È il posto di frontiera tra Croazia e Bosnia, i boschi vicini sono teatro
di migliaia di drammatici respingimenti. Ci siamo arrivati con Lorena Fornasir
e Gian Andrea Franchi che hanno lanciato l’iniziativa Un Ponte di Corpi, una
mobilitazione in tante piazze d’Italia e d’Europa.
Donne e uomini hanno portato i loro corpi costruendo un ponte ideale che lega
le persone di qua e di là dai confini. Un viaggio simbolico per ricordare che
emigrare è un diritto e accogliere chi scappa da guerre, miseria e persecuzioni
un dovere, il nostro.
«Siamo qui con i nostri corpi, sul confine», dicono
Lorena e Gian Andrea, «per negare al confine il suo potere di ridurre
la vita a un pezzo di carta».
Lorena si è infilata in macchina, con le mani ha accarezzato il volante. «Mi danno fastidio le unghie, ho dimenticato di tagliarle. Da piccola mi hanno insegnato che chi lavora sodo ha le unghie
corte e si arrotala le maniche della maglia», sorride.
È la mattina del 6 marzo, a Trieste si è alzata la Bora. Sono le otto, Lorena
si tira su le maniche del piumino, libera i polsi, mette in moto. Guiderà per
dieci ore tra la Slovenia e la Croazia fino a Maljevac, il confine con la
Bosnia.
E poi ancora da Maljevac fino a Trieste. Sono belle le mani di Lorena, sono le
mani della cura.
Lorena Fornasir, psicoterapeuta, 67 anni, e suo marito Gian Andrea Franchi,
84 anni, professore di filosofia in pensione, dal 2015 hanno messo in piedi un
piccolo presidio medico all’esterno della Stazione di Trieste per offrire prima
assistenza ai ragazzi che riescono a passare il confine, la città rappresenta
il punto d’approdo, la fine della Rotta Balcanica.
Sono stati 19 volte in Bosnia (l’ultima poche settimane fa).
È qui che la Rotta Balcanica si inceppa e il Cantone di Una Sana, nel nord del
Paese, è diventato un limbo, impossibile proseguire per la Croazia, la polizia
violenta mortifica i corpi, non li lascia attraversare, li cattura per
rispedirli indietro. Ma indietro per loro significa niente.
Quando possono Lorena e Gian Andrea caricano la macchina di medicine, sacchi a
pelo, scarpe e raggiungono il Paese. All’inizio agivano come singoli, poi si
sono costituiti come associazione di volontariato: Linea d’Ombra odv.
È nata da Lorena l’idea di lanciare “Un ponte di corpi”, una mobilitazione
che ha coinvolto 50 piazze in tutta Italia e in tutta Europa: Berlino,
Marsiglia, Ventimiglia, Clavière, Milano, Triste, Maljevac, ma anche Atene,
Roma, Siracusa, Palermo, Catania, Paestum per ricordare che emigrare è un
diritto e accogliere chi scappa da guerre, miseria e persecuzioni un dovere, il
nostro. Una mobilitazione che è nata dal basso, nessuna sigla, nessuna
associazione.
Solo le persone e i loro corpi. «Un ponte di corpi è nato perché
dallo scorso gennaio gli arrivi dei ragazzi, dei migranti, in piazza a Trieste,
sono drasticamente diminuiti. Questa cosa ci ha procurato grande inquietudine.
La piazza vuota significa che vengono intercettati e respinti».
Così a parlare è stato il carrettino verde, il carrettino della cura dove
Lorena tiene le garze, i cerotti, il disinfettante, qualche medicina di base.
Il carrettino è il simbolo del suo lavoro e degli altri volontari di Linea
d’Ombra che sulle panchine di Piazza della Libertà, così come negli squat
bosniaci, le strutture abbandonate dove vivono i migranti, medica i piedi dei
ragazzi.
E lo fa con un amore atavico, antico. Non esistono abbastanza parole neanche
per tentare lontanamente di circoscriverla questa donna, raccontarla.
Accoglie i corpi mangiati dalla scabbia dei ragazzi che arrivano vivi dalla
Rotta Balcanica – in troppi muoiono e rimangono vittime senza nome – questa è
Lorena, lì la potete vedere.
Una persona che sa come abbracciare. Anzi di più: una persona che per istinto
abbraccia, ti abbraccia.
La strada che porta da Trieste a Maljevac è immersa in una giornata di sole
pieno e freddo preciso, pungente, senza sbavature. Il confine sloveno da
Trieste arriva veloce. Un gruppo di 15 persone si muove verso la frontiera. É
un gruppo simbolico, fatto principalmente di donne, è a loro che si è rivolta
la chiamata di Lorena. E nelle altre piazze, nello stesso giorno, altre ad
altri – mentre noi ci muoviamo – si stanno incontrando, infilati in sacchi neri
della spazzatura – perché così si vestono i migranti mentre tentano di
attraversare la rotta dei Balcani – per urlare che i confini, così come li
intendiamo oggi, non li riconosciamo.
E la donna con il suo corpo pensante, è l’anticonfine per eccellenza.
«Noi», dice Lorena, «possiamo dire no allo scontro di razza, perché
nel mondo dei morti nessuno è inferiore all’altro. Noi siamo coloro che dicono
no al razzismo, perché da sempre siamo state la prima razza considerata inferiore
proprio in quanto geneticamente aperte alla vita e sue portatrici: questa
condizione naturale è diventata storicamente un servizio. Noi siamo coloro che
gridano al mondo che non c’è nessun dio e nessun bene, quando migliaia di
essere umani muoiono a causa dei confini. Noi li malediciamo i confini perché
quelle strisce di terra o di mare selezionano chi può passare e chi no, chi può
vivere e chi può morire, chi può essere torturato e chi può essere deportato».
Il sei marzo donne e uomini hanno portato i loro corpi costruendo un ponte
ideale che lega le persone di qua e di là dai confini.
«Arriviamo su questa frontiera, sul confine croato-bosniaco»,
racconta Lorena, «per mandare un segno di solidarietà a chi è bloccato nella
discarica umana che è diventata la Bosnia. Siamo in maggioranza donne, le donne
sono generatrici di vita intesa come relazione. Sono loro, siamo noi, che
curano i legami.
Siamo noi che raccogliamo il mandato tacito della altre donne da cui provengono
i migranti: uomini, donne, ancora bambini. Loro ci consegnano la vita dei loro
cari. Noi quella vita la dobbiamo rispettare. Curare i piedi è un gesto di
grande intimità. Sono grata ai ragazzi che mi permettono di accostarmi ai loro
corpi. Mi chiedono il telefono, vogliono chiamare le loro madri “sono vivo,
sono ancora vivo mamma”.
Poi mi chiedono di salutarle. Le madri che vedono partire questi figli sperano
che ci sia qualcuno dall’altra parte ad occuparsi di loro, ad occuparsi di
questo figlio mandato in salvezza. Invece quello che succede ai confini di
terra, così come di mare, è terribile. Il confine per i migranti è un luogo di
morte. Perciò con i corpi, i nostri corpi, dobbiamo essere sul confine di
Maljevac, su tutti i confini».
Lorena dice che a volte il sorriso che portiamo nelle piazze, come nei
confini, è un sorriso stonato. Sorridiamo mentre sulle spalle abbiamo la nostra
vita, che è una vita di privilegi. Nel viaggio tra Trieste e Maljevac abbiamo
tutti sorriso tanto. Abbiamo sorriso perché stavamo facendo una cosa umana e in
quell’umanità ci siamo ritrovati.
Ritrovarsi significa che – nonostante tutto – c’è una parte di quel tutto che
non è perduta.
Ci siamo anche arrabbiati su quel confine. E la rabbia nasce quando senti
addosso l’ingiustizia. «Il nostro viaggio di andata e
ritorno fra Trieste e Maljevac», dice Gian Andrea, «è stato esemplare delle condizioni di vita nell’Europa di oggi. Per due volte siamo stati bloccati per oltre un’ora all’ingresso e
all’uscita della Croazia, senza alcun motivo che non fosse esercitare il potere
di farlo, come esemplarmente ha detto il poliziotto croato alla frontiera di
Maljevac, ingiungendoci di restare chiusi in auto “perché lo dico io
poliziotto!”».
I tamponi erano negativi, i documenti delle macchine a posto, i documenti
personali pure. Lo sapevano che stavamo arrivando.
Lo sapevano perché quelli di Lorena e Gian Andrea sono nomi noti alla
frontiera.
Lo sono ancora di più da quando alle cinque e mezza di mattina dello corso 23
febbraio la polizia ha fatto irruzione nella loro abitazione privata e sede
dell’associazione Linea d’Ombra ODV. Sono stati sequestrati i telefoni
personali, oltre ai libri contabili dell’associazione e diversi materiali.
Gian Andrea è indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina,
l’hanno associato a un passeur, un “traghettatore” di uomini. Gian Andrea è per
la magistratura un possibile trafficante. Ma l’unica cosa che “favoreggia” è la
solidarietà.
Anche lui dovreste vederlo, militante di altri tempi. Di quelli che “la
sinistra era la sinistra” e la democrazia si fa nelle piazze, con la gente.
Gian Andrea non si scompone
mai, è preciso nelle parole. Senza sbavature pure lui, come il freddo del sei
marzo. La questura basandosi su un aiuto effettivo di assistenza e ospitalità,
dato nel luglio del 2019 a una famiglia iraniana, composta da padre, madre e
due bambini, l’ha collegato ad una rete di sfruttatori «che avrebbe», aggiunge,
«prima e dopo il mio intervento, approfittato della famiglia profuga.
Non esiste neanche uno straccetto di prova. Esiste solo l’insinuazione che,
essendo stata questa famiglia contattata e usata da alcuni trafficanti (secondo
gli inquirenti), io avrei potuto non solo esserne a conoscenza ma trarne
addirittura un mio personale profitto».
Ma lui rivendica: «il carattere politico, e non umanitario, del
mio impegno quinquennale con i migranti. Impegno umanitario è un impegno che si
limita a lenire la sofferenza senza tentar d’intervenire sulle cause che la
producono. Impegno politico, nell’attuale situazione storica, è prima di tutto
resistenza nei confronti di un’organizzazione della vita sociale basata sullo
sfruttamento degli uomini e della natura portato al limite della devastazione».
A Maljevac, anche se in ritardo, siamo arrivati lo stesso.
«Caro fratello, cara sorella, bloccati ai confini di terra, soli,
senza conforto, oppure con i vostri bambini privati dell’infanzia e cresciuti
troppo velocemente al ritmo del “game”», ha recitato Lorena mentre
leggeva una lettera scritta con Gian Andrea.
«Siete venuti da terre lontane con una storia che vi schiaccia sul
presente e un futuro che riluce sperduto nei vostri occhi. Nonostante tutto
sapete ancora sognare. I fili spinati, i cani o i droni o le violenze che avete subito
non vi hanno strappato la speranza. Nei vostri volti fieri e pieni di dignità,
c’è sempre quel sorriso dolce che mostra di voi la parte più sorgiva: la
capacità di essere protagonisti delle vostre vite e non le vittime a cui
l’atroce sistema confinario vorrebbe ridurvi. Impossibile volgere lo sguardo da un’altra parte; le immagini
tragiche che ci giungono dalla discarica umana cui siete costretti, i
respingimenti atroci che subite, sono un pugno al cuore di ogni nostra società
civile. Voi, che vivete sulla soglia tra la vita e la morte, ci insegnate che
la vita non tollera confini. I confini sono luoghi in cui un potere decide chi
è degno di vivere e chi non lo è. Per questo siamo qui con i nostri corpi, sul
confine: per negare al confine il suo potere di ridurre la vita a un pezzo di
carta: chi ce l’ha può vivere, chi non ce l’ha può anche morire. Siamo qui sul
confine che voi attraversate con i vostri corpi: corpi cacciati, inseguiti,
colpiti, torturati, vietati e umiliati, offesi a volte fino alla morte.
Siamo qui per dire che il confine è un delitto contro
la vita. Siamo qui per dire che tutti sono degni di vivere, che nessuno deve
essere escluso. Noi donne sappiamo più degli uomini che cosa
è il corpo.
Il corpo che nasce, che cresce, che vuol vivere. Il corpo che ha bisogno di
nutrirsi, star bene, essere protetto, curato, come per ogni altro essere
vivente, e possa desiderare: desiderare di vivere bene, al massimo delle
proprie capacità, desiderare di essere in relazione, senza di cui non può
esistere, desiderare di amare ed essere amato senza cui la vita si pietrifica. Il confine nega tutto questo.
Riduce il corpo a un pezzo di carta con il timbro di uno Stato. Se hai questo timbro puoi passare la frontiera e vivere. Se non
hai questo timbro non puoi passare, puoi invece essere battuto e anche ucciso o
lasciato morire. Non sei nessuno. Non esisti. Sei un animale nel bosco. Noi
siamo qui per affermare con la nostra presenza, con i nostri corpi, la vita, la
dignità dei vostri corpi di migranti, di profughi, di tutti coloro che vogliono
vivere una vita degna d’essere vissuta. Noi siamo qui per affermare la vita e
rifiutare quel segno di morte che è il confine – il filo spinato, la sbarra –
Alt! Chi sei! Dove vai! Non si passa! Documenti! Cattura. Chiusura. Tortura.
Odio. Morte. Noi siamo qui, noi donne, per dire che vogliamo lottare contro
tutto questo; che il confine è segno di odio e di morte.
Finché noi non sapremo vedere la nostra nudità nei vostri corpi picchiati con
crudeltà, o non riconosceremo la nostra paura nei vostri occhi affamati, o
l’intimità tra la vita e la morte che ci portate in pegno, saremo abitati dal
trauma che ritorna con il rimosso della violenza in cui siamo immersi.
I vostri corpi di dolore ci riguardano fino in fondo. Sono lo specchio della
distruzione del Medioriente che ci coinvolge politicamente, senza esclusione.
Noi donne abbiamo sacra la vita e vogliamo gridare alta la voce della
solidarietà. La nostra esistenza da sempre è una resistenza.
Resistenza al patriarcato, al disvalore sociale del femminile, all’essere
subordinate. Re-esistere è un valore e una grande competenza quando ci si
prende cura della vita. Vogliamo costruire ponti, tessere la filigrana dei fili
spezzati, ricomporre le maglie di legami perduti. Siamo le vostre testimoni Per
tutto questo, senza paura, siamo qui dove bisogna stare, nelle retrovie di una
guerra non dichiarata per gridare alta la voce della solidarietà oltre ogni
confine e ogni barriera Lungo il nostro ponte di corpi voleranno alte le
farfalle gialle sopra i reticolati».
Su un prato, con i piedi piantati a terra, la testa dall’altra parte del
confine. «Abbiamo potuto fare la nostra performance, in un prato, guardati a
vista dalla polizia», dice Gian Andrea.
Quindici persone che recitano poesie e fanno discorsi non fanno paura.
Contemporaneamente, però, in decine di luoghi altre persone, molto più numerose
fanno la stessa cosa, in maniera più visibile. È la scelta di andare in piazza,
mentre le piazze si fanno sempre più deserte, sta a noi, a ciascuno di noi
nella sua singolarità, con il suo corpo, con le sue emozioni, far sì che
divenga un inizio.
Lorena non è mai pacificata però si lascia andare “Eh carrettino verde, chi se lo aspettava: lanci appelli e animi le
piazze di Italia e d’Europa”. Però mi costa cara la solidarietà».
Lorena è stata fino a qualche giorno fa giudice onorario al tribunale dei
minori di Trieste. «Mi hanno tolto l’incarico, me lo aspettavo».
Mentre eravamo sulla strada del ritorno, un ritorno per noi possibile, un
ragazzo, nella zona di Plitvice in Croazia, è saltato su una mina anti uomo
mentre cercava di passare il game. È morto. Quanti anni aveva? Chi era? Da dove
veniva? E sua madre? L’ha sentito mentre il corpo si faceva in brandelli e
bruciava? Sono le nove di sera a Trieste, c’è ancora la bora. Le mani di Lorena
sono belle, hanno guidato dieci ore e non sono ancora stanche.
Il video pubblicato è di Raw Sight Productions, un’agenzia e casa di
produzione audiovisiva che realizza progetti commerciali per finanziare
documentari antropologici e di osservazione focalizzati su temi sociali. Raw
Sight è composta da Marco Bergonzi, architetto e videomaker; Michael Petrolini,
regista e DOP; Francesco Cibati, designer, scrittore e fotografo.
tanti in Italia si sono impressionati per lo spropositato numero di neri, e non solo, quasi sempre poveri, che perdono la vita troppo presto e con dolore, negli Usa, ma anche in Italia.
pretendiamo che i nostri parlamentari approvino domani, con voto di fiducia, una legge che dia la cittadinanza italiana a tutti i nati in Italia e a chi ha fatto le scuole pubbliche in Italia.
lo diciamo con parole italiane, non sapendo se tutti i parlamentari conoscono il latino.
Punjab-Italia,
senza ritorno - Marco Omizzolo
Nelle
campagne italiane, anche al tempo del Coronavirus e della difficile
regolarizzazione dei migranti privi di permesso di soggiorno, la macchina dello
sfruttamento continua a produrre schiavitù e morte. È accaduto, sabato 6
giugno, ancora una volta a Sabaudia, in pieno Agro Pontino. Nel residence
«Bella Farnia Mare», proprio davanti al luogo in cui la cooperativa In
Migrazione organizzò, nel 2015, il primo centro servizi avanzati a tutela dei
braccianti indiani, ostacolato dalla politica di destra e non adeguatamente
sostenuto da quella di sinistra e in particolare dalla Regione Lazio, Joban
Singh, bracciante indiano di 25 anni impiegato in condizioni di grave
sfruttamento nelle campagne circostanti, ha deciso di togliersi la vita.
ERA GIUNTO
IN ITALIA mediante
un trafficante indiano che era riuscito a vendergli, per circa 8 mila euro, il
biglietto di sola andata per un sogno chiamato benessere. Si ritrovò invece a
lavorare come uno schiavo in alcune aziende agricole pontine, sotto diversi
padroni italiani e caporali indiani, ricevendo in cambio un salario che non
superava i 500 euro mensili. Poi la notizia della regolarizzazione e con essa
la possibilità di liberarsi dalle catene del caporalato. Per questo si reca
ripetutamente, insieme a diversi compagni di lavoro, da vari padroni italiani
per domandare di essere regolarizzato. Tutto inutile. La regolarizzazione non
lo deve riguardare perché i padroni non la ritengono conveniente.
Troppi soldi
e troppa esposizione. E poi perché regolarizzare un bracciante indiano senza
permesso di soggiorno e senza contratto che lavora da anni per circa 500 euro
al mese? Il rifiuto della regolarizzazione si associa, per Joban, alla notizia
della morte del padre. Gli anni di soprusi subiti e di sfruttamento diventano
improvvisamente neri. La speranza di riabbracciare la madre e le sorelle ancora
in India, di prendersi cura di loro, di liberarsi dal giogo criminale dei
padroni, caporali e trafficanti, si infrange definitivamente.
COSÌ, DOPO
ESSERSI SFOGATO con
alcuni amici e capi della comunità indiana, decide di tendere una corda in cima
alle scale interne della sua abitazione e di farla finita. Lì verrà trovato,
ormai senza vita, dai suoi coinquilini.
Come Joban,
altri tredici braccianti indiani nel corso degli ultimi tre anni hanno deciso
di suicidarsi. Alcuni di loro, ridotti in schiavitù ed emarginati, si sono
impiccati dentro le serre del padrone, unica forma possibile di denuncia e
dissenso loro rimasta.
L’ULTIMO
CASO ERA ACCADUTO l’1
dicembre scorso a borgo Hermada, nel Sud Pontino, ed aveva riguardato un
bracciante indiano di appena 38 anni. Una foto scattata da un suo collega di
lavoro mostra Joban durante la pausa pranzo, seduto in terra nella serra, chino
a mangiare pane e ceci tra i filari di ortaggi che raccoglieva tutto il giorno,
domenica compresa. È la fotografia di un sistema agromafioso che sviluppa, ogni
anno, come ricorda l’Eurispes, circa 25 miliardi di euro e che ancora oggi
governa la vita di circa 450 mila lavoratori e lavoratrici nelle campagne
italiane.
Sono sicuro
di avere incontrato Joban decine di volte. Proprio nel residence «Bella Farnia
Mare» sono iniziati, circa tredici anni fa, le prime assemblee coi braccianti
indiani per discutere della loro condizione lavorativa e di vita.
IN QUEI
MICRO appartamenti
di colore bianco, a richiamare le bianche case di Ibiza, sono stato centinaia
di volte. Ho dormito al loro interno d’estate e d’inverno, aiutato a spegnere
incendi notturni che rischiavano di sterminare famiglie intere, organizzato,
ispirandomi alla pedagogia degli oppressi di Freire, corsi avanzati di
italiano, educazione ambientale, diritto del lavoro, costituzionale e
sindacale.
DURANTE IL
PROGETTO «Bella
Farnia» di In Migrazione, che ha portato ad organizzare, il 18 aprile del 2016,
insieme alla Cgil, il più grande sciopero di braccianti stranieri in Italia, la
porta di accesso al centro è sempre rimasta aperta, anche quando tentarono di
intimidirci facendoci trovare sull’uscio una bombola del gas e un fornelletto.
SE LA
POLITICA, AD OGNI LIVELLO, avesse deciso di far sopravvivere quell’esperienza di ricerca e
impegno, forse Joban oggi sarebbe ancora vivo. Forse, trovando quella porta
ancora aperta, avrebbe ricevuto il conforto, le informazioni e il coraggio
necessario per continuare a vivere e denunciare caporali e padroni. Avrebbe
potuto parlare con un mediatore indiano con esperienza di bracciante anche lui
sfruttato nelle campagne pontine e con un’insegnante di italiano aperta alla
didattica sperimentale. Invece, isolato ed emarginato, Joban ha deciso di
suicidarsi. Sarebbe bastato poco per dargli una possibilità concreta di realizzare
la sua speranza in una vita migliore. Magari il coraggio di investire in
progetti qualificati e professionali «con la porta aperta».
NON CI
RESTA, INVECE, ora,
che spedire la sua salma in Punjab dalla madre e dalla sorella, chiedendo
ancora una volta, dopo l’ennesima tragedia, anche per Joban un po’ di
giustizia.
Caltanissetta,
Adnan ucciso per aver aiutato un anziano vittima dei caporali: "Aveva
fatto i nomi" - Francesco Bunetto
Le
telecamere di Fanpage.it sono andate a Caltanissetta per raccontare la
drammatica vicenda che ha coinvolto la comunità nissena, con l'omicidio di
Adnan Siddique, un uomo pakistano di 32 anni, la notte del 3 giugno.
Incontriamo Alì, amico di Adnan. Ha raccontato a fanpage.it che qualche giorno
prima della morte di Adnan, ha ricevuto un messaggio vocale davvero
misterioso:"Se mi succede qualcosa, loro sono i colpevoli".
Camminiamo
lungo la via San Cataldo -"Era un bravo ragazzo – si sente dal
balcone". Sono i vicini di casa che hanno voluto ricordare il giovane
pakistano, sempre con il sorriso sulla bocca. "Ha fatto una brutta morte –
si sente ancora in quella via assordante – non meritava di morire così, hanno
detto i vicini". La città di Caltanissetta è ancora scossa e
allarmata da un fatto che conferma quanto la violenza sia radicata nel mondo
del lavoro agricolo. Un sistema che sfrutta migliaia di lavoratori, rendendoli
schiavi. Adnan Siddique sarebbe stato al fianco di alcuni suoi
connazionali che lavoravano in campagna, e che sarebbero vittime del
caporalato. Dall'autopsia è emerso che la vittima è stata colpita con
cinque coltellate in diverse parti del corpo: due alle gambe, uno alla
schiena, alla spalla e al costato. Quest'ultimo e' risultato quello fatale. I
carabinieri, poche ore dopo il delitto, hanno trovato anche il coltello, lungo
30 centimetri, utilizzato dai presunti assassini.
Le prime
denunce
Lungo la via
San Cataldo, abbiamo incontrato la famiglia Di Giugno, che gestisce un bar,
dove Adnan si fermava spesso a parlare con loro, fino a creare una splendida
amicizia tanto da chiamare "Mamà" la signora Rita. "Questi
signori hanno portato via un amico per i miei figli – ha detto Rita – e un
figlio per me, ero una madre per lui, non posso dimenticarmi tanti gesti
bellissimi che ha fatto nei confronti della famiglia – continua – e devono
pagare perché hanno perseguitato da almeno un anno questo ragazzo". Aveva
tanti sogni, sposare una donna italiana, trasferirsi per lavoro insieme a mio
figlio – continua Rita – comprarsi una bella macchina, era una persona davvero
buona". Anziani, bambini, animali, lui aiutava chiunque. Conclude –
Attraverso Enti, faremo in modo di avviare una raccolta fondi per il
trasferimento del corpo alla madre in Pakistan".
Già
minacciato e aggredito
Manutentore
di macchine tessili a Caltanissetta, "Aveva già ricevuto in passato
minacce e aggressioni, racconta l'amico fraterno Erik – è capitato che gli
hanno rotto la testa e ha subìto anche un furto, dove gli hanno portato via
tutto e, nonostante questo, il giorno successivo era andato a lavoro in pigiama
perché era fiero di ciò che stava costruendo".Spero che la verità venga a
galla – conclude Erik – e spero che le persone paghino per quello che gli hanno
fatto".
Al momento sono
stati fermati cinque pakistani per l'omicidio del giovane. Si tratta
di Muhammad Shoaib, 27 anni, Alì Shujaat, 32 anni, Muhammed Bilal, 21
anni, e Imrad Muhammad Cheema, 40 anni e il connazionale Muhammad Mehdi, 48
anni, arrestato per favoreggiamento, tutti interrogati ieri dal gip Gigi Omar
Modica. I primi quattro rimangono in carcere mentre il quinto è stato rimesso
in libertà ma con l'obbligo di firma. Un’altra persona è stata fermata
questa mattina, su provvedimento della Procura di Caltanissetta, polizia e
carabinieri hanno fermato un pakistano di 20 anni, Shariel Awan Muhammed con
l’accusa di concorso in omicidio. Indagando su alcuni soggetti della comunità
pakistana che da tempo si sono stabiliti a Caltanissetta e in provincia, la
polizia avrebbe raccolto gravi elementi nei confronti del ventenne; per gli
investigatori il delitto sarebbe stato commesso da un vero e proprio commando.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri Adnan, che per lavoro si occupava di
riparazione e manutenzione di macchine tessili, aveva presentato denuncia per
minaccia nei confronti dei suoi carnefici. Sta prendendo piede anche l'ipotesi
che gli aggressori operassero una mediazione, per procacciare manodopera nel
settore agricolo, tra datori di lavoro e connazionali. In cambio avrebbero
trattenuto una percentuale sulla loro paga.
"Non
meritava di morire così"
Successivamente
al misterioso messaggio vocale di Adnan ai suoi amici connazionali:"Se mi
succede qualcosa, loro sono i colpevoli", chiama i genitori di Adnan e,
attraverso una videochiamata, sentiamo parole spezzate in pakistano, tradotte
da Alì:"Siamo distrutti, non ci sembra ancora vero" – dicono i
genitori di Adnan. La madre piange in continuazione, l'unica cosa che desidera
è riavere il corpo del figlio in Pakistan. "Adnan – racconta Alì – era una
persona gentile, buona e speciale, aiutava tutti, forse questo è stato il suo
ultimo sbaglio. Conclude Alì – Noi non vogliamo che questa gente delinquente
entri a Caltanissetta, perché questo è un Paese civile, che paghino in Pakistan
perché in Italia non gli fanno niente".
Una notizia
e un cartellone: 3 bambini, 22 donne, 9 uomini - Doriana Goracci
L'ho messo
da una parte come altre foto e scritti in sosta che
non faccio scappare: Com'è
che non riesci più a volare, me lo ricorda una canzone.
Stasera si è
incontrato, a notte tarda, il cartellone, con questa notizia, quando mezza
addormentata ho sentito il Tg3: "Sono 34 i cadaveri recuperati dalla
Marina tunisina per naufragio di fronte alle coste tunisine, al largo
della città di Sfax: decine di migranti risultano morti e dispersi,
nell'affondamento di una precaria imbarcazione con cui volevano attraversare il
Mediterraneo e arrivare in Europa. A comunicarlo è il sito informativo Tunisie
Numerique precisando che i corpi rinvenuti appartengono
a 22 donne, 9 uomini, 3 bambini, di vari paesi dell'Africa
sub-sahariana e un tunisino originario di Sfax, che sarebbe stato al timone del
peschereccio affondato. Unità della Marina militare e della Guardia costiera
con l'ausilio dei sommozzatori delle forze armate e della protezione civile
sono attualmente al lavoro nel tratto di mare interessato dal naufragio alla
ricerca di altri dispersi".
Dunque
stanotte una notizia che si ripete da anni,come
tanti tragici naufragi di migranti, si è incontrata
con una foto, non consola nessuno e non aiuta nessuno,
"ciononostante" si esprime come vuole esprimere l'avverbio; le
ho coniugate, con uno sposalizio del mare,notizia e cartellone, ora che è
iniziata la bella stagione che con tanti limiti mettiamo distanza, tra i
corpi e il mare e la paura di dolorose contaminazioni.E mi ritrovo che
"Ho fatto naufragio senza tempesta in un mare nel quale si tocca il
fondo con i piedi...Non so cosa porterà il domani" come scriveva Fernando Pessoa.
Le
riammissioni illegali dei migranti: la rotta al contrario da Trieste alla
Bosnia - Anna Spena
La Rotta
Balcanica è una rotta dimenticata. Convenzionalmente la rotta inizia
in Grecia, fisicamente finisce in Italia, a Trieste. Ma il viaggio di chi fugge
inizia molti chilometri prima per finire poi nel Nord Europa. La maggior parte
dei profughi in Bosnia Erzegovina sono concentrati nel cantone di Una- Sana, al
confine con la Croazia. Ce ne sono circa seimila – i numeri ufficiali non
esistono - e sono concentrati nelle città di Bihač e Velika Kladusa (Ne abbiamo
parlato in questi articoli Rotta Balcanica, attraversare i confini è un game disperato e Rotta Balcanica, migranti trattati come gli animali).
Ma dalla scorsa metà di maggio i profughi che riescono ad arrivare a Trieste
vengono riportati in Slovenia: «Non è legittimo», spiega Gianfranco Schiavone,
vice presidente Asgi, Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione,
«eseguire le riammissioni dei migranti in Slovenia senza un previo esame delle
situazioni individuali ed un effettivo coinvolgimento delle persone
interessate». Le riammissioni devono cessare chiede l’Asgi in una lettera aperta indirizzata al
Ministero dell’Interno, alla Questura e Prefettura di Trieste oltre che alla
sede per l’Italia dell’UNHCR.
Cosa sta
succedendo a Trieste?
A metà di maggio 2020 il Ministero dell’interno ha annunciato l’impegno ad
incrementare le riammissioni di migranti in Slovenia e l’invio, a tale scopo,
di 40 agenti al confine orientale dell’Italia. Anche nel 2018 si erano
registrati casi di respingimenti illegittimi ma in numero contenuto. Allora la
risposta fu principalmente quella di negare i fatti. In ogni caso, oggi, il
fenomeno dei respingimenti illegali è aumentato in termini di quantità. Non
abbiamo numeri ufficiali dei profughi che sono stati riportato dall’Italia in
Slovenia, possiamo stimare il dato a circa 200 persone dal 20 maggio ad oggi.
Come vi
siete accorti di quello che stava succedendo?
Per due motivi, a Trieste arrivavano sempre meno ragazzi. Questo ci ha iniziato
ad insospettire. Poi dalla Bosnia hanno lanciato l’allarme. I rifugiati che
dall’Italia venivano portati in Slovenia, e dalla Slovenia alla Croazia e poi
dalla Croazia alla Bosnia hanno denunciato quello che stava succedendo a una
rete di volontari e informatori sul campo. Persone di massima affidabilità, ma
che per adesso preferiamo rimangano anonime.
Rispetto al 2018
possiamo parlare solo di una differenza nel numero dei respingimenti?
No. Direi che la differenza oltre ad essere quantitativa appunto è anche, per
così dire, ideologica.
In che
senso?
Siamo nella più assoluta illegalità ma sembra che il fatto non interessi
nessuno. Sappiamo che la gran parte delle persone che vengono respinte hanno
manifestato la volontà di chiedere asilo. Mentre in passato la giustificazione
poggiava sulla tesi che non si trattasse di richiedenti asilo oggi si tende a
giustificare (pur usando volutamente un linguaggio ambiguo) che si possono
respingere anche i richiedenti perchè la domanda di asilo si può fare in
Slovenia. Si tratta di “ riammissioni effettuate non in ragione del ripristino
dei controlli alle frontiere interne mai formalmente avvenuto ma in
applicazione dell’Accordo bilaterale fra il Governo della Repubblica italiana e
il Governo della Repubblica di Slovenia sulla riammissione delle persone alla
frontiera, firmato a Roma il 3 settembre 1996, che contiene previsioni finalizzate
a favorire la riammissione sul territorio dei due Stati sia di cittadini di uno
dei due Stati contraenti sia cittadini di Stati terzi. In primis occorre
rilevare come tale accordo risulti illegittimo per contrarietà al sistema
costituzionale interno italiano e per violazione di normative interne. È
infatti dubbia la legittimità nell’ordinamento italiano dell’Accordo bilaterale
fra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica di
Slovenia e di ogni altro analogo tipo di accordi intergovernativi per due
ordini di ragioni: nonostante abbiano infatti una chiara natura politica, essi
non sono stati ratificati con legge di autorizzazione alla ratifica ai sensi
dell’art. 80 Cost.;in quanto accordi intergovernativi stipulati in forma semplificata,
in ogni caso essi non possono prevedere modifiche alle leggi vigenti in Italia
(altro caso in cui l’art. 80 Cost. prevede la preventiva legge di
autorizzazione alla ratifica) e dunque essi neppure possono derogare alle norme
di fonte primaria dell’ordinamento giuridico italiano. In ogni caso, anche
volendo prescindere da ogni ulteriore valutazione sui profili di illegittimità
dell’Accordo di riammissione è pacifico che ne è esclusa appunto l’applicazione
ai rifugiati riconosciuti ai sensi della Convenzione di Ginevra (all’epoca la
nozione di protezione sussidiaria ancora non esisteva) come chiaramente
enunciato all’articolo 2 del medesimo Accordo. Del tutto priva di pregio sotto
il profilo dell’analisi giuridica sarebbe l’obiezione in base alla quale
l’accordo fa riferimento ai rifugiati e non ai richiedenti asilo giacché come è
noto, il riconoscimento dello status di rifugiato (e di protezione sussidiaria)
è un procedimento di riconoscimento di un diritto soggettivo perfetto i cui
presupposti che lo straniero chiede appunto di accertare. Non v’è pertanto
alcuna possibilità di distinguere in modo arbitrario ed illegittimo tra
richiedenti protezione e rifugiati riconosciuti dovendosi comunque garantire in
ogni caso l’accesso alla procedura di asilo allo straniero che appunto chiede
il riconoscimento dello status di rifugiato. Inoltre, va evidenziato come
l’espressione, contenuta nell’Accordo in relazione alle riammissioni attuate
“senza formalità” non può certo essere intesa nel senso che la riammissione
possa avvenire senza l’emanazione di un provvedimento amministrativo in quanto
in quanto è indiscutibile che l'azione posta in essere dalla pubblica sicurezza
attraverso l’accompagnamento forzato in Slovenia produce effetti sulla
situazione giuridica dei soggetti interessati. Il provvedimento di riammissione
va motivato in fatto e in diritto, seppure succintamente va notificato
all'interessato e, anche se immediatamente esecutivo, deve essere impugnabile
di fronte all'autorità giudiziaria. A chiudere del tutto l'argomento sotto il
profilo giuridico, è il noto Regolamento Dublino III che prevede che ogni
domanda di asilo sia registrata alla frontiera o all'interno dello Stato nel
quale il migrante si trova. Una successiva complessa procedura stabilita se il
Paese competente ad esaminare la domanda è eventualmente diverso da quello nel
quale il migrante ha chiesto asilo e in ogni caso il Regolamento esclude
tassativamente che si possano effettuare riammissioni o respingimenti di alcun
genere nel paese UE confinante solo perchè il richiedente proviene da lì. Anzi,
il Regolamento è nato in primo luogo per evitare rimpalli di frontiera tra uno
stato e l'altro. Violare, come sta avvenendo, questa fondamentale procedura,
significa scardinare il Regolamento e in ultima analisi, il sistema europeo di
asilo. E' come se fossimo tornati indietro di trent'anni, a prima del 1990.
Dalle vostre
testimonianze risulta che anche la polizia italiana, al pari di quella croata,
ha esercitato violenza sui migranti?
No questo no. Sono stati riportati atti di scherno, ma non di violenza.
Come avviene
concretamente la riammissione illegale?
I migranti vengono rintracciati nell'area di confine; passano diverse ore in
Italia in stazioni di polizia e in tendoni allestiti allo scopo dove non
possono accedere le organizzazioni umanitarie che si occupano della tutela
legale dei rifugiati anche se le normative europee prevedono che deve essere
consentito l'accesso a tali organizzazioni. A Trieste gli enti non mancano, ed
anzi hanno una lunga ed autorevole storia, ma credo proprio per queste ragioni
vengono tenute lontane. Nonostante l'importanza della rotta balcanica (più di
10mila ingressi nel 2019) l'UNHCR non mai ritenuto di inviare almeno un
funzionario che stia in pianta stabile a Trieste effetuando un monitoraggio
costante e diretto. Spero che, di fronte alla gravità della situazione attuale,
UNHCR acquisisca la consapevolezza che è necessario monitorare da vicino la
situazione. Nei luoghi di polizia i migranti che si decide di riammettere
vengono identificati con rilascio delle impronte digitali e subito dopo vengono
caricati su mezzi in dotazione alla polizia e consegnati (tutto si svolge il
più rapidamente possibile) alla polizia slovena che a sua volta li ricarica su
altri mezzi e li porta al confine con la Croazia. Come in una catena di
montaggio, dopo avere attraversato il Paese con uso di furgoni chiusi,la
polizia croata lascia i migranti al confine con la Bosnia-Erzegovina dove si
verifica la parte più cruenta di questa catena dell’illegalità. Ci troviamo al
confine esterno all'Unione Europea e per procedere con il respingimento fuori
dell'Unione sarebbe necessario applicare precise procedure previste dal Codice
frontiere Schengen con consegna alla polizia bosniaca. Poichè ciò non è
possibile perchè il provvedimento svelerebbe la catena ovvero che si tratta di
persone consegnate di mano in mano tra diversi stati, le stesse vengono
lasciate in mezzo ai boschi, ma prima vengono denudate, picchiate e private
delle poche cose che hanno. La Bosnia, che è uno Stato frammentato e debole
riprende i rifugiati per molte ragioni legate a pressioni internazionali e a
meccanismi economici (la gestione dei campi profughi muove molti interessi) e
non ultimo perchè sa che sono persone che non rimarranno ma tenteranno di nuovo
il "game".
Persone come
fantasmi…
È inconcepibile che attraversino tre Paesi e che non ci sia la minima traccia
di nessun atto amministrativo. Secondo le testimonianze raccolte, le persone
riammesse non avrebbero ricevuto alcun provvedimento e ignare di tutto, si sono
ritrovate respinte in Slovenia, quindi in Croazia, ed infine in Serbia o in
Bosnia sebbene le stesse fossero intenzionate a domandare protezione
internazionale all’Italia. Come detto il provvedimento di riammissione va
motivato in fatto e in diritto, seppure succintamente, e va notificato
all’interessato e, anche se immediatamente esecutivo, deve essere impugnabile
di fronte all’autorità giudiziaria. A questi migranti non è mai stato
rilasciato nessun tipo di documentazione sul loro respingimento.
L'allarme
dei medici: morti in sei anni 1500 migranti sfruttati come braccianti
In un
articolo pubblicato sul British Medical Journal i medici denunciano la
situazione critica dei migranti che vivono nelle baraccopoli. In sei anni si
sono verificate ben 1500 morti di braccianti sfruttati e tenuti in condizioni
disumane in baraccopoli.
Fermare
lo sfruttamento dei migranti che lavorano nell'agricoltura in
Italia e che vengono pagati solo 12 euro per 8 ore di lavoro, schiavi dei campi
che consentono di portare pomodori italiani a basso prezzo sulle tavole di
tutto il mondo tutto l'anno.
È l'appello lanciato da un gruppo di medici italiani sul British Medical
Journal. E sono oltre 1.500, denunciano, i braccianti agricoli morti negli
ultimi 6 anni in Italia a causa del loro lavoro.
A questi morti, affermano i medici su Bmj, "si aggiungono altre vittime,
quelle uccise dal Caporalato".
Queste persone, denunciano, "vivono in baraccopoli senza acqua, senza
servizi igienici senza accesso ai servizi sanitari di base", spiegano
Claudia Marotta e colleghi della Ong Medici con l'Africa Cuamm.
Dal 2015 l'organizzazione, in partnership con istituzioni locali, fornisce
servizi sanitari di base a questo popolo di migranti sparsi per tutta Italia,
che affollano in circa 100 mila 50-70 baraccopoli e che nonostante la legge
'sull'Agromafia', sono completamente privi di protezione.
"Salute, migrazione, economia, sviluppo sostenibile e giustizia sono tutti
aspetti del nostro mondo tra loro interconnessi - scrivono gli autori
dell'articolo - ed è un dovere per la comunità scientifica e clinica prendersi
cura e dare voce a queste persone 'mute'".
"Tutti dobbiamo batterci contro lo sfruttamento, la discriminazione, il
razzismo e l'egoismo, in qualsiasi forma si presenti", concludono.
Strage di
Kerkennah, sale a 53 il numero dei migranti morti nel naufragio. Intanto, a
Borgo Mezzanone va a fuoco all'alba un'altra baracca: un uomo muore
carbonizzato
Una persona
è morta nell'incendio divampato all'alba di oggi all'interno di una baracca che
si trova nel ghetto di Borgo Mezzanone, l'insediamento abusivo sorto nel
Foggiano. La vittima non è stata ancora identificata. Le fiamme hanno avvolto
un'abitazione di fortuna che si trova in una zona piuttosto isolata della
"ex pista", dove risiederebbero numerosi cittadini di origini
senegalesi. In un anno e mezzo è la quarta vittima registrata nel ghetto a seguito
di incendi divampati nella baraccopoli.
Intanto, è salito a 53 il numero dei cadaveri recuperati dalla Marina
tunisina nell'area del mare situata tra El Louza (Jebeniana) e Kraten al largo
delle isole Kerkennah, teatro del naufragio di un barcone carico di migranti in
maggioranza subsahariani, partito da Sfax nella notte tra il 4 ed il 5 giugno e
diretto verso le coste italiane.
Il conteggio arriva dal direttore della protezione civile di Sfax che lo ha
riferito all'agenzia tunisina Tap. Secondo il direttore regionale della Sanità
di Sfax, Aly Ayadi, tra i corpi rinvenuti ci sarebbero quelli di almeno 24
donne di cui una incinta, una decina di uomini e tre bambini, tutti provenienti
da vari Paesi dell'Africa sub-sahariana e un tunisino 48enne di Sfax, che
sarebbe stato al timone del peschereccio affondato. Dopo essere sottoposti ad
un prelievo del Dna per tentarne l'identificazione, i corpi saranno inumati nel
cimitero di El Saltnya, alla periferia di Sfax.
Black Lives Matter ma non in Italia. Il ritardo dell’arte e della cultura
nel paese - Johanne Affricot
The
Revolution will not be televised, cantava Gill Scott Heron nel 1971.
Sono trascorsi quasi 50 anni, e le parole del poeta, musicista a attivista di
Chicago risuonano come una profetica utopia di un nuovo capitolo della stessa
rivoluzione, iniziata più di 400 anni fa. Una rivoluzione che negli anni si è
alimentata di un’irosa sopportazione dell’oppressione e della discriminazione
razziale, fino a esplodere nelle ennesime proteste, innescate dall’ennesimo
martire involontario, derubato della sua biografia, ad eccezione di un’unica e
familiarissima istantanea: la razza e la morte violenta. E la rivoluzione è
davanti agli occhi di tutto il mondo.
“NO JUSTICE
NO PEACE” LA REAZIONE DEL MONDO DELL’ARTE E DELLA CULTURA
L’8 giugno
si sono tenuti i funerali di George Floyd, afroamericano ucciso
dall’ex poliziotto Derek Chauvin, che per 8 minuti e 46 secondi fatali ha
premuto il ginocchio sul collo dell’uomo. A tredici giorni dalla morte di
Floyd, gli Stati Uniti sono tutt’ora attraversati da un’enorme ondata di
proteste che ha assunto una portata globale, e che vede anche nell’abbattimento
di statue simbolo di schiavitù e di regimi coloniali (anche qui in Europa e in
Italia), violenza e oppressione, una necessità di fare i conti con un passato
presente e pesante. Ma se la questione razziale e la violenza della polizia
contro i neri sono il fattore che salta subito all’occhio, la pandemia
Covid-19, che ha falciato soprattutto la comunità afroamericana in
termini di contagi e decessi, ha portato ancora di più in luce il
razzismo sistemico e istituzionale nel paese dell’American Dream. La
sperequazione nella distribuzione della ricchezza ha effetti devastanti sulla
vita quotidiana delle classi sociali più marginalizzate–dall’accesso alle cure
sanitarie alle abitazioni dignitose; dall’accesso a un’istruzione di qualità
all’alto tasso di disoccupazione; dall’approvvigionamento di generi alimentari
salutari all’incarcerazione di massa. Va da sé che la lettura delle
proteste dovrebbe quindi liberarsi di vizi spannometrici e includere
più livelli nell’osservazione generale del quadro.
Eppure le reazioni del mondo dell’arte statunitense sono state un po’incerte e
zoppicanti, alcune tardive, altre non pervenute, soprattutto alla luce del
fatto che Floyd è morto il 26 maggio, e, poco prima di lui, altre due morti
violente di cittadini statunitensi neri, disarmati e innocenti (Amhaud
Arbery e Breonna Taylor) avevano scosso gli Stati Uniti e
l’occidente. Il mondo scientifico, per esempio, il 10 giugno ha scioperato
contro il razzismo. Laboratori, università e società scientifiche hanno aderito
alla giornata di sostegno al movimento Black Lives Matter e Nature, la rivista
scientifica per eccellenza, ha espresso un mea culpa che paventa cambiamento: “Nature
è contraria a tutte le forme di razzismo. Ma alle parole vanno seguiti fatti”,si
legge nell’editoriale. La rivista riconosce di essere “una delle istituzioni
‘bianche’ responsabili del pregiudizio nella ricerca e borse di studio, negando
spazio ai ricercatori neri. La scienza è stata, e rimane, complice di questo
razzismo sistemico e deve lottare più duramente per correggere queste
ingiustizie e amplificare le voci marginalizzate,” continua.
GEORGE
FLOYD: I MUSEI AMERICANI
Ma tornando
al mondo dell’arte e della cultura, e prendendo come riferimento tre importanti
istituzioni museali americane presenti su Instagram e altri social network,
notiamo che il New Museum ha postato solo il 2 giugno il
quadrato nero in segno di solidarietà (#BlackOutTuesday), accompagnato da un
laconico post che recita: “Alla luce dei recenti eventi, sospendiamo
temporaneamente la nostra programmazione social. Black Lives Matter”,per poi
elencare una serie di organizzazioni che si occupano di giustizia razziale cui
fare una donazione. Stessa storia per il Guggenheim, in letargo
sociale dal 2 giugno. Condivisione del box nero e una sintetica comunicazione
in cui si legge “Il Guggenheim sta osservando il #BlackOutTuesday, sta
ascoltando e accompagnando il lutto della famiglia di George Floyd e delle
molte altre vite perse di neri. Esprimiamo la nostra solidarietà e siamo a
fianco di coloro che chiedono giustizia e la fine del razzismo.” Il MOCA
di Los Angeles invece non ha lasciato alcuna lettera di addio
(temporaneo), preferendo far perdere le sue tracce dal 31 maggio.
In un momento in cui gli Stati Uniti stanno vivendo una forte turbolenza
interna, che è anche e soprattutto di coscienza (la rivoluzione di Gil Scott di
cui sopra), è impossibile non chiedersi perché il sistema dell’arte appaia
disorientato, quasi spaventato, incapace di rispondere a degli avvenimenti che
stanno producendo cambiamento. Lo stesso giornalista, intellettuale e scrittore
americano Ta-Nehisi Coates (Tra me e il mondo,
2015), in una recente intervista con Ezra Klein evidenzia
due aspetti interessanti: il primo è che in questo scenario di caos, lui vede
speranza e progresso (consiglio di recuperare il suo intervento di giugno 2019
alla Sottocommissione di Giustizia della Camera dei Rappresentati legato alla
richiesta di riparazioni per gli eredi degli afroamericani che furono
schiavizzati); il secondo è legato a suo padre. In uno scambio di pensieri e
comparazioni, il padre racconta al figlio come queste proteste siano più
sofisticate rispetto a quella di Baltimora del 1968 a cui partecipò. “Bianchi
e neri scendono uniti, c’è una ‘solidarietà multi-etnica’ che risuona in tante
città americane.” L’immensa autrice, attivista e femminista Angela
Davis (Donna, Razza e Classe, prima pubblicazione US, 1981;
prima pubblicazione italiana, 2018) preferisce essere più cauta con i paragoni
ma ferma anche lei su alcuni punti chiave, esposti in un’intervista su Channel 4 News: “Questo momento,
questa particolare congiuntura storica ha in sé enormi possibilità che il
nostro paese non ha mai visto. Non so se lo paragonerei alle proteste degli
anni ’60, piuttosto è un continuum storico, e nel 2020 siamo finalmente
testimoni delle conseguenze di decadi, secoli di tentativi di espellere il
razzismo dalla nostra società,” riflette. […] “È un momento emozionante. Non
credo di aver mai vissuto questo tipo di lotta globale al razzismo e alle
conseguenze della schiavitù e del colonialismo” .
GEORGE
FLOYD: LA PROTESTA DOPO LA PANDEMIA
Sarà forse
che il tempo presente, con la pandemia di Coronavirus ancora fresca nelle
nostre vite, stia offuscando la vista e danneggiando l’ascolto? O che i
conseguenti tagli di budget dei musei, che hanno mandato a casa tante persone,
stiano imponendo una ridefinizione delle priorità? Sarebbe interessante capire
anche chi detta la linea di queste istituzioni, la maggior parte delle quali
sono fondazioni private.
Il silenzio del Guggenheim in parte è stato interrotto dallo scontro innescato
da Chaédria LaBouvier, guest curator afroamericana del museo per la
mostra Basquiat’s “Defacement”: The Untold Story(2019). In un
suo tweet del 2 giugno in risposta al museo, LaBouvier ha richiamato
l’istituzione, denunciandola di razzismo istituzionale e ipocrisia, dopo che
questa aveva condiviso il messaggio di solidarietà di cui sopra. “Get the
entire f-ck out of here. I am Chaédria LaBouvier, the first Black curator in
your 80 year history & you refused to acknowledge that while also allowing
Nancy Spector to host a panel about my work w/o inviting me. Erase this shit”.Per
continuare: “This is the same museum that made up an IMAGINARY designation
of ‘first solo Black curator’ b/c they were too afraid to admit that they had
not hired a Black curator to lead a show in 80 years and erased me and history
in the process. They are full of shit”. Il Guggenheim, interpellato da Essence, ha
offerto la sua versione che aggiusta alcune inesattezze di LaBouvier, e allo
stesso tempo ammette i diversi errori fatti da quando è stato fondato,
annunciando il proprio impegno a prendere misure adeguate per migliorare.
La scarsa rappresentazione dei neri americani (così come di donne e altre
minoranze non bianche) nelle collezioni permanenti dei musei statunitensi è
però un problema reale e sentito, e, nonostante gli sforzi più volte annunciati
dal settore di procedere a una maggiore diversità, parità (che, a scanso di
equivoci, si traduce anche in “qualità”) degli artisti, il processo è ancora
lungo. Dai risultati di una ricerca condotta a maggio 2019 condivisa da Hyperallergic, emerge che l’85.4%
delle opere nelle collezioni dei principali musei statunitensi sono di artisti
bianchi, e l’87.4% di artisti uomini. Gli artisti afroamericani detengono
la percentuale più bassa, 1,2% delle opere, mentre gli artisti asiatici sono al
9% e gli ispanici e latini al 2,8%. Secondo i dati della Andrew Mellon Foundation, inoltre, i
curatori neri rappresentano solo il 4% dell’intero staff curatoriale
statunitense.
BLACK LIVES
MATTER E IL SETTORE ARTISTICO E CULTURALE ITALIANO
Da un lato
quindi abbiamo una società civile che in queste proteste appare più eterogenea
e compatta rispetto al passato, che sta mandando un segnale, sia a livello
locale che globale, anche se è ancora presto per delineare un quadro;
dall’altro dei dati che rispondono alle nostre domande e che suggeriscono che
se oggi fai dichiarazioni, quelle sono, e il lungo periodo è la temporalità a cui
si devono legare.
E in
Italia? Il MAXXI il 10 giugno ha lanciato tramite i propri
canali social il progetto #MAXXIforBlackLivesMatter, iniziativa orientata a far
conoscere il movimento Black Lives Matter, nato nel 2013, attraverso
l’arte. “[…] ci inginocchiamo, per i nostri fratelli e sorelle, per
rialzarci insieme, per sempre.” Leggermente in ritardo, ma meglio tardi che
mai. Un gesto necessario, ma sarebbe altrettanto necessario ideare e portare
avanti un calendario di iniziative permanenti, prendendo spunto dagli
appuntamenti organizzati nel 2018 in occasione della loro mostra African Metropolis. La protesta pacifica che si è svolta a Roma
(e in altre città italiane) lo scorso fine settimana ha direzionato anche
l’attenzione sul razzismo istituzionale e strutturale presente nel nostro
paese. In una piazza del Popolo picchiata dal sole e gremita di corpi,
rigorosamente in mascherina, attivisti e artisti italiani afrodiscendenti hanno
infatti riportato in superficie molti temi a me cari, tra cui la dimenticata
riforma della cittadinanza legata allo Ius Culturae―di cui ha parlato la
professionista in cooperazione internazionale Susanna Owusu―la cui
lotta negli ultimi anni, prima del suo cestinamento, è stata portata avanti dal
movimento Italiani Senza Cittadinanza e altre
organizzazioni. In un appassionato intervento rivolto a migliaia di persone,
l’attore italiano afrodiscendente Haroun Fall ha allacciato la questione
cittadinanza alla scarsa e/o totale assenza di rappresentazione e inclusione di
artisti neri, della classe creativa e culturale afrodiscendente nell’industria
dei media, delle arti, della creatività, della cultura.
Il nostro sistema artistico, creativo e culturale infatti rispetto a queste
questioni, e osservando gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, risulta
completamente e colpevolmente addormentato da sempre, non solo a livello
mainstream, ma anche più underground. Si fa fatica a comprendere come mai
nessuna realtà italiana si sia mai veramente messa in discussione, abbia mai
provato a cambiare lo scenario, a promuovere e favorire una rigenerazione che
includa una pluralità di voci e di pensiero.
Se pensiamo al settore audiovisivo, il premio del MIBAC “MigrArti, la
cultura unisce”, è stato congelato due anni fa e, seppure presentasse dei
limiti almeno esisteva, e in parte contribuiva ad arricchire il panorama, ad
educare. In essere c’è per fortuna il premio Mutti, destinato a registi di origine
straniera, ma le risorse sono poche per essere considerato uno strumento
alternativo per una maggiore emancipazione culturale e artistica del nostro
paese. Oltre a questi, ad oggi non mi risulta esistano altri strumenti od
opportunità culturali di rilievo per italiani con altre origini.
Partire dalle scuole primarie e secondarie è la chiave, la sfida più
importante. Creare e mettere a disposizione degli strumenti che facilitino
l’educazione e il progresso culturale è la base. Daniele Vitrone, in arte Diamante,
rapper-educatore italiano afrodiscendente di origini brasiliane, con i suoi
laboratori di musica nelle scuole di Milano sta già tracciando una linea di
intervento da cui prendere ispirazione. Prima di lui, a Roma, il rapper
italo-egiziano Amir Issa, che oggi troviamo a far lezione nelle università degli States, tra cui
l’Università statale di San Diego, all’interno del Dipartimento di
italianistica, lingua e cultura del nostro paese. Ai docenti interessa far
conoscere ai ragazzi l’Italia di oggi, non più solo un paese di migranti ma una
terra di approdo e di confronto per il multiculturalismo, e a tenere lezione
chiamano un “italiano di seconda generazione”, uno che quei temi li
conosce e che li ha vissuti in prima persona.
SPAZI DI
SPERIMENTAZIONE: I CASI INTERNAZIONALI
Sono solo
alcuni esempi, che si scontrano con l’amara realtà in cui versa il nostro
paese. L’assenza è pesante, palpabile, e in questi ultimi cinque anni, con
tutte le difficoltà immaginabili, abbiamo cercato e stiamo cercando riempire
con GRIOT questo vuoto, nato da un’esigenza personale, dalla volontà e
necessità di creare uno spazio di condivisione artistica e culturale
transdisciplinare in cui potersi riconoscere, che ispiri, attraverso il quale
sperimentare e creare, fare network con le diaspore dell’Europa, delle Americhe,
con l’Africa. Ma non basta. La mancanza di un nostro spazio fisico sul
territorio spezza l’idilliaca sensazione e contentezza di aver fatto dei passi
in avanti, nonostante le numerose attività realizzate con istituzioni o altre
realtà indipendenti, di settore, o meno mainstream. E se la riflessione vuole
essere spostata sull’esistenza, esperienza e qualità artistica di artisti
italiani afrodiscendenti o con altre origini, sarebbe errato non considerare il
ritardo in cui siamo, che di fatto ha rappresentato una barriera, e che l’humus
si genera se c’è scambio fisico, interazione e incontro, condivisione. The
Studio Museum in Harlem(New York) è probabilmente uno dei principali e più
prestigiosi poli per artisti afroamericani e della diaspora africana. Rimanendo
nei confini europei, e ridimensionando le grandezze, in Francia, a Parigi,
abbiamo La Colonie, spazio artistico cross-disciplinare,
anti-accademico e di pensiero critico, co-fondato dall’artista Kader
Attia; nel Regno Unito, a Londra, c’è l’Autograph ABP, una realtà che si
avvicina molto alla nostra idea di luogo di arti e cultura, insieme allo spazio
indipendente Savvy Contemporary di Berlino, fondato dal camerunense Bonaventur
Soh Bejeng Ndikung (curator at large di documenta 14). E in
Italia? Dov’è l’Italia? Perché manca all’appello?
BLACK LIVES
MATTER: L’ESIGENZA DI UNO SPAZIO DI SPERIMENTAZIONE IN ITALIA
Anche se ai
più sembrerà una forma di ghettizzazione chiudersi in uno spazio in cui si
intende dare rilevanza specialmente ad artisti afrodiscendenti e di altre
culture e contaminazioni, vi assicuro che non lo è. È un processo, piuttosto,
per il quale, a mio avviso, è importante passare, e che prima e poi verrà
superato. Si spera prima che poi. Ma i livelli di conoscenza e di pensiero
rispetto a certe tematiche, di storie (individuali e collettive che siano) e
dinamiche, richiamano a questa necessità e responsabilità. Un tentativo che si avvicinava a questa visione
in realtà è stato fatto nel 2018 dal direttore del Museo Egizio di Torino Christian
Greco. Attraverso la campagna trimestrale “Fortunato chi parla arabo” (i
cui risultati del 2016 erano stati ottimi), voleva stimolare la fruizione
dell’offerta culturale della città a un prezzo ridotto per consentire ai
cittadini di lingua araba di essere sempre più parte della comunità con cui
avevano scelto di vivere e condividere il futuro. Scoppiarono le polemiche, la
leader di Fratelli di Italia Giorgia Meloni sostenne che
l’iniziativa era un atto discriminatorio nei confronti delle famiglie italiane.
Consapevoli del diverso contesto culturale in cui ci troviamo e delle lacune
rispetto alle realtà internazionali sopra citate, a GRIOT siamo pronti e
intendiamo battere questa direzione. Il quando per noi è ora già da un po’.
Perché se non ora, quando?
Mentre le
lotte antirazziste oltreoceano rompono finalmente la bolla massmediatica, le
lotte dei braccianti africani nei ghetti e nei distretti agroalimentari
italiani sono sistematicamente isolate, represse e infine oscurate dai media
mainstream.