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domenica 3 gennaio 2021

I fratelli Karamazov - Fëdor Dostoevskij

Ho letto le mille pagine del libro, ci ho messo più del solito, perché rallentavo, e a volte rileggevo.

Non capita spesso, ma quando capita e arrivi alla fine, dici: già finito?.

Impossibile raccontare di cosa parla un libro, questo libro, e chi lo facesse lo farebbe male.

Solo una cosa posso dire, i tre fratelli si chiamano Ivan, Aleksej e Dmitrij, spero di non aver anticipato troppo.

Provate a raccontare una musica di Mozart o Beethoven, o a raccontare un quadro di Picasso, provateci e poi mi dite cosa capisce chi ascolta.

Tutto succede in pochi giorni e succede tutto quello che può capitare all’animo umano.

Quasi tutte le pagine da sole valgono un libro intero e tante pagine così emozionanti, coinvolgenti, sorprendenti costruiscono un libro immenso.

Se vi volete male non pensate neanche di prendere in mano I fratelli Karamazov, ci sono così tante cose peggiori da fare, ma se ci provate e arrivate alla fine vi accorgerete quanto tempo avete speso in attività inutili nella vita.

Il maestro Manzi direbbe che non è mai troppo tardi.

Ascoltatelo.

Buona indimenticabile lettura.

 

Ps: ho trovato in rete una lettera di Dostoevskij al fratello, scritta in prigione, prima di partire per quattro anni di lavori forzati in Siberia, eccola qui

 

 

 

I fratelli Karamazov è il titolo di uno sceneggiato televisivo diretto da Sandro Bolchi e trasmesso dal Programma Nazionale della RAI nel 1969 – si può guardare su Raiplay (qui qualche link)

 

 

 

 

Tutto è già stato scritto, tutto già commentato a proposito di questa opera grandiosa e solenne. Diventa pertanto complicato scrivere una recensione senza risultare banali o annoiare, ma a conclusione di una lettura così imponente, dopo una mese passato in compagnia dei fratelli Karamazov, si sente forse questa esigenza di raccogliere qualche idea in proposito e lasciarla su queste pagine. Più che un romanzo si può forse considerare “un’opera omnia”, perché Dostoevskij affronta una serie di tematiche, di questioni esistenziali nelle quali l’intera umanità si riconosce, riscontrabili nell’operato dei quattro fratelli K., che emblematicamente, assumono una portata simbolica. Citando le parole pronunciate dal procuratore durante la requisitoria, nel dibattimento processuale a carico di Dmitrij accusato di parricidio, si capisce che i Karamazov sono “creature vaste…capaci di mescolare tra loro tutte le possibili contraddizioni e in un colpo solo contemplare entrambi gli abissi, l’abisso che sta sopra di noi, quello degli ideali superiori e l’abisso che sta sotto di noi, quello del degrado più basso e fetido”. I quattro fratelli sono eroi tipicamente Dostoevskiani che si fanno carico di quella dicotomia bene-male così evidente in tante opere dell’autore.
A partire da Alesa (o Aleksej), il fratello buono e puro per antonomasia, evidente portatore di bene, assoluto credente. La fede e la bontà sono ingredienti di cui questo libro è colmo ed i messaggi di amore verso il prossimo riecheggiano frequentemente scorrendo le tante pagine, distribuiti dall’autore nelle mani (e nella bocca) non solo di Alesa ma anche dello Starec Zosima, figura monacale intrisa di santità, quasi una personificazione di Cristo sulla terra: “ Amatevi gli uni con gli altri….Amate il popolo di Dio…Non abbiate paura del vostro peccato, persino quando l’avrete riconosciuto, purchè vi sia il pentimento”…

da qui

 

I fratelli Karamàzov è l'ultimo romanzo scritto da Fëdor Dostoevskij: nelle intenzioni dell'autore avrebbe dovuto essere il primo capitolo di una trilogia, ma la morte lo colse quattro mesi dopo la pubblicazione del romanzo, avvenuta come spessissimo succedeva nel XIX secolo a puntate su di un periodico politico (la rivista “Russkij Vestnik”, per la precisione) prima che in volume. Oggetto di numerose riduzioni cinematografiche e teatrali, indicato da tanti intellettuali e artisti del '900 come libro preferito e persino citato da Papa Benedetto XVI in una enciclica, I fratelli Karamàzov è al tempo stesso una saga familiare, un affresco storico-politico, un pamphlet sulla religione e un noir. Non mancano i riferimenti autobiografici: nel 1878 la morte per una crisi epilettica di Alyosha, il figlio di 3 anni di Dostoevskij, lo condusse al monastero di Optina e lo indusse a profonde riflessioni di natura religiosa. Il protagonista del romanzo (o almeno quello così definito dal narratore) Alekséj è l'uomo che l'autore avrebbe voluto il suo piccolo sfortunato Alyosha divenisse, e la figura del “santo” Zosìma è ricalcata su quella di Elder Leonid, un monaco venerato a Optina. Secondo l'interpretazione della maggior parte della critica letteraria - su I fratelli Karamàzov sono stati scritti una quantità incredibile di saggi - l'odioso capofamiglia Fëdor Pávlovič Karamàzov rappresenterebbe la Russia zarista corrotta e decaduta, che può riscattarsi (come del resto tutti noi, suggerisce Dostoevskji) solo attraverso la sofferenza e l'amore, affidando il suo futuro all'innocenza dei bambini, delle nuove generazioni che condurranno verosimilmente la nazione alla gloria internazionale. In effetti pochi decenni dopo l'avvento di Lenin prima e di Stalin poi (e la rivoluzione non è forse anche un parricidio?) avrebbero creato il gigante sovietico, per 70 anni circa alla guida di mezzo mondo, ma verosimilmente lo scrittore russo immaginava qualcosa di un po' diverso. Rigettando le istanze socialiste e il nichilismo secondo lui già sin troppo radicato nella cultura arcaica russa, Dostoevskij riscopre l'anelito religioso e indica nella spiritualità la chiave dell'esistenza: non è però una conversione banale e senile, bensì una visione complessa (e anche contraddittoria) e molto moderna. Furioso per le accuse di moralismo ricevute dal romanzo, egli stesso scriveva poche settimane prima di morire: “Non è come un imbecille qualsiasi (fanatico) che io credo in Dio. E quelli là vogliono insegnare a me e ridono della mia arretratezza!”. Di qualsiasi fede si tratti, quella espressa ne I fratelli Karamàzov è fatta più di domande che di risposte, più di dubbi che di certezze, più di ricerca nevrotica che di serenità. Come tutt'altro che serene sono le traiettorie di vita dei personaggi, inzuppati fino in fondo all'anima di rancore e disprezzo, coinvolti in vicende losche e degradate (stupri, ricatti, prostituzione), travolti da una vicenda giudiziaria angosciante che non riesce a fare luce su un parricidio che ha molto di simbolico. È come se Dostoevskij avesse voluto scrivere un romanzo per donare una luce ai suoi lettori e invece avesse finito per rendere ancora più scuro il buio che incombe su tutti noi.

da qui

 

I Fratelli Karamazov segna uno dei vertici della letteratura moderna e non solo moderna, sia sul piano formale che su quello contenutistico, piani entrambi vincolati a quel legame indissolubile con l’analisi dell’uomo e del mondo intorno. La sua importanza, dunque, come vero e proprio mito, non può non protrarsi nella sua significanza odierna, e la sua letterarietà non resta di certo appannata dalla sua connotazione storico-geografica che, seppur importante, vitale, necessaria, non drena la potenza espressiva e contenutistica di questa mirabile opera d’arte. Tutta russa, certamente, ma anche incredibilmente occidentale per natura, e non solo per conseguenza. Come forse solo nell'”Edipo Re”, nella “Commedia”, nell'”Amleto” e in poco altro, si può facilmente trascendere il contesto e vederlo come la coscienza dell’uomo occidentale. E quest’uomo, seppur non si chiamerà necessariamente così, avrà dentro di lui il nome Karamazov. Le sue colpe, le sue brame, la sua forza…

…In Herman Hesse, estremo estimatore dell’autore, si può leggere come, per leggere Dostoevskij, si debba essere “nel momento in cui, soli e paralizzati in mezzo allo squallore, volgiamo lo sguardo alla vita e non la comprendiamo nella sua splendida, selvaggia crudeltà e non ne vogliamo più sapere, allora, ecco, siamo maturi per la musica di questo terribile e magnifico poeta“. Proprio nella stessa battaglia titanica contro Dio (che sarà quella romantica di capolavori come “Moby Dick”), contro il Padre stesso, l’origine, e contro quindi se stessi che la trinità (non certo a caso dei figli principali di Fëdor Pavlovič: Ivan, Aleksej e Dmitrij) diventa pluralità, che l’assassino, il reo, il colpevole non possa essere uno, che il modo di vedere il tutto come manifestazione del singolo possa essere inequivocabile. Karamazov non è un tipo di uomo, non è solo il romantico, l’illuminista, l’inetto, il russo, il ricco, il povero, il dissoluto. Karamazov è l’ogni-uomo, perfino l’oltre-uomo in potenza (per usare termini cari al vicinissimo Nietzsche). La coscienza stessa della stirpe di Caino, di Cesare e del Cristo. L’umanità Karamazov. La sua coscienza stessa resa manifesta, fatta carne e nominata col nome del Padre.

da qui

 

leggendo I fratelli Karamazov, oltre a riconoscere, come ci insegna Freud, un percorso al parricidio, scopriamo interrogativi portanti, non nella risposta ma in sé. Dalla presenza di Dio al ruolo della bontà, dall’egoismo al vero significato dell’amore. Cos’è la crudeltà? E il peccato? Ci ritroviamo, mediate le parole di Dostoevskij, in un presente all’apparenza distante. Interrogativi che sbattono contro un muro. Quello della vita, un mistero di domande. Esiste risposta, c’è una soluzione? Beh, per scoprirla dobbiamo leggere, non è così aprioristico ribattere. Ma affrontando I fratelli Karamazov vedremo dilaniata la nostra coscienza e ragione. Ci ritroveremo eretici, nevrotici, passionali, altruisti. Ci ritroveremo nella ricca personalità dell’autore, in cui Freud distingue “lo scrittore, il nevrotico, il moralista e il peccatore” e aggiunge “Come raccapezzarsi in questa sconcertante complessità?”. Appunto, come venire a capo di un capolavoro? Non si può, perché, avrebbe detto Wilde, ci vuole un altro artista, non la critica. Quindi cosa fare? Nient’altro che l’abbandono a chi ci ha superato e preceduto, a chi rappresenta uno dei più grandi maestri della letteratura. Chapeau, prima di sfogliare le pagine de I fratelli Karamazov. Prima di cambiare vita, prima del nostro nuovo altrove letterario.

da qui

 

I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij è un libro necessario, come pochi altri nella storia della letteratura. Necessario per chiunque senta il bisogno – atavico, primordiale come sottolinea Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia [1], e invece sempre più raro nella nostra epoca vuota, dominata dall’apparenza, dalla stupidità, la Grande Stupidità di manniana memoria [2], dall’ignoranza, dall’incoscienza, dall’inautenticità in sostanza, dalla rettorica, del male come del bene – di non arrestarsi alla superficie, ma di penetrare in profondità, fino a decifrare, o almeno tentare di decifrare, il «mistero» uomo [3]. E nell’ultimo e più grande romanzo dello scrittore russo (in realtà, come ho già scritto altrove, d’accordo con Freud reputo I fratelli Karamazov non solo il più grande romanzo di Dostoevskij, ma il più grande romanzo dell’intera storia della letteratura) arte, filosofia e morale, i tre parametri boiniani ai quali ho sempre fatto riferimento nella valutazione di un testo, interagiscono e si fondono in un’opera monumentale che ha il supremo valore del «libro sacro» [4].

La creazione di un libro totale, definitivo, che contenga e veicoli l’ultima, estrema, severa parola, dopo il quale poter morire più o meno serenamente, in pace con se stessi e in accordo con la propria missione, senza dover temere o rimpiangere di non essere riusciti a dire tutto ciò che doveva essere detto, tutto ciò che era necessario fosse detto, è un’idea fissa per molti scrittori, soprattutto per quegli scrittori che alla vocazione letteraria abbinano una spiccata vocazione filosofica e morale. Alcuni di essi falliscono, altri invece riescono, e tra questi vi è Dostoevskij, che, giunto alla fase conclusiva della sua tormentata e romanzesca esistenza, crea I fratelli Karamazov, il suo libro totale, definitivo, veicolo della sua ultima, estrema, severa parola, ideale sintesi artistico-letteraria del suo pensiero [5]…

da qui

 

 

 

venerdì 13 dicembre 2013

Il nostro bisogno di consolazione è impossibile da saziare - Stig Dagerman (cantano "Têtes Raides")



Il nostro bisogno di consolazione è impossibile da saziare

Sono privo di fede e non posso dunque essere felice, poiché un uomo che rischia di temere che la sua vita sia un’erranza assurda verso una morte certa non può essere felice. Non ho ricevuto in eredità né un dio né un punto fermo sulla terra da cui possa attirare l’attenzione di un dio. Non ho ereditato nemmeno il furore ben celato dello scettico, le astuzie sottili del razionalista o l’ardente innocenza dell’ateo. Non oso dunque gettare alcuna pietra su colei che crede in cose che non mi ispirano che il dubbio  o su colui che venera il suo dubbio come se non fosse egli stesso circondato dalle tenebre. Questa pietra colpirebbe me stesso, perché di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uomo è impossibile da saziare.
Per quel che mi riguarda, cerco la consolazione come il cacciatore bracca la preda. Dovunque io creda di scorgerla nella foresta, tiro. Spesso non raggiungo che il vuoto ma, a volte, una preda cade ai miei piedi. E, poiché so che la consolazione non dura che il tempo di un soffio di vento sulla cima di una albero, mi affretto ad appropriarmi della mia vittima.
Cosa stringo allora tra le braccia?
Poiché sono solitario: una donna amata o un infelice compagno di strada. Poiché sono poeta: un arco di parole che tendo sentendomi pervadere di gioia e di spavento. Poiché sono prigioniero: un spiraglio improvviso di libertà. Poiché sono minacciato dalla morte: un animale caldo e vivo, un cuore che batte irridente. Poiché sono minacciato dal mare: uno scoglio d’inamovibile granito.
Ma ci sono delle consolazioni che vengono a me senza essere invitate e che riempiono la mia camera di mormorii odiosi: “Io sono il tuo piacere: amali tutti! Io sono il tuo talento: fanne cattivo uso quanto di te stesso! Io sono il tuo desiderio di godimento: che vivano solo i buongustai!  Io sono la tua solitudine: disprezza gli uomini! Io sono la tua aspirazione alla morte: allora tronca!”
Il filo del rasoio è ben stretto. Vedo la mia vita minacciata da due pericoli: dalle bocche avide della golosità da un lato e, dall’altro, dall’amarezza dell’avarizia che si  nutre di se stessa. Ma tengo a rifiutare di scegliere tra l’orgia e l’ascesi, anche se devo a causa di questo subire il supplizio della griglia dei miei desideri. Per me, non basta sapere che, poiché non siamo liberi dei nostri atti, tutto è scusabile. Ciò che cerco, non è una scusa alla mia vita ma esattamente il contrario di una scusa: il perdono. In effetti, quando la mia disperazione mi dice: “Disperati, perché ogni giorno non è che una tregua fra due notti”, la falsa consolazione mi grida: “Spera, perché ogni notte non è che una tregua tra due giorni.”
Ma l’umanità non sa che farsene di una consolazione in forma di motto di spirito: essa ha bisogno di una consolazione che illumini. E colui che si augura di diventare malvagio, cioè di diventare un uomo che agisca come se ogni azione fosse difendibile, deve almeno avere la bontà di farlo notare quando vi riesce.
Nessuno può elencare tutti i casi in cui la consolazione è una necessità. Nessuno sa quando cadrà il crepuscolo e la vita non è un problema che possa essere risolto separando la luce dall’oscurità e i giorni dalle notti. E’un viaggio imprevedibile fra due luoghi che non esistono. Posso, per esempio, camminare sulla riva e sentire d’improvviso la sfida spaventosa che l’eternità lancia alla mia esistenza nel movimento perpetuo del mare e nella fuga perpetua del vento. Che diventa allora il tempo, se non una consolazione per il fatto che niente di ciò che è umano dura. […]
Posso riempire tutti i miei fogli bianchi con le più belle combinazioni di parole che possa immaginare il mio cervello. Dato che desidero assicurarmi che la mia vita non sia assurda e che io non sia solo sulla terra, raccolgo tutte le parole in un libro e lo offro al mondo. In cambio questo mi dà ricchezza, la fama e il silenzio. Ma che posso farmene di questo denaro e che piacere può darmi contribuire al progresso della letteratura? Non desidero che ciò che non avrò: la conferma che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo. Che diventa allora il mio talento se non una consolazione per la mia solitudine? Ma che consolazione spaventosa, che riesce solo a farmi vivere la solitudine con intensità cinque volte maggiore! […]
Non possiedo filosofia nella quale possa muovermi come il pesce nell’acqua o l’uccello nel cielo. Tutto ciò che possiedo è un duello, e questo duello si libera, a ogni attimo della mia vita, fra le false consolazioni, che non fanno che accrescere la mia impotenza e rendere più profonda la mia disperazione, e quelle vere, che mi portano verso una liberazione temporanea. Dovrei forse dire: la vera perché, in verità, non esiste per me che una sola consolazione che sia reale, quella che mi dice che sono un uomo libero, un individuo inviolabile, un essere sovrano all’interno dei miei limiti.
Ma la libertà comincia dalla schiavitù e la sovranità dalla dipendenza. Il segno più certo della mia servitù è la mia paura di vivere. Il segno definitivo della mia libertà è il fatto che la mia paura lascia libero campo alla gioia tranquilla dell’indipendenza. Si direbbe che ho bisogno della dipendenza per poter finalmente conoscere la consolazione d’essere un uomo libero, ed è certamente vero. Alla luce dei miei atti, mi accorgo che tutta la mia vita sembra non avere avuto per scopo che di fare la mia stessa infelicità. Ciò che dovrebbe portarmi la libertà mi porta la schiavitù e le pietre al posto del pane.
Uomini diversi hanno padroni diversi. Io, per esempio, sono a tal punto schiavo del mio talento che non ho il coraggio di farne uso per timore d’averlo perso. Sono poi così schiavo del mio nome da non osare quasi scrivere una riga per paura di arrecargli danno. E quando infine giunge la depressione, sono schiavo anche di quella. Il mio più grande desiderio diventa quello di trattenerla, il mio più grande piacere è sentire che il mio unico valore stava in ciò che credo di aver perduto: la capacità di creare bellezza a partire dalla mia disperazione, dal mio disgusto e dalle mie debolezze. Con gioia amara voglio vedere le mie case crollare e me stesso sepolto sotto la neve dell’oblio. Ma la depressione è una bambola russa e dentro all’ultima sono riposti un coltello, una lametta da barba, del veleno, un’acqua profonda e un salto da una grande altezza. Finisco per essere schiavo di tutti questi strumenti di morte. Mi seguono come cani, o sono io a seguirli come un cane. E mi pare di capire che il suicidio è l’unica prova della libertà umana.
Ma, giungendo da una direzione che ancora non sospetto, ecco che si avvicina il miracolo della liberazione. Ciò può verificarsi sulla riva e la stessa eternità che, poco fa, suscitava il mio spavento è ora testimone del mio accesso alla libertà. In che consiste, dunque, questo miracolo? Semplicemente nella scoperta improvvisa che nessuno, nessuna potenza, nessun essere umano, ha il diritto di esprimere nei miei confronti esigenze tali che il mio desiderio di vivere ne sia indebolito. Perché se il desiderio non esiste, chi allora può esistere?
Poiché mi trovo sulla riva del mare, dal mare posso imparare. Nessuno ha il diritto di pretendere dal mare che sorregga tutte le imbarcazioni o dal vento che gonfi costantemente tutte le vele. Allo stesso modo, nessuno ha il diritto di pretendere da me che la mia vita consista nell’essere prigioniero di certe funzioni. Per me, non si tratta del dovere prima di tutto: prima di tutto è la vita. Come ogni essere umano, devo avere diritto a dei momenti in cui posso farmi da parte e sentire di non essere solo un elemento di una massa chiamata popolazione terrestre, ma di essere anche un’unità autonoma.
Solo momenti così posso essere libero davanti a tutte quelle consapevolezze sulla vita che, prima, hanno causato la mia disperazione. Posso riconoscere che il mare e il vento non potranno che sopravvivermi, e che l’eternità non si cura di me. Ma chi chiede a me di curarmi dell’eternità? La mia vita è breve solo se la colloco sul patibolo del tempo. Le possibilità della mia vita sono limitate solo se faccio il conto della quantità di parole o di libri che avrò il tempo di produrre prima della mia morte. Ma chi mi chiede di fare questo conto? Il tempo è una falsa misura per la vita. Il tempo è in fondo uno strumento di misura privo di valore, perché tocca esclusivamente le mura esterne della mia vita.
Ma tutto quel che mi accade di importante, tutto ciò che dà alla mia vita il suo contenuto meraviglioso – l’incontro con una persona amata, una carezza sulla pelle, un aiuto nel momento del bisogno, lo spettacolo del chiaro di luna, una gita in barca a vela sul mare, la gioia che dà un bambino, il brivido di fronte alla bellezza – tutto questo si svolge totalmente al di fuori del tempo. Perché poco importa che io incontri la bellezza per un secondo o nello spazio di cent’anni. Non solo la felicità si situa ai margini del tempo, ma essa nega anche ogni relazione tra il tempo e la vita.
Depongo dunque il fardello del tempo dalle mie spalle e, con esso, quello delle prestazioni che da me si pretendono. La mia vita non è qualcosa che si debba misurare. Né il salto del capriolo né il sorgere del sole sono delle prestazioni. E nemmeno una vita umana è una prestazione, ma qualcosa che cresce e cerca di raggiungere la perfezione. E ciò che è perfetto non dà prestazioni: ciò che è perfetto opera in stato di quiete. È assurdo sostenere che il mare esista per sorreggere flotte e delfini. Certo, lo fa, ma conservando la sua libertà. Ed è altrettanto assurdo affermare che l’uomo esiste per qualcos’altro che non sia il vivere. Certo, egli alimenta macchine o scrive libri, ma potrebbe fare qualsiasi altra cosa. L’essenziale è che faccia quel che fa mantenendo la propria libertà e con la chiara coscienza di avere in sé – come ogni altro dettaglio della creazione – il proprio fine. Egli riposa in se stesso come un ciottolo sulla sabbia.
Posso anche affrancarmi dal potere della morte. Certo, non potrò mai liberarmi dal pensiero che la morte segue i miei passi, e tanto meno negare la sua realtà. Ma posso ridurre la minaccia fino ad annullarla non ancorando la mia vita a punti d’appoggio tanto precari come il tempo e la fama.
Per contro, non è in mio potere di restare in eterno rivolto verso il mare e comparare la sua libertà con la mia. Arriverà il momento in cui dovrò rivolgermi verso la terra e affrontare gli organizzatori dell’oppressione di cui sono vittima. Ciò che sarò allora costretto a riconoscere, è che l’uomo ha dato alla sua vita delle forme che, almeno in apparenza, sono più forti di lui. Anche con la mia libertà così recente non le posso rompere, non posso che sospirare sotto il loro peso. Per contro, fra le esigenze che pesano sull’uomo, posso vedere quali sono assurde e quali sono ineluttabili. Secondo me, una specie di libertà è persa per sempre o a lungo. È la libertà che viene dalla capacità di possedere il proprio elemento. Il pesce possiede il suo, così come l’uccello o l’animale terrestre. Thoreau aveva ancora la foresta di Walden – ma dov’è ora la foresta nella quale l’essere umano possa provare che è possibile vivere in libertà al di fuori delle rigide forme della società?
Sono obbligato a rispondere: da nessuna parte. Se voglio vivere libero, occorre per il momento che lo faccia all’interno di queste forme. Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho nulla da opporre se non me stesso – ma, d’altro canto, questo non è poco. Poiché, fintanto che non mi lascio schiacciare dalla quantità, anch’io sono una potenza. E il mio potere è temibile fintanto che io posso opporre la forza delle mie parole a quella del mondo, perché colui che costruisce prigioni si esprime meno bene di colui che costruisce la libertà.  Ma la mia potenza non conoscerà più limiti il giorno in cui non avrò che il silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché nessuna ascia può intaccare il silenzio vivente.
Questa è la mia sola consolazione. So che le ricadute nella disperazione saranno numerose e profonde, ma il ricordo del miracolo della liberazione mi porta come un’ala verso una meta che mi dà la vertigine: una consolazione che sia più di una consolazione e più grande di una filosofia, cioè: una ragione di vivere.


Je suis dépourvu de foi et ne puis donc être heureux, car un homme qui risque de craindre que sa vie soit une errance absurde vers une mort certaine ne peut être heureux. Je n’ai reçu en héritage ni dieu, ni point fixe sur la terre d’où je puisse attirer l’attention d’un dieu : on ne m’a pas non plus légué la fureur bien déguisée du sceptique, les ruses de Sioux du rationaliste ou la candeur ardente de l’athée. Je n’ose donc jeter la pierre ni à celle qui croit en des choses qui ne m’inspirent que le doute, ni à celui qui cultive son doute comme si celui-ci n’était pas, lui aussi, entouré de ténèbres. Cette pierre m’atteindrait moi-même car je suis bien certain d’une chose : le besoin de consolation que connaît l’être humain est impossible à rassasier.
En ce qui me concerne, je traque la consolation comme le chasseur traque le gibier. Partout où je crois l’apercevoir dans la forêt, je tire. Souvent je n’atteins que le vide mais, une fois de temps en temps, une proie tombe à mes pieds. Et, comme je sais que la consolation ne dure que le temps d’un souffle de vent dans la cime d’un arbre, je me dépêche de m’emparer de ma victime. 
Qu’ai-je alors entre mes bras ?
Puisque je suis solitaire : une femme aimée ou un compagnon de voyage malheureux. Puisque je suis poète : un arc de mots que je ressens de la joie et de l’effroi à bander. Puisque je suis prisonnier : un aperçu soudain de la liberté. Puisque je suis menacé par la mort : un animal vivant et bien chaud, un cœur qui bat de façon sarcastique. Puisque je suis menacé par la mer : un récif de granit bien dur. 
Mais il y a aussi des consolations qui viennent à moi sans y être conviées et qui remplissent ma chambre de chuchotements odieux : Je suis ton plaisir – aime-les tous ! Je suis ton talent – fais-en aussi mauvais usage que de toi-même !
Le fil du rasoir est bien étroit. Je vois ma vie menacée par deux périls : par les bouches avides de la gourmandise, de l’autre par l’amertume de l’avarice qui se nourrit d’elle-même. Mais je tiens à refuser de choisir entre l’orgie et l’ascèse, même si je dois pour cela subir le supplice du gril de mes désirs. Pour moi, il ne suffit pas de savoir que, puisque nous ne sommes pas libres de nos actes, tout est excusable. Ce que je cherche, ce n’est pas une excuse à ma vie mais exactement le contraire d’une excuse : le pardon. L’idée me vient finalement que toute consolation ne prenant pas en compte ma liberté est trompeuse, qu’elle n’est que l’image réfléchie de mon désespoir. En effet, lorsque mon désespoir me dit : Perds confiance, car chaque jour n’est qu’une trêve entre deux nuits, la fausse consolation me crie : Espère, car chaque nuit n’est qu’une trêve entre deux jours.
Mais l’humanité n’a que faire d’une consolation en forme de mot d’esprit : elle a besoin d’une consolation qui illumine. Et celui qui souhaite devenir mauvais, c’est-à-dire devenir un homme qui agisse comme si toutes les actions étaient défendables, doit au moins avoir la bonté de le remarquer lorsqu’il y parvient.
Personne ne peut énumérer tous les cas où la consolation est une nécessité. Personne ne sait quand tombera le crépuscule et la vie n’est pas un problème qui puisse être résolu en divisant la lumière par l’obscurité et les jours par les nuits, c’est un voyage imprévisible entre des lieux qui n’existent pas. Je peux, par exemple, marcher sur le rivage et ressentir tout à coup le défi effroyable que l’éternité lance à mon existence dans le mouvement perpétuel de la mer et dans la fuite perpétuelle du vent. Que devient alors le temps, si ce n’est une consolation pour le fait que rien de ce qui est humain ne dure – et quelle misérable consolation, qui n’enrichit que les Suisses !
Je peux rester assis devant un feu dans la pièce la moins exposée de toutes au danger et sentir soudain la mort me cerner. Elle se trouve dans le feu, dans tous les objets pointus qui m’entourent, dans le poids du toit et dans la masse des murs, elle se trouve dans l’eau, dans la neige, dans la chaleur et dans mon sang. Que devient alors le sentiment humain de sécurité si ce n’est une consolation pour le fait que la mort est ce qu’il y a de plus proche de la vie – et quelle misérable consolation, qui ne fait que nous rappeler ce qu’elle veut nous faire oublier !
Je peux remplir toutes mes pages blanches avec les plus belles combinaisons de mots que puisse imaginer mon cerveau. 
Etant donné que je cherche à m’assurer que ma vie n’est pas absurde et que je ne suis pas seul sur la terre, je rassemble tous ces mots en un livre et je l’offre au monde. En retour, celui-ci me donne la richesse, la gloire et le silence. Mais que puis-je bien faire de cet argent et quel plaisir puis-je prendre à contribuer au progrès de la littérature – je ne désire que ce que je n’aurai pas : confirmation de ce que mes mots ont touché le cœur du monde. Que devient alors mon talent si ce n’est une consolation pour le fait que je suis seul – mais quelle épouvantable consolation, qui me fait simplement ressentir ma solitude cinq fois plus fort !
Je peux voir la liberté incarnée dans un animal qui traverse rapidement une clairière et entendre une voix qui chuchote : Vis simplement, prends ce que tu désires et n’aie pas peur des lois ! Mais qu’est-ce que ce bon conseil si ce n’est une consolation pour le fait que la liberté n’existe pas – et quelle impitoyable consolation pour celui qui s’avise que l’être humain doit mettre des millions d’années à devenir un lézard !
Pour finir, je peux m’apercevoir que cette terre est une fosse commune dans laquelle le roi Salomon, Ophélie et Himmler reposent côte à côte. Je peux en conclure que le bourreau et la malheureuse jouissent de la même mort que le sage, et que la mort peut nous faire l’effet d’une consolation pour une vie manquée. Mais quelle atroce consolation pour celui qui voudrait voir dans la vie une consolation pour la mort !

martedì 24 settembre 2013

Un anno sull'altopiano - Emilio Lussu (una pagina bellissima)



Non si parlava più di nuovi assalti. La calma sembrava ridiscesa per lungo tempo sulla vallata. Dall'una parte e dall'altra, si rafforzavano le posizioni. I zappatori lavoravano tutta la notte. Il cannoncino da 37 continuava a darci fastidi, sempre invisibile. Rimaneva dei giorni interi senza sparare un colpo, poi, improvvisamente, apriva il fuoco contro una feritoia e ci feriva una vedetta.
Il mio battaglione era sempre in linea e attendevamo che il battaglione di rincalzo ci desse il cambio. Io volevo poter dare indicazioni precise al comandante del reparto che mi avrebbe sostituito. Giorno e notte, avevo un servizio speciale di osservazione, nella speranza che il bagliore dello sparo o il movimento dei serventi tradisse l'appostazione del pezzo.
La notte precedente a quella del cambio, poiché il servizio di vigilanza non ci aveva dato alcun risultato, accompagnato da un caporale, io stesso m'ero voluto mettere in osservazione. Il caporale era uscito molte volte di pattuglia, ed era pratico del luogo. La luna rischiarava il bosco e, all'apparire di qualche raro razzo, la luce improvvisa dava un'apparenza di movimento alla foresta. Era difficile capire se si trattasse sempre d'una illusione. Potevano anche essere uomini che si spostassero, non alberi che, per la velocità del passaggio della luce dei razzi attraverso i rami, sembrassero muoversi. Noi due eravamo usciti all'estrema sinistra della compagnia, nel punto in cui le nostre trincee erano piú vicine alie trincee nemiche. Camminando carponi, eravamo arrivati dietro un cespuglio, una decina di metri oltre la nostra linea, una trentina dall'austriaca. Un leggero avvallamento separava le nostre trincee dal cespuglio, e questo coronava un rialzo di terreno dominante la trincea antistante.
Eravamo là immobili, indecisi se avanzare ancora oppure fermarci, quando ci parve di notare un movimento nelle trincee nemiche, alla nostra sinistra. In quel tratto di trincea, non v'erano alberi: non era quindi possibile si trattasse di una illusione ottica. Comunque, noi constatavamo di essere in un punto da cui si poteva spiare la trincea nemica, d'infilata. Un simile posto non l'avevamo ancora scoperto, in nessun altro punto. Decisi perciò di rimanere là tutta la notte, per essere in grado di osservare l'animarsi della trincea nemica, ai primi chiarori dell'alba. Che il cannoncino sparasse o tacesse, mi era ormai indifferente. L'essenziale era mantenere quell'insperato posto di osservazione.
Il cespuglio e il rialzo ci mascheravano e ci proteggevano così bene che decisi di ricollegarli alla nostra linea e di farne un posto clandestino d'osservazione permanente. Rimandai indietro il caporale e feci venire un graduato dei zappatori al quale detti le indicazioni necessarie al lavoro. In poche ore, tra il cespuglio e la nostra trincea, fu scavato un camminamento di comunicazione. Il rumore del lavoro fu coperto dal rumore dei tiri lungo la nostra linea. Il camminamento non era alto, ma consentiva il passaggio al coperto, anche di giorno, ad un uomo che avesse camminato strisciando. La terra scavata fu ritirata indietro nella trincea, e dello scavo non rimasero tracce appariscenti. Piccoli rami freschi e cespugli completarono il mascheramento.
Addossati al cespuglio, il caporale ed io rimanemmo in agguato tutta la notte, senza riuscire a distinguere segni di vita nella trincea nemica. Ma l'alba ci compensò dell'attesa. Prima, fu un muoversi confuso di qualche ombra nei camminamenti, indi, in trincea, apparvero dei soldati con delle marmitte. Era certo la corvée del caffè. I soldati passavano, per uno o per due, senza curvarsi, sicuri com'erano di non esser visti, ché le trincee e i traversoni laterali li proteggevano dall'osservazione e dai tiri d'infilata della nostra linea, Mai avevo visto uno spettacolo eguale. Ora erano là, gli austriaci: vicini, quasi a contatto, tranquilli, come i passanti su un marciapiede di città. Ne provai una sensazione strana. Stringevo forte il braccio del caporale che avevo alla mia destra, per comunicargli, senza voler parlare, la mia meraviglia. Anch'egli era attento e sorpreso, e io ne sentivo il tremito che gli dava il respiro lungamente trattenuto. Una vita sconosciuta si mostrava improvvisamente ai nostri occhi. Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, così viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l'apparirci inanimate, come cose lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi, nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci!... Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffè, proprio come stavano facendo, dietro di noi, in quell'ora stessa, i nostri stessi compagni. Strana cosa. Un'idea simile non mi era mai venuta alla mente. Ora prendevano il caffè. Curioso! E perché non avrebbero dovuto prendere il caffè? Perché mai mi appariva straordinario che prendessero il caffè? E, verso le 10 o le 11, avrebbero anche consumato il rancio, esattamente come noi. Forse che il nemico può vivere senza bere e senza mangiare? Certamente no. E allora, quale la ragione del mio stupore?
Ci erano tanto vicini e noi li potevamo contare, uno per uno. Nella trincea, fra due traversoni, v'era un piccolo spazio tondo, dove qualcuno, di tanto in tanto, si fermava. Si capiva che parlavano, ma la voce non arrivava fino a noi. Quello spazio doveva trovarsi di fronte a un ricovero piú grande degli altri, perché v'era attorno maggior movimento. Il movimento cessò all'arrivo d'un ufficiale. Dal modo con cui era vestito, si capiva ch'era un ufficiale. Aveva scarpe e gambali di cuoio giallo e l'uniforme appariva nuovissima. Probabilmente, era un ufficiale arrivato in quei giorni, forse uscito appena da una scuola militare. Era giovanissimo e il biondo dei capelli lo faceva apparire ancora piú giovane. Sembrava non dovesse avere neppure diciott'anni. Al suo arrivo, i soldati si scartarono e, nello spazio tondo, non rimase che lui. La distribuzione del caffè doveva incominciare in quel momento. Io non vedevo che l'ufficiale.
Io facevo la guerra fin dall'inizio. Far la guerra, per anni, significa acquistare abitudini e mentalità di guerra. Questa caccia grossa fra uomini non era molto dissimile dall'altra caccia grossa. Io non vedevo un uomo. Vedevo solamente il nemico. Dopo tante attese, tante pattuglie, tanto sonno perduto, egli passava al varco. La caccia era ben riuscita. Macchinalmente, senza un pensiero, senza una volontà precisa, ma cosí, solo per istinto, afferrai il fucile del caporale. Egli me lo abbandonò ed io me ne impadronii. Se fossimo stati per terra, come altre notti, stesi dietro il cespuglio, è probabile che avrei tirato immediatamente, senza perdere un secondo di tempo. Ma ero in ginocchio, nel fosso scavato, ed il cespuglio mi stava di fronte come una difesa di tiro a segno. Ero come in un poligono e mi potevo prendere tutte le comodità per puntare. Poggiai bene i gomiti a terra, e cominciai a puntare.
L'ufficiale austriaco accese una sigaretta. Ora egli fumava. Quella sigaretta creò un rapporto improvviso fra lui e me. Appena ne vidi il fumo, anch'io sentii il bisogno di fumare. Questo mio desiderio mi fece pensare che anch'io avevo delle sigarette. Fu un attimo. Il mio atto del puntare, ch'era automatico, divenne ragionato. Dovetti pensare che puntavo, e che puntavo contro qualcuno. L'indice che toccava il grilletto allentò la pressione. Pensavo. Ero obbligato a pensare.
Certo, facevo coscientemente la guerra e la giustificavo moralmente e politicamente. La mia coscienza di uomo e di cittadino non erano in conflitto con i miei doveri militari. La guerra era, per me, una dura necessità, terribile certo, ma alla quale ubbidivo, come ad una delle tante necessità, ingrate ma inevitabili, della vita. Pertanto facevo la guerra e avevo il comando di soldati. La facevo dunque, moralmente, due volte. Avevo già preso parte a tanti combattimenti. Che io tirassi contro un ufficiale nemico era quindi un fatto logico. Anzi, esigevo che i miei soldati fossero attenti nel loro servizio di vedetta e tirassero bene, se il nemico si scopriva. Perché non avrei, ora, tirato io su quell'ufficiale? Avevo il dovere di tirare. Sentivo che ne avevo il dovere. Se non avessi sentito che quello era un dovere, sarebbe stato mostruoso che io continuassi a fare la guerra e a farla fare agli altri. No, non v'era dubbio, io avevo il dovere di tirare.
E intanto, non tiravo. Il mio pensiero si sviluppava con calma. Non ero affatto nervoso. La sera precedente, prima di uscire dalla trincea, avevo dormito quattro o cinque ore: mi sentivo benissimo: dietro il cespuglio, nel fosso, non ero minacciato da pericolo alcuno. Non avrei potuto essere piú calmo, in una camera di casa mia, nella mia città.
Forse, era quella calma completa che allontanava il mio spirito dalla guerra. Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo!
Un uomo!
Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell'alba si faceva piú chiara ed il sole si annunziava dietro la cima dei monti. Tirare cosi, a pochi passi, su un uomo... come su un cinghiale!
Cominciai a pensare che, forse, non avrei tirato. Pensavo. Condurre all'assalto cento uomini, o mille, contro cento altri o altri mille è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: "Ecco, sta' fermo, io ti sparo, io t'uccido " è un'altra. È assolutamente un'altra cosa. Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un'altra cosa. Uccidere un uomo, cosí, è assassinare un uomo.
Non so fino a che punto il mio pensiero procedesse logico. Certo è che avevo abbassato il fucile e non sparavo. In me s'erano formate due coscienze, due individualità, una ostile all'altra. Dicevo a me stesso: "Eh! non sarai tu che ucciderai un uomo, cosí! "
Io stesso che ho vissuto quegli istanti, non sarei ora in grado di rifare l'esame di quel processo psicologico. V'è un salto che io, oggi, non vedo piú chiaramente. E mi chiedo ancora come, arrivato a quella conclusione, io pensassi di far eseguire da un altro quello che io stesso non mi sentivo la coscienza di compiere. Avevo il fucile poggiato, per terra, infilato nel cespuglio. Il caporale si stringeva al mio fianco. Gli porsi il calcio del fucile e gli dissi, a fior di labbra:
- Sai... cosí... un uomo solo... io non sparo. Tu, vuoi? Il caporale prese il calcio del fucile e mi rispose:
- Neppure io.
Rientrammo, carponi, in trincea. Il caffè era già distribuito e lo prendemmo anche noi.
La sera, dopo l'imbrunire, il battaglione di rincalzo ci dette il cambio.

domenica 30 giugno 2013

Lettera sulla morte del Che - Julio Cortázar

Lettera a Roberto Fernández Retamar
Sulla morte del “Che” Guevara
Parigi, 29 Ottobre 1967
Miei carissimi Roberto, Adelaida:
Ieri notte sono tornato a Parigi da Algeri. Solo ora, a casa mia, sono capace di scrivervi coerentemente; laggiù, in un mondo dove contava solo il lavoro, ho lasciato trascorrere i giorni come in un incubo, comprando giornali su giornali, senza volermi convincere, nel vedere quelle foto che tutti abbiamo visto, nel leggere le stesse notizie e nell’entrare, ora dopo ora, nella più dure delle realtà da accettare.
E’ stato allora che mi è arrivato il tuo messaggio per telefono, Roberto, e mi sono dedicato a questo testo che avresti già dovuto ricevere e che ti invio nuovamente perché tu possa trovare il tempo di vederlo un’altra volta prima che venga stampato, poiché so quali sono i meccanismi del telex e quello che accade con le parole e con le frasi.
Voglio dirti questo: non sono capace di scrivere quando qualcosa mi ferisce tanto, non sono, non sarò mai lo scrittore professionale pronto a produrre quello che ci si aspetta da lui, quello che gli viene richiesto o quello che lui chiede disperatamente a se stesso. La verità è che la scrittura, oggi e di fronte a ciò, mi sembra la più banale delle arti, una specie di rifugio, quasi di dissimulazione, la sostituzione dell’insostituibile.
Il Che è morto e a me non resta altro che il silenzio, chissà fino a quando; se ti ho inviato questo testo è stato perché eri tu che me lo chiedevi, e perché so quanto amavi il Che e quello che lui significava per te. Qui a Parigi ho trovato un telegramma di Lisandro Otero che mi chiede centocinquanta parole per Cuba. Così, centocinquanta parole, come se uno potesse toglierle dal portafoglio come monete. Non credo di poterle scrivere, sono vuoto e arido, e cadrei nella retorica. E questo no, soprattutto questo. Lisandro perdonerà il mio silenzio, o lo prenderà male, non mi importa; in ogni caso tu sai quello che provo. Vedi, laggiù ad Algeri, circondato da imbecilli burocrati, in un ufficio dove si andava avanti sempre con la stessa routine, mi sono rinchiuso ,una e molte altre volte, nel bagno per piangere; si doveva stare in un bagno, capisci, per restare solo, per potersi sfogare senza violare le sacrosante regole del buon vivere di una organizzazione internazionale. Persino tutto quello che ti sto raccontando mi fa vergognare perché parlo di me stesso, l’eterna prima persona del singolare, e in cambio mi sento incapace di dire qualcosa di lui. Allora sto zitto.
Hai ricevuto, spero, il telegramma che ti ho inviato prima del tuo messaggio. Era il mio unico modo per abbracciare te ed Adelaida, e tutti gli amici della Casa. E questo è per te, l’unica cosa che sono stato capace di scrivere in queste prime ore, questo che è nato come un poema e che desidero che tu tenga e che conservi affinché ci faccia sentire più vicini.


Che
Io avevo un fratello
Non siamo mai vissuti vicini ma
Non ha importanza.

Io avevo un fratello
Che vagava per i monti
Mentre io dormivo.
Gli ho voluto bene a modo mio,
ho interpretato la sua voce
libera come l’acqua,
ho camminato volta volta
vicino la sua ombra.
Non ci siamo mai visti
Ma non aveva importanza,
mio fratello sveglio
mentre io dormivo,
mio fratello che mi indicava
nella notte
la sua stella eletta.

Ci riscriveremo. Un grande abbraccio ad Adelaida. Per sempre.
Julio.


mercoledì 12 giugno 2013

Continuidad de los parques (Continuità dei parchi) - Julio Cortázar

Continuidad de los parques

Había empezado a leer la novela unos días antes. La abandonó por negocios urgentes, volvió a abrirla cuando regresaba en tren a la finca; se dejaba interesar lentamente por la trama, por el dibujo de los personajes. Esa tarde, después de escribir una carta a su apoderado y discutir con el mayordomo una cuestión de aparcerías volvió al libro en la tranquilidad del estudio que miraba hacia el parque de los robles. Arrellanado en su sillón favorito de espaldas a la puerta que lo hubiera molestado como una irritante posibilidad de intrusiones, dejó que su mano izquierda acariciara una y otra vez el terciopelo verde y se puso a leer los últimos capítulos. Su memoria retenía sin esfuerzo los nombres y las imágenes de los protagonistas; la ilusión novelesca lo ganó casi en seguida. Gozaba del placer casi perverso de irse desgajando línea a línea de lo que lo rodeaba, y sentir a la vez que su cabeza descansaba cómodamente en el terciopelo del alto respaldo, que los cigarrillos seguían al alcance de la mano, que más allá de los ventanales danzaba el aire del atardecer bajo los robles. Palabra a palabra, absorbido por la sórdida disyuntiva de los héroes, dejándose ir hacia las imágenes que se concertaban y adquirían color y movimiento, fue testigo del último encuentro en la cabaña del monte. Primero entraba la mujer, recelosa; ahora llegaba el amante, lastimada la cara por el chicotazo de una rama. Admirablemente restallaba ella la sangre con sus besos, pero él rechazaba las caricias, no había venido para repetir las ceremonias de una pasión secreta, protegida por un mundo de hojas secas y senderos furtivos. El puñal se entibiaba contra su pecho, y debajo latía la libertad agazapada. Un diálogo anhelante corría por las páginas como un arroyo de serpientes, y se sentía que todo estaba decidido desde siempre. Hasta esas caricias que enredaban el cuerpo del amante como queriendo retenerlo y disuadirlo, dibujaban abominablemente la figura de otro cuerpo que era necesario destruir. Nada había sido olvidado: coartadas, azares, posibles errores. A partir de esa hora cada instante tenía su empleo minuciosamente atribuido. El doble repaso despiadado se interrumpía apenas para que una mano acariciara una mejilla. Empezaba a anochecer.
    Sin mirarse ya, atados rígidamente a la tarea que los esperaba, se separaron en la puerta de la cabaña. Ella debía seguir por la senda que iba al norte. Desde la senda opuesta él se volvió un instante para verla correr con el pelo suelto. Corrió a su vez, parapetándose en los árboles y los setos, hasta distinguir en la bruma malva del crepúsculo la alameda que llevaba a la casa. Los perros no debían ladrar, y no ladraron. El mayordomo no estaría a esa hora, y no estaba. Subió los tres peldaños del porche y entró. Desde la sangre galopando en sus oídos le llegaban las palabras de la mujer: primero una sala azul, después una galería, una escalera alfombrada. En lo alto, dos puertas. Nadie en la primera habitación, nadie en la segunda. La puerta del salón, y entonces el puñal en la mano. la luz de los ventanales, el alto respaldo de un sillón de terciopelo verde, la cabeza del hombre en el sillón leyendo una novela.

Continuità dei parchi

Aveva incominciato a leggere il romanzo alcuni giorni prima. Lo abbandonò per affari urgenti, tornò ad aprirlo mentre rientrava in treno al podere; si lasciava interessare lentamente dalla trama, dal disegno dei personaggi. Quella sera, dopo aver scritto una lettera al suo procuratore e aver discusso con il fattore una questione di mezzadria, tornò al libro nella tranquillità dello studio che si apriva sul parco di roveri. Sdraiato nella poltrona preferita, dando le spalle alla porta che lo avrebbe infastidito come un’irritante possibilità d’intrusioni, lasciò che la mano sinistra carezzasse più volte il velluto verde e si mise a leggere gli ultimi capitoli. La sua memoria riteneva senza sforzo il nome e le immagini dei protagonisti; l’illusione romanzesca lo conquistò quasi subito. Godeva del piacere quasi perverso di staccarsi di riga in riga da ciò che lo attorniava, e di sentire al tempo stesso che la testa riposava comodamente sul velluto dell’alto schienale, che le sigarette erano sempre a portata di mano, che al di là delle vetrate danzava l’aria del crepuscolo sotto i roveri. Di parola in parola, assorto nel sordido dilemma degli eroi, lasciandosi andare verso le immagini che si componevano e acquistavano colore e movimento, fu testimone dell’ultimo incontro nella capanna sul monte. Prima entrava la donna, guardinga; adesso arrivava l’amante, la faccia ferita dalle sferzate di un ramo. Ammirevolmente lei tamponava il sangue con i suoi baci, ma lui rifiutava le carezze, non era venuto per ripetere le cerimonie di una segreta passione, protetta da un mondo di foglie secche e di sentieri furtivi. Il pugnale si intiepidiva contro il suo petto, e sotto pulsava acquattata la libertà. Un dialogo ansioso scorreva per le pagine come un ruscello di serpi, e si sentiva che tutto è deciso da sempre. Persino quelle carezze che avviluppavano il corpo dell’amante quasi volessero trattenerlo e dissuaderlo, disegnavano abominevolmente la figura di un altro corpo che era necessario distruggere. Niente era stato dimenticato: alibi, circostanze, possibili errori. A partire da quell'ora, a ciascun istante era minuziosamente fissato il suo impiego. Il duplice spietato riepilogo si interrompeva appena per permettere che una mano carezzasse una gota. Cominciava ad annottare.
Senza neppure più guardarsi, legati strettamente al compito che li aspettava, si separarono sulla porta della capanna. Lei doveva proseguire per il sentiero che andava verso nord. Dal sentiero opposto lui si voltò un istante per vederla correre con i capelli sciolti. Corse anche lui, proteggendosi contro gli alberi e le siepi finché distinse nella bruma malva del crepuscolo il viale che conduceva alla casa. I cani non dovevano latrare, e non latrarono. Il fattore non doveva esserci a quell’ora, e non c’era. Salí i tre scalini del porticato ed entrò. Dal sangue che gli galoppava nelle orecchie gli giungevano le parole della donna: prima una sala turchina, poi una galleria, una scala con tappeto. Al piano superiore, due porte. Nessuno nella prima camera, nessuno nella seconda. La porta del salotto, e allora il pugnale in mano, la luce delle vetrate, l’alto schienale di una poltrona di velluto verde, la testa di un uomo nella poltrona che sta leggendo un romanzo.
(trad. di Flaviarosa Nicoletti Rossini)

lunedì 4 febbraio 2013

Una modesta proposta - Jonathan Swift

(genio assoluto!) - franz


È cosa ben triste, per quanti passano per questa grande città o viaggiano per il nostro Paese, vedere le strade, sia in città, sia fuori, e le porte delle capanne, affollate di donne che domandano l’elemosina seguite da tre, quattro o sei bambini tutti vestiti di stracci, e che importunano così i passanti. Queste madri, invece di avere la possibilità di lavorare e di guadagnarsi onestamente da vivere, sono costrette a passare tutto il loro tempo andando in giro ad elemosinare il pane per i loro infelici bambini, i quali, una volta cresciuti, diventano ladri per mancanza di lavoro, o lasciano il loro amato Paese natio per andarsene a combattere per il pretendente al trono di Spagna, o per offrirsi in vendita ai Barbados.
Penso che tutti i partiti siano d’accordo sul fatto che tutti questi bambini, in quantità enorme, che si vedono in braccio o sulla schiena o alle calcagna della madre e spesso del padre, costituiscono un serio motivo di lamentela, in aggiunta a tanti altri, nelle attuali deplorevoli condizioni di questo Regno; e, quindi, chiunque sapesse trovare un metodo onesto, facile e poco costoso, atto a rendere questi bambini parte sana ed utile della comunità, acquisterebbe tali meriti presso l’intera società, che gli verrebbe innalzato un monumento come salvatore del paese.
Io tuttavia non intendo preoccuparmi soltanto dei bambini dei mendicanti di professione, ma vado ben oltre: voglio prendere in considerazione tutti i bambini di una certa età, i quali siano nati da genitori in realtà altrettanto incapaci di provvedere a loro, di quelli che chiedono l’elemosina per le strade.
Per parte mia, dopo aver riflettuto per molti anni su questo tema importante ed aver considerato attentamente i vari progetti presentati da altri, mi son reso conto che vi erano in essi grossolani errori di calcolo. 
E' vero, un bambino appena partorito dalla madre può nutrirsi del suo latte per un intero anno solare con l’aggiunta di pochi altri alimenti, per un valore massimo di spesa non eccedente i due scellini, somma sostituibile con l’equivalente in avanzi di cibo, che la madre si può certamente procurare nella sua legittima professione di mendicante; ma è appunto quando hanno l’età di un anno che io propongo di provvedere a loro in modo tale che, anziché essere di peso ai genitori o alla parrocchia, o essere a corto di cibo e di vestiti per il resto della vita, contribuiranno invece alla nutrizione e in parte al vestiario di migliaia di persone.
Un altro grande vantaggio del mio progetto sta nel fatto che esso impedirà gli aborti procurati e l’orribile abitudine, che hanno le donne, di uccidere i loro bambini bastardi; abitudine, ahimè, troppo comune fra di noi; si sacrificano così queste povere creature innocenti, io credo, più per evitare le spese che la vergogna, ed è cosa, questa, che muoverebbe a lacrime di compassione anche il cuore più barbaro ed inumano.
Di solito si calcola che la popolazione di questo Regno sia attorno al milione e mezzo, ed io faccio conto che, su questa cifra, vi possano essere circa duecentomila coppie, nelle quali la moglie sia in grado di mettere al mondo figli; da queste tolgo trentamila, che sono in grado di mantenere i figli, anche se temo che non possano essere tante, nelle attuali condizioni di miseria; ma, pur concedendo questa cifra, restano centosettantamila donne feconde. Ne tolgo ancora cinquantamila, tenendo conto delle donne che non portano a termine la gravidanza o che perdono i bambini per incidenti o malattia entro il primo anno. Restano, nati ogni anno da genitori poveri, centoventimila bambini. Ed ecco la domanda: come è possibile allevare questa moltitudine di bambini, e provvedere loro? Come abbiamo già visto, nella situazione attuale questo è assolutamente impossibile, usando tutti i metodi finora proposti. Infatti non possiamo impiegarli né come artigiani, né come agricoltori, perché noi non costruiamo case (intendo dire in campagna), né coltiviamo la terra; ed essi possono ben di rado guadagnarsi da vivere rubando finché non arrivano all'età di sei anni, salvo che non posseggano doti particolari; anche se, lo debbo ammettere, imparano i rudimenti molto prima di quell'età. Ma in questo periodo essi possono essere considerati propriamente solo degli apprendisti, come mi ha spiegato un personaggio eminente della contea di Cavan; il quale appunto mi ha dichiarato che non gli capitò mai di imbattersi in più di uno o due casi al di sotto dell’età di sei anni, pur in una parte del Regno tanto rinomata per la precocità in quest’arte.
I nostri commercianti mi hanno assicurato che i ragazzi e le ragazze al disotto dei dodici anni non costituiscono merce vendibile, e che anche quando arrivano a questa età non rendono piú di tre sterline o, al massimo, tre sterline e mezza corona, al mercato; il che non può recar profitto né ai genitori né al Regno, dato che la spesa per nutrirli e vestirli, sia pure di stracci, è stata di almeno quattro volte superiore.
Io quindi presenterò ora, umilmente, le mie proposte che, voglio sperare, non solleveranno la minima obiezione...

mercoledì 12 dicembre 2012

Il viaggiatore - Stig Dagerman

uno scrittore da leggere e rileggere, "Il viaggiatore" è un libro di racconti, alcuni sono solo bellissimi, gli altri immensi.
"solo" una raccolta di racconti (fra i quali “Uccidere un bambino”, qui)
qui ci sono solo cose che non si dimenticano, non te ne pentirai, promesso - franz




Non c'è spazio però per la disperazione, la tensione drammatica è resa con lucida consapevolezza, con disillusione: come se non valesse neppure la pena lottare per cambiare le cose, in un clima di rassegnazione, che solo poche volte viene vinto. Ognuno si dirige stancamente, più o meno conscio di ciò che lo aspetta, verso un destino tragico-ironico, che porta sempre l'opposto di ciò che si ricerca.
Dagerman rivolge il suo sguardo soprattutto sui bambini, presenti nei suoi racconti come "dannati dal destino", impossibilitati sia a dare che ad avere, ma soprattutto disillusi come gli adulti, senza più sogni, senza possibilità di uscire dalla loro statica condizione, assillati dal proprio dramma a causa di una maggior sensibilità che li porta a sentirsi essi stessi sbagliati, con il rimorso di vivere. 
Ma il dramma vero sembra essere soprattutto la mancanza di comunicazione, il restringimento degli affetti, l'incapacità di mettersi in comunione profonda…

sabato 17 novembre 2012

La passeggiata improvvisa - Franz Kafka

Quando la sera sembra ci si sia definitivamente risolti a restare a casa, si è indossata la veste da camera, dopo cena si siede al tavolo illuminato e si è iniziato un qualche lavoro o gioco, concluso il quale d’abitudine si va a dormire, quando fuori c’è un tempo ostile che rende naturale il rimanere a casa, quando ormai si è rimasti fermi così a lungo accanto al tavolo che l’andarsene non potrebbe che suscitare la sorpresa generale, quando le scale sono già buie e il portone sbarrato, quando ora, nonostante tutto, ci si alza presi da un disagio improvviso, ci si cambia la giacca, si ricompare subito vestiti per uscire, si dichiara di dovere andare, e lo si fa senz'altro dopo essersi brevemente accomiatati, si pensa, giudicando dalla rapidità con cui la porta è stata sbattuta, di essersi lasciati alle spalle più o meno contrarietà, quando ci si ritrova in strada, con membra che rispondono con particolare mobilità alla libertà inattesa che si è loro procurata, quando per quest’unica decisione si sente raccolta in sé ogni capacità di decisione, quando con evidenza maggiore del solito si comprende che, più che il bisogno, si ha la forza di operare e sopportare facilmente il cambiamento più repentino, e quando si cammina così per le lunghe vie – allora, per quella sera, si è usciti del tutto dalla propria famiglia, che s’allontana nel nulla, mentre noi, saldissimi, neri per l’assoluta nettezza dei nostri contorni, battendo con le mani dietro le cosce, ci si innalza alla nostra vera figura.
Tutto si rafforza se, a quell'ora di notte, si va a trovare un amico, per vedere come sta.

sabato 27 ottobre 2012

Les bourgeois - Jacques Brel




I BORGHESI (Les bourgeois)
[Jacques Brel]

Il cuore ben al caldo,
gli occhi nella birra
dalla grassa Adrienne de Montalant
con l'amico Jojo
e con l'amico Pierre
andavamo a berci i nostri vent'anni.
Jojo si credeva Voltaire
e Pierre, Casanova
e io, io che ero il più fiero
io, io mi credevo me stesso.
E quando verso mezzanotte passavano i notai
che uscivano dall'Albergo dei Tre Fagiani
gli mostravamo il culo e le buone maniere
cantandogli:

I borghesi sono come i porci;
più diventano vecchi e più diventano bestie.
I borghesi sono come i porci;
più diventano vecchi e più diventano ...[coglioni (ma non viene pronunciato)]

Il cuore ben al caldo,
gli occhi nella birra, 
dalla grassa Adrienne de Montalant
con l'amico Jojo
e con l'amico Pierre
andavamo a bruciarci i nostri vent'anni.
Voltaire danzava come un vicario
e Casanova non osava neanche
e io, io che rimanevo il più fiero
io ero sbronzo quasi quanto me.
E quando verso mezzanotte passavano i notai
che uscivano dall'Albergo dei Tre Fagiani
gli mostravamo il culo e le buone maniere
cantandogli:

I borghesi sono come i porci;
più diventano vecchi e più diventano bestie.
I borghesi sono come i porci;
più diventano vecchi e più diventano ...[coglioni (ma non viene pronunciato)]

Il cuore a riposo, 
gli occhi bene a terra,
al bar dell'Albergo dei Tre Fagiani
con il dottor Jojo
e il dottor Pierre
tra noi notai si passa il tempo
Jojo parla di Voltaire
e Pierre di Casanova
e io, io che sono rimasto il più fiero,
io, io parlo ancora di me
ed è proprio uscendo verso mezzanotte, Signor Commissario,
che, ogni sera, dall'osteria della Montalant
dei rozzi giovinastri ci mostrano il didietro
cantantoci:

I borghesi sono come i porci;
più diventano vecchi e più diventano bestie,
- son loro che lo dicono, Signor Commissario -
I borghesi sono come i porci
più diventano vecchi e più .... Bah!

di questa canzone esiste una versione in italiano, cantata da Duilio Del Prete, in un cd doppio, intitolato "Duilio Del Prete canta Brel", per chi non lo conosce è un cd imperdibile - franz

mercoledì 24 ottobre 2012

Gli autonauti della cosmostrada ovvero un viaggio atemporale Parigi-Marsiglia - Julio Cortázar e Carol Dunlop

le cose minori di Cortázar sono capolavori, e non basteranno le parole per ringraziarlo di averci fatto leggere i suoi scritti.
questo è un libro particolare, sembra una piccola cronaca di uno strano viaggio, insieme alla moglie Carol, poi ti distrai un attimo e ti accorgi che stai leggendo cose che la maggior parte degli scrittori neanche si sognano.
se queste poche parole sono un invito a leggere tutto Cortázar, ebbene sì, lo sono - franz




Julio e Carol hanno anticipato l'elogio della lentezza, nel senso che hanno vissuto la loro esperienza non in funzione di un traguardo spazio-temporale, ma dell'esperienza imponendosi di fermarsi in tutte le aree di sosta, creando così un percorso personalizzato, originale e irripetibile. Esperienza che oggi - con mezzi e intenti diversi - fanno altri utenti dell'autostrada, quelli per esempio che ad una certa ora della notte si ritrovano all'autogrill, capovolgendo  il concetto di autostrada inteso come uno dei non-luoghi teorizzati da Marc Augé. Che luogo sia l'autostrada lo si scoprirà leggendo questo diario scritto, con un linguaggio molto particolare, quasi come un trattato scientifico ma con lo stupore delle fiabe corredato da disegni e chiarimenti utili al lettore, che non può nemmeno immaginare quali sorprese, incontri, disavventure si possono vivere su una striscia d'asfalto di ottocento chilometri…

A lo largo de Los autonautas de la cosmopista, escrito visiblemente a dos manos e ilustrado por las fotografías de Carol y los dibujos de cada parador que, más tarde, hiciera su hijo de catorce años, Cortázar y Dunlop despliegan su asombro ante el micromundo que cada rincón de la autopista representa para ellos. Asistimos como lectores a los detalles tales como su aprovisionamiento de comida, los paisajes, los cantos de los pájaros que escuchan, los camiones que se detienen en los paradores y que por momentos les hacen compañía y por momentos los molestan. Todo narrado con un gran sentido del humor y un “espíritu científico” que impone respeto.
Los autonautas de la cosmopista es también una historia de amor profunda y conmovedora, entre dos personas que se entendían gracias a las palabras pero también más allá del lenguaje escrito, y que toman por sorpresa al lector con una prosa de intensa ternura. A su vez, el libro es una despedida: Carol Dunlop murió antes de poder ordenarlo y publicarlo, y Cortázar, quien también moriría un tiempo después, tuvo que terminarlo solo. Los derechos de la venta del libro fueron cedidos al pueblo de Nicaragua…

… Esas cartas de Puig las tengo ahora al lado de las cartas de Julio Cortázar, y de un libro, Los autonautas de la cosmopista, que es en puridad el último libro que escribió (con Carol Dunlop, su joven mujer, a la que sobrevivió algún tiempo, hasta que él murió en febrero de 1984); ahora ese libro lento, tranquilo, un viaje de París a Marsella en una furgoneta, y cuyo subtítulo era Un viaje atemporal, precisamente, se puede leer como un símbolo de esa manera de matar (con mate) el tiempo, de hacerlo quieto, como se hizo quieto en Rayuela; mientras la gente conversa no es necesario el sueño, hay que seguir viajando, no se te pueden cerrar los ojos si aún has de escuchar jazz o palabras.
Claro que ese libro (como aquella manera de conversar de Puig, o de Manuel Mújica Laínez, el autor de Bomarzo, o de muchos de los autores que ustedes puedan imaginar y que son hoy autores de Buenos Aires) es también un grito contra la inminencia del fin del tiempo; Cortázar estaba persuadido de que su mujer iba a morir, le estaba regalando tiempo y palabras, que era lo que a él le apasionaba y le sobraba; me decía Juan Bedoian, el director de Ñ, la revista cultural de Clarín, que cuando Cortázar le concedió aquella última entrevista de la que hablamos en la crónica de ayer, era diciembre de 1983, más de un año después de aquel viaje, y Cortázar se pidió un whisky y luego otro y luego otro y también se pidió un puro y luego y luego otro, como si estuviera tapiando el tiempo, como si quisiera hacer del día una noche y por tanto un viaje extraordinario, permanente, eterno…

lunedì 16 aprile 2012

La passeggiata improvvisa - Franz Kafka

Quando la sera sembra ci si sia definitivamente risolti a restare a casa, si è indossata la veste da camera, dopo cena si siede al tavolo illuminato e si è iniziato un qualche lavoro o gioco, concluso il quale d’abitudine si va a dormire, quando fuori c’è un tempo ostile che rende naturale il rimanere a casa, quando ormai si è rimasti fermi così a lungo accanto al tavolo che l’andarsene non potrebbe che suscitare la sorpresa generale, quando le scale sono già buie e il portone sbarrato, quando ora, nonostante tutto, ci si alza presi da un disagio improvviso, ci si cambia la giacca, si ricompare subito vestiti per uscire, si dichiara di dovere andare, e lo si fa senz’altro dopo essersi brevemente accomiatati, si pensa, giudicando dalla rapidità con cui la porta è stata sbattuta, di essersi lasciati alle spalle più o meno contrarietà, quando ci si ritrova in strada, con membra che rispondono con particolare mobilità alla libertà inattesa che si è loro procurata, quando per quest’unica decisione si sente raccolta in sé ogni capacità di decisione, quando con evidenza maggiore del solito si comprende che, più che il bisogno, si ha la forza di operare e sopportare facilmente il cambiamento più repentino, e quando si cammina così per le lunghe vie – allora, per quella sera, si è usciti del tutto dalla propria famiglia, che s’allontana nel nulla, mentre noi, saldissimi, neri per l’assoluta nettezza dei nostri contorni, battendo con le mani dietro le cosce, ci si innalza alla nostra vera figura.
Tutto si rafforza se, a quell’ora di notte, si va a trovare un amico, per vedere come sta.

lunedì 9 aprile 2012

Attenti al cane! - Stig Dagerman

"Certo è deplorevole
che gente che vive di sussidi si tenga poi un cane"
ha dichiarato un responsabile
della Previdenza Sociale
del Varmland



La legge ha i suoi difetti
I poveri han diritto di tenere un cane
Potrebbero tenere dei topi invece:
van bene anche loro e sono esentasse

Se ne stanno in anguste stanzette
coi loro costosi bastardi.
Perché non giocano con le mosche?
Non sono animali da compagnia?

E al Comune tocca pagare.
Bisogna farla finita 
o c'è da temere
che si comprino delle balene

Una decisione va presa:
abbattere i cani! Non è una buona idea?
Il prossimo provvedimento. abbattere i poveri
Così il Comune risparmierà qualcosa.