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lunedì 20 gennaio 2025

giornalisti senza paura

 

Il giornalista di The Gray Zone Max Bluementhal ha avuto l'occasione di mandare questo messaggio al Segretario di Stato Blinken








martedì 14 maggio 2024

Teniamo gli occhi su Rafah

 articoli e video di Norman Finkelstein, Ilan Pappe, Qasem Waleed, Jeremy Scahill, Ramzy Baroud, Gideon Levy, Alex Levac, Andrea Zhok, Ivan Kesic, The Mexican Family


 

Il sostegno degli ebrei non sionisti alla Palestina – Ilan Pappe

Fin dal momento in cui è apparso, il Movimento Sionista ha incontrato un’opposizione di principio e ideologica da parte di molti ebrei. Quando emerse alla fine del diciannovesimo secolo, il suo argomento principale era che l’unica soluzione al crescente antisemitismo in Europa era la ridefinizione del giudaismo come nazionalismo attraverso la colonizzazione della Palestina.

Gli ebrei socialisti e comunisti credevano che una rivoluzione internazionale fosse la soluzione migliore e gli ebrei liberali riponevano la loro fiducia in un mondo più democratico e liberale. Per loro l’ebraismo era una fede, alla quale aderivano in modi diversi, ma che avrebbe dovuto portarli a prendere parte al rendere il mondo nel suo insieme un posto migliore.

Queste controvoci si spensero per un po’ durante e dopo l’Olocausto. Il Genocidio degli ebrei in Europa ha dato credito agli occhi di molti ebrei alla necessità di uno Stato Ebraico, anche a costo di distruggere la Palestina e i palestinesi.

Il più importante sostegno ebraico al sionismo e poi a Israele venne dalla comunità ebraica americana. Fino al 1918 questa comunità era in gran parte indifferente al sionismo, e molti dei suoi membri erano addirittura ostili all’idea.

Tuttavia, a partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale, e in particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale, la comunità ebraica americana venne sionizzata in modo esponenziale. Anche prima della comparsa dell’AIPAC, i gruppi filo-sionisti avevano cominciato a influenzare la politica americana nei confronti della Palestina e poi di Israele. (Ho appena finito di scrivere un libro che ripercorre quella storia in dettaglio: Lobbisti per il Sionismo su Entrambi i Lati dell’Atlantico – Lobbying for Zionism on Both Sides of the Atlantic.)

Dalla creazione dello Stato di Israele, alcuni organismi come il Consiglio Americano per l’Ebraismo (American Council for Judaism) sono rimasti critici nei confronti del sionismo e di Israele, e sebbene questo gruppo sia diminuito di numero e abbia ammansito le sue critiche nei confronti di Israele dal 1967, serve ancora a ricordare che uno può essere un ebreo americano senza essere sionista.

In questo secolo ci sono due principali voci antisioniste tra gli ebrei americani. Una è una sezione degli ebrei ortodossi in America, le comunità Satmar e Neturei Karta. La prima, la comunità più numerosa, è più non sionista che antisionista, mentre la seconda partecipa attivamente al Movimento di Solidarietà filo-palestinese.

L’altra è la Voci Ebraiche per la Pace (Jewish Voice for Peace – JVP) fondata nel 1996 da tre studentesse ebree americane di Berkeley. Sono ufficialmente impegnati ad agire contro le violazioni israeliane dei diritti dei palestinesi e sostengono pienamente la campagna BDS. Il JVP è diventato una parte molto importante delle manifestazioni filo-palestinesi dopo che Israele ha iniziato la sua Politica Genocida nella Striscia di Gaza.

Più di cento anni dopo il successo del Movimento Sionista nel sionizzare ampi settori della comunità ebraica americana, sembra che i problemi inerenti a tale approccio stiano tornando a perseguitare gli ebrei americani in generale e i sostenitori di Israele in particolare.

La prima sfida era quella di una duplice lealtà. Se gli ebrei sono una nazione a sé stante, quali interessi servono? La soluzione trovata dai sionisti americani fu che il giudaismo non è nazionalismo in America ma solo in Israele. La cosa ha funzionato per un po’, anche se l’AIPAC ha violato le leggi americane sul lobbismo incanalando denaro per fare pressioni per conto di un Paese straniero. La questione diventerà più acuta in futuro, quando atti come il Genocidio a Gaza saranno visti da molti americani come in conflitto con l’interesse nazionale americano.

L’altra vecchia sfida era che fin dall’inizio era chiaro che gli alleati “naturali” degli ebrei sionisti americani erano i sionisti cristiani. Il forte sostegno di quest’ultimo gruppo a Israele ha un prezzo. La coalizione di cristiani fondamentalisti appoggiava incondizionatamente Israele poiché desiderava vedere gli ebrei in Israele e non negli Stati Uniti, ed era fiduciosa che la giudaizzazione della Palestina fosse parte del piano divino per il ritorno del Messia e la fine dei tempi ( che prevedeva la conversione degli ebrei al cristianesimo). Nel frattempo è imperativo che i fedeli diano un sostegno incondizionato a Israele, ma ciò non nasconde facilmente il forte antisemitismo del Sionismo Cristiano. Oggigiorno viene identificato chiaramente con i coloni ebrei fondamentalisti in Cisgiordania e con le fazioni più estreme all’interno del sistema politico israeliano.

Ma è la nuova sfida che porta molti di noi a credere che la prossima generazione di ebrei americani avrà una visione diversa del sionismo e di Israele. A partire dal 1967, gli ebrei americani furono gradualmente esposti alla portata dell’oppressione da parte di Israele dei palestinesi che vivevano nella Cisgiordania Occupata e nella Striscia di Gaza e trovarono difficile sostenere Israele.

La sfida morale di sostenere Israele è diventata ogni anno più ardua dal 1967. L’assedio di Gaza iniziato nel 2006 ha aumentato il numero di giovani ebrei in America che non solo voltavano le spalle a Israele ma si impegnavano profondamente nel Movimento di Solidarietà con i palestinesi.

Pertanto, non sorprende che molti più giovani ebrei siano scesi in strada quando è iniziato il Genocidio israeliano a Gaza. La loro importante partecipazione ha rivelato qualcosa di più profondo, o almeno ha messo in luce un potenziale fenomeno prospetticamente più profondo per il futuro. Questa particolare solidarietà indica un futuro in cui, per molti ebrei americani, il sionismo non sarà l’unica opzione per definire il loro ebraismo e, a maggior ragione, essi potrebbero condividere l’idea che il loro ebraismo li contrappone a Israele e alle sue politiche.

Se ciò dovesse accadere, si tradurrebbe nella transizione dall’indifferenza degli ebrei americani al sionismo nella decisione di abbandonare del tutto il sionismo. (Il verbo gettare a mare in questo contesto è stato suggerito da Peter Beinart, la cui personale fuoriuscita dal sionismo incarna questo possibile scenario futuro.)

Se questo è uno scenario valido, è un’interessante chiusura di un ciclo etico e ideologico, forse anche una rettifica dell’ingiustizia storica. Gli ebrei americani erano spesso fedeli ai valori universali (siano essi liberali o socialisti) che li collocavano al centro delle importanti lotte per la giustizia sociale negli Stati Uniti. Questi valori furono messi da parte nei confronti di Israele, creando un’ipotetica posizione, conosciuta nel gergo comune come PEOP: Progressista Tranne che Sulla Palestina.

I cambiamenti radicali sono chiaramente dominio dei Millennials (nati tra gli anni ’80 e ’90) e della Generazione Z (nati tra il 1997 e il 2012), il che accentua la prospettiva di un cambiamento radicale nel futuro che potrebbe non essere ancora facilmente individuabile nel presente. Ma la possibilità per molti ebrei, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo, di dissociarsi da Israele, e non pochi di loro svolgono un ruolo centrale nel tentativo di isolare e rendere Israele uno Stato reietto, è una prospettiva fattibile per il prossimo futuro.

Senza un forte sostegno da parte della comunità ebraica americana, e con la possibile erosione di tale sostegno da parte delle comunità ebraiche altrove, l’attività di lobbismo per Israele sarà mantenuta dai Sionisti Cristiani e dai Repubblicani di destra, mentre a livello mondiale Israele dovrà fare affidamento su partiti e movimenti nazionalisti fascisti e di destra. Una tale coalizione minerà il pilastro morale su cui poggia il Progetto Sionista e potrebbe successivamente influenzare anche il pilastro materiale delle alleanze strategiche nella regione e nel mondo in generale.

All’interno di questo possibile scenario, potrebbe essere interessante seguire alcuni esempi più concreti. Il primo è il movimento Voci Ebraiche per la Pace, che ha assunto un ruolo cardinale nell’attivismo filo-palestinese dopo il 7 ottobre 2023. Si tratta ancora di un movimento marginale, ma il suo collegamento organico con il Movimento generale di Solidarietà palestinese potrebbe espanderlo esponenzialmente in futuro.

Un altro caso di studio da seguire è l’enorme movimento studentesco nei plessi universitari americani noto come Hillel House. I membri di questo movimento si sono ribellati alla loro organizzazione madre dopo l’assalto israeliano a Gaza nel 2014 e hanno fondato un’organizzazione molto più critica nei confronti di Israele chiamata Open Hillel.

Infine, c’è il caso di un movimento chiamato ReturnTheBirthright (Ritorno per Diritto di Nascita). È emerso come un antidoto alla Legge Israeliana del Ritorno. Secondo questa legge, ogni ebreo nato nel mondo può diventare immediatamente cittadino israeliano. L’iniziativa ha respinto questa offerta israeliana “trasferendo” il diritto ai rifugiati palestinesi e ai loro discendenti. La logica alla base di ciò è che mentre i palestinesi che sono stati espulsi dalla Palestina non possono tornare, e i parenti dei palestinesi nella Palestina storica non possono riunire le loro famiglie, è gravemente ingiusto concedere questo trattamento preferenziale agli ebrei ovunque si trovino.

Pertanto, il sostegno degli ebrei non sionisti alla liberazione della Palestina può svolgere, e svolgerà, un ruolo in futuro. Di per sé, non si tratta di un processo di trasformazione, ma all’interno di una matrice di altri cambiamenti fondamentali nell’opinione pubblica, nell’equilibrio del potere sul campo e nell’implosione della società ebraica israeliana dall’interno, può aiutare ad abbreviare gli inevitabili giorni bui che precedere una nuova alba sia per gli ebrei che per gli arabi nella Palestina Storica.

Ilan Pappé è professore all’Università di Exeter. In precedenza è stato docente di scienze politiche presso l’Università di Haifa. È autore del recente Lobbying for Zionism on Both Sides of the Atlantic (Lobbisti per il Sionismo su Entrambi i Lati dell’Atlantico) di The Ethnic Cleansing of Palestine, The Modern Middle East (La Pulizia Etnica della Palestina, il Medio Oriente Moderno); A History of Modern Palestine: One Land, Two Peoples (Una Storia Della Palestina Moderna: Una Terra, Due Popoli) e Ten Myths about Israel (Dieci Miti su Israele). Pappé è descritto come uno dei “Nuovi storici” israeliani che, dal rilascio dei pertinenti documenti del governo britannico e israeliano all’inizio degli anni ’80, hanno riscritto la storia della creazione di Israele nel 1948.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

da qui

 

 

Cosa vuol dire essere usato come scudo umano dall’esercito israeliano – Qasem Waleed

A Khan Younis I soldati israeliani hanno radunato Ahmad Safi e i suoi familiari maschi e li hanno costretti a stare in cima a una duna di sabbia per 12 ore, mentre i soldati si riparavano dietro di loro durante uno scontro a fuoco con i combattenti della resistenza palestinese. Questa è la loro storia.

Circondato da dozzine di soldati, carri armati, auto blindate, droni ronzanti e cani dell’esercito, Ahmad Safi si è ritrovato a guardare un enorme buco nel terreno.

“Di tutti gli scenari di morte in cui mi sono immaginato dall’inizio della guerra, non avrei mai sospettato che avrei visto la mia tomba”, ha detto a Mondoweiss il 26enne residente di Khan Younis.

Ahmad e i suoi parenti maschi sono stati arrestati dall’esercito israeliano e arruolati con la forza per stare di fronte a una base militare della resistenza, mentre i soldati israeliani si riparavano dietro di loro. Si sono così trovati nel bel mezzo di uno scontro a fuoco tra i soldati e la resistenza.

Nella notte del 22 gennaio, l’esercito israeliano ha lanciato un attacco improvviso nella parte occidentale di Khan Younis, dove si trovavano cinque rifugi per sfollati.

Nel cuore della notte, le truppe israeliane sono avanzate verso gli edifici di Tiba, dove Ahmad e la sua famiglia si erano rifugiati nel mezzo della “zona sicura” designata da Israele. Questi edifici erano circondati dall’Università di al-Aqsa, dall’Ospedale al-Khair, dall’Industrial College, dal Centro della Società della Mezzaluna Rossa Palestinese e dall’area costiera di al-Mawasi, che ospitavano tutti decine di migliaia di palestinesi sfollati.

Quella notte Ahmad si era reso conto che i droni quadricotteri israeliani avevano occupato completamente il cielo. Sapeva cosa significava in base alla sua esperienza accumulata nelle tattiche di guerra israeliane: l’esercito preferiva lanciare operazioni importanti con  la copertura del buio della notte.

Ahmad ha sentito degli spari in lontananza, ma era relativamente lontano, quindi ha continuato a guardare uno spettacolo di animazione per distrarsi.

Qualche istante dopo, il rumore degli spari si è intensificato e si è fatto più vicino, e all’improvviso ha sentito delle urla provenire dalla stanza opposta. Suo cugino era stato colpito da un proiettile. Quando gli spari hanno iniziato a intensificarsi ulteriormente, Ahmad si è gettato sotto il letto, mentre il resto della sua famiglia si è precipitato nella  stanza portando con sé il cugino ferito.

E’ stato  allora che i soldati israeliani hanno fatto irruzione nel loro appartamento, entrando  nella stanza tra i fasci delle torce elettriche.

“Era la prima volta che vedevo un soldato israeliano nella vita reale”, ha detto Ahmad a Mondoweiss.

L’esercito ha separato le donne dagli uomini e ha costretto le donne a fuggire a sud, a Rafah. Gli uomini  sono stati legati e tenuti sotto la custodia dell’esercito.

Un comandante israeliano ha ordinato ad Ahmad e agli uomini della sua famiglia di scendere le scale in fila indiana. Poi ha ordinato loro di inginocchiarsi contro il muro sud del loro appartamento, che si affaccia su una base militare della resistenza.

Il corpo di Ahmad tremava in modo incontrollabile. Le sue labbra tremavano e il suo respiro era pesante.

“Ho cercato di ricompormi”, ha raccontato Ahmad. “Ma quando ho sentito mia madre salutarci mentre veniva trascinata fuori dai soldati israeliani, non ho potuto trattenere le lacrime”.

La mattina successiva, il 23 gennaio, i soldati israeliani hanno ordinato ad Ahmad, a suo padre, a suo fratello e al resto dei suoi cugini di spostarsi all’aperto e di muoversi orizzontalmente davanti ai veicoli militari blindati.

“Quando ci hanno ordinato di fermarci e di restare fermi, mi sono ritrovato di nuovo a pochi metri dalla base militare della resistenza”, ha detto Ahmad. “Quello è stato il momento in cui ho capito che venivamo usati come scudi umani.”

I soldati li hanno costretti a inginocchiarsi in mezzo alla strada mentre si riparavano dietro Ahmad e i suoi parenti maschi.

Indossavano abiti leggeri nel freddo invernale e le loro mani erano legate con una fascetta così stretta che non riuscivano a sentire le dita. I soldati hanno ripetutamente sparato proiettili vicino ai loro piedi nel tentativo di terrorizzarli, forse per renderli disponibili a eseguire gli ordini.

“Ogni volta che ci sparavano, davo subito un colpetto alla schiena per controllare se ero ancora vivo”, ha detto Ahmad, ricordando le risatine dei soldati per quanto fossero spaventati lui e la sua famiglia.

Altre volte, un carro armato si muoveva rapidamente verso di loro, per poi tornare indietro, a meno di un metro di distanza. Ahmad si rese conto che i soldati stavano giocando con loro.

Ad un certo punto, i soldati hanno preso il fratello di Ahmad, Saeed, e lo hanno torturato, rompendogli la mascella. Gli hanno preso a calci i genitali come se stessero “colpendo un pallone da calcio”, secondo Saeed. Lo hanno picchiato così duramente che ad un certo punto ha perso i sensi.

“Sospettavano che fosse un combattente della resistenza a causa del suo aspetto. Per i soldati israeliani, qualsiasi uomo con la barba che abbia il segno del sujoud sulla fronte, è un membro di Hamas”, ha spiegato Ahmad.

Pochi istanti dopo, c’è stato un intenso scambio di colpi di arma da fuoco mentre Ahmad e la sua famiglia si trovavano senza riparo tra i soldati israeliani e i combattenti della resistenza. Si sono distesi a terra, nel tentativo di sfuggire ai colpi.

“Continuavamo a gridare in arabo, ‘smettetela di sparare’, e pochi istanti dopo le sparatorie si sono fermate”, ha detto a Mondoweiss Ammar, un altro dei cugini di Ahmad.

Sono stati costretti a rimanere lì per oltre 12 ore, come scudi umani . Alla fine erano disidratati e riuscivano a malapena a stare in piedi.

A mezzogiorno, in un momento di scarsa sorveglianza, Ahmad ha deciso di eseguire la preghiera di mezzogiorno con gli occhi, un metodo consentito nell’Islam quando una persona è paralizzata o sta morendo. Nella situazione di Ahmad, pensava, si applicavano entrambi i casi.

Prima del tramonto è scoppiato nuovamente lo scontro a fuoco. Tre soldati israeliani si sono precipitati verso Ahmad e il resto degli uomini e li hanno trascinati verso una grande duna di sabbia, sulla quale li hanno costretti a stare in piedi in modo che fossero visibili ed esposti alla linea di fuoco. Mentre si trovavano in cima alla duna, guardarono in basso e dall’altra parte videro un grande fossato

I soldati li hanno costretti  a stare lì sulla duna, esposti alla linea di fuoco e con il fossato incombente sotto.

“Mio cugino Ammar ci ha detto di tenerci le dita l’uno dell’altro e di incrociare i piedi, così che se un proiettile avesse colpito uno di noi, non sarebbe caduto in quella fossa comune”, ha detto Ahmad a Mondoweiss.

Immagini di civili sepolti vivi attraversavano le loro menti, esattamente come avevano sentito fosse accaduto all’ospedale indonesiano nel novembre 2023. Ciò era avvenuto anche ben prima che, nell’aprile di quest’anno, si diffondessero le notizie sui massacri e sulle fosse comuni scoperte all’ospedale  al-Shifa e all’ Ospedale Nasser, rivelando centinaia di cadaveri.

Una volta terminato lo scontro a fuoco, i soldati israeliani hanno portato Ahmad e il resto degli uomini all’interno di un edificio. L’edificio era al buio, tranne la stanza in cui Ahmad e la sua famiglia venivano tenuti. Le pareti sud e est della stanza erano distrutte, rendendoli visibili dalla base della resistenza.

Ogni tanto un soldato veniva e puntava un laser rosso verso di loro per qualche minuto, poi se ne andava.

“Penso che stesse cercando di far capire ai combattenti della resistenza che anche noi eravamo all’interno di quell’edificio, poiché ci stavano usando, ancora una volta, come scudi umani”, ha spiegato Ahmad.

Qualche istante dopo, i soldati li hanno portati uno per uno in un’altra stanza. Era la prima volta in più di 18 ore di prigionia che cominciavano a interrogarli.

I soldati hanno iniziato a prenderli a calci e ad insultarli mentre chiedevano informazioni. Hanno costretto il fratello di Ahmad, Saeed, a dire cose degradanti su sè stesso, solo per poter ridere di lui quando lo faceva.

“Il comandante dell’intelligence mi ha chiesto di localizzare la mia casa grazie alle riprese dal vivo di un drone”, ha detto Ahmad a Mondoweiss. “All’inizio non potevo, perché tutta la zona sembrava appiattita. Per fortuna, l’ho individuato prima del secondo pugno”.

“Quello è stato il momento in cui ho saputo che la mia casa era stata distrutta”, ha aggiunto.

Dopo circa due ore, i soldati hanno liberato Ahmad e la sua famiglia e hanno ordinato loro di spostarsi verso sud facendoli seguire un raggio laser.

Avanzando con difficoltà, Ahmad e la sua famiglia sono finalmente riusciti a raggiungere una scuola delle Nazioni Unite, che ospitava un certo numero di sfollati, a circa un miglio di distanza.

“Quando abbiamo raggiunto la scuola e abbiamo sentito le voci di alcune persone all’interno, siamo scoppiati in lacrime miste a risate isteriche”, ha detto Ahmad. “Non potevamo credere di essere sopravvissuti a questo incubo.”

La scuola era chiusa a chiave, quindi uno di loro ha dovuto saltare i muri e chiamare qualcuno per aprire. Le persone li hanno aiutati con acqua e un po’ di pane, ma Ahmad era occupato a cercare la tenda di suo zio e sua madre e le sue sorelle. Alla fine le ha trovate con suo zio.

La mattina dopo, l’intera famiglia è fuggita a Rafah, lasciando dietro di sé tutto ciò che aveva.

 

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestina.org

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domenica 24 settembre 2023

Lontano dagli occhi del mondo, in Cisgiordania è in corso un incredibile trasferimento di popolazione - Gideon Levy e Alex Levac

 

Terrorizzati dai coloni, i pastori palestinesi in Cisgiordania sono costretti a lasciare i villaggi in cui vivono da decenni. La scorsa settimana è stata la volta di Al-Baqa’a

Tutto ciò che rimane nella valle è terra nera e bruciata, un ricordo di quello che fino alla scorsa settimana era un luogo di abitazione umana. C’è anche un recinto per le pecore, che i residenti cacciati hanno lasciato come ricordo o forse anche nella speranza di giorni migliori, quando potranno tornare alla loro terra, una prospettiva che al momento sembra davvero molto lontana.

Di fronte al terreno annerito si profilano due tende che preannunciano il problema, insieme a un furgone e a un trattore, tutti appartenenti ai signori della terra: i coloni che hanno invaso questa comunità di pastori e hanno terrorizzato i suoi abitanti giorno e notte fino a quando, venerdì scorso, l’ultima delle famiglie, che viveva qui da più di 40 anni, è partita verso il deserto per trovare un nuovo luogo di abitazione. Non potevano più sopportare gli attacchi e le incursioni dei coloni e il loro sfacciato pascolare le greggi sulla terra dei palestinesi, le intimidazioni ai figli dei pastori, le minacce, i furti e le aggressioni. Anche la vantata sumud (fermezza) dei palestinesi ha i suoi limiti.

Una comunità dopo l’altra di pastori beduini, la popolazione più debole e indifesa della Cisgiordania, sta abbandonando la terra che abita da decenni, non riuscendo più a sopportare la violenza dei coloni, che negli ultimi mesi ha subito un’impennata. Lontano dagli occhi degli israeliani e della comunità internazionale, è in corso un incredibile trasferimento sistematico di popolazione: di fatto la pulizia etnica di vaste aree nelle Colline a Sud di Hebron, nella Valle del Giordano e ora anche di aree nel cuore della Cisgiordania.

A luglio abbiamo assistito alla partenza della famiglia Abu Awwad dal proprio villaggio, Khirbet Widady, dopo essere stata costretta ad andarsene a causa delle tattiche intimidatorie dei coloni di Havat Meitarim. Un mese prima, abbiamo accompagnato 200 membri di famiglie che vivevano a Ein Samia e che hanno dovuto fuggire per salvarsi la vita a causa delle violente vessazioni dei coloni degli avamposti non autorizzati vicino all’insediamento di Kochav Hashahar.

Questa settimana siamo arrivati ad Al-Baqa’a, una distesa arida ai piedi delle montagne desertiche che si affacciano sulla Valle del Giordano. I circa 60 membri di questa comunità sono stati costretti a lasciarsi alle spalle la terra su cui hanno vissuto per circa 40 anni, e con essa a lasciare i loro ricordi, prima di disperdersi nel paesaggio desertico. L’appropriazione da parte dei coloni non solo priva le persone delle loro proprietà, ma distrugge anche comunità abituate a vivere insieme per generazioni.

La terra – che in questo caso è proprietà dei residenti del villaggio palestinese di Deir Dibwan – è rocciosa, arida e praticamente inaccessibile. La pulizia etnica in quest’area continua senza sosta. Terra senza arabi, la più “pura” possibile: una condizione che si raggiunge più facilmente quando sono coinvolte comunità di pastori beduini.

Incontriamo il capo della comunità di Al-Baqa’a, Mohammed Melihat, 59 anni, nel nuovo sito in cui i suoi due figli hanno stabilito la loro casa, a circa cinque chilometri a sud di dove vivevano un tempo, in mezzo al nulla.

I due figli hanno piantato qui cinque tende a brandelli. Un cane e un gallo si riparano sotto il contenitore dell’acqua, cercando di sopravvivere al caldo estivo. I membri della famiglia allargata si sono trasferiti qui il 7 luglio; nel tempo trascorso da allora hanno ricevuto tre ordini di sfratto dall’Amministrazione Civile del governo militare. Il termine ultimo per andarsene è il 20 settembre.

Melihat ha sei figli e una figlia; due dei figli, Ismail, 23 anni, e suo fratello maggiore, Ali, 28, si sono trasferiti qui con le loro famiglie. Il padre alloggia da un amico nel villaggio di Ramun, a nord di Al-Baqa’a, ma sta aiutando i figli a stabilire il loro nuovo “avamposto” su un terreno privato ricevuto dagli abitanti di Deir Dibwan. Del gregge originario della famiglia, composto da 600 pecore, ne rimangono solo 150.

Al-Baqa’a era la loro dimora dal 1980. Le 25 famiglie iniziali che vi si erano insediate si erano gradualmente disperse in seguito agli ordini di demolizione emessi dalle autorità israeliane e alla violenza esercitata dai coloni israeliani. Negli ultimi anni sono rimaste solo 12 famiglie, tra cui 30 bambini, e anche loro hanno iniziato a disperdersi in vari modi. Solo i Melihat sono finiti nel nuovo sito che stiamo visitando.

È impossibile immaginare che un essere umano possa vivere in questa regione inospitale, montagnosa e arida, senza acqua corrente o elettricità, senza strade di accesso, scuole o cliniche in vista. In un Paese gestito correttamente, quest’area diventerebbe un patrimonio culturale: “Ecco come vivevano i pastori secoli fa”. Le scolaresche verrebbero portate qui per vedere questa meraviglia. Ma in Israele è solo un altro bersaglio dell’avidità dei coloni e della loro insaziabile brama di proprietà immobiliari.

La cosa peggiore è che queste persone non hanno alcuna protezione contro i loro oppressori. Nulla. Né dalla polizia, né dall’esercito, né dall’Amministrazione Civile, né dall’Autorità Palestinese. Con la loro vita e le loro proprietà in bilico, sono stati costretti a cedere, ad arrendersi e ad abbandonare la loro casa. Completamente indifesa, la famiglia Melihat non ha avuto altra scelta che seguire l’esempio di altre famiglie.

Dal 2000, la vita ad Al-Baqa’a è diventata impossibile. I coloni, apparentemente sostenuti dai soldati e talvolta anche con la loro partecipazione attiva, hanno reso la vita dei palestinesi un continuo tormento. Venivano lanciati gas lacrimogeni e granate stordenti nelle tende, venivano rubati abbeveratoi e pecore. All’inizio, i predoni provenivano dall’avamposto di Mitzpeh Hagit, guidato da un colono di nome Gil. Secondo Mohammed, l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite OCHA ha documentato tutto. Mentre parliamo con lui durante la nostra visita di questa settimana, arriva Patrick Kingsley, il capo ufficio del New York Times per Israele e i Territori Occupati. Lui e il suo giornale sono molto più interessati alla sorte della popolazione di qui rispetto alla maggior parte dei media israeliani.

Nel settembre 2019, un colono israeliano di nome Neria Ben Pazi ha invaso un’area vicino a Ramun, dopo di che i problemi dei residenti della zona sono diventati ancora più gravi. Qualche mese prima, Ben Pazi aveva iniziato a far pascolare le sue pecore su terreni di proprietà beduina. È stato allontanato due volte dall’Amministrazione Civile, ma è tornato ogni volta poche ore dopo, grazie a quello che può essere interpretato come il tacito consenso e l’inazione delle autorità israeliane. La situazione era ormai compromessa.

Secondo il rabbino Arik Ascherman, direttore dell’ONG Torat Tzedek (Legge di Giustizia) che negli ultimi mesi ha passato molti giorni e notti a proteggere i residenti di Al-Baqa’a dalla violenza dei coloni, Ben Pazi è il “campione” degli avamposti dei coloni. Ne ha già fondati quattro; alcuni dei suoi figli vivono con lui.

I coloni hanno iniziato a rubare ai pastori beni e attrezzature agricole, compresi i pezzi di ricambio per i trattori. All’inizio, dice Ascherman, erano cauti, ma dopo l’avvento dell’attuale governo hanno abbandonato ogni ritegno e la violenza è diventata più brutale. I residenti locali hanno chiesto la protezione dell’Amministrazione Civile e uno dei suoi rappresentanti, il “capitano Fares”, ha detto loro di tenersi in contatto in caso di problemi. Non è passato quasi un giorno senza problemi, ma era inutile anche solo pensare di presentare reclami.

Negli ultimi mesi le azioni dei coloni contro i poveri pastori beduini sono state documentate da Iyad Hadad, ricercatore sul campo dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. I coloni hanno impedito alle autobotti dei pastori di raggiungere la comunità e hanno portato le proprie greggi per bere agli abbeveratoi dei beduini. In un caso hanno anche bruciato una tenda. Il risultato: circa 400 ettari di terra sono stati svuotati di palestinesi e sequestrati dagli avamposti.

Il 10 luglio, la maggior parte delle famiglie ha lasciato Al-Baqa’a e solo due sono rimaste. In breve tempo una di esse, la famiglia di Mustafa Arara, se n’è andata dopo che il figlio di 7 anni è stato ferito da un colono. La seconda famiglia, quella di Musa Arara, se n’è andata una settimana dopo, dopo che tutti e 13 i loro abbeveratoi erano scomparsi; Ascherman ha visto i contenitori trasportati da un trattore dei coloni.

La famiglia di Musa si è trasferita per il momento nella zona del Wadi Qelt, che nasce vicino a Gerusalemme e sfocia nel Mar Morto; Mustafa e la sua famiglia si sono trasferiti nella zona di Jab’a, nella Cisgiordania centrale. Altre tre famiglie vivono nei pressi di Taibe, a nord-est di Gerusalemme. Il tessuto stesso della loro vita familiare, culturale e sociale è stato fatto a pezzi.

Dove andremo? La domanda di Mohammed Melihat viene inghiottita dalla vastità del deserto. “Se vengono a demolire anche qui, dove potrò andare?”, chiede ancora, inutilmente. I suoi antenati della tribù dei Kaabneh – che Israele ha sfrattato dalle colline meridionali di Hebron nel 1948 e la cui terra è diventata parte dello Stato di Israele – si sono posti la stessa domanda.

“Immaginate cosa significhi”, dice Melihat, “lasciare un villaggio in cui si è vissuta la maggior parte della propria vita e dove sono nati i propri figli”.

 

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

 

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venerdì 4 novembre 2022

Israele: vincono sempre occupazione e apartheid

 


articoli di Breaking the Silence, Antonio de Lellis, Amira Hass, Richard Falk, Hani al-Masri, Ilan Pappè, Gideon Levy, Yuval Abraham, Marwan Bishara, Hagar Shezaf, Jonathan Kuttab, Alex Levac, Hagai El-Ad, Quds Network, Ramzy Baroud



Quando visiti la Palestina – Antonio de Lellis

 

Quando visiti la Palestina il muro ti entra dentro. Vivi un istante di dramma inconsolabile, di una ingiustizia tagliente, di una speranza attiva. Vivi nel racconto carico di forza di chi sta soffrendo, nel sorriso acceso delle donne, negli occhi neri e profondi dei bambini e delle bambine, nella simpatia di chi lotta. Vivi l’accoglienza di un popolo fiero e antico, di uno sguardo stanco e mai arreso, nell’operositá di donne colme di dignità.

Quando visiti la Palestina il muro ti entra dentro. Vivi la lotta nonviolenta nell’orgoglio di generazioni che guardano al cielo, che hanno mani ruvide e del colore rossastro della terra, perseveranti come la roccia, ovunque presente, come il vento che ti frusta il volto. Vivi la sprezzante presunzione di chi occupa la terra, condizionando il giorno e la notte nella umiliazione e nel sangue. Vivi lo stato di occupazione, i militari dappertutto, le assurde costruzioni di coloni aggressivi e potenti.

Quando visiti la Palestina il muro ti entra dentro. Vivi la poesia e le parole fatte di pietre e di sconfinata tenerezza, Vivi, senza comprendere, il senso di quella segregazione e mutilazione, sociale, economica e politica. Vivi quel muro alto e irragionevole che delimita il diritto dall’anarchia statale di chi impone e occupa, vivi il muro come un mostro incombente, come una cesura e rottura, come un coltello tagliente, come un fuoco che soffia solo da una parte. Vivi i giovani che lottano stanchi e delusi, privati di diritti e ricchi di povertà, miseria, visioni possibili e azioni concrete, dentro una economia subordinata, dipendente e asimmetrica.

Quando visiti la Palestina il muro ti entra dentro. Vivi il fastidio dei controlli, della sicurezza idolatrata, dei mitra esposti, dei soldati troppo giovani per avere quel potere. Vivi l’ostinazione e l’amore di un popolo laborioso che costruisce una economia di pace, una società della cura, di chi non vuole avere nemici, di chi studia azioni nonviolente, ma che comprende la resistenza limitata, nonché la più diffusa resistenza popolare civile nonviolenta. Vivi il cibo offerto, semplice e autentico, di persone al servizio dello sviluppo di un paese che ti entra dentro e prende il posto di un muro osceno e barbaro che non può resistere all’ardore di una popolazione che ha il diritto di resistere e esistere.

Quando visiti la Palestina, un popolo coraggioso ti entra dentro.

https://comune-info.net/quando-visiti-la-palestina/

 

La distruzione dello spazio palestinese – Amira Hass

Da decenni Israele porta avanti un piano per appropriarsi della terra palestinese. I suoi strumenti sono gli insediamenti coloniali, la violenza e la sottomissione

Questa è la madre di tutte le escalation, su cui i diplomatici europei o statunitensi a Gerusalemme ricevono regolari aggiornamenti. Ma, sulle bocche dei loro capi in patria, si traduce in cliché come “sosteniamo il diritto di Israele a difendersi”. Anche il cinismo diplomatico sta aumentando.

I mezzi d’informazione israeliani sono ossessionati da questioni minori e transitorie, come l’ultimo sondaggio elettorale, e ripetono fino alla nausea il ritornello dei militari e dei coloni sull’aumento delle violenze a Jenin. La loro missione è evitare di occuparsi di quello che è veramente importante: la pianificata frammentazione territoriale che molti israeliani portano avanti con fredda, giuridica, chirurgica efficienza, avvolta in una sofisticata propaganda e in una religiosità affamata di possesso attentamente calcolata. La mutilazione geografica, demografica ed estetica dello spazio palestinese avviene alla luce del sole.

L’israelizzazione procede a gonfie vele. Lussuosi sobborghi immersi nel verde, annunci di case unifamiliari a prezzi accessibili, rotonde e centri commerciali che vantano un’atmosfera familiare hanno trasformato le comunità palestinesi in uno scenario bidimensionale. O le hanno nascoste dietro cancelli di ferro, bypass roads(strade costruite da Israele per collegare le colonie tra loro), vie bloccate e cartelli in ebraico che proibiscono l’accesso agli israeliani. La pianificazione territoriale di Israele vuole rendere i palestinesi un’entità ridondante e affermare l’inattaccabile superiorità degli abitanti delle colonie ebraiche, ora e in futuro.

Ogni tanto, Haaretz o il sito +972 Magazine denunciano atti di questo stupro dello spazio. Ma due o tre articoli al mese, o anche alla settimana, non riflettono la portata, il ritmo e la natura seriale del fenomeno. Per capire quanto possa essere distruttiva la pianificazione e la disciplina con cui Israele fa a pezzi il territorio palestinese, bisogna continuare a ridisegnare le linee che collegano migliaia (ho detto migliaia? sono milioni) di punti: i fatti sul campo creati da tutti i governi israeliani negli anni.

Unire i punti

Tutto comincia nel 1971 con un ordine militare che abolisce l’autorità di pianificazione delle città palestinesi (l’ordine è ancora oggi valido in circa il sessanta per cento della Cisgiordania). Si continua con l’espropriazione di terre per scopi militari e il loro successivo trasferimento agli insediamenti, in violazione del diritto internazionale; il divieto di costruzione e sviluppo per i palestinesi; strade che divorano l’ambiente; terreni agricoli confiscati (“per necessità pubbliche”) a beneficio degli insediamenti isolati; autostrade in stile californiano che collegano gli insediamenti a Israele; nuove vie asfaltate scintillanti per unire il cuore di ogni insediamento con i suoi nuovi quartieri e avamposti a diversi chilometri di distanza, che inghiottiscono altre terre dei vicini villaggi palestinesi, le loro riserve e i loro pascoli; il divieto per i palestinesi di costruire vicino a questi passaggi; e non dimentichiamo la strada di sicurezza che circonda ogni insediamento.

Si va ancora oltre impedendo ai palestinesi di accedere alle loro terre per anni, con pretesti e mezzi vari; limitando la quantità d’acqua che gli è assegnata e le trivellazioni per trovarne altra; dichiarando centinaia di ettari di campi palestinesi “terra dello stato”; assegnando gli appezzamenti solo ai coloni ebrei; creando zone di tiro per le esercitazioni militari in modo da bloccare il naturale sviluppo rurale dei palestinesi; comprando terreni con documenti falsi; trasformando case mobili in ville permanenti; bloccando le uscite dai villaggi palestinesi vicini; piantando i vigneti degli avamposti agricoli su terre palestinesi apparentemente “abbandonate”; e lasciando che gli avamposti con le greggi, ora molto di moda, divorino altra terra palestinese.

E infine ci sono le decisioni del governo di legalizzare tutto questo, e il muro di separazione, che imprigiona ampie fasce di terra palestinese fertile a ovest, dalla parte di Israele. I proprietari di questi campi possono ottenere i permessi per accedervi in determinati momenti e con grande difficoltà, ma qualsiasi israeliano può attraversarli a suo piacimento, e a volte perfino appropriarsene.

Ognuno di questi fatti deve essere collegato a tutti gli altri. Altrimenti è impossibile capirne fino in fondo il significato e le implicazioni. Sennò non si può vedere il mostro nella sua interezza.

Si possono calcolare gli ettari di terra occupati dagli avamposti di pastorizia. Si può dire quanti ettari sono stati espropriati dalle aree palestinesi, de iure o de facto. Si possono descrivere i denti dei bulldozer che sradicano uliveti antichi e nuovi. E si può misurare quasi al centimetro quanti terreni agricoli chiaramente palestinesi, con antichi pozzi e sorgenti gorgoglianti, sono stati convertiti, o stanno per esserlo, in un tesoro immobiliare per coloni ebrei o in polmoni verdi senza arabi (tranne quelli che ci lavorano). Ma bisogna continuare a unire tutti questi fatti per capire come la terra sia stata riempita di insediamenti: il blocco di Shiloh, quelli di Etzion a est, a ovest e a nord, il blocco di Reihan, l’enclave di Latrun, il blocco di Talmonim, di Ariel, di Rimonim, il blocco formato dalla città vecchia di Hebron e Kiryat Arba. A questi si aggiungeranno presto quelli della valle del Giordano settentrionale, di Shima nelle colline sudoccidentali di Hebron e il blocco di Susya nella Cisgiordania sudorientale. La lunga mano di Israele è ancora tesa.

Non c’è dubbio che la speranza (il piano) del premier Yitzhak Rabin si sia realizzato. Un mese prima di essere ucciso, nel 1995 Rabin disse alla knesset, il parlamento israeliano, che una delle basi di qualsiasi accordo sarebbe stata “la creazione di blocchi di insediamento come Gush Katif anche in Cisgiordania”.

Gush Katif, nella Striscia di Gaza, è stato smantellato. Ma al suo posto sono nati o stanno nascendo altri insediamenti e metastasi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, innumerevoli come i granelli di sabbia su una spiaggia.

Oltre ai resoconti della stampa palestinese, organizzazioni israeliane come Kerem navot, Bimkom, Ir amim, Peace now, Emek shaveh, B’Tselem e Yesh din, nonché l’Arij, l’Istituto palestinese di ricerca applicata di Gerusalemme, forniscono una grande quantità di informazioni, segnalazioni in tempo reale e analisi approfondite. Tuttavia, chiunque non abbia vissuto questo processo o non l’abbia visto con i suoi occhi avrà difficoltà a comprendere la sua violenza distruttrice.

Avvocati, sia per conto proprio sia in organizzazioni come Haqel, l’Associazione per i diritti civili in Israele e il Centro per la difesa dell’individuo Hamoked, insieme ad attivisti palestinesi e israeliani, cercano di fermare questo stupro seriale, o almeno di lanciare allarmi. Ma queste organizzazioni sono poche e piccole, e sono sempre più perseguitate ed emarginate.

I mezzi d’informazione di destra e gli organi di comunicazione dei coloni pubblicano spesso resoconti vittoriosi su nuove conquiste immobiliari divinamente sioniste. Chi legge queste notizie considera la triturazione, la frammentazione e la compressione dei palestinesi in enclave come una redenzione, l’adempimento di un comando divino oltre che un balzo in avanti nella sua qualità della vita e nei suoi guadagni materiali.

La violenza dei coloni e la loro appropriazione di terre palestinesi, al di là di quanto si legge nei piani regolatori ufficiali, sono una parte inseparabile del sistema. La violenza è raccontata un po’ di più, perché è una storia con una trama. Tuttavia, nonostante le occasionali espressioni di sgomento, le forze della “legge” e dell’ordine hanno permesso e continuano a permettere questa aggressione sistematica, legittimandola e incoraggiandola.

Anno dopo anno

Tutto ciò avviene sotto gli occhi dei soldati, che si tengono in disparte o sparano ai palestinesi che accorrono in aiuto dei loro fratelli. Le vittime degli attacchi sono arrestate, gli aggressori ebrei sporgono denuncia, la polizia non identifica i coloni sospettati né li interroga, il caso è chiuso per mancanza d’interesse pubblico e non ci sono indagati. Succede mese dopo mese, anno dopo anno.

La violenza sionista che accompagna ogni nuovo avamposto era ed è come l’urina che un cane usa per marcare il territorio. Dopo arrivano l’esercito, gli urbanisti, il consiglio regionale degli insediamenti e gli avvocati. Si finisce il lavoro con le case mobili, seguite dagli allacciamenti all’acqua e all’elettricità e spesso con l’acquisizione di una sorgente e con il divieto per i palestinesi di accedere ai loro uliveti. Sono autorizzati ad andarci solo due volte all’anno, con un coordinamento preventivo e una scorta militare, se i coloni sono così gentili da permetterglielo.

Ma questo non è mai un confine definitivo e permanente. Altre violenze espandono ulteriormente il territorio, anche di pochi ettari alla volta. E nel processo le sacche destinate ai palestinesi sono inghiottite. Più sono piccole, dense e isolate dalle altre, meglio è.

La frantumazione va oltre il proposito di “ostacolare la creazione di uno stato palestinese”. È un abuso deliberato e istituzionalizzato nei confronti dei cinque milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza (la separazione della popolazione di Gaza da quella della Cisgiordania fa parte della segmentazione territoriale). Questo abuso colpisce proprietà e reddito, tradizione e vita familiare, la possibilità di un’istruzione, i legami sociali, la libertà di movimento, qualsiasi possibilità di un futuro. Il furto istituzionalizzato e sofisticato del territorio aggredisce sia il presente sia la storia di ogni località, città, villaggio e famiglia, e danneggia la salute fisica e mentale di ogni palestinese. Il problema non è che indebolisce l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), ma che sabota inevitabilmente e intenzionalmente la vita collettiva a Gaza e in Cisgiordania.

Una volta il mondo aveva promesso che il diritto all’indipendenza e alla libertà dei palestinesi sarebbe stato realizzato. La promessa è stata tradita. Solo l’impressionante radicamento e la resilienza di queste persone hanno ostacolato un po’ il piano israeliano.

Alcuni criticano il governo uscente, in carica da un anno, dicendo che è peggio dei precedenti per quanto riguarda la politica in Cisgiordania. Denunciano l’alto numero di palestinesi uccisi dai soldati; i pogrom commessi dai coloni con il via libera della polizia, delle procure militari e dell’esercito; i piani per legalizzare gli avamposti, e così via. Questa accusa è allo stesso tempo corretta e sbagliata.

Dato che la frantumazione dello spazio palestinese è un processo pianificato e calcolato che attraversa vari governi, è naturale che ogni fase sia più sofisticata e più distruttiva della precedente e che superi qualche linea che non era stata oltrepassata prima. Si tratta di un’escalation preordinata, che avviene davanti ai nostri occhi e che l’attuale governo di centrodestra formato da Naftali Bennett, Yair Lapid e Benny Gantz non ha fermato né voleva fermare. Ma è solo un caso che l’attuale esecutivo sia responsabile di quello che è avvenuto quest’anno. Nel 2023 l’escalation continuerà; disastrosamente per noi, non c’è nessuna possibilità che il mondo si svegli ed eserciti una pressione significativa su Israele e sugli israeliani affinché la interrompano.

Promesse infrante

La distruzione e l’espropriazione non sono un’invenzione nuova; Israele ha competenza ed esperienza in questo campo. Ora sta facendo in Cisgiordania quello che ha fatto all’interno dei suoi confini riconosciuti (“la linea verde”) fin dal 1948.

All’inizio degli anni novanta, quando fu lanciato il processo diplomatico tra Israele e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), l’aspettativa – da parte dei palestinesi, dei pacifisti israeliani, che una volta esistevano e ora non ci sono più, e dei paesi garanti del processo di Oslo – era che Israele interrompesse il piano di erosione e furto di terra nel 22 per cento della Palestina storica. Ma sotto la copertura dei colloqui di pace, Israele ha accelerato il processo e ha sviluppato un appetito maggiore.

In questo modo ha dimostrato l’accuratezza dell’analisi e delle rivendicazioni fatte dai palestinesi nel corso di più di cento anni: l’obiettivo e l’essenza del sionismo sono l’espulsione dei palestinesi dalle loro terre e dal loro paese.

L’accordo di Oslo era formulato in modo abbastanza vago da permettere di perdere tempo in discussioni sulle date, sulle porzioni di territorio da trasferire all’autorità civile palestinese in ogni dispiegamento militare, sul collegamento tra Gaza e la Cisgiordania, sul ritorno dei palestinesi sradicati nel 1967, sulla costruzione degli insediamenti, sul diritto all’acqua e sull’economia. Data la palese disparità di potere, le interpretazioni e gli interessi della parte più forte – Israele – hanno ovviamente avuto la meglio e si sono riflessi nella politica sul campo.

Il periodo intermedio stabilito dall’accordo doveva durare cinque anni e terminare nel maggio 1999. A quel punto le parti avrebbero dovuto raggiungere un’intesa su un accordo permanente, che avrebbe dovuto essere applicato immediatamente. La leadership palestinese e i capi del partito Al Fatah, che guidava l’Olp, così come i pacifisti israeliani e i paesi arabi e occidentali, giunsero tutti alla conclusione che l’intesa permanente si sarebbe basata sulla creazione di uno stato palestinese indipendente nel territorio occupato da Israele nel 1967, nonostante l’opposizione dei leader israeliani che avevano partecipato agli accordi di Oslo, Yitzhak Rabin e Shimon Peres. La convinzione dei negoziatori palestinesi, guidati da Yasser Arafat, che Israele avesse effettivamente deciso di cambiare atteggiamento e di non appropriarsi più delle terre palestinesi occupate è oggetto di ricerca storica, psicologica e politica.

In cambio di una graduale riduzione dell’occupazione durante il “periodo intermedio”, che avrebbe dovuto terminare 23 anni fa con il trasferimento della maggior parte della Cisgiordania all’Anp, la leadership palestinese accettò di avviare un coordinamento e una cooperazione in materia di sicurezza con i principali meccanismi dell’occupazione: il servizio di sicurezza Shin bet e l’esercito. Prese provvedimenti contro esponenti del suo stesso popolo che usavano le armi o appoggiavano l’uso delle armi per opporsi all’accordo con Israele. La giustificazione era che solo l’Anp aveva il diritto di portare armi e che il coordinamento della sicurezza era essenziale per il successo della fase transitoria, e quindi per la creazione dello stato palestinese.

Da allora sono passati quasi trent’anni e la promessa contenuta nell’accordo di Oslo – cioè che i palestinesi di Gaza e Cisgiordania sarebbero stati liberati dall’occupazione israeliana – non è stata mantenuta. Ciononostante, Israele esige che il presidente palestinese Abu Mazen e i servizi di sicurezza palestinesi continuino a proteggere l’occupazione, cioè i coloni e l’esercito. E quelli obbediscono. Si è raggiunto l’apice alla fine di settembre, quando, sotto le pressioni israeliane, i servizi di sicurezza dell’Anp si sono comportati come un esercito di occupazione a Nablus e hanno arrestato un palestinese sospettato di aver sparato contro obiettivi militari e coloni israeliani.

Quale sia il vantaggio di avere armi che non fanno nulla per fermare la macchina israeliana della distruzione e dell’espropriazione e che lasciano decine di migliaia di palestinesi in balia della violenza dei coloni è una questione da affrontare in un altro articolo. Ma l’assurdità è evidente. L’esercito e lo Shin bet hanno un subappaltatore palestinese. Continuano a pretendere che questo mantenga la sua parte di un accordo scaduto da tempo e che Israele, fin dall’inizio, ha svuotato di qualsiasi rispetto dei diritti dei palestinesi, sia come singoli sia come popolo. Fino a quando gli alti funzionari di Al Fatah e i servizi di sicurezza palestinesi continueranno a collaborare con questa umiliazione israeliana? Solo il tempo lo dirà.

https://www.invictapalestina.org/archives/47080

 

Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite che condanna il colonialismo israeliano dà legittimità allo slancio della lotta palestinese per la libertà – Richard Falk

La relazione di Francesca Albanese mette a nudo le violazioni più basilari dei diritti fondamentali del popolo palestinese.

Immagine di copertina: Un uomo sventola una bandiera palestinese mentre un soldato israeliano osserva durante gli scontri nel villaggio di Deir Sharaf vicino all’ingresso occidentale della città di Nablus nella Cisgiordania occupata il 20 ottobre 2022 (AFP)

Per più di un secolo, il popolo palestinese ha sopportato una serie di prove che hanno violato i suoi diritti individuali e collettivi più elementari.

Fondamentale per questa epica saga di sofferenza è stato il successo del movimento sionista nell’instaurare lo Stato di Israele sulla premessa della supremazia ebraica nel 1948.

Tale successo dipendeva anche dalla perpetrazione di un crimine internazionale, poiché i sionisti cercavano di stabilire non solo uno Stato ebraico ma uno Stato presumibilmente democratico. Questa combinazione di obiettivi poteva essere raggiunta e mantenuta solidamente solo assicurando che Israele avesse una maggioranza demografica ebraica permanente.

Ciò ha richiesto un drastico aggiustamento demografico che comportava un forte aumento della presenza ebraica in Palestina, che all’epoca non era fattibile, o la drastica riduzione della presenza araba.

Questa logica ha indotto l’espulsione forzata di circa 750.000 cittadini arabi della Palestina del Mandato Britannico da quella parte della Palestina storica riservata allo Stato ebraico dal Piano di Spartizione delle Nazioni Unite, a sua volta ampliato territorialmente dall’esito della guerra del 1948.

Una maggioranza ebraica in Israele è stata ulteriormente rafforzata e salvaguardata da una rigida negazione del diritto al ritorno degli arabi espropriati e sfollati dalla Palestina in violazione del diritto internazionale.

Naturalmente, questa non è l’intera storia. C’era una presenza ebraica e un legame biblico con la Palestina che risalgono a migliaia di anni fa, sebbene la minoranza ebraica fosse scesa a meno del 10% nel 1917, quando il Ministro degli Esteri britannico promise sostegno alla creazione di una Patria ebraica attraverso la famigerata Dichiarazione Balfour.

Più rilevante fu l’ascesa dell’antisemitismo europeo negli anni ’30, culminata nell’Olocausto, che fece di un santuario ebraico una condizione di sopravvivenza per una parte significativa degli ebrei nel mondo.

Tale contesto storico ha mobilitato la diaspora ebraica, specialmente negli Stati Uniti, per sostenere il progetto sionista di colonizzare la Palestina e, da allora, per fornire forza geopolitica e massiccia assistenza economica e militare per sostenere la sicurezza e le ambizioni espansionistiche di Israele.

I Relatori Speciali: un’innovazione dell’ONU

A livello internazionale, in particolare all’interno delle Nazioni Unite, c’è stata una costante solidarietà e sostegno per i diritti palestinesi secondo il diritto internazionale, in particolare nell’Assemblea Generale e nella Commissione per i Diritti Umani, che attua le decisioni del Consiglio per i Diritti Umani, composto di 47 governi eletti.

Nel 1993 è stato creato un mandato nazionale riguardante le violazioni dei diritti umani da parte di Israele nei Territori Palestinesi Occupati di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Gaza.

Da ciò deriva il mandato del Relatore Speciale.

Un Relatore Speciale viene selezionato da un voto favorevole del Consiglio per i Diritti Umani sulla base di un processo di selezione piuttosto elaborato che include un comitato di diplomatici del governo membro che trasmette al presidente del Consiglio una lista di candidati selezionati, presumibilmente scelti per le loro credenziali di esperti.

Il presidente generalmente segue la raccomandazione, che viene poi presentata al Consiglio per un voto positivo o negativo, con un solo voto contrario sufficiente a respingere un candidato.

La stessa posizione di Relatore Speciale è un’innovazione delle Nazioni Unite, con ogni incaricato che serve due mandati triennali.

Sebbene richieda un considerevole impegno in termini di viaggi e rapporti, è una posizione non retribuita che non è soggetta a disciplina amministrativa come funzionario delle Nazioni Unite. Questa caratteristica è progettata per conferire alla posizione una completa indipendenza politica.

Israele e gli Stati Uniti si sono opposti al mandato da quando era stato proposto e negli ultimi anni Israele ha rifiutato di collaborare.

Negando l’ingresso in Israele o nei Territori Occupati, il governo israeliano nega al Relatore il contatto diretto con le persone e la situazione sul campo e obbliga a fare affidamento sull’informazione pubblica e sugli incontri nei Paesi vicini.

Negli ultimi 15 anni, Israele e i suoi sostenitori hanno smesso di rispondere alla sostanza dei rapporti accuratamente documentati su presunte violazioni e hanno concentrato le loro energie sulle accuse di antisemitismo nei confronti delle Nazioni Unite e sulla relativa diffamazione dei successivi Relatori.

Nonostante questo rifiuto personalmente sgradevole, i rapporti dei Relatori Speciali hanno acquisito influenza e legittimità tra diversi governi, gran parte dei media e attori della società civile tra cui chiese, sindacati e organizzazioni per i diritti umani.

In questo contesto, la nuova Relatrice Speciale, una giurista accademica italiana ed esperta di diritti umani molto apprezzata, Francesca Albanese, ha recentemente pubblicato il suo primo rapporto, che dovrebbe essere presentato a breve all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York.

Si tratta di un documento notevole che descrive e documenta in modo completo le violazioni più basilari dei diritti fondamentali del popolo palestinese.

Contro il corso della storia

Essa presta opportunamente un’attenzione primaria al diritto inalienabile all’autodeterminazione, che ha gettato le basi per le lotte anticoloniali che hanno condiviso con la Guerra Fredda il fulcro della scena mondiale nei tre decenni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Albanese nota l’estrema ironia che il sionismo sia riuscito ad andare contro il corso della storia stabilendo lo Stato colonialista di Israele proprio nel momento in cui il colonialismo europeo stava crollando altrove.

Il suo rapporto ha ottenuto un’attenzione immediata sia per il suo spirito di fiera indipendenza che per l’alta qualità della sua analisi. Una tale esemplare prestazione ha anche provocato commenti ostili sotto forma di provocazioni e accuse diffamatorie di una presentazione di prove deliberatamente distorta.

Semmai il contrario. Qualsiasi lettura obiettiva del rapporto albanese concluderebbe che l’autore fa di tutto per avere accesso alla narrativa di Israele e per presentare al lettore la consueta difesa di Israele del suo comportamento.

Pur accettando l’emergente convergenza della società civile sul riconoscere Israele come praticante dell’Apartheid, la Relatrice espone un argomento del tutto originale sul perché l’eliminazione dell’Apartheid non sarebbe di per sé sufficiente a porre fine al calvario del popolo palestinese.

Riassumendo brevemente, la maggior parte dell’esposizione dell’Apartheid è territorialmente limitata ai Territori Occupati o a un’entità allargata che include Israele vero e proprio (spesso noto come “dal Fiume al Mare”), escludendo così i profughi nei Territori Occupati e nei Paesi vicini, e gli esiliati involontari in tutto il mondo che vivono fuori dai confini della Palestina contro la loro volontà.

Smantellamento dell’occupazione colonialista

Oltre a ciò, senza soddisfare i diritti fondamentali dei palestinesi non vi è alcuna garanzia che Israele non sarebbe in grado di mantenere il dominio anche dopo lo smantellamento dell’Apartheid…

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Ci stiamo tutti travestendo da democratici – Gideon Levy

“Ridi, ridi di tutti i miei sogni”, scrisse il poeta Shaul Tchernichovsky.

Le elezioni israeliane di martedì non sono elezioni generali, e quindi non democratiche. L’Apartheid sudafricano aveva esattamente lo stesso inganno: il regime è stato definito come una democrazia parlamentare e successivamente come una democrazia presidenziale. Le elezioni si sono svolte nel rispetto della legge, con i partiti nazionale e afrikaner che hanno formato una coalizione. Solo una cosa separava il Sudafrica dalla democrazia: le elezioni erano riservate ai bianchi.

“Ridi, ridi di tutti i miei sogni.” Anche in Israele, solo i bianchi, o l’equivalente israeliano, prenderanno parte alle elezioni. Israele attualmente governa oltre 15 milioni di persone, ma a 5 milioni di loro è impedito di partecipare al processo democratico che sceglie il governo che gestisce le loro vite. La farsa in cui Israele gioca alla democrazia dovrebbe finalmente essere smascherata. Non è una democrazia.

Un regime in cui le elezioni si tengono solo per i bianchi, cioè gli ebrei, o per coloro che hanno la cittadinanza che non è concessa a tutti i sudditi, compresi i nativi che vivono sotto il governo permanente che domina sulla loro terra, non è una democrazia.

Quando un’occupazione cessa di essere temporanea, definisce il regime dell’intero Paese. Non esiste una democrazia parziale. Anche se c’è democrazia da Dan a Eilat, il fatto che tra Jenin e Rafah ci sia una tirannia militare macchia il governo dell’intero Paese. È incredibile come per decenni gli israeliani abbiano consapevolmente mentito a se stessi, proprio come i bianchi nei partiti degli afrikaner…

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