Mentre sale in tutto il mondo l’indignazione contro lo Stato d’Israele,
autore del genocidio contro la popolazione palestinese, occorre fare chiarezza
su alcuni concetti per me fondamentali. Se l’antisemitismo è un crimine,
ritengo l’antisionismo un dovere incondizionato per chiunque abbia a cuore i
valori dell’umanità. Diventa sempre più insopportabile il ricorso alla
categoria dell’antisemitismo da parte dei supporter del criminale
genocida Netanyahu per avallare lo sterminio per fame e per bombe del popolo
palestinese e screditare gli avversari di tale sterminio. Un intollerabile
abuso delle categorie storiche che qualche troglodita di estrazione leghista o
altra vorrebbe addirittura elevare a rango di legge dello Stato.
In realtà i principali fautori dell’antisemitismo sono proprio Netanyahu e
i suoi fan, tra i quali peraltro ritroviamo proprio i discendenti ideologici e
storici dell’antisemitismo storico, come del resto vaticinato dal creatore del
sionismo Vladimir Jabotinski. Infatti, accollando sconsideratamente gli
attuali crimini di Israele agli ebrei in quanto tali sulla base
dell’inammissibile equazione tra antisemitismo e antisionismo, i seguaci di
Netanyahu fomentano il pregiudizio antiebraico purtroppo ancora presente in
settori della società.
Per contrastare tale odioso fenomeno va detto che sono tanti, e in numero
crescente, gli ebrei e le ebree che condannano senza riserve i crimini
di Netanyahu, questo losco e abominevole personaggio che da troppo
tempo ormai regge le sorti dello Stato terrorista di Israele perpetrando
crimini orribili contro i Palestinesi a Gaza e in Cisgiordania e si prepara a
scatenare guerre sempre più spaventose solo per restare in
sella.
Il nazisionismo di Netanyahu, Smotrich, Ben Gvir e simili è il risultato
dell’elevazione alla massima potenza del pensiero di Jabotinsky nell’attuale
contesto di crisi terminale del dominio occidentale sul pianeta. Israele, d’altronde,
è nato come avamposto dell’imperialismo occidentale in una zona strategica per
tanti motivi come quella medio-orientale. La tragica novità degli ultimi anni,
perfettamente incarnata dal boia Netanyahu, è costituita dal fatto che tale
funzione strategica non può essere esercitata senza il crescente ricorso allo
sterminio e pulizia etnica, leggasi genocidio, dei palestinesi, e alla
repressione fascista nei confronti degli israeliani che non vogliono
svolgere il ruolo dei carnefici.
Costoro sono ancora una minoranza, ma svolgono un ruolo
d’importanza fondamentale perché sono i portatori dell’unica speranza di
sopravvivenza per Israele e i suoi cittadini, quale che ne sia l’identità
etnica, religiosa o di altro tipo, che passa attraverso il completo
smantellamento delle strutture del suprematismo sionista e dell’apartheid e la
costruzione di un futuro comune per tutti gli abitanti della regione nelle
forme statuali e di altro genere che decideranno di darsi.
Non bisogna quindi rassegnarsi all’usurpazione di una cultura ricchissima e
millenaria come quella ebraica da parte di criminali di mezza tacca come
Netanyahu & C. Per combattere costoro occorre però porre fine alle
complicità di cui godono nell’élite occidentale. Senza queste complicità i loro
crimini, la morte quotidiana, per fame o sotto le bombe di tanti bambini ed
altri esseri umani palestinesi non sarebbe possibile.
Le bombe che Netanyahu fa cadere ogni giorno a Gaza e le armi che utilizza
per uccidere e per bloccare l’arrivo dei beni di prima necessità, sono bombe ed
armi statunitensi, tedesche, italiane e di altri Stati del glorioso Occidente.
Il genocidio in corso non è solo made in Israel, ma anche made in US, Germany,
Italy, ecc. Un motivo in più per differenziare antisemitismo e antisionismo.
Il sionismo infatti è sempre meno un fenomeno esclusivamente o
prevalentemente israeliano o “ebraico”. Proliferano i sionisti “cristiani” e
quelli “radicali”, tutta gente cui importa poco o nulla dell’ebraismo e che
sono invece fortemente interessati al mantenimento del predominio
occidentale sul pianeta, di cui oggi Israele e i suoi crimini
costituiscono un meccanismo essenziale. In questo senso l’Israele sionista è
oggi più che mai avamposto dell’Occidente che si prepara alla
guerra mondiale contro il resto del mondo e scatena la repressione dei
migranti al suo interno all’insegna del peggiore razzismo.
Pertanto – a mio avviso – lotta al sionismo e lotta alla guerra sono due
facce della stessa medaglia e il genocidio del popolo palestinese non è altro
che un’anticipazione del genocidio bellico generalizzato che
lorsignori stanno preparando.
Queste complicità, che rendono i governi occidentali, anche qualora
facciano finta di riconoscere la Palestina, coautori dei crimini
incommensurabili di Netanyahu, vanno colpite, evidenziando e sanzionando di
fronte alla giurisdizione interna e quella internazionale le responsabilità
personali, come ogni responsabilità penale, di membri del governo e dirigenti
d’azienda, sulla base del cristallino testo dell’art. III, lettera e,
della Convenzione sul genocidio del 1948, che obbliga a punire
la complicità nel genocidio.
1.Nel cosiddetto Regno del Bene il dissenso, proprietà assiologica qualificante del termine Democrazia, non è solo demonizzato, ma ormai criminalizzato. I detentori del potere – da non confondersi col governo, dei quali questo non è altro che un obbediente servitore, pronto a tutto in cambio di un po’ di palcoscenico, carriere e denari – assumono posture radicali contro chiunque si ostini a pensare con la sua testa, senza nemmeno un’eccedenza di apprensione davanti alla realtà fattuale e alla propria coscienza. Per costoro, le nervature strutturali della società non presentano alcuna crepa. Del resto, come dar loro torto se la maggioranza, nel sonno della ragione, si lascia consumare da TV e smartphone. Eppure, ciononostante, il potere resta inquieto: il silenzio dei più, dietro le quinte del palcoscenico, suscita qualche punta di nervosismo, poiché nessun potere potrà mai cancellare l’indomita tensione di ogni essere umano verso un mondo dove regnino pace, giustizia e libertà (non di forma, ma di sostanza).
Oggi, gli usurpatori di democrazia, tra cui occupano un posto d’onore le de-stituzioni europee, Commissione e entità affini, luoghi eterei affollati da privilegiati non-eletti – oltre 60.000 persone, con stipendi stellari, al servizio di corporazioni private, il cosiddetto mercato – decidono finanche chi debbano essere i nostri nemici, in occulta complicità con i governi, senza che cittadini e parlamenti dei paesi membri (almeno quelli) ne siano stati informati e consultati.
In questo drappo funebre, cotanti geni della lampada hanno un giorno decretato lo stato di guerra de facto contro un paese il cui esercito sarebbe schierato alle frontiere e, dopo quattro anni di energicoavanzamento nel sud-est dell’Ucraina, sarebbe pronto, secondo tali vaneggiamenti, a sbaragliare la potenza di fuoco (persino atomico) di 32 paesi Nato armati fino ai denti. Nessun cenno, inoltre, alla ragione di tale ipotetica invasione da parte del paese più esteso al mondo, ma fa niente.
È di tutta evidenza che siamo di fronte a una favola per bambini in età prescolare. La decretazione del nemico da combattere, abusiva secondo la nostra Costituzione e quella di molti paesi europei, ci catapulta d’amblée nella schiera dei paesi cobelligeranti a fianco dell’Ucraina, alla quale non ci lega alcun trattato di mutua difesa, che non fa parte della cosiddetta Unione e insignificante per i nostri interessi strategici. L’Italia è infatti circondata da nazioni amiche, che non hanno alcun interesse e capacità di invaderci da terra o dal mare. Insomma, un insieme di insulti giuridici e geopolitici. Si dirà, ma il nostro Paese è legato alla Nato e all’Ue e dunque … dunque cosa? Le medesime ragioni valgono infatti per le citate istituzioni, che sono obsolete, la Nato (che avrebbe dovuto sciogliersi il 1° luglio 1991 insieme al Patto di Varsavia, ma non è mai troppo tardi!) o la Ue (creatura incestuosa e distruttiva sotto il profilo politico, economico, monetario, industriale e via dicendo). Un duplice livello di asservimento che rende vuota la nozione di sovranità popolare di cui all’art. 1 della nostra Carta Fondamentale. Resta un sogno indelebile che la nostra amata Penisola sperimenti l’avvento di una diversa classe dirigente, finalmente libera da ogni infondato sentimento di inferiorità nei riguardi dei paesi nord-euro-atlantici, capace di condurci fuori da questo inferno.
2. Malauguratamente, la Macchina della Distorsione e della Menzogna funziona a meraviglia, anche se milioni di cittadini manifestano l’intento di riappropriarsi dell’uso della ragione, abbandonando i racconti di fantasia. E dunque il martello dell’oppressione torna a colpire.
Le disgrazie che colpiscono Jacques Baud, ex colonnello, membro dei servizi di sicurezza svizzeri e analista strategico della Nato, ne sono una tragica derivata. Vediamo.
Il 15 dicembre scorso la Commissione europea, con il consenso dei paesi membri deve tragicamente sottolinearsi, approva un regolamento che possiede tutti i lineamenti di una sentenza. Tale atto normativo, nel vuoto di etica politica, viola le costituzioni formali e materiali dei paesi dell’Unione, oltre che dei cosiddetti Trattati istitutivi, un groviglio inestricabile, illeggibili come sono da qualsiasi cittadino europeo di intelligenza media. Qui si seguito il dispositivo di tale vomitevole regolamento, che (massimo sopruso!) costituisce come noto fonte normativa superiore alle leggi interne dei paesi membri.
“Jacques Baud, ex colonnello dell’esercito svizzero e analista strategico, è regolarmente invitato a programmi televisivi e radiofonici filorussi. Egli agisce come portavoce della propaganda filorussa e formula teorie del complotto, ad esempio accusando l’Ucraina di aver orchestrato la propria invasione per entrare a far parte della Nato. Di conseguenza, Jacques Baud è responsabile dell’attuazione o del sostegno di azioni o politiche attribuibili al governo della Federazione Russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un paese terzo (Ucraina), attraverso la manipolazione delle informazioni e l’interferenza. Questo … regolamento di esecuzione (Ue) 2025/2568 del Consiglio del 15 dicembre 2025 dà attuazione al regolamento (Ue) 2024/2642, sulle misure restrittive relative alle attività destabilizzanti condotte dalla Russia. Il Consiglio dell’Unione Europea, … vista la proposta dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la sicurezza considerando che … il 18 luglio 2025, l’Alto Rappresentante … ha rilasciato una dichiarazione a nome dell’Unione, in cui ha condannato … le persistenti attività illecite della Russia, che rientrano in campagne ibride più ampie, coordinate e di lunga data volte a minacciare e minare la sicurezza, la resilienza (sic.!) e i fondamenti democratici dell’Unione, degli Stati membri e dei partner…
“L’Alto Rappresentante ha sottolineato che le attività illecite della Russia si sono ulteriormente intensificate dall’inizio della guerra di aggressione contro l’Ucraina ed è altamente probabile che continuino nel prossimo futuro … L’Unione … condanna ancora una volta le attività illecite della Russia contro l’Unione, gli Stati membri, le organizzazioni internazionali e i paesi terzi (quale mirabile sensibilità da parte di tali svaporati nei riguardi di paesi terzi – quali? di grazia! n.d.r.) Data la gravità della situazione, il Consiglio reputa opportuno aggiungere dodici persone fisiche e due entità all’elenco delle persone fisiche e giuridiche, delle entità e degli organismi di cui all’allegato I … Il presente regolamento … entra in vigore il giorno della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale … ed è obbligatorio … e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri. Bruxelles, 15 dicembre 2025, per il Consiglio, la Presidente, K. Kallas”. Fine del testo.
La violenza prevaricatrice delle de-istituzioni europee genera qui un mostruoso amalgama dei tre poteri dello stato, esecutivo, legislativo e giudiziario, un’ingiuria partorita da individui irresponsabili, nella duplice etimologia del termine, poiché delle loro turpi nefandezze essi rispendono esclusivamente alla loro coscienza, vale a dire al vuoto cosmico. Tutto ciò avviene senza che moltitudini di cittadini esprimano la loro profonda indignazione! La sorte ci fa vivere in un tempo davvero moralmente cupo e ci precipita nell’inferno di un’ontologica amarezza.
È ben evidente che, seduti nei loro sontuosi uffici e retribuiti con il nostro lavoro, lorsignori servono gli interessi di “chi – direbbe C. Smitt – dispone del potere nello stato di eccezione”, vale a dire quel sovrano impalpabile che decide a suo piacimento di disattendere impunemente le leggi esistenti, nel perseguimento dei suoi funesti obiettivi, in questo caso la guerra, per riempire le tasche già piene dei produttori di morte.
In termini di peso politico poi, non deve mai dimenticarsi che in Europa nulla vien fatto o disfatto senza che Germania e Francia (le rispettive élite beninteso) siano d’accordo. Chi reputa ingenuamente che in seno all’Ue le decisioni costituiscano l’esito di un compromesso tra i 27, farebbe bene a farsi una doccia rinfrescante.
Non è un caso, infatti, che prima di Jacques Baud, a subire il medesimo trattamento (giugno 2025) sia stata la doppia cittadina svizzera/camerunense, Natalie Yomb, rea di aver criticato le politiche neocoloniali francesi in Africa Orientale. Che il paese della rivoluzione par exellence della storia occidentale, si sia piegato a tale insulto contro la libera espressione del pensiero è solo un’osservazione a margine che qualifica la cupezza dei tempi che stiamo vivendo.
Va tenuto a mente che la sanzione comminata dai citati inqualificabili individui prevede che il sanzionato non possa viaggiare (salvo rientrare nel suo paese, dal quale non potrebbe più muoversi), disporre del proprio conto in banca, essere aiutato da amici/sostenitori ad acquistare di che vivere, raccogliere i fondi per la difesa davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo e altro ancora, poiché in tal caso costoro a loro volta commetterebbero un reato! Insomma, Jacques Baud dovrebbe lasciarsi morire non solo intellettualmente ma persino fisicamente, salvo deroghe di volta in volta generosamente concesse dai suddetti maggiordomi per la spesa al supermercato.
Deve rilevarsi che il crimine di cui sono accusati N. Yomb e J. Baud – individui liberi che hanno osato pensare con la loro testa – non è previsto da alcuna norma europea o dei paesi membri. Siamo invece di fronte al famigerato reato d’opinione, quello che infastidisce il discorso del padrone, ormai fuori da ogni binario e che, messo alle strette dalla ragione e dalla competenza, non vede altra scelta che la repressione.
Secondo la civiltà giuridica nella quale pensavamo di vivere, per sanzionare qualcuno sarebbe necessario raccogliere le prove di un reato la cui fattispecie sia prevista da una legge, condurre l’imputato davanti a un giudice terzo e quindi, dopo i previsti gradi di giudizio, deliberare la sentenza. La classica ripartizione valoriale tra democrazia e autocrazia/dittatura va dileguando: chiunque ormai può essere colpito per il medesimo non-reato. Agghiacciante!
3. Durante la cosiddetta guerra fredda– quando il comunismo sovietico veniva dipinto come una minaccia incombente per la sopravvivenza dell’Occidente capitalistico – era tuttavia consentito dissentire senza rischiare la lapidazione. Se oggi il potere ha acquisito tratti così feroci, la ragione andrebbe ricercata nella hybrisdei potenti, divenuti arroganti come mai davanti a un popolo incapace di opporre un minimo di resistenza. Per altri, tuttavia, la ragione di tale prepotenza– ed è questa l’ermeneutica che preferiamo – si colloca nell’autopercezione di debolezza di chi siede in cima alla piramide e vede il terreno tremare sotto i piedi.
Uno dei maggiori intellettuali viventi, Noam Chomsky, afferma che la propaganda sta alle democrazie come il bastone alle dittature. Nelle cosiddette autocrazie o dittature, la popolazione sa bene quel che è consentito e quel che non lo è, mantenendo dunque un sano scetticismo verso ciò che sente o legge. Per insondabili ragioni, invece, nelle cosiddette democrazie la popolazione ritiene che la verità e la conoscenza scaturiscano in automatico dalla libertàd’espressione, quale esito di un sistema naturalmente rispettoso dell’etica pubblica e dei bisogni dei cittadini. Nel cosiddetto mondo libero resta un mistero insoluto che l’impalcatura mediatica sia considerata intrinsecamente attendibile, salvo qualche indecoroso eccesso, quando la macchina della propaganda richiede invero una sorveglianza più sottile, poiché qui le tentazioni a discostarsi dalle verità rivelate sono maggiori rispetto a quelle in essere nelle autocrazie/dittature.
Ora, se il termine democrazia si limita a operare con delega senza riscontro, precludendo ogni profilo di partecipazione (in specie quando si ha a che fare con pace o guerra!), allora esso diviene strumento di selezione cosmetica della classe politica di servizio, nulla di più. Dinanzi a tale sciagura, i cittadini onesti di intelletto sono chiamati a opporsi a una ristretta cerchia di valletti indecorosi, tutti destinati alla spazzatura della storia: K. Kallas, Ursula Albrecht in von der Leyen e loro colleghi, insieme a coloro che hanno votato il citato sregolamento.
4. “La maggior parte dell’umanità è predisposta alla sottomissione. È inconsapevole, gestita da altri. Chi ha capito non ha bisogno di consigli, chi non ha capito non capirà mai. Non biasimo costoro, essi sono strutturati per vivere e basta. Respirare, mangiare, bere, recarsi al ristorante il sabato sera, partorire, guardare la TV, assistere a una partita di calcio. Il loro mondo finisce lì. Essi non percepiscono altro. Esiste poi un esiguo gruppo di esseri umani, sfuggiti al controllo qualità della linea di produzione. Essi sono difetti di fabbricazione, sono pochi, sono eretici, sono guerrieri (Carlos Castaneda, scrittore peruviano)”.
Se pertanto tale cerchia di disonorevoli intendono portarci in guerra contro un nemico fabbricato a tavolino, mandando a morire i nostri figli e nipoti, prendiamo allora la libertà di richiamare l’invito di Boris Vian (il Disertore): “Signor Presidente, se è proprio necessario spargere del sangue, si metta lei in prima fila e si senta libero di spargere il suo, insieme a quello dei suoi parenti e amici. Io la guerra l’ho fatta, mi han rubato moglie, figli, lavoro, la vita intera. Se poi vuole farmi arrestare, nessun problema, proceda pure. E anzi dica ai suoi gendarmi che quando mi troveranno sarò disarmato, e che se vogliono possono anche sparare. Signor Presidente, mi ascolti bene: io al fronte non ci vado!”. Come ci ricorda il grande poeta, Pablo Neruda, infatti: “le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi, per gli interessi di persone che si conoscono, ma non si uccidono”.
Come inventare un nemico: chi osa condannare Israele – Francesco Maria Tedesco
Qualche settimana fa, il licenziamento di Gabriele Nunziati per una domanda su Gaza ha rinfocolato il dibattito su libertà di parola e antisemitismo. Qualche giorno fa, infine, la questione è tornata d’attualità per il disegno di legge Delrio, che pretende di asserire in sostanza che chi critica Israele è tout court antisemita.
Una china assai discutibile e pericolosa che l’ottimo Guerra all’antisemitismo? uscito nel 2024 per Altreconomia e scritto dalla sociologa Donatella Della Porta aveva analizzato con riferimento al contesto tedesco. Un libro prezioso, che torna ahinoi utile, sullo sfruttamento di quello che l’autrice – sulla scorta di un saggio di Stanley Cohen pubblicato nel 1972 – definisce “panico morale”, quando – scrive Cohen – qualcosa viene definito come “una minaccia ai valori e agli interessi della società”.
La natura di queste minacce viene presentata “in modo stilizzato e stereotipato dai mezzi di comunicazione di massa”, e le barricate morali che ne conseguono “sono presidiate da editori, vescovi, politici e altri benpensanti”. I presunti autori di queste minacce vengono bollati come folk devils (che potremmo tradurre come “nemici della società”), devianti che attentano a un interesse pubblico. Della Porta spiega come questo interesse pubblico in Germania sia rappresentato dalla difesa di Israele. Tutto ciò che sembra minacciare Israele, ma soprattutto tutto ciò che rischia di mettere in questione l’immagine dell’impegno tedesco contro l’antisemitismo e la difesa dello Stato israeliano, deve essere circoscritto, contrastato, censurato, espunto.
Della Porta elenca una serie notevole di casi in cui intellettuali, scrittori, giornalisti, ricercatori, hanno subito forme di ostracismo, censura, stigmatizzazione da parte dell’opinione pubblica, ma anche provvedimenti di natura amministrativa volti a impedire che tenessero conferenze, corsi, lezioni. Masha Gessen, una parte della sua famiglia vittima della Shoah, si è vista annullare la cerimonia di conferimento del premio Hannah Arendt; Ghassan Hage è stato licenziato dal Max Planck Institute; a Moshe Zuckerman, figlio di un sopravvissuto alla Shoah, non è stato permesso di partecipare a un conferenza a Heilbronn. E si potrebbe continuare. Quello che il libro segnala è l’uso, nel caso tedesco, del panico morale per non intralciare il processo di guiltwashing, ovvero di camuffamento degli altri orrori dell’Occidente e della Germania (responsabile in Namibia del primo genocidio del Ventesimo secolo) attraverso l’elaborazione della colpa per la Shoah, descritta come un evento unico e irripetibile (vietato parlare di genocidio a Gaza).
Della Porta getta quindi una luce sul concetto di “nuovo antisemitismo”, etichetta che trasforma le critiche a Israele in opinioni razziste fondata perlopiù sulla working definition dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Tale definizione pone un legame troppo stretto tra antisemitismo e antisionismo, rischiando di sovrapporli. In Germania (e non solo) l’accusa di (nuovo) antisemitismo viene rivolta sostanzialmente alla sinistra (e a molti ebrei critici nei confronti di Israele): L’equazione così risulta: propal=antisemiti; ma Della Porta segnala che lì la stragrande maggioranza dei reati a sfondo razzista-antisemita è ufficialmente attribuito alla destra. Così l’equazione è: pro-Israele=antisemiti. Non inganni la saldatura solo apparentemente paradossale tra estrema destra e filosemitismo: essa infatti si struttura attorno alla comune lotta contro la “barbarie islamista”. Per AfD, “la civiltà giudeo-cristiana è chiamata a mobilitarsi in una crociata contro l’Islam”.
Si tratta dello stesso meccanismo all’opera in Italia, dove la destra cerca di bonificare il passato fascista e spesso il presente neofascista con la difesa di Israele, tentando di scaricare l’antisemitismo sulla sinistra.
Anche qui destra ed estrema destra sono paradossalmente filo-sioniste per una presa di posizione che ha a che fare con il loro posizionamento geopolitico e ideologico (oltre che con il guiltwashing). Israele è visto come un baluardo contro i movimenti anticolonialisti e un presidio di difesa dell’ordine politico occidentale, nonché la parte per la quale l’estrema destra parteggia nello “scontro di civiltà” tra valori occidentali, mondo arabo-musulmano, immigrazione.
Il governo israeliano annuncia il boicottaggio del quotidiano Haaretz accusandolo di appoggiare i ‘nemici’
Per la prima volta dalla fondazione dello Stato di Israele, il governo ha annunciato il boicottaggio del quotidiano Haaretz, accusandolo di supportare i “nemici” durante il tempo di guerra.
Secondo Galei Tzahal [la radio dell’esercito israeliano, ndt.], il governo ha deciso di non avere più rapporti con Haaretz relativamente sia agli annunci pubblicitari sia alle questioni editoriali. Ministri, agenzie di pubblicità e società finanziate dallo Stato hanno avuto indicazioni di interrompere ogni rapporto con il quotidiano.
Nel reportage di una radio israeliana si afferma che il boicottaggio è stato implementato con una decisione del governo presa a novembre del 2024 che ha anche previsto l’isolamento del quotidiano dagli account ufficiali degli uffici stampa di alto grado all’interno dell’esercito israeliano.
In una dichiarazione il governo israeliano ha affermato che durante la guerra a Gaza Haaretz ha pubblicato editoriali che “hanno danneggiato la legittimità dello Stato di Israele nel mondo e il suo diritto all’autodifesa.”
Nella dichiarazione si afferma che il governo “non accetterà una situazione in cui l’editore di un quotidiano ufficiale chieda di sanzionarlo e supporti i nemici dello Stato durante una guerra”. Su questa base ha affermato che tutti i rapporti con il quotidiano verranno interrotti e nessuna dichiarazione ufficiale verrà rilasciata attraverso di esso.
Secondo [il quotidiano, ndt.] Yediot Aharonot il passo arriverebbe dopo che la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato in prima lettura una legge che impone nuove restrizioni sulla libertà di opinione e di espressione.
Il quotidiano in lingua ebraica ha riferito che la legge, denominata “Riforma del sistema dei media”, è stata proposta dal ministro delle comunicazioni Shlomo Karhi [del partito di maggioranza, il Likud, ndt.] ed ha passato il voto iniziale della Knesset in seduta plenaria.
La legislazione estende i poteri delle corti rabbiniche a spese dell’autorità della procuratrice generale israeliana, Gali Baharav-Miara, che si è opposta alla legge. Essa ha avvertito che la legge “include misure che aggravano i rischi per l’immagine della libertà di stampa in Israele”.
Essa ha detto che “c’è una vera e propria preoccupazione riguardo ad una significativa influenza e interferenza commerciale e politica nel lavoro dei mezzi di comunicazione”.
Criticare Israele non è
antisemita, è antifascista - Stefano
Bartolini
Veniamo
direttamente al punto di quanto siano strumentali e vergognose tutte queste
proposte di legge sull’antisemitismo basate sulla definizione dell’IRHA.
La prendo
sul personale. Io sono nato da madre ebrea e sono cresciuto in una famiglia
ebraica, con tutto il corollario di pesach con uovo sodo al primogenito maschio
da mangiare senza farsi vedere, hanukkah, vagamente rosh hashanah. Famiglia non
particolarmente praticante ma credente (io non credo, ma è evidente che
l’ebraismo così come non è questione di razza non lo è nemmeno di credo, cosa
poi sia è discorso aperto). Per non parlare della memoria delle persecuzioni,
da quelle mitologiche dei faraoni a quelle vicine e concrete dei fascisti e
della Shoah.
Insomma io
sono cresciuto da ebreo, con arredi e ninnoli vari in casa e il peso di un
nonno partigiano delle Garibaldi che si chiamava niente di meno che Israele (lo
trovate sull’home page del sito dedicato agli ebrei resistenti italiani del
Cdec). Per mio nonno ho ottenuto postumo dallo Stato italiano il riconoscimento
di perseguitato razziale sulla base della documentazione di archivio che ho
raccolto.
È nella vita
da storico ho lavorato tanto sull’antisemitismo, il razzismo, il nazionalismo,
il fascismo. Oltretutto si può dire che sono diventato antifascista fin dalla
tenera età perché sapevo che ero ebreo, che i fascisti ci avevano sterminato
per quel che eravamo e dunque era chiaro che nel fascismo c’è qualcosa di
intrinsecamente malvagio.
E poi c’è
Israele, lo Stato. Con Israele ho dovuto fare un lungo percorso. Non che in
casa fossero sionisti (nessuno ha mai fatto l’aliyah) o ferventi sostenitori di
Israele, sono sempre stati semmai tutti per lo più indifferenti a quel che
succedeva in un posto lontano e esotico mentre erano intenti a fare la cena di
natale senza nemmeno un cristiano a tavola.
Ma
quest’idea che di là dal Mediterraneo ci fosse una patria di riserva in cui
andare a rifugiarsi qualora avessero iniziato di nuovo a farci fuori te la
passano. Forse è come ha detto Tony Judt, ormai noi laici in diaspora non
troviamo altro fondamento al nostro essere ebrei se non che i nazisti hanno
provato a farci tutti fuori. Quindi partiamo da qui. Poi che è successo?
La “patria
di riserva” della quale avrei diritto a chiedere la cittadinanza secondo le sue
leggi, crescendo è iniziata a diventare un posto che portava avanti politiche
profondamente ingiuste verso gente nativa del posto.
Inizialmente
è iniziata a essere una “patria di riserva” governata da gente non propriamente
lungimirante, che sbagliava tutto (e nel farlo ci metteva di nuovo a rischio).
Poi a un
certo punto mi sono ritrovato a ospitare a più riprese in casa mia un
moderno Odisseo proveniente da Gaza. Non dimenticherò mai il suo terrore
negli occhi la prima volta che entro nella mia casa materna è scopri dagli
arredi di essere finito in una casa di ebrei. Mi chiese atterrito se eravamo
fanatici. Io scoppiai a ridere e gli dissi tranquillamente mi casa es
tu casa. Ma non ho mai smesso di pensarci.
Quindi
eravamo giunti a questo? Per un palestinese nato e cresciuto a Jabalya il primo
tema con un ebreo era appurare se fosse un fascista che aveva in mente di
eliminarlo.
A quel punto
ho iniziato a pensare che era giunta l’ora di andare a vedere di persona cosa
erano Israele e la Palestina. Scelsi di farlo da solo, senza contatti, senza
agganci in loco, io e il mio fedele zaino da viaggio. Mia madre insistette
perché parlassi prima con un’amica di famiglia che c’era stata molte volte.
Questa mi spiegò minuziosamente i posti in cui andare e quelli dove non andare.
Quelli in cui andare erano quelli sicuri perché “lì c’è pieno di soldati”.
Io avevo già
fatto tutto il movimento no global, pensai che avevamo un’idea diversa di cosa
è la sicurezza. Quindi arrivai a Gerusalemme e come Philip Roth in Operazione
Shylock scoprii subito che nella “patria di riserva” non fregava
niente a nessuno che ero ebreo. E ci può stare. Fuori dalle fantasticherie
dell’aliyah era un po’ come un argentino di cultura italiana che atterra a Roma
e dice “io sono italiano”: embè?
Dunque me ne
andai in tutti i luoghi dove mi era stato sconsigliato di andare e – pericolo
assoluto – mi addentrai nei territori occupati, a Betlemme, a Ramallah, nei
campi profughi, dove fui accolto da gente ospitale e simpatica. E solo soletto
me ne andai a porgere i miei omaggi alla tomba di Yasser Arafat.
Ma
attraversare quell’inquietante muro di cemento che rende i territori occupati
la più grande prigione del mondo – testimonianza concreta della persecuzione –
ti ricordava il tuo privilegio di occidentale che se ne può andare in su e giù
tranquillamente. E soprattutto ti ricordava con le sue torrette quell’incubo di
un campo in Polonia.
Non del
tutto contento ci tornai due anni dopo, questa volta con alcuni amici e con un
appuntamento con Breaking the silence per andare nei campi
profughi a sud di Hebron, quelli in cui è girato No other land,
passando per qualche colonia israeliana.
A quel punto
inizi definitivamente a capire. Quella non è una “patria di riserva” che
sbaglia. Quello è uno stato razzista e colonialista criminale che fonda su basi
razziali la sua cittadinanza e il suo diritto a esistere, tenuto in piedi con
la forza del dominio e del sopruso e attraversato da orde di squadristi che si
chiamano coloni.
È uno stato
fascista che si atteggia a democratico attraverso alcune esteriorità
occidentali. E che, come facevano i fascisti italiani, pretende che ci sia
un’identità tra ebraismo e sionismo, e chi la rigetta è antisemita. Ma io lo
sapevo che i fascisti dicevano che erano anti-italiani gli antifascisti. E poi
vedi anche che nelle librerie dove vendono libri in inglese – ce ne sono molte
– ci sono volumi in bella vista, best seller, dove si spiega che la soluzione
finale della questione palestinese è prendersi tutto e fare fuori – in
qualsiasi modo – questi scomodi palestinesi.
Ed ora
eccoci qui. Davanti a una sequenza di proposte di legge tutte uguali proposte
da fascisti o da finti antifascisti che pretendono non solo di dirmi ma di
impormi per legge che criticare quello stato è antisemita.
Ma questo è
falso. Criticare quello Stato è antifascista. E su questo sarò chiaro. L’unico
Stato che conosco che ha diritto a esistere è uno Stato democratico,
autodeterminatosi, non nazionalista e nemmeno nazionale, con regole di
cittadinanza inclusive e non su basi razziali, etniche, nazionaliste,
mitologiche, bibliche. Uno Stato dove non ci sono cittadini di serie A e di
serie C (se non ci fossero nemmeno per classe sarebbe meglio, ma questo sarebbe
già quell’altro Stato che continuiamo a agognare).
Questo
Israele non è non potrà mai essere, perché è uno Stato che fonda il suo diritto
di esistere sulla forza, la violenza, l’apartheid, il sopruso, il dominio, la
promessa divina.
Di fronte a
questo, l’unica proposta democratica è quella di uno Stato solo, che si chiami
come si è sempre chiamato quel posto, Palestina, dove fino a quando non sono
arrivati dei colonialisti occidentali animati da un’ideologia nazionalista e
rapace chiamata sionismo si viveva tranquillamente in pace tra ebrei,
mussulmani e cristiani di ogni sorta, tutti palestinesi.
E dire
questo non è assolutamente antisemita, perché io continuerò ad avere i miei
ninnoli ebraici in casa, e vorrei semmai poter tornare a mangiare il mio uovo
sodo a pesach senza dovermi vergognare per il timore di essere accomunato a una
banda di criminali che non mi rappresenta ma che pretende fascisticamente di
parlare in mio nome, con l’ausilio dei suoi alleati fascisti e finti
antifascisti occidentali.
E che mi
denuncino pure, zitto non ci sto, né ora né poi. Anzi, mi faranno il piacere di
sanzionare per legge che sono un dissidente, elevandomi di status.
L’ebreo antisemita (o seconda
puntata) - Stefano Bartolini
Era l’accusa
che mi aspettavo, arrivata puntualmente. D’altronde l’avevo anche evocata, per
cui non mi lamento. É un’accusa che gira da molto tempo in relazione a chi
critica Israele da una prospettiva ebraica, e che negli ultimi anni sta
acquistando una nuova forma concreta e aggressiva a partire dalla Germania,
come ho imparato dagli studi di Donatella Della Porta.
Sia detto
per inciso: questa accusa è uno dei motivi che fa si che molte persone ebree
che la pensano come me (e ce ne sono diverse a giudicare dai messaggi che mi
sono arrivati in privato) restino in silenzio di fronte ai crimini israeliani.
Un altro motivo è che siamo scollegati tra noi, non organizzati e quindi senza
voce, ma questo è un altro discorso.
Vediamo
invece quale sarebbe la natura di questo “ebreo antisemita”: è una “specie
infestante” (l’ho letto), di sinistra, cosmopolita, woke, ha i soldi, è una
quinta colonna dell’islamismo, è un’arma mortale nascosta nelle nostre società
pronta a colpire al cuore l’Occidente.
Se vi sembra
di sentire qualcosa di sinistramente già noto è perché “l’ebreo antisemita”
somiglia straordinariamente all’immagine dell’ebreo dei nazisti. Curioso, vero?
Credo che se
riusciamo a dipanare questa matassa faremo un passo in avanti nella
comprensione del perché oggi in Occidente le forze politiche che appartengono
alla famiglia politica del fascismo siano diventate le più strenui alleate di
Israele – dopo aver provato a sterminare gli ebrei – e viceversa, senza sentire
nessuna contraddizione tra il rivendicare (esaltandola) la figura di Giorgio
Almirante, fascista antisemita impegnato nella direzione della rivista “La
difesa della razza” durante il regime e l’appoggio incondizionato a Israele.
Qualche idea ce l’ho, ma per ora lascio aperta la discussione perché vorrei
ascoltare le opinioni in merito.
Tuttavia
vorrei dire alcune cose su questa strana creatura che è “l’ebreo antisemita”.
Innanzitutto
ha i caratteri di tutte le costruzioni razziste, ovverosia l’identificazione
tra un carattere immutabile (l’essere ebreo) e una posizione politica. Di fatto
si tratta di un’ennesima razzializzazione: si è ebrei se si è sionisti, si è
ebrei antisemiti se non si è sionisti. Tertium non datur.
Ora questa
naturalizzazione del rapporto tra ebraicità e sionismo fa ovviamente il gioco
di Israele che quindi spende da sempre risorse in questo senso. Tuttavia questa
razzializzazione ha una forte pregnanza antidemocratica. Perché? Perché non
contempla la circostanza che vi siano posizioni diverse all’interno del mondo
ebraico, e cioè un pluralismo e una dialettica, rispetto a Israele e all’idea
di stato-nazione, etnicamente perimetrato in vari modi con l’armamentario
classico dei processi di costruzione nazionale che hanno a che fare con
religione, lingua, cultura ecc… e guarda caso il “suolo”. Cioè se si è ebrei si
deve per forza essere sionisti, altrimenti si è ebrei antisemiti.
Non può
dunque esistere una posizione critica, non solo su Israele e le sue politiche,
ma proprio dell’idea che la statualità e la cittadinanza si debbano per forza
costruire sopra il perimetro etnico e nazionale, e quindi escludente per chi
non vi sta dentro.
O detto in
altri termini: non posso dire che l’idea nefasta secondo la quale italiani,
tedeschi, francesi, spagnoli, serbi, croati, russi, ucraini, greci, turchi e
anche gli ebrei (che non è nemmeno chiaro se siano una nazione, una religione,
una cultura, un popolo…) debbono per forza avere uno Stato solo per loro,
escludendo dalla cittadinanza o dalla piena cittadinanza chi non fa parte della
nazione dominante (è il problema della cittadinanza agli immigrati, per dirla
chiara) perché, se lo faccio, sono un ebreo antisemita.
Tuttavia è
stato proprio uno storico ebreo come me – un gigante, Eric Hobsbawm – a parlare
della “nazione” come invenzione della tradizione, artefatto
politico umano e non naturale. E se è una costruzione così come si è fatta si
può anche superare.
Sono
perfettamente consapevole che ci sono ebrei – anche di sinistra – che
presentano come “democratica” l’idea sovranista che anche gli ebrei abbiano
diritto a uno Stato. E a prima vista lo è. Il problema è che alla prova dei
fatti gli stati non corrispondono alle nazioni, ci sono sempre minoranze, per
cui lo Stato-nazione si risolve in un problema di inclusione irrisolvibile. Che
si aggrava nel caso dello stato-nazione costruito per via coloniale, che si
crea il proprio “spazio vitale” a spese di altri, di norma a un prezzo
criminale.
Per cui io
sono un “ebreo antisemita” perché credo che l’idea di stato-nazione vada
superata anche per gli ebrei, sulla scorta di una lunghissima tradizione di
pensiero ebraico europeo fisicamente scomparsa con la Shoah, a cui sono
sopravvissute solo poche voci, come quella di Marek Edelman, tra i capi della
rivolta ebraica del ghetto di Varsavia, non sionista e critico di Israele,
figura troppo autorevole per essere attaccata e quindi cancellata d’ufficio,
persona che credeva nell’integrazione e nel superamento del nazionalismo come principio
politico.
Quindi per
me “tra il fiume e il mare” dovrebbe esistere uno Stato solo, magari
confederale in prima battuta, dove la cittadinanza sia questione di diritto
universale e non particolare per ebrei, cristiani, mussulmani.
Secondo me
si dovrebbe chiamare come il nome geografico di quella regione, Palestina, ma
se questo fa problema si può tranquillamente chiamare in una maniera più
ecumenica. Chiamiamolo Falafel, lo mangiano tutti. Tra l’altro basta farci un
giro in quelle terre per capire che lo stato-nazione non ce lo puoi impiantare
(è stato più facile da noi, ma c’è comunque chi ne ha fatto le spese e continua
a farle). Non è semplicemente praticabile, a meno di non farsi venire in mente
di fare un genocidio.
La seconda cosa
invece è che chi parla di “ebreo antisemita” è poi anche chi vorrebbe un mondo
ben ordinato e immutabile secondo le proprie categorie, sovradeterminando il
destino e le scelte delle persone su cui pretendono di decidere loro: le donne
devono fare le donne (sexy, madri e al focolare), gli operai devono stare zitti
a lavorare o a farsi licenziare e non scioperare e protestare, i neri devono
essere neri (e sappiamo tutti cosa vuole dire), i mussulmani devono stare in
guerra santa in eterno, le persone lgbtqia+ non devono essere tali, i cinesi
devono mangiare i ravioli, i messicani mettersi il sombrero ecc. ecc… Per cui
ti devi conformare a forza: se sei ebreo devi essere sionista, altrimenti sei
antisemita.
Non facciamo
confusione. Il problema è che il loro mondo così ben ordinato non esiste e non
esisterà mai, anche perché la storia non è fissità delle identità ma mutamento
continuo, ibridazioni, processi sociali che cambiano le carte in tavola. In
aggiunta le persone hanno il brutto vizio di non farsi sovradeterminare e di
prendere la parola.
Infatti,
alla fin fine, il problema di costoro è che mal sopportano il mondo (restiamo
in Occidente per non complicarci troppo il discorso) per come è iniziato a
diventare dal 14 luglio del 1789 in poi, con tutta questa gente che non sta al
suo posto e prende la parola in sede politica (lo facevano anche prima, ma per
ora accontentiamoci di questa approssimazione, ci siamo perfettamente capiti
così). E quindi pretendono di rimetterti al tuo posto in maniera violenta, a parole
finché non possono usare altri mezzi.
Un’ultima
osservazione la rivolgo agli ebrei che vivono in diaspora, specie per quelli
italiani, che sostengono Israele acriticamente e che si sentono attaccati da
una nuova ondata di antisemitismo.
Sono perfettamente
consapevole che c’è ancora l’antisemitismo, anche in frange minoritarie della
sinistra. Proprio per questo meditate sulle scelte che fate.
L’alleanza
tra l’Occidente e Israele durerà fino a quando gli ebrei saranno considerati
bianchi (cosa tutto sommato recente). Ma basta un rivolgimento storico – che
per sua natura non è prevedibile – e riscoprirete di essere una minoranza
dentro a uno stato-nazione che considera chi non è cattolico fuori dal suo
perimetro al pari dei mussulmani e dei neri. A quel punto basta un attimo a
ritrovarsi nel 1938.
Forse la
soluzione più lungimirante è uscire da questa logica dello stato-nazione, in
Italia e in Israele, ed essere pienamente cittadini di uno Stato
democratico non nazionale. È proprio la nostra storia ad avercelo
insegnato, ma evidentemente ci sono troppi cattivi scolari che hanno preferito
adottare la stessa strada che era stata scagliata contro di noi nell’illusione
di sentirsi sicuri attraverso il dominio e la forza.