punto di equilibrio.

Due sono i cardini su cui si basa la nuova normativa. Il primo riguarda tutte le autorità pubbliche (non solo magistrati e polizia), a cui è fatto divieto «di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili». Il secondo riguarda i rapporti del pubblico ministero con gli organi d’informazione; le informazioni devono essere fornite «esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa». La norma precisa inoltre che «la diffusione di informazioni sui procedimenti penali è consentita solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre specifiche ragioni di interesse pubblico».

Quanto al primo principio, occorre precisare che in alcuni casi non può essere applicato senza distorcere i fatti o ledere il diritto all’informazione. Pensiamo al caso del delitto avvenuto nel Varesotto, dove un padre è stato arrestato in flagranza dopo l’omicidio del figlio di sette anni e il tentato omicidio della moglie. Sul piano meramente processuale vale la presunzione d’innocenza, nel senso che, fin quando non sono esaurite tutte le fasi processuali, lo status di colpevolezza dell’imputato non è definitivo, ma sul piano della comunicazione, come si fa a informare dei fatti rispettando il divieto di indicare come colpevole la persona sottoposta a processo? A volte i fatti parlano a voce alta, gridano e non possono essere silenziati.

Quanto al secondo principio, se la sobrietà è un valore che impone dei canoni deontologici, ingessare la comunicazione istituzionale delle Procure pretendendo che avvenga esclusivamente attraverso comunicati stampa e, solo in via eccezionale, attraverso conferenze stampa, senza la possibilità che procuratori e pubblici ministeri possano interloquire a loro volta con i media è un irrigidimento che può essere lesivo del bisogno di una corretta informazione e che può avere solo l’effetto – come osservato da Luigi Ferrarella – di incrementare il mercato nero delle notizie.

Infine c’è un altro aspetto che suscita perplessità. A chi spetta decidere se una notizia giudiziaria è di pubblico interesse? Può essere una competenza esclusiva della magistratura requirente, come emerge dal decreto legislativo in questione? Poiché attraverso il sistema giudiziario passa tutta la storia del Paese e le principali vicende della politica, il rischio è quello di mettere uno sbarramento a quella funzione di critica all’esercizio dei poteri attraverso l’informazione che è una delle missioni fondamentali del sistema dei media in una società democratica. Non a caso la Corte Europea dei Diritti dell’uomo, nel caso Dupuis contro la Francia, con una sentenza del 7 giugno 2007, in una vicenda di intercettazioni illegali, ha stabilito che l’esigenza di informare il pubblico prevale anche sulla presunzione d’innocenza, attribuendo ai giornalisti la funzione di “cani da guardia” della democrazia.

da qui

domenica 14 novembre 2021

Il sistema dell’informazione è diventato avido e opaco - Annamaria Testa

 

Per capire come costruirci un buon futuro ci tocca ragionare sul sistema dell’informazione. Di fatto, ogni nostra decisione, piccola o grande, riguardante i prossimi trenta minuti o i prossimi trent’anni, si basa su quello che noi sappiamo adesso. 
E quello che noi adesso sappiamo, o crediamo di sapere, rispecchia l’assieme delle informazioni che, nel corso delle nostre vite e fino a questo momento, ci hanno raggiunto e colpito. E che, convincendoci della loro rilevanza, hanno incessantemente contribuito a formare, a modificare (o a deformare) la nostra visione di noi stessi e delle cose.


DECIDERE RAZIONALMENTE. Poter disporre di informazioni di qualità è fondamentale perché sia i singoli, sia i governi decidano bene e, per dirla con Steven Pinker, in modo razionale e responsabile: tale, cioè, da “salvare il mondo”.
Il problema è che il sistema dell’informazione non è mai stato così turbolento, pervasivo e soverchiante, opaco e tossico. Mai così capace di influenzare in modo istantaneo gli orientamenti individuali e collettivi. E mai così complesso: talmente complesso che osservarne le dinamiche è difficile. Qui di seguito riassumo alcuni punti. Unendoli è possibile, se si vuole, cominciare a farsi un quadro.


SITUAZIONE INEDITA. In realtà, tutto il sistema dell’informazione oggi ruota attorno a un piccolo gruppo di entità che fino a venti, a dieci o a cinque anni fa neanche esistevano. Facebook viene concepito nel febbraio del 2004 e arriva in Italia nel maggio del 2008. Youtube pubblica il suo primo video ad aprile 2005. Twitter si costituisce nel 2007. WhatsApp viene lanciata nel novembre 2009. Instagram nasce nell’ottobre 2010. Telegram nasce nel 2013. Il lancio di TikTok è del settembre 2016. 
Google precede tutti perché nasce nel 1998.
Già nel 2011 un articolo dell’Università dell’Indiana segnala che i social media stanno disegnando un nuovo ecosistema. La disintermediazione offre opportunità e implica rischi inediti. E le cose succedono così in fretta che neanche si riesce a capirne fino in fondo il funzionamento e le conseguenze. Tanto meno si riesce a stabilire delle regole.


MAGGIOR QUANTITÀ, QUALITÀ MINORE. Delle dinamiche di base che, nel contesto del sistema dell’informazione, governano la produzione di notizie, ci parla un ottimo articolo pubblicato su Farnam Street.
In sintesi: in rete, la velocità di consegna delle notizie aumenta. Il costo medio di produzione e la qualità media delle notizie diminuiscono. Le persone vengono incentivate a investire sempre più tempo per consumare sempre più notizie irrilevanti e di cattiva qualità.

Questo risultato si ottiene profilando gli utenti, confezionando notizie su misura (quindi, alterandole in modo che risultino più gradite a ogni singolo utente) e radicalizzandone i contenuti. Dei rischi connessi con la profilazione degli utenti e con la manipolazione dell’opinione pubblica tramite notizie false (elezioni Usa 2016, Brexit) ci si comincia ad accorgere solo nel 2018, quando scoppia lo scandalo Cambridge Analytica.


LA DISINFORMAZIONE RENDE. Oltre ad avere un ridottissimo costo di produzione (non c’è bisogno di preparazione e competenza, di indagini sul campo, di verifiche) in rete le notizie false offrono una redditività molto più alta di quella delle notizie vere: come attesta il Mit già nel 2016, le fake news raggiungono molte più persone, viaggiano più in fretta e arrivano più in profondità. 

Il motivo è semplice: le notizie false sono più “nuove”, sorprendono, scandalizzano, impauriscono o fanno arrabbiare di più. In sostanza, coinvolgono di più. Quindi, procurano anche più pubblico agli inserzionisti pubblicitari. 
Un’indagine recente, compiuta da NewsGuard e Comscore su un campione di 7500 siti, ci dice che, nel solo mercato statunitense, ai siti che diffondono fake news le inserzioni pubblicitarie rendono oltre un miliardo e mezzo di dollari di guadagni all’anno. 


INSERZIONI AUTOMARIZZATE. Poiché l’allocazione delle inserzioni è automatizzata, molte grandi marche, senza neanche saperlo, finanziano i siti di fake news attraverso la pubblicità. Secondo i dati del Pew Research Center per ogni 2,16 dollari di pubblicità digitale a testate giornalistiche legittime, gli inserzionisti statunitensi danno circa 1 dollaro ai siti di disinformazione. Minimizzare o eliminare la pubblicità su questi siti sarebbe una buona idea: ogni dollaro speso in pubblicità che va a siti di disinformazione contribuisce molto più alla produzione di notizie false di quanto un dollaro speso in pubblicità che va a media legittimi contribuisca alla produzione di giornalismo credibile. Questo intossica l’intero sistema dell’informazione.


SEMPRE PIÙ SOLDI IN RETE. In una manciata di anni, una larga parte dell’investimento pubblicitario ha smesso di sostenere i media classici, riducendo drammaticamente le risorse necessarie a fare buona informazione.
In Italia, per esempio, tra il 2010 e il 2020 i ricavi dei maggiori gruppi della stampa si sono più che dimezzati. Negli Stati Uniti, come ricorda Jill Abramson nel recentissimo Mercanti di verità – La Grande guerra dell’informazione (Sellerio), lo smantellamento dell’informazione locale è stato uno degli sviluppi più devastanti dell’era di internet.

Sempre secondo Pew Research, già nel 2018 si investe  online il 49 per cento dello stanziamento pubblicitario globale. Nel 2019 è il 51 per cento. Già el 2021 si stima che sia il 63 per cento. Nel 2024 potrebbe essere il 67,9 per cento. 
Nel 2020 fa capo al solo Facebook il 45 per cento dell’investimento pubblicitario mondiale. Google segue con un ulteriore 10 per cento. Le logiche economiche che in precedenza reggevano l’intero sistema dell’informazione sono esplose.


E LE TASSE? A fronte di profitti giganteschi, la tassazione è sempre stata irrisoria: per anni i colossi digitali hanno spostato i loro profitti nei paradisi fiscali. Finalmente 136 paesi hanno concordato di applicare, a partire dal 2023, una (modesta) aliquota del 15 per cento sui profitti, e di farlo là dove i guadagni vengono realizzati. 
I due signori Google e il signor Facebook sono oggi nel gruppo dei dieci uomini più ricchi del mondo (dello stesso gruppo fanno parte anche il signor Amazon, il signor Microsoft e il signor Oracle).


POTENZA STRANIERA. Facebook si comporta come una potenza straniera ostile; è ora che lo trattiamo come tale, titola l’Atlantic. Il social network raggiunge oggi 2,9 miliardi di utenti attivi mensili: è più delle popolazioni di Cina e India messe assieme. In effetti, argomenta l’Atlantic, Facebook andrebbe considerato come una potenza straniera ostile perché è focalizzato esclusivamente sulla propria espansione e sull’incremento dei propri guadagni. 

Secondo il politologo e storico Benedict Anderson, “le nazioni non sono definite dai loro confini ma dalla loro immaginazione”. In questo senso, Facebook pratica un nuovo tipo di colonialismo. È progettato per suscitare reazioni emotive forti. Ha condotto esperimenti sulle reazioni psicologiche degli utenti senza il loro consenso e ospitato contenuti che incitano all’odio e al terrorismo. 
Ricordiamo che, per esempio, alla disinformazione tramite Facebook nel 2018 si imputa  il massacro dei Rohingya in Myanmar. E che a Facebook viene attribuito un ruolo centrale nell’assalto di Capitol Hill.


BIG DATA E NEOCOLONIALISMO. Di neocolonialismo tecnologico parla anche Yuval Noah Harari, intervistato da Repubblica: Se prima le diseguaglianze erano nei possedimenti terrieri, oggi lo sono nei big data, l’asset più prezioso della nostra epoca. È estremamente rischioso che questa enorme mole di dati sia in mano a giganti come Facebook, Google, Alibaba. Se non stoppati subito, le disparità saranno sempre più estreme. Potrebbe scatenarsi un nuovo colonialismo digitale.


OPACITÀ. Altri, come il conduttore della CNN Brian Stelter, rimarcano l’opacità e la perniciosità dei comportamenti di Facebook paragonandoli a quelli delle multinazionali del tabacco. È quanto sostiene anche Frances Haugen, l’ex dipendente che consegna al Wall Street Journal una quantità di documenti scottanti: sono i Facebook files, dai quali risulta che Facebook nulla fa per contrastare gli usi penalmente perseguibili delle proprie pagine (spaccio, tratta di esseri umani, pornografia, disinformazione sulla pandemia, bullismo, razzismo). Che si sforza di coinvolgere utenti sempre più giovani, per la cui salute mentale dimostra un totale disinteresse. Che il controllo sui post non in lingua inglese è pressoché inesistente. 

L’APPELLO DI HAUGEN. Testimoniando davanti al Senato statunitense, Haugen dice: quando il governo si è reso conto che il fumo è nocivo per la salute è intervenuto. Quando è stato chiaro che le cinture di sicurezza salvano vite umane il governo ha obbligato l’industria dell’auto ad adottarle. Quando si è visto che i farmaci oppioidi creano dipendenza la politica è intervenuta. Vi supplico di farlo anche ora davanti ai danni sociali provocati da Facebook.
Un coinvolgimento di Facebook risulta perfino nella vendita illegale, e nella conseguente deforestazione, di parti della foresta pluviale: la fonte è la BBC, che ha condotto un’approfondita indagine in merito. 


MODELLO DI BUSINESS. Un consistente articolo del New York Times, invece, segnala che l’azienda, con il Project Amplify, ha avviato una intensa attività per tutelare e ricostruire la propria immagine, utilizzando il NewsFeed per presentare storie positive, e limitando la disponibilità dei dati che permettono ai ricercatori di studiarne gli effetti sociali avversi.
Certo: è la stessa Haugen a sottolineare che Facebook non promuove intenzionalmente l’odio, la rabbia, la frustrazione, l’illegalità o la disinformazione. Ma, di fatto, la sua impostazione algoritmica, che corrisponde a un modello di business inteso a incrementare a ogni costo il coinvolgimento per massimizzare i profitti pubblicitari, va in questa direzione. 


BLACKOUT. Il 4 ottobre 2021 Facebook, Instagram e WhatsApp si spengono per 7 ore circa a causa di un errore umano nella configurazione dei router. È il blackout più lungo di sempre. Il titolo perde 6.11 miliardi di dollari. L’interruzione, scrive il Guardian, evidenzia la dipendenza che gran parte del mondo ha nei confronti del social network, mette in risalto la sua posizione dominante, ci mostra quanto è ormai integrato nella vita quotidiana delle persone. Quanto è al centro delle economie informali di paesi come India, Messico e Brasile. E quanto è fragile. 

Certo: nessuno nega che Facebook aiuti le persone a restare connesse, e anche a lavorare. E che abbia contribuito a modernizzare il sistema dell’informazione. Ma non fa solo quello. Una posizione dominante così accentuata, unita alla dimensione planetaria e all’enormità delle risorse disponibili, dovrebbe implicare un’altrettanto accentuata assunzione di responsabilità. Almeno per ora, non è così.


UN ALTRO MILIARDO. Subito dopo il blackout, come scrive il Sole24Ore, Facebook rilancia con prodotti e tecnologie intesi ad aumentare la connettività dei paesi in via di sviluppo: il nostro impegno per la connettività ha contribuito a fornire a più di 300 milioni di persone una rete internet più veloce – ha dichiarato il vicepresidente Dan Rabinovitsj – siamo impazienti di offrire la stessa opportunità a un altro miliardo di utenti.
E poi c’è il progetto del Metaverso, che dovrebbe portare tutti quanti a vivere esperienze virtuali grazie alla realtà aumentata, qualsiasi cosa questo significhi.

IL PROBLEMA E LA SOLUZIONE. Chiariamoci bene: il problema non è la rete. E non sono nemmeno i social media in quanto tali. È l’informazione tossica (irrilevante, polarizzante o fuorviante) che alcune dinamiche della rete incentivano a scapito dell’informazione di qualità. La soluzione non è star lontani dalla rete. È riconoscere e privilegiare l’informazione di qualità, dovunque si trovi: offline oppure online.

 

SISTEMA DELL’INFORMAZIONE E DEMOCRAZIA. Haugen consegna i suoi Facebook Files a un quotidiano autorevole come il Wall Street Journal, e non altrove. Basterebbe questa scelta a rimarcare, proprio in tempi turbolenti come questi,  l’importanza dei giornali, della loro credibilità  e del loro ruolo di controllo nei confronti del potere (di ogni potere).  

Della centralità della buona informazione per la democrazia ci parla il Nobel per la pace recentemente attribuito a due giornalisti coraggiosi, la filippina Maria Ressa, fondatrice di Rappler, una media company che si occupa di giornalismo investigativo, e il russo Dmitry Muratov, fondatore e direttore di Novaya Gazeta, la testata per cui lavorava Anna Politkovskaya. 
Sono segnali da cogliere.
Il precedente Nobel per la pace attribuito a un giornalista risale al 1935. A vincerlo è Carl von Ossietzky, incarcerato per la sua denuncia dell’antisemitismo e del riarmo tedesco, e morto di tubercolosi nel 1938 mentre è ancora sotto sorveglianza della Gestapo.
Merita un ricordo anche adesso. Anzi, proprio adesso.

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giovedì 4 novembre 2021

La banalità del male pubblico: il caso Barbero - Gabriele Zuppa

 

È con la superficialità degli atteggiamenti quotidiani, con la banalità – per dirla con Hannah Arendt – della polemica meschina che danneggiamo quel confronto dialettico e veramente scientifico in cui consiste innanzitutto una democrazia

Quanto non sentiamo ripetere da giornalisti e politici della disinformazione che circola incontrollata nei social? Ma da cos'è veicolata la disinformazione se non dall'accontentarsi della prima cosa che capita – magari perché l'ha detta “uno dei nostri” –, dalla sbrigatività di giudizio, dalla scarsa attitudine all'approfondimento, dalla conseguente mancanza di familiarità con la complessità, dalla seduzione dello slogan e simili?

Ecco che la terza domanda retorica vien da sé: non sono queste caratteristiche proprie di giornalisti e politici? Ogni volta che mi son messo a condurre una piccola indagine, quest'anno, mi sono imbattuto in fake news: dai Måneskin ai vaccini ad Alessandro Barbero con le sue ultime considerazioni sulle disuguaglianze di genere.

«La Stampa» cui ha rilasciato l'intervista titola: «Le donne secondo Barbero: “Sono insicure e poco spavalde, così hanno meno successo”». Il titolo viene ripreso da altre testate e commentato da politici, opinionisti di professione e utenti social: una pioggia di considerazioni sprezzanti che mostrano come l'articolo (a pagamento) non sia stato letto e ci si sia limitati al titolo; talvolta sì, lo si è anche letto ma non lo si è capito; altre ancora, letto o non letto, lo si è strumentalizzato.

Il titolo è fuorviante. Si pensi che l'intervista ha per occasione una serie di lezioni dello storico dal tema: «Donne nella storia: il coraggio di rompere le regole». Le figure che tratteggerà sono: madre Teresa di Calcutta, Caterina «la grande» di Russia e Nilde Iotti. Il focus delle lezioni è dunque sul coraggio che le donne hanno saputo mostrare nella storia, mentre il focus del titolo è sulla loro insicurezza e povertà di spavalderia. Come si arriva a ciò? Poiché l'intervistatrice gli chiede come mai le donne fatichino ancor oggi non solo ad arrivare al potere, ma anche ad avere parità di retribuzione o a fare carriera. Barbero risponde così:

«Premesso che io sono uno storico e quindi il mio compito è quello di indagare il passato e non presente o futuro, posso rispondere da cittadino che si interroga sul tema. Di fronte all’enorme cambiamento di costume degli ultimi cinquant’anni, viene da chiedersi come mai non si sia più avanti in questa direzione. Ci sono donne chirurgo, altre ingegnere e via citando, ma a livello generale, siamo lontani da un’effettiva parità in campo professionale. Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda. Non ci si deve scandalizzare per questa ipotesi, nella vita quotidiana si rimarcano spesso differenze fra i sessi. E c’è chi dice: “Se più donne facessero politica, la politica sarebbe migliore”. Ecco, secondo me, proprio per questa diversità fra i due generi.»

Barbero constata quindi il «cambiamento di costume degli ultimi cinquant’anni» (come testimoniato dall'aggressione mediatica che ha subito) e si chiede come, ciononostante, si sia ancora così indentro in quanto ad equità. Cioè: proprio perché la donna è in grado di svolgere compiti non meno dell'uomo cui non aveva accesso tradizionalmente, c'è da chiedersi cosa manchi affinché l'equità auspicata si compia.

Così se fosse che «aggressività, spavalderia e sicurezza di sé» risultassero degli elementi mediamente meno presenti nell'indole della donna rispetto a quella dell'uomo, allora, a parità di competenza, proprio questi elementi non dovrebbero determinare il divario che ancora oggi constatiamo. O forse qualcuno di noi crede che un bravo medico debba essere aggressivo e spavaldo, o che lo debba essere un notaio, un docente, un politico? Discriminare in base ad aggressività e spavalderia sarebbe un abbaglio a discapito della competenza. Anzi, la minore presenza di tali caratteri sarebbero talora un vantaggio professionalmente, e proprio nella politica: come dicono alcuni, sottolinea Barbero, «se più donne facessero politica, la politica sarebbe migliore».

Forse non è questo un fattore dirimente nello spiegare le disuguaglianze tra generi, ma è un'ipotesi legittima fino a quando non sia smentita scientificamente. Forse che tutti coloro che hanno attaccato Barbero avessero contezza degli studi finora prodotti e fossero in grado di smentire dati alla mano l'assurdità dell'ipotesi?

Ecco, è sconfortante che chi ha commentato probabilmente non abbia verificato neppure che cosa Barbero avesse detto, pur replicando con toni agghiaccianti, come ha fatto Carlo Calenda:

«Uno storico capace che dice castronerie di proporzioni cosmiche senza vergognarsene. C’è da domandarsi cosa stia accadendo agli intellettuali in questo paese. Sembrano diventati tutti Cacciari. Boh.»

L'intento è chiaro: una strumentalizzazione, un attacco ad hominem funzionale alla polemica sul Green Pass, rispetto al quale Barbero aveva espresso le sue perplessità e del quale Calenda è un fervente sostenitore. Lo stesso ha fatto il giornalista Gianni Riotta:

«Alessandro Barbero era un simpatico divulgatore, che ha deciso d'improvviso di demolire simpatia e storia con demagogia su greenpass, guerra mondiale e ora "differenze strutturali" con gli uomini che impedirebbero alle donne successi politici. Temo interventi su razza ed è chiusa.»

L'eurodeputata Pina Picierno invece ha sicuramente letto le parole di Barbero, perché nel suo Tweet riporta l'articolo, ma non deve averle capite:

«Ok, se il Prof Barbero vuole conoscere una donna aggressiva può parlare con me dopo che ho letto le sue parole.»

Un intervento del tutto gratuito perché, ovviamente, non si trattava di trovare una donna aggressiva e un caso non smentisce l'ipotesi.

I colleghi accademici non si sono trattenuti, da Raffaele Simone a Luciano Floridi:

«Purtroppo Barbero ha detto una sciocchezza (la seconda, dopo quella sul green pass).»

Un episodio triste e sconfortante, ulteriore, che dà la misura del livello già riscontato sul tema del Green Pass. (A tal proposito qualche parola opportuna l'ha scritta di recente Luca Illetterati qui). Un dibattito che testimonia quanto anch'essi siano poco avvezzi al confronto, ché invece di sciorinare argomentazioni mirabolanti e articoli scientifici di qualità, si limitano a denigrarsi a vicenda o poco più.

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venerdì 10 settembre 2021

Perché il processo a Julian Assange riguarda anche il nostro futuro - Stefania Maurizi

Nella cella di una delle più famigerate prigioni di massima sicurezza del Regno Unito, la Belmarsh prison di Londra, un uomo lotta contro alcune delle più potenti istituzioni della Terra, che da oltre un decennio lo vogliono distruggere. Le istituzioni includono il Pentagono, la Central Intelligence Agency (Cia), la National Security Agency (Nsa). Incarnano il cuore di quello che il generale Dwight D. Eisenhower, uno dei principali artefici della vittoria contro i nazisti in Europa, chiamava “il complesso militare-industriale” degli Stati Uniti e contro cui lo stesso Eisenhower, pur essendo un grande leader militare, aveva messo in guardia la sua nazione. La potenza e l’influenza di queste istituzioni si fanno sentire in ogni angolo del pianeta: decidono guerre, colpi di stato, assassini, influenzano elezioni e governi. In modo particolare quello italiano.

L’uomo detenuto a Belmarsh in compagnia di pericolosi terroristi e omicidi non è un criminale: è un giornalista. Si chiama Julian Assange. Ha fondato WikiLeaks, un’organizzazione che ha profondamente cambiato l’informazione, sfruttando le risorse della rete e violando in maniera sistematica il segreto di stato, quando questo viene usato non per proteggere la sicurezza e l’incolumità dei cittadini, ma per nascondere i crimini di stato, garantire l’impunità agli uomini delle istituzioni che li commettono e impedire all’opinione pubblica di scoprirli e chiederne conto. Assange e WikiLeaks hanno pubblicato centinaia di migliaia di documenti segreti del Pentagono, della Cia e della Nsa, che hanno fatto emergere massacri di civili, torture, scandali e pressioni politiche. Queste rivelazioni hanno innescato la furia delle autorità americane, ma in realtà nessun governo al mondo ama Assange e la sua creatura. Anche quelli finora meno colpiti dalle loro pubblicazioni li guardano comunque con sospetto, consapevoli che prima o poi il metodo WikiLeaks potrebbe attecchire anche nei loro paesi e far emergere i loro segreti. E non sono solo governi, eserciti e servizi d’intelligence a odiarli o comunque a considerarli nemici: il potere economico-finanziario, spesso a braccetto con diplomazie e 007, li teme altrettanto, perché gli affari più redditizi prosperano nella riservatezza.

È per questo che oggi la vita e la libertà di Julian Assange sono appese a un filo. Ha contro di sé un leviatano: l’intero complesso militare e d’intelligence degli Stati Uniti e una serie di governi, eserciti, servizi segreti di varie nazioni che non gli hanno perdonato le rivelazioni di WikiLeaks. L’unica protezione in cui può sperare è quella dell’opinione pubblica mondiale. Mentre scrivo è ancora rinchiuso, dall’11 aprile 2019, nella prigione di Belmarsh a Londra, nel mezzo di una pandemia. È possibile che a un certo punto venga rilasciato in attesa della decisione finale sulla sua estradizione, oppure no. Ma se le autorità americane riusciranno a vincere la battaglia legale che è in corso in Inghilterra, Assange verrà trasferito oltreoceano e chiuso per sempre, in isolamento, in una prigione di massima sicurezza, che potrebbe essere il carcere più estremo degli Stati Uniti: l’Adx Florence, in Colorado, dove si trovano criminali efferati come il signore del narcotraffico El Chapo.

Alla sua condanna seguirà poi, molto probabilmente, quella di altri giornalisti della sua organizzazione. Il caso va ben oltre la vita e la libertà del fondatore di WikiLeaks e dei suoi collaboratori: è la battaglia per un giornalismo che espone il livello più alto del potere, quello in cui si muovono diplomazie, eserciti e servizi segreti. Un livello che nelle nostre democrazie – soprattutto quelle europee – il cittadino comune spesso nemmeno percepisce come rilevante per la sua vita, perché raramente si mostra nei telegiornali e nei talk show. E perché il cittadino comune guarda al potere visibile: la politica che decide della sua pensione, della sua copertura sanitaria, della possibilità o meno di trovare un posto di lavoro. Eppure quel potere, schermato dal segreto di stato, decide eccome la sua vita. Decide, per esempio, se il suo paese passerà vent’anni a fare la guerra in Afghanistan mentre non ha le risorse per scuole e ospedali, come nel caso dell’Italia. O se un cittadino tedesco viene improvvisamente sequestrato, consegnato alla Cia, torturato e stuprato perché scambiato per un pericoloso terrorista, mentre era innocente. Oppure se un uomo possa sparire dalle vie di Milano, a mezzogiorno, proprio come nel Cile di Pinochet, rapito dalla Cia e dai servizi segreti italiani, con i responsabili che rimangono liberi come l’aria.

Su questo potere segreto il cittadino comune non ha alcun controllo, perché non ha accesso alle informazioni riservate su come opera. Per la prima volta nella storia, però, WikiLeaks ha aperto un profondo squarcio in questo potere segreto, permettendo a miliardi di persone nel mondo di accedere sistematicamente e senza restrizioni a enormi archivi di documenti classificati che rivelano come agiscono i nostri governi quando, al riparo dagli sguardi dei cittadini e dei media, preparano guerre o commettono atrocità. È esclusivamente a causa di questo lavoro che Julian Assange rischia di finire sepolto per sempre in una prigione.

Eppure, se esiste un giornalismo che merita di essere praticato, è proprio quello che rivela gli abusi del livello più alto del potere. E non esiste libertà di stampa se i giornalisti non sono liberi di scoprire e denunciare la criminalità di stato senza finire ammazzati o passare la vita in galera. Nei regimi non è possibile farlo senza andare incontro a gravissime conseguenze. Nelle società non autoritarie, invece, deve essere possibile. Per questo motivo il processo al fondatore di WikiLeaks deciderà il futuro del giornalismo nelle nostre democrazie e, in una certa misura, anche nelle dittature, perché queste ultime si sentiranno ancora più legittimate a reprimere la libertà d’informazione se l'”occidente libero” metterà in galera per sempre un giornalista che ha rivelato l’uccisione di migliaia di civili innocenti, denunciato torture e gravissime violazioni dei diritti umani.

Julian Assange e la sua organizzazione hanno fatto irruzione nella mia vita professionale oltre dieci anni fa. Da allora l’intrigo e la disruption che hanno iniettato nel mio giornalismo non sono cessati. Dal 2009 a oggi abbiamo lavorato insieme, loro per WikiLeaks, io per il mio giornale – L’Espresso e la Repubblica prima, oggi il Fatto Quotidiano -, alla pubblicazione di milioni di documenti classificati. Ho viaggiato per il mondo con i segreti della Cia e della Nsa. Assange e i suoi giornalisti mi hanno insegnato a usare la crittografia per proteggere le mie fonti. Stavo con lui a Berlino quando i suoi computer sparirono nel nulla.

Ero nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra quando lui, il suo staff, la sua compagna e il loro bambino, i suoi avvocati e visitatori venivano filmati e registrati di nascosto, e il mio telefono veniva segretamente aperto in due. In questi anni sono stata, in alcune occasioni, seguita platealmente a scopo intimidatorio, ho subìto una rapina a Roma, dove documenti molto importanti sono spariti nel nulla. Eppure nessuno mi ha mai chiuso in una prigione o anche solo interrogato o minacciato. Mai ho dovuto pagare il prezzo altissimo che sta pagando Assange: dopo aver pubblicato i documenti segreti del governo americano nel 2010, lui non ha più conosciuto la libertà.

Quello che ho visto dal 2010 a oggi, il trattamento che ha subìto, il grave decadimento della sua salute, la campagna di stampa contro la sua persona, la persecuzione giudiziaria dei giornalisti di WikiLeaks e delle loro fonti – prima fra tutte una di grande coraggio morale, Chelsea Manning – mi hanno messo addosso una profonda inquietudine. Un’inquietudine che è andata di pari passo con quella che si è fatta strada in me a mano a mano che scoprivo la criminalità e la crudeltà di stato rivelate dai file segreti di WikiLeaks. Il mio libro Il potere segreto.

Perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks è un viaggio in quei documenti e nella storia di Julian Assange e della sua organizzazione attraverso quello che ho vissuto e scoperto in oltre dieci anni di lavoro. Proprio perché non ho pagato il prezzo altissimo che ha pagato Assange, mi sento in dovere di raccontarlo e denunciarlo, per contribuire a salvare lui, i giornalisti di WikiLeaks, la libertà del giornalismo di far luce negli angoli più oscuri del potere e il diritto dell’opinione pubblica di scoprire quegli angoli.

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