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domenica 30 novembre 2025

L’odore della povertà che vi disturba tanto? E’ solo colpa della politica. Io, che do da mangiare ai senzatetto, vi racconto perché - Raffaele Galardi*


La povertà non chiede nulla, occupa lo spazio con corpi, oggetti ma anche odore, molte volte puzza. L’odore resta, non si relativizza è acre, sgradevole a volte da i conati, è proprio lì che la società mostra la sua natura, quella vera.

Una persona entra in un’attività commerciale, sente quell’odore, si ritrae per istinto non lo nasconde, lo dice apertamente, educatamente con parole ricercate e forbite, in quelle parole c’è l’intero dispositivo del nostro tempo, parole che fanno male alle orecchie ed alla sensibilità di alcuni, non tanto l’odio perché non è odio, non il giudizio morale, ma il rifiuto del contatto.

La miseria diventa corpo estraneo, un qualcosa che disturba la tranquillità e la spensieratezza, anche quella di una semplice pausa pranzo, il rifiuto, purtroppo, legittimo da parte di alcuni di condividere la stanza con qualcuno che puzza di povertà, di miseria, di abbandono.

La domanda resta, perché quell’odore? Non basta la frase comoda, “non possono lavarsi”, “vogliono vivere così”, la verità è che non possono perché noi come società, come comunità, li vogliamo così, sporchi, lerci, maleodoranti. L’odore funziona come marchio, definisce il dentro e il fuori, l’accettato e il rifiutato.

Quasta esperienza che racconto, la descrivo per conoscenza diretta, per aver provato sulla mia pelle la violenza psicologica dell’aut aut, o me o loro, ambo le parti avevano ragione, sia chi aveva fame sia chi voleva gustare il proprio pasto senza lo sgradevole olezzo della puzza di merda e piscio e dello sporco di mesi se non anni di marciapiede.

Questa cosa mi ha turbato… dimenticavo, faccio il cuoco, conduco una piccola attività ed offro il pasto agli ultimi, senza badare dall’odore, li faccio anche accomodare a tavola talvolta, per restituire loro qualche minuto di dignità. Quel bivio di scelta mi ha messo in condizione di riflettere: a me non piacciono le imposizioni, ma anche la mia in fin dei conti lo era, chi sono per obbligare un’altra persona a consumare il pasto tra olezzi sgradevoli?

Ho preso una decisione, interessare la comunità, intesa come clientela e come istituzione, ho chiamato le istituzioni, perché se io, noi, posso sfamare qualcuno, le istituzioni, lo Stato diramazioni periferiche comprese, li possono lavare e vestire, possono restituire loro la dignità dell’odore. Ho scoperto in questa maniera l’esistenza delle docce pubbliche, ho scoperto che sono a pagamento per tutti, compresi i senza fissa dimora, senza reddito, senza soldi. Docce a pagamento, con tariffe che raddoppiano nel weekend, servizi pubblici trasformati in gabbie tariffari, chi non può pagare deve portare addosso il segno della sua condizione. Un marchio olfattivo, più efficace di qualunque documento.

La scena è questa, il senzatetto che puzza ed ha fame, il cliente che giustamente vuole godere la sua personale esperienza in un ambiente confortevole ed in mezzo io, e quelli come me, uno che cucina, lavora, serve, uno che non dovrebbe sostituire lo Stato e invece lo fa. Perché qualcuno deve farlo, anche solo per il semplice fatto che la fame non aspetta il bilancio comunale.

La politica osserva, calcola. fa la cosa che le riesce meglio, non agisce, salvo sporadiche eccezioni. Il tema dei poveri risorge molte volte solo durante la campagna elettorale, comizi, promesse, piani, poi dopo il voto… il silenzio. La miseria torna sottoterra, insieme ai volantini elettorali e l’odore resta per strada, sulla pelle, nelle narici. Una politica che produce povertà e pretende decoro che parla di ordine mentre costruisce esclusione che usa i poveri come spauracchio, ma non li riconosce come cittadini.

L’odore non viene dai corpi sporchi che dormono per strada senza nemmeno poter pisciare con dignità, viene dalle politiche pubbliche, dalla scelta deliberata di tagliare, chiudere, ridurre, monetizzare, dall’abitudine del potere a esternalizzare la colpa su chi quella colpa la subisce.

Non c’è convivenza possibile in un sistema costruito per dividere, non c’è dignità possibile dove l’igiene diventa merce, non c’è pace possibile tra un tavolo di ristorante e un corpo abbandonato, finché la politica resterà un esercizio di linguaggio e non atto concreto.

La lotta sta qui, o si accetta il modello della segregazione, o si rompe! Noi lo abbiamo rotto, abbiamo stressato il sistema, telefonate, messaggi e poi ancora telefonate ed altri messaggi, cosa abbiamo ottenuto? Ci è stata data la possibilità di condividere, di poter acquistare una doccia calda, una saponetta, una dose di bagnoschiuma, di shampoo e donarla consegnando un voucher.

“Mi perdoni, avrei un’osservazione”
“Dica”
“Ma una volta lavati, se reindossano i panni sporchi che avevano, tornano a puzzare come prima!”
“Un cambio di abiti, lo metteremo a disposizione noi”, uno scatto di reni delle istituzioni, wow! un sussulto piccolo piccolo ma che è sempre una speranza.
“Ancora una cosa”
“Dica”
“Riusciamo a portare il prezzo della doccia del sabato uguale a quello del venerdì?”
“Eh! Una passo alla volta!”

Condividere è un atto politico. Lo è sempre. Lo è soprattutto quando dà fastidio, ma ancor di più quando smuove le coscienze, anche fosse solo una.

*l’autore è un imprenditore nel settore della ristorazione

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domenica 23 novembre 2025

L’abitudine alla guerra - Annamaria Manzoni

Quello che sta succedendo a Gaza ormai da due anni, e che non pare affatto interrotto da un accordo di pace già declassato nei fatti a flebile tregua, in Ucraina da oltre tre, le pur scarsissime notizie che filtrano dalle altre decine di luoghi del pianeta, trasformati in zone di guerra spaventose, Sudan e Nigeria in testa con gli stermini di massa che li abitano, stanno incidendo progressivamente anche sul nostro modo di sentire e reagire, sul nostro psichismo, vulnerabile a ogni esperienza, vissuta anche solo da testimoni: le reazioni iniziali sono state di incredulo sgomento, di sbigottimento davanti alle cronache quotidiane di massacri, agli spazi dei media invasi da realtà che pensavamo appartenere a tempi spazzati via da una inarrestabile civilizzazione, marcata dalla ricerca dell’universalizzazione dei diritti. I meno giovani di noi, cresciuti immaginando e vagheggiando, sull’onda di canzoni divenute inni e miti, “un mondo senza ragioni per uccidere né per morire, un mondo senza confini né avidità, nessun paradiso da guadagnare né inferno da temere, nessuna religione ad imporre dogmi,” eravamo davvero persuasi che, se di sogno matto si trattava, era un sogno bello da sognare, e forte tanto da generare azione.

Il risveglio da quello che si sta rivelando essere stato uno stato soporoso, di ottundimento o di colpevole ingenuità, in cui il desiderio è stato scambiato per realtà, è stato brutale. Innegabile che i decenni appena trascorsi fossero stati carichi di indizi, lì pronti da cogliere se solo lo si fosse voluto: parole quali giustizia, solidarietà, diritti andavano sempre più scansandosi per fare largo a individualismo, indifferenza, competizione, che per le nuove generazioni diventavano il brodo di coltura per una diversa idea di mondo.

Ma ancora nulla a che fare con l’idea di guerra, ripudiata dalla Costituzione, ma soprattutto rifiutata dai giovani totalmente insofferenti anche a quel servizio militare preparatorio al suo svolgersi, obbligo insensato che chi poteva rifuggiva poco nobilmente provando ad imboscarsi e molti altri, più coscienziosamente, a preferirvi il servizio civile, che un senso condivisibile ce lo aveva. Make love, not war era diventato il mantra esibito gioiosamente non solo in oceaniche manifestazioni, ma anche su onnipresenti spille e autoadesivi: infine tanto interiorizzato e normalizzato da non necessitare nemmeno più di essere ribadito. Imparare a imbracciare un fucile, magari strisciando su terreni dissestati, zaini zavorrati in spalla, era ormai considerato un esercizio di machismo, da lasciare a chi ne aveva bisogno per compensare scarsi livelli di autostima, ma capace solo di sottrarre tempo alle bellezze della vita.

Sembrava strada senza ritorno. Eccoci invece catapultati in scenari prima appannaggio esclusivo di quei film di guerra, visti dalla postazione rassicurante di una poltrona cinematografica o dal divano di casa: tutto si risolveva in un paio d’ore di ansia adrenalinica, eccitante intervallo tra più o meno confortanti tran tran da vita civile, magari un po’ noiosa, ma di certo rassicurante.

I droni

Poi, quasi senza preavviso, le cronache quotidiane hanno cominciato a parlare un linguaggio esondante di massicci attacchi, linee del fronte, difese aeree, offensive finali, piogge di missili, esplosioni, raidmentre i droni, oggetti ancora sconosciuti a molti, entravano di prepotenza nel nostro vocabolario, provocando prima sorpresa e ben presto progressiva abitudine.

Molto più drammatico è stata convivere con le immagini, tanto più universali delle parole, perchÉ capaci di scatenare un impatto emotivo dirompente anche quando ci sfilano davanti solo per pochi secondi. I nostri occhi e di conseguenza la nostra mente sono andati registrando il dilagare sugli schermi di uomini trasformati da mitra, bombe a mano, kalashnikov: da esseri umani a macchine da guerra, spaventose e ferali. E poi scenari di edifici rovinanti al suolo a trasformarsi in cumuli di macerie; città in frantumi; fumo ad annerire il cielo.

Ancora niente a confronto della straripante disperazione umana: bambini sporchi e disperati a piedi nudi tra le macerie con fratellini più piccoli sulle spalle, che al microfono di chi prova a farli raccontare, rispondono per esempio, con un sorriso mite, che la cosa più brutta è quando di notte piove e i materassi sono tutti bagnati: orrido atto d’accusa verso il mondo adulto. E poi fiumane di gente spossata che si trascina verso chissà dove, bende su corpi feriti, lenzuola ad avvolgere cadaveri di ogni dimensione.

E il dolore misconosciuto di altri esseri, gli asini, fantasmi pelle e ossa obbligati a trascinare pesi immensi e ci si chiede come possano farlo e speriamo manchi poco perché stramazzino a terra verso l’unica liberazione a cui possano aspirare, quella fornita dalla morte: senza il debole sostegno di cui almeno gli umani possono godere abbracciandosi gli uni agli altri. Loro no: in totale solitudine, lontano anche dal conforto di un’ultima carezza che consoli una briciola del loro immeritato martirio.

Cancellare tutto con un click

Noi, testimoni involontari e lontani, abbiamo reagito ognuno a modo proprio, nel tentativo di mitigare lo spettacolo spaventoso che l’umanità, a cui apparteniamo, dà di sé: i più coraggiosi sono partiti per provare ad offrire aiuto, tantissimi hanno manifestato, scritto, raccolto aiuti.

Anche altro sta però succedendo: una sorta di stanchezza per la quotidiana informazione sulle tragedie in atto, che hanno il grande pregio di poter essere cancellate con un click del telecomando o sulla tastiera. E sparire dai nostri pensieri. Così da una parte ci sono quelli che non si possono sottrarre alla tragedia e noi, che ci indigniamo, ma ne possiamo annullare anche solo la percezione perché troppo dolorosa. Non è certo la prima volta che succede: basta pensare ai naufragi a poche miglia dalle nostre coste e alla morte in mare di decine, a volte centinaia, di persone alla ricerca di una vita vivibile. Anche in quel caso lo sgomento dei primi tempi, alimentato anche da puntuali cronache e filmati, si è via via affievolito: relegato a trafiletti sulle pagine interne dei giornali, a informazione di pochi secondi dalle televisioni, ha finito per essere bypassato dalla nostra attenzione e soprattutto dalla nostra compassione e solidarietà. Tutto normalizzato nella sua ripetitività. È una realtà molto preoccupante perché “a tutto ci si abitua” significa che basta un po’ di pazienza e poi tutto quello che è insopportabile diventa accettabile.

Volendo essere un po’ meno severi verso noi stessi e la nostra pericolosa adattabilità al peggio, è giusto ricordare che non sempre si tratta di indifferenza e cinismo: è invece vero che quella che appare come colpevole desensibilizzazione è a volte figlia di compassion fatigue, di un esaurimento, alimentato dall’esposizione prolungata alle sofferenze altrui, in cui ci si identifica empaticamente, ma che si è impotenti a modificare. Se quella sofferenza viene assorbita, può travolgere e sottrarvisi appare l’unico modo per rimanere integri. E allora cambiare canale, leggere altro sull’web perché “non ce la faccio più a guardare”, corrisponde a una strategia di salvezza, certo non esente da sensi di colpa, di inconfessata vergogna, ma comunque salvifica.

L’eliminazione degli alimenti proteici

Non sempre è possibile: le notizie sono a volte talmente forti da bucare come una lama il ghiaccio delle nostre corazze. Arrivano dai luoghi da cui le informazioni sono più frequenti, a partire dal massacro di Gaza. Una di queste riguarda la strategia di Israele per affamare la Striscia, di cui si parla da tempo: prendere per fame è piano indegno, ma non nuovo, come la storia insegna: per restare a tempi non lontani furono i tedeschi a far morire di fame oltre un milione di civili russi tenendo sotto assedio Leningrado per oltre due anni nel corso della seconda guerra mondiale. Ma nulla può competere in orrore con l’Holodomor, devastante piano genocidario ordito da Stalin negli anni 1932/33, quando vari milioni di ucraini furono letteralmente fatti morire di fame, secondo gli storici per perseguire una collettivizzazione forzata e contestualmente reprimere le aspirazioni nazionalistiche dell’Ucraina stessa. Ne dà una descrizione agghiacciante Vasilij Grossman nel suo Tutto scorre scritto tra il 1955 e il 1963, in cui la descrizione di morti individuali restituisce la dimensione di tragedia umana alla valenza storica dei fatti.

Un’inchiesta del Guardian denunciava già mesi fa oltre alla evidente crudeltà anche un intollerabile cinismo da parte di Israele, colpevole di affamare “in modo calcolato” la popolazione palestinese attraverso un preciso controllo delle calorie necessarie alla sopravvivenza, monitorando il divieto di lasciare affluire alimenti proteici per donne e bambini. La notizia è stata ripresa e diffusa a settembre dall’organizzazione umanitaria MUSIC FOR PEACE che ha fatto sapere che, per ordine del COGAT, (organismo che coordina le attività governative nei Territori) i pacchi destinati a Gaza vengono aperti e svuotati da biscotti, miele, marmellata, datteri in quanto proteici e quindi in grado di dare un po’ di forza a una popolazione stremata. Le autorità israeliane hanno calcolato con precisione svizzera quante calorie sono necessarie ai palestinesi per sopravvivere e conseguentemente autorizzato l’ingresso nella Striscia di quantità inferiori. Il Guardian cita un precedente già nel 2006, quando un collaboratore dell’allora premier Olmert disse: “Mettiamoli a dieta senza farli morire”. Ma neppure il solerte collaboratore poteva vantare, tra i suoi pregi, quello dell’originalità. È necessario risalire ancora un po’ a ritroso la corrente del tempo per imbattersi in un altro precedente, il famigerato programma AktionT4: attuato dal regime nazista in centri situati in Germania e in Austria ufficialmente tra il settembre 1939 e l’agosto 1941 (proseguito in forma clandestina fino al termine della guerra), prevedeva l’uccisione sistematica di persone “indegne di vivere” perché affette da disabilità fisiche o mentali, considerate gusci umani vuoti. Ufficialmente si parla di 70.000 morti forse, 250.000/300.000 se si estende la ricerca alle fasi clandestine. Ne fa una tragica ricostruzione il film Nebbia in agosto (2016), sulla storia vera del tredicenne Ernst Lossa, che ne fu vittima, film che bene ripercorre la minuziosa tecnica della riduzione delle calorie nei cibi quale strategia di uccisione silenziosa, attuata da medici, solerti esecutori degli ordini hitleriani, con la loro scienza al servizio del Male, quello con la M Maiuscola.

Il confine tra carnefici e vittime

Insomma una delle forme più subdole di sterminio burocratico, che Israele riprende, traendone ispirazione proprio da quelli che furono i suoi persecutori. Un altro tassello da prendere in considerazione quando ci si interroga su come sia possibile passare dal ruolo di vittime a quello di carnefici. Domanda a cui forse ha già dato risposta Primo Levi nel suo I sommersi e i salvati in cui rifletteva su come il confine fra carnefici e vittime non sempre sia netto e si possa piuttosto collocare in una zona intermedia, abitata dal bisogno e dalle circostanze, che determinano i comportamenti. E lo fa la riflessione psicologica relativa a come le esperienze possano essere interiorizzate nella loro complessità: non sarà avere subito orrore e ingiustizie a trasformare la vittima in difensore del diritto e dei deboli, se ad essere stato interiorizzato è il rapporto di prevaricazione come stile di relazione. Riproponendolo, sarà possibile mettersi dall’altra parte, quella dell’oppressore.

E poi ci sono i casi in cui infliggere il male non è neppure la conseguenza, per quanto ingiustificabile, di averlo subito. Anzi: proviene da chi dalla vita sembra avere tutto: ricchezza, posizione, possibilità di gestire il tempo come gli pare e piace. E, tra ciò che gli pare e piace ci sono le battute di caccia, dove infliggere dolore e sofferenza fino allo spasimo contro vittime indifese eccita e soddisfa. Ma la sindrome di onnipotenza è così pretenziosa da non ritenersi soddisfatta di obiettivi animali nonumani, bersaglio alla portata di tanti altri compagni di fucile da risultare così poco elitaria. E allora le competenze in tema di abilità e di sadismo si possono meglio esprimere su vittime umane, scelte come capita, ma in osservanza di un tariffario della vergogna. È successo a Sarajevo negli anni tenebrosi dell’assedio dove, sta emergendo, alcuni stimati professionisti si spostavano dalle zone ricche del nord Italia per eccitanti week end all’insegna del cecchinaggio contro i bambini, di certo un po’ costoso, ma ne valeva la pena, se mai pareggiando il conto con vittime meno care, uomini e donne, fino ad arrivare agli anziani, di tanto poco valore da poter essere uccisi anche gratis. Orrore? Vergogna? Sdegno? No, non c’è parola al mondo capace di connotare l’essenza che la ricostruzione dei fatti comporta. Il vocabolario non è stato aggiornato.

Migliaia e migliaia di pagine sono state scritte nel tempo nel tentativo di trovare una spiegazione al perché della guerra e della violenza così ubiquitarie nella storia umana né tanto meno di trovare quale sia la strada per escluderle dal tragitto della storia. Nulla di fatto ad oggi. Anzi. Forse varrebbe la pena approfondire lo strano caso, di cui parla il ricercatore Carl Safina, di una comunità di gorilla divenuta quasi pacifica per mancanza di modelli comportamentali aggressivi dopo la morte per tubercolosi dei maschi adulti. Chi sia depositario di tali modelli è di certo meno netto tra gli umani che non tra i gorilla, ma, una volta allargato il cerchio, una seria riflessione sulle responsabilità dei modelli anche oggi in circolazione sarebbe molto più che un ottimo punto di partenza per modificare lo stato di questo mondo che, semplicemente, è un mondo sbagliato.

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domenica 14 marzo 2021

Piccole alternative a colossi come JustEat, Netflix e Amazon - Samuele Cafasso

Il mercoledì sera sui tavoli dove fino a un anno fa il ristorante Rob de matt serviva gli aperitivi, ora ci sono delle grandi cassette di verdure e buste con formaggi e carne: sono i prodotti a filiera corta distribuiti nel quartiere di Dergano, a Milano, attraverso l’app L’Alveare che dice sì, che mette insieme gruppi di acquisto per aiutare gli agricoltori. Il lunedì, invece, è dedicato alla preparazione dei pasti per i senzatetto. Intanto, si lavora a SoDe (che sta per Social delivery), un progetto di consegne a domicilio che vuole creare un modello diverso rispetto a quello delle grandi multinazionali. Milano è la città perfetta per sperimentarlo: colpita duramente dalla pandemia, ha visto cambiare in poco tempo il tessuto commerciale e l’offerta culturale, dove ora giocano un ruolo di primo piano piattaforme come Amazon, Netflix, Deliveroo, Glovo.

SoDe nasce da un’idea piuttosto semplice: creare una realtà che offra a chi fa le consegne contratti stabili, mezzi e formazione adeguata. I costi saranno sostenuti dai promotori del servizio, ma in parte anche dai clienti: al momento di pagare, le persone potranno pagare il prezzo di mercato oppure “il ‘costo equo effettivo’ della consegna, cioè quanto effettivamente costerebbe la consegna dei prodotti acquistati per un rider con un contratto subordinato e le giuste tutele”. La scommessa non è scaricare tutto sul consumatore ma educarlo a un uso consapevole delle consegne a domicilio: il comune di Milano sostiene il progetto investendo 37.500 euro e il crowdfunding, ancora in corso, ha già raggiunto l’obiettivo dei 25mila euro.

“Il cibo per noi è sempre stato un modo per fare comunità: prima con gli aperitivi e il ristorante, durante il lockdown con il sostegno alle persone che hanno avuto più bisogno. Così ci è venuta l’idea di SoDe”, spiegano Francesco Purpura e Lucia Borso, due dei fondatori di Rob de matt, l’associazione di promozione sociale che gestisce questo ristorante un po’ atipico nella periferia nord di Milano. Aperto nel 2017, nasceva con l’obiettivo di dare lavoro a chi ha fragilità psichiche, a ex detenuti, a persone in carico ai servizi sociali. In tre anni ha fatto fare sessanta tirocini. Oggi il trenta per cento dei suoi lavoratori arriva da queste esperienze. “La nostra idea è sempre stata quella di creare un luogo che avesse un valore sociale ma dove fosse anche bello fermarsi”.

Pandemia e sfruttamento
Funzionava. Il bar-ristorante era diventato un punto di riferimento, frequentato da molti che nemmeno ne conoscevano la missione sociale, il momento in cui avrebbero pareggiato l’investimento e i costi era a portata di mano. Poi è arrivato il lockdown: “La prima settimana è stata da mani nei capelli. Poi siamo ripartiti”. Con una formula nuova: Rob de matt è diventato un riferimento nel quartiere Dergano per la raccolta di pacchi alimentari, le cucine sono state destinate alla preparazione dei pasti per i poveri (180 al giorno) consegnati dalla Croce rossa e dalle Brigate volontarie per l’emergenza. Prima tutti i giorni, ora una volta a settimana.

“Quello che è successo è che ci siamo accorti che qui ci conoscevano sempre di più e che la nostra impronta sociale era sempre più definita: quando abbiamo riaperto, i clienti sono tornati più rapidamente e in numero maggiore di quanto è successo altrove. Per noi il progetto sociale è sempre più un elemento di sostenibilità economica dell’impresa, non un costo”. SoDe nasce da questa logica: mettere insieme sociale e commerciale, costruendo una rete che da Dergano si allarghi ad altre periferie milanesi come Baggio, Giambellino, Nolo: “Vogliamo coinvolgere le botteghe artigianali con cui già lavoriamo per progetti di inclusione sociale. I fattorini saranno terminali di una rete: faranno le consegne e collaboreranno con i negozi di quartiere, segnaleranno situazioni di disagio”.

La critica alle grandi piattaforme di consegne a domicilio che è alla base di SoDe è condivisa anche da altre realtà di Milano. Il ristorante Slow sud effettua le consegne senza affidarsi alle multinazionali. Altri locali milanesi hanno creato la piattaforma Sergio, che mette insieme varie realtà e permette di ordinare cene da consumare a casa. Nel manifesto dell’iniziativa si legge: “Sergio non sfrutta sistemi di delivery pieni di ombre e aperte ai rischi di caporalato. Il delivery è disponibile se il ristorante mette a disposizione il proprio servizio, altrimenti Sergio incoraggia il take away, anche per conoscere chi ti ha preparato il pasto: sul cibo si fondano le comunità”.

Le immagini delle stazioni della metropolitana milanese che durante il lockdown erano popolate per lo più da fattorini in bicicletta con gli zaini colorati hanno fatto emergere i meccanismi di sfruttamento e la corsa al prezzo più basso di un sistema che non si è fermato durante la pandemia, ma che è anzi cresciuto.

“Mentre il comune prevedeva il divieto di entrare nei domicili per fare le consegne”, spiega Mario Grasso, sindacalista Uiltucs, “solo dietro alla sollecitazione delle associazioni di rider le piattaforme hanno smesso di pretendere la consegna al piano. Ma ci sono stati altri problemi, nati per esempio dalla reticenza a fornire i rider di dispositivi di protezione individuale come le mascherine”.

La procura della repubblica di Milano ha accusato Glovo, Uber Eats, JustEat e Deliveroo di aver violato le norme sulla salute e sulla sicurezza sul lavoro, e le indagini hanno portato a multe da 733 milioni di euro e all’ingiunzione di assunzione per 60mila collaboratori in Italia. Le multinazionali sembrano orientate a fare ricorso.

Non solo ristorazione
L’operazione SoDe non si capisce se non si guarda ad altri esperimenti in corso a Milano, che non riguardano solo il settore della ristorazione. Il Beltrade è un piccolo cinema poco a nord della stazione centrale. Dal 2013 si è distinto per una programmazione curata, attenzione e aiuto al cinema indipendente, solo film in lingua originale e sottotitolati, spazio agli incontri con i registi e clienti molto affezionati.

“Quando nel febbraio 2020 abbiamo dovuto chiudere dominava lo sconforto, l’incredulità. Poi però sono arrivate molte attestazioni d’affetto: abbiamo deciso di andare online, anche se noi amiamo la sala, perché era l’unico modo per ricevere aiuto dai nostri spettatori e allo stesso tempo dare loro la possibilità di vedere i film che noi selezionavamo”, spiega Monica Naldi, esercente insieme alla socia Paola Corti. Hanno così cominciato a caricare i film sulla piattaforma Vimeo, fino a raggiungere un catalogo di 70-80 titoli, tutti a pagamento. Quanto lo decide lo spettatore: “Da un minimo di 1,8 euro a un massimo di 9. Il risultato è che in media le persone decidono di pagare 6 euro” spiega Naldi.

Netflix ha piani mensili tutto compreso da 8 o 15 euro. I guadagni per il Beltrade sono molto lontani da quelli di quando le sale erano aperte, ma l’esperimento ha comunque avuto successo e sarà mantenuto per dare un’alternativa di visione anche quando si tornerà alla normalità. Il cinema, inoltre, partecipa a una nuova piattaforma, 1895.cloud, che mette insieme dieci sale indipendenti italiane e funziona con lo stesso meccanismo di pagamento “responsabile”, lasciando la scelta allo spettatore.

Lo stesso accade nel mondo dei libri: La scatola lilla, una piccola libreria appena fuori la circonvallazione di Milano, in zona Lodi, è tra quelle che nel 2020 è riuscita a mantenere il fatturato del 2019 grazie a un e-commerce aperto tre anni prima: “Dal momento che sono molto presente sui social network, mi ero accorta che tante persone mi ringraziavano per i consigli di lettura ma che poi i libri li compravano altrove”, spiega Cristina Di Canio. Adesso l’e-commerce è la modalità di vendita prevalente: “Le consegne cittadine le faccio io, per fuori Milano mi appoggio a Libri da asporto”, una rete alternativa ad Amazon di cui fanno parte librai ed editori. “I clienti capiscono che dietro c’è una libraia, non un algoritmo”. Di Canio offre anche qualche servizio in più: libri autografati dagli autori milanesi, pre-order e pacchetti regalo che comprendono una chiacchierata video con lei sul romanzo scelto, molto apprezzata dalle persone anziane.

Alcune librerie hanno aderito a un’altra piattaforma indipendente, Bookdealer, che permette di scegliere online la libreria dove comprare il libro, che poi si occuperà di consegnarlo. Tra loro c’è Mamusca, un caffè-libreria per ragazzi a poche centinaia di metri da Rob de matt. Nata nel 2013, punto di incontro delle famiglie con bambini nel quartiere, durante la prima ondata ha organizzato una raccolta di cibo per chi ne aveva più bisogno attraverso le “ceste sospese” appese ai balconi.

 

“I libri ci hanno salvato quando la caffetteria ha dovuto chiudere o comunque lavorava molto poco”, racconta Francesca Rendano che, dopo le ceste sospese, si è inventata “Fuori i libri!”, un’iniziativa che porta le letture ad alta voce per bambini e ragazzi in giro per il quartiere e, su richiesta, anche nei cortili privati. “Avviciniamo alla lettura anche quei ragazzi che magari non hanno libri o genitori disposti a leggergliene”, spiega. Intanto è cresciuta la visibilità e la riconoscibilità della libreria e, grazie a Bookdealer, “abbiamo raggiunto molti nuovi clienti”.

Elena Perondi, docente al Politecnico di Milano che ha curato lo studio di fattibilità economica per SoDe, parla di “nicchie che funzionano e che adesso devono diventare abbastanza grandi per garantirsi la sopravvivenza. Non credo che possano sfidare i big e certamente non sostituirli, ma i benefici che offrono in termini di ricadute sociali possono giustificare in un certo pubblico un prezzo più alto”.

Secondo Perondi si può creare un processo virtuoso: “Con una base di clienti più ampia, le offerte di nicchia potrebbero offrire prezzi più competitivi e così allargarsi ancora. I big, a loro volta, potrebbero così essere invogliati ad alzare i loro standard: nel delivery un po’ già sta succedendo”. D’altronde, conclude, se guardiamo ai nati dopo gli anni ottanta “nove su dieci considerano la credibilità delle aziende e la vicinanza con i loro valori come elementi fondamentali per gli acquisti”.

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giovedì 9 gennaio 2020

La terra inventata - Ascanio Celestini



Questa volta racconterò una favola. Perché nelle favole di tradizione popolare c’è un rapporto tra uomo e natura che sta scomparendo.
Molti di noi che non sono contadini o pescatori, allevatori o boscaioli hanno un’idea della natura come di qualcosa che si può amare. La natura si riduce alle belle passeggiate in montagna, alle belle fotografie da condividere con gli amici. Invece nella fiabe popolari la natura incute timore. Cioè quel sentimento che è allo stesso tempo amore, rispetto e paura. Noi non abbiamo più timore della natura. Siamo diventati turisti della natura. Il turista della natura quando si trova davanti alle onde che si infrangono contro la scogliera pensa “la natura è grandiosa!”, scatta la foto col telefono e la posta su instagram. Il pescatore quando c’è mare grosso non esce per andare a pesca. O peggio ancora, se già si trova in mare, combatte contro il naufragio. Figurati cosa sono le onde per un migrante che ha paura anche del mare calmo. E cos’è la pioggia per un turista della natura che sta in vacanza con la fidanzata? Si ritira nel casale, accende il camino e la pioggia diventa romantica. Il contadino prega affinché la pioggia giunga nel periodo giusto e nella maniera giusta, ma se arriva prima o dopo, se piove poco o troppo… è un casìno.
Quando il turista della natura vuole mangiarsi un panino col prosciutto se ne va al bar e se lo compra. Ma nei dieci minuti in cui lo consuma non pensa al contadino e al suo “timore” nei confronti della natura. Non pensa alla pioggia, al contadino che semina il campo, al grano che cresce, viene raccolto e portato al mulino per essere macinato. Il turista della natura non pensa al fornaio che impasta la farina e sforna una pagnotta di pane. Il turista della natura non pensa al tempo che passa dalla distribuzione dei semi sulla terra al primo morso che lui da al suo panino. E quel che vale per la pagnotta… vale anche per il maiale che serve a produrre il prosciutto. Ci vuole tempo! Ma il turista della natura vuole un panino col prosciutto. Lo vuole subito. Vuole entrare nel bar e dire “voglio quel panino al prosciutto”. Al massimo ringrazia il bangladino sottopagato che glielo incarta in un tovagliolo e glielo vende in cambio di denaro. Magari gli lascia pure la mancia. Nel migliore dei casi il turista della natura snobba il centro commerciale e va a farsi fare il panino al prosciutto al negozio biologico. Ma anche al negozio biologico indica il panino al prosciutto e dice “voglio quel panino”.

Il turista della natura… ci pensa alla natura quando si mangia il panino? Il turista della natura non è interessato a sapere che prima di diventare “panino” quella roba è stata lavoro, mesi, pioggia… Timore. Perché quel panino è “merce” non è cibo. Esiste solo nei dieci minuti che se lo compra, lo mangia e butta la salvietta che lo incartava. E per il bicchiere di vino che ci beve insieme è lo stesso. E lo stesso è per il caffè che prende subito dopo.
Eppure il turista della natura dice: io amo la natura. E noi dovremmo rispondergli: tu non conosci la natura, come puoi amarla? È come dire “io amo Nicole Kidman”… ma io ho solo visto i film, non la conosco nemmeno. Manco parlo l’inglese! Ma fin qui il problema sarebbe solo un problema che appartiene al turista della natura. Il disastro è che se anche non ha coscienza del tempo che serve per arrivare a qual panino… quel tempo esiste lo stesso. Esiste il contadino che semina, raccoglie, teme la pioggia e la siccità. Esiste il fornaio, eccetera. Se il turista della natura invece di fare le foto con lo smartphone alle onde del mare… si ricordasse di quel tempo si ricorderebbe anche che esiste una natura complessa. Ma il turista della natura non se ne ricorda o non lo sa. Lui vuole mangiare un panino, magari bio.
Nel momento in cui non conosce più la natura nella quotidianità come la conosce il contadino… non è più in grado di rispettarla. La va a fotografare e a farcisi le passeggiate. Per il turista… la natura è un museo delle cere. Incontra Einstein e Marilyn Monroe, ma sono pezzi di cera. Il turista della natura non lo sa ma in quel momento sta combattendo una guerra. È un semplice soldato, un pedone… ma fa parte di un esercito che combatte una guerra. E non solo contro la natura. Sta facendo una guerra contro tutto quel tempo che ignora. La combatte contro il bangladino sottopagato, il fornaio, il contadino. Noi chiamiamo “prodotti” degli oggetti che sappiamo solo consumare. Sono merce che comperiamo. Della produzione non ne sappiamo niente. Voglio un panino! Non voglio sapere come vive il contadino che semina il campo. Voglio un panino! Non sono interessato ai problemi che quell’agricoltore ha con la pioggia che fa prosperare o rovina il raccolto. Voglio un panino! Non voglio sapere se il grano è stato coltivato in Italia o in Australia, Canada, Francia, Stati Uniti, Spagna, Grecia, Canada, Messico, Argentina, Kazakistan.

Vi faccio un altro esempio. Avete presente quei grandi negozi di articoli sportivi dove vendono tutto su tutti gli sport? Il turista della natura va col figlio in uno di questi. E quel ragazzo vede un bel pallone di cuoio. Il turista si ricorda che quando era ragazzino lui quel tipo di pallone costava un capitale perché lo cuciva un operaio europeo che s’era guadagnati i diritti lottando per anni. Oggi lo cuce un ragazzino in una città dell’Asia meridionale dove si producono il 75 per cento dei palloni di cuoio venduti nel mondo. E in queste fabbriche ci lavorano i ragazzini che hanno le dita piccole. Ma il turista della natura non lo sa. Al massimo in Asia Meridionale c’è andato in vacanza e ha fatto le fotografie alla natura che ama tanto. Suo figlio vuole il pallone perché è un ragazzo sportivo e lo sport fa bene alla salute. E il turista della natura glielo compra. Anche se quel pallone è stato cucito da un bambino che ha la stessa età di suo figlio. Perché? Perché per lui quel pallone è “merce” e tutto quel che c’è stato prima che arrivasse nel negozio di sport lui non lo conosce. Come non conosce la pioggia del contadino e il lavoro del fornaio. Perché di quel pallone… come del panino al prosciutto… lui non sa nulla. Di quel pallone sa soltanto che rimbalza.
Questa guerra è già scoppiata e momentaneamente la sta combattendo anche lui quando va a comprare il panino o il pallone. Ma un giorno verrà dichiarata anche contro di lui. Sarà una rivoluzione o una guerra civile? La prima è improbabile, serve una coscienza di classe. Senza coscienza di classe non si fa la rivoluzione. Se doveva esserci una rivoluzione… sarebbe già scoppiata. Invece per la guerra civile bastano fucili e pistole. Sapete come faranno a farla scoppiare apertamente? A dichiararla? Saranno gli economisti a spiegarcelo. Ce lo diranno con le loro facce da giacca e cravatta, col loro sorriso in gessato doppiopetto grigio. Ci parleranno della natura e della complessità, ma lo faranno alla maniera loro… tanto noi non ce la ricorderemo più. Ci diranno che dobbiamo “temere” la natura, ma soltanto per farci provare paura. Racconteranno la storia del contadino che semina, del grano che cresce, della farina e del fornaio. Ci spiegheranno che per fare un panino ci vuole un sacco di gente che si spezza la schiena sui campi, nei mulini… che si brucia davanti a un forno di notte. Dichiareranno che per fare un panino servono mesi di lavoro. Perché la natura è lenta e questa lentezza si paga cara. Mentre in catena di montaggio si monta una pistola in meno di un’ora. Così il prezzo del pane andrà alle stelle e regaleranno le pistole al mercato. Da quel giorno nessuno potrà più comprare il panino al prosciutto. Tutti si armeranno e assalteranno i bar, i supermercati e i centri commerciali. Il turista della natura lo troveremo armato di fionda davanti al negozio biologico.

sabato 26 ottobre 2019

I tortellini al pollo sono buoni, non buonisti (al contrario di quel che ne pensa Galli Della Loggia) - Riccardo Chiaberge



Nell’era del Trump-salvinismo, buonista è diventato un insulto prêt-à-porter che non si nega a nessuno. Nemmeno alla Chiesa
A chi gli dà del buonista, l’armatore di Mediterranea Alessandro Metz risponde così: «Io non sono buonista e nemmeno buono. Salvo i migranti per egoismo. Lo faccio per me. Mi vergognavo troppo di quello che succedeva nel mare di fronte a noi, e ho deciso di non voltare la faccia dall’altra parte, di fare qualcosa. Perché non voglio vivere in un mondo di merda». Ma non c’è bisogno di fondare una Ong (a proposito, auguri a Mediterranea che compie un anno di vita) per essere accusati di buonismo, o di quel mefitico “umanesimo buonista” contro cui si scagliava ieri Ernesto Galli della Loggia dal suo pulpito di via Solferino. Basta cambiare il ripieno dei tortellini.

Malinconico destino di un epiteto glorioso. Nel dizionario Treccani, buonismo è definito «Ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversari, o nei riguardi di un avversario, spec. da parte di un uomo politico». Ma nel tempo, il significato si è esteso, fino a includere tutti gli ingenui, o fintamente ingenui, paladini di buone cause. Venti o trent’anni fa, buonisti erano quelli che predicavano l’appeasement universale a ogni costo. I pacifisti che correvano a baciare la mano a Saddam (c’era pure Formigoni) dopo l’invasione del Kuwait, o che tra le macerie delle Torri Gemelle andavano in cerca di attenuanti per gli assassini suicidi.
Nell’era del Trump-salvinismo, buonista è diventato un insulto prêt-à-porter che non si nega a nessuno. Sei buonista se avanzi qualche riserva sui metodi del dottor Mengele, se dai meno di cinque stelle su Tripadvisor ai residence libici per migranti, o se trovi un po’ eccessivo radere al suolo le moschee. Non c’è scampo. Per evitare l’accusa di buonismo, non resta che iscriversi agli ultras laziali, prendere la tessera di Casapound, unirsi ai tumulti di Casal Bruciato o mettersi le corna da vichingo e twittare ingiurie contro Laura Boldrini. Rovesciando la voce Treccani, «ostentare cattivi sentimenti e malevolenza», in certi ambienti, è ormai un imperativo etico. Altro che umanesimo buonista, caro Galli della Loggia. Quello che oggi viene criminalizzato, o bollato come correttezza politica, è il minimo sindacale della civiltà umana. Meglio buonisti che loggisti.

domenica 5 agosto 2018

I discount mettono all’asta l’agricoltura italiana - Stefano Liberti, Fabio Ciconte


L’offerta è di quelle irrinunciabili: una bottiglia di passata di pomodoro a 39 centesimi di euro, un litro di latte a 59 centesimi, un barattolo da 370 grammi di confettura extragusti a 79 centesimi, un pacco di pasta trafilata al bronzo a 49 centesimi. Diffuso a tappeto nelle cassette delle lettere e su internet, il volantino promuove i saldi sul cibo per attrarre una clientela sempre più vasta. A firmarlo è il gruppo Eurospin, quello della “spesa intelligente” e del marchio blu con le stellette, discount italiano con una rete di oltre mille punti vendita in tutta la penisola e vertiginose crescite di fatturato annuali a due cifre .
Facendo un rapido calcolo, è possibile preparare una pasta al pomodoro per quattro persone spendendo quanto un caffè al bar. Ma come fa il gruppo veronese a proporre prezzi così stracciati? Dietro le offerte al consumatore, c’è un meccanismo perverso che finisce per schiacciare intere filiere e che ha conseguenze sulle dinamiche di produzione e sui rapporti di lavoro nelle campagne: l’asta elettronica al doppio ribasso.
Questa pratica commerciale, che somiglia più al gioco d’azzardo che a una transazione tra aziende, è sempre più diffusa nel settore della Grande distribuzione organizzata (Gdo), soprattutto tra i gruppi discount. Fa leva sul grande potere che hanno acquisito negli ultimi anni le insegne dei supermercati, diventate il principale canale degli acquisti alimentari, e sulla frammentazione e lo scarso potere contrattuale degli altri attori della filiera.

Come funziona un’asta online al doppio ribasso
Il meccanismo di base è lo stesso di un’asta: da una parte c’è la Gdo, che deve acquistare la merce, dall’altra le aziende fornitrici che fanno l’offerta. Con un’unica, non trascurabile, variante: vince il prezzo peggiore, non il migliore.
È successo poche settimane fa, quando Eurospin ha chiesto alle aziende del pomodoro di presentare un’offerta di vendita per una partita di 20 milioni di bottiglie di passata da 700 grammi. Una volta raccolte le proposte, ha indetto una seconda gara, usando come base di partenza l’offerta più bassa.
Alcuni si sono ritirati già dopo la prima asta. “Non ci stiamo dentro con i costi”, ha detto con fare sconsolato uno di loro, che ha chiesto di rimanere anonimo. Gli altri sono stati invitati a fare una nuova offerta, sempre al ribasso, su un sito internet. Si sono quindi trovati a dover proporre in pochi minuti ulteriori tagli al prezzo base, in modo da aggiudicarsi la partita.
Alla fine di questa gara online, la commessa è stata vinta da due grandi gruppi per un prezzo pari a 31,5 centesimi per bottiglia di passata. Altre tre aziende hanno invece vinto un’altra commessa per una fornitura di pelati da 400 grammi grazie a un’offerta di 21,5 centesimi per bottiglia.
“Se teniamo conto solo della materia prima, della bottiglia e del tappo, per la passata arriviamo a un costo di 32 centesimi”, dice un industriale del pomodoro, che preferisce non rivelare il nome. “Se poi aggiungi il costo dell’energia e del lavoro, allora ci perdi, e anche tanto”. Eppure, pur di aggiudicarsi la commessa e stare sul mercato, molti sono disposti a lavorare in perdita, sperando poi di rifarsi successivamente risparmiando su altre voci di fatturato, come per esempio il costo della materia prima.

“Il vero caporale”
Nelle campagne della Capitanata, in provincia di Foggia, tutto è ormai pronto per la raccolta. Nelle prossime settimane camion carichi di cassoni cominceranno a fare la spola tra i campi, che già brillano del rosso dei pomodori maturi, e le varie aziende di trasformazione. Ma gli agricoltori sono sempre più sconfortati. “Una volta il pomodoro garantiva ottimi guadagni. Ormai è un prodotto-merce, che si paga sempre meno”, racconta Marco Nicastro, imprenditore agricolo e presidente dell’organizzazione di produttori Mediterraneo. “Quando gli industriali partecipano a queste aste, l’unico modo che hanno per non lavorare in perdita è rifarsi su noi produttori agricoli, pagandoci il meno possibile la materia prima. Altro che sfruttamento nei campi da parte nostra, è la grande distribuzione organizzata il vero caporale!”.
In una specie di effetto a cascata, ogni attore della filiera finisce per rivalersi su quello più debole: le aziende strozzate dalle aste cercano di ottenere il prodotto agricolo a prezzi più bassi e i produttori provano a risparmiare sul costo del lavoro. “Alla fine ci rimettono i lavoratori, perché sono gli ultimi anelli della catena”, denuncia Giovanni Mininni, segretario nazionale della Flai-Cgil. “Non si può pensare di eliminare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e del caporalato se non si interviene su tutta la filiera, perché la Gdo abbassa il prezzo a livelli quasi insostenibili per chi produce. Anche se non può essere una giustificazione, spesso i produttori risparmiano sulla pelle dei lavoratori, violando leggi e contratti”.
Secondo uno studio dell’Associazione industrie beni di consumo, nei gruppi discount la pratica dell’asta incide per circa il 50 per cento delle forniture. Percentuale che si abbassa leggermente nei supermercati tradizionali. Ma la prassi finisce per investire interi settori agroalimentari, che si trovano ostaggio di una politica commerciale basata sul continuo abbassamento dei prezzi. “Il problema di queste aste online”, dice Giovanni De Angelis, direttore dell’Associazione nazionale delle industrie conserviere alimentari vegetali (Anicav), “è che non riguardano solo il gruppo che le lancia e coloro che accettano i prezzi ribassati. Il prezzo con cui si vince l’asta diventa un riferimento per tutte le altre insegne della Gdo”.

Le leggi e i protocolli
Così il pomodoro – simbolo del made in Italy e della dieta mediterranea – si vede sempre più relegato al ruolo di commodity, prodotto civetta dal valore irrisorio e che può essere ottenuto solo riducendo al minimo i costi. “Spesso i nostri associati sono costretti a partecipare a queste gare per vendere il prodotto. Ma si tratta di pratiche che favoriscono fenomeni speculativi, su cui sarebbe giusto intervenire in modo normativo come è stato fatto in altri paesi europei, per esempio in Francia”.
Una legge francese del 2005 ha regolamentato le aste elettroniche fissando limiti così numerosi da renderle non vantaggiose. Nel giugno 2017, anche il governo italiano è intervenuto nella stessa direzione. Il ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali ha stilato un protocollo per promuovere pratiche commerciali leali lungo l’intera filiera agroalimentare. In particolare, si chiedeva alla Gdo di impegnarsi “a non fare più ricorso alle aste elettroniche inverse al doppio ribasso per l’acquisto di prodotti agricoli e agroalimentari”.
Pur se non vincolante, il documento è stato firmato dal gruppo Conad e da Federdistribuzione, a cui sono associate diverse insegne di supermercati. Eurospin non ha aderito. Ai ripetuti contatti via email e telefonici per avere chiarimenti sia sulla recente asta del pomodoro sia sulla mancata adesione al protocollo, l’azienda veronese ha preferito non rispondere.

Una direttiva contro le pratiche sleali
“Quella delle aste online è una delle pratiche commerciali sleali su cui è necessario intervenire”. Vicepresidente della commissione agricoltura del parlamento europeo, Paolo De Castro è relatore di una proposta di direttiva europea per riequilibrare i rapporti di forza nella filiera agroalimentare e mettere fine allo strapotere delle insegne commerciali. “La grande distribuzione organizzata è nelle mani di pochi gruppi giganteschi, e questo rende molto fragile il potere contrattuale degli altri attori, che subiscono vere e proprie imposizioni da far west”.
La direttiva vuole stabilire degli standard di legge a cui tutti gli stati membri devono adeguarsi, con la possibilità di andare oltre le legislazioni nazionali. “È la prima volta in vent’anni che si legifera su questo punto. Se la direttiva sarà approvata, e contiamo di farlo entro la fine della legislatura, nel 2019, scatteranno dei meccanismi che vieteranno le pratiche più aggressive della Gdo mettendole al bando”.
Dietro le aste online e le altre azioni vessatorie messe in atto dai gruppi della Gdo nei confronti dei fornitori, c’è un’idea di marketing che ha trasformato il cibo in un bene a basso costo, con i supermercati impegnati in promozioni continue per accaparrarsi una clientela interessata solo a spendere meno. Un’idea che ha conseguenze sui produttori, spinti a produrre in quantità sempre maggiori e a costi sempre minori, risparmiando il più possibile sul lavoro dei braccianti.
“Oltre a far soffrire gli operatori agricoli, le aste online, il sottocosto e il 3x2 danneggiano gli stessi consumatori. Siamo sicuri che il prezzo più basso vada veramente a suo beneficio? Per vendere a quei prezzi, alla fine bisogna abbassare i costi di produzione e quindi la qualità”, conclude De Castro.
Il non detto del volantino che propone il sugo a 39 centesimi per “una spesa intelligente” è proprio questo: dietro a quei prezzi, ci potrebbero essere sfruttamento nei campi e riduzione al minimo degli standard qualitativi.