La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
martedì 19 maggio 2026
domenica 10 marzo 2024
Dissenso
Di
Cesare, Balzerani e un paese infelice che scorda i maestri da Croce
a Gramsci – Massimo Cacciari
Donatella Di
Cesare è una filosofa di rilievo internazionale, formatasi in scuole di
assoluto rigore scientifico ed etico in Italia e all’estero. Da questo dato di
fatto si dovrebbe partire, se si intendesse davvero comprendere e non
fraintendere e strumentalizzare la sua estemporanea nota sulla morte della
Balzerani. Ma si sa, ormai nulla viene contestualizzato, storicizzato, vige
solo la regola dell’agguato contro l’avversario politico, in ansiosa attesa
della sua gaffe, del suo inciampo, della sua battuta infelice. Non siamo tutti
pre-preoccupati prima di aprir bocca di non ledere qualche non scritta norma
del politically correct, della cancel culture, imperanti ogni giorno di più?
Tutti gli
scritti e i comportamenti della Di Cesare dimostrano la sua radicale avversità
a ciò che ha significato e comportato l’azione del terrorismo degli anni di
piombo. Questa azione ha bloccato non solo il “riformismo” dei partiti della
sinistra storica e del sindacato unitario, ma anche quei movimenti nella scuola
e nelle fabbriche in polemica con questi ultimi, ma assolutamente contrari alla
linea della lotta armata. Il terrorismo ha agito da potente fattore reazionario
nella politica italiana, esattamente nel senso di chi metteva le bombe a Piazza
Fontana, a Brescia, sui treni. Può la Di Cesare pensare che costituisse una
speranza rivoluzionaria? Via, siamo seri. Che intendeva dire – anche se certo
non lo ha espresso con chiarezza? Esattamente ciò che allora, in quegli anni
tragici che hanno segnato in negativo tutta la nostra storia fino a oggi, disse
Rossana Rossanda: anche il terrorismo rosso, piaccia o no, nasce da un humus
comune, da un confusissimo ma reale crogiuolo di lotte, speranze, illusioni che
ha segnato gli anni tra i ’60 e i ’70. Anche il terrorismo, che ha agito
potentemente nel disintegrare quelle speranze di riforma della scuola, delle
istituzioni, della cultura tutta di questa nazione, nasceva dagli anni della
contestazione, dal ’68 italiano e europeo. Non era necessario finisse così. Non
c’è nulla di necessario e razionale nella storia. E allora è giusto, è buono
anche, riconoscendo colpe e fallimenti, e anzitutto i propri, avere
misericordia anche dell’avversario, trovare una parola di pietà anche per lo
sconfitto, anche per quello sconfitto che più di altri ha favorito la tua
stessa sconfitta.
Diceva un
grande liberale, e in situazioni ben più drammatiche di quelle in cui oggi
viviamo: a volte è necessario entrare in guerra e combattere il nemico, ma
nient’affatto necessario “farsi l’animo della guerra”. Non è necessario portare
nella guerra “l’animo del bestione” che la concepisce come “distruzione del
nemico”. E aggiungeva questo liberale non credente: bisogna essere in grado di
vedere nello stesso nemico il fratello. Questo Paese ha dimenticato tutti i suoi
maestri, siano liberali o cristiani, siano i Croce o i Gramsci. Sta diventando
il Paese dell’intolleranza e della chiacchiera, delle facili demonizzazioni e
delle censure. Spetta ai suoi intellettuali, di ogni parte, reagire a questa
deriva, protestare contro canee come quella scatenata sul “caso” della Di
Cesare e contro gli inauditi provvedimenti che si accingono a prendere a suo
carico (ma mi auguro non sia vero) i suoi stessi colleghi, gli organi di
direzione della sua stessa università! Dobbiamo attenderci commissari del
popolo presenti alle nostre lezioni per controllare la nostra “linea di
condotta”? Si è così ciechi e sordi da non vedere la deriva che collega le
gogne per chi criticava le politiche sanitarie durante il covid, le liste di
proscrizione per i presunti filo-putiniani con casi anche apparentemente solo
personali come questo della Di Cesare? Le valanghe vanno fermate sul nascere.
Quanto manca un Pasolini! Quanta nostalgia di corsari (e dei giornali che ne
pubblicavano gli scritti)!
Dissenso, élites e
"anelare alla dittatura". La risposta di Carlo Rovelli a Mattia
Feltri sull'intervista pubblicata da l'AntiDiplomatico
Non è rimasta inosservata l'eccezionale intervista di Luca Busca al fisico e
grande intellettuale italiano, Carlo Rovelli, pubblicata da l'AntiDiplomatico. Decine e decine le testimonianze
di apprezzamento che ci sono giunte in redazione. Una qualità di contenuti e
una capacità di comprensione dei fenomeni attuali che è linfa vitale nei tempi
bui. Non è rimasta inosservata al punto da urtare la suscettibilità atlantica
di Mattia Feltri, direttore dell'Huffington Post, che gli ha dedicato una risposta
- "Una storia spaziale" - pubblicata, oltre che dal
suo giornale online, anche su La Stampa.
Di seguito pubblichiamo la risposta magistrale che Carlo Rovelli ha inviato
all'Huffington Post. Non bisogna fare alto che leggerla e rileggerla.
(A.B.)
---
di Carlo Rovelli - Huffington Post
Caro Mattia
Feltri,
ti ringrazio
per il tuo commento a una mia intervista. Ti ringrazio per le parole di stima,
per l’invito che rivolgi ai lettori a cercare la mia intervista online, e anche per le forti critiche: queste sono sempre
buone occasione di scambi di idee. Accolgo l’invito al dialogo e provo a
rispondere, in amicizia.
Giudichi “ardimentosa” l’idea, a cui accenno, che nelle nostre società le
élites controllino il dissenso proprio permettendo libertà d’espressione invece
che sopprimendola. L’idea non è mia. Come accennato, risale a Herbert
Marcuse e alla sua critica classica ai rischi delle democrazie moderne; è
un’idea abbastanza nota. L’informazione mainstream, controllata dalle
élites al potere, si alza sopra la cacofonia permessa proprio dalla
libertà e mantiene in questo modo la sua influenza. Tu obietti che “i
giornali vendono sempre meno: il complotto fa acqua”. A me sembra che questa
obiezione confonda “i giornali” con “l’informazione mainstream”. I giornali
vendono sempre meno, ma l’informazione resta dominata dalle grandi reti
televisive e da chi controlla internet, sia i siti più seguiti sia i
social. Le televisioni, anche quelle di orientamenti politici opposti (in
America per esempio CNN e Fox News, ferocemente opposte fra loro), sono
entrambe controllate dalla grande ricchezza. E non è certo un caso che uno
degli uomini più ricchi del mondo abbia appena comprato uno dei social più
diffusi. Chi controlla televisioni, social e giornali mantiene un grande potere
sull’opinione pubblica, e chi ha molta ricchezza ci tiene molto a controllare
televisioni, internet, e, anche se vende meno, la carta stampata. Devo davvero
ricordarti quale famiglia italiana ha voluto per decenni mantenere il controllo
della Stampa, su cui ha pubblicato (oltre che su Huffpost)
il tuo commento alla mia intervista? Non lo ha certo fatto per
beneficenza, quella famiglia...
La tua
seconda critica riguarda un passaggio che presenti come “sulle mostruosità
del neoliberismo”. Immagino tu ti riferisca alla mia frase “Il risultato del
neo-liberismo è stata la concentrazione attuale della ricchezza, che nelle
nostre società non si vedeva dal medioevo, e quindi una disparità sociale
sempre più marcata.” Non vedo in cosa questa frase ci sia qualcosa di
sbagliato. È una fatto, confermato da molte statistiche, su cui concordano gli
economisti. Non è un giudizio di valore, né una dichiarazione di mostruosità:
per alcuni la concentrazione della ricchezza va bene, nella misura in cui
contribuisce all’arricchimento generale. Anche per i cinesi, a proposito. Ma
sul fatto, non credo ci siano dubbi.
Poi critichi quello che chiami “un palpitante elogio della Cina” perché scrivo
che “ha sollevato da povertà e analfabetismo mezzo miliardo di persone”. Ancora
una volta, questa non è un’opinione, è un dato di fatto. Protesti perché scrivo
che chi ha ottenuto questo è «un partito comunista che pone radicalmente
l’interesse comune al di sopra dei privilegi singoli». Qui non capisco bene la
protesta: non è proprio questo mettere la collettività sopra gli individui il
motivo per cui in occidente, dove l’individuo viene prima della
collettività, c’è tanta critica alla Cina? Scrivi: “Non vorrei
sembrare insolente, ma la Cina c’è riuscita [a sollevare da povertà e analfabetismo
mezzo miliardo di persone] proprio grazie al capitalismo e alla
globalizzazione, ovvero fenomeni nati in occidente e che hanno finito per
indebolirlo consegnando ai paesi più poveri gli strumenti per arricchirsi.”
Caro Feltri, perché dovresti essere insolente nel dire questo? È esattamente
quello che sostengo nell’intervista, e in tanti altri scritti: la Cina ha fatto
propri strumenti sociali, ideologici, tecnologici e altro, nati in Occidente e
si è arricchita, come tante altre parti del mondo, imparando dall’Occidente.
Che male c’è? Ci fa piacere che il resto del mondo raggiunga un po’ del
benessere che abbiamo noi, o no?
In questo processo, tuttavia, come giustamente osservi, l’Occidente ha perso lo
strapotere economico che aveva qualche decennio fa e quindi si è indebolito,
conservando solo la supremazia militare. Questo è esattamente quanto
sostengo nell’intervista. Del resto non sono solo idee mie; negli ultimi anni
sono usciti molti libri che analizzano questo processo in dettaglio, mi sono
limitato a riportare queste analisi. La Cina, come altri paesi, ha importato
idee e aspetti della cultura occidentale, facendoli propri, ma modificandoli,
adattandoli e ricombinandoli fra loro e con aspetti della cultura locale. In
particolare, da Deng in poi la Cina ha trovato il modo di avere un libero
mercato e un sistema economico capitalistico, come giustamente scrivi tu, dove
però il potere politico mantiene per sé l’ultima parola. Il partito comunista
cinese ha permesso l’accumulazione del capitale e della ricchezza individuale, ma
si considera il garante dell’interesse comune contro una eccessiva presa
di potere da parte delle élites economiche create da questo
stesso capitale. È questa politica che ha permesso che il grande sviluppo
economico della Cina degli ultimi 30 anni sia andato di pari passo con la
costante ridistribuzione della ricchezza che ha permesso l’uscita dalla povertà
estrema di mezzo miliardo di persone che ha stupito il mondo. Come
vedi, non sono in disaccordo con quanto scrivi. Questo controllo della politica
sulla ricchezza non piace alle élite economiche occidentali, ovviamente, e
questa, a mio giudizio, è una delle ragioni della feroce propaganda
anti-cinese, nell’informazione mainstream, controllata da queste élites. Ci
sono anche altre cose che non ci piacciono della Cina di oggi, né a me né a te.
Per esempio il fatto che non permetta l'espressione libera del dissenso come da
noi. Ma non deve piacerci tutto quello che fanno gli altri,
ovviamente. Non dobbiamo mica essere tutti eguali. Non mi sembra che
qualcosa di quanto tu scrivi contraddica quello che dico nell’intervista.
Infine,
chiudi con una curiosa giravolta, scrivendo “Ed è per questa debolezza [la
perdita di potere relativo dell’Occidente, su cui siamo d’accordo] che molti
ora detestano la democrazia e anelano alla dittatura.” Non so a chi ti
riferisci, ma se volevi riferirti a me, certo qui sbagli! Non detesto per nulla
la democrazia, e ancora più certamente non anelo alla dittatura! Sono geloso
della democrazia del paese dove vivo. Vorrei che fosse più genuina e meno preda
dell’interesse di pochi ricchi. Vorrei più democrazia, non meno. Però vorrei
soprattutto più democrazia nel mondo. Perché trovo non solo miope, data la
crescente debolezza dell’occidente, ma anche un po’ ipocrita, brandire la
democrazia per evitare che sia più democrazia nel mondo. Pensaci un attimo: per
molti “difendere la democrazia” oggi significa difendere la legittimità del
residuo strapotere militare sul mondo di una sparuta minoranza di paesi e
persone. Sarebbe questa la “democrazia”? Democrazia, io credo, vuol dire
seguire quello che domandano la maggioranza dei cittadini del mondo,
l’assemblea generale delle Nazione Unite, la corte internazionale di giustizia.
Invece, in nome della “democrazia” molti difendono il declinante strapotere
dell’Occidente su tutti gli altri. Anche quando alle Nazioni Unite c’è una
grande maggioranza, contro un solo veto. Difendono perfino l’arrogarsi da
parte di alcuni paesi del diritto di bombardare altri, come sta facendo
una missione di guerra a cui partecipa anche l’Italia, in Yemen, contro il
volere delle Nazioni Unite. A me questa non sembra democrazia. Il problema
importante, a me sembra, non è confrontare sistemi politici locali: nel mondo i
diversi popoli possono esplorare sistemi politici diversi, vedere cosa
funziona, cosa va bene e cosa va male. Possiamo tutti imparare qualcosa gli uni
dagli altri; la Cina ha imparato tantissimo dall’Occidente e secondo me
qualcosina potremmo imparare pure noi da un paese che cresce economicamente
molto più di noi, e con grande coesione sociale. Saremmo un po’ più
saggi. Invece di pensare a chi domina chi, o chi è il migliore di
tutti, pensiamo piuttosto come vivere insieme, come imparare gli uni dagli
altri. Come collaborare, invece di massacrarci, invece di armarci fino ai denti
gli uni contro gli altri, e sopratutto invece di descriverci l’un
l’altro come demoni malvagi, e insultarci l’un l’altro, terrorizzati dalla
nostra stessa ombra. Se tu questo lo chiami “anelare alla
dittatura”, temo di non essere stato abbastanza chiaro, nella mia
intervista.
Con
amicizia, Carlo
sabato 13 maggio 2023
Sulla distrazione o propaganda di mercato - Riccardo Sasso
Distrarre il popolo è stato uno dei più sofisticati sistemi
di sottomissione nei regimi totalitari. Ma nella società neoliberale siamo
davvero certi che non esistano più forme di distrazione? Distrarre è stata
una tecnica del totalitarismo, ma è propria anche del capitalismo, la prigione
dorata delle distrazioni; l’iperrealtà di baudrillardiana memoria.
La
presenza di attività psichica, il fatto di non avere un encefalogramma piatto,
non significa pensare. Pensare, in senso generale,
significa condurre i propri pensieri, coordinare un ragionamento,
produrre concetti logicamente ordinati e corretti. La distrazione consiste
nell’eliminazione del pensiero, nell’atrofizzare la capacità di coordinare un
pensiero attivo. La distrazione è far diventare il pensiero
qualcosa di passivo, bombardare il cervello di stimoli e rendere l’uomo
bisognoso di essere guidato passivamente. Il modo più semplice per rendere
succube un essere umano all’autorità è proprio il poter mettere le mani sul suo
pensiero. Come affermò il filosofo italiano Remo Bodei «Senza che
lo spirito critico venisse soffocato, altri agenti iniziavano allora, nel bene
e nel male, a plasmare diversamente e con maggiore efficacia il senso comune, a
orientare le coscienze e a colonizzare l’immaginario.» (R.
Bodei, La civetta e la talpa-Sistema ed epoca in Hegel). Non è un
caso, infatti, che negli ultimi anni siano nate aziende private (tra cui la più
nota Neuralink del CEO Elon Musk) che vorrebbero riuscire a
connettere il cervello umano ad un computer ed è facilmente immaginabile che
cosa potrebbe comportare un potere del genere nelle mani di un’azienda.
La
distrazione è il mantenere l’uomo nello stato di minorità di
cui parlava il filosofo Immanuel Kant in Risposta alla domanda che
cos’è l’illuminismo? La distrazione si costituisce di tutti quei
meccanismi messi in atto dalla classe dominante, per distogliere
l’attenzione della classe subalterna dalle cause della sua indigenza. I
meccanismi di distrazione sono assai diffusi nella società industriale. Si
potrebbe scrivere un’intera biblioteca su questa questione. Ciò che interessa,
in questo articolo, però, è spiegare perché la società
capitalistica, apparentemente così libertaria, in realtà, sia una società che
non lascia nessuno spazio alla critica. In altre parole, il
capitalismo concede la critica solo, nella misura in cui, questa non mette in
discussione la sua esistenza. Per far sì che la sua proliferazione non sia
minata, il capitalismo non si serve di violenza fisica o dell’intimidazione, ma
della soppressione del pensiero attraverso la distrazione.
L’uomo
distratto è quello che ha bisogno di essere condotto da un altro, di qualcuno
che svolga l’attività del pensare al posto suo. Il dittatore ha
bisogno di persone inabili all’esercizio del pensiero critico, perché se il
popolo pensa si rende conto del suo potere e il dittatore sarà presto deposto.
Nel totalitarismo le cose funzionano così, ma nella società di
mercato le cose non sono così diverse. Il filosofo italiano
Augusto Del Noce affermava che «[d]opo il fascismo nazionalista,
dopo quello asservito alla Germania, un terzo fascismo asservito al mondo
angloamericano o al capitalismo di quei paesi. » (N. Bobbio, A.
Del Noce, Centrismo, vocazione o condanna?) Del Noce intende dire
che la democratizzazione che l’Italia avrebbe voluto raggiungere, dopo il
crollo del totalitarismo fascista, non sia stata raggiunta, perché il
capitalismo americanista ha prodotto un assetto socio-politico in cui la
democrazia è stata soffocata, o quantomeno non totalmente realizzata, ancora una
volta. In un libro di recente pubblicazione, il filosofo italiano Massimo
Cacciari ha scritto:
«Il
capitalismo contemporaneo, nella competizione tra le diverse aree in cui
manifesta il proprio dominio, ha bisogno di Impero. Imperare: comando
effettuale, presente, e insieme indicazione-promessa. Il Politico non è il
passato del capitalismo, può esserne, anzi, il futuro – ma soltanto nella forma
dell’Impero e del polemos tra spazi imperiali. » (M.
Cacciari, Il lavoro dello spirito)
Ecco
messa in evidenza la necessità intrinseca al capitalismo, il quale, non ha
portato all’emancipazione dell’uomo dopo il crollo dei totalitarismi, ma anzi
l’ha posto sotto un nuovo giogo: la totale contrattualizzazione
dell’individuo.
La
società neoliberale, quindi, non è riuscita nel suo intento di totale
emancipazione dell’uomo. Così come l’Illuminismo e la Rivoluzione francese non
riuscirono a liberare completamente l’uomo dal feudalesimo, il
neoliberalismo non è riuscito a liberare l’uomo dal totalitarismo. Ma cosa
rende il capitalismo un fascismo? Non è forse il capitalismo il
miglior sistema economico possibile? Non è forse nel capitalismo che abbiamo la
massima libertà individuale? Non è forse nel capitalismo che lo Stato
totalitario, di destra e di sinistra, è stato spazzato via per lasciare il
posto all’individuo libero? Nel mio articolo Politica e
rappresentanza, ho spiegato come i sistemi politici
liberaldemocratici contemporanei siano solo formalmente “liberali” e
“democratici”. Il capitalismo è sempre legato alla plutocrazia:
sono le élite, sono le corporazioni, sono i grandi imprenditori che
detengono l’effettivo potere politico. Le masse popolari, quando
va bene, hanno solo la libertà di opinione e il diritto di voto.
Nella
società di mercato, la distrazione ha la funzione di mantenere questa stabilità
di garantire l’autorità politica ai più ricchi e a tenere assopiti i ceti
sociali più poveri. Distrarre le masse ha una funzione di
narcotico politico, distogliere lo sguardo dai problemi reali e stordire con
il divertissemant pascaliano politicamente approfondito.
Avere una popolazione assopita e narcotizzata è uno strumento efficace per
evitare contestazioni, può essere molto più efficace dell’olio di ricino; del
manganello e del confino. Senza dover alzare un dito è possibile ipnotizzare la
popolazione, renderla incapace di pensiero critico e far si che questa si lasci
guidare da altri. Ciò appare con grande evidenza quando
lavoratori; immigrati; disoccupati; omosessuali; donne; disabili; giovani e
così via. arrivano a difendere personalità politiche e manovre economiche che,
obbiettivamente, vanno contro i loro interessi facendoli rimanere in uno stato
d’indigenza sociale. Questo è frutto di distrazione. Nel Quaderno
dal carcere n.12, il filosofo italiano Antonio Gramsci formulò un’analisi
molto acuta di questi meccanismi:
«
Se non tutti gli imprenditori, almeno una élite di essi deve avere la capacità
di organizzatore della società in generale, in tutto il suo complesso organismo
di servizi, fino all’organismo statale, per la necessità di creare le
condizioni più favorevoli all’espansione della propria classe; o deve possedere
la capacità di scegliere i “commessi” (impiegati specializzati) cui affidare
questa attività organizzatrice dei rapporti generali esterni all’azienda. » (A.
Gramsci, Quaderni dal carcere)
Ora,
se assumiamo che la classe sociale con maggiore potere politico cerca di
mantenerlo e di espanderlo, dobbiamo domandarci: non è forse molto
conveniente convincere che alimentando gli interessi della classe sociale più
abbiente, si faranno anche gli interessi della classe sociale più
indigente? Questa è proprio quell’egemonia culturale di cui
Gramsci ha approfonditamente parlato: l’élite dei più abbienti che dirige
culturalmente (intellettualmente e moralmente), attraverso televisione,
giornali e così via, i più svantaggiati in modo da mantenere la loro condizione
di privilegio.
La
distrazione rientra precisamente nel paradigma di quest’egemonia culturale,
quel fenomeno mediatico che oggi va sotto il nome di trash non
è altro che questo: meccanismi capaci d’indebolire il pensiero e permettere a
chi è in una condizione privilegiata di mantenerla. I prodotti
dell’industria mediatica non sono mai neutrali, anche quando sembrano
tali, rispetto alla situazione sociale e politica vigente. Essi propongono una
narrazione, che tutti devono imparare a condividere, nascondendola dietro ad un
velo di neutralità.
Quello
che possiamo chiamare “rilassamento mentale” dopo una faticosa giornata
lavorativa, alienante e frustrante, è esattamente quel meccanismo che fa sì
che, chi versa in condizioni d’indigenza, non metta mai in discussione
l’irrevocabilità del sistema che lo rende miserabile. I lavoratori, quindi,
sono costretti alla macelleria sociale e lavorativa. Essi sono sfiancati nei
luoghi di lavoro e, quando la giornata giunge al termine, l’unica via di fuga è
“l’intontimento” per avere qualche ora di sollievo e tregua dalla miseria e
dalla sofferenza. Questa è la conseguenza dell’uomo disumanizzato nel
capitalismo, come ha sostenuto Karl Marx:
«
La produzione produce l’uomo non soltanto come merce, la merce umana, l’uomo con
il destino di merce, ma lo produce, conformemente a questo destino, come un
essere tanto spiritualmente quanto fisicamente disumanizzato. Immoralità,
mostruosità, ebetismo dei lavoratori e dei capitalisti. » (K.
Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844)
Come possiamo
notare da quest’affermazione, neppure i capitalisti sfuggono alle grinfie della
macchina del mercato. Si tenga presente questa considerazione, perché sarà
utile in seguito.
Sono
ancora troppo pochi coloro che si rendono conto di questi meccanismi messi in
atto dal capitalismo, quando vengono messi nero su bianco, probabilmente, molti
si diranno d’accordo. Tuttavia, nella vita concreta, le cose sono assai diverse
e raramente si prende atto di queste dinamiche nella quotidianità. Nel suo
scritto Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione
sociale, la filosofa francese Simone Weil scrive parole molto
significative:
«
Così, in tutti gli ambiti il pensiero, appannaggio dell’individuo, è
subordinato a enormi meccanismi che cristallizzano la vita collettiva, fino al
punto di aver quasi perduto il senso di ciò che è il pensiero autentico. Gli
sforzi, le pene, le ingegnosità degli esseri di carne ed ossa che il tempo
conduce in ondate successive alla vita sociale hanno valore sociale ed
efficacia alla sola condizione di cristallizzarsi a loro volta in questi grandi
meccanismi. » (S. Weil, Riflessioni sulle cause della
libertà e dell’oppressione sociale)
I
lavoratori e gli indigenti non riescono neppure a rendersi conto del fatto che
la situazione attuale non sia irrevocabile, inesorabile e necessaria, ma che
sia semplicemente un costrutto umano. Le società cambiano e non
sono mai uguali, non vi è nulla di statico e inesorabile in un modello sociale.
Il sistema capitalistico non fa altro che nascondere abilmente la verità del
cambiamento e si propone come l’unica possibilità. Come ha sostenuto il
filosofo inglese Mark Fisher: « la sensazione diffusa che non solo
il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma
che sia impossibile anche solo immaginare un’alternativa coerente » (M.
Fisher, Realismo capitalista)
Oggi
ci ritroviamo in un periodo di elevato decadimento della civiltà, il quale
viene goffamente tenuto nascosto dai detentori dell’egemonia culturale
attraverso la distrazione. La convinzione generale è l’idea che si debba
lasciare tutto così com’è e distrarsi dalla miseria, miseria che ci
accompagnerà sino a quando esaleremo il nostro ultimo respiro.
L’opulenza
della società contemporanea, come disse un certo Paolo Villaggio, non è il
paradiso che era stato promesso dal consumismo e dal boom economico, ma è
l’inferno che porta al logoramento e all’abbruttimento dell’uomo. L’uomo
ridotto alla miseria, quindi, non cercherà di migliorare la sua condizione, ma
tenterà di dimenticare la sua miseria, attraverso i prodotti dell’industria
mediatica che, servendosi di semplici schermi e stimoli
sensoriali vari, proiettano un’iperrealtà che distoglie dalle reali sfide che
la nostra epoca storica ci pone dinnanzi. Nessuno pensa al decadimento della
politica, al regresso e al progressivo imbarbarimento dell’uomo,
all’inesorabile declino economico, alla crisi climatica, alla crescente
povertà. Il mondo brucia davanti ai nostri occhi, ma l’uomo, nella società di
mercato, preferisce voltare lo sguardo dall’altra parte. L’uomo contemporaneo
si trova nella condizione del protagonista del mito della caverna di Platone.
Questa volta, però, dopo esser uscito alla luce del sole, sente il peso
eccessivo della visione e, invece di ritornare nella caverna a liberare i suoi
simili, vi ritorna per rimanervi lui stesso e non essere costretto a sopportare
il peso della realtà. Come afferma la Weil:
«
La verità è che […] la schiavitù avvilisce l’uomo fino al punto di farsi amare
dall’uomo stesso. » (S. Weil, Riflessioni sulle cause
della libertà e dell’oppressione sociale)
L’illusione
diventa preferibile alla realtà, il rifugio nella fiction diventa, per l’uomo
contemporaneo, rassicurante e preferibile al gravame del mondo reale. L’elemento
comico, e contemporaneamente tragico, di tutto quello che è stato detto in
queste righe è che da questa enorme distrazione per mantenere la narrazione
della pseudo-efficienza, della pseudo-stabilità, dello pseudo-benessere e dei
presunti rischi che questi correrebbero, non sono esenti neppure coloro che si
trovano in una posizione sociale più favorevole.
L’apparato
tecnico del mantenimento dello status quo confluisce
nell’iperrealtà, creata per mantenere determinati privilegi immutati. Tuttavia,
essa finisce per ingannare anche i suoi stessi ideatori, i quali devono
sottostare ai parametri da loro predisposti. I produttori dell’iperrealtà,
infatti, sono succubi di una frustrazione causata dal dover mantenere gli
standard che la macchina, per la quale essi combattono, impone di mantenere e
si devono costantemente difendere dalle minacce di una messa in discussione
della sua irrevocabilità.
Ma
allora per quale ragione nemmeno chi si trova in una situazione privilegiata
nella società, se è davvero così infelice, non prova anch’egli a cambiare le
cose? Come ha spiegato anche Simone Weil, la macchina è diventata
così intricata da essere troppo perfino per gli uomini (siano essi oppressori o
oppressi). Tuttavia, esiste anche un’altra risposta reperibile in
una celebre metafora dei filosofi tedeschi Max Horkheimer e Theodor W. Adorno
nella Dialettica dell’illuminismo:
«
Egli [Ulisse] si china al canto del piacere, e lo sventa, così come la morte.
L'ascoltatore legato è attirato dalle Sirene come nessun altro. Solo ha
disposto le cose in modo che, pur caduto, non cada in loro potere. Con tutta la
violenza del suo desiderio, che riflette quella delle creature semidivine, egli
non può raggiungerle, poiché i compagni che remano, con la cera nelle orecchie,
non sono sordi solo alle Sirene, ma anche al grido disperato del loro capitano.
» (M. Horkheimer e T. Adorno, Dialettica
dell’illuminismo)
Ulisse,
come i capitalisti, predispone l’organizzazione sociale, la nave con i marinai,
in suo favore. Così che egli possa bearsi dei piaceri, mentre tutta la macchina
sociale è organizzata in funzione di questo privilegio. Presto, però, il
privilegiato si rende conto che della macchina fa parte anche lui e subisce la
miseria necessaria a garantire il mantenimento del sistema. Egli, però, proprio
in virtù di questo privilegio che riesce a compensare la miseria, la
possibilità di detenere il potere, la ricchezza e il controllo sociale, fa di
tutto per non far vacillare la situazione così come disposta. Ecco la
tragicommedia della società capitalista.
La
domanda che il lettore si porrà dopo tutto questo discorso, sarà
sicuramente quale possa essere la via d’uscita da
questo circolo vizioso che la macchina capitalistica ha prodotto. Per motivi di
spazio, non è possibile qui fornire una risposta sufficientemente
esaustiva. Ciò su cui, però, è importante porre l’attenzione è il
destare il pensiero dalla distrazione prodotta dall’egemonia culturale che,
come la cera nelle orecchie dei marinai, è d’ostacolo alla visualizzazione
della situazione concreta in cui viviamo. Rendere l’essere umano
capace di visualizzare l’abbruttimento progressivo del suo essere, togliendo il
velo di Maya che è l’iperrealtà, è il primo passo fondamentale, quantomeno per
rendersi conto del mondo in cui si vive. Come affermò il filosofo sloveno
Slavoj Žižek: Marx disse che la filosofia aveva da sempre contemplato il mondo
e ora si trattava di cambiarlo. Tuttavia, noi, forse, abbiamo con troppa
velocità voluto cambiare il mondo e ci siamo dimenticati d’interpretarlo. Ad
ogni modo, possiamo offrire una suggestione seguendo questo spunto fornito da
Fisher:
«
La lunga e tenebrosa notte della fine della storia va presa come un’opportunità
enorme. La stessa opprimente pervasività del realismo capitalista significa che
perfino il più piccolo barlume di una possibile alternativa politica ed
economica può produrre effetti sproporzionatamente grandi. » (M.
Fisher, Realismo capitalista)
martedì 28 marzo 2023
La Cina è vicina
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La mediazione cinese, l’arroganza occidentale – Paolo Desogus
L’azione della Cina in Russia può forse apparire velleitaria, ma la risposta stizzita degli Stati Uniti (“è un inganno”) mi sembra ancora più fragile e inconcludente. E questo non solo perché Biden rischia di restare col cerino della guerra in mano, ma anche per il rilievo internazionale della visita di Xi Jinping.
La guerra in Ucraina sta infatti mostrando un carattere incredibilmente provinciale ed autoreferenziale di Usa, Europa cui si aggiungono Israele, Australia, Canada e Giappone. L’Occidente resta indubbiamente quella parte di mondo più ricca, influente e tecnologicamente (oltre che militarmente) avanzata del mondo. Ma è anche quella che più di ogni altra ha costruito la propria fortuna sullo sfruttamento dei paesi più poveri, sull’abuso della forza degli eserciti e sull’impunità internazionale.
Il mix di arroganza e attitudine colonialista degli stati più ricchi si scontra sempre di più con la ricerca da parte dei paesi esclusi di un nuove sponde, come la Cina e la Russia, per poter uscire dalla gabbia geopolitica tessuta a loro svantaggio. È interessante a questo proposito osservare come nelle ultime settimane sia sempre più significativo il disimpegno militare francese in molte realtà africane. Nel continente avanzano Russia e Cina con programmi economici e militari tutt’altro che trascurabili. Ha poi molto sorpreso la ripresa dei rapporti diplomatici tra Arabia Saudita e Iran. A questo poi si aggiungono la posizione del Brasile contro l’invio di armi a Zelensky, le ambiguità dell’India…
Insomma, al di fuori della fortezza Nato numerosi altri paesi subiscono sempre meno l’egemonia occidentale. Il viaggio di Xi Jinping si rivolge a loro. È per difendere le nuove relazioni economiche e militari che la Cina sta investendo nella costruzione del proprio prestigio politico per la pace, in contrasto con l’immagine di un Occidente capitanato dagli USA. Quante guerre ha provocato la Cina negli ultimi 70 anni e quante gli USA?
Sono poi notizia di poche ore fa le dichiarazioni del ministro delle finanze israeliano Smotrich secondo cui il popolo palestinese non esiste, è un’invenzione della propaganda. Dove vogliamo andare con questa arroganza?
Cacciari: “L’Italia è in guerra. Lo dicano chiaramente, basta con ipocrisie”
“Mi pare che una persona persona ragionevole non dovrebbe aver dubbi sul fatto che l’Italia sia in guerra. O siamo al colmo dell’ipocrisia oppure se io fornisco armi e mezzi a chi è in guerra, è evidente che sono in guerra anche io. È anche chiaro che la Nato ha dichiarato guerra alla Russia e che, appunto, siamo in guerra, con tutti i pericoli che questo comporta”. Sono le parole pronunciate ai microfoni de L’Italia s’è desta (Radio Cusano Campus) dal filosofo Massimo Cacciari sull’invio di armi in Ucraina e sulla situazione attuale del conflitto.
E aggiunge: “L’aggressore è la Russia e non si discute. Non è che ci siano dei segni espliciti di volontà di pace da parte della Russia, ma è altrettanto evidente che se la Corte Penale dell’Aja dichiara Putin criminale e vuole arrestarlo, questo non è certo un atto di pace. Vi pare che sia un atto che favorisca la pace dire che il nemico è un bandito e che quindi va arrestato? È chiaro che è un atto di guerra. Né dall’una, né dall’altra parte – continua – è stato avviata al momento la minima concreta iniziativa non dico di pace, ma di cessate il fuoco. E naturalmente ciò avviene sulla pelle degli ucraini. Dopodiché Meloni non può che fare quello che ha fatto Draghi. Punto e basta. Fine. Un Paese debitore come il nostro non può che obbedire al creditore. Vogliamo capirlo o fingiamo di ignorare la realtà come fanno i bambini?”.
Cacciari condivide l’intervento del senatore leghista Massimiliano Romeo, secondo cui c’è un pensiero unico e se uno prova a prendere in considerazione il piano della Cina viene tacciato come collaborazionista: “Non c’è dubbio, è così. Non ho nessuna simpatia per la Lega, ma è vero quello che ha detto Romeo. A volte sei costretto a dare ragione a chi dice, come Romeo, che il re è nudo, c’è poco da fare. E’ evidente che vi è un interesse da parte di una grande potenza – spiega – nel condurre al disfacimento di un avversario politico sul piano internazionale. Questo è raggiungibile anche senza la Terza guerra mondiale, perché la Russia è debole. È un discorso di realismo politico, se in politica non sei realista devi cambiare mestiere. Datti alla letteratura o a tante nobili arti che con la politica non c’entrano niente”.
Il filosofo sottolinea: “La situazione è questa: c’è una potenza debolissima che è la Russia sulla quale gli Usa pensano di dare la spallata definitiva. La Russia ha compiuto una missione suicida con l’invasione dell’Ucraina e ne pagherà le conseguenze. L’unica speranza è che non ne paghiamo le conseguenze tutti. Già stiamo pagando conseguenze gravissime, perché i costi di questa guerra non sono distribuiti in modo uguali. Gli Usa ci guadagnano e noi ci stiamo straperdendo. Uno che dice le cose come stanno perché deve essere demonizzato? Dite che siamo in guerra e la facciamo finita“.
Cacciari poi spiega la posizione della Cina: “Il conflitto geopolitico enorme che stiamo vivendo non è più una riedizione della Guerra Fredda, non è cioè una guerra tra Usa e Russia, ma tra Usa e Cina. Quindi è chiaro che non si accetteranno mai posizioni cinesi perché l’avversario vero in questo grande conflitto è la Cina. La Cina ha il vantaggio di avere una posizione di preminenza sulle politiche russe, ma in prospettiva la sfida è tra Cina e Usa. Per questo l’Occidente – continua – non andrà mai dietro alla CIna. La Russia deve capire che, se vuole uscire da questa situazione, deve soltanto ritirarsi. Non c’è niente da fare. La Russia è una potenza sconfitta dalla caduta del Muro, oggi ha commesso un errore strategico. E gli errori strategici in campo politico e internazionale si pagano salatissimo e col sangue”.
Cacciari, infine, invita a leggere l’ultimo libro del generale Fabio Mini, “L’europa in guerra”, e conclude: “La Russia, se vuole salvarsi, deve accettare le posizioni iniziali di Zelensky, quelle con cui ha vinto le elezioni: autonomia della Crimea, una soluzione del Donbass tipo quella del Trentino Alto Adige, cioè provincia autonoma in Ucraina e infine una trattativa per la collocazione politico-militare dell’Ucraina che non comportasse l’installazione di basi strategiche nucleari della Nato nel territorio ucraino – chiosa – Queste posizioni iniziali di Zelensky sono state in parte stravolte dal fatto che lui è stato costretto a fare il governo con alcune componenti politiche dell’Ucraina totalmente aliene a ogni idea di trattato di pace con la Russia. Si può tornare a quelle posizioni, ma soltanto la Russia riconosce l’errore strategico commesso. E forse questo è possibile solo con un cambio di leadership in Russia. Mi pare che su questo puntino americani e Nato“.
Aeronautica, attivo un sistema per info ai soldati ucraini
“Ieri ho ricevuto un plauso dal capo di Aircom (comando centrale delle forze aeree Nato – ndr) perché il nostro velivolo è vicino al teatro di guerra e fornisce informazioni sul campo”.
Così il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, Luca Goretti, in audizione alla Commissione Esteri e Difesa del Senato, spiegando: “noi virtualmente abbiamo creato un ombrello virtuale di informazione di dati per l’Ucraina.
Abbiamo dato un vantaggio al popolo ucraino di poter competere alla pari con la Russia in una guerra che, anche se non sembra, è altamente tecnologica, dove ogni informazione viene mandata al soldato ucraino sul cellulare. Il potere aereo, quest’ombrello, non si vede ma esiste”.
Noam Chomsky: «La diplomazia cinese fa paura agli Usa, non vogliono la pace» (intervista di Valentina Nicolì)
Sui recenti sviluppi della crisi ucraina abbiamo raccolto per il manifesto alcune riflessioni di Noam Chomsky, professore emerito del Mit, linguista, filosofo e politologo di fama internazionale di cui è uscito in libreria in questi giorni l’ultimo volume, Poteri illegittimi. Clima, guerra nucleare: affrontare le sfide del nostro tempo, (ed. Ponte alle Grazie tradotto e curato nell’edizione italiana da chi scrive).
Venerdì 17 marzo la Corte penale internazionale ha accusato formalmente Vladimir Putin di crimini di guerra in Ucraina e ha emesso un mandato di arresto contro di lui e la Commissaria per i diritti dell’infanzia Maria Lvova-Belova, che cosa ne pensa?
La Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto contro Putin perché sarebbe responsabile della deportazione e trasferimento illegale di bambini ucraini. O, per dirla in maniera un po’ diversa citando Al Jazeera, «gli ipocriti di professione della Corte penale internazionale» hanno emesso un meritatissimo mandato di arresto a carico di «quel personaggio grottesco che è il presidente russo, che compie allegramente crimini contro l’umanità ed è poco più che un delinquente» («An ICC warrant against Putin is good – and hypocritical», Al Jazeera, 20 marzo 2023). I mezzi d’informazione occidentali preferiscono attenersi a una versione più morbida. In ogni caso, è sempre meritevole ricercare la verità, per quanto possa entrare in conflitto con l’asservimento alle verità dottrinarie dei potenti.
Partendo dal presupposto che quello della Cpi sia un atto legittimo, sorge spontanea la domanda se esso non debba stimolare l’applicazione di un criterio analogo anche a quanto è avvenuto in Iraq, proprio in questi giorni in cui si commemora il ventesimo anniversario dell’invasione a guida angloamericana.
Se la Corte penale internazionale avesse il coraggio di elevarsi a tale livello di onestà e integrità, la punizione sarebbe dura e brutale. Quando il procuratore della Corte Fatou Bensouda ha osato suggerire che la Cpi dovrebbe indagare sui pesanti crimini statunitensi e israeliani, il presidente Trump ha dichiarato l’emergenza nazionale e ha imposto sanzioni contro i funzionari della Corte sospettati di essere colpevoli di questa oltraggiosa violazione dell’«ordine internazionale basato sulle regole» governato dagli Stati uniti. Il visto di Bensouda è stato revocato. Successivamente, sono state imposte sanzioni a Bensouda e a un altro alto funzionario della Corte penale internazionale (si tratta di Phakiso Mochochoko, «US Sanctions on the International Criminal Court», Human Rights Watch, 14 dicembre 2020, ndr). Esiste già una legge del Congresso statunitense che autorizza il presidente Usa a usare la forza per «salvare» qualsiasi americano che rischi di essere portato dinanzi al tribunale dell’Aia (nota informalmente come Hague Invasion Act, è una legge federale entrata in vigore il 2 agosto 2002, mirante a «proteggere il personale militare degli Stati Uniti e altri funzionari eletti e nominati del governo degli Stati uniti contro procedimenti penali da parte di un tribunale penale internazionale di cui gli Stati uniti non fanno parte». Il Padrino non tollera alcun segno di insubordinazione.
Il 20 marzo il presidente cinese Xi Jinping è arrivato a Mosca per una visita ufficiale di tre giorni su espresso invito di Putin. Pensa che questa visita possa rappresentare un concreto passo avanti verso una qualche forma di negoziato per fermare la guerra in Ucraina?
Il governo Usa ha condannato immediatamente la visita e la proposta cinese. La posizione ufficiale degli Stati uniti rimane invariata: la guerra deve continuare per indebolire gravemente la Russia. Come molti commentatori occidentali hanno osservato, non senza un certo entusiasmo, è un grosso affare per gli Stati uniti. Facendo ricorso a una piccola porzione del proprio colossale bilancio militare, gli Stati uniti sono in grado di deteriorare pesantemente le forze del suo principale avversario in campo militare, generando peraltro un’impennata negli utili e nelle vendite dell’industria militare. In verità, producendo un guadagno molto più ampio. Più in generale, la diplomazia cinese è motivo di grande preoccupazione per Washington. La sua recente iniziativa per promuovere un accordo tra Iran e Arabia Saudita mette i bastoni tra le ruote a un ordine regionale che gli Stati uniti dominano sin dalla Seconda guerra mondiale, e mina gli sforzi degli Stati uniti di punire l’Iran per la sua diserzione da questo sistema, in quella che i pianificatori statunitensi del secondo dopoguerra consideravano l’area strategicamente più importante del mondo. Non è una faccenda di poco conto.
2% del PIL in armi oppure in ospedali e scuole?
Non sono affatto gratis le armi che inviamo all’Ucraina, che acquistiamo per sostituirle e che aggiungiamo per raggiungere il traguardo (“da pazzi” secondo il Papa, urgente per Meloni&Crosetto) del 2% di Pil di spesa militare, cioè 13 miliardi in più all’anno in aggiunta agli attuali 30. O meglio, sono gratis per gli ucraini, ma non per noi, che le paghiamo care e salate con le tasse e i tagli ai servizi pubblici: nella Finanziaria ci sono già meno scuole e meno fondi alla sanità. In un anno l’Italia ha già inviato a Kiev aiuti militari per “circa un miliardo” (Tajani). Le scorte militari sono in esaurimento per via degli aiuti militari all’Ucraina. L’arsenale va riempito subito: non si possono prenotare sistemi d’armi e averli tra venti mesi. Comprare nuove armi non sarà gratis. Secondo le stime di Milex, costerà alle casse pubbliche circa un miliardo di euro. Anche per spendere meno, l’Inghilterra ha deciso di inviare a Kiev munizioni con l’uranio impoverito. L’uranio infatti arriva dagli scarti delle centrali nucleari, riciclarli nelle munizioni consente di risparmiare sullo smaltimento. Migliaia di reduci, anche italiani si sono ammalati di tumore dopo aver combattuto in Iraq e nei Balcani, dove l’uranio impoverito fu usato nelle munizioni della Nato. C’è una correlazione tra l’aumento dei pazienti (e dei morti) e l’uso di quest’arma. Quando esplodono, le munizioni rilasciano metalli pesanti cancerogeni. 7.600 militari italiani in missione dalla Bosnia alla Somalia all’Iraq si sono ammalati di cancro per l’esposizione all’uranio impoverito, rilasciato da proiettili Nato; e 400 sono morti di leucemia o altri tumori.
La strage infinita non riguarderà solo i soldati ucraini e russi, ma anche i civili filo ucraini e filo russi. L’esplosione sprigiona nell’aria polveri sottilissime che si depositano sul terreno e vengono inalate da uomini e animali, entrano nell’organismo per via respiratoria o tramite gli alimenti e viaggiano nel sangue da un organo all’altro: un veleno invisibile che uccide anche a distanza di decenni.
Dmitry Medvedev, attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza nazionale, afferma che proiettili all’uranio impoverito dati alle forze ucraine “aprirebbero il vaso di Pandora” delle reazioni (nucleari) russe. Bombe atomiche appostate in Bielorussa come già in Italia. Bombe atomiche sganciate sull’Ucraina porterebbero al 100% la maggioranza pacifista degli italiani, terrorizzati di fare la stessa fine. Troppo tardi.

