Quanto è
accaduto la mattina del 28 febbraio, con l’attacco di Israele e degli
Stati Uniti all’Iran, da una parte conferma la nostra peggiore diagnosi, da
tempo maturata, sul carattere criminale dell’apparato di potere che governa
l’Occidente: un grumo di umanità perversa, preda della propria patologica
volontà di potenza e dominato dal mito della forza come unico strumento per
regolare i rapporti politici interni e internazionali. Gente disponibile a
qualsiasi atrocità, fino al genocidio, per perseguire i propri obiettivi di dominio.
Su questo avevamo le idee chiare, da quando siamo entrati appunto nell’epoca
della guerra infinita al confine dell’Europa e dello sterminio sistematico a
Gaza.
Ma il 28
febbraio ha segnato per molti versi un’ulteriore svolta, un salto di qualità e
di quantità, introducendoci in un universo dichiaratamente distopico:
assolutizzando la dimensione nichilista – nel senso dell’annichilimento, della
predisposizione alla nullificazione di tutto ciò che resta di umano – presente
finora in sospensione, come orizzonte possibile, ma da ora precipitato in
realtà in atto. In immagini, che scorrono sugli schermi televisivi, e non
sono fiction, a testimonianza dell’inedita mancanza di limiti degli
psicopatici al potere, non più contenuti da nulla di tutto ciò che finora aveva
tentato di costruire un qualche schermo protettivo a garanzia della
sopravvivenza del genere umano: quella cosa che si chiama Civiltà.
Questa
aggressione è spudorata, perché non può giustificarsi in nessun modo né con
un’aggressione subita, né con una minaccia reale in atto (l’argomento
dell’atomica iraniana è una balla a cui nessuno può credere, l’argomento della
ferocia della dittatura di Teheran non è ammissibile da parte di chi si è
appena macchiato del crimine di genocidio, e continua a perpetrarlo): è una
pura esibizione, da parte di chi ha (o crede di averne) la FORZA, di poter fare
tutto ciò che vuole per il solo e semplice fatto di avere i mezzi di
distruzione che glielo permettono. Si presenta nella sua assoluta nudità, senza
nemmeno uno straccio di giustificazione, senza neppure avvertire il bisogno di
coprire la propria impudenza con un velo di ipocrisia, con l’ostentazione
compiaciuta del capobranco primordiale, che fa tutto quello che i suoi muscoli
gli permettono di fare, secondo la logica primigenia dell’ordalia. Ma anche,
dobbiamo aggiungere, senza nemmeno una traccia di preoccupazione che ciò che
fanno possa mettere a rischio la loro stressa sopravvivenza: l’aver scelto di
destabilizzare alle radici un’area cruciale del pianeta con esiti imprevedibili
ma sicuramente tali da portare delle minacce gravissime all’intera
umanità – l’ aver appiccato il fuoco a una polveriera di dimensioni globali con
totale indifferenza verso i possibili esiti catastrofici, come ha perfettamente
denunciato il leader spagnolo Pedro Sanchez – la dice lunga sul grado
estremo della loro irresponsabilità. E anche, possiamo aggiungere, della loro
disperazione, nella consapevolezza che le contraddizioni mortali in cui il
sistema da loro costruito nell’ultimo trentennio all’insegna del paradigma
ultra-liberista non sono più controllabili con mezzi convenzionali: mostrano per
l’intero Occidente e in primo luogo per la potenza imperiale che lo guida, un
irreversibile declino da cui – così s’illudono – solo la guerra può salvarli o
definitivamente seppellirli all’insegna del barbarico grido “muoia Sansone con
tutti i filistei”.
Tutto ciò
significa che ognuno di noi, oggi, è chiamato in causa. E minacciato
direttamente fin nella più intima individualità. Perché nella loro marcia
dissennata verso l’abisso, entreranno brutalmente nelle nostre vite, le
renderanno più difficili dal punto di vista materiale (inflazione crescente,
energia carente, servizi tagliati, diseguaglianze alle stelle), e più asservite
da quello come dire? “morale, rendendo sempre più difficile il dissenso,
l’informazione libera, l’opinione non allineata, il pensiero ribelle. Non
facciamoci illusioni, non si fermeranno di fronte a nulla, Costituzioni,
diritti individuali, libertà tradizionalmente conclamate. Spacceranno per
verità le menzogne, e per menzogna le verità (già lo vediamo all’opera questo
meccanismo leggendo i giornali mainstream e guardando i telegiornali).
Renderanno condizione normale lo stato d’eccezione, come accade appunto quando
lo spirito della guerra occupa in modo totalitario una società. Non è una
prospettiva futura, è già in parte pratica quotidiana a cui, con una
sistematica “ginnastica d’obbedienza”, per dirla con De André, ci stanno già
assuefacendo.
Purtroppo
non ci sono rimedi credibili a questa malattia mortale che ci minaccia, nel
repertorio degli strumenti consueti della politica: non nelle Cancellerie degli
Stati, negli estenuati Parlamenti, nei discorsi e nelle prese di posizione di
partiti sempre più disertati e spesso disertori rispetto alle proprie storie,
ma nemmeno nelle Agenzie internazionali, le Nazioni Unite derise dai belligeranti,
l’Unione Europea irriconoscibile a se stessa nella sua metamorfosi regressiva,
le stesse potenze ostili o presunte ostili agli aggressori (Cina, Russia), che
se per sciagura entrassero in campo per contrastarli, non farebbero che
aggiungere distruzione a distruzione, pericolo a pericolo per l’incapacità
degli Stati a emanciparsi dall’idea della forza militare come ultima istanza.
Se un’”entità” ci può salvare, non può che essere qualcosa di straordinario.
Qualcosa mai visto prima. Un movimento di insubordinazione dal basso,
un’insorgenza universale e trasversale dei popoli, che sappia mettersi in mezzo
tra questi poteri criminali e i corpi dell’umanità, i nostri corpi, le nostre
possibilità di sopravvivenza. Un gigantesco movimento di opposizione e di
rivolta senz’armi (perché disperatamente “contro le armi”).
Noi nei
nostri dibattiti continuiamo a dire che occorre mettere in campo un movimento
di massa. E facciamo anche molte cose in questa direzione: organizziamo cortei
e presidi, flash mob e sit-in, iniziative d’ogni tipo in un’infinità di luoghi,
e non è mica sbagliato. Anzi è giusto e sacrosanto. Ma, dobbiamo
dircelo, non è sufficiente. Un “movimento di massa”, nel senso in cui
l’abbiamo inteso finora, non basta più. Non è all’altezza della sfida – estrema
– che ci incalza. Occorrerebbe un “movimento oceanico” (non trovo un termine
diverso per esprimere il concetto). Cosa intendo col termine oceanico?
Intendo qualcosa di molto simile a quello che è accaduto in alcuni momenti
anche recenti, pensiamo al 22 settembre, pensiamo ai primi giorni di ottobre
quando le piazze e le strade si sono riempite non solo di una folla in cammino,
cortei e presidi, ma di una marea di persone, molte delle quali nuove alle
manifestazioni di piazza, che hanno reso quelle folle strabordanti. Non c’erano
strade, non c’erano piazze che potessero contenere quella marea che straripava
da ogni parte e cancellava tutte le distinzioni tra i partecipanti e anche tra
i luoghi in cui si manifestava. Ecco: c’è bisogno di un movimento di questo
tipo, che circondi e sommerga le casematte del potere, che faccia sentire
accerchiati i luoghi da cui si illudono di comandare e le figure che quei
poteri incarnano; circondati da una umanità che dal basso pretende di essere
ascoltata e dice no, che dice fermatevi! La nuda vita che in quanto tale, in
difesa della propria sopravvivenza, prende la parola e si fa soggetto
costituente. Questo è ciò che intendo per “movimento oceanico”: un’onda di
piena che sommerga ogni espressione di quel potere gravido di morte facendone
sentire ogni interprete, in qualunque comparto del “sistema” si trovi (politico
istituzionale, mediatico, economico, militare scolastico), assediato ed
estraneo ai propri stessi popoli.
Fenomeni di
questo tipo non si costruiscono nelle sedi d’organizzazione, e nemmeno nei
nostri dibattiti (per interessanti che siano), nei nostri discorsi (sia pur
ispirati), nei nostri convegni (anche quelli meglio frequentati). Continuiamo a
ripetere che dobbiamo “costruire” un movimento di massa e un movimento di massa
può effettivamente “essere costruito”, certo. Lo facciamo costantemente
convocando cortei, assemblee, manifestazioni, scioperi più o meno di nicchia,
insomma contribuendo alla mobilitazione di massa in determinate occasioni meglio
se attraverso la tessitura di reti ampie di realtà organizzate. Ma un
“movimento oceanico” è un’altra cosa. Non “viene costruito”, ma si dà, quando
si forma per accumulazioni successive e spesso sotterranee un’ondata anomala, e
questo accade per una serie di variabili, di linee e anche di momenti che
nessuno è in grado, da solo o anche in rete con altri, di costruire. Avviene
perché a un certo punto il sentimento collettivo comune trasversale è tale che
fa sì che le persone non possano più stare chiuse in casa. Questo è successo
per Gaza, anche se ci sono voluti due anni perché maturasse questa
consapevolezza: che ciò che accade è talmente atroce che per mantenere
il rispetto di me, non posso stare inerte, non posso stare alla finestra.
Deve crearsi una situazione di questo tipo: una condizione di contesto in cui
una miriade di molecole individuali maturano contemporaneamente un sentimento
comune che impone loro la necessità di fondersi in un noi capace di
interpretare quella necessità impellente, e tradurla in dimensione pubblica.
Poi, naturalmente, è necessario un detonatore, un innesco, che faccia
precipitare quell’entità gassosa in forma solida (in corpi che manifestano
insieme in uno spazio riappropriato). Per le manifestazioni di settembre e di
ottobre l’innesco è stata la Flotilla. Un fenomeno, credo, da cui
dobbiamo imparare tanto.
Cosa è stata
la Flotilla? Decine e decine di barche di tutti i paesi, con a bordo delle
persone che mettevano in gioco la propria pelle, la propria esistenza, i propri
corpi. Donne e uomini disarmati, radicalmente e programmaticamente disarmati,
che andavano ad affrontare l’esercito più feroce del mondo (perché
l’esercito di Israele questo è, una macchina assassina), portando alimenti e
medicine, le componenti elementari della vita nuda. Che veleggiassero così, con
questo spirito e con queste modalità, verso la linea di impatto, ha generato
quella miscela, quel miracolo, che poi è si è materializzato nelle piazze.
Pensiamo alle parole del portuale di Genova, che rappresentava l’idealtipo del
mondo del lavoro e delle sue virtù, e che dalla banchina del porto (un altro
simbolo forte dell’internazionalismo storico) dice: “Se toccate qualcuno
della Flotilla blocchiamo tutto!”. Quelle parole semplici, che
però toccano ognuno e sono comprensibili, anch’esse hanno contribuito a
innescare quel fenomeno dirompente che si è manifestato nelle piazze.
Un movimento
oceanico si va costruendo esattamente così: in modo lenticolare, crescendo
prima sotto traccia, su sé stesso, e richiede a un certo punto qualcosa (e
qualcuno) che grazie a una qualche forma di intelligenza istintiva, di
creatività o di intuizione, faccia la cosa giusta che funzioni da scintilla.
Gli uomini del potere lo sanno benissimo (sono orrendamente cinici ma non
necessariamente stupidi, hanno studiato le proteste assai di più dei loro
stessi protagonisti). E infatti si sono mossi, per sigillare tutti gli spazi di
possibile aggregazione, per neutralizzare tutte le figure di possibile
riferimento, per diffamare tutte le ragioni delle proteste, e stendere intorno
a loro un cordone sanitario. Torino da questo punto di vista è esemplare: la
persecuzione dell’Imam di San Salvario, la brutale chiusura dell’Aska (si veda
la nostra “Talpa” su “Askatasuna come metafora“), l’occupazione militare di interi
rioni, nella cornice di un’ossessiva enfatizzazione mediatica del tema della
sicurezza, sono i tasselli di un progetto organico di normalizzazione
forzata che ha nel Ministero dell’interno la propria cabina di regia e nel
ministro Piantedosi il proprio regista.
In questo
contesto, quello che noi possiamo fare – noi forze di opposizione, forze
antagonistiche, noi che non vogliamo arrenderci a una deriva in sé letale – è
preparare le precondizioni, affinché quella scintilla scoppi. Disseminare
informazione, legami, aggregazioni, presidi, conferenze, lavoro nelle scuole e
così via, perché questa folla oceanica possa avere dentro di sé gli elementi di
conoscenza necessari, in condizioni di oscuramento e asservimento
dell’informazione. E poi quello che dobbiamo fare è evitare gli errori. Evitare
le cose che danneggiano, anzi sabotano invece l’aggregazione di questa miscela
e la sua trasformazione in movimento di piazza. Tutto ciò che l’ostacola con i
settarismi, con le pretese di egemonismo, con l’arroganza d’avanguardia. E con
la pratica della violenza. La carta vincente della Flotilla – l’ho
detto – è stata la sua pratica, anche in situazioni estreme, di una rigorosa
non-violenza. Questo ha scatenato dal punto di vista anche emotivo
l’identificazione. Mentre basta poco, un gesto fuori luogo, un gruppo
d’incappucciati, un po’ di vetrine in frantumi, un’aggressione o anche solo un
comportamento inutilmente aggressivo per spezzare la magia dello “stato di
folla” e ricacciare i più nel proprio solitario privato.
Da questo
punto di vista la giornata torinese del 31 gennaio è stata esemplare. Per tutte
le prime ore, tante, di quel pomeriggio di primavera precoce la folla
sterminata, 50.000 persone si è detto, che si è presa pacificamente le vie e le
piazze della città in opposizione allo sgombero di Askatasuna, si è avvicinata
molto al concetto di “movimento oceanico”, per il senso di tranquilla forza che
comunicava, per la sua trasversalità sia generazionale (c’erano tutte le classi
d’età, dagli adolescenti ai ritornanti degli anni Sessanta e Settanta) che
sociale e politica, dai centro sociali ai sindacati di base, alle organizzazioni
della sinistra storica e meno storica, tutti uniti dall’unica volontà di
difendere il diritto al dissenso e all’opposizione antagonistica. Non tutti
identificati con tutta la storia di Aska e con le sue posizioni politiche, ma
tutti determinati a difendere quella scintilla di ribellione che avevano
interpretato. Una straordinaria vittoria di tutti, che seppelliva sotto la
propria onda, ridicolizzandoli, i tentativi di instaurare in città un clima da
caserma. Vittoria che è stata sciaguratamente ribaltata in quelle due ore di
violenza che hanno caratterizzato l’ultima parte della giornata, e che hanno
tradito sentimenti e intenzioni della grande maggioranza dei manifestanti,
lasciandoli disperdere con un senso di sconfitta che non sarà facile ricuperare
in futuro. Il passaggio dall’oceano al pantano dietro casa il passo è stato
istantaneo. Sarebbe bene che tutti ci riflettessero.
Violenti lasciati agire senza contromisure adeguate. E poi blocchi
posizionati male, comunicazioni radio ignorate e misure investigative
fallimentari. È il senso di alcuni stralci di una lettera non ufficiale –
che Il Fatto ha potuto visionare – circolata internamente alla
polizia di Torino, da dove emerge malcontento e sconcerto da parte di una
nutrita fetta di poliziotti torinesi per la gestione dell’ordine pubblico
durante la manifestazione del 31 gennaio scorso. Missiva fatta arrivare al
nuovo questore Massimo Gambino, che da quando l’ha ricevuta ha dovuto
riprendere il dialogo per provare a riportare la calma nell’ufficio. Al termine
del corteo in solidarietà al centro sociale Askatasuna, infatti, la frangia più
violenta di antagonisti ha messo a ferro e fuoco la città della Mole. Il
bilancio è stato di 96 poliziotti feriti, tra cui Alessandro Calista e Lorenzo
Virgulti, che il giorno dopo hanno ricevuto la visita della premier Giorgia
Meloni. Il pomeriggio di violenze ha portato all’accelerazione decisiva per
l’approvazione in toto, il 5 febbraio, del decreto Sicurezza voluto
dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, provvedimento che si era
incagliato nelle pieghe dei dubbi di altri ministri e del Quirinale.
Eppure i poliziotti torinesi autori della missiva al questore lasciano intendere
che gli scontri sarebbero stati favoriti dall’inerzia della linea di comando,
“responsabile – si legge – dei gravi fatti verificatisi”.
Il passaggio principale riguarda i 200 antagonisti “organizzati in modo
compatto e coordinato” entrati in azione “un’ora e mezza dopo l’inizio delle
violenze, fornendo di fatto un supporto determinante a soggetti che avevano già
duramente impegnato e stremato gli operatori”. Nonostante questo gruppo si
fosse posizionato, travisato, a circa 50 metri dallo sbarramento all’imbocco di
Corso Regio Parco, “non risulta – scrivono gli agenti – essere stata diramata
alcuna segnalazione in merito” alla loro presenza e alla loro “pericolosità”.
Soprattutto, notano i poliziotti, non “risultano adottate misure idonee a
prevenirne l’azione”.
Affermazioni molto dure, come per il fatto che “non sono state prese in
considerazione da nessuno” le comunicazioni radio che chiedevano “un intervento
risolutivo alle spalle del corteo” lasciando “i colleghi in balia di violenti
attacchi”. Non solo. Si chiedono gli agenti come mai sia stato “consentito al
corteo di percorrere corso Regina Margherita per un tratto così esteso, senza
predisporre uno sbarramento più arretrato”. Circostanza rilevata dal Fatto lo
stesso giorno.
Alcuni agenti del Reparto mobile ci hanno riferito in forma anonima – non
poteva essere altrimenti, viste le ferree policy interne – che
il sentimento di malcontento è comune. “C’erano colleghi che mi chiamavano in
lacrime perché non sapevano cosa fare”, ci racconta uno di loro. Il questore
Gambino, insediatosi appena 19 giorni prima del corteo, ha dovuto prendere atto
delle lamentele. Al Fatto risulta siano state svolte riunioni
di debriefing coinvolgendo le sigle sindacali. D’altronde sono
mesi che serpeggiano dubbi sulla gestione dell’ordine pubblico a Torino. Il
blitz dei pro Pal alle Ogr il 1° ottobre, innanzitutto. E poi il gravissimo
assalto alla redazione della Stampa, del 28 novembre. “A Torino gli
obiettivi sensibili sono pochi, si sapeva che avrebbero cercato di colpire la
redazione: sarebbe bastato posizionare un blindato”, dice una fonte sindacale.
Fatto sta che dopo il blitz al quotidiano torinese arrivò lo spunto decisivo
per lo sgombero di Askatasuna.
Disordini che vanno avanti da mesi, dicevamo. Ma che, alla fine, ieri hanno prodotto
l’ennesima operazione spot per il governo: 18 misure cautelari (5 arresti
domiciliari, 12 obblighi di firma e un divieto di dimora) nei confronti di
altrettanti militanti di Askatasuna e di altri gruppi antagonisti per gli
incidenti provocati durante tutta la stagione delle proteste pro Pal,
dall’occupazione dell’A4 a quella di Porta Susa, passando per Ogr e assalto
alla Stampa. Obiettivo raggiunto: centro sociale prima sgomberato e
ora, forse, decapitato.
MANIFESTAZIONI DI MASSA, VIOLENZA DI MINORANZA: IL
COPIONE PERFETTO PER STRINGERE LE LIBERTÀ - Mario Sommella
Torino ci consegna l’ennesima scena doppia: una piazza
larga e partecipata, e poi una “coda velenosa” di violenza che cambia il fuoco
della narrazione. Nel mezzo, un rischio politico enorme: che l’ordine pubblico
diventi il cavallo di Troia per ridurre gli spazi di dissenso, mentre le
responsabilità individuali si dissolvono in un racconto di comodo.
C’è un punto che andrebbe scolpito prima di tutto: una
manifestazione riuscita non è un dettaglio folkloristico da archiviare quando
arrivano gli scontri. È un fatto politico. Migliaia, decine di migliaia di
persone che attraversano una città, che dicono “ci siamo”, che mettono in
strada corpi, rabbia, speranza, conflitto sociale, sono una notizia in sé.
Eppure, quasi sempre, quel fatto politico viene triturato in pochi minuti da
un’altra notizia, più semplice e più spendibile: le botte, il sangue, la paura.
A Torino è accaduto ancora. Un corteo partecipato e
pacifico, poi la guerriglia urbana dopo il buio. Il risultato è il copione
perfetto per chi, al governo, sogna una democrazia addomesticata: piazze
“autorizzate” solo finché non disturbano, e repressione “preventiva” quando
disturbano davvero.
IL MECCANISMO: LA PIAZZA VINCE, POI ARRIVA LA FIRMA DI
POCHI
Il politologo Marco Revelli descrive da anni un rituale che si ripete: la
grande maggioranza manifesta, sfila, tiene la linea; poi, quando la giornata
finisce e la città si svuota, entra in scena un gruppo ridotto che “firma” la
serata con la violenza.
È qui che nasce il dubbio più corrosivo, quello che
tanti avvertono ma che va maneggiato con rigore: possibile che questo finale
ricorrente faccia comodo a qualcuno? Possibile che basti “lasciar fare” perché
una minoranza trascini tutti nella cornice più utile al potere? Revelli stesso
invita a non scivolare nella dietrologia, ma segnala un punto politico reale:
quando la gestione dell’ordine pubblico è sconsiderata o passiva, il finale può
diventare prevedibile. 
E non è una questione astratta, perché il “finale”
produce conseguenze concrete: feriti, arresti, campagne mediatiche, norme
nuove.
RESPONSABILITÀ: CHI PICCHIA VA FERMATO, IDENTIFICATO,
PROCESSATO
Qui non servono ambiguità. Chi aggredisce un agente isolato, chi usa oggetti
contundenti, chi trasforma una piazza in un ring commette reati e va
perseguito. Punto. Non “perché lo chiede il governo”, ma perché lo chiede lo
Stato di diritto: la libertà di manifestare non è la libertà di devastare, e la
solidarietà politica non può diventare copertura penale.
Su questo terreno, la richiesta è una sola: indagini
rapide, ricostruzione completa, responsabilità individuali accertate. La
cronaca parla già di arresti effettuati anche con il meccanismo della flagranza
differita.
Bene: si vada avanti fino in fondo, senza scorciatoie e senza propaganda.
MA LA LEGGE VALE PER TUTTI: ANCHE PER CHI PORTA IL
CASCO E IL MANGANELLO
L’altra metà della scena non può essere cancellata. Le testimonianze e i video
circolati descrivono lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche, manganellate,
persone colpite mentre sono a terra, e una pressione che non risparmia chi
documenta. In uno dei racconti più citati, un fotografo prova a identificarsi
mentre viene trascinato; in un altro, si vede un ferito con una lesione
profonda alla testa e attorno la richiesta di soccorso.
Non è “tifo contro la polizia” dire che anche questi
fatti vanno verificati, e se confermati vanno sanzionati. È esattamente il
contrario: è pretendere professionalità, proporzionalità, controllo,
trasparenza. Perché la divisa non è un lasciapassare morale, e la sicurezza non
coincide con l’impunità.
IL DECRETO SICUREZZA: QUANDO LA PAURA DIVENTA MATERIA
PRIMA LEGISLATIVA
Ed eccoci al punto politico decisivo. Dopo gli scontri, il governo ha
annunciato un’accelerazione sul nuovo “decreto Sicurezza”, con riunioni a
Palazzo Chigi e l’ipotesi di un via libera in tempi strettissimi.
Tra le misure che vengono riportate nel dibattito pubblico spicca lo “scudo
penale” per le forze dell’ordine (e in alcune ricostruzioni anche per altre
categorie), cioè un meccanismo che punta a rendere più difficile o più tardiva
l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di cause di
giustificazione come la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi.
Qui la domanda non è ideologica, è costituzionale: uno
Stato di diritto si regge sulla controllabilità del potere, non sulla sua
immunità preventiva. Se esiste un abuso, si accerta. Se non esiste, si
archivia. Ma l’idea di sterilizzare a monte la possibilità di controllo
giudiziario è un salto culturale pericoloso: la forza pubblica non deve “temere
la legge”, deve incarnarla.
E c’è un altro rischio, ancora più sottile: che il
pacchetto sicurezza venga venduto come “risposta ai facinorosi”, ma finisca per
colpire soprattutto chi facinoroso non è, cioè la parte grande e pacifica delle
piazze. Perché la storia insegna questo: quando restringi gli spazi, non
selezioni i violenti; selezioni i poveri, i giovani, i movimenti, chi ha meno
voce e meno tutela.
INFILTRATI? IL DUBBIO VA PRESO SUL SERIO, MA SENZA
TRASFORMARLO IN ALIBI
In ogni ciclo di protesta torna la parola “infiltrati”. A volte è una verità
storica (perché i poteri lo hanno fatto e lo fanno). A volte è un modo per non
guardare in faccia le responsabilità reali dentro i movimenti. Qui la postura
corretta è una sola:
I) non trasformare il dubbio in una certezza utile
solo a consolarsi
II) non liquidare il dubbio come paranoia, perché i precedenti esistono
III) pretendere fatti: identificazioni, dinamiche, catene di comando, tempi di
intervento, scelte operative
In altre parole: la magistratura e gli organismi di
controllo facciano il loro mestiere, e lo facciano alla luce del sole. Perché
se le violenze di pochi diventano l’alibi per ridurre le libertà di molti,
allora quei pochi hanno già vinto due volte.
COME SI DIFENDE UNA PIAZZA SENZA REGALARLA ALLO STATO
DI POLIZIA
La linea, per chi ha a cuore i diritti e non vuole regalare argomenti alla
destra securitaria, è scomoda ma necessaria:
I) isolare politicamente chi cerca lo scontro, senza
ambiguità e senza romanticismi
II) costruire pratiche di protezione della manifestazione (anche interne),
perché una piazza è un bene comune
III) pretendere regole di ingaggio chiare e verificabili per l’ordine pubblico:
proporzionalità, tracciabilità, tutela di giornalisti e soccorso immediato ai
feriti
IV) respingere l’equazione “più repressione uguale più sicurezza”: la sicurezza
vera è fiducia nelle istituzioni, non paura delle istituzioni
La verità è semplice e dura: le piazze che funzionano
spaventano chi governa male. Per questo ogni “coda violenta” diventa un regalo
politico: sposta l’attenzione dal motivo della protesta alla sua punizione. Ma
se accettiamo questo ricatto, abbiamo già perso.
Si indaghino e si puniscano i responsabili delle
violenze, uno per uno. E si indaghino, con la stessa determinazione, eventuali
abusi nelle cariche, nelle modalità operative, nella gestione di chi documenta.
Perché la democrazia non si difende scegliendo tra violenti e impuniti: si
difende applicando la legge a tutti, e proteggendo il diritto di dissentire
proprio quando qualcuno prova a trasformarlo in un reato.
A Torino matrice
eversiva - Gianni Gatti
Parla Piantedosi: “In azione potenziali terroristi”.
C’è la stretta: super-Daspo e fermo preventivo
Il titolo della prima pagina della “bujarda” di
oggi.
E questa è solo una delle voci del coro che non
aspettavano altro per dare via libera a Piantedosi, Meloci e& Co a forme
giuridiche di repressione aumentata.
Il tema è la manifestazione di 50.000 persone a Torino
contro la chiusura avvenuta del centro sociale Askatasuna , in cui durante lo
svolgimento pacifico alcune frange hanno scelto per tutti la battaglia con la
polizia (vetrine rotte cassonetti, bombe carta, petardi, legnate ai poliziotti
pescati isolati e via dicendo, per un totale di circa 100 poliziotti feriti),
ovvio nel conto, anche quelli che si sono spelati un dito e fanno numero per
dare forza a questa tesi di necessità repressiva.
Per quello che vale la mia opinione di persona per la
pace, non pacifista ideologico, (personalmente non porgo l’altra guancia, se mi
attaccano mi difendo come posso) mi pare ci sia da riflettere, non conosco la
tesi di chi si è organizzato appositamente per arrivare a questa battaglia ed
ha programmato questi episodi
Ovviamente lo faccio da un punto di vista politico,
non preconfezionato e porrei alcune domande:
Cosa ha aggiunto questo comportamento alla
manifestazione partecipata la violenza di parte?
Si pensava di vincere contro una forza preponderante e
organizzata come i corpi antisommossa?
Quale messaggio viaggia su queste ali verso chi,
timoroso si è visto suo malgrado coinvolto o verso chi non ha partecipato
proprio perché temeva per la propria sicurezza ( a ragione o a torto chi può
biasimare?)
E’ partito il coro delle cornacchie, anche di sinistra
contro i potenziali terroristi, quelli che se era al comando Minniti o Guerrini
li chiudeva su un isola e buttava la chiave (come in parte fa la Meloni)
Oppure questa violenza forzata era una prova di forza
cercata per attrarre sgarrupati senza un progetto politico o aggregazione che
correvano a sfogarsi ?
Secondo me non è chiaro il momento generale e globale
dell’attacco della finanza mondiale alle condizioni di vita e di lavoro ovunque
ed in Italia in particolare, dove i partiti istituzionali li senti solo dopo
queste occasioni per buttare benzina sul fuoco e stigmatizzare i violenti, non
per spiegare le cause a monte.
Così come titola la Stampa, ma non
solo, si aprono “autostrade repressive giuridiche”, si stracciano i diritti dal
posto di lavoro alla società e anche fra nazioni verso una destra poliziesca
come concezione, che non ha neppure più un anelito sovranista di indipendenza,
se mai lo ha avuto.
Piantedosi non poteva chiedere di più, ma per qualcuno
quel comportamento era indispensabile.
Come le fughe in avanti per formare attraverso unioni
di vertici di gruppi dell 0,…. nuovi partiti che senz’altro trascineranno alla
…vittoria finale. La confusione nel movimento regna sovrana
Alla prossima manifestazione molti ci penseranno due
volte a partecipare in questo incrudimento repressivo. Oggi se ti mettono
dentro anche solo per 10 giorni puoi perdere il posto di lavoro e avrai una
marea di problemi a campare con quel curriculum sulle spalle…
Mi pongo e rilancio queste domande banalmente
pragmatiche e dubbi, perché non vedo vantaggi nell’accaduto (e non sarà
l’ultima volta)
Non lo vedo dal punto di vista: erano 50.000, che è
apprezzabile ovvio, ma dal punto di vista qual’era l’obiettivo generale della
manifestazione, per quale risultato.
Ritornerà una possibilità dopo questo fatto che
risorga un Askatasuna nuovo e diventi un centro sociale frequentato, produttivo
e aggregante come lo è stato quello di Borgo Vanchiglia?
Nei Talk show non parlano del PERCHE’ SONO STATI
SGOMBERATI QUEI CENTRI, MA DEGLI ASPIRANTI TERRORISTI COME LI DEFINISCE
Piantedosi.
Lui fa solo il suo sporco mestiere.
Mille analisi si leggono sui social, raccontano il
momento dal punto di vista economico, ambientale, produttivo, di relazioni,
ecc. La vita è sempre più complicata per tanti motivi e uno degli aspetti è che
NON C’E’ al momento una reale adeguata OPPOSIZIONE politica, mille reti e
gruppi territoriali che si muovono senza un raccordo, una forma di aggregazione
su un progetto sociale e infine una normale, sentita manifestazione diventa la
prova di assalto “al palazzo d’inverno”
Secondo me è una follia. La sicurezza di chi manifesta
deve essere garantita almeno da accordi fra gli organizzatori, perché fra un
po’ saremo nella condizione come alle elezioni dove il 55 % se ne frega e non
vota, ma soprattutto non fa nulla per cambiare la situazione giorno per giorno.
Avere coscienza dei tempi che corrono è fondamentale,
come delle forze in campo, della disgregazione anche motivata, delle differenze
culturali.
Come pensare che nella situazione attuale dalla
Palestina o dall’Ucraina crescano forti opposizioni gestite e capaci di
cambiare la storia
Siamo in un momento in cui le motivazioni per
protestare e opporsi non mancano certo, ma se non c’è un lavoro di dialogo e
aggregazione inclusiva, un elaborazione politica di obiettivi comuni affiancata
dall’abitudine di frequentarsi e confrontarsi siamo davvero poca cosa.
Ancora
sui fatti di Torino - Eric
Gobetti
Fermo restando che la violenza su una persona inerme è
sempre condannabile, la violenza della polizia è strutturalmente più grave di
quella dei manifestanti. Per due ragioni. Primo: il compito della polizia è
proteggere i cittadini e permettergli, tra le altre cose, di esprimere il
proprio diritto costituzionale al dissenso. Creare condizioni di insicurezza
fisica a decine di migliaia di cittadini è sintomo di grave incompetenza o di
criminale attacco alla libertà di espressione. Secondo: la polizia è armata e
protetta. In caso di conflitto un civile è sempre una vittima inerme. Se vale
per le foibe, deve valere anche per Gaza e per Torino. Il poliziotto aggredito
in corso Regina è già a casa e sta bene, perché era preparato, addestrato e
vestito adeguatamente per lo scontro, in quanto militare pagato dallo Stato per
affrontare rischi del genere. Il signore in foto, aggredito a Torino da
poliziotti senza numeri identificativi, è una vittima inerme di un abuso di
potere: avrebbe potuto anche essere ucciso e, come sappiamo da altri casi
analoghi, quasi certamente il colpevole sarebbe rimasto impunito. Un
rappresentante dello Stato che si preoccupa di un singolo poliziotto lievemente
ferito e ignora (o peggio criminalizza) decine di cittadini inermi aggrediti da
persone armate, si schiera implicitamente dalla parte dei violenti, degli
incompetenti e dei criminali. E contro tutti gli italiani che giustamente
chiedono sicurezza e libertà di espressione. In sostanza, contro la democrazia.
#torinoresiste
#libertàdidissenso
#poliziademocratica
Di cosa
ci parla la violenza? - Marco
Meotto
“Hey, hey, abbasso la polizia. Che vi siano
spezzate le ossa”. Così recita il ritornello di un’antica canzone di lotta
del Bund, il glorioso partito socialista rivoluzionario degli ebrei russi e
polacchi di inizio Novecento.
Ho in testa il ritornello in yiddish di questa canzone (Hey, hey, daley
polizei!) dal tardo pomeriggio di sabato 31 gennaio, quando
una manifestazione ben riuscita, popolata da decine di migliaia di persone,
si è conclusa con oltre due ore di durissimi scontri tra polizia e centinaia,
se non un migliaio, di manifestanti, piuttosto ben attrezzati per la
“guerriglia urbana”.
Vorrei partire da questa personalissima libera associazione di idee per provare
un esercizio, scomodo e molto controcorrente, di analisi dei disordini di
sabato in una chiave diversa da quelle che sinora sono state adottate – e che
si possono semplificare in condanna netta (da destra) e dissociazione (da
sinistra). Vorrei spostare il discorso sul piano più generale del rapporto, a
mio modo di vedere piuttosto ipocrita, che abbiamo nei confronti della violenza
di piazza e dei suoi significati simbolici.
Faccio una premessa di metodo: nel mio ragionamento non mi soffermerò sulla
domanda, più che legittima, del cui prodest, non perché non la
ritenga importante (anzi, è importantissima e mi inquieta), ma perché una tale
domanda sottende altro. E vale a dire invita a pensare che gli scontri siano
stati, se non direttamente provocati da infiltrati, in qualche modo cercati e
costruiti come “trappola” per delegittimare un movimento di massa.
Indipendentemente da fattori che è bene non escludere mai – gli apparati di
Stato si infiltrano a prescindere nelle frange più radicali – questo tipo di
lettura, tutto teso a cogliere i fini e non le cause, tende a negare o a
ridimensionare al minimo la soggettività di chi concretamente gli scontri li ha
condotti. E, a meno di pensare che gli infiltrati e i provocatori fossero
centinaia e centinaia, questo modo di procedere non ci aiuta ad andare a fondo.
Spesso lo sguardo sulle forme violente di conflitto sociale è affetto da una
singolare miopia selettiva, una forma di schizofrenia storica e geografica che
depotenzia completamente la nostra capacità di comprendere il presente.
Qualcuno avrà smesso di leggere già a questo punto, ritenendo che gli incidenti
di sabato scorso non possano essere intesi come “conflitto sociale”, ma cosa
sono centinaia di persone che si scontrano in piazza con la polizia se non una
forma estrema e violenta – discutibilissima, se si vuole – di conflitto
sociale?
Da storico, sulla scorta di lezioni preziosissime come quelle di E.P. Thompson,
quando ho studiato le rivolte del passato – i moti per il pane nell’Inghilterra
del Settecento, il luddismo che fracassava i telai, le sollevazioni delle plebi
urbane ottocentesche – mi sono sempre concesso il lusso dell’analisi complessa.
Ho ritenuto legittimo scavare nelle condizioni materiali, nella rottura di
patti sociali non scritti, nell’economia morale violata. Diciamo: “Erano
disperati”, “Vivevano sotto un’ingiustizia intollerabile”. La violenza sociale,
agli occhi dello storico, diventa un linguaggio, rozzo – magari moralmente non
condivisibile – ma decifrabile, l’ultimo vocabolario a disposizione di chi è
stato privato di ogni altra parola.
Osservo che lo stesso sguardo, più propenso al
comprendere che al giudicare, è spesso riservato anche a forme estreme di
conflittualità o rivolta che ci appaiono distanti nello spazio. Di fronte alle
immagini di una protesta che degenera in scontri violenti in qualche capitale
lontana, o di una folla che si riversa in piazza mettendo a ferro e fuoco le
strade in una grande città (possibilmente non europea), ci trasformiamo
immediatamente in sociologi. Proviamo a cercare le cause profonde: “è l’eredità
del colonialismo”, “è la disoccupazione endemica”, “è la repressione di un
regime autoritario”. In questi casi, la violenza – almeno negli osservatori che
guardano da sinistra – non è mai ridotta a semplice criminalità, a terrorismo
nichilista. Piuttosto è il sintomo tragico e comprensibile di un male sociale
radicato. In questo senso lo sguardo è esotico, colloca i fenomeni sociali in
un contesto così distante e “altro” da noi da poterli analizzare con distacco,
senza sentire minacciato il nostro ordine di cose vigente.
Il paradosso emerge quando invece rivolgiamo lo sguardo al conflitto urbano,
quando avviene qui ed ora, sotto i nostri occhi. Per i fatti di sabato scorso
l’attrezzatura analitica svanisce. Subentra immediatamente il registro
patologico della criminalità: “teppisti”, “violenti”, “agitatori
professionisti”, “black bloc”, “terroristi”. È una lettura, spesso fatta da
politici o da chi si ritiene tale, che, però, depoliticizza i fenomeni. La
violenza viene osservata come un atto di pura insensatezza, per qualcuno da
reprimere, per altri da allontanare con verbose condanne. Questo finisce per
legittimare, in un modo o nell’altro, la narrativa che propone lo stato
d’eccezione, non quella che prova a comprendere le ragioni sociali profonde di
un fenomeno.
L’insegnamento di Thompson diventa una bussola
preziosa per evitare questa trappola. Studiando le trasformazioni sociali tra
Settecento e Ottocento, Thompson ci ha insegnato a non chiederci solo cosa
faceva la folla, ma soprattutto cosa intendeva fare, a quale codice morale o
consuetudinario si stesse, in modo più o meno esplicito, richiamando.
Nelle società preindustriali, la violenza collettiva spesso tracimava quando
veniva violato un confine preciso: il prezzo del pane che superava la soglia
della fame, una recinzione che rubava una terra di uso comune. Oggi, quali sono
le “enclosures”, i confini simbolici violati? Potrebbero essere l’impossibilità
di accedere a una casa nonostante un lavoro, la percezione che la mobilità
sociale sia un ascensore bloccato, la sensazione che la partecipazione
democratica si sia ridotta a un rituale vuoto, la trasformazione dello spazio
urbano in aree riservate che esclude, la consapevolezza che la la guerra è
dietro l’angolo ed è pronta a mangiare le nostre vite (le “nostre” e non quelle
delle élite che ce la presentano come necessaria, sia chiaro)?
C’è poi la questione del rapporto con lo Stato. Me lo
hanno suggerito direttamente i commenti politici più insistenti (“Hanno attaccato
lo Stato”, “vogliono sovvertire lo Stato”).
Cosa può rappresentare oggi lo Stato agli occhi di chi
non ha mai conosciuto la sua versione buona, “welfaristica” da trentennio
glorioso? C’è ormai una generazione e mezzo che ha conosciuto solo la versione
rude dello Stato, quello neoliberale, che taglia i servizi, che rinchiude nei
Cie, che ferma gli operai dell’Ilva quando chiedono che il lavoro sia tutelato,
che esegue gli sfratti su mandato dei palazzinari, che non fa nulla per
contrastare condizioni di lavoro così orribili che ci riportano indietro di un
secolo e mezzo, ma che trova i miliardi per il piano di riarmo europeo.
Sembrerà una banalità, ma nelle nostre società, lo Stato è onnipresente nella
sua forma repressiva: le forze dell’ordine sono il volto immediato
dell’autorità. Lo scontro con loro non è quindi solo uno scontro fisico, ma uno
scontro simbolico con chi è ritenuto il guardiano di un ordine ingiusto.
Dopotutto non è questa stessa percezione che riconosciamo guardando una rivolta
contro un regime estero che ci viene dipinto come una “autocrazia”?
Guardare con occhio storico i fatti di Torino di sabato scorso evita di
trasformarci in moralisti che disquisiscono con razionalità e distacco di come
si dovrebbe davvero fare una politica di sinistra. Significa guardare la
violenza e non domandarci in primo luogo “come la condanniamo?”, ma chiederci
“che cosa vuole comunicarci?”.
Dentro
il corteo - Giorgio Monestarolo
Percorrendo avanti e indietro l’enorme corteo di
sabato 31 gennaio, Torino partigiana, percepivo chiaramente una voglia di
lottare, di partecipare, di gridare che ne avevamo abbastanza di un governo che
se non è fascista è certamente nostalgico del fascismo. Con la stessa chiarezza
comprendevo però che queste stesse persone non avevano nessuna voglia di
scontrarsi con la polizia anzi, al contrario, speravano che Aska si mettesse
davvero alla testa di un grande movimento antifascista e popolare.
Qui sta la contraddizione, i due cortei che
apparentemente hanno sfilato per un lungo tratto insieme, ma che alla fine si
sono rivelati diversi. Molta della delusione che ritrovo nelle chat, nei
commenti del giorno dopo, nelle parole che scambio con gli amici e con i compagni
nasce da questo desiderio che, essendo irrealistico, non poteva realizzarsi.
Molte delle critiche che si rivolgono ad Aska per gli scontri, le violenze,
l’insensatezza politica di un’azione che non potrà che portare ad altra
repressione e ad altre divisioni a sinistra, nascono dal fatto che questa
enorme moltitudine continua a non pensarsi come soggetto politico e cerca,
disperatamente, qualcuno che possa rappresentarla.
Per tornare coi piedi per terra bisogna invece
guardare ad Aska per quello che è in questo momento. Aska rappresenta due cose:
da una parte, un mondo giovanile delle periferie o del centro, poco importa,
che non ha spazi, che non ha luoghi, che non ha punti di riferimento e che nel
mito di Aska ribelle cerca un principio di identificazione. Questi giovani
hanno dentro rabbia e disillusione, un po’ come tutte le generazioni giovanili
che si affacciano alla vita in una società, complessa, alienante come è la
società postindustriale. Dall’altra parte, Aska ha una generazione più vecchia,
con una lunga esperienza militante e politica, che è ben consapevole dei limiti
dell’identità ribellistica e giovanilistica. Sono quelli che in questi anni
hanno costruito un’ampia e vasta rete di alleanze sociali e politiche. Lo
sgombero violento e forzato della polizia a dicembre 2025 ha fatto saltare l’equilibrio. I
giovani non ci stavano ad accettare che la loro identità fosse cancellata. La
mediazione, è stata il grande corteo del 31, un corteo che ha permesso ai
manifestanti pacifici di sfilare in sicurezza e ha lasciato nell’ultimo tratto
la possibilità alla componente giovanile di scontrarsi con la polizia ed
esprimere, nel gergo antagonista, “la sua soggettività”.
In questo modo, non ci sono stati scontri lungo il
corteo, non ci sono state vetrine rotte, macchine bruciate, manifestanti
pacifici manganellati dalla polizia, cariche capaci di colpire nel mucchio. Il
prezzo politico è stato di sacrificare le alleanze e soprattutto di frustrare
quel desiderio così chiaro di schierarsi dietro Aska, come ultimo baluardo di
una politica che non c’è. Tutte le critiche politiche ad Aska possono essere
legittime. Ma dobbiamo anche domandarci: senza di loro, chi terrebbe un filo
diretto, un contatto con una gioventù insoddisfatta, spesso marginalizzata sul
piano sociale, ma ancora più spesso su quella culturale?
Torniamo ancora sulle violenze. Cosa sono state alla
fine? Tafferugli, petardi e bombe carta. Certo, giovani con i caschi, gli scudi
preparati agli scontri ma alla fine nulla a che fare con la guerriglia urbana o
con scene di violenza indiscriminate. Anche il poliziotto accerchiato, una
brutta scena, risulta un tassello di un mosaico e non il tutto. Sappiamo che
prima lo stesso poliziotto manganellava a terra un manifestante. Sappiamo che,
per fortuna, il famoso martello era in realtà un martelletto, e che potendo
fare danni irreparabili in realtà è stato sbattutto sul giubbotto
antiproiettile. Si giusifica questo comportamento? No, ma allo stesso tempo non
lo si può trasformare in qualcosa di mostruoso, in qualcosa di più grave di
quello che già è.
Quale lezione trarre? Intanto, sappiamo che il governo
oltre a reprimere, rubare, mal governare non sa fare. Cerca disperatamente un
nemico per coprire il nulla che ha realizzato in tre anni, lasciando il paese letteralmente
in mutande. Il malcontento e la rabbia non potranno che crescere ma sappiamo,
anche, che questo malcontento deve trovare una strada di espressione che sia a
tutto tondo politica. Quello che urge è la costruzione di un nuovo soggetto
politico che federi e unisca attraverso una fase costituente, anche lunga,
tutti coloro che dal basso si sono mobilitati contro la guerra, il genocidio,
il disastro sociale e ambientale prodotto dai governi precedenti e portato
all’estremo da quello dei profascisti. In questo cammino, che non so se mai
giungerà a termine, Aska avrà un ruolo. Non quello immaginario dei desideri
impossibili ma quello che nasce dal riconoscersi differenti, anche se dalla
stessa parte.
SERGIO
SEGIO su FB
Come mostrano le cronache e il dibattito dopo gli
scontri a Torino nella manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna, il
doppio standard e gli strabismi nel giudizio politico e morale sulla violenza
si sono fatti senso comune, la torsione della verità è divenuta tanto più
spudorata quanto più incontrastata
Nel mio libro Miccia corta c’è anche
un apparato iconografico. Una delle fotografie lì contenute, e qui sotto
riportata, mostra un corteo sindacale della fine del 1969, successivo alla
morte in piazza dell’agente della celere Antonio Annarumma, rimasto
accidentalmente ucciso (in uno scontro tra due jeep della polizia, secondo
filmati e testimoni) durante scontri tra polizia e manifestanti. Nell’immagine,
un operaio tiene alto un cartello che ricorda all’allora presidente della
Repubblica: «Saragat! Operai 171, poliziotti 1».
Dopo la morte di Annarumma si scatenò una virulenta
campagna politico-mediatica contro operai in lotta, sindacati e partiti di
sinistra, che allora facevano il proprio dovere, cioè sostenevano le classi
sociali più deboli e denunciavano, nelle aule parlamentari e fuori, le
malefatte dei governi democristiani, talvolta sorretti dai voti del partito
neofascista. Quel partito si chiamava Movimento Sociale Italiano, aveva come
fondatore e segretario Giorgio Almirante, già capo di gabinetto del ministero
della Cultura durante il regime fascista, nonché capo redazione de “La
difesa della razza”, rivista antisemita e razzista dell’epoca. In quel
partito militarono anche alcuni di coloro che sono attualmente al governo in
Italia. E che, naturalmente, sono quelli che più forte strillano in questi
giorni, dopo gli scontri di Torino alla manifestazione di protesta per la
chiusura di Askatasuna.
A quel partito neofascista si rivolgevano anche le
simpatie e si convogliavano i voti di una cospicua parte dei poliziotti e
carabinieri dell’epoca. Così come di capi eversivi e di generali golpisti (tra
di loro Ciccio Franco e Vito Miceli) poi regolarmente eletti e portati in
Parlamento proprio dall’MSI per salvarli dalle rare e sempre inconcludenti
indagini giudiziarie, invece molto solerti ed efficienti nella repressione
contro operai, studenti e militanti della sinistra extraparlamentare. Pure una
parte non marginale della magistratura, infatti, era esplicitamente
conservatrice quando non di estrema destra. Del resto, molti dei vertici delle
polizie, dei servizi segreti e della magistratura ancora provenivano dai ranghi
del regime mussoliniano, essendo stati provvidenzialmente salvati e prontamente
reintegrati dalle ripetute amnistie e mancate epurazioni dopo la Liberazione.
Epurazioni che, invece, colpirono ed emarginarono i partigiani.
Quelle 171 vittime non hanno mai ottenuto alcuna
giustizia. E neppure le vittime della legge Reale: varata nel maggio del 1975
(con l’opposizione del PCI, che però successivamente si schierò contro il referendum
abrogativo) limitava il diritto di manifestare e rendeva non perseguibile
qualsiasi eccesso o uso improprio delle armi da fuoco da parte delle forze
dell’ordine; in sostanza una repressione del dissenso e uno scudo penale simile
a quello che vuole ora imporre il governo Meloni strumentalizzando gli scontri
avvenuti a Torino.
Dall’entrata in vigore di quella legge al 1989 le
forze dell’ordine provocarono 254 morti e 371 feriti, un terzo dei quali in
assenza di qualsivoglia reato. Uccisioni e ferimenti rimasti regolarmente
impuniti. Così come i tanti altri, prima e dopo, avvenuti a opera di uomini e
apparati dello Stato.
Erano anni di piombo, ma non nel senso fraudolento
divenuto comune, bensì in quello originario del film di Margarethe von Trotta.
Successivamente, le polizie, ormai non più controllate e “calmierate” dai
partiti della sinistra e da una stampa non asservita, hanno consolidato la
propria facoltà di violenza sproporzionata e gratuita in piazza contro
manifestanti e dissenzienti, la pretesa di impunità e i propri riferimenti
ideologici e politici.
Chi si ricorda dei coretti a Genova quando, dopo aver
ucciso Carlo Giuliani in piazza Alimonda, dopo la “macelleria messicana” alla
Scuola Diaz, dopo aver rastrellato manifestanti feriti negli ospedali e averli
portati alla caserma di Bolzaneto, mentre li torturavano, carabinieri e
celerini cantavano: «uno, due, tre viva Pinochet, quattro, cinque, sei morte
agli ebrei, sette, otto, nove il negretto non commuove»?
Come del resto, nessuno in precedenza aveva chiesto la
cacciata o almeno il prepensionamento di quel “professor De Tormentis”, al
secolo questore Nicola Ciocia, messo a capo di una squadra di poliziotti
torturatori voluta dal ministero dell’Interno contro i militanti della lotta
armata, un signore che si faceva intervistare con un busto di Mussolini sulla
scrivania e si dichiarava orgogliosamente «fascista mussoliniano».
Non erano né gli anni Cinquanta né più i Settanta: era
il 2001. Al governo, con Silvio Berlusconi, vi erano quelli stessi eredi del
neofascismo italiano che si erano fatti le ossa nelle sezioni del MSI e che in
quei momenti di “democrazia sospesa” (e mai più ripresasi, viene da dire).
Mentre i massacri e le torture erano in corso, in veste di ministri e di
vicepresidenti del Consiglio arringavano e sostenevano le polizie direttamente
nella sala operativa della questura e del comando dei carabinieri di Genova e
nella stessa caserma di Bolzaneto.
Eppure, allora, pur se non si arrivò a istituire una
Commissione parlamentare d’inchiesta, le opposizioni di sinistra e i media,
magari in parte, con prudenze, autocensure e timidezze, contribuirono a fare
conoscere la verità dei fatti, a denunciare l’accaduto. Il finale non è stato
granché diverso, poiché diversi responsabili in divisa della mattanza genovese
furono persino promossi.
Adesso, invece, come mostrano le cronache e il
dibattito dopo Torino, il doppio standard e gli strabismi nel giudizio politico
e morale sulla violenza si sono fatti senso comune, la torsione della verità è
divenuta tanto più spudorata quanto più incontrastata.
Con la memoria, ci è stata infine tolta anche la voce
e la volontà di stare dalla parte del torto, quella degli oppressi, delle
vittime del potere e della repressione.
Non c’è più nessuno, se non minoranze marginali senza
più ascolto, che abbia il coraggio di gridare ad alta voce: «Mattarella!
Manifestanti 171, poliziotti 1».
Anche perciò quando, dopo Askatasuna, verranno a
prendere pure voi – e state pur certi che verranno, perché il fascismo è come
lo scorpione dell’apologo – non ci sarà più nessuno a difendervi.
comunicato Askatasuna
«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», spesso attribuita
a Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione
zen/buddista.
Il senso è semplice e potente: ci si può perdere nel mezzo e mancare il
significato, fermarsi alla superficie senza cogliere ciò che davvero è in
gioco. È un proverbio utile oggi più che mai, per non perdere la bussola e
andare a ruota della macchina narrativa costruita e alimentata dal governo e
dai media mainstream a esso supini, a partire da ciò che è accaduto nella
manifestazione del 31 gennaio.
Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di
là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattuto, il governo. Un
passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale
simbolo di resistenza, capace di far convergere centinaia di realtà e oltre
50.000 persone in una manifestazione a difesa degli spazi sociali, delle
pratiche di libertà e contro il governo Meloni. Una vera boccata d’ossigeno in
un contesto politico, nazionale e internazionale, segnato da guerre,
colonialismo, repressione e da un clima generale che farebbe accapponare la
pelle anche ai più ottimisti. In un tempo dominato da politiche guerrafondaie,
dall’oscuramento delle questioni ecologiche, da misure sessiste, omofobe e
discriminanti, lo sgombero di uno spazio sociale storico è diventato occasione
per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico
enorme. La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie
che compongono la piazza, permettendoci di sentirci più forti e meno soli,
mentre la controparte affila gli artigli e accompagna il Paese verso una deriva
autoritaria sempre più esplicita, che guarda con ammirazione a modelli violenti
e reazionari, dagli USA alle peggiori esperienze europee. E proprio dagli Stati
Uniti – Minneapolis insegna – arrivano segnali di resistenza e solidarietà diffusa
che parlano anche a noi.
Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire
in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato
in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e
devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina,
l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro
Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata,
scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare,
coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e
identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non
si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse
metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi
a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare
un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che
mai gli andata giù. Quella disponibilità alla resistenza è la stessa che
vediamo da mesi nelle piazze contro il genocidio in Palestina: indica che
esiste una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a
stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a
tracciare un confine netto. Corteo del 20 dicembre, corteo del 31 gennaio: se
tanta gente, così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in
due mesi bisognerà farci i conti no?
Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa
per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine
pubblico. C’è da stupirsi? Non vedere il continuum dell’apparato repressivo
messo in campo in questi giorni è pura miopia. Prima è arrivato l’allarmismo
securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in
piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica
criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si
strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. Prese di
posizione strumentali del solito circolino di giornalisti, di politici e
opinionisti di regime, impegnati a imporre una verità narrativa che tenta di
cancellare la forza di ciò che sta nascendo. Si azzardano paragoni storici
ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale:
se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli,
se il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza. Vanno loro dietro
PD e Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul
terreno dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e
condanne rituali. Ancora incapaci di capire, dopo anni di sconfitte, che la
destra sarà sempre più abile di loro nel parlare alla pancia di chi è stato
convinto che i nemici stiano in basso, e non in alto e che così non si fa altro
che alimentare l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto: un governo
complice del genocidio in Palestina, delle politiche di guerra, che pensa che
un infermiere e una scrittrice ammazzati mentre protestavano contro ICE se la
sono cercata, che parla di “remigrazione” e vuole una società divisa,
spaventata, impotente, incapace di organizzarsi.
La manifestazione del 31 gennaio, però, ci dice che non è più tempo di
equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere. I 50.000 scesi in
piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al Paese. Hanno indicato
una strada per rafforzare e allargare l’opposizione sociale all’attuale
governo. Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di
confronto. Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con
ottimismo e consapevolezza.
E soprattutto: non fermiamoci a guardare il dito, se osserviamo bene la luna
appare più luminosa che mai. Ne avremo bisogno in questa lunga notte.
Solidarietà agli arrestati!
Angelo, Matteo e Pietro liberi Askatasuna
Intervista di Giorgio Monestarolo a Martina del centro
sociale Askatasuna sui fatti del 31 gennaio
Dopo la manifestazione di sabato 31, Crosetto sostiene
che i militanti di Aska sono come le Brigate Rosse, Meloni promette leggi
speciali e nuovi decreti sicurezza. Martina, tu che manifestazione hai visto?
Ho visto una manifestazione di oltre 50 mila persone,
tutte protagoniste e capaci di determinare gli obiettivi e i temi da portare in
quella piazza. Ho visto giovani, anziani, famiglie, bambini, giovanissimi,
tutti e tutte coloro che hanno sentito la necessità di prendere una posizione
che fosse quella di una chiara e netta opposizione al Governo e contro
l’orizzonte di guerra verso il quale ci sta portando. Crosetto parla di BR con
la leggerezza con cui si beve un bicchier d’acqua: oggi per la politica
istituzionale, per i media, per la narrazione dominante le parole non hanno più
un peso, né un
significato. E’ ovvio che sono paragoni che stanno nell’alveo di una
strategia politica atta a alzare il livello della tensione, costruire il nemico
pubblico, creare allarmismo e soprattutto paura nei confronti di chi vuole
dissentire. E’ chiaro a chiunque che la fase storica attuale non abbia
niente a che vedere con gli anni ’70, non c’è bisogno di essere degli storici.
Crosetto gioca con le parole ma oggi il rischio è che anche il virtuale assuma
sostanza. Rispetto all’accelerazione sul ddl sicurezza e le leggi speciali non
è una novità, erano in cantiere anche prima del 31 gennaio: in questo
senso però si apre una bella occasione per la cosiddetta sinistra di smarcarsi
dal campo reazionario e mostrare di avere un po’ di coraggio, invece che
fare gli utili idioti del governo, sarebbe ora di contrapporsi alla deriva
autoritaria e repressiva. Se ne hanno l’intenzione, altrimenti semplicemente
asseconderanno la tendenza degli ultimi 50 anni e si siederanno al tavolo dei
perdenti.
Attorno ad Aska era scesa in piazza una rete,
un’embrione molto interessante di un percorso politico comune. Inutile
nascondere che serpeggia rabbia e frustrazione. Ti sembra di esservi presi cura
di quei cinquantamila che hanno risposto con entusiasmo al vostro appello?
Innanzitutto i 50 mila scesi in piazza sono persone
che hanno attraversato la manifestazione da protagoniste e dunque non hanno
bisogno di una “balia”. Un conto è la cura collettiva della manifestazione
(ci sono stati i passaggi collettivi che hanno determinato un percorso, ci sono
stati medici e infermieri che si sono messi a disposizione, ci sono stati
legali che hanno dato disponibilità per dare sostegno) che è quello che è
successo; un altro conto è pensare che lo svolgimento di un corteo sia
appannaggio e delega di un gruppo ristretto (quali sarebbero i suoi confini?).
Penso che chi scende in piazza oggi sia in grado di autodeterminarsi, di dare
il contributo che reputa e di sentirsi in possibilità di scegliere, se non
partiamo da questo presupposto non capiamo cosa significa costruire percorsi di
attivazione e autonomia. L’entusiasmo c’era, chi ha scelto di contribuire in
maniera più forte ha fatto uso di determinate pratiche, chi ha voluto
partecipare e sostenere lo ha fatto, rimanendo presente, con determinata tranquillità.
La frustrazione del giorno dopo è normale quando in un Paese come il nostro non
si è abituati al conflitto sociale. Penso che sia importante distinguere la
necessità di confronto su un piano profondo nei termini di strategia
politica collettiva e di quali sono le esigenze in una prospettiva futura con
un obiettivo comune (che mi sembra più che chiaro e condiviso: opporsi al
governo Meloni e alle sue politiche) pur mantenendo le proprie
specificità e differenze, che è un punto assolutamente legittimo e
fondamentale per costruire avanzamenti collettivi. Un altro discorso è invece
non rendersi conto che fare a gara tra chi prende le distanze per primo
dalle “violenze” fa soltanto il gioco del governo. Sarebbe
un’occasione d’oro per i progressisti e i democratici , tutti coloro che si
sentono di sinistra insomma, trovare il coraggio di non esprimersi banalizzando
una piazza così eterogenea, composita, ricca, che ha dato prova di essere
anche forte e solida, e guardare ciò che quella piazza ha indicato: quali sono
le esigenze? quali sono gli obiettivi? come si struttura un percorso che possa
essere vincente? Questa è l’opposizione al Governo Meloni, che piaccia o
no. Bisognerebbe essere in grado di superare i limiti storici della sinistra
che sono quelli che ci hanno portati dove siamo ora.
Quando si fa politica contano i risultati. Oggi Aska
non c’è più come centro sociale, i suoi militanti e i suoi simpitazzanti
sono al centro di una tempesta mediatica e giudiziaria, è in arrivo un
ulteriore giro di vite repressivo. Era questo l’obiettivo del corteo Torino
partigiana?
Il primo risultato è un’assemblea di mille
persone, un corteo di 50 mila e una chiara risposta che ha spostato il terreno
su un piano di rilancio e non di difesa sterile dei centri sociali
aggrappandosi alla nostalgia dei tempi che furono. Ora l’obiettivo di Torino
partigiana continua a stare in piedi ed è ciò che si metterà in campo
continuando a lottare contro la militarizzazione di Vanchiglia, verso i
prossimi appuntamenti di mobilitazione che dovranno essere ampi e capaci di
articolare questa opposizione a partire dai territori, il pensiero va
sicuramente al 25 aprile e al primo maggio ma non solo. Il centro sociale non
c’è più sul piano del simbolico, ma sul piano fisico c’è eccome. Sarà anche
distrutto all’interno e circondato da jersey e camionette ma “vanchiglia
chiama Torino” l’ha detto chiaro e tondo: l’edificio di corso regina 47 deve
tornare al quartiere e deve essere restituito mantenendo le sue caratteristiche
principali; deve essere un luogo aperto, inclusivo, attraversabile da tutti e
tutte, in maniera gratuita e fuori dalle logiche del profitto di fondazioni o
altro. Questa scommessa continua a rimanere valida. Sul piano repressivo
occorre rendersi conto che non è dando in pasto qualcuno alla fame di capri
espiatori che allora si continuerà a vivere tranquilli. Se il dissenso e
il conflitto vengono affrontati dal governo come una questione di ordine
pubblico, di sicurezza e di repressione, prima toccherà a chi è più
in vista ma poi toccherà a tutti gli altri. Si levino dalla testa i
sinceri democratici che stando buoni al proprio posto a fare il proprio dovere
si possa scampare alla stretta autoritaria e repressiva. Minneapolis,
l’Ungheria di Orban, il consenso per Le Pen: sono dietro l’angolo. Se il
modello Vanchiglia-Torino laboratorio di pratiche repressive e securitarie
verrà fatto passare perché si attende la protesta con i giusti modi,
gentile e pura, quello sarà il modello per tutte le città e
territori. E non sarà colpa dei “violenti” sarà colpa di chi non
ha capito da che parte bisogna stare. Quindi è fondamentale sin da ora
ricominciare a parlare il linguaggio della solidarietà, della comunità che
resiste e che è associazione a resistere a fronte delle imposizioni e dei
tentativi di isolamento, criminalizzazione e di procedimenti giudiziari pesanti
come l’appello per la sentenza di primo grado per il processo di associazione
per delinquere ripreso in mano dalla Procura. Basta dare uno sguardo alla
storia che ci precede.
Sono in molti a sperare che il 31 gennaio chiuda il
breve autunno dei movimenti. Nel frattempo a Bologna, lo scorso 25 gennaio,
l’assemblea No Kings ha lanciato un percorso di convergenza della sinistra
sociale e una scadenza a Roma per il 28 marzo. Dove vuole andare Aska?
Chi sono questi molti? Io vedo tantissime persone che
vogliono continuare a lottare per i propri diritti. Lo abbiamo visto a
settembre ottobre e penso che quello che è stato il movimento Blocchiamo Tutto
se anche si è sopito sta sobbollendo sotto la crosta. L’assemblea No Kings ha
lanciato questo percorso che si darà i suoi spazi di discussione per fare
in modo che la data del 28 marzo sia larga e partecipata, ben vengano tutti gli
spazi e gli appuntamenti che abbiano come parole d’ordine: contro il governo,
contro la guerra, per la difesa degli spazi di aggregazione, e non intendo solo
gli spazi sociali ma in generale la possibilità di incontrarsi e
confrontarsi, perché è questo che si vuole colpire. Aska continuerà ad
andare avanti insieme, cercando di moltiplicare le dimensioni di attivazione,
di ragionamento e approfondimento. A tal proposito l’appuntamento “Per
realizzare un sogno comune” di Livorno che si terrà il 21, 22
febbraio è un momento aperto e pubblico per ragionare su Blocchiamo tutto, sui
limiti e sui punti di forza dei movimenti a fronte della fase che cambia,
accelera e ci pone davanti tante sfide stimolanti. Speriamo di poterci
confrontare in molte occasioni perché pensiamo che l’approccio vincente sia
quello di individuare l’obiettivo comune e lavorare collettivamente per
raggiungerlo.
“Il martello” di Torino “aggiustato” da Crosetto - Rita Rapisardi
E’ chiaramente materiale per gli
avvocati difensori degli arrestati, attuali e futuri, per i fatti di Torino.
Oltre che per i magistrati chiamati ad occuparsene.
Però, anche come attivisti in
qualche misura resi “esperti” da una vita di militanza, ci sembra che questa
testimonianza di una giornalista de il manifesto getti una
luce completamente diversa sull’episodio-chiave che sta orientando la
“comunicazione” governativa, della destra post fascista, del cosiddetto “campo
largo” e anche di qualche fesso sempre pronto a cadere nella distinzione tra
“buoni” e “cattivi”, alimentando la retorica sugli “infiltrati” anche quando
non ci sono (altre volte sì, e l’abbiamo anche denunciato spesso).
Partiamo dagli elementi certi: c’è
un video, girato da un reporter – professionista o free lance non sappiamo, ma
non importa – che mostra la sequenza completa del “pestaggio col martello”.
Quel video, che non vediamo l’ora
di vedere per intero, secondo la giornalista mostra un poliziotto che si
avventura in solitaria contro un gruppetto di manifestanti che si stanno
ritirando per cominciare a manganellare due di loro che erano rimasti indietro,
infierendo su uno caduto a terra.
A quel punto un gruppetto torna
indietro per sottrarre i due compagni alla furia del manganellatore solitario,
lo spinge via e solo a quel punto si comincia a veder quel che gira dappertutto
– ma opportunamente tagliato – da ieri sera.
La paternità del video “aggiustato”
viene rivendicata quasi contemporaneamente dall’ex senatore del Pd, Stefano
Esposito (un anti-tav
storico anche come autore di fake news, ora disperso in formazioni
ignote) e dal ministro della difesa Guido Crosetto, che ne prende spunto per
straparlare di “combatterli come le BR”. E dire che Crosetto passava per
“quello serio” in una compagine un po’ risibile…
Ce n’è abbastanza, ci sembra, per
vedere la scena in modo un po’ diverso e più simile a quel che vediamo in
questa settimane a Minneapolis. Un “agente” che si crede Rambo, ma che nel
picchiare i manifestanti sbaglia pesantemente approccio (rimane solo,
sconsigliato da tutti i manuali) e viene respinto – in modi altrettanto
bruschi, inevitabilmente – da diversi “Alex Pretti” nostrani. Per fortuna di
tutti, qui, l’uso delle armi in piazza non è una pratica comunemente ammessa.
Chissà se è a questo che Matteo
Salvini pensava quando, straparlando a sua volta, ha detto che “per questa
gentaglia il carcere non basta“. Oppure preferisce la tortura?
P.s. Nel frattempo, il poliziotto “ridotto
quasi in fin di vita“, è stato dimesso a meno di 24 ore dalla “terribile
aggressione”. Giusto il tempo di fare da sfondo per un servizio fotografico con
la presidente del consiglio, evidentemente dotata di poteri terapeutici
miracolosi (dev’essere per questo che ad un certo angioletto in una chiesa è
stato imposta la sua effigie…).
*****
Ieri sera verso la chiusura del
giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto
martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un
collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi
rimbalza ovunque.
La notizia in poco tempo diventa
quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a
stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non
dalla popolazione per paura di contestazione.
Fortuna vuole che quella scena l’abbia
vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker
che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del
tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la
conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di
Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il
lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.
Migliaia di persone si sono
riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra
parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da
entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli,
motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna
si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con
calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei
lacrimogeni.
In corso Regina ormai erano in
pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al
massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una
ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull’angolo del muro e mi
sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul
corso e mi nascondo tra le auto.
A questo punto vedo arrivare da
sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per
manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad
urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre
di nero poi.
Uno di questi, esce dallo
schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio
di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno
finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto
e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati
dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di
martelletto (non martello).
Mi giro e guardo la squadra,
nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano
delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare“. I militanti si
allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via.
Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più
nessuno.
Cosa capiamo quando vediamo un
video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è
successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte?
Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato“.
Ci sono numerosi video di persone a
terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home
page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal
lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli
ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era
stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si
avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.
Askatasuna: la testimonianza di un giornalista fra
libertà di stampa e repressione
In un comunicato appena pubblicato, un
inviato di Chronocol Media racconta la sua esperienza alla manifestazione – mai
raggiunta in realtà – per Askatasuna.
Sabato 31 gennaio
si è svolta a Torino una manifestazione in sostegno dello storico spazio
occupato Askatasuna, sgomberato lo scorso dicembre. Per le vie del capoluogo
piemontese hanno sfilato migliaia di persone,
l’attenzione dei media è stata catturata dagli episodi di violenza che hanno
fornito a loro volta un assist perfetto al Governo per sostenere l’importanza e
l’urgenza di approvare e applicare le misure previste dal pacchetto sicurezza.
Vi invitiamo ad ascoltare la puntata di Io non mi rassegno interamente
dedicata all’analisi dell’avvenimento.
Ma è successo
anche altro quel sabato. Fra le varie testimonianze, riportiamo
quella di un collega che fa parte del collettivo
giornalistico Chronocol Media e che ha provato a
partecipare alla manifestazione per raccontare – il suo lavoro è proprio questo
– gli avvenimenti. “La mattina del 31 gennaio 2026 un nostro inviato si è
recato in auto a Torino, insieme ad altre quattro persone, per documentare la
manifestazione in solidarietà con il Centro Sociale Askatasuna”. Si apre così
il comunicato rilasciato stamattina dallo staff di Chronocol Media.
“L’inviato era
munito di macchina fotografica, action cam, casco da bicicletta, maschera
antigas, occhialini protettivi e nove bustine di Maalox, un kit abitualmente
utilizzato in scenari in cui si prevede l’uso di gas CS da parte delle forze
dell’ordine. Le altre persone avevano occhialini da piscina e mascherine
FFP3, esclusivamente per protezione dai gas irritanti.
Dopo il
superamento del casello autostradale di Rondissone, intorno alle 10:00,
l’automobile è stata fermata in una piazzola di sosta dalla polizia stradale
per quello che è stato definito un “normale controllo di
polizia”, per il quale non ci è stato chiesto di scendere
dall’auto. Successivamente, sono giunti sul posto due agenti della DIGOS in
borghese, che hanno scattato delle fotografie al volto delle persone in auto,
trasferendo verosimilmente le immagini al posto di blocco successivo.
Intorno alle
11:00 il veicolo è stato fermato una seconda volta in zona Torino Stura, nei
pressi della cosiddetta “Sfinge”. In questa occasione è stato ordinato di
scendere dall’auto e di aprire gli zaini. Sono stati separati casco da
bicicletta, maschera antigas, occhialini protettivi e Maalox. Il tentativo
di spiegare le finalità giornalistiche e
di mostrare l’attrezzatura per la documentazione fotografica e video è
risultato vano.
Durante queste
operazioni abbiamo ripetutamente chiesto quale fosse la ragione del fermo e
delle perquisizioni, ricevendo come unica risposta che “lo avremmo visto poi
sulle carte”. È intervenutanuovamente la DIGOS, che ha scattato
nuove fotografie ai volti con telefoni cellulari, sostenendo che quelle
presenti sui documenti non fossero aggiornate. Alle 11:30 ci è stato comunicato
che saremmo stati “accompagnati” in questura per qualche decina di minuti.Quattro
delle cinque persone sono state caricate su una camionetta,
mentre la quinta è rimasta sull’auto con agenti a bordo.
Dopo circa
mezz’ora di viaggio, alle 12:00, siamo arrivati presso ildistaccamento
della Questura di Torino in via Tirreno 337. Prima di essere condotti in cella
abbiamo potuto contattare il numero dell’Hub di protezione diffuso dal
movimento, che ci ha messo in contatto con un avvocato suggerendoci di
procedere per velocizzare le pratiche. Solo arrivati in questura ci è stato
risposto che il fermo era motivato dalla violazione di un’ordinanza della
prefettura mai specificata, che tuttora non troviamo
ufficialmente pubblicata sul sito della prefettura se non
tramite un generico articolo modificato il 2 febbraio.
Dopo una
perquisizione individuale siamo stati rinchiusi insieme in una cella da otto
persone, già occupata da altre tre, in condizioni di forte
degrado e di gravi condizioni igienico sanitarie. Poco dopo
sono state rinchiuse altre due persone, arrivando ad un totale di dieci. Nel
corso delle ore siamo stati prelevati uno alla volta dalla cella per periodi
variabili tra i quindici e i trenta minuti per diverse procedure: prima per le
generalità, poi per il trasferimento presso la polizia scientifica, dove ci
sono state scattate fotografie segnaletiche, fotografie dei tatuaggi e prese le
impronte digitali.
Tutto
questo, per aver portato degli oggetti di protezione individuale come
occhialini da piscina, mascherine, e nel caso del nostro inviato quello che è
stato provato essere un kit abituale per documentare queste dinamiche altamente
conflittuali.Per tutta la durata del fermo non ci è stata
fornita alcuna spiegazione formale sulle ragioni del provvedimento, né ci è
stato permesso di contattare l’avvocato, ignorando numerose richieste nel corso
delle 9 ore di fermo.
Nel frattempo,
grazie all’attivazione dell’Hub di protezione, amici e familiari sono stati
informati della nostra permanenza in questura, sebbene siano stati comunicati orari
di rilascio tra loro contraddittori, prima le 18:00, poi le
20:00. Il rilascio è avvenuto soltanto alle 21:30, dopo 9 ore e mezza di
reclusione.
Al momento del
rilascio, oltre alla conferma del sequestro dell’attrezzatura di protezione, al
nostro inviato è stata contestata la violazione dell’articolo 650 del codice
penale. Secondo il prefetto, “sulla base di elementi di fatto”, egli sarebbe
“dedito alla commissione di reati che mettono in pericolo la sicurezza e la
tranquillità pubblica”, nonostante fosse incensurato. Come misura preventiva è
stato disposto un foglio di via da Torino della durata di due anni. Ribadiamo
che tale provvedimento è stato adottato per nessuna
condotta avvenuta in manifestazione, alla quale ci è stato impedito di partecipare“.
Va specificato che
Chronocol Media è un progetto indipendente, che nasce dal basso, che si può
considerare un esempio di mediattivismo. Le persone che ne fanno parte – come
viene sottolineato nel comunicato – non hanno lo status di giornalisti pubblicisti
o professionisti e questo è dovuto a una scelta, spesso obbligata, che dipende
dalle condizioni economiche e lavorative che caratterizzano il percorso di
conseguimento del tesserino. Dunque “non abbiamo dunque beneficiato di alcuna
tutela connessa allo status di giornalista. In questa vicenda non
ci è stata riconosciuta né una protezione simbolica né una garanzia
giuridica propria della professione. Siamo state dunque trattate
come persone comuni, tutte incensurate”.
È questo uno
spunto interessante per riflettere non solo sul livello di tensione sempre più
elevato che caratterizza la gestione dell’ordine pubblico in Italia, ma anche
sul tema della libertà di stampa. Secondo la classifica stilata da Reporter
Senza Frontiere, il nostro paese è al 49° posto al mondo per
libertà di stampa. Un risultato estremamente preoccupante, in
peggioramento rispetto allo scorso anno, e anche il tema dell’inaccessibilità
allo status di giornalista sollevato da Chronocol Media si inserisce in questo
dibattito.