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giovedì 30 luglio 2026

“Finiamola di usare la parola ‘maranza’, è un insulto etnico. È come ‘terrone’ negli anni Settanta” - Franco Gabrielli

 

“Intanto mi piacerebbe che si togliesse dal dibattito la parola ‘maranza’ che è un insulto dal timbro etnico, perché nello slang milanese significa ‘marocchino zanza’. È come se negli anni ’60-’70 avessero fatto una norma sui terroni“. Così a In Onda (La7) interviene Franco Gabrielli, ex capo della Polizia e già autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, a proposito del disegno di legge del governo Meloni sulla microcriminalità minorile.
Gabrielli condivide le critiche espresse dal procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che ha definito il provvedimento “inutile”. E aggiunge: “Stiamo parlando quasi del nulla, da un punto di vista degli esiti, anche perché questa norma non modificherà nulla da un punto di vista della certezza della pena, della lunghezza dei processi e del diritto alla difesa. Questi sono provvedimenti che, da un punto di vista della loro effettiva capacità di incidere, non produrranno effetto“.

L’ex prefetto riconosce però che il problema esiste: “Naturalmente c’è un tema della condizione giovanile che riguarda anche ragazzi di seconda generazione e che, per chi vive la realtà milanese, non può non tenere nella debita considerazione. Allora, come al solito, perché ci dobbiamo dividere da curve da stadio, per cui dobbiamo criminalizzare un’intera generazione oppure immaginare che certi episodi non abbiano nessuna rilevanza? – sottolinea – Io credo che una giusta via di mezzo ci sia, cioè la necessità di intervenire significativamente su queste questioni, possibilmente in modo preventivo. Ci sono delle bellissime esperienze in Europa, come in Islanda e in Scozia“.

Gabrielli amplia poi la sua stroncatura all’intera produzione normativa del governo in materia di sicurezza: “Ci sono norme a bizzeffe, ho perso pure il conto dei decreti sicurezza del governo Meloni.Tutte quelle norme hanno prodotto, chi dice 400, chi dice 500 anni di nuova carcerazione, ma da un punto di vista degli effetti pratici credo che in prospettiva abbiano semplicemente creato le condizioni per limitare le libertà, non per garantire una condizione di maggiore sicurezza”.
L’ex capo della Polizia torna infine sul punto centrale: “Anche questo discorso sui “maranza” è una forma di criminalizzazione di queste fasce giovanili in maniera più o meno indiscriminata. Poi, ripeto, la questione esiste, gli episodi non sono di percezione ma sono reali. Tuttavia, queste modalità così generalizzate di criminalizzazione delle persone soltanto perché li si immagina appartenere a una categoria sono forme di limitazione e di marginalizzazione di fasce ben precise”.

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venerdì 10 luglio 2026

Ho già visto succedere a molti quel che sta subendo Sigfrido Ranucci - Davide Mattiello

 

Ciò che sta subendo Sigfrido Ranucci (e Report), l’ho visto capitare molte volte ed è uno spettacolo meschino figlio di due pulsioni distinte: la vendetta ed il narcisismo.

Ho incontrato il funzionario pubblico che fa letteralmente la storia nella prevenzione della infiltrazione mafiosa nelle concessioni rurali, che per questo subisce un attentato potenzialmente letale e c’è chi comincia a insinuare il dubbio che quell’attentato, di cui il funzionario è sicuramente vittima, non lo abbia voluto la mafia ma qualche amico senza pudore che intenda farci sopra una speculazione politica.

Ho incontrato il testimone di giustizia che con le sue denunce ha mandato a processo non soltanto boss di ‘ndrangheta di quattro province, ma anche altissimi e blasonati magistrati, che per questo ha perso tutto imboccando con l’intera famiglia una vita esiliata, senza scampo e c’è chi comincia a dire che lo ha fatto soltanto perché era già fallito e troppo compromesso con la medesima mafia a cui per anni aveva fatto concessioni.

Ho incontrato il giovane giornalista di periferia che si incaponisce nello scrivere male di mafiosi locali che non interessano a nessuno, che per questa sfrontatezza viene massacrato di botte e successivamente posto sotto scorta e c’è chi sussurra che in realtà le botte fossero men che simboliche e che la scorta è soltanto uno status immeritato, conseguenza di antichi lignaggi.

Ho incontrato il giornalista scomodo e sboccato, con un centinaia di querele sulle spalle perché in un buco di Mondo abbandonato dalla storia, anziché farsi i fatti propri ed usare la sua piccola emittente indipendente per arricchirsi con qualche televendita, testardamente denuncia il malaffare e c’è chi difronte ad una accusa infamante di estorsione scagliatagli addosso come un meteorite, grida allo scandalo e si affretta a marcare la lontananza siderale tra quel giornalismo-impostura ed il giornalismo-giornalismo.

Ad ognuna di queste storie potrei mettere nome e cognome naturalmente.

Ogni volta, per ciascuna di queste storie, ho visto lo stesso triste spettacolo: quelli che hanno approfittato della debolezza di un “avversario” per sparare ad alzo zero, sperando di essersi tolti definitivamente dai piedi un ingombro irriducibile (la vendetta) e quelli che per difendere una propria presunta alterità hanno immediatamente preso le distanze per evitare che gli schizzi li sporcassero (il narcisismo).

Io, probabilmente ingenuamente viste le conseguenze a cui sono andato incontro, ho sempre scelto di restare dove ero un momento prima che lo “scandalo” scoppiasse e cioè al loro fianco. E questo non per dabbenaggine e tanto meno per familismo amorale tra amici, ma perché ho imparato (a mie spese) che nessuno è riducibile all’errore che eventualmente ha commesso e che il valore di una vita si comprende guardandola dall’alto, tutta insieme, perché soltanto così si apprezza la direzione che ha scelto di percorrere, gli ostacoli che ha affrontato, le fatiche che talvolta l’hanno fatta incespicare.

La vita di Sigfrido Ranucci parla chiaro e merita rispetto, così come il lavoro di scavo che da anni porta avanti Report e che in tanti vorrebbero annientare in ossequio al progetto di una democrazia svuotata, buona soltanto ad ammantare il ritorno del “principe”. D’altronde siamo in una stagione di inaudito revisionismo storico e di depistaggi sistematici dell’opinione pubblica, non c’è da stupirsene dunque.

C’è chi dice che il sospetto è l’anticamera della verità e chi dice che il sospetto è la morte della democrazia: dipende. Se il “sospetto” è l’atteggiamento di chi non si ferma davanti a ciò che appare nella immediatezza o nella narrazione ufficiale, ma pretende di verificare apparenza e narrazione sottoponendole al fuoco rigoroso dell’accertamento scomodo, allora il “sospetto” è ciò che ti fa girare “l’armadio della vergogna” ed aprire gli occhi sul primo (riuscito) compromesso storico che ha contribuito a fondare la Repubblica italiana. Se il “sospetto” è l’ingrediente sapientemente sparso in giro da chi vuole minare la credibilità di qualche testimone scomodo, allora il “sospetto” è ciò che sussurra all’orecchio e scrive in certe relazioni di servizio che Peppino Impastato è un terrorista rosso morto mentre cercava di apparecchiare un attentato dinamitardo.

Per capire di quale natura sia il “sospetto” che ci bussa alla coscienza spesso è utile farsi una domanda: dove sta il manico del coltello?

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domenica 28 giugno 2026

Roberto Bolaño e i suoi sorprendenti cani romantici

Cosa di Roberto Bolaño (1953-2003), che non sia già stato detto, scritto e stradetto? Niente, se non forse che oltre a un incredibile narratore è stato anche poeta, un grande poeta? Che si è sempre considerato poeta? Che in fondo I cani romantici, eccezionale libro di poesia, è forse la sua opera più sorprendente?

Proponiamo qui alcune poesie tratte da questo libro e tradotte da Francesco Marotta (1954-2025), poeta, intellettuale e traduttore che ha dedicato l’intera vita alla parola in “rivoluzione permanente” della poesia, la sola che scardina una lingua ormai anestetizzata da giornalisti, burocrazia, business-men, “social” e le restituisce la possibilità di essere un vero mezzo di scoperta e conoscenza. Sulla “Dimora del tempo sospeso”, uno dei blog di poesia più interessanti della rete italiana, potete trovare l’intera sua traduzione del libro. Buona rivoluzione.

***


I cani romantici

A quel tempo avevo venti anni
ed ero pazzo.
Avevo perduto un paese
ma mi ero costruito un sogno.
E possedendo quel sogno
tutto il resto non aveva importanza.
Né lavorare né pregare
né studiare fino a notte fonda
insieme ai cani romantici.
Quel sogno dimorava il vuoto del mio spirito.
Una casa in legno,
nella penombra,
in uno dei polmoni del tropico.
Di tanto in tanto ritornavo dentro me
e facevo visita al sogno: una statua eternata
in liquidi pensieri,
un verme bianco che si contorceva
come in amore.
Un amore senza freni.
Un sogno dentro un altro sogno.
L’incubo mi diceva: crescerai.
Lascerai dietro di te le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un delitto.
Sono qui, dissi, insieme ai cani romantici
e qui intendo restare.

***

I detective

Ho sognato detective perduti nella città oscura.
Ho udito i loro gemiti, le loro nausee, la riservatezza
Delle loro fughe.
Ho sognato due pittori che non avevano ancora
quaranta anni quando Colombo
scoprì l’America:
uno classico, senza tempo, l’altro
sempre moderno,
come la merda.
Ho sognato una scia luminosa,
il sentiero dei serpenti
percorso in lungo e in largo
da detective
completamente disperati.
Ho sognato un caso difficile,
ho visto i corridoi pieni di sbirri,
i questionari a cui nessuno sa rispondere,
gli archivi infamanti,
e anche un detective
ritornare sul luogo del delitto
solo e tranquillo
come nei peggiori incubi:
l’ho visto sedersi per terra e fumare
in una camera da letto con sangue rappreso
mentre le lancette dell’orologio
viaggiavano fitte attraverso la notte
interminabile.

***

Resurrezione

La poesia entra nel sogno
come un palombaro in un lago.
La poesia, coraggiosa come nessun altro,
entra e cade
a piombo
in un lago immenso come Loch Ness
o torbido e nefasto come il lago Balaton.
Contemplatela dal fondo:
un palombaro
innocente
avvolto nelle piume
del volere.
La poesia entra nel sogno
come un palombaro morto
nell’occhio di dio.

***

Ernesto Cardenal e io

Stavo camminando, sudato e con i capelli appiccicati
sul viso
quando vidi Ernesto Cardenal che proveniva
dalla direzione opposta.
In segno di saluto gli dissi:
Padre, nel regno dei cieli
che è il comunismo,
c’è posto per gli omosessuali?
Sì, rispose.
E per i masturbatori impenitenti?
Per gli schiavi del sesso?
Per i giocherelloni del sesso?
Per i sadomasochisti, le puttane, i fanatici
dei clisteri,
per quelli che ormai non possono più, quelli che veramente
ormai non ce la fanno più?
E Cardenal rispose sì.
Allora alzai lo sguardo
e le nuvole mi parvero
lievi sorrisi rosei di gatti
mentre gli alberi che punteggiavano la collina
(la collina che dobbiamo scalare)
agitavano i rami.
Alberi selvatici, che sembravano dire
un giorno, prima o poi, dovrai pur venire
tra queste braccia morbide, tra queste braccia ruvide,
tra queste braccia fredde. Una freddezza vegetale
che ti farà rizzare i peli.

***

Roberto Bolaño (1953–2003) è stato uno scrittore e poeta cileno. Ha vissuto tra Cile, Messico e Spagna, dove ha scritto le sue opere principali. È noto per romanzi come I detective selvaggi e 2666. Il suo stile mescola realismo, poesia e sperimentazione narrativa.

Francesco Marotta (1954-2025) è stato poeta, traduttore e insegnante di filosofia. Ha tradotto autori come Bolaño, Celan e Bonnefoy. Tra le sue raccolte poetiche: Il verbo dei silenziEsilio di voceHairesis. Ha creato il blog letterario “La dimora del tempo sospeso”.

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venerdì 26 giugno 2026

La Corte dei conti: “Flat tax per i super ricchi stranieri? Crea gravi disparità di trattamento, verificare se è compatibile con la Costituzione” - Chiara Brusini

 

Il sistema che consente a chi sposta la residenza in Italia di versare sui redditi esteri un'imposta forfettaria ha sempre più successo. Nel 2024 dai 1.923 beneficiari sono arrivati 153 milioni, ma non è dato sapere quanto avrebbe incassato il fisco se avessero pagato la normale Irpef

La flat tax per i super ricchi stranieri che trasferiscono la residenza in Italia è “idonea a produrre gravi disparità di trattamento” ed è a rischio di conflitto con il principio costituzionale del contributo alle spese pubbliche “in ragione della capacità contributiva”. Motivo per cui ne andrebbe “verificata l’effettiva razionalità“. Per la prima volta la Corte dei Conti esplicita il dubbio che il regime fiscale riservato ai cosiddetti “High Net Worth Individuals“, voluto dal governo Renzi, sia contrario alla Costituzione. Nel giudizio di parificazione sul Rendiconto generale dello Stato, i magistrati contabili ribadiscono poi che non è mai stata fatta alcuna analisi per verificare quanto i beneficiari abbiano effettivamente risparmiato grazie all’imposta sostitutiva sui redditi esteri e se la misura abbia davvero raggiunto l’obiettivo dichiarato di attirare nuovi investimenti.

I numeri mostrano intanto un successo crescente del meccanismo che consente a chi porta la residenza in Italia dopo aver vissuto all’estero per almeno nove degli ultimi dieci anni di sostituire l’Irpef sui redditi prodotti fuori dal Paese con un’imposta forfettaria, portata da 200mila a 300mila euro con l’ultima legge di Bilancio del governo Meloni. Nel 2024 i beneficiari sono saliti a 1.923, di cui 1.374 contribuenti principali e 549 familiari. Quanto hanno pagato al fisco italiano? Tra il 2020 e il 2024 chi ha chiesto e ottenuto di versare il forfait ha versato complessivamente circa 469 milioni di euro, di cui 153 nel solo 2024. Impossibile valutare se sia tanto o poco, visto che non è dato conoscere l’ammontare dei redditi esteri dei beneficiari e quindi le imposte ordinarie che l’erario avrebbe riscosso senza il regime agevolato e a cui sta rinunciando.

Senza quell’analisi, osservano i magistrati, non è possibile stabilire né il costo effettivo dell’incentivo per le finanze pubbliche né se il trattamento privilegiato sia giustificato dai benefici prodotti per l’economia italiana. Così come nessun governo si è peritato di appurare se sia stata mantenuta la promessa contenuta nella relazione illustrativa della legge istitutiva, cioè che il regime avrebbe favorito nuovi investimenti produttivi nel Paese. Risultato: al momento, la disciplina “sembrerebbe favorire” soprattutto soggetti con redditi distribuiti in più Stati che scelgono di trasferirsi in Italia per motivi di lavoro o personali “come nel caso, probabilmente frequente, degli sportivi professionisti“. Sembra corroborare questa lettura il fatto che nel 2024 meno della metà dei beneficiari del regime (il 48,4%) abbia dichiarato anche redditi prodotti in Italia, per un ammontare complessivo di 102,5 milioni di euro. Quasi tre quarti (73%) derivano da lavoro dipendente. Il che è coerente con l’osservazione della Corte secondo cui il regime attrae soprattutto persone che trasferiscono la residenza nel Paese per ragioni lavorative, piuttosto che Paperoni interessati a realizzare nuovi investimenti produttivi.

Diverso il caso del regime per i lavoratori rimpatriati, rivisto dal governo dal 2024 con requisiti più stringenti. Secondo i dati del Dipartimento delle Finanze, lo scorso anno ne hanno beneficiato 44.881 lavoratori dipendenti, con un reddito lordo medio di 120.922 euro, mentre il regime speciale per docenti e ricercatori ha interessato 4.774 persone con un reddito medio di 56.411 euro. A differenza della flat tax per i nuovi residenti, su quei regimi la Corte non formula rilievi.

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lunedì 22 giugno 2026

I volontari della Flotilla come i partigiani

La Flotilla ha vinto: nonostante tutto - Livio Pepino

Ora che i riflettori sulla spedizione verso Gaza della Global Sumud Flotilla si stanno spegnando, è tempo di valutazioni, anche in prospettiva. C’è un punto fermo: le imprese, per mare e per terra, della Flotilla sono state uno degli eventi più importanti e innovativi degli ultimi anni. A dispetto della repressione violenta e indiscriminata delle autorità israeliane, della macchina del fango messa in campo dalla destra, delle sottovalutazioni e dei silenzi (iniziali ma non solo) della stampa e della sufficienza di molti (anche a sinistra). Ancora una volta la politica ufficiale non ha capito nulla e anche in settori non pregiudizialmente ostili alla Flotilla si è detto e ripetuto che si trattava solo di un’impresa dimostrativa, che l’impossibilità di approdare a Gaza era scontata e rendeva l’impresa sostanzialmente inutile, che ci vuole ben altro per aiutare i Palestinesi e via seguitando con una sequela di banalità. I fatti hanno dimostrato esattamente il contrario.

L’autunno scorso la prima spedizione della Flotilla ha prodotto, come ha scritto Marco Revelli, «l’irrompere di un tempo nuovo, qualcosa di impensabile fino a poco prima, d’invisibile, che d’improvviso emerge alla superficie e rivela un cambiamento di orizzonte nel modo di guardare le cose, e di sentire ciò che accade, e di percepire il nostro posto nel mondo. La giornata del 3 di ottobre – i due milioni nelle cento piazze – ma anche del 4 – un milione tondo tondo nelle strade di Roma – e pure del 22 settembre, la prima epifania di quel sommovimento –, sono di questo tipo: con i loro mutamenti tellurici nel costume, nella morale condivisa, nel comportamento finiscono per travolgere, a volerli interpretare per quello che sono, tutti i modi consolidati di considerare i fatti politici e sociali, rendendo inutili – o se si preferisce “obsolete” – le vecchie forme del discorso e dello stesso scontro politico». Quel che è stato innescato dall’impresa della Flotilla – smentendo la vulgata di un mondo condannato all’indifferenza e all’egoismo – è una voglia di partecipazione, di presa di parola, di protagonismo che ha riempito le vie, le piazze, gli spazi pubblici di un’infinità di corpi, di voci, di canti e di suoni uniti nel dire che non se ne può più di assistere passivamente all’orrore che quotidianamente si consuma sotto i nostri occhi e che ci sono i modi per dirlo e per pretendere il cambiamento. È stato, per molto versi, un miracolo.

Nei giorni scorsi, poi, la seconda avventura della Flotilla, con il nuovo atto di pirateria di Israele contro le barche in navigazione in acque internazionali, il sequestro dei relativi equipaggi, le torture e le umiliazioni inflitte a donne e uomini armati solo delle loro idee è stata altrettanto deflagrante. È stato abbattuto il muro dell’indifferenza costruito, nel nostro Paese e nell’intero Occidente, dalla grande stampa e dalle istituzioni, costrette finalmente ad ammettere quello da tempo – inascoltati – descrivevano prigionieri ed esuli palestinesi, attivisti, giornalisti, film makers e intellettuali non omologati. Di fronte ai maltrattamenti esibiti di propri cittadini i Governi occidentali non hanno potuto continuare a chiudere gli occhi. Non ha potuto farlo neppure il nostro ineffabile e balbettante ministro degli esteri. Certo, le reazioni sono state timide, riduttive, insufficienti ma il muro della complicità si è incrinato. La Palestina e, soprattutto, i palestinesi sono, almeno per un po’, diventati protagonisti, mentre termini come “genocidio” e “Stato canaglia” abbinati a Israele hanno cessato di essere tabù anche nell’establishment. Non basta ma è un salto di qualità importante, attribuibile proprio all’impresa della Flotilla.

Tutto questo ha un rilievo che va oltre la vicenda specifica e apre prospettive nuove e significative per i movimenti e per il variegato arcipelago che persegue un mondo diverso.

Primo. Con l’impresa della Flotilla sono tornati al centro del campo politico due valori desueti che sono, invece, fondamentali e capaci di suscitare entusiasmo e mobilitazione: la mancanza di tornaconto personale e l’universalismo. Le navi dirette a Gaza non hanno avuto sponsor esterni né finalità ulteriori rispetto all’aiuto concreto – diretto e indiretto – a Gaza e ai suoi abitanti. L’impresa è stata il frutto di una mobilitazione dal basso di associazioni, organizzazioni e singoli che hanno messo in campo solo – si fa per dire… – le proprie risorse, il proprio entusiasmo e i propri corpi. La gran parte di chi ha partecipato all’impresa e calcato le prigioni di Israele è sconosciuta ai più e non ha cercato riscontri mediatici né investimenti per il futuro. Il tutto in un mix di lingue, di nazionalità e di provenienze che ha ridato voce all’internazionalismo. La prima, univoca, lezione che se ne può trarre è che il denaro e i media non sono necessariamente il motore della politica e che i confini nazionali sono solo un’invenzione di chi vuole mantenere il mondo in condizioni di disuguaglianza e sfruttamento.

Secondo. Un ulteriore dato, non scontato, ha fatto irruzione sulla scena: l’integrazione di genere e di generazioni che ha caratterizzato le “spedizioni” e anche le manifestazioni che le hanno accompagnate. Donne, uomini, ragazzi e finanche anziani si sono mobilitati insieme e in condizioni di parità come non accadeva da tempo. I vuoti dibattiti da talk show e le pensose analisi sulla incomunicabilità e sull’inevitabile conflitto tra giovani e anziani e tra donne e uomini sono stati spazzati via, a dimostrazione che gli obiettivi condivisi e mobilitanti sono capaci di superare incomprensioni, diffidenze, diversità culturali. Ovviamente – e per fortuna – le differenze restano. Ma possono cessare di essere fattori di debolezza. E la strada tracciata dalla Flotilla può essere ulteriormente percorsa.

Terzo. C’è un’altra lezione: molti degli improvvisati marinai della Flotilla non avevano la più pallida idea di come si governa una barca in alto mare ma tutti sapevano che, per la riuscita dell’impresa, era necessario coniugare radicalità e non-violenza. Non sempre ciò è accaduto (e accade) nell’esperienza dei movimenti e altrettanto spesso la non-violenza è stata scambiata per debolezza o arrendevolezza. Ebbene, la reazione composta, pacifica e senza cedimenti degli equipaggi della Flotilla all’aggressione della marina israeliana ha fatto il giro del mondo mostrando a tutti da che parte sta la violenza e rendendo tangibile che la vittoria non è solo né sempre quella che si ottiene con le armi.

Quarto. L’immagine di questa flotta di barche disarmate che attraversavano, compatte, il Mediterraneo ha bucato i media addirittura al di là delle aspettative. La fantasia, l’inaspettato, finanche l’allegria si sono dimostrati strumenti vincenti di azione politica. Ben più di lunghe spiegazioni e ben prima che l’arroganza, la brutalità e la violenza di Israele aggiungessero il loro carico. La lezione è che la politica deve essere creativa.

Quinto. Quanto sin qui descritto non sarebbe accaduto e non avrebbe avuto l’impatto riscontrato senza il coraggio dei partecipanti all’impresa della Flotilla, ben consapevoli delle violenze, delle umiliazioni, degli insulta cui andavano incontro. La destra ha ironizzando parlando di “crociere” e di “vacanza” ma questa vergognosa speculazione è svanita di fronte alle fotografie e ai video degli attivisti inginocchiati, bendati, ammanettati, percossi, torturati. Senza coraggio, anche fisico, senza disponibilità a pagare di persona questo novello Davide non avrebbe incrinato il potere e la forza di Golia. Perché – come ha scritto su queste pagine Karim Metref – «per fare una rivoluzione bisogna pur sacrificare qualcosa: soldi, benessere, sicurezza, tempo, energia. Qualche volta bisogna sacrificare tutto: la vita».

C’è molto nell’impresa della Flotilla di cui fare tesoro. Se accadrà sarà più facile contrastare lo strapotere dei signori del mondo. Nulla è acquisito ma una strada è tracciata e non è cosa da poco.

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I volontari della Flotilla come i partigiani: un paragone azzardato ma forse non troppo - Leonardo Botta

Fu la lotta partigiana, dopo le vergogne del fascismo, a consentire ad Alcide De Gasperi di rivendicare il pur compromesso orgoglio italiano alla Conferenza di Pace di Parigi

Quali effetti concreti, in termini di aiuti per Gaza, hanno prodotto le missioni della Global Sumud Flotilla? Oggettivamente pochi: non ho idea di quanti viveri o medicinali quelle imbarcazioni siano riuscite a recapitare nella Striscia, ma immagino si tratti di quantità risibili, se non nulle.

Dunque parliamo di missioni inutili? Tutt’altro: secondo me sono servite, e servono, a tenere in piedi l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale verso le tragedie del tormentato fronte mediorientale. Certo, il salpaggio di quelle vele ha scatenato strascichi di polemiche e anche l’evocazione di qualche opacità di cui non si sentiva l’esigenza: al netto di reiterate accuse di connivenza dei volontari con Hamas (finora mai provate e, anzi, fondate perlopiù su qualche documento falso prodotto dal governo israeliano), male non avrebbero fatto, i portavoce della missione a condannare pubblicamente e in maniera netta anche i crimini del terrorismo palestinese.

 

Ma spero comunque che di fronte alla storia recente qualcuno, come De Gasperi, dopo le posizioni cerchiobottiste di Meloni, La Russa, Tajani (quello secondo cui “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”), quando ci sarà da spiegare come mai non si è quasi battuto ciglio nei confronti del governo di un paese che “democraticamente” bullizza buona parte del Medio Oriente da Gaza, al Libano, alla Cisgiordania, che utilizza mezzo Mediterraneo come la propria vasca da bagno, che ha risposto al vile e criminale attacco di Hamas del 7 ottobre con la mattanza di oltre 70 mila gazawi tra cui 20 mila tra bambini e adolescenti (ormai sono rimasti in pochi a contestare questi numeri), ecco, spero che quel qualcuno avrà l’onestà di affermare: “La nostra reputazione è salva anche grazie ai volontari della Flotilla”.

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mercoledì 10 giugno 2026

“Mi hanno interrogato per tutta la notte e poi messo in cella. I Mondiali erano il mio sogno”: il racconto dell’arbitro somalo Artan, sbattuto fuori dagli Usa - Daniele Fiori

“Avevo i documenti giusti”. Omar Abdulkadir Artan racconta così, al telefono con il New York Times, la notte che ha cancellato il suo sogno mondiale. L’arbitro somalo, scelto per partecipare ai Mondiali di calcio di quest’estate, non potrà prendere parte al torneo dopo che gli è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti al suo arrivo a Miami, su un volo proveniente da Istanbul. La sua vicenda è diventata il simbolo dell’intolleranza che sta caratterizzando questi Mondiali, tra visti negati e perquisizioni alle Nazionali.

Artan ha spiegato di essere arrivato negli Usa convinto di avere tutto in ordine: “Avevo i documenti e tutto il resto in regola”. Secondo il suo racconto, una volta sbarcato è stato portato in una piccola stanza dell’aeroporto, dove gli agenti lo hanno interrogato per tutta la notte. Undici ore di domande, durante le quali gli sarebbe stato chiesto il motivo del viaggio negli Stati Uniti e anche della politica somala. L’arbitro ha detto di aver mostrato i documenti della Fifa e alcune foto della sua carriera da direttore di gara.

Il passaggio successivo è stato ancora più duro. Dopo l’interrogatorio, Artan ha riferito di essere stato trasferito in una cella di detenzione, dove è rimasto per altre ore, prima di essere imbarcato su un volo di ritorno verso Istanbul e poi rientrare a Mogadiscio. “Sono molto, molto deluso. Sono semplicemente un arbitro che cerca di vivere il suo sogno, il più grande sogno della mia vita, venire ai Mondiali”, ha detto al New York Times.

Artan sarebbe potuto diventare il primo arbitro somalo a dirigere una partita dei Mondiali. Nel 2025 era stato nominato miglior arbitro maschile dell’Africa ed era stato scelto dalla Confederazione Africana di Calcio per partecipare al torneo. Ma dopo il respingimento negli Stati Uniti, la Fifa se n’è lavata le mani e ha confermato che non prenderà parte alla competizione.

Il direttore di gara ha dichiarato di non essere stato informato del motivo preciso per cui gli è stato negato l’ingresso nel Paese. La spiegazione ufficiale fornita dalle autorità statunitensi resta generica. Un portavoce della dogana e della protezione delle frontiere aveva dichiarato alla CNN che Artan era stato sottoposto a un controllo aggiuntivo, una procedura definita di routine per verificare le informazioni o stabilire l’ammissibilità del viaggiatore. Al termine dell’ispezione, era stato ritenuto inammissibile “a causa di problemi di verifica”.

“Penso che abbiano un problema con il mio paese”, ha aggiunto Artan. La Somalia rientra infatti tra i Paesi colpiti dalle restrizioni di viaggio introdotte nell’ambito della stretta sull’immigrazione dell’amministrazione Trump. Il caso ha provocato la protesta del governo somalo, che ha chiesto spiegazioni agli Stati Uniti e alla Fifa. Che, da parte sua, ha dichiarato di non avere competenza diretta sulle procedure migratorie del Paese ospitante. “La FIFA non è coinvolta nei processi di immigrazione del Paese ospitante, comprese le procedure di rilascio dei visti, ed è stata informata dalle autorità che lo status del signor Artan non subirà modifiche al momento”, ha dichiarato un portavoce.

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Mondiali 2026, i peggiori di sempre? Intolleranza e prepotenza sotto i nostri occhi - Stefano Boldrini

S’intuiva che sarebbe stato il mondiale dell’intolleranza, della prepotenza spacciata come sicurezza, delle paranoie sull’immigrazione, dello strapotere della parte peggiore dell’America, ma le prime immagini che viaggiano sul web in tempo reale ci hanno descritto nelle ultime ore, quando ancora il torneo deve iniziare, uno scenario ancora più oscuro. L’arbitro somalo Omar Artan – il migliore della confederazione africana – rispedito a casa dalla polizia di Miami dopo lunghissimi controlli. Le delegazioni di Senegal e Uzbekistan sottoposte a ispezioni minuziose, con tanto di cani antidroga e al limite dell’umiliante – coinvolti anche Fabio Cannavaro ct della nazionale asiatica e star mondiali come l’ex Liverpool Sadio Mané e l’ex Napoli Koulibaly -. Il giocatore iracheno Ayman Hussein bloccato in aeroporto e sottoposto a sette ore di interrogatorio. Persino il Belgio di De Bruyne costretto a fare i conti con i metal detector sotto le scarpe. L’Iran è un caso a parte: appare già surreale la presenza della squadra con il fronte di guerra aperto con gli Usa e non sorprende quindi se sia stato concesso di entrare negli Stati Uniti poche ore prima delle partite e di uscire subito dopo.

Il mondiale della prepotenza, del trionfo della cultura – cultura? – MAGA, del trumpismo appare già lanciato verso il titolo del peggiore di sempre. Peggio sicuramente di Italia 1934 in salsa mussoliniana, di Qatar 2022 e dei divieti imposti alle comunità LGBTQ+, di Russia 2018 e del rinascimento putiniano. L’unico per ora accostabile a quello che andrà in scena in Canada, Messico e Usa dall’11 giugno al 19 luglio, il primo a 48 squadre e con un totale di 104 partite, è quello di Argentina 1978 e dei generali macellai, con la caserma ESMA a poche centinaia di metri dallo stadio Monumental di Buenos Aires dove vennero torturate e uccise migliaia di persone, anche durante le gare. Quarantotto anni fa non esisteva internet. Il regime di Videla eresse un muro di fronte alle sue vergogne. Solo la nazionale olandese cercò di scuotere le coscienze, nell’indifferenza generale. Gli Oranje arrivarono a giocarsi il titolo nella finale contro i padroni e la persero ai supplementari, dopo aver colpito un palo all’89’ quando il match viaggiava sull’1-1: se un ciuffo d’erba avesse deviato il tiro di Rensenbrink, forse la storia dell’Argentina sarebbe stata diversa e la dittatura sarebbe caduta prima del 1983.

Chiariamo subito: non sono paragonabili la giunta argentina figlia di un golpe e il trumpismo americano. Donald è stato rieletto dal voto presidenziale. Ha ottenuto la maggioranza dei voti in una consultazione democratica. Ma il modello MAGA (Make America Great Again) sta producendo un attacco violento alle libertà e alla libertà. Si alimenta di nazionalismo ottuso, di sovranismo, di suprematismo bianco, di lotta all’immigrazione, di autoritarismo che dà carta bianca ai metodi brutali delle forze dell’ordine. I controlli severissimi alle frontiere, in un paese che è insieme a Israele il bersaglio numero uno del terrorismo internazionale, erano annunciati, ma le immagini di questa vigilia sono state un colpo di frusta. Sembrava fantasia la caccia agli immigrati negli stadi durante le partite da parte dell’ICE, ma a questo punto, sarà la conseguenza logica di quanto sta avvenendo.

Uno scenario brutale, di cinque settimane pesanti, nelle quali spicca il silenzio della Fifa e del suo presidente, Gianni Infantinocontro il quale si è rivolto in tribunale Michel Platini, dopo i fatti e misfatti che portarono alla caduta dell’ex fuoriclasse della Juventus nel 2015, all’epoca numero uno dell’Uefa e lanciato verso il trono del football mondiale. Infantino è un sodale di Trump. Si vanta di essere amico del presidente statunitense e con una pagliacciata in pieno stile americano gli ha consegnato, lo scorso dicembre, un surreale premio della pace. Infantino è amico dei potenti, da Putin ai reali delle monarchie arabe, ma è ancora più amico di Trump. Affinità ideologiche e amore viscerale per gli affari sono il collante con King Donald. Il mondiale 2026, secondo la propaganda di Infantino, “sarà il più grande evento di sempre”. Il sito della BBC, che non rappresenta un mondo ultra dell’informazione, suggerisce questa descrizione del torneo: “Il più politicizzato, per esempio. E il più costoso. Potenzialmente il più caldo, o il più inquinante. Certamente, il più redditizio per la FIFA. A prescindere dal punto di vista, sembra certo che, al di là dello spettacolo in campo, questa Coppa del Mondo in formato gigante potrebbe essere tra le più controverse di sempre. Dai costi per i tifosi all’impatto della geopolitica, dalle politiche sull’immigrazione fino alla sicurezza, alle condizioni meteorologiche estreme, alla sostenibilità e al ruolo del presidente Donald Trump, questo mondiale suscita apprensione ed entusiasmo”.

E’ vietata anche la critica sportiva, vedi quella dell’allenatore argentino Marcelo Bielsa, ct dell’Uruguay, che ha definito pessima l’organizzazione del torneo parlando dei campi di allenamento. La Fifa ha aperto un procedimento disciplinare nei suoi confronti. “Ci proibiscono di parlare. Chi prova a criticare viene sanzionato”, il suo atto d’accusa. A questo punto siamo arrivati con Infantino: un allenatore non può dire che una struttura tecnica non è degna di un mondiale.

Dall’11 giugno, con il match Messico-Sudafrica che aprirà il torneo, detterà legge il calcio giocato: quarantotto squadre, 1248 giocatori pronti a scendere in campo, tre nazioni, tre fusi orari, distanze enormi da percorrere e una montagna di gol in arrivo. Questa sbornia collettiva riuscirà ancora una volta a oscurare le coscienze? La vera sfida è questa. Noi italiani, costretti per la terza volta di fila a vivere il mondiale da semplici spettatori, abbiamo la possibilità di sottrarci a questo delirio, anche se, visti i fatti dell’ultima giornata di campionato, il livello della nostra classe politica e il liquame che scorre abitualmente nei social, non c’è da essere ottimisti.

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martedì 9 giugno 2026

Kaveh Akbar, la voce dell’altra America

(Traduzione di Mia Lecomte e Andrea Sirotti)

Kaveh Akbar è nato a Teheran (Iran) e si è trasferito con la famiglia negli Stati Uniti all’età di due anni. Poeta e romanziere, figlio di immigrati di religione musulmana e affascinato da altre tradizioni religiose, la sua produzione poetica è caratterizzata dalla ricerca di forme espressive personali di grande intensità emotiva, idonee alla esplorazione di temi controversi e complessi come l’identità, la cultura tradizionale e acquisita, la fede e l’impegno civile; e da una riconsiderazione delle forme chiuse tradizionali, occidentali come orientali, forzate fino all’implosione in una continua e sofferta indagine delle potenzialità evocative e sonore dell’inglese.

L’opera di Akbar – noto per le sue posizioni critiche nei confronti del regime iraniano e di ogni tipo di impero contemporaneo – spesso riflette le sue esperienze personali e le sue radici culturali. E la sua poesia, apparentemente interessata soprattutto alla ricerca di uno stile originale contemporaneo e un idoneo linguaggio poetico, è anche espressione di consapevolezza verso la giustizia sociale e i diritti civili.

Pur rifiutando per sé l’etichetta semplicistica di “poeta civile”, Akbar esplora con grande acutezza e sensibilità temi quali la dipendenza, la ricerca della spiritualità e dell’identità in un contesto corrotto e autoritario, e la sua poesia appare un raffinato veicolo di denuncia e impegno civile. Le sue parole sono strumento di resistenza culturale e spirituale, la sperimentazione linguistica il mezzo per promuovere e difendere l’utopia di un dolore fraternamente condiviso.

La raccolta Pilgrim Bell si interroga in particolare su cosa significhi essere credenti in un mondo segnato da crisi e incertezze. Molte delle poesie esprimono il rapporto contrastato tra la fallibilità umana e la presenza ineludibile del sacro. Riflettono le sfide dell’identità culturale, con una forte enfasi sulle esperienze di migrante e le tensioni legate al concetto di appartenenza. Troviamo un continuo interrogarsi sulle complessità delle relazioni umane, sul peso dei doveri e dei poteri, e un’analisi approfondita della vita sociale in questo delicato momento storico.

Poesia visiva, quella di Kaveh Akbar, con versi lacerati e laceranti – anche dal punto di vista della disposizione grafica, e per l’uso affilato del doppio registro linguistico – dove la dimensione personale e famigliare deflagrano in un orizzonte immaginifico; un planetario, dove grazie all’impulso armonico della poesia, parabole e circuiti di mondi diversi, forze e corpi, materia ed energia trascendente, riescono a ricomporsi in un cielo.

M.L. e A.S.

Le poesie qui proposte sono tratte dalla raccolta poetica Pilgrim Bell (2021), appena pubblicata in italiano: Il miracolo (Il Saggiatore, 2025)

***

L’accento di mio padre

Un bambino, più carino di me, che mi amava per
il mio vocabolario e le mie pillole arancioni, una volta mi chiese
di tradurre l’inglese di mio padre.

*

Anche questa poesia vuole che io traduca.
Poesia idiota, mani idiote per scriverla:

un accento non è suono.
Solo coloro a cui sembra alieno
ridurrebbero un accento a suono.

*

La mia poesia è cresciuta quassù, seduto su questa sedia americana
guardando fuori questa neve americana senza vita.

Erba nera che muore fuori da questa neve,
attraverso le lunghe orme

di un coniglio, come un fantasma
che siede eretto
e dice oh.

*

Ma è un’altra bugia.

Nessuna orma.
Solo erba nera, neve blu.
Non posso scriverlo
senza cercare di renderlo
bello. Sottomissione, resistenza, resa.

*

Al suo primo
ispezionare Adamo, il diavolo gli entrò nelle labbra.

Guarda: il diavolo entra nelle labbra di Adamo,
striscia per la gola, l’intestino
per emergere alla fine fuori dall’ano.

È tutto vuoto! ridacchia il diavolo.
Sa che il suo lavoro sarà facile, un umano semplicemente
una lunga disperazione da riempire.

*

La maglietta bianca di mio padre che sbuca fuori
dal colletto. La mano di mio padre che affetta pelle, cartilagini
di una carcassa di pollo che tengo ferma sul tagliere.

A volte si morde il labbro inferiore per soffocare
ciò che deve essere
rabbia. Deve essere rabbia

perché non fa rumore. Il mio vasto
terrore per ciò che non posso sentire,

per la mia ignoranza, non è traducibile.
Mio padre parla in perfetto inglese.

***

Ultrasuono

mio padre lega del filo
spinato intorno al giardino
ora quasi del tutto distrutto
da scoiattoli cervi e peggio
ancora conigli con semi
di cetriolo attaccati alla
coda sono un superpredatore mio padre è
un superpredatore Dio ci fa
poi ci accoppia mia madre cerca quadrifogli

*

nel prato e li appunta
in un quaderno mia madre che appunta
momenti del tempo dà a ognuno
un nome Buck Arriva nel Portico e
Nota dall’Ospedale da parte di Kaveh mentre
dentro fa il tè io cerco
un accendino in casa e non trovo
nemmeno i fiammiferi mia madre si libra in
cucina come una strana canzone

*

nella canzone mia madre ha finito
lo zafferano e non ha soldi
per comprarne altro piange sul
riso sbiancato alla candeggina finché
mio padre non entra rompe un uovo
sul piatto scoppia
il tuorlo lui dice vedi dice giallo mia madre
sorride così grossa e triste che si aggrotta nel
futuro dove

*

i miei occhi
sono di nuovo gialli, forse per il tuorlo
forse per altro il mio pelo diventa
così folto che mia madre a vederlo
strillerebbe d’orgoglio quando era
incinta scalciavo tanto forte
e spesso che a stento riusciva
a dormire in piedi tutta
la notte pensava devo
essere piena di coniglietti

***

Come dire la cosa impossibile

In modo chiaro. I denti dell’uomo così bianchi
da sembrare falsi. La mia pipì
ancora indurita sul tappeto di Bernadette.
Dire in modo chiaro
che non ho fiducia in me stesso?
E che non ne avrò mai?
Quando dico “me stesso”
voglio dire: l’ovvietà
rovina le cose – il fuoco,
la vodka, la morfina, il sapone.
Le Tue mani il tuo cielo il tuo calice

Kaveh Akbar (Teheran, 1989), poeta e romanziere iraniano-statunitense, è direttore del corso di Scrittura creativa dell’Università dell’Iowa e responsabile delle pagine di poesia della rivista The Nation. Ha pubblicato la raccolta di poesie Calling a Wolf a Wolf (2017) e il romanzo Martire! (2024), e ha curato la raccolta The Penguin Book of Spiritual Verse (2023). Le sue poesie sono apparse su diverse testate, tra cui The New Yorker, The New York Times, The Paris Review e The Best American Poetry.

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domenica 7 giugno 2026

La strage di Amendolara



“Strage di Amendolara: pulire e dimenticare” - Martino Ciano

Cosa vuoi che siano quattro extracomunitari bruciati in un’auto perché chiedevano un trattamento da lavoratori e non da bestie. È successo in Calabria, nel cosentino. È accaduto l’uno giugno 2026, vigilia dell’ottantesimo compleanno della Repubblica italiana, quella Repubblica che si dice sia fondata sul lavoro.

Capito che beffa è avvenuta. E le telecamere hanno ripreso tutto. Si vedono due tizi, anche loro extracomunitari, che tengono le portiere dell’autoveicolo per evitare che quelli dentro escano. Hanno dato dimostrazione di come allestire velocemente una camera a gas. Ma tranquilli, si sono soffermati poco su certi aspetti. Tutti hanno condannato la strage di Amendolara senza condannare per davvero. È stato un po’ come il gioco delle tre carte: c’è sempre quello che pensa di vincere facile, di indovinare stando attento, invece è il primo a restare ipnotizzato dai movimenti fluidi del prestigiatore.

Alcuni hanno commentato che «se importi il Terzo Mondo, diventi come il Terzo Mondo». In questo modo pensavano di spostare la questione sulla solita necessità di reimigrare. Ma che dite, qui è sempre stato il Terzo Mondo, solo che, a tanti, non interessa emancipare né gli immigrati né gli autoctoni, perché quello che è avvenuto sulla costa jonica, in una stazione di servizio sulla Statale 106, all’altezza del comune di Amendolara, è una cosa che appartiene anche a un tribalismo nostrano.

E poco importa se questi extracomunitari abbiano raccolto fragole nella vicina Basilicata e che risultassero contrattualmente in regola. Qui parliamo di metodi conosciuti e molte volte accettati, quindi appartengono a una forma mentale.

Non se ne parla perché dobbiamo fare passare tutto come qualcosa di «non italiano», di importato da terre selvagge. Invece non c’era regione migliore della Calabria in cui questo episodio potesse avvenire. Si è assistito a un rito ancestrale, ben conosciuto, sepolto in qualche archetipo. Ma non scomodiamo i Totem e i Tabù di Freud, basta infatti rifarsi alla necessità di negare che questa cosa sia anche nostra. E più lo neghiamo, più riemerge.

Quanti innocenti mangiati dai porci, fatti a pezzi, infilati in pilastri di cemento? Quanti ammazzati per sete di giustizia o per aver chiesto dignità?

Ma certo, noi dobbiamo difendere gli onesti imprenditori agricoli, quelli che mettono in regola chiunque. C’è una parte di Calabria che davvero prova orrore, che si dissocia, che non farebbe male a una mosca, che protegge l’immigrato, che accoglie senza remore. Ma c’è anche quella parte che liquida la strage di Amendolara con frasette da semplice lotta tra civiltà. Invece, ciò che dimentichiamo in fretta è che “questa civiltà” di cui ci vantiamo è presente solo in alcune zone e se ne parla come se fosse un privilegio.

Ecco, nel Terzo Mondo calabrese la normalità è un privilegio. Il lavoro a norma è fortuna per pochi. E pensare che un discorso del genere qualcuno lo addita come la solita “autopunizione” che siamo abituati a somministrarci, invece è chiaro, perché molti hanno sperimentato certi tipi di sfruttamento e non ne fanno mistero. Anzi, molti sono morti senza conoscere nulla di diverso.

Allora, il Terzo Mondo calabrese è più di una realtà, ma addirittura uno degli incubi più vividi che si possono ancora vivere. Ma come tutte le cose brutte si tende a dimenticare. Chiedete alla politica, sia essa di destra che di sinistra; nessuno sa dare risposte. O sei un privilegiato o te ne vai altrove.

Ecco, quell’esecuzione pubblica, avvenuta davanti alle telecamere, forse proprio per essere immortalata, è stata solo una delle tante facce di una Calabria che vive quotidianamente di peggio… a telecamere spente, però, e senza scene eclatanti.

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Amendolara, è fuorviante parlare di ‘mafia del caporalato’: così si esclude la responsabilità dei padroni - Davide Mattiello

È “mafia” certamente quella che fa da cornice alla strage di Amendolara, ma chiamarla “mafia del caporalato” può essere depistante e riduttivo.

Quattro persone, quattro lavoratori, bruciati vivi per punizione perché hanno avuto l’ardire di chiedere il dovuto dopo tanto sfruttamento non dovrebbero essere segregate anche da morte attraverso il linguaggio che si sceglie per descriverne il destino. “Mafia del caporalato” è una definizione che rischia, al di là delle intenzioni di chi adopera queste parole, di indurre in chi legge una rappresentazione falsante della realtà, come se la questione fosse riconducibile ai rapporti violenti interni alla popolazione straniera, immigrata in Italia per cercare opportunità di lavoro. Stranieri che sfruttano altri stranieri, punto.

Torna in mente quello che si usava dire qualche decennio fa parlando delle mafie nostrane: “Tanto si ammazzano tra di loro”. Anche questa affermazione era riduttiva e falsificante, serviva infatti a chi la adoperava per contenere l’allarme sociale, per rassicurare l’opinione pubblica: non temete, alle persone per bene non può succedere niente di male. La storia devastante degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso si è poi incaricata di sgombrare il campo da questa ipocrita anestesia delle coscienze: la violenza mafiosa non ha risparmiato nessuno, né servitori dello Stato, né inermi cittadini, arrivando a mettere in pericolo la tenuta stessa delle Istituzioni.

In modo non del tutto diverso anche parlare di “mafia del caporalato” serve a rassicurare, serve a lasciare tranquille le coscienze dei più, per la verità già sollecitate oltre modo da dosi massicce di violenza feroce, con l’idea che questa atrocità non abbia nulla a che fare con le persone per bene. Una definizione che rischia addirittura di fare il gioco dei razzisti nostrani, confermandoli nei loro pregiudizi grotteschi, quelli buoni a fomentare le piazze al grido di “Remigrazione, remigrazione!”.

È dunque certamente “mafia” nella misura in cui, secondo l’articolo 416 bis del Codice Penale, il reato-fine – ovvero il profitto illecito – viene consumato da una organizzazione criminale capace di ottenere omertà e assoggettamento attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo, ma non è “mafia dei caporali”: è “mafia dei padroni” che utilizzano i caporali. Ne ero già convinto più di dieci anni fa quando da deputato, membro della Commissione parlamentare antimafia e presidente del Comitato Testimoni di Giustizia, proposi di audire alcuni braccianti che avevano denunciato gli sfruttatori. Proposta accolta non senza qualche riserva: a qualcuno sembrò impropria come iniziativa, dal momento che non risultava il coinvolgimento diretto delle organizzazioni mafiose, formalmente qualificate come tali.

Ma, si sa, il “metodo mafioso”, rilevante di per sé pure sul piano giudiziario, ha molti adepti che non ostentano coppole e lupare. Il punto è che la “mafia del caporalato” non potrebbe esistere se non ci fossero i “padroni italiani” che si avvalgono di quelle braccia schiavizzate, nella migliore delle ipotesi facendo finta di non sapere e nella peggiore contribuendo direttamente al sistema di sfruttamento, talvolta anche sostituendosi al “caporale” straniero e organizzandolo in proprio.

Niente di nuovo, si potrebbe dire: l’attuale rapporto criminale tra padroni e caporali ricorda molto quello che ci fu tra i latifondisti e i campieri nelle campagne meridionali di un secolo fa. Quei “campieri” divennero poi il braccio armato e capillare di Cosa Nostra (i cui capi già allora si confondevano nell’alta borghesia palermitana). Lo avevamo capito bene dieci anni fa quando approvammo in Parlamento una buona legge, la 199 del 2016, che ebbe il merito di riformare l’articolo 603 bis del Codice Penale, che pure era stato “infilato” nel codice soltanto nel 2011. Nel 2011, in risposta a tragedie analoghe, il Parlamento aveva finalmente (!) introdotto il reato di intermediazione illecita di manodopera, escludendo però dal perimetro della condotta illegale il mandante di questa intermediazione e cioè il “padrone” (difficile stupirsene).

Nel 2016, dopo altre tragedie, il Legislatore riparò l’errore: il nuovo 603 bis considera responsabile tanto il caporale quanto il padrone, considera consumato il delitto di sfruttamento nel momento stesso in cui si accerti che padrone e caporale abbiano approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, infatti considera la minaccia o la violenza nello sfruttamento una aggravante della condotta, punisce il padrone anche in assenza del caporale quando sia provato che abbia approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, prevedendo anche la confisca dell’azienda agricola.

La 199 del 2016 aveva poi una seconda parte non penale, che serviva a premiare il lavoro agricolo di qualità, cioè a valorizzare la filiera agro-alimentare che certificasse il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Che fine ha fatto? Allora ebbe scarso rilievo. Forse perché ieri come oggi c’è un capitalismo spudorato che semplicemente considera lo sfruttamento una componente fondamentale e irrinunciabile del profitto, generando un sistema economico anticostituzionale e quindi tanto più illegale, che dovrebbe essere severamente contrastato dalla Repubblica. Quale altro “ordine” dovrebbe infatti essere tutelato dalle nostre forze di polizia?

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Bruciati vivi perché si sono ribellati ai caporali: vite a perdere, storia dei fantasmi che raccolgono le fragole - Lucio Musolino

Mafia, capito? Mafia”. Nella tragedia immane che si è consumata ieri ad Amendolara, in provincia di Cosenza, dove quattro braccianti agricoli pakistani sono stati bruciati vivi, la lezione morale la dà a tutti un altro bracciante, questa volta afgano. Taj Mohammad Alamyar era a bordo del minivan assieme alle vittime ed è l’unico scampato alla furia dei due “caporali” che, stando al suo racconto ai microfoni della Rai, gli hanno lanciato benzina addosso per poi tentare con un accendino di trasformarlo in una torcia umana. In parte ci sono riusciti, ma nonostante le ustioni al braccio e in altre zone del corpo, Taj ha rotto il finestrino e si è messo in salvo mentre gli assassini si allontanavano dalla scena del delitto. Oggi è l’unico superstite, il testimone chiave dell’omicidio plurimo consumato nella Sibaritide dove la storia è quella di cinque braccianti che si sono ribellati al sistema dei caporali e quattro di loro hanno pagato con la vita.

Lo sfruttamento e la punizione

Il filmato, registrato dalle telecamere di videosorveglianza della stazione di servizio, ha inchiodato i responsabili consentendo alla Procura di Castrovillari di emettere nei loro confronti un provvedimento di fermo. Ai magistrati, invece, il movente lo ha spiegato Taj che ai giornalisti ha mostrato pure la casa di Villapiana dove abita assieme ad altri dieci migranti, tra cui fino a ieri c’erano anche i quattro pakistani carbonizzati alla stazione di servizio. Poche stanze prese in affitto a 500 euro al mese. Soldi pagati con i quattro spicci racimolati raccogliendo le fragole. Delle 50 euro che prendevano al giorno lavorando nei campi, erano costretti a darne 5 a testa ai caporali per il trasporto da una campagna all’altra dell’alto jonio cosentino. Non ci stavano più a percepire buste paga fittizie da 350 euro al mese. Volevano un contratto regolare e per questo si sono lamentati con i connazionali che gestivano la manodopera nei campi di proprietà degli italiani. Caporali che prima li hanno minacciati con coltelli e pistole per farli continuare a lavorare alle loro condizioni. E poi li hanno puniti, bruciandoli vivi e senza mostrare un minimo di pietà.

Il buco nero tra Sibaritide e Metapontino

“Mafia, capito? Mafia”. Anche se probabilmente Taj non si riferiva alla criminalità organizzata calabrese (la ‘ndrangheta), le sue parole pronunciate in un italiano stentato hanno reso bene l’idea dell’inferno vissuto dai braccianti agricoli tra la Sibaritide e la Piana del Metapontino, nel materano. Un inferno che tutti conoscono e che tutti ignorano. Fantasmi nelle mani di altri fantasmi. Vite a perdere, arrivate dall’altra parte del mondo con la speranza di migliorare le proprie condizioni, che finiscono a stare con la schiena piegata tutto il giorno per pochi euro l’ora. Non è la prima volta e non sarà l’ultima: da decenni il fenomeno del caporalato è lì a scandire le stagioni della Sibaritide e del Metapontino e riaffiora solo quando le tragedie riempiono le colonne dei giornali. Come quella di Amendolara dove i pakistani la fanno da padroni. Quattro di loro sono stati arrestati a dicembre al termine di un’indagine iniziata il 4 ottobre 2025 quando un tragico incidente stradale, avvenuto a Scanzano Jonico, ha portato alla luce un sistema di sfruttamento nei campi agricoli della Basilicata.

I precedenti: stesso canovaccio

Dieci braccianti stranieri viaggiavano stipati in un’auto sulla statale 598 dove il mezzo si è scontrato con un autocarro. Il bilancio è stato di quattro indiani morti. L’inchiesta della Procura di Matera ha svelato che i braccianti venivano reclutati per la raccolta di fragole nei vari comuni lucani. La storia è simile a quella dei pakistani carbonizzati ad Amendolara i cui nomi ancora nessuno conosce perché a nessuno interessano. Così come quelli degli indiani morti a Scanzano Jonico, braccianti che dormivano in alloggi sovraffollati, senza condizioni igieniche adeguate e costretti dai caporali a turni massacranti (anche nei giorni festivi) con paghe da fame che non rispettavano i minimi contrattuali. Nel 2023 una vicenda simile si verificata nel Metapontino dove i carabinieri, oltre a sette caporali, hanno arrestato due italiani titolari di un’azienda agricola dove i migranti venivano pagati cinque euro l’ora per lavorare fino a oltre 10 ore al giorno compresa la domenica. Un “privilegio”, quello di essere sfruttati, che i braccianti africani ottenevano solo dopo aver pagato circa 6mila euro ad altri connazionali i quali ricevevano anche 3 euro al giorno dai migranti per avere diritto ad un posto dove dormire, di solito in una struttura fatiscente.

“Intrappolati in un sistema”

Ritornando al plurimo omicidio di Amendolara e ai pakistani carbonizzati lunedì nella piazzola della stazione di servizio, in una nota il segretario generale della Cgil Calabria Gianfranco Trotta chiede “alle forze dell’ordine chiarezza e soprattutto un supporto maggiore alla politica, con azioni più concrete, legate anche ai progetti finanziati che siano sempre più di aiuto, affinché si contrasti l’abominio della quotidianità che vivono i lavoratori, spesso migranti, nelle nostre campagne: precarietà, trasporto, insicurezza e vulnerabilità estrema, ricatto e violenza”. “Non si può più tollerare – scrive il sindacato – che la piana di Sibari sia continuamente segnata da sfruttamento lavorativo e caporalato”. Per la segretaria generale della Uila Enrica Mammucari, “nella giornata in cui celebriamo gli 80 anni della nostra Repubblica democratica, fondata sul lavoro, i drammatici eventi accaduti nel cosentino emergono con un contrasto tanto stridente quanto doloroso, restituendo l’immagine di una rottura del patto sociale che dovrebbe tenere insieme sviluppo economico e tutela dei diritti dei lavoratori”. Per questo, secondo la Uil, c’è “la necessità dell’introduzione di un permesso di soggiorno per attesa occupazione per quei lavoratori che, entrati regolarmente in Italia con i precedenti decreti flussi, sono rimasti intrappolati in un sistema che li ha resi irregolari alla scadenza del contratto, esponendoli al rischio dello sfruttamento”.

“Oltre le fiaccolate: serve una mobilitazione civile”

Più duro il commento del vescovo di Cassano allo Jonio Francesco Savino secondo cui l’omicidio dei quattro braccianti pakistani è una “ferita morale, sociale e spirituale che squarcia il velo d’ipocrisia su una terra intera. Una striscia di Calabria dove il mare, il lavoro povero, la migrazione e la violenza criminale finiscono troppo spesso per sovrapporsi, diventando un’unica ferita aperta”. Secondo il vescovo, “non bastano il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza. Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, necessaria: basta. Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione. Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto. Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici”. Proprio per questo, monsignor Savino auspica una mobilitazione civile che vada oltre le fiaccolate. Il vescovo parla di “una “rivolta delle coscienze perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto”.

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