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giovedì 21 agosto 2025

I criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna

a cura di Francesco Masala (disegni di Mr Fish e Latuff). Immagini contro il silenzio: “Guarda cosa mi ha fatto LEONARDO”

Il 15 agosto sull’Unione Sarda è apparso un articolo su un cartello che dice che “i criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna”, in realtà la maggior parte dello spazio è dedicato alle farneticanti dichiarazioni di un tipo che urla ANTISEMITA! VIGLIACCO! IGNORANTE! (sono più dignitose le discussioni nei bar, in Barbagia).

 

Chia, cartelli contro gli israeliani a Su Giudeu: «Criminali di guerra non benvenuti in Sardegna»

«I criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna e possono essere perseguiti dalla legge». Scritto in due lingue: ebraico e inglese. Sono i messaggi comparsi su alcuni manifesti affissi sopra i cartelloni dedicati ai turisti a Chia, nel comune di Domus De Maria. A corredo, oltre al disegno di una fantasia tipica dell’artigianato artistico sardo, due hashtag: “freepalestine” e “stopgenocide”.

I destinatari sono gli israeliani: il loro governo, con le sue forze armate, sta compiendo un massacro nella Striscia di Gaza, dove la popolazione è alla fame, dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre del 2023, ormai due anni fa. E la location non sembra essere casuale: quella è la spiaggia di Su Giudeu. 

A parlare di “antisemitismo” è Mario Carboni, presidente dell’associazione Chenabura – Sardos Pro Israele, che in passato aveva inneggiato alla distruzione di Gaza «come la Berlino di Hitler»:  «Gli anonimi eredi dei nazifascisti ed attuali sostenitori degli jihadisti islamici, autori del cartellone, dovrebbero firmare un manifesto con i loro nomi affinché vengano aggiunti ai firmatari del manifesto delta razza fascista degli anni ‘30», attacca, «Anche allora c’erano dei sardi come denunciava con disprezzo Emilio Lussu in un suo magistrale articolo in difesa dei giudei». Per Carboni gli autori dell’iniziativa «sono oltretutto vigliacchi, oltre che ignoranti e non lo faranno mai. Se lo facessero dovrebbero argomentare il perché hanno scelto lo scoglio de Su Giudeu come obiettivo esplicito della loro azione, che si suppone notturna»…

continua qui

 

 

Il 17 agosto sullo stesso giornale (qui) viene svelato, come se fosse uno scoop giornalistico, che l’autore del cartello è Pierluigi “Luisi” Caria.

In realtà si tratta di un parziale copia incolla della pagina fb di Pierluigi “Luisi” Caria, meglio leggere quello che scrive Caria, senza la mediazione del quotidiano:

L’ esercito più vigliacco e meschino del mondo continua a massacrare senza pietà uomini, donne e bambini, spesso giocando a tiro a segno con i profughi in fila per gli aiuti alimentari.

Io continuo a vedere questo schifo e a sentire nausea per l’indifferenza e il cinismo di politici, giornalisti, amministratori e affaristi.

Non ho neppure molto tempo da dedicare a questo e mi dispiace moltissimo…

Quindi le 5 o 6 volte che sono andato in spiaggia negli ultimi mesi, ho pensato di rendermi utile portando in borsa qualche cartellone di una campagna in solidarietà con il popolo palestinese.

“I criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna e possono essere perseguiti dalla legge” scritto bilingue, in ebraico e in inglese, perché è proprio ai criminali di guerra che vorrebbe rivolgersi.

In particolare assassini, criminali e torturatori in congedo che potrebbero venire in vacanza nella nostra terra per riposarsi dopo aver partecipato al massacro dei bambini di Gaza, anche attraverso il collegamento aereo Olbia – Tel Aviv.

Ieri mattina sono stato a Chia e mentre le persone che erano con me riposavano ho fatto una passeggiata in tutta la spiaggia per chiedere ai chioschi se potevo appendere un manifesto.

Sono arrivato fino all’ uscita dell’ ultimo parcheggio, dove alcuni turisti tedeschi mi hanno aiutato ad appenderne uno con lo scotch su un cartello di metallo non più leggibile e molto rovinato, che pareva essere lì proprio a posta.

Poco fa ho visto la foto di quel manifesto su un assurdo articolo online, secondo cui avrei appeso un manifesto “contro gli israeliani” in un posto che secondo il giornalista “non sembra essere casuale” dato che si tratta della spiaggia di “Su Giudeu”.

Il manifesto in questione (che abbiamo appeso all’ ingresso della spiaggia di “s’àcua druci”) non è contro gli israeliani ma appunto contro i criminali di guerra e la vicina spiaggia di Su Giudeu non ha assolutamente nulla a che fare con gli ebrei, facendo riferimento invece a “su purpu giudeu” che è il nome sardo del callistoctopus macropus, un cefalopode conosciuto in Italiano come “polpessa”.

Nell’ articolo sono riportate le dichiarazioni di Mario Carboni, che da tanti anni con la sua vergognosa associazione sottrae fondi destinati alla lingua sarda per diffondere propaganda filo sionista israeliana .

Vi lascio il link nei commenti se volete leggere nel dettaglio gli sproloqui di questo sostenitore del genocidio e della pulizia etnica del popolo palestinese.

Ci sono poi riportate delle dichiarazioni della sindaca di Domus de Maria che appena avuta la notizia avrebbe mandato i vigili urbani fino alla spiaggia di s’àcua druci, a posta per rimuovere il manifesto che secondo lei avrebbe rappresentato un pericolo per l’ordine pubblico.

Non c’è niente di strano se la signora Spada non capisce l’ ebraico ma forse avrebbe potuto capire la scritta in inglese: secondo l’ordinamento vigente i crimini di guerra (il bombardamento di ospedali e ambulanze, l’omicidio a sangue freddo o il rapimento di migliaia di persone, il bombardamento indiscriminato di città abitate da civili) possono essere perseguiti dalla magistratura.

Forse la cosa più imbarazzante dell’ articolo è il chiosco Araj, dove mi hanno fatto appendere il manifesto (come potete vedere nella foto), e che a differenza di altri chioschi che mi avevano detto di sì o di no, ha sentito il bisogno di rilasciare dichiarazioni al giornalista dicendo che “loro non fanno politica internazionale e ognuno è il benvenuto”.

Sarà anche vero che i soldi non puzzano, ma avrebbero potuto comunque risparmiare un po’ di dignità.

da qui

intanto è apparsa in spiaggia la bandiera dello stato genocida, come se quella spiaggia fosse un territorio occupato dai criminali di guerra.

scrive Giulia Lai:

Mentre Israele bombarda l’ennesimo ospedale con dentro persone inermi e medici eroi, a Su Giudeu hanno deciso di appendere una bandiera di quello Stato che sta portando avanti questo genocidio.

E questo perché qualcuno ha appeso un manifesto con su scritto che i “criminali di guerra non sono graditi”

Ma ora la Sindaca, e pure medico, avrà la stessa prontezza nel rimuoverla? Io spero di sì, quantomeno per solidarietà ai propri colleghi che stanno salvando vite umane sotto le bombe e per questo sono morti

da qui

anche in Grecia urlano le stesse parole di Luisi:

“Con milioni di turisti che affollano il Paese, rendiamo la nostra presenza visibile e rumorosa. Trasformiamo isole, spiagge, vicoli, cime di montagna e rifugi in luoghi di solidarietà — non in luoghi di svago per i soldati assassini dell’IDF. Lo sforzo organizzato per fare della Grecia un ‘rifugio’ per chi partecipa o sostiene il massacro in Palestina non passerà!”

da qui

 

Gaetano Colonna (meritoriamente) spiega come funziona la canèa dei sostenitori di chi compie il genocidio (e la pulizia etnica e l’apartheid); un’analisi approfondita in Europa e in Italia, con nomi e cognomi (non solo del governo della P2):

https://clarissa.it/wp/2025/07/27/il-potere-di-israele/

https://clarissa.it/wp/2025/07/29/israele-in-europa/

 

 

Mentre a Gaza si continua a morire, tra bombardamenti mirati e stragi indiscriminate, a Roma compaiono, silenziosamente e senza clamore mediatico, dei manifesti che rompono il muro del silenzio. Sono manifesti semplici, potenti, dolorosi: il volto di una bambina palestinese gravemente ferita, con una frase incisiva sotto: “Guarda cosa mi ha fatto LEONARDO!!”

Non è un errore. Leonardo, in questo caso, non è il genio del Rinascimento, ma Leonardo S.p.A., il più grande produttore di armi italiano, il primo nell’Unione Europea, il secondo in Europa e il tredicesimo nel mondo, secondo i dati SIPRI. Un colosso dell’industria bellica che gode di un’aura di “eccellenza nazionale” e di discrezione mediatica, ma che – come i manifesti indicano con chiarezza – è direttamente coinvolto nell’apparato bellico israeliano

continua qui

 

qui e qui Gian Luigi Deiana  in bottega aveva scritto da par suo di Luisi Caria (e Antonello Pabis)

domenica 20 aprile 2025

Il suicidio dell'UE e l’antica Grecia - Pino Arlacchi

(da Fatto Quotidiano, 16 aprile 2025)

 

L’Europa di oggi è afflitta, come la Grecia antica, da disuguaglianze e fratture: si sta spegnendo perché è caduta in mano a élite scadenti, preoccupate solo della propria sopravvivenza

Con il suo folle piano di riarmo l’élite al potere in Europa Occidentale sta tentando di costruire una minaccia russa che esiste solo nei suoi deliri e che serve a nascondere la sua incapacità di giocare la vera partita, che è tutta interna all’Europa stessa.


La partita del lento e inesorabile impoverimento della sua popolazione a vantaggio di pochi privilegiati che dura da mezzo secolo. La partita della perdita dell’energia vitale del continente, sempre più isolato in un pianeta non più dominato dall’Occidente e che trabocca di voglia di emancipazione e di pace.

Il progetto europeo, concepito dopo il 1945 come reazione a due guerre mondiali che avevano portato l’Europa sull’orlo dell’autodistruzione, ha esaurito la sua spinta propulsiva.

Non è più un grande piano di pace e prosperità condivisa. Si è corrotto e ribaltato in un cupio dissolvi, in un rinnovato impeto suicida.

Che altro può essere se non un folle voto verso la morte l’attacco che l’oligarchia dell’occidente europeo sta sferrando ad un’altra parte dell’Europa, la Russia, dotata di armi di distruzione di massa in grado di distruggere l’intera civiltà europea?

E se la Russia decidesse di prendere sul serio la minaccia di aggressione lanciata da Bruxelles giocando d’anticipo e prendendo l’iniziativa invece di aspettare vent’anni come nel caso dell’Ucraina? Per il momento Putin pare più propenso a considerare poco più che un vaniloquio le dichiarazioni della von der Leyen e le isterie anti-russe del Parlamento europeo. Ma nel caso opposto non credo che la fine dell’Europa avverrebbe lentamente, nell’arco di secoli o di generazioni, come è accaduto alla sua casa madre, la Grecia classica, estintasi per le stesse assurde ragioni promosse oggi dagli inetti leader europei.

Non sono stati gli archi dell’invasore persiano né le lance macedoni a spegnere la voce di Atene, ma il graduale avvelenamento delle sue stesse radici. La Grecia classica non cadde sotto i colpi di un nemico esterno. Morì per un prolungato suicidio, consumato nell’arco di guerre fratricide. Lo sfacelo della Grecia antica conserva una risonanza inquietante e un’attualità che non possiamo permetterci di ignorare.

La narrazione tradizionale che attribuisce alla “minaccia persiana” le origini del declino ellenico è una semplificazione storica che non regge all’analisi critica degli eventi. Come ha osservato Arnold Toynbee, le civiltà non muoiono assassinate, ma si suicidano. Il caso greco ha contribuito a ispirare questa massima, rivelando come il sistema delle poleis, le città-stato, con la sua straordinaria vitalità culturale e le sue profonde contraddizioni politiche, contenesse già in sé i semi del proprio disfacimento.

L’evento catalizzatore di questo processo di autodistruzione fu indubbiamente la guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), un conflitto che lacerò il mondo greco per 27 anni, contrapponendo Atene e la sua Lega Delio-Attica a Sparta e la Lega Peloponnesiaca. La guerra fu iniziata dagli Spartani ma Tucidide, il grande storico testimone diretto degli eventi, distingue tra la “causa vera” e i “pretesti immediati”.

Secondo lui, la causa profonda era stata “la crescita della potenza ateniese e il timore che essa provocava in Sparta”. Atene aveva trasformato la Lega di Delo (nata come alleanza difensiva in stile Nato contro i Persiani) in un vero e proprio impero marittimo le cui navi minacciavano le coste del Peloponneso spartano. Quindi, se formalmente fu Sparta a dichiarare guerra, Tucidide suggerisce che fu l’espansionismo ateniese a rendere il conflitto praticamente inevitabile. (Vi viene in mente qualcosa?).

I numeri parlano da soli: Atene perse circa 30.000 cittadini durante l’epidemia di peste del 430-429 a.C., un quarto della sua popolazione.

L’aggressione del 415-413 a.C. contro Siracusa, una splendida polis siciliana colpevole solo di far ombra ad Atene, si concluse con la sconfitta e la perdita di 40.000 uomini e 200 navi. Quando, nel 404 a.C., la città si arrese a Sparta, le sue mura furono abbattute mentre i suoi abitanti piangevano la fine dell’egemonia ateniese e, con essa, di un’epoca d’oro del pensiero umano.

Come scrive Luciano Canfora, “La Grecia classica morì così, consumandosi in un’interminabile successione di guerre, in cui ogni vittoria era effimera e ogni sconfitta permanente. Solo l’arte e il pensiero greco sopravvissero, ma in forme sempre più distaccate dalla realtà politica”.

Nel cuore di questa autodissoluzione giaceva un paradosso irrisolto: il sistema delle città-stato, che aveva generato l’incredibile fioritura culturale del V secolo a. C., si rivelò incapace di evolversi verso forme di aggregazione politica più ampia.

Ogni polis difendeva gelosamente la propria autonomia (autonomia) e libertà (eleutheria), considerando l’indipendenza un valore assoluto e non negoziabile. Nessun pensatore greco andò oltre effimeri vagheggi su una federazione delle poleis di lingua greca.

Non dimentichiamo, al riguardo, come i padri fondatori dell’Unione europea consideravano l’inclusione della Russia come la meta finale del cammino verso un Europa estesa dall’Atlantico agli Urali. Cammino interrotto e progetto espansivo crollati ormai senza rimedio. E senza alternativa.

La lezione della caduta della Grecia classica è che nessuna eccellenza artistica e filosofica può salvare una civiltà la cui leadership non sa affrontare le sfide politiche e sociali del momento. Le civiltà muoiono quando perdono la capacità di rinnovarsi dall’interno, di ringiovanire come sta adesso accadendo alla Cina: il paese più povero del mondo che diventa tra i più ricchi nell’arco di soli 40 anni grazie alla qualità della sua leadership e del suo progetto socialista.

L’Europa contemporanea è afflitta, come la Grecia antica, da disuguaglianze e fratture che appaiono insanabili. La nostra civiltà si sta spegnendo perché è caduta in mano a élite scadenti, preoccupate solo della propria sopravvivenza, pronte ad asservirsi a padroni esterni e condannate a diventare vittima delle proprie paranoie.

Se la parte russa dell’Europa decide di prendere davvero in considerazione la minaccia armata che l’oligarchia dell’Europa occidentale sta cercando di costruirle contro, la storia si ripeterà sotto forma di una tragedia ancora più definitiva di quella che ha distrutto l’antichità greca. Perché adesso c’è in scena l’Apocalisse nucleare.

Ma la storia sembra ripetersi, fino adesso, sotto forma di farsa. Speriamo.

da qui


venerdì 11 aprile 2025

Le atrocità di Mussolini – i crimini di guerra rimossi dell'Italia fascista - Michael Palumbo

(traduzione di Paola Tornaghi, Edizioni Alegre, 2024, 20€, prefazione di Eric Gobetti, postfazione di Ivan Serra)

 

Questo libro non è stato scritto recentemente, pubblicato da Rizzoli nel 1992 col titolo L’olocausto rimosso, non arrivò nelle librerie, fu mandato al macero prima della diffusione (anche se qualche copia si è salvata).

Dell’ottobre 2024 il libro è riapparso grazie alle Edizioni Alegre di Roma, con un titolo diverso, ma il contenuto non è cambiato, la storia è sempre quella.

I cittadini di Libia, Etiopia, Grecia, Albania, Slovenia, Croazia, furono le vittime del maledetto impero italiano, con più di un milione di morti causati dagli aguzzini italiani, senza dimenticare i crimini della repubblica di Salò.

Si tratta un libro intenso e denso di fatti, tratti da documenti che aspettavano solo di essere letti e diffusi, e si legge senza mai un momento di stanchezza o di noia, come un libro dell’orrore.

L’autore racconta anche, come in un giallo che si rispetti, il modo nel quale molti documenti sono stati riscattati dall’oblio, da un armadio della vergogna, nella sede dell’ONU di New York.

Il libro, che smonta la leggenda falsa di italiani brava gente, leggenda alla quale ha contribuito un film come Mediterraneo, di Gabriele Salvatores.

Purtroppo ai fatti isolati di soldati italiani che si ribellano contro il fascismo, episodi spesso richiamati, sottolineati e lodati, si contrappone il silenzio e la censura dei crimini e criminali dell’esercito italiano.

L’auspicio è che questo libro (come pure quelli di Angelo Del Boca) diventi un libro di testo nelle scuole di ogni ordine e grrado, ma può essere possibile se in Italia la seconda carica dello Stato ostenta orgogliosamente il busto di Mussolini, e gli eredi del fascismo sono al governo?

 

Gli israeliani si sono certamente ispirati ai crimini dell’Italia fascista, ci sono tante somiglianze, ci sono i criminali di guerra, come Graziani (e non solo) e Netanyahu (e non solo), ci sono i genocidi nelle colonie italiane durante la seconda guerra mondiale, ma anche in Grecia (i soldati tedeschi, in confronto ai maledetti italiani, erano dei gentiluomini), ci sono i campi di sterminio nei paesi occupati dall’Italia e Gaza (secondo il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres), e tra le enormi infamie sono da considerare il divieto di fornire cibo a chi muore, letteralmente, di fame, in Grecia gli italiani osteggiavano la Croce Rossa, a Gaza è l’ONU a essere perseguitato, in tutti i modi possibili.

 

 

QUI si può leggere un’interessante intervista con Michael Palumbo

QUI un’intervista apparsa in bottega

 

QUI si può vedere Fascist legacy (L’eredità fascista), prodotto dalla BBC, con regia di Ken Kirby

 

Il documentario Fascist Legacy (l’eredità fascista) dello storico italoamericano Michael Palumbo e dell’inglese Ken Kirby ha posto fine per sempre alla leggenda degli “italiani brava gente”. Ma che si trattasse, appunto di un mito senza alcun fondamento lo sapevano bene non solo gli storici, ma le vittime (libiche, etiopiche, greche, jugoslave) e, com’è ovvio, gli stessi carnefici”.

Così scriveva L’Unità il 10 giugno 1990,  mezzo secolo dopo l’annuncio della dichiarazione di guerra nel secondo conflitto mondiale e pochi mesi dopo la messa in onda del documentario da parte della Bbc in due puntate, il 1 e 8 novembre 1989, suscitando le proteste diplomatiche italiane, presentate dall’ambasciatore a Londra Boris Biancheri ed un ampio dibattito in Italia. (Si vedano ad esempio due articoli di Repubblica del 10 novembre 1989, “Italia, ecco i tuoi crimini di guerra” e “E’ vero, e Londra sapeva. Gli storici italiani rispondono“).

Il 2 dicembre 1989 vi fu una proiezione al Festival dei Popoli di Firenze e la Rai il 1 gennaio 1990 ne acquisì i diritti esclusivi per l’Italia facendoli però scadere il 30 settembre 1994 senza che il filmato fosse mai programmato (vedi interrogazione parlamentare del 25 novembre 1997).  Nel corso del 2004 l’emittente La7 ne trasmise ampi stralci e in seguito History Channel una versione integrale (si può visionare qui).

Fin dalla prima apparizione del documentario, era prevista la realizzazione da parte di Michael Palumbo, sulle cui ricerche era basato, di un libro sui crimini di guerra italiani.

Un articolo di Simonetta Fiori su Repubblica del 17 aprile 1992 (Quel libro non si stampi!) ci spiega perché fino ad oggi non ci fosse traccia del libro, arrivato ad una fase di produzione avanzato per la Rizzoli ma poi abortito per la minaccia di querela da parte di Giovanni Ravalli, ex ufficiale ai tempi dell’occupazione in Grecia, che respingeva le accuse sul suo conto rinvenute nelle prime bozze del libro fatte circolare. Nell’articolo la direttrice editoriale smentiva quanto riportato da una prima notizia secondo la quale “la Rizzoli aveva deciso di mandare al macero le ottomila copie già stampate, una tiratura giustificata dalle attese”, affermando che ”non ne era stata stampata neppure una copia”.

Oggi – per la prima volta dopo 28 anni, per quanto ne sappiamo – siamo in grado di presentare pubblicamente una copia sopravvissuta di quel volume, evidentemente scampata al macero, dimostrando che la prima notizia nell’articolo “Quel libro non si stampi!” era quella veritiera.

Come si lamentava Palumbo: “E’ una tragedia che si possano fare rivelazioni di questa gravità soltanto a distanza di decenni”. Era il 1992 e si riferiva alla documentazione della Commissione delle Nazioni Unite per i Crimini di Guerra rimasta sepolta fino al 1980.

Però la stessa sorte è purtroppo toccata al suo libro, censurato e dimenticato fino ad ora.

Forse, come riportato da Mimmo Franzinelli nel numero 3 del mensile Millenovecento del gennaio 2003, non fu il solo Ravalli ad interessarsi al futuro del libro:

“La minaccia di querela per autore ed editore, con le concomitanti pressioni di ambienti influenti della politica e del mondo militare [corsivo nostro], indussero i dirigenti della Rizzoli a riconsiderare il libro in uscita e a toglierlo dalla programmazione editoriale. Il tenace e combattente Ravalli è scomparso nel 1998, all’età di 89 anni, ed è inumato in un cimitero della capitale, nel loculo di famiglia. Dove sia sepolto il libro inedito di Palumbo è invece un mistero: le bozze di stampa sono scomparse dagli stessi archivi Rizzoli”.

Per ora si può solo raccontare della sfortuna editoriale di Michael Palumbo in Italia e approfondire il caso del tenente Ravalli…

continua qui

 

 

QUI si può vedere Il leone del deserto, un film del 1980 diretto da Mustafa Akkad.

Il film è stato censurato impedendone la distribuzione in Italia, in quanto ritenuto “lesivo all’onore dell’esercito italiano”, e non è mai stato mai trasmesso dalla RAI.

 

In bottega (QUI) avevamo ricordato Angelo Del Boca, il primo storico a pubblicare libri sul criminale colonialismo italiano.