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giovedì 18 marzo 2021

VIAGGIO A MALJEVAC, CONFINE DI DISUMANITÀ - Anna Spena

 È il posto di frontiera tra Croazia e Bosnia, i boschi vicini sono teatro di migliaia di drammatici respingimenti. Ci siamo arrivati con Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che hanno lanciato l’iniziativa Un Ponte di Corpi, una mobilitazione in tante piazze d’Italia e d’Europa.

Donne e uomini hanno portato i loro corpi costruendo un ponte ideale che lega le persone di qua e di là dai confini. Un viaggio simbolico per ricordare che emigrare è un diritto e accogliere chi scappa da guerre, miseria e persecuzioni un dovere, il nostro.
«Siamo qui con i nostri corpi, sul confine», dicono Lorena e Gian Andrea, «per negare al confine il suo potere di ridurre la vita a un pezzo di carta».

Lorena si è infilata in macchina, con le mani ha accarezzato il volante. «Mi danno fastidio le unghie, ho dimenticato di tagliarle.
Da piccola mi hanno insegnato che chi lavora sodo ha le unghie corte e si arrotala le maniche della maglia», sorride.
È la mattina del 6 marzo, a Trieste si è alzata la Bora. Sono le otto, Lorena si tira su le maniche del piumino, libera i polsi, mette in moto. Guiderà per dieci ore tra la Slovenia e la Croazia fino a Maljevac, il confine con la Bosnia.
E poi ancora da Maljevac fino a Trieste. Sono belle le mani di Lorena, sono le mani della cura.

Lorena Fornasir, psicoterapeuta, 67 anni, e suo marito Gian Andrea Franchi, 84 anni, professore di filosofia in pensione, dal 2015 hanno messo in piedi un piccolo presidio medico all’esterno della Stazione di Trieste per offrire prima assistenza ai ragazzi che riescono a passare il confine, la città rappresenta il punto d’approdo, la fine della Rotta Balcanica.
Sono stati 19 volte in Bosnia (l’ultima poche settimane fa).
È qui che la Rotta Balcanica si inceppa e il Cantone di Una Sana, nel nord del Paese, è diventato un limbo, impossibile proseguire per la Croazia, la polizia violenta mortifica i corpi, non li lascia attraversare, li cattura per rispedirli indietro. Ma indietro per loro significa niente.
Quando possono Lorena e Gian Andrea caricano la macchina di medicine, sacchi a pelo, scarpe e raggiungono il Paese. All’inizio agivano come singoli, poi si sono costituiti come associazione di volontariato: Linea d’Ombra odv.

È nata da Lorena l’idea di lanciare “Un ponte di corpi”, una mobilitazione che ha coinvolto 50 piazze in tutta Italia e in tutta Europa: Berlino, Marsiglia, Ventimiglia, Clavière, Milano, Triste, Maljevac, ma anche Atene, Roma, Siracusa, Palermo, Catania, Paestum per ricordare che emigrare è un diritto e accogliere chi scappa da guerre, miseria e persecuzioni un dovere, il nostro. Una mobilitazione che è nata dal basso, nessuna sigla, nessuna associazione.
Solo le persone e i loro corpi. «Un ponte di corpi è nato perché dallo scorso gennaio gli arrivi dei ragazzi, dei migranti, in piazza a Trieste, sono drasticamente diminuiti. Questa cosa ci ha procurato grande inquietudine. La piazza vuota significa che vengono intercettati e respinti».

Così a parlare è stato il carrettino verde, il carrettino della cura dove Lorena tiene le garze, i cerotti, il disinfettante, qualche medicina di base. Il carrettino è il simbolo del suo lavoro e degli altri volontari di Linea d’Ombra che sulle panchine di Piazza della Libertà, così come negli squat bosniaci, le strutture abbandonate dove vivono i migranti, medica i piedi dei ragazzi.
E lo fa con un amore atavico, antico. Non esistono abbastanza parole neanche per tentare lontanamente di circoscriverla questa donna, raccontarla.
Accoglie i corpi mangiati dalla scabbia dei ragazzi che arrivano vivi dalla Rotta Balcanica – in troppi muoiono e rimangono vittime senza nome – questa è Lorena, lì la potete vedere.
Una persona che sa come abbracciare. Anzi di più: una persona che per istinto abbraccia, ti abbraccia.

La strada che porta da Trieste a Maljevac è immersa in una giornata di sole pieno e freddo preciso, pungente, senza sbavature. Il confine sloveno da Trieste arriva veloce. Un gruppo di 15 persone si muove verso la frontiera. É un gruppo simbolico, fatto principalmente di donne, è a loro che si è rivolta la chiamata di Lorena. E nelle altre piazze, nello stesso giorno, altre ad altri – mentre noi ci muoviamo – si stanno incontrando, infilati in sacchi neri della spazzatura – perché così si vestono i migranti mentre tentano di attraversare la rotta dei Balcani – per urlare che i confini, così come li intendiamo oggi, non li riconosciamo.
E la donna con il suo corpo pensante, è l’anticonfine per eccellenza.
«Noi», dice Lorena, «possiamo dire no allo scontro di razza, perché nel mondo dei morti nessuno è inferiore all’altro. Noi siamo coloro che dicono no al razzismo, perché da sempre siamo state la prima razza considerata inferiore proprio in quanto geneticamente aperte alla vita e sue portatrici: questa condizione naturale è diventata storicamente un servizio. Noi siamo coloro che gridano al mondo che non c’è nessun dio e nessun bene, quando migliaia di essere umani muoiono a causa dei confini. Noi li malediciamo i confini perché quelle strisce di terra o di mare selezionano chi può passare e chi no, chi può vivere e chi può morire, chi può essere torturato e chi può essere deportato».

 

Il sei marzo donne e uomini hanno portato i loro corpi costruendo un ponte ideale che lega le persone di qua e di là dai confini.
«Arriviamo su questa frontiera, sul confine croato-bosniaco», racconta Lorena, «per mandare un segno di solidarietà a chi è bloccato nella discarica umana che è diventata la Bosnia. Siamo in maggioranza donne, le donne sono generatrici di vita intesa come relazione. Sono loro, siamo noi, che curano i legami.
Siamo noi che raccogliamo il mandato tacito della altre donne da cui provengono i migranti: uomini, donne, ancora bambini. Loro ci consegnano la vita dei loro cari. Noi quella vita la dobbiamo rispettare. Curare i piedi è un gesto di grande intimità. Sono grata ai ragazzi che mi permettono di accostarmi ai loro corpi. Mi chiedono il telefono, vogliono chiamare le loro madri “sono vivo, sono ancora vivo mamma”.
Poi mi chiedono di salutarle. Le madri che vedono partire questi figli sperano che ci sia qualcuno dall’altra parte ad occuparsi di loro, ad occuparsi di questo figlio mandato in salvezza. Invece quello che succede ai confini di terra, così come di mare, è terribile. Il confine per i migranti è un luogo di morte. Perciò con i corpi, i nostri corpi, dobbiamo essere sul confine di Maljevac, su tutti i confini
».

Lorena dice che a volte il sorriso che portiamo nelle piazze, come nei confini, è un sorriso stonato. Sorridiamo mentre sulle spalle abbiamo la nostra vita, che è una vita di privilegi. Nel viaggio tra Trieste e Maljevac abbiamo tutti sorriso tanto. Abbiamo sorriso perché stavamo facendo una cosa umana e in quell’umanità ci siamo ritrovati.
Ritrovarsi significa che – nonostante tutto – c’è una parte di quel tutto che non è perduta.
Ci siamo anche arrabbiati su quel confine. E la rabbia nasce quando senti addosso l’ingiustizia. «Il nostro viaggio di andata e ritorno fra Trieste e Maljevac», dice Gian Andrea, «è stato esemplare delle condizioni di vita nell’Europa di oggi.
Per due volte siamo stati bloccati per oltre un’ora all’ingresso e all’uscita della Croazia, senza alcun motivo che non fosse esercitare il potere di farlo, come esemplarmente ha detto il poliziotto croato alla frontiera di Maljevac, ingiungendoci di restare chiusi in auto “perché lo dico io poliziotto!”».

I tamponi erano negativi, i documenti delle macchine a posto, i documenti personali pure. Lo sapevano che stavamo arrivando.
Lo sapevano perché quelli di Lorena e Gian Andrea sono nomi noti alla frontiera.
Lo sono ancora di più da quando alle cinque e mezza di mattina dello corso 23 febbraio la polizia ha fatto irruzione nella loro abitazione privata e sede dell’associazione Linea d’Ombra ODV. Sono stati sequestrati i telefoni personali, oltre ai libri contabili dell’associazione e diversi materiali.
Gian Andrea è indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, l’hanno associato a un passeur, un “traghettatore” di uomini. Gian Andrea è per la magistratura un possibile trafficante. Ma l’unica cosa che “favoreggia” è la solidarietà.
Anche lui dovreste vederlo, militante di altri tempi. Di quelli che “la sinistra era la sinistra” e la democrazia si fa nelle piazze, con la gente.

Gian Andrea non si scompone mai, è preciso nelle parole. Senza sbavature pure lui, come il freddo del sei marzo. La questura basandosi su un aiuto effettivo di assistenza e ospitalità, dato nel luglio del 2019 a una famiglia iraniana, composta da padre, madre e due bambini, l’ha collegato ad una rete di sfruttatori «che avrebbe», aggiunge, «prima e dopo il mio intervento, approfittato della famiglia profuga.
Non esiste neanche uno straccetto di prova. Esiste solo l’insinuazione che, essendo stata questa famiglia contattata e usata da alcuni trafficanti (secondo gli inquirenti), io avrei potuto non solo esserne a conoscenza ma trarne addirittura un mio personale profitto».
Ma lui rivendica: «il carattere politico, e non umanitario, del mio impegno quinquennale con i migranti. Impegno umanitario è un impegno che si limita a lenire la sofferenza senza tentar d’intervenire sulle cause che la producono. Impegno politico, nell’attuale situazione storica, è prima di tutto resistenza nei confronti di un’organizzazione della vita sociale basata sullo sfruttamento degli uomini e della natura portato al limite della devastazione».

A Maljevac, anche se in ritardo, siamo arrivati lo stesso.

«Caro fratello, cara sorella, bloccati ai confini di terra, soli, senza conforto, oppure con i vostri bambini privati dell’infanzia e cresciuti troppo velocemente al ritmo del “game”», ha recitato Lorena mentre leggeva una lettera scritta con Gian Andrea.
«Siete venuti da terre lontane con una storia che vi schiaccia sul presente e un futuro che riluce sperduto nei vostri occhi. Nonostante tutto sapete ancora sognare.
I fili spinati, i cani o i droni o le violenze che avete subito non vi hanno strappato la speranza. Nei vostri volti fieri e pieni di dignità, c’è sempre quel sorriso dolce che mostra di voi la parte più sorgiva: la capacità di essere protagonisti delle vostre vite e non le vittime a cui l’atroce sistema confinario vorrebbe ridurvi.
Impossibile volgere lo sguardo da un’altra parte; le immagini tragiche che ci giungono dalla discarica umana cui siete costretti, i respingimenti atroci che subite, sono un pugno al cuore di ogni nostra società civile. Voi, che vivete sulla soglia tra la vita e la morte, ci insegnate che la vita non tollera confini. I confini sono luoghi in cui un potere decide chi è degno di vivere e chi non lo è. Per questo siamo qui con i nostri corpi, sul confine: per negare al confine il suo potere di ridurre la vita a un pezzo di carta: chi ce l’ha può vivere, chi non ce l’ha può anche morire. Siamo qui sul confine che voi attraversate con i vostri corpi: corpi cacciati, inseguiti, colpiti, torturati, vietati e umiliati, offesi a volte fino alla morte.

Siamo qui per dire che il confine è un delitto contro la vita. Siamo qui per dire che tutti sono degni di vivere, che nessuno deve essere escluso. Noi donne sappiamo più degli uomini che cosa è il corpo.
Il corpo che nasce, che cresce, che vuol vivere. Il corpo che ha bisogno di nutrirsi, star bene, essere protetto, curato, come per ogni altro essere vivente, e possa desiderare: desiderare di vivere bene, al massimo delle proprie capacità, desiderare di essere in relazione, senza di cui non può esistere, desiderare di amare ed essere amato senza cui la vita si pietrifica.

Il confine nega tutto questo.
Riduce il corpo a un pezzo di carta con il timbro di uno Stato
.
Se hai questo timbro puoi passare la frontiera e vivere. Se non hai questo timbro non puoi passare, puoi invece essere battuto e anche ucciso o lasciato morire. Non sei nessuno. Non esisti. Sei un animale nel bosco. Noi siamo qui per affermare con la nostra presenza, con i nostri corpi, la vita, la dignità dei vostri corpi di migranti, di profughi, di tutti coloro che vogliono vivere una vita degna d’essere vissuta. Noi siamo qui per affermare la vita e rifiutare quel segno di morte che è il confine – il filo spinato, la sbarra – Alt! Chi sei! Dove vai! Non si passa! Documenti! Cattura. Chiusura. Tortura. Odio. Morte. Noi siamo qui, noi donne, per dire che vogliamo lottare contro tutto questo; che il confine è segno di odio e di morte.
Finché noi non sapremo vedere la nostra nudità nei vostri corpi picchiati con crudeltà, o non riconosceremo la nostra paura nei vostri occhi affamati, o l’intimità tra la vita e la morte che ci portate in pegno, saremo abitati dal trauma che ritorna con il rimosso della violenza in cui siamo immersi.
I vostri corpi di dolore ci riguardano fino in fondo. Sono lo specchio della distruzione del Medioriente che ci coinvolge politicamente, senza esclusione. Noi donne abbiamo sacra la vita e vogliamo gridare alta la voce della solidarietà. La nostra esistenza da sempre è una resistenza.
Resistenza al patriarcato, al disvalore sociale del femminile, all’essere subordinate. Re-esistere è un valore e una grande competenza quando ci si prende cura della vita. Vogliamo costruire ponti, tessere la filigrana dei fili spezzati, ricomporre le maglie di legami perduti. Siamo le vostre testimoni Per tutto questo, senza paura, siamo qui dove bisogna stare, nelle retrovie di una guerra non dichiarata per gridare alta la voce della solidarietà oltre ogni confine e ogni barriera Lungo il nostro ponte di corpi voleranno alte le farfalle gialle sopra i reticolati
».

Su un prato, con i piedi piantati a terra, la testa dall’altra parte del confine. «Abbiamo potuto fare la nostra performance, in un prato, guardati a vista dalla polizia», dice Gian Andrea.
Quindici persone che recitano poesie e fanno discorsi non fanno paura. Contemporaneamente, però, in decine di luoghi altre persone, molto più numerose fanno la stessa cosa, in maniera più visibile. È la scelta di andare in piazza, mentre le piazze si fanno sempre più deserte, sta a noi, a ciascuno di noi nella sua singolarità, con il suo corpo, con le sue emozioni, far sì che divenga un inizio.

Lorena non è mai pacificata però si lascia andare “Eh carrettino verde, chi se lo aspettava: lanci appelli e animi le piazze di Italia e d’Europa”. Però mi costa cara la solidarietà».
Lorena è stata fino a qualche giorno fa giudice onorario al tribunale dei minori di Trieste. «Mi hanno tolto l’incarico, me lo aspettavo».
Mentre eravamo sulla strada del ritorno, un ritorno per noi possibile, un ragazzo, nella zona di Plitvice in Croazia, è saltato su una mina anti uomo mentre cercava di passare il game. È morto. Quanti anni aveva? Chi era? Da dove veniva? E sua madre? L’ha sentito mentre il corpo si faceva in brandelli e bruciava? Sono le nove di sera a Trieste, c’è ancora la bora. Le mani di Lorena sono belle, hanno guidato dieci ore e non sono ancora stanche.

Su Gofundme è attiva una raccolta fondi per coprire le spese legali che dovrà affrontare Gian Andrea. Qui la raccolta firme per l’autodenuncia in solidariteà.

Il video pubblicato è di Raw Sight Productions, un’agenzia e casa di produzione audiovisiva che realizza progetti commerciali per finanziare documentari antropologici e di osservazione focalizzati su temi sociali. Raw Sight è composta da Marco Bergonzi, architetto e videomaker; Michael Petrolini, regista e DOP; Francesco Cibati, designer, scrittore e fotografo.

 

(*) Tratto da Vita.

 

da qui

sabato 13 giugno 2020

Black Lives: invece in Italia


tanti in Italia si sono impressionati per lo spropositato numero di neri, e non solo, quasi sempre poveri, che perdono la vita troppo presto e con dolore, negli Usa, ma anche in Italia.
pretendiamo che i nostri parlamentari approvino domani, con voto di fiducia, una legge che dia la cittadinanza italiana a tutti i nati in Italia e a chi ha fatto le scuole pubbliche in Italia.
lo diciamo con parole italiane, non sapendo se tutti i parlamentari conoscono il latino.





Punjab-Italia, senza ritorno - Marco Omizzolo
Nelle campagne italiane, anche al tempo del Coronavirus e della difficile regolarizzazione dei migranti privi di permesso di soggiorno, la macchina dello sfruttamento continua a produrre schiavitù e morte. È accaduto, sabato 6 giugno, ancora una volta a Sabaudia, in pieno Agro Pontino. Nel residence «Bella Farnia Mare», proprio davanti al luogo in cui la cooperativa In Migrazione organizzò, nel 2015, il primo centro servizi avanzati a tutela dei braccianti indiani, ostacolato dalla politica di destra e non adeguatamente sostenuto da quella di sinistra e in particolare dalla Regione Lazio, Joban Singh, bracciante indiano di 25 anni impiegato in condizioni di grave sfruttamento nelle campagne circostanti, ha deciso di togliersi la vita.
ERA GIUNTO IN ITALIA mediante un trafficante indiano che era riuscito a vendergli, per circa 8 mila euro, il biglietto di sola andata per un sogno chiamato benessere. Si ritrovò invece a lavorare come uno schiavo in alcune aziende agricole pontine, sotto diversi padroni italiani e caporali indiani, ricevendo in cambio un salario che non superava i 500 euro mensili. Poi la notizia della regolarizzazione e con essa la possibilità di liberarsi dalle catene del caporalato. Per questo si reca ripetutamente, insieme a diversi compagni di lavoro, da vari padroni italiani per domandare di essere regolarizzato. Tutto inutile. La regolarizzazione non lo deve riguardare perché i padroni non la ritengono conveniente.
Troppi soldi e troppa esposizione. E poi perché regolarizzare un bracciante indiano senza permesso di soggiorno e senza contratto che lavora da anni per circa 500 euro al mese? Il rifiuto della regolarizzazione si associa, per Joban, alla notizia della morte del padre. Gli anni di soprusi subiti e di sfruttamento diventano improvvisamente neri. La speranza di riabbracciare la madre e le sorelle ancora in India, di prendersi cura di loro, di liberarsi dal giogo criminale dei padroni, caporali e trafficanti, si infrange definitivamente.
COSÌ, DOPO ESSERSI SFOGATO con alcuni amici e capi della comunità indiana, decide di tendere una corda in cima alle scale interne della sua abitazione e di farla finita. Lì verrà trovato, ormai senza vita, dai suoi coinquilini.
Come Joban, altri tredici braccianti indiani nel corso degli ultimi tre anni hanno deciso di suicidarsi. Alcuni di loro, ridotti in schiavitù ed emarginati, si sono impiccati dentro le serre del padrone, unica forma possibile di denuncia e dissenso loro rimasta.
L’ULTIMO CASO ERA ACCADUTO l’1 dicembre scorso a borgo Hermada, nel Sud Pontino, ed aveva riguardato un bracciante indiano di appena 38 anni. Una foto scattata da un suo collega di lavoro mostra Joban durante la pausa pranzo, seduto in terra nella serra, chino a mangiare pane e ceci tra i filari di ortaggi che raccoglieva tutto il giorno, domenica compresa. È la fotografia di un sistema agromafioso che sviluppa, ogni anno, come ricorda l’Eurispes, circa 25 miliardi di euro e che ancora oggi governa la vita di circa 450 mila lavoratori e lavoratrici nelle campagne italiane.
Sono sicuro di avere incontrato Joban decine di volte. Proprio nel residence «Bella Farnia Mare» sono iniziati, circa tredici anni fa, le prime assemblee coi braccianti indiani per discutere della loro condizione lavorativa e di vita.
IN QUEI MICRO appartamenti di colore bianco, a richiamare le bianche case di Ibiza, sono stato centinaia di volte. Ho dormito al loro interno d’estate e d’inverno, aiutato a spegnere incendi notturni che rischiavano di sterminare famiglie intere, organizzato, ispirandomi alla pedagogia degli oppressi di Freire, corsi avanzati di italiano, educazione ambientale, diritto del lavoro, costituzionale e sindacale.
DURANTE IL PROGETTO «Bella Farnia» di In Migrazione, che ha portato ad organizzare, il 18 aprile del 2016, insieme alla Cgil, il più grande sciopero di braccianti stranieri in Italia, la porta di accesso al centro è sempre rimasta aperta, anche quando tentarono di intimidirci facendoci trovare sull’uscio una bombola del gas e un fornelletto.
SE LA POLITICA, AD OGNI LIVELLO, avesse deciso di far sopravvivere quell’esperienza di ricerca e impegno, forse Joban oggi sarebbe ancora vivo. Forse, trovando quella porta ancora aperta, avrebbe ricevuto il conforto, le informazioni e il coraggio necessario per continuare a vivere e denunciare caporali e padroni. Avrebbe potuto parlare con un mediatore indiano con esperienza di bracciante anche lui sfruttato nelle campagne pontine e con un’insegnante di italiano aperta alla didattica sperimentale. Invece, isolato ed emarginato, Joban ha deciso di suicidarsi. Sarebbe bastato poco per dargli una possibilità concreta di realizzare la sua speranza in una vita migliore. Magari il coraggio di investire in progetti qualificati e professionali «con la porta aperta».
NON CI RESTA, INVECE, ora, che spedire la sua salma in Punjab dalla madre e dalla sorella, chiedendo ancora una volta, dopo l’ennesima tragedia, anche per Joban un po’ di giustizia.

Caltanissetta, Adnan ucciso per aver aiutato un anziano vittima dei caporali: "Aveva fatto i nomi" - Francesco Bunetto
Le telecamere di Fanpage.it sono andate a Caltanissetta per raccontare la drammatica vicenda che ha coinvolto la comunità nissena, con l'omicidio di Adnan Siddique, un uomo pakistano di 32 anni, la notte del 3 giugno. Incontriamo Alì, amico di Adnan. Ha raccontato a fanpage.it che qualche giorno prima della morte di Adnan, ha ricevuto un messaggio vocale davvero misterioso:"Se mi succede qualcosa, loro sono i colpevoli".
Camminiamo lungo la via San Cataldo -"Era un bravo ragazzo – si sente dal balcone". Sono i vicini di casa che hanno voluto ricordare il giovane pakistano, sempre con il sorriso sulla bocca. "Ha fatto una brutta morte – si sente ancora in quella via assordante – non meritava di morire così, hanno detto i vicini". La città di Caltanissetta è ancora scossa e allarmata da un fatto che conferma quanto la violenza sia radicata nel mondo del lavoro agricolo. Un sistema che sfrutta migliaia di lavoratori, rendendoli schiavi. Adnan Siddique sarebbe stato al fianco di alcuni suoi connazionali che lavoravano in campagna, e che sarebbero vittime del caporalato. Dall'autopsia è emerso che la vittima è stata colpita con cinque coltellate in diverse parti del corpo: due alle gambe, uno alla schiena, alla spalla e al costato. Quest'ultimo e' risultato quello fatale. I carabinieri, poche ore dopo il delitto, hanno trovato anche il coltello, lungo 30 centimetri, utilizzato dai presunti assassini.
Le prime denunce
Lungo la via San Cataldo, abbiamo incontrato la famiglia Di Giugno, che gestisce un bar, dove Adnan si fermava spesso a parlare con loro, fino a creare una splendida amicizia tanto da chiamare "Mamà" la signora Rita. "Questi signori hanno portato via un amico per i miei figli – ha detto Rita – e un figlio per me, ero una madre per lui, non posso dimenticarmi tanti gesti bellissimi che ha fatto nei confronti della famiglia – continua – e devono pagare perché hanno perseguitato da almeno un anno questo ragazzo". Aveva tanti sogni, sposare una donna italiana, trasferirsi per lavoro insieme a mio figlio – continua Rita – comprarsi una bella macchina, era una persona davvero buona". Anziani, bambini, animali, lui aiutava chiunque. Conclude – Attraverso Enti, faremo in modo di avviare una raccolta fondi per il trasferimento del corpo alla madre in Pakistan".

Già minacciato e aggredito
Manutentore di macchine tessili a Caltanissetta, "Aveva già ricevuto in passato minacce e aggressioni, racconta l'amico fraterno Erik – è capitato che gli hanno rotto la testa e ha subìto anche un furto, dove gli hanno portato via tutto e, nonostante questo, il giorno successivo era andato a lavoro in pigiama perché era fiero di ciò che stava costruendo".Spero che la verità venga a galla – conclude Erik – e spero che le persone paghino per quello che gli hanno fatto".

Al momento sono stati fermati cinque pakistani per l'omicidio del giovane. Si tratta di Muhammad Shoaib, 27 anni, Alì Shujaat, 32 anni, Muhammed Bilal, 21 anni, e Imrad Muhammad Cheema, 40 anni e il connazionale Muhammad Mehdi, 48 anni, arrestato per favoreggiamento, tutti interrogati ieri dal gip Gigi Omar Modica. I primi quattro rimangono in carcere mentre il quinto è stato rimesso in libertà ma con l'obbligo di firma. Un’altra persona è stata fermata questa mattina, su provvedimento della Procura di Caltanissetta, polizia e carabinieri hanno fermato un pakistano di 20 anni, Shariel Awan Muhammed con l’accusa di concorso in omicidio. Indagando su alcuni soggetti della comunità pakistana che da tempo si sono stabiliti a Caltanissetta e in provincia, la polizia avrebbe raccolto gravi elementi nei confronti del ventenne; per gli investigatori il delitto sarebbe stato commesso da un vero e proprio commando. Secondo la ricostruzione dei carabinieri Adnan, che per lavoro si occupava di riparazione e manutenzione di macchine tessili, aveva presentato denuncia per minaccia nei confronti dei suoi carnefici. Sta prendendo piede anche l'ipotesi che gli aggressori operassero una mediazione, per procacciare manodopera nel settore agricolo, tra datori di lavoro e connazionali. In cambio avrebbero trattenuto una percentuale sulla loro paga.
"Non meritava di morire così"
Successivamente al misterioso messaggio vocale di Adnan ai suoi amici connazionali:"Se mi succede qualcosa, loro sono i colpevoli", chiama i genitori di Adnan e, attraverso una videochiamata, sentiamo parole spezzate in pakistano, tradotte da Alì:"Siamo distrutti, non ci sembra ancora vero" – dicono i genitori di Adnan. La madre piange in continuazione, l'unica cosa che desidera è riavere il corpo del figlio in Pakistan. "Adnan – racconta Alì – era una persona gentile, buona e speciale, aiutava tutti, forse questo è stato il suo ultimo sbaglio. Conclude Alì – Noi non vogliamo che questa gente delinquente entri a Caltanissetta, perché questo è un Paese civile, che paghino in Pakistan perché in Italia non gli fanno niente".


Una notizia e un cartellone: 3 bambini, 22 donne, 9 uomini - Doriana Goracci


L'ho messo da una parte come altre foto e scritti in sosta che non faccio scappare: Com'è che non riesci più a volare, me lo ricorda una canzone.
Stasera si è incontrato, a notte tarda, il cartellone, con questa notizia, quando mezza addormentata ho sentito il Tg3: "Sono 34 i cadaveri recuperati dalla Marina tunisina per naufragio di fronte alle coste tunisine, al largo della città di Sfax: decine di migranti risultano morti e dispersi, nell'affondamento di una precaria imbarcazione con cui volevano attraversare il Mediterraneo e arrivare in Europa. A comunicarlo è il sito informativo Tunisie Numerique precisando che i corpi rinvenuti appartengono a 22 donne, 9 uomini, 3 bambini, di vari paesi dell'Africa sub-sahariana e un tunisino originario di Sfax, che sarebbe stato al timone del peschereccio affondato. Unità della Marina militare e della Guardia costiera con l'ausilio dei sommozzatori delle forze armate e della protezione civile sono attualmente al lavoro nel tratto di mare interessato dal naufragio alla ricerca di altri dispersi".
Dunque stanotte una notizia che si ripete da anni,come tanti tragici naufragi di migranti, si è incontrata con una foto, non consola nessuno e non aiuta nessuno, "ciononostante" si esprime come vuole esprimere l'avverbio; le ho coniugate, con uno sposalizio del mare,notizia e cartellone, ora che è iniziata la bella stagione che con tanti limiti mettiamo distanza, tra i corpi e il mare e la paura di dolorose contaminazioni.E mi ritrovo che "Ho fatto naufragio senza tempesta in un mare nel quale si tocca il fondo con i piedi...Non so cosa porterà il domani" come scriveva Fernando Pessoa.
Forse volevano arrivare a Lampedusa.

Le riammissioni illegali dei migranti: la rotta al contrario da Trieste alla Bosnia - Anna Spena

La Rotta Balcanica è una rotta dimenticata. Convenzionalmente la rotta inizia in Grecia, fisicamente finisce in Italia, a Trieste. Ma il viaggio di chi fugge inizia molti chilometri prima per finire poi nel Nord Europa. La maggior parte dei profughi in Bosnia Erzegovina sono concentrati nel cantone di Una- Sana, al confine con la Croazia. Ce ne sono circa seimila – i numeri ufficiali non esistono - e sono concentrati nelle città di Bihač e Velika Kladusa (Ne abbiamo parlato in questi articoli Rotta Balcanica, attraversare i confini è un game disperato e Rotta Balcanica, migranti trattati come gli animali).
Ma dalla scorsa metà di maggio i profughi che riescono ad arrivare a Trieste vengono riportati in Slovenia: «Non è legittimo», spiega Gianfranco Schiavone, vice presidente Asgi, Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, «eseguire le riammissioni dei migranti in Slovenia senza un previo esame delle situazioni individuali ed un effettivo coinvolgimento delle persone interessate». Le riammissioni devono cessare chiede l’Asgi in una lettera aperta indirizzata al Ministero dell’Interno, alla Questura e Prefettura di Trieste oltre che alla sede per l’Italia dell’UNHCR.
Cosa sta succedendo a Trieste?
A metà di maggio 2020 il Ministero dell’interno ha annunciato l’impegno ad incrementare le riammissioni di migranti in Slovenia e l’invio, a tale scopo, di 40 agenti al confine orientale dell’Italia. Anche nel 2018 si erano registrati casi di respingimenti illegittimi ma in numero contenuto. Allora la risposta fu principalmente quella di negare i fatti. In ogni caso, oggi, il fenomeno dei respingimenti illegali è aumentato in termini di quantità. Non abbiamo numeri ufficiali dei profughi che sono stati riportato dall’Italia in Slovenia, possiamo stimare il dato a circa 200 persone dal 20 maggio ad oggi.
Come vi siete accorti di quello che stava succedendo?
Per due motivi, a Trieste arrivavano sempre meno ragazzi. Questo ci ha iniziato ad insospettire. Poi dalla Bosnia hanno lanciato l’allarme. I rifugiati che dall’Italia venivano portati in Slovenia, e dalla Slovenia alla Croazia e poi dalla Croazia alla Bosnia hanno denunciato quello che stava succedendo a una rete di volontari e informatori sul campo. Persone di massima affidabilità, ma che per adesso preferiamo rimangano anonime.
Rispetto al 2018 possiamo parlare solo di una differenza nel numero dei respingimenti?
No. Direi che la differenza oltre ad essere quantitativa appunto è anche, per così dire, ideologica.
In che senso?
Siamo nella più assoluta illegalità ma sembra che il fatto non interessi nessuno. Sappiamo che la gran parte delle persone che vengono respinte hanno manifestato la volontà di chiedere asilo. Mentre in passato la giustificazione poggiava sulla tesi che non si trattasse di richiedenti asilo oggi si tende a giustificare (pur usando volutamente un linguaggio ambiguo) che si possono respingere anche i richiedenti perchè la domanda di asilo si può fare in Slovenia. Si tratta di “ riammissioni effettuate non in ragione del ripristino dei controlli alle frontiere interne mai formalmente avvenuto ma in applicazione dell’Accordo bilaterale fra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica di Slovenia sulla riammissione delle persone alla frontiera, firmato a Roma il 3 settembre 1996, che contiene previsioni finalizzate a favorire la riammissione sul territorio dei due Stati sia di cittadini di uno dei due Stati contraenti sia cittadini di Stati terzi. In primis occorre rilevare come tale accordo risulti illegittimo per contrarietà al sistema costituzionale interno italiano e per violazione di normative interne. È infatti dubbia la legittimità nell’ordinamento italiano dell’Accordo bilaterale fra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica di Slovenia e di ogni altro analogo tipo di accordi intergovernativi per due ordini di ragioni: nonostante abbiano infatti una chiara natura politica, essi non sono stati ratificati con legge di autorizzazione alla ratifica ai sensi dell’art. 80 Cost.;in quanto accordi intergovernativi stipulati in forma semplificata, in ogni caso essi non possono prevedere modifiche alle leggi vigenti in Italia (altro caso in cui l’art. 80 Cost. prevede la preventiva legge di autorizzazione alla ratifica) e dunque essi neppure possono derogare alle norme di fonte primaria dell’ordinamento giuridico italiano. In ogni caso, anche volendo prescindere da ogni ulteriore valutazione sui profili di illegittimità dell’Accordo di riammissione è pacifico che ne è esclusa appunto l’applicazione ai rifugiati riconosciuti ai sensi della Convenzione di Ginevra (all’epoca la nozione di protezione sussidiaria ancora non esisteva) come chiaramente enunciato all’articolo 2 del medesimo Accordo. Del tutto priva di pregio sotto il profilo dell’analisi giuridica sarebbe l’obiezione in base alla quale l’accordo fa riferimento ai rifugiati e non ai richiedenti asilo giacché come è noto, il riconoscimento dello status di rifugiato (e di protezione sussidiaria) è un procedimento di riconoscimento di un diritto soggettivo perfetto i cui presupposti che lo straniero chiede appunto di accertare. Non v’è pertanto alcuna possibilità di distinguere in modo arbitrario ed illegittimo tra richiedenti protezione e rifugiati riconosciuti dovendosi comunque garantire in ogni caso l’accesso alla procedura di asilo allo straniero che appunto chiede il riconoscimento dello status di rifugiato. Inoltre, va evidenziato come l’espressione, contenuta nell’Accordo in relazione alle riammissioni attuate “senza formalità” non può certo essere intesa nel senso che la riammissione possa avvenire senza l’emanazione di un provvedimento amministrativo in quanto in quanto è indiscutibile che l'azione posta in essere dalla pubblica sicurezza attraverso l’accompagnamento forzato in Slovenia produce effetti sulla situazione giuridica dei soggetti interessati. Il provvedimento di riammissione va motivato in fatto e in diritto, seppure succintamente va notificato all'interessato e, anche se immediatamente esecutivo, deve essere impugnabile di fronte all'autorità giudiziaria. A chiudere del tutto l'argomento sotto il profilo giuridico, è il noto Regolamento Dublino III che prevede che ogni domanda di asilo sia registrata alla frontiera o all'interno dello Stato nel quale il migrante si trova. Una successiva complessa procedura stabilita se il Paese competente ad esaminare la domanda è eventualmente diverso da quello nel quale il migrante ha chiesto asilo e in ogni caso il Regolamento esclude tassativamente che si possano effettuare riammissioni o respingimenti di alcun genere nel paese UE confinante solo perchè il richiedente proviene da lì. Anzi, il Regolamento è nato in primo luogo per evitare rimpalli di frontiera tra uno stato e l'altro. Violare, come sta avvenendo, questa fondamentale procedura, significa scardinare il Regolamento e in ultima analisi, il sistema europeo di asilo. E' come se fossimo tornati indietro di trent'anni, a prima del 1990.
Dalle vostre testimonianze risulta che anche la polizia italiana, al pari di quella croata, ha esercitato violenza sui migranti?
No questo no. Sono stati riportati atti di scherno, ma non di violenza.
Come avviene concretamente la riammissione illegale?
I migranti vengono rintracciati nell'area di confine; passano diverse ore in Italia in stazioni di polizia e in tendoni allestiti allo scopo dove non possono accedere le organizzazioni umanitarie che si occupano della tutela legale dei rifugiati anche se le normative europee prevedono che deve essere consentito l'accesso a tali organizzazioni. A Trieste gli enti non mancano, ed anzi hanno una lunga ed autorevole storia, ma credo proprio per queste ragioni vengono tenute lontane. Nonostante l'importanza della rotta balcanica (più di 10mila ingressi nel 2019) l'UNHCR non mai ritenuto di inviare almeno un funzionario che stia in pianta stabile a Trieste effetuando un monitoraggio costante e diretto. Spero che, di fronte alla gravità della situazione attuale, UNHCR acquisisca la consapevolezza che è necessario monitorare da vicino la situazione. Nei luoghi di polizia i migranti che si decide di riammettere vengono identificati con rilascio delle impronte digitali e subito dopo vengono caricati su mezzi in dotazione alla polizia e consegnati (tutto si svolge il più rapidamente possibile) alla polizia slovena che a sua volta li ricarica su altri mezzi e li porta al confine con la Croazia. Come in una catena di montaggio, dopo avere attraversato il Paese con uso di furgoni chiusi,la polizia croata lascia i migranti al confine con la Bosnia-Erzegovina dove si verifica la parte più cruenta di questa catena dell’illegalità. Ci troviamo al confine esterno all'Unione Europea e per procedere con il respingimento fuori dell'Unione sarebbe necessario applicare precise procedure previste dal Codice frontiere Schengen con consegna alla polizia bosniaca. Poichè ciò non è possibile perchè il provvedimento svelerebbe la catena ovvero che si tratta di persone consegnate di mano in mano tra diversi stati, le stesse vengono lasciate in mezzo ai boschi, ma prima vengono denudate, picchiate e private delle poche cose che hanno. La Bosnia, che è uno Stato frammentato e debole riprende i rifugiati per molte ragioni legate a pressioni internazionali e a meccanismi economici (la gestione dei campi profughi muove molti interessi) e non ultimo perchè sa che sono persone che non rimarranno ma tenteranno di nuovo il "game".
Persone come fantasmi…
È inconcepibile che attraversino tre Paesi e che non ci sia la minima traccia di nessun atto amministrativo. Secondo le testimonianze raccolte, le persone riammesse non avrebbero ricevuto alcun provvedimento e ignare di tutto, si sono ritrovate respinte in Slovenia, quindi in Croazia, ed infine in Serbia o in Bosnia sebbene le stesse fossero intenzionate a domandare protezione internazionale all’Italia. Come detto il provvedimento di riammissione va motivato in fatto e in diritto, seppure succintamente, e va notificato all’interessato e, anche se immediatamente esecutivo, deve essere impugnabile di fronte all’autorità giudiziaria. A questi migranti non è mai stato rilasciato nessun tipo di documentazione sul loro respingimento.

L'allarme dei medici: morti in sei anni 1500 migranti sfruttati come braccianti
In un articolo pubblicato sul British Medical Journal i medici denunciano la situazione critica dei migranti che vivono nelle baraccopoli. In sei anni si sono verificate ben 1500 morti di braccianti sfruttati e tenuti in condizioni disumane in baraccopoli.
Fermare lo sfruttamento dei migranti che lavorano nell'agricoltura in Italia e che vengono pagati solo 12 euro per 8 ore di lavoro, schiavi dei campi che consentono di portare pomodori italiani a basso prezzo sulle tavole di tutto il mondo tutto l'anno.
È l'appello lanciato da un gruppo di medici italiani sul British Medical Journal. E sono oltre 1.500, denunciano, i braccianti agricoli morti negli ultimi 6 anni in Italia a causa del loro lavoro.
A questi morti, affermano i medici su Bmj, "si aggiungono altre vittime, quelle uccise dal Caporalato".
Queste persone, denunciano, "vivono in baraccopoli senza acqua, senza servizi igienici senza accesso ai servizi sanitari di base", spiegano Claudia Marotta e colleghi della Ong Medici con l'Africa Cuamm.
Dal 2015 l'organizzazione, in partnership con istituzioni locali, fornisce servizi sanitari di base a questo popolo di migranti sparsi per tutta Italia, che affollano in circa 100 mila 50-70 baraccopoli e che nonostante la legge 'sull'Agromafia', sono completamente privi di protezione.
"Salute, migrazione, economia, sviluppo sostenibile e giustizia sono tutti aspetti del nostro mondo tra loro interconnessi - scrivono gli autori dell'articolo - ed è un dovere per la comunità scientifica e clinica prendersi cura e dare voce a queste persone 'mute'".
"Tutti dobbiamo batterci contro lo sfruttamento, la discriminazione, il razzismo e l'egoismo, in qualsiasi forma si presenti", concludono.

Strage di Kerkennah, sale a 53 il numero dei migranti morti nel naufragio. Intanto, a Borgo Mezzanone va a fuoco all'alba un'altra baracca: un uomo muore carbonizzato

Una persona è morta nell'incendio divampato all'alba di oggi all'interno di una baracca che si trova nel ghetto di Borgo Mezzanone, l'insediamento abusivo sorto nel Foggiano. La vittima non è stata ancora identificata. Le fiamme hanno avvolto un'abitazione di fortuna che si trova in una zona piuttosto isolata della "ex pista", dove risiederebbero numerosi cittadini di origini senegalesi. In un anno e mezzo è la quarta vittima registrata nel ghetto a seguito di incendi divampati nella baraccopoli.
Intanto, è salito a 53 il numero dei cadaveri recuperati dalla Marina tunisina nell'area del mare situata tra El Louza (Jebeniana) e Kraten al largo delle isole Kerkennah, teatro del naufragio di un barcone carico di migranti in maggioranza subsahariani, partito da Sfax nella notte tra il 4 ed il 5 giugno e diretto verso le coste italiane.
Il conteggio arriva dal direttore della protezione civile di Sfax che lo ha riferito all'agenzia tunisina Tap. Secondo il direttore regionale della Sanità di Sfax, Aly Ayadi, tra i corpi rinvenuti ci sarebbero quelli di almeno 24 donne di cui una incinta, una decina di uomini e tre bambini, tutti provenienti da vari Paesi dell'Africa sub-sahariana e un tunisino 48enne di Sfax, che sarebbe stato al timone del peschereccio affondato. Dopo essere sottoposti ad un prelievo del Dna per tentarne l'identificazione, i corpi saranno inumati nel cimitero di El Saltnya, alla periferia di Sfax.

Black Lives Matter ma non in Italia. Il ritardo dell’arte e della cultura nel paese - Johanne Affricot

The Revolution will not be televised, cantava Gill Scott Heron nel 1971. Sono trascorsi quasi 50 anni, e le parole del poeta, musicista a attivista di Chicago risuonano come una profetica utopia di un nuovo capitolo della stessa rivoluzione, iniziata più di 400 anni fa. Una rivoluzione che negli anni si è alimentata di un’irosa sopportazione dell’oppressione e della discriminazione razziale, fino a esplodere nelle ennesime proteste, innescate dall’ennesimo martire involontario, derubato della sua biografia, ad eccezione di un’unica e familiarissima istantanea: la razza e la morte violenta. E la rivoluzione è davanti agli occhi di tutto il mondo.

“NO JUSTICE NO PEACE” LA REAZIONE DEL MONDO DELL’ARTE E DELLA CULTURA
L’8 giugno si sono tenuti i funerali di George Floyd, afroamericano ucciso dall’ex poliziotto Derek Chauvin, che per 8 minuti e 46 secondi fatali ha premuto il ginocchio sul collo dell’uomo. A tredici giorni dalla morte di Floyd, gli Stati Uniti sono tutt’ora attraversati da un’enorme ondata di proteste che ha assunto una portata globale, e che vede anche nell’abbattimento di statue simbolo di schiavitù e di regimi coloniali (anche qui in Europa e in Italia), violenza e oppressione, una necessità di fare i conti con un passato presente e pesante. Ma se la questione razziale e la violenza della polizia contro i neri sono il fattore che salta subito all’occhio, la pandemia Covid-19, che ha falciato soprattutto la comunità afroamericana in termini di contagi e decessi, ha portato ancora di più in luce il razzismo sistemico e istituzionale nel paese dell’American Dream. La sperequazione nella distribuzione della ricchezza ha effetti devastanti sulla vita quotidiana delle classi sociali più marginalizzate–dall’accesso alle cure sanitarie alle abitazioni dignitose; dall’accesso a un’istruzione di qualità all’alto tasso di disoccupazione; dall’approvvigionamento di generi alimentari salutari all’incarcerazione di massa. Va da sé che la lettura delle proteste dovrebbe quindi liberarsi di vizi spannometrici e includere più livelli nell’osservazione generale del quadro.
Eppure le reazioni del mondo dell’arte statunitense sono state un po’incerte e zoppicanti, alcune tardive, altre non pervenute, soprattutto alla luce del fatto che Floyd è morto il 26 maggio, e, poco prima di lui, altre due morti violente di cittadini statunitensi neri, disarmati e innocenti (Amhaud Arbery Breonna Taylor) avevano scosso gli Stati Uniti e l’occidente. Il mondo scientifico, per esempio, il 10 giugno ha scioperato contro il razzismo. Laboratori, università e società scientifiche hanno aderito alla giornata di sostegno al movimento Black Lives Matter e Nature, la rivista scientifica per eccellenza, ha espresso un mea culpa che paventa cambiamento: “Nature è contraria a tutte le forme di razzismo. Ma alle parole vanno seguiti fatti”,si legge nell’editoriale. La rivista riconosce di essere “una delle istituzioni ‘bianche’ responsabili del pregiudizio nella ricerca e borse di studio, negando spazio ai ricercatori neri. La scienza è stata, e rimane, complice di questo razzismo sistemico e deve lottare più duramente per correggere queste ingiustizie e amplificare le voci marginalizzate,” continua.

GEORGE FLOYD: I MUSEI AMERICANI
Ma tornando al mondo dell’arte e della cultura, e prendendo come riferimento tre importanti istituzioni museali americane presenti su Instagram e altri social network, notiamo che il New Museum ha postato solo il 2 giugno il quadrato nero in segno di solidarietà (#BlackOutTuesday), accompagnato da un laconico post che recita: “Alla luce dei recenti eventi, sospendiamo temporaneamente la nostra programmazione social. Black Lives Matter”,per poi elencare una serie di organizzazioni che si occupano di giustizia razziale cui fare una donazione. Stessa storia per il Guggenheim, in letargo sociale dal 2 giugno. Condivisione del box nero e una sintetica comunicazione in cui si legge “Il Guggenheim sta osservando il #BlackOutTuesday, sta ascoltando e accompagnando il lutto della famiglia di George Floyd e delle molte altre vite perse di neri. Esprimiamo la nostra solidarietà e siamo a fianco di coloro che chiedono giustizia e la fine del razzismo.” Il MOCA di Los Angeles invece non ha lasciato alcuna lettera di addio (temporaneo), preferendo far perdere le sue tracce dal 31 maggio.
In un momento in cui gli Stati Uniti stanno vivendo una forte turbolenza interna, che è anche e soprattutto di coscienza (la rivoluzione di Gil Scott di cui sopra), è impossibile non chiedersi perché il sistema dell’arte appaia disorientato, quasi spaventato, incapace di rispondere a degli avvenimenti che stanno producendo cambiamento. Lo stesso giornalista, intellettuale e scrittore americano Ta-Nehisi Coates (Tra me e il mondo, 2015), in una recente intervista con Ezra Klein evidenzia due aspetti interessanti: il primo è che in questo scenario di caos, lui vede speranza e progresso (consiglio di recuperare il suo intervento di giugno 2019 alla Sottocommissione di Giustizia della Camera dei Rappresentati legato alla richiesta di riparazioni per gli eredi degli afroamericani che furono schiavizzati); il secondo è legato a suo padre. In uno scambio di pensieri e comparazioni, il padre racconta al figlio come queste proteste siano più sofisticate rispetto a quella di Baltimora del 1968 a cui partecipò. “Bianchi e neri scendono uniti, c’è una ‘solidarietà multi-etnica’ che risuona in tante città americane.” L’immensa autrice, attivista e femminista Angela Davis (Donna, Razza e Classe, prima pubblicazione US, 1981; prima pubblicazione italiana, 2018) preferisce essere più cauta con i paragoni ma ferma anche lei su alcuni punti chiave, esposti in un’intervista su Channel 4 News: “Questo momento, questa particolare congiuntura storica ha in sé enormi possibilità che il nostro paese non ha mai visto. Non so se lo paragonerei alle proteste degli anni ’60, piuttosto è un continuum storico, e nel 2020 siamo finalmente testimoni delle conseguenze di decadi, secoli di tentativi di espellere il razzismo dalla nostra società,” riflette. […] “È un momento emozionante. Non credo di aver mai vissuto questo tipo di lotta globale al razzismo e alle conseguenze della schiavitù e del colonialismo” .

GEORGE FLOYD: LA PROTESTA DOPO LA PANDEMIA
Sarà forse che il tempo presente, con la pandemia di Coronavirus ancora fresca nelle nostre vite, stia offuscando la vista e danneggiando l’ascolto? O che i conseguenti tagli di budget dei musei, che hanno mandato a casa tante persone, stiano imponendo una ridefinizione delle priorità? Sarebbe interessante capire anche chi detta la linea di queste istituzioni, la maggior parte delle quali sono fondazioni private.
Il silenzio del Guggenheim in parte è stato interrotto dallo scontro innescato da Chaédria LaBouvier, guest curator afroamericana del museo per la mostra Basquiat’s “Defacement”: The Untold Story(2019). In un suo tweet del 2 giugno in risposta al museo, LaBouvier ha richiamato l’istituzione, denunciandola di razzismo istituzionale e ipocrisia, dopo che questa aveva condiviso il messaggio di solidarietà di cui sopra. “Get the entire f-ck out of here. I am Chaédria LaBouvier, the first Black curator in your 80 year history & you refused to acknowledge that while also allowing Nancy Spector to host a panel about my work w/o inviting me. Erase this shit”.Per continuare: “This is the same museum that made up an IMAGINARY designation of ‘first solo Black curator’ b/c they were too afraid to admit that they had not hired a Black curator to lead a show in 80 years and erased me and history in the process. They are full of shit”. Il Guggenheim, interpellato da Essence, ha offerto la sua versione che aggiusta alcune inesattezze di LaBouvier, e allo stesso tempo ammette i diversi errori fatti da quando è stato fondato, annunciando il proprio impegno a prendere misure adeguate per migliorare.
La scarsa rappresentazione dei neri americani (così come di donne e altre minoranze non bianche) nelle collezioni permanenti dei musei statunitensi è però un problema reale e sentito, e, nonostante gli sforzi più volte annunciati dal settore di procedere a una maggiore diversità, parità (che, a scanso di equivoci, si traduce anche in “qualità”) degli artisti, il processo è ancora lungo. Dai risultati di una ricerca condotta a maggio 2019 condivisa da Hyperallergic, emerge che l’85.4% delle opere nelle collezioni dei principali musei statunitensi sono di artisti bianchi, e l’87.4% di artisti uomini. Gli artisti afroamericani detengono la percentuale più bassa, 1,2% delle opere, mentre gli artisti asiatici sono al 9% e gli ispanici e latini al 2,8%.   Secondo i dati della Andrew Mellon Foundation, inoltre, i curatori neri rappresentano solo il 4% dell’intero staff curatoriale statunitense.

BLACK LIVES MATTER E IL SETTORE ARTISTICO E CULTURALE ITALIANO
Da un lato quindi abbiamo una società civile che in queste proteste appare più eterogenea e compatta rispetto al passato, che sta mandando un segnale, sia a livello locale che globale, anche se è ancora presto per delineare un quadro; dall’altro dei dati che rispondono alle nostre domande e che suggeriscono che se oggi fai dichiarazioni, quelle sono, e il lungo periodo è la temporalità a cui si devono legare.
E in Italia? Il MAXXI il 10 giugno ha lanciato tramite i propri canali social il progetto #MAXXIforBlackLivesMatter, iniziativa orientata a far conoscere il movimento Black Lives Matter, nato nel 2013, attraverso l’arte. “[…] ci inginocchiamo, per i nostri fratelli e sorelle, per rialzarci insieme, per sempre.” Leggermente in ritardo, ma meglio tardi che mai. Un gesto necessario, ma sarebbe altrettanto necessario ideare e portare avanti un calendario di iniziative permanenti, prendendo spunto dagli appuntamenti organizzati nel 2018 in occasione della loro mostra African Metropolis.
La protesta pacifica che si è svolta a Roma (e in altre città italiane) lo scorso fine settimana ha direzionato anche l’attenzione sul razzismo istituzionale e strutturale presente nel nostro paese. In una piazza del Popolo picchiata dal sole e gremita di corpi, rigorosamente in mascherina, attivisti e artisti italiani afrodiscendenti hanno infatti riportato in superficie molti temi a me cari, tra cui la dimenticata riforma della cittadinanza legata allo Ius Culturae―di cui ha parlato la professionista in cooperazione internazionale Susanna Owusu―la cui lotta negli ultimi anni, prima del suo cestinamento, è stata portata avanti dal movimento Italiani Senza Cittadinanza e altre organizzazioni. In un appassionato intervento rivolto a migliaia di persone, l’attore italiano afrodiscendente Haroun Fall ha allacciato la questione cittadinanza alla scarsa e/o totale assenza di rappresentazione e inclusione di artisti neri, della classe creativa e culturale afrodiscendente nell’industria dei media, delle arti, della creatività, della cultura.
Il nostro sistema artistico, creativo e culturale infatti rispetto a queste questioni, e osservando gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, risulta completamente e colpevolmente addormentato da sempre, non solo a livello mainstream, ma anche più underground. Si fa fatica a comprendere come mai nessuna realtà italiana si sia mai veramente messa in discussione, abbia mai provato a cambiare lo scenario, a promuovere e favorire una rigenerazione che includa una pluralità di voci e di pensiero.
Se pensiamo al settore audiovisivo, il premio del MIBAC “MigrArti, la cultura unisce”, è stato congelato due anni fa e, seppure presentasse dei limiti almeno esisteva, e in parte contribuiva ad arricchire il panorama, ad educare. In essere c’è per fortuna il premio Mutti, destinato a registi di origine straniera, ma le risorse sono poche per essere considerato uno strumento alternativo per una maggiore emancipazione culturale e artistica del nostro paese. Oltre a questi, ad oggi non mi risulta esistano altri strumenti od opportunità culturali di rilievo per italiani con altre origini.
Partire dalle scuole primarie e secondarie è la chiave, la sfida più importante. Creare e mettere a disposizione degli strumenti che facilitino l’educazione e il progresso culturale è la base. Daniele Vitrone, in arte Diamante, rapper-educatore italiano afrodiscendente di origini brasiliane, con i suoi laboratori di musica nelle scuole di Milano sta già tracciando una linea di intervento da cui prendere ispirazione. Prima di lui, a Roma, il rapper italo-egiziano Amir Issa, che oggi troviamo a far lezione nelle università degli States, tra cui l’Università statale di San Diego, all’interno del Dipartimento di italianistica, lingua e cultura del nostro paese. Ai docenti interessa far conoscere ai ragazzi l’Italia di oggi, non più solo un paese di migranti ma una terra di approdo e di confronto per il multiculturalismo, e a tenere lezione chiamano un “italiano di seconda generazione”, uno che quei temi li conosce e che li ha vissuti in prima persona.

SPAZI DI SPERIMENTAZIONE: I CASI INTERNAZIONALI
Sono solo alcuni esempi, che si scontrano con l’amara realtà in cui versa il nostro paese. L’assenza è pesante, palpabile, e in questi ultimi cinque anni, con tutte le difficoltà immaginabili, abbiamo cercato e stiamo cercando riempire con GRIOT questo vuoto, nato da un’esigenza personale, dalla volontà e necessità di creare uno spazio di condivisione artistica e culturale transdisciplinare in cui potersi riconoscere, che ispiri, attraverso il quale sperimentare e creare, fare network con le diaspore dell’Europa, delle Americhe, con l’Africa. Ma non basta. La mancanza di un nostro spazio fisico sul territorio spezza l’idilliaca sensazione e contentezza di aver fatto dei passi in avanti, nonostante le numerose attività realizzate con istituzioni o altre realtà indipendenti, di settore, o meno mainstream. E se la riflessione vuole essere spostata sull’esistenza, esperienza e qualità artistica di artisti italiani afrodiscendenti o con altre origini, sarebbe errato non considerare il ritardo in cui siamo, che di fatto ha rappresentato una barriera, e che l’humus si genera se c’è scambio fisico, interazione e incontro, condivisione. The Studio Museum in Harlem(New York) è probabilmente uno dei principali e più prestigiosi poli per artisti afroamericani e della diaspora africana. Rimanendo nei confini europei, e ridimensionando le grandezze, in Francia, a Parigi, abbiamo La Colonie, spazio artistico cross-disciplinare, anti-accademico e di pensiero critico, co-fondato dall’artista Kader Attia; nel Regno Unito, a Londra, c’è l’Autograph ABP, una realtà che si avvicina molto alla nostra idea di luogo di arti e cultura, insieme allo spazio indipendente Savvy Contemporary di Berlino, fondato dal camerunense Bonaventur Soh Bejeng Ndikung (curator at large di documenta 14). E in Italia? Dov’è l’Italia? Perché manca all’appello?

BLACK LIVES MATTER: L’ESIGENZA DI UNO SPAZIO DI SPERIMENTAZIONE IN ITALIA
Anche se ai più sembrerà una forma di ghettizzazione chiudersi in uno spazio in cui si intende dare rilevanza specialmente ad artisti afrodiscendenti e di altre culture e contaminazioni, vi assicuro che non lo è. È un processo, piuttosto, per il quale, a mio avviso, è importante passare, e che prima e poi verrà superato. Si spera prima che poi. Ma i livelli di conoscenza e di pensiero rispetto a certe tematiche, di storie (individuali e collettive che siano) e dinamiche, richiamano a questa necessità e responsabilità. Un tentativo che si avvicinava a questa visione in realtà è stato fatto nel 2018 dal direttore del Museo Egizio di Torino Christian Greco. Attraverso la campagna trimestrale “Fortunato chi parla arabo” (i cui risultati del 2016 erano stati ottimi), voleva stimolare la fruizione dell’offerta culturale della città a un prezzo ridotto per consentire ai cittadini di lingua araba di essere sempre più parte della comunità con cui avevano scelto di vivere e condividere il futuro. Scoppiarono le polemiche, la leader di Fratelli di Italia Giorgia Meloni sostenne che l’iniziativa era un atto discriminatorio nei confronti delle famiglie italiane.
Consapevoli del diverso contesto culturale in cui ci troviamo e delle lacune rispetto alle realtà internazionali sopra citate, a GRIOT siamo pronti e intendiamo battere questa direzione. Il quando per noi è ora già da un po’. Perché se non ora, quando?

SE VI FOSSERO SFUGGITI ECCO ALTRI DUE LINK...
Mentre le lotte antirazziste oltreoceano rompono finalmente la bolla massmediatica, le lotte dei braccianti africani nei ghetti e nei distretti agroalimentari italiani sono sistematicamente isolate, represse e infine oscurate dai media mainstream.
Per i dettagli sulla campagna potete consultare il sito di Campagne in Lotta https://campagneinlotta.org/limmigrazione-non-e-un-crimine…/