giovedì 4 novembre 2021

La banalità del male pubblico: il caso Barbero - Gabriele Zuppa

 

È con la superficialità degli atteggiamenti quotidiani, con la banalità – per dirla con Hannah Arendt – della polemica meschina che danneggiamo quel confronto dialettico e veramente scientifico in cui consiste innanzitutto una democrazia

Quanto non sentiamo ripetere da giornalisti e politici della disinformazione che circola incontrollata nei social? Ma da cos'è veicolata la disinformazione se non dall'accontentarsi della prima cosa che capita – magari perché l'ha detta “uno dei nostri” –, dalla sbrigatività di giudizio, dalla scarsa attitudine all'approfondimento, dalla conseguente mancanza di familiarità con la complessità, dalla seduzione dello slogan e simili?

Ecco che la terza domanda retorica vien da sé: non sono queste caratteristiche proprie di giornalisti e politici? Ogni volta che mi son messo a condurre una piccola indagine, quest'anno, mi sono imbattuto in fake news: dai Måneskin ai vaccini ad Alessandro Barbero con le sue ultime considerazioni sulle disuguaglianze di genere.

«La Stampa» cui ha rilasciato l'intervista titola: «Le donne secondo Barbero: “Sono insicure e poco spavalde, così hanno meno successo”». Il titolo viene ripreso da altre testate e commentato da politici, opinionisti di professione e utenti social: una pioggia di considerazioni sprezzanti che mostrano come l'articolo (a pagamento) non sia stato letto e ci si sia limitati al titolo; talvolta sì, lo si è anche letto ma non lo si è capito; altre ancora, letto o non letto, lo si è strumentalizzato.

Il titolo è fuorviante. Si pensi che l'intervista ha per occasione una serie di lezioni dello storico dal tema: «Donne nella storia: il coraggio di rompere le regole». Le figure che tratteggerà sono: madre Teresa di Calcutta, Caterina «la grande» di Russia e Nilde Iotti. Il focus delle lezioni è dunque sul coraggio che le donne hanno saputo mostrare nella storia, mentre il focus del titolo è sulla loro insicurezza e povertà di spavalderia. Come si arriva a ciò? Poiché l'intervistatrice gli chiede come mai le donne fatichino ancor oggi non solo ad arrivare al potere, ma anche ad avere parità di retribuzione o a fare carriera. Barbero risponde così:

«Premesso che io sono uno storico e quindi il mio compito è quello di indagare il passato e non presente o futuro, posso rispondere da cittadino che si interroga sul tema. Di fronte all’enorme cambiamento di costume degli ultimi cinquant’anni, viene da chiedersi come mai non si sia più avanti in questa direzione. Ci sono donne chirurgo, altre ingegnere e via citando, ma a livello generale, siamo lontani da un’effettiva parità in campo professionale. Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda. Non ci si deve scandalizzare per questa ipotesi, nella vita quotidiana si rimarcano spesso differenze fra i sessi. E c’è chi dice: “Se più donne facessero politica, la politica sarebbe migliore”. Ecco, secondo me, proprio per questa diversità fra i due generi.»

Barbero constata quindi il «cambiamento di costume degli ultimi cinquant’anni» (come testimoniato dall'aggressione mediatica che ha subito) e si chiede come, ciononostante, si sia ancora così indentro in quanto ad equità. Cioè: proprio perché la donna è in grado di svolgere compiti non meno dell'uomo cui non aveva accesso tradizionalmente, c'è da chiedersi cosa manchi affinché l'equità auspicata si compia.

Così se fosse che «aggressività, spavalderia e sicurezza di sé» risultassero degli elementi mediamente meno presenti nell'indole della donna rispetto a quella dell'uomo, allora, a parità di competenza, proprio questi elementi non dovrebbero determinare il divario che ancora oggi constatiamo. O forse qualcuno di noi crede che un bravo medico debba essere aggressivo e spavaldo, o che lo debba essere un notaio, un docente, un politico? Discriminare in base ad aggressività e spavalderia sarebbe un abbaglio a discapito della competenza. Anzi, la minore presenza di tali caratteri sarebbero talora un vantaggio professionalmente, e proprio nella politica: come dicono alcuni, sottolinea Barbero, «se più donne facessero politica, la politica sarebbe migliore».

Forse non è questo un fattore dirimente nello spiegare le disuguaglianze tra generi, ma è un'ipotesi legittima fino a quando non sia smentita scientificamente. Forse che tutti coloro che hanno attaccato Barbero avessero contezza degli studi finora prodotti e fossero in grado di smentire dati alla mano l'assurdità dell'ipotesi?

Ecco, è sconfortante che chi ha commentato probabilmente non abbia verificato neppure che cosa Barbero avesse detto, pur replicando con toni agghiaccianti, come ha fatto Carlo Calenda:

«Uno storico capace che dice castronerie di proporzioni cosmiche senza vergognarsene. C’è da domandarsi cosa stia accadendo agli intellettuali in questo paese. Sembrano diventati tutti Cacciari. Boh.»

L'intento è chiaro: una strumentalizzazione, un attacco ad hominem funzionale alla polemica sul Green Pass, rispetto al quale Barbero aveva espresso le sue perplessità e del quale Calenda è un fervente sostenitore. Lo stesso ha fatto il giornalista Gianni Riotta:

«Alessandro Barbero era un simpatico divulgatore, che ha deciso d'improvviso di demolire simpatia e storia con demagogia su greenpass, guerra mondiale e ora "differenze strutturali" con gli uomini che impedirebbero alle donne successi politici. Temo interventi su razza ed è chiusa.»

L'eurodeputata Pina Picierno invece ha sicuramente letto le parole di Barbero, perché nel suo Tweet riporta l'articolo, ma non deve averle capite:

«Ok, se il Prof Barbero vuole conoscere una donna aggressiva può parlare con me dopo che ho letto le sue parole.»

Un intervento del tutto gratuito perché, ovviamente, non si trattava di trovare una donna aggressiva e un caso non smentisce l'ipotesi.

I colleghi accademici non si sono trattenuti, da Raffaele Simone a Luciano Floridi:

«Purtroppo Barbero ha detto una sciocchezza (la seconda, dopo quella sul green pass).»

Un episodio triste e sconfortante, ulteriore, che dà la misura del livello già riscontato sul tema del Green Pass. (A tal proposito qualche parola opportuna l'ha scritta di recente Luca Illetterati qui). Un dibattito che testimonia quanto anch'essi siano poco avvezzi al confronto, ché invece di sciorinare argomentazioni mirabolanti e articoli scientifici di qualità, si limitano a denigrarsi a vicenda o poco più.

da qui

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